Happy Family

Filippo e Marta hanno sedici anni e la ferma decisione di sposarsi. Marta dovrà persuadere i suoi genitori, passando sopra l’isteria della madre e l’indolenza del padre, Filippo dovrà convincere la madre ma può contare sulla benedizione del suo secondo marito, Vincenzo. Alla cena che riunisce alla stessa tavola i figli cocciuti e i parenti sballati, finisce anche Ezio, il narratore di questa storia, coinvolto da un incidente in bicicletta e convinto da un colpo di fulmine in ascensore.
Salvatores “fait du cinema”, nel senso in cui i francesi usano la locuzione per dire “mente, inventa, dice cose che non sono vere”, ma lo fa scopertamente, mostra il dispositivo, si chiede e ci chiede cosa, in fondo, sia vero e cosa illusorio. I suoi personaggi escono ancora una volta da uno schermo, come fanno quelli di Majakovskji, Buster Keaton o Woody Allen, anche se questa volta è lo schermo di un computer, un monitor. Non è questo genere di boutade che interessa forse al regista, ma egli pare servirsi del fortunato testo di Alessandro Genovesi per “monitorare” lo stato di un sistema in evoluzione e “ammonire” tutti quanti, in platea o dietro le quinte della macchina produttiva, rispetto alla paura di cambiare, di provare sentieri nuovi, di muovere ciò che è fermo, dato, riconoscibile. Come i sei personaggi di Pirandello in cerca di autore (un testo che, non a caso, avrebbe da sempre voluto tradurre in cinema Godard), Salvatores e i suoi compagni di viaggio rivendicano con brio la possibilità di un cambiamento all’interno dell’apparentemente immutabile tradizione del realismo nella messa in scena cinematografica italiana.
Happy Family gioca con la filmografia del suo creatore e con il cinema altrui –soprattutto quello di Wes Anderson (Rushmore, I Tenenbaum) ma anche I Soliti Sospetti e 8 e ½ (la malinconica bellezza di Bentivoglio)- per costruirsi ancora una volta lungo la spina dorsale di ciò che davvero interessa e riempie il modo di fare cinema di Salvatores, almeno da Nirvana (dove Abatantuono era già protagonista di un videogioco) in poi, vale a dire la contaminazione tra i media e i loro differenti linguaggi. Teatro, letteratura, immagini della Storia (Milano di notte, così vera da sembrare fantastica) e storia delle immagini (le tante citazioni): come fa Ezio con quel che ha in casa – una pallina della lavatrice, un disco di Simon e Garfunkel, una cartolina da Panama – Salvatores crea sempre a partire da ciò che ama ma non conosce replica o duplicato. Lasciata la pioggia fredda e senz’anima di Come Dio Comanda approda con altrettanta intensità di fattura e risultato alla commedia. Ancora padri e figli e sogni di libertà, ma ora anche madri e figlie, una vecchia e un cane. La famiglia si amplia, il cinema italiano con lei.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Happy Salvatores
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Commedia umana da ridere e da piangere, divertente, intelligente, imprevista, colorata, persino ottimista: non una specialità di Gabriele Salvatores, che pure l’ha diretta benissimo, guidando gli attori in modo magistrale, traendola dal testo teatrale di Alessandro Genovesi. Happy Family, avvisa l’autore, non è uno slogan da biscotti inglesi per famiglia o un titolo brioso, si riferisce invece alla famiglia umana e alla sua capacità di sopravvivenza. Ma tutto il film è un rosario di inganni. Sembra realistico, invece si apre e si chiude con un sipario di velluto rosso da teatro. Sembra semplice, invece adotta l’artificio teatrale più famoso al mondo, il conflitto tra autore e personaggi, con i personaggi che esigono o protestano, con lo scrittore stufo d’averli ideati e che ha paura di diventare uno di loro, come nei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Sembra amoroso, invece racconta la paura indefinita in cui tanti sono immersi.
La trama è del tutto superflua: ma c’è lo sceneggiatore Fabio De Luigi che senza fretta vuol scrivere un film; ci sono due sedicenni decisi a sposarsi subito ma presto dimentichi della loro decisione (lei per un altro, e anche lui per un altro); ci sono due famiglie che fanno amicizia. Ci sono un bel cane di nome Gianni, una bicicletta, Milano. C’è Fabrizio Bentivoglio meraviglioso, un avvocato morente e calmo dai rari mezzi sorrisi, che passa il suo ultimo tempo accompagnando a Panama una ricca barca e dicendo sciocchezze pseudofilosofiche. C’è Diego Abatantuono sempre appeso alla sua sigaretta di marijuana, che dà vitalità e luce a tutto il film benché sia ora vasto come un transatlantico. Neppure uno dei personaggi si azzarda a scivolare nella macchietta: persino la mamma di Bentivoglio dimentica di quasi tutto non è una vecchia svanita, ma una signora che ricorda soltanto l’etichetta, le pietanze e il modo di vestire che hanno imprigionato da sempre la sua esistenza.
Happy Family fa riflettere e dà un’impressione di leggerezza, grazia e letizia. Manda in estasi con la sua colonna sonora quasi tutta Simon & Garfunkel, col suo finale che consente ad altre storie di cominciare e andare avanti, prima del sipario.
Da La Stampa, 26 marzo 2010

Alessio Guzzano
City

Il fancazzista cannaiuolo Abatantuono (divertentissimo) con moglie alcolica e figlia cascoplatino. Il malato terminale Bentivoglio (monumento crepuscolare) con moglie in tensione (Margherita Buy, è ovvio) e figlio saccente col maglioncino a rombi. La nonna cuoca con l’Alzheimer e la splendida nipote con psicoproblemi di sudorazione. Sono gli otto personaggi in cerca dell’autore Fabio De Luigi, scrittore per hobby romantico (attenti al finale stile “I soliti sospetti”) che se li sta inventando nell’estate di una Milano così lucida da sembrare geometria ispirata (in notturna, complice Chopin, sarà addirittura bellissima). Entra nel film e partecipa a scene capolavoro: il massaggio di una cinese e una cena che mescola un ultimo compleanno, un matrimonio abortito tra 16enni, un’amicizia sbocciata, una gradita seduzione e tante confessioni frustrate (sesso euforico lo fanno solo i cani). Il finale accarezza quelli che scappano, coccola quelli che hanno paura e celebra la sincerità delle vite senza trama e chi le racconta. Struggente musica vintage, slanci cinefili con gran ricordo di “Marrakech Express” e uno strepitoso grottesco che in Italia non esiste. Nessuno lo paragoni alla micidiale idiozia de “I Tenenbaum”. Questa è opera saggia e pura di Gabriele Salvatores, il Coraggioso.
Da City, 29 marzo 2010

Che risate, dolorosa famiglia
di Alberto Crespi L’Unità

Il primo a guardare in macchina fu Georges Méliès, in quasi tutti i suoi mirabolanti film a cavallo tra XIX e XX secolo. Lo imitò Charlie Chaplin, alla primissima apparizione su uno schermo nel 1914: era una comica di Mack Sennett, Kid Auto Races in Venice, e Charlie fingeva di disturbare le riprese di una corsa automobilistica piazzandosi davanti alla macchina da presa (la Venice del titolo era ovviamente il quartiere di Los Angeles). Quando il cinema divenne sonoro, Maurice Chevalier intrattenne gli spettatori lungo tutta la durata di Un’ora d’amore (Ernst Lubitsch, 1932): commentava la trama e anticipava le mosse, sue e degli altri personaggi. Tutto questo non per essere pignoli, ma perché nessuno gridi alla novità davanti alla struttura di Happy Family, il nuovo film di Gabriele Salvatores tratto da una fortunata commedia teatrale di Alessandro Genovesi. Il tema dell’autore fittizio – uno sceneggiatore nullafacente interpretato da Fabio De Luigi – che racconta la storia rivolgendosi agli spettatori, salvo poi discutere con i personaggi che hanno nei suoi confronti un sacco di pretese,ha illustri precedenti sia filmici che teatrali. E non a caso una delle sue creature – il padre di famiglia strafattone Diego Abatantuono – lo apostrofa chiamandolo, in modo molto milanese, «Uhèi, Pirandello!».
Detto questo, Happy Family è una delizia. È molto lieve, molto breve (per una commedia, di solito, è un pregio) e si beve come un calice di vino frizzante doc. De Luigi lo introduce con garbo, strega i cuori di tutti gli over 40 scegliendo come colonna sonora alcune canzoni di Simon & Garfunkel (diverse da quelle del Laureato, state tranquilli), si concede una digressione spassosa con la scena della massaggiatrice cinese (si accettano scommesse su cosa significa «tiloletetteditela») e poi entra con decisione nella storia. Che è quella di due sedicenni che vogliono sposarsi, e i loro genitori – gli alto-borghesi Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy, e i più sgarrupati Diego Abatantuono e Carla Signoris – sono comprensibilmente perplessi. Le fila si tirano durante una cena alla quale si auto-invita (lui può farlo) l’autore, il nostro De Luigi: anche perché si è innamorato della figlia maggiore di Buy e Bentivoglio, la bella Valeria Bilello, pianista dai capelli rossi ossessionata dall’idea di puzzare di sottaceti. Sul più bello,DeLuigi decide che il film è finito, e partono i titoli di coda:masaranno i personaggi a richiamare il proprio «Pirandello», e a chiedergli a furor di popolo di continuare…
QUELLI CHE HANNO PAURA
Sarebbe fin troppo banale dire che, dopo i due film ispirati ad altrettanti romanzi di Niccolò Ammaniti (Io non ho paura e Come Dio comanda), Salvatores si è preso una vacanza leggera. In realtà, chi vive di teatro sa che la commedia è molto più difficile del dramma. La «famiglia felice» del titolo nasconde ansie e dolori a profusione, e non a caso De Luigi, nel prologo, dedica il film a tutti coloro che hanno paura: «di votare e di volare», di amare o di odiare, del prossimo o di se stessi, di tutto. Il duetto Abatantuono-Bentivoglio, che è il vero cuore del film, è una riflessione sulla morte, ed è toccante che a metterla in scena siano i vecchi amici e complici di Marrakech Express e di Turné.Nonè forzato leggere Happy Family come una riflessione agrodolce sulla famiglia – artistica e sentimentale – che Gabriele, Diego, Fabrizio e varie altre persone sono state nel corso dei decenni: una volta giravano film dedicati «a coloro che stanno scappando», oggi hanno tutti superato i 50 e forse hanno voglia (e paura) di fermarsi. Nel tono e nelle immagini (di Italo Petriccione, bravissimo) Happy Family ricorda spesso i film di Wes Anderson. Sia chiaro, è un complimento.
Da L’Unità, 26 marzo 2010

Un autore in cerca di sei personaggi nel centro di Milano
di Silvana Silvestri Il Manifesto

Gabriele Salvatores riunisce la sua famiglia cinematografica con cui dimostra affiatamento ormai più che ventennale e, a parte le maestranze, rimette insieme due attori del suo gruppo di amici, Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono che non si incontravano sul set dai tempi di Marrakech Express, viaggiatori sans frontières ed ora padri di famiglia ugualmente disponibili alle avventure che la vita offre. Due estrazioni diverse, della Milano bene l’uno e tardo hippy l’altro: l’occasione è far incontrare le famiglie dei rispettivi figli sedicenni che hanno deciso di sposarsi.
Il testo di partenza è la commedia finalista del premio Solinas di Alessandro Genovesi già andata in scena al Teatro dell’Elfo (che Salvatores fondò nel ’70 e dove iniziò la sua attività di regista), un intreccio pirandelliano dove uno scrittore decide di scrivere una sceneggiatura d’autore «ma di successo». I personaggi evocati prendono vita e interagiscono tra di loro e con il pubblico attraverso un espediente super vietato al cinema, il look in camera, cioè lo sguardo verso il pubblico ad ammiccare o a chiedere consenso, concesso solo a Oliver Hardy. In questo caso si può anche fare un’eccezione, poiché oggi tutta la comunicazione passa anche attraverso il vis à vis tipico della tv di cui il protagonista scrittore, Fabio De Luigi, è una star. Ben inseriti nel quadretto di famiglia tutti gli attori da Margherita Buy a Carla Signoris (le mamme), Corinna Augustoni (la nonna, attrice dell’Elfo), Valeria Bilello (la ragazza dai capelli rossi), Alice Croci e Gianmaria Biancuzzi (i figli) e Sandra Milo che aggiunge un tocco di follia in più oltre a quello sparso a piene mani da Abatantuono e Bentivoglio.
Commedia sulla famiglia italiana con un titolo da merendina, lascia ampio spazio alle battute, alla recitazione anche un po’ sopra le righe e si trasforma ben presto in una trappola sapiente dove scontrarsi con alcuni punti dolenti del mondo contemporaneo o meglio del penoso microcosmo italiano fatto per lo più di volgarità, razzismo, spaesamento e paura. Interessante il suo modo di provocare la risata che dal fondo di un pozzo oscuro fa emergere quello che sarebbe meglio restasse sommerso: non siamo poi troppo lontani dal mondo di Io non ho paura, dove si distillavano sotto forma di personaggi circoscritti caratteristiche ben più vaste di un intero paese. Apparentemente Salvatores si dedica alla commedia, in realtà non tralascia il metro del discorso morale dei suoi ultimi film.
Da Il Manifesto, 26 marzo 2010

Noi non abbiamo paura
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

È dedicato a chi ha paura, Happy Family (Italia, 2010, 90′). Guardando in platea, nella prima sequenza lo dichiara Ezio (Fabio De Luigi), scrittore trentottenne alle prese con il suo computer. Seduto alla scrivania, gli occhi persi nello schermo, gli manca una trama. Quando l’avrà trovata, ne trarrà un libro, o un film. Molti uomini e molte donne dimenticheranno allora che tutto è nato da una piccola guerra fra la solitudine dell’autore e gli infiniti racconti che vivono la vita sottile dell’immaginazione. Non si domanderanno da dove vengano i personaggi, né da quali fremiti delle dita su una tastiera siano usciti conflitti ed emozioni. Non ne avranno il tempo. Il loro tempo, infatti, sarà tutto preso dalla felicità di lasciarsi andare a una storia. Il loro presente somiglierà a quello narrato nel libro o nel film, e il loro futuro ne sarà reso sicuro. Non avranno più paura. Rimanda certo al Luigi Pirandello di Sei personaggi in cerca d’autore il film che Gabriele Salvatores ha scritto e girato, a partire da un testo teatrale di Alessandro Genovesi. Nella sua fatica di scrittore Ezio viene soccorso — e insieme ostacolato — dagli slanci, dagli egoismi e dalle speranze dei suoi personaggi, e addirittura dalle loro voci e dai loro corpi. Le storie di Vincenzo e Anna (Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy), di Marta (Alice Croci) e dei suoi genitori (Diego Abatantuono e Carla Signoris), e poi quelle di Filippo (Gianmaria Biancuzzi), di Caterina (Valeria Bilello) e di nonna Anna (Corinna Agustoni), tutte queste storie, dunque, escono materialmente dallo schermo del computer e invadono la sua. Anzi, è la sua storia che finisce per confondersi con le loro. D’altra parte, non c’è pirandellismo programmatico, nel film, né uggia filosofica. Al contrario, tutto in esso è lieve: i dialoghi, i visi (anche quello di Abatantuono), le immagini. Girato a Milano, Happy Family capovolge l’immagine che della città Salvatores diede con Kamikazen, nel lontano 1987. Niente è rimasto della volgarità televisiva e del provincialismo rampante d’allora. Resa quasi astratta da una fotografia che ne ha saputo «vedere» la vocazione a nascondersi, a farsi segreta, Milano è (o sembra) una metropoli dell’anima. Nelle sue strade svuotate dalle auto, nella sua riservatezza ritrovata, è (o sembra) un luogo in cui, senza alzare la voce, vivono e si incontrano uomini e donne liberati dall’asfittica tipicità che ancora appesantisce una gran parte della commedia cinematografica italiana. Ugualmente lieve è lo sguardo sui personaggi. Ognuno di loro è raccontato con il rispetto che si merita un individuo. Sui loro sentimenti non gravano maschere, nè stereotipi. La macchina da presa e la sceneggiatura ne privilegiano invece le sfumature, i giochi d’ombra. Quello che ne viene è il senso della loro irripetibile centralità nel mondo (in una splendida sequenza in bianco e nero, quasi volando sopra Milano con le note di un notturno di Fryderyk Chopin, Salvatores la mostra nelle strade e sui marciapiedi, questa centralità irripetibile, nei visi e nei corpi degli ultimi e dei vinti). E così siamo alla paura, e anzi alle paure attorno alle quali sono raccontate le fragilità dei personaggi: l’insicurezza aggressiva dei sedici anni di Marta, per esempio, o l’immaturità consapevole e ironica di suo padre, adolescente invecchiato, o l’inquietudine sentimentale di Anna, o ancora la solitudine affamata d’amore di Caterina e di Ezio, personaggio fra personaggi. Ma la paura assoluta è quella di Vincenzo, cui un cancro promette e minaccia la morte. Non ho ancora fatto niente, si rammarica. E intende che alla sua vita manca un significato compiuto, un valore definitivo. Insomma, gli pare che per lui non sia ancora tempo di morire. D’altra parte, aggiunge, quando mai è tempo di morire? E a noi pare che questa domanda ne nasconda un’altra, meno ovvia. La nostra vita li può mai raggiungere, un significato compiuto e un valore definitivo? Per quanto si invecchi, siamo sempre in attesa di uno «sviluppo narrativo», proprio come succede ai personaggi di Ezio, che escono dal computer e da lui vogliono «più vita». In fondo, da qui viene la nostra paura: da questo bisogno di avere, e anzi proprio di essere una storia personale, che però di continuo la potenza del caso contraddice e devia. Per dirla con Groucho Marx — ricordato verso la fine di Happy Family -, diversamente da quanto accade in un film, «nella vita non c’è trama». Per questo, cioè per liberarci della paura, andiamo al cinema. Lì, nel buio luminoso dell’immaginazione, ci affidiamo alle sue trame, e volentieri ci lasciamo suggerire la felicità delle sue storie.
Da Il Sole 24 ore , 28 marzo 2010

Famiglia Salvatores Eccessiva e felice
di Boris Sollazzo Liberazione

C’è stato un momento, recente, della carriera di Gabriele Salvatores che, complice il sopravvalutato Ammaniti, credevamo stesse studiando da Paul Thomas Anderson. Sbagliavamo, Happy Family ci dice che è Wes Anderson il suo ultimo punto di riferimento. Fermo restando che il cineasta nel post Oscar ha cercato e trovato diverse strade e generi rispetto alla neocommedia all’italiana e sugli italiani (all’estero) del pre Academy, e che noi l’abbiamo preferito in quel Nirvana che fu troppo rivoluzionario per essere capito in tutta la sua portata – cinematografica e “industriale”- o nel complesso Denti.
Con Happy Family ci ritroviamo in zona commedia, ma è di tutt’altra pasta. Salvatores guarda a se stesso, nel senso letterale della parola e col nullafacente protagonista 38enne del suo ultimo film, autodefinitosi autore, vuole raccontare la creazione artistica, la sua, utilizzando Fabio De Luigi come alter ego. Uno che ha lo smarrimento di Buster Keaton e la faccia di Peter Sellers, ma che dovrebbe avere un cinema che potesse sfruttarli.
Salvatores ci prova e in parte ci riesce, utilizzando una sceneggiatura che nasce da un libro di Alessandro Genovesi rifiutato da parecchie case editrici (ora, però, edito da Mondadori e, in versione script, finlista al premio Solinas) e divenuto pièce teatrale di successo proprio al Teatro dell’Elfo, dove già aveva recitato l’autore.
Compagni di viaggio, alcuni “soliti” come Abbatantuono e Bentivoglio, sempre irresistibili con i loro duetti in mare, canna in mano, le freddure canine di Diego e il sorriso serafico di Fabrizio. Impossibile non farsi trasportare: a Salvatores si perdona persino la citazione sfacciata di Marrakech Express («ecco dove ci siamo visti, in Marocco!»). Se una definizione disegna bene l’ultimo film di Salvatores, è proprio quella di: sfacciato. Come la voce fuori campo invadente, come gli sguardi in macchina, come gli infermieri che davanti al Niguarda fanno i Beatles, come la fotografia ipercolorata e sgargiante di Italo Petriccione. Come quei 20 minuti iniziali che ti sfidano ad alzarti e andartene. Parte malissimo Happy Family e finisce che è impossibile non volergli bene. Un romanzo di autoformazione metacinematografico che si interrompe a metà, perchè lo scrittore protagonista sa che i finali vengono sempre male («a chi piace un film senza finale?». «A nessuno, forse a qualche critico»), che racconta una famiglia che somiglia troppo ai Tenembaum per non piacerci (ma anche per piacerci troppo).
Il film spesso inciampa – Chopin sposato a una Milano in bianco e nero è pretenzioso e poco riuscito, alcuni dialoghi e alcune scene sono passaggi a vuoto o espedienti – ma ti restituisce un insieme dolce, divertito e divertente. Sarà per quella Signoris alcolica, per la meravigliosa Bilello e per tutti gli altri che insieme non possono far danni, soprattutto se a guidarli è questo regista partenopeo-meneghino. Sarà per la colonna sonora firmata Simon&Garfunkel (la seconda per loro, dopo Il laureato). Sarà perchè seppure nel finale c’è troppa lietezza (e retorica, anche per un non critico) Salvatores a bocca asciutta non ti ci lascia. Sarà perchè citare I soliti sospetti alla fine poteva essere un suicidio, e l’ha fatto lo stesso. Guardatelo Happy Family. Tutto e più di una volta. Col tempo, siamo convinti, la visione ci guadagnerà.
Da Liberazione, 26 marzo 2010

Famiglie nel caos
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Più unico che raro, Gabriele Salvatores è un regista italiano che non detesta il caos del mondo. Anzi. “Happy Family” adotta la nostra vita caotica senza moralismi alla Verdone (“Io, loro, e Lara”), senza i lugubri sentimentalismi del cinema amoroso, senza andamenti farsesco-grotteschi. Semplicemente, il film vede l’esistenza irragionevole e complicata, intossicata dalle difficoltà e dalla memoria della cultura, intimorita dalle paure e dalle contraddizioni quotidiane che quasi tutti viviamo: ed esprime la speranza che si riesca nonostante tutto ad essere un po’ felici. Una sorpresa, dunque. A sottolineare la natura teatrale della storia, un sipario rosso apre e chiude Happy Family. C’è uno sceneggiatore che volendo scrivere un film sceglie diversi personaggi che parlano direttamente agli spettatori, che come nei “Sei personaggi” di Pirandello intervengono a criticare quanto lo scrittore va scrivendo o a protestare quando l’autore li lascia in sospeso o medita di abbandonarli. C’è la vicenda di due famiglie che nulla hanno in comune ma che s’intrecciano a causa di ragazzo e ragazza sedicenni decisi a sposarsi subito, pronti a rinunciare al propositi che turba tanto le famiglie abituate a prendere sul serio ogni stupidaggine degli adolescenti: mentre le due famiglie si sono ormai incontrate, hanno fatto amicizia, sembrano quasi parenti. C’è uno dei padri, Fabrizio Bentivoglio bravissimo, distaccato e crudele, malato e invaso dal pensiero della morte. C’è l’altro padre. Diego Abatantuono monumentale, capace di diffondere vitalità e calore. C’è una nonna smemorata che ricorda soltanto l’etichetta e la cucina, le regole e le pietanze. L’impresa grande riesce bene: nessuno dei personaggi scivola nella macchina, alcuni sono commoventi, il caos accettato diventa più divertente del vero e socialmente straordinario.
Da L’Espresso , 31 marzo 2010

Con Salvatores e Abatantuono la famiglia è felice
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Si comincia con un sipario che si alza. Si finisce con un sipario che si chiude. Teatro, dunque. Tanto più che la rappresentazione cui siamo chiamati ad assistere deriva da una commedia di Alessandro Genovesi prodotta dal Teatro dell’Elfo di Milano. Ad centro, Ezio, vive solo, va in bicicletta, aspira a diventare sceneggiatore, ma non ha molte idee. Pensando e ripensando, ecco comunque che comincia a immaginarsi otto personaggi più un cane che a poco a poco, nel suo appartamento deserto, gli si affollano attorno e – pirandellianamente – cercano di imporgli le loro storie. Tutte molto piccole e quotidiane. Filippo e Marta, entrambi sedicenni, vogliono sposarsi. La madre di Filippo è perplessa, il padre di Marta è contrario. Ad ogni modo le due famiglie decidono di conoscersi (la madre di Filippo con il suo secondo marito) ed eccoli, ciascuno, a dirsi la sua, rivolgendosi spesso verso di noi spettatori per cercare di coinvolgerci. Si arriva ad un punto morto, Ezio vorrebbe finire così (gli piacciono – dice – i finali aperti), ma gli otto personaggi più il carie non sono d’accordo, vogliono che tutto anche se uno di loro morirà, abbia un lieto fine. Lo sceneggiatore obbedisce. Gabriele Salvatores, che si è scritto tutto insieme con Genovesi assumendosi poi la regia, ha puntato molto sul gioco pirandelliano divertendosi a fare interagire l’autore con i suoi personaggi che ha risolto ciascuno con vivacissimo brio, ascoltando (o fingendo di ascoltare) le ragioni di tutti, quindi portando avanti le situazioni con cui le sostenevano in cifre quasi all’insegna dell’allegria. Accentuate da ritmi che, pur derivando in apparenza da un palcoscenico, hanno una irresistibile dinamica cinematografica, cadenzata, ad ogni tappa, dalle coloratissime canzoni di Paul Simon ascoltate perla prima volta in un film dopo “Il laureato”. Gli interpreti fanno il resto, furbi, ghiotti, umanissimi sia quando ci si rivolgono direttamente, sia quando si intrattengono fra loro. In mezzo citerò soprattutto Fabio De Luigi, nei panni pittoreschi dell’unico personaggio reale, e fra i genitori Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono. Ognuno con il suo segno preciso.
Da Il Tempo, 25 marzo 2010

Famiglia in cerca d’autore
di Piera Detassis Panorama

Viene da dire Luigi Pirandello, Bertolt Brecht, ma anche Jean-Luc Godard. Happy family è il dramma dell’autore che diventa plot del film, mettendo in crisi finzione e verosimiglianza, mentre gli attori-personaggi intervengono in scena. Benissimo recitato da tutti, in particolare da Abatantuono, Carla Signoris e Fabrizio Bentivoglio (da antologia quel suo intercalare lumbard, pacato e borghese: «Che bene!»), l’ultimo film di Salvatores è un allegretto sull’onda della sperimentazione, ma con prudenza e garbo. Lo sceneggiatore De Luigi non trova ispirazione e scrive servendosi di tutto ciò che sta sulla sua scrivania, nella sua casa. Ogni scena ha leziosamente il proprio colore o un pezzo cult di Simon&Garfunkel, la famiglia allargata esce dalla messinscena in cerca dell’autore, chiedendo spiegazioni, petulante, sul proprio destino, dallo schermo del pc. Purtroppo l’inevitabile loft è arredato con quei mobili fintopovero che rendono insopportabili noi milanesi, e il tono generale ne risente, trasformando l’affresco in un acquerello un po’ compiaciuto. Ma dopo un inizio opaco (inutile l’episodio della massaggiatrice cinese), il resto corre via tra piccoli sentimenti, humour ed elegia della Milano non da bere (emozionante l’inserto notturno in bianco e nero), culminando nell’amicizia impossibile tra l’ex hippy Abatantuono e il dandy Bentivoglio in fase terminale.
Da Panorama , 31 marzo 2010

Salvatores, una ballata a colori
di Valerio Caprara Il Mattino

«Sapessi come è strano/sentirsi innamorati/a Milano»… Il coraggio non manca a Gabriele Salvatores: non tanto perché pennella di romanticismo certi slanci del cuore di solito snobbati dal cinema firmato o perché cattura preziose atmosfere in filigrana all’identikit di una metropoli ansiogena e affannata; quanto perché abbandona le comode autostrade della produzione nazionale e imbocca con viva curiosità e pari convinzione i sentieri capricciosi di un gusto indipendente e internazionale. «Happy Family» è una commedia nutrita di simpatica follia, una ballata che gira volutamente su se stessa, un poemetto più umoralmente perplesso che sociologicamente corretto sui meccanismi che tengono in piedi le cosiddette famiglie allargate; a ben vedere, in fondo, la versione all’italiana dello svariante filone d’avanguardia promosso dai Wes Anderson («I Tenenbaum»), Michel Gondry («Se mi lasci ti cancello», «L’arte del sogno»), Dayton e Faris («Little Miss Sunshine») o Marc Webb («500 giorni insieme»). Un exploit reso cospicuo anche dal fatto che quando gli autori decidono di fare parlare in macchina i propri personaggi, facendoli rivolgere direttamente al pubblico «smascherando» la finzione, ne risultano quasi sempre film per noi indigeribili, pedanti e mosci. E invece – piccolo miracolo – tutto si potrà dire di «Happy Family», tranne che si tratti di un film noioso o pretenzioso. Forte di credenziali, per così dire, insolite per il cinema nostrano (la sceneggiatura di Alessandro Genovesi, già finalista al Premio Solinas e poi messa in scena dal Teatro dell’Elfo, adesso anche il romanzo in uscita presso Mondadori), la trama svela subito il proprio dispositivo e presenta un gruppetto di tragicomici personaggi in libera uscita dal computer del narratore Ezio. Vale a dire un Fabio De Luigi perfetto per il ruolo, una sorta di Grande Lebowski meneghino, il tipico bamboccione indeciso tra sogni e bisogni, asserragliato nel suo loft alle prese con un ipotetico film «artistico, ma che deve anche incassare»… Complice un incidente di bicicletta – che fa molto Milano verde-morattiana – viene catapultato in mezzo a due famiglie le cui caratteristiche sarebbe un peccato anticipare: basta garantire che Bentivoglio, Buy, Signoris, Abatantuono e soprattutto la deliziosa debuttante Valeria Bilello guidano uno straniato balletto fuori e dentro la finzione che può comunicare il blend un po’ detestabile un po’ commovente dei nostri tempi angosciati, disillusi, speranzosi, nevrastenici, competitivi, velleitari. Anche la città, ovviamente, prende parte a questa corsa verso una verità che non esiste, o meglio si nasconde nei dettagli, mostrando i suoi versanti di malinconica bellezza: aiutata in questo strip-tease figurativo dalle musiche dolcemente démodé di Simon & Garfunkel e dall’uso di colori-guida (rosso, giallo, verde ecc.) di volta in volta in accordo con le diverse fasi del racconto. Gli episodi in sé non sono tutti dello stesso livello, ma ciò che conta è l’umorismo aggraziato – ci sono persino i siparietti che dividono i capitoli, come nei vecchi film di Totò – col quale Salvatores confonde le etichette dei destini individuali, suggerisce a tutti noi esorcismi non fideistici bensì omeopatici e riesce a costringere la poesia a specchiarsi nei momenti giudicati più inadatti dal copione che qualcuno ci ha assegnato.
Da Il Mattino , 26 marzo 2010

“Happy Family” è un meta cinema che racconta cosa vuol dire essere felici. E’ una commedia che racconta la vita come se fosse un film. Oppure è un film che racconta la vita come se fosse una commedia. Oppure ancora come diceva Groucho Marx “Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere…nella vita non c’è una trama!”
Happy Family è una confessione camuffata, un diario mascherato, una commedia che parla della paura di essere felici, di cambiare la nostra vita per qualcos’altro che non conosciamo. È una “meta-avventura” che gioca nella Milano d’estate, quando non si muove una foglia. Anzi, nel bagliore del sole si può anche vedere un gabbiano. Ma che ci fa un gabbiano in una città dove non c’è il mare?
E intanto si mescolano tutti i desideri e tutte le paure di essere troppo, di non essere nessuno. Happy family è sorrisi, scontri e incontri esaltanti; è imperfezioni guardate con ironia e difetti che diventano allegoria di realtà. E così si scaccia per un po’ il terrore quotidiano di vivere a metà, di essere scontati.
Tutti i personaggi di questo film hanno paura di qualcosa. Di questa paura ne parla Ezio (Fabio De Luigi) all’inizio. Ezio è uno scrittore, vorrebbe scrivere Il Film, ha tutto: un computer e i personaggi, gli manca solo la storia (“Perché la vita o la si vive o la si scrive” scriveva Pirandello). Ha circa 38 anni e in vita sua ha realizzato poco o niente, anzi diciamo niente. Tira avanti egregiamente perché il padre, in quanto inventore dell’ingegnosa palla per il detersivo da usare nelle lavatrici, gli ha lasciato una piccola fortuna. Nel suo portatile i personaggi prendono vita scandendo una certa insofferenza nel non aver una parte, una dimensione, qualche battuta in più…
Pirandellianamente Ezio dirige la storia interagendo con le sue creature. Non è solo un deus ex machina che muove i fili, ma diventa burattinaio di se stesso. È coprotagonista della sua storia, che narra di due famiglie, i cui destini si incrociano perchè i rispettivi figli sedicenni, Filippo (GianMaria Biancuzzi) e Marta (Alice Croci) vogliono sposarsi. Filippo è figlio di Anna (Margherita Buy) sposata, in seconde nozze, con Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), che è padre di Caterina (Valeria Bilello) e figlio di Nonna Anna (Corinna Agustoni).
I genitori di Marta sono semplicemente la mamma (Carla Signoris) e il papà (Diego Abatantuono) di Marta, dal momento che Ezio li ha lasciati senza nome. Sono due personaggi talmente improbabili, tali genitori tale figlia, da essere magnificamente adorabili. Anna e Vincenzo sono una coppia molto benestante, ma non per questo meno teneramente stramba, figli compresi: Filippo indossa fumettistici gilet fatti a mano, Caterina ha la convinzione di odorare di sottoaceti.
Sono due famiglie di oggi, che sfuggono alle catalogazioni e alle etichette, in evoluzione continua, in equilibrio precario, vive e confuse. Un banale incidente stradale catapulta il protagonista-narratore al centro di questo microcosmo. Dopo averci regalato la fantascienza con Nirvana e il noir con Come Dio Comanda, Gabriele Salvatores ritorna, con il suo carismatico garbo, alla commedia. E lo fa sorridendo. Tratto dall’omonima opera teatrale, di Alessandro Genovesi, qui nelle vesti di cosceneggiatore insieme al regista, Happy Family è stata rappresentata al Teatro Elfo di Milano (fondato tra gli altri dallo stesso Salvatores nel 1972).
La versione cinematografica sa essere sorprendente, ammiccante, e caparbiamente anche un po’ frivola. Ma come ogni burattinaio esperto e intelligente, Salvatores sa intrecciare nelle trame della commedia sentimentalismi narrativi forti, che ondeggiano tra riflessione e leggerezza. La sua assennata abilità si estrinseca nella messa in scena che delinea con teatralità la distinzione tra realtà e finzione, tra il percepito e il percepibile, tra indizio e farsa. Questo avviene grazie a una fotografia, a una scenografia e ai costumi che sono stati essenziali nel delimitare, con un uso premuroso e compito dei colori, il reale e l’immaginario. E il gioco di colori viene enfatizzato ancora di più dalla colonna sonora emozionante, che propone tra gli altri brani, alcuni successi, che suscitano emotivi brividi, di Simon e Garfunkel, da Leaves that are green a April come she will.
Salvatores, che ha la dote di dirigere gli attori lasciandoli respirare di spontaneità, non ci ha solo regalato una commedia brillante, ma, con Happy Family, ha scritto una dichiarazione d’amore a Milano, che viene rivelata in tutta la sua poesia nascosta. E per ultimo, senza togliere nulla agli interpreti fascinosi di talento, il regista Premio Oscar, finalmente dopo vent’anni da Turnè, dona di nuovo al grande schermo il brioso ed estroso e magnifico duo composto da due portentosi e vispi Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Reduce dal cupo e tragico Come Dio comanda, Gabriele Salvatores torna con la sua opera n. 14 a un cinema più brillante, spensierato e, molto probabilmente, anche più personale ma certamente non meno riflessivo di quanto non lo fosse già la sua ultima pellicola. Happy Family rappresenta una tappa piuttosto importante per la carriera del regista partenopeo trapiantato a Milano, che riunisce nel cast due “vecchi” compagni di avventure quali Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio, i suoi attori “feticcio” per eccellenza con i quali ha indubbiamente dato vita alle sue prove registiche più memorabili.
Un altro aspetto che rende questo film speciale sta nell’impianto narrativo e, più in generale, in tutta la sua struttura, che prende spunto da una commedia scritta da Alessandro Genovesi e prodotta dal Teatro dell’Elfo di Milano, nel quale Salvatores, agli inizi del suo percorso artistico, ha portato in scena diverse opere divenute presto dei veri e propri punti di riferimento generazionali.
Pur nella sua (apparente) leggerezza e semplicità nei contenuti, è innegabile che Happy Family sia un film tutt’altro che omogeneo e lineare, dal momento che le scelte di regia e di scrittura adottate da Salvatores e dal collega Genovesi, con cui ha co-firmato la sceneggiatura, sono assolutamente originali e coraggiose. La pellicola ha al suo centro due vicende: entrambe vedono protagonista Ezio Colanzi, che nella prima scrive il suo film compiendo gesti quotidiani e alla continua ricerca dell’ispirazione, mentre nella seconda vive in prima persona le situazioni da lui stesso narrate nel suo copione.
Sovente i toni da commedia scanzonata lasciano spazio a un vero e proprio meta-cinema, non nuovo a chiunque conosca anche solo una parte della filmografia di Spike Jonze, Michel Gondry, Charlie Kaufman e soprattutto Wes Anderson, di cui lo stesso Salvatores si è dichiarato grandissimo ammiratore, e non di rado la messa in scena assume evidenti sfumature teatrali, con gli stralunati protagonisti che spesso parlano direttamente in macchina, esattamente come fa un attore teatrale che si rivolge al pubblico rendendolo partecipe o addirittura parte integrante della storia.
Una grande nota di merito va anche al cast, che oltre ai già citati Abatantuono e Bentivoglio – con il primo che viaggia praticamente a briglie sciolte rendendosi come sempre divertentissimo e il secondo più contenuto ma comunque impeccabile – vanta una buona prestazione del vero protagonista Fabio De Luigi e prove altrettanto convincenti da parte di tutti gli altri interpreti.
Surreale e fuori dagli schemi, Happy Family è un film che non annoia mai, che diverte con intelligenza ma che sa anche far riflettere. Una commedia anticonvenzionale che forse non sarà ricordata come uno dei migliori lavori di Gabriele Salvatores ma che ha il pregio di essere diversa da molte altre commedie, italiane e non, proponendosi con onestà e sincerità e facendosi apprezzare per il modo in cui è concepita e realizzata.
Francesco Manca, da “cinefile.biz”

Happy Family un gioiellino modernista di un orafo settentrionale, le Mine vaganti un monile barocco di un orefice mediterraneo. E il gioco potrebbe continuare, data la pioggia di famiglie di cui gronda il nostro cinema. Ma il film in questione, come molte creazioni di Salvatores, è interessante anzitutto per il solito tentativo dell’autore di coniugare i media odierni, recenti e nuovissimi, in tutte le salse (vedi Nirvana e Quo vadis baby?), mettendoli in relazione, senza dimenticare cultura letteraria e teatrale. Così, in quel modo intelligente e freddino tanto milanese e rilassato, Salvatores ci regala una commedia dove musica, teatro, cinema e cartoons al computer si mescolano con un tocco ora pop ora colto.
Da Pirandello a Keaton, da Allen a Fellini, dal Notturno n. 20 di Chopin a Simon e Garfunkel, tutto convive e si mescola come nella famiglia teatrale e nel gruppo di amici che riflette il particolare concetto di famiglia che l’autore – come lui stesso dichiara in una intervista – sperimenta nella sua vita reale. Ma a proposito di vita reale: sappiamo davvero cosa è? E i personaggi inventati nel film dallo sceneggiatore Ezio sono veri quanto lui o sono falsi? Può ciascuno di noi scrivere la trama della propria vita o è questa impossibilità a fare la differenza tra finzione e verità? Molti gli interrogativi, alcuni scontati, altri che non hanno perso efficacia, mentre il racconto si dipana facendo divertire lo spettatore con il garbo della sceneggiatura e delle battute, il ritmo prezioso del montaggio di Massimo Fiocchi, la bella fotografia di Italo Petriccione.
Al centro della narrazione, che non casualmente si apre e si chiude con un sipario e si divide in tre quadri tipo cinema muto, lo sceneggiatore Ezio, che vive di rendita, abita in un loft dove ogni oggetto rimanda a una cultura anni ’60 e che sta mettendo in scena una sua invenzione. In essa due famiglie s’incontrano per una cena durante la quale due ragazzi sedicenni vogliono annunciare la loro decisione di sposarsi. Ma nel gruppo si troverà ad entrare anche l’autore, finito tra i suoi personaggi per via di un incidente che lo catapulta sulla scena. Delle due famiglie, una di classe media e l’altra decisamente benestante, la prima è formata da genitori, due figli e una nonna che veleggia verso la demenza senile, l’altra da padre, madre e una figlia supermoderna. Lo scrittore Ezio, ultimo entrato, non avrà occhi a tavola che per Caterina, la figlia più grande della famiglia ricca. Intanto la conoscenza tra le donne e gli uomini fa nascere nuove relazioni; i ragazzi invece capiscono che non è il caso di sposarsi.
Ezio, che scriveva per non innamorarsi nella realtà, scopre di essere cotto della giovane appena conosciuta, ma un minuto prima di baciarla decide di uscire dal film, lasciandolo aperto e irrisolto e provocando la ribellione dei suoi personaggi che, pirandellianamente, vogliono invece sapere come andrà a finire per ciascuno di loro. Le ultime sequenze, tra le migliori del film, presentano un brano che ricorda molto la Manhattan di Allen, una carrellata in bianco e nero su una Milano affascinante, notturna e bagnata. E il giorno dopo qui ci fermiamo prima che il sipario si chiuda.
Tra gli interpreti, tutti bravi per sfumature come valore aggiunto alle prestazioni precedenti, spicca la prova di Fabrizio Bentivoglio che, abbandonata l’esagerata caratterizzazione di altri personaggi, regala allo spettatore misura e ironia, saggezza e frustrazioni in un mix da non dimenticare.
Olga di Comite, da “cinemovie.info”

Ezio (Fabio De Luigi) è un autore in cerca di una storia. O almeno cerca di scriverla. Però è solo e con poche idee nel suo loft milanese, accompagnato dalla sola colonna sonora di Simon and Garfunkel, eredità che gli ha lasciato l’ex fidanzata.
E così inizia il suo tentativo di descrivere un gruppo di personaggi: due famiglie unite dai figli sedicenni che vorrebbero sposarsi. La prima, alto borghese dove il marito (Fabrizio Bentivoglio) e padre di Caterina (Valeria Bilello), ha appena ricevuto dalle lastre un’angosciosa verità, la moglie (Margherita Buy) e madre di un ragazzo “particolare” sopravvive tacitamente all’insoddisfazione, e in più una nonna amante della buona cucina ma piuttosto rimbambita.
L’altra famiglia invece è formata da un giramondo che si fuma ancora le canne (Diego Abatantuono), una moglie insoddisfatta, ubriacona e logorroica (Carla Signoris) e da una figlia che evade le tradizioni. Personaggi che pretendono oltre ad un perché anche un finale concreto e dunque si ribellano allo stesso Ezio, che perciò è costretto a inserire se stesso come protagonista nella sua storia.
Il film è strutturato così in tre atti principali: “Personaggi ed interpreti”, “Confidenze” e infine “The family”. Lo stesso Salvatores ha affermato che per lui questa divisione è un po’ un paradigma di un nuovo tipo di famiglia moderna, dove i soggetti non sono più esclusivamente dentro il cerchio familiare ma insieme col tempo finiranno per creare ugualmente una vera e propria “family”. Inoltre la sceneggiatura scritta per questo film insieme ad Alessandro Genovesi è stata già un’opera teatrale, nonché la sceneggiatura per la quale Genovesi ha vinto il prestigioso Premio Solinas.
Salvatores, comunque è un maestro e nella regia riesce a dare il meglio, ambientando la storia in una Milano vista quasi esclusivamente dal basso (come nei quadri appesi nella stanza di Ezio), e creando atmosfere sature di colori: rosso, giallo, blu o verde, mescolati o da soli. O nero e bianco che accompagnano un bellissimo sguardo notturno su Milano, mentre dal piano fuoriescono le note carezzevoli del famoso “Notturno” di Chopin. Magnifica fotografia, scenografia e costumi.
Una commedia piena e al tempo stesso leggera, proprio come dovrebbe essere, proprio come solo Salvatores è ancora capace di fare.
Nicole Braida, da “cinemovie.info”

Nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa, con cui Gabriele Salvatores torna alla commedia, dopo film drammatici quali Io non ho paura e Come Dio comanda, accade che due famiglie incrocino i rispettivi destini a causa dei figli adolescenti, Marta e Filippo, decisi a sposarsi con l’ostinazione dei loro sedici anni. È l’idea al centro di Happy Family, tratto dall’omonima commedia di Alessandro Genovesi, qui co-sceneggiatore insieme al regista premio Oscar per Mediterraneo. Le due famiglie hanno in comune solo il fatto di vivere entrambe in una Milano fotografa in modo talvolta un po’ surreale, ma per il resto sono davvero molto diverse, una ricca e borghese, l’altra “alternativa” e sopra le righe. La prima è costituita dall’avvocato Vincenzo (uno strepitoso Fabrizio Bentivoglio) e la sua (seconda) gentil consorte Anna (un’impareggiabile Margherita Buy), che abitano in un sontuoso attico che appartiene da generazioni alla famiglia di Vincenzo. Nell’altra famiglia troviamo invece un papà ex-sessantottino (un esuberante Diego Abatantuono), fumatore accanito di marijuana nonché inguaribile sognatore che, dopo aver cambiato tanti lavori nella sua vita, ha deciso sostanzialmente di sprofondare nella comodità del divano domestico, ed una mamma (una esilarante Carla Signoris), frustrata nell’amore e nel lavoro, alle prese con una figlia adolescente ribelle, Marta, con cui non è mai d’accordo su nulla e che stenta a comprendere. La prima famiglia si completa con Caterina, la figlia di primo letto di Vincenzo, eccellente pianista, e Anna, l’anziana (e svitata) madre di Vincenzo con la sfrenata passione per la cucina (soprattutto per i più arditi accostamenti concepibili). Il bello è che quando Marta decide di non sposare più Filippo, l’improbabile legame ormai instauratosi tra le loro famiglie resta in piedi. Scopriremo i molteplici intrecci di Happy Family dalla prospettiva privilegiata di Ezio, trentottenne aspirante sceneggiatore (un sorprendente Fabio De Luigi), ben deciso a scrivere un film d’autore ma capace d’incassare un bel po’, che si ritrova catapultato in siffatto microcosmo a causa di un banale incidente stradale. L’aspirante autore dialoga con i suoi otto personaggi, tutti frutto della sua fantasia, attraverso e fuori il suo portatile, sul quale sta scrivendo la sceneggiatura. Questi, con esplicito riferimento ai Sei personaggi in cerca di un autore di Pirandello, pretendono da lui una maggiore rifinitura dei loro caratteri e una trama ben definita con un finale non aperto. Il pubblico che va al cinema odia i finali aperti, protestano fermamente in una scena memorabile del film, quando lo sceneggiatore prova a lasciare a metà la storia, spegnendo il computer. Caterina ad esempio, a cui l’autore aveva promesso di essere la protagonista del film, si vuole innamorare, mentre il di lei padre Vincenzo, che ha scoperto di essere malato di cancro, “naturalmente maligno” come precisa talvolta, vuol sapere se alla fine morirà, dichiarandosi comunque disponibile a guarire, e così via. Una bella storia sulla paura di essere felici, ravvivata da una magnifica colonna sonora composta dalle canzoni di Simon & Garfunkel ed interpretata da due variopinte famiglie ‘normali’, in costante cambiamento ed in equilibrio precario, come molte altre dei bui tempi che corrono. Lo stesso Salvatores ha chiesto i diritti delle canzoni del celebre duo a Paul Simon, il quale è stato ben lieto di concederli, visto che così la sua musica sarebbe diventata la colonna sonora di un film per la seconda volta dopo Il laureato – ma le citazioni filmiche si sprecano, a voler considerare anche il notturno di Chopin già Leitmotiv de Il pianista o lo struggente finale consolatorio che ricorda non poco quello de Le invasioni barbariche di Denys Arcand –. Insomma, una commedia esilarante e delicata allo stesso tempo, capace di raccontare la vita come se fosse un film oppure un film che racconta la vita come se fosse una commedia, dipende dal punto di vista, con la differenza, come diceva Groucho Marx, che nella vita non c’è trama…
di Paolo Boschi e Hans Honnacker, da “scanner.it”

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere a Gabriele Salvatores è la ferma volontà con cui, dopo essere stato inaspettatamente baciato dall’Oscar per Mediterraneo, abbia deciso di perseguire sempre la strada più difficoltosa, rifiutandosi di vivere di rendita e di adagiarsi nell’immagine preconfezionata di autore d’esportazione. Da questo punto di vista Salvatores è davvero “poco italiano” (per utilizzare un’espressione ormai entrata nel linguaggio comune grazie alla serie Boris) e non sorprende per nulla che il suo ultimo film sia stato acclamato dal pubblico di Los Angeles e che forse sarà addirittura oggetto di un remake statunitense. Nel corso della sua carriera cinematografica ormai più che ventennale, il regista si è cimentato con coraggio in progetti molto diversi tra loro, privilegiando spesso sentieri poco battuti dal nostro cinema, basti citare l’esperimento di fantascienza made in Italy rappresentato da Nirvana, opera ambiziosa, anticipatrice, poco compresa da critica e pubblico. Ondeggiando tra svariati generi, e soffermandosi nell’ultimo periodo soprattutto sul noir, Gabriele Salvatores ha sempre tentato di fondere (con esiti più o meno felici) una vocazione sperimentale (ereditata dai suoi trascorsi di regista teatrale) con l’attenzione per il mercato e i production values, riservando però sempre una cura particolare per l’elaborazione del linguaggio cinematografico.

Valeria Bilello in una scena della commedia Happy FamilyEppure, al di là dell’eclettismo formale e della discontinuità d’approccio con cui si presenta in apparenza la sua filmografia, il cinema del regista si fonda, fin dalle prime opere, su alcuni indiscutibili e costanti punti fermi. L’ossessione per la traduzione in immagini di un testo scritto (quasi tutti i suoi film sono tratti da romanzi o da commedie); la predilezione per uno stile antirealistico che lascia affiorare in primo piano le componenti della messa in scena; l’amore per i personaggi in fuga, sospesi tra più vite e tra più storie. E il suo ultimo lavoro, Happy Family, si inscrive appieno in questo percorso autoriale. Gabriele Salvatores torna, infatti, nuovamente alle origini teatrali della sua carriera, adattando per il cinema la commedia omonima di Alessandro Genovesi, messa in scena dal “suo” Teatro dell’Elfo. E lo fa con un testo meta-narrativo alla Pirandello, in cui a essere protagonisti sono personaggi in crisi d’identità persi in un universo di finzione.

Fabio De Luigi in un’immagine del film Happy Family”Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere… nella vita non c’è una trama!”, “Non si può fare il regista nella vita, la vita non ha regia”, sono alcune frasi rivelatrici del cuore di Happy Family, che riflette su un tema già a lungo dibattuto in letteratura e a teatro: l’inestricabile intreccio di finzione e realtà che sta alla base del processo creativo. Proprio come in Sei personaggi in cerca d’autore, dei caratteri di finzione si ribellano al loro creatore, irrompono nel suo mondo ed esigono che le loro storie non vengano lasciate in sospeso. Ezio (Fabio De Luigi) è un soggettista cinematografico un po’ svogliato e frustrato, al lavoro sulla commedia Happy Family. Inventa il racconto di due famiglie milanesi, una più elitaria (i cui genitori sono interpretati da Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy) e l’altra più ordinaria (impersonata da Carla Signoris e Diego Abatantuono). Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy in una scena della commedia Happy Family Due mondi sociali separati, che si scontrano perché i rispettivi figli più piccoli, Filippo e Marta, decidono improvvisamente di sposarsi. Sono due mondi separati anche quello di Ezio e dei personaggi che egli ha creato, ma finiscono anche loro per scontrarsi durante un bizzarro incidente in un’afosa giornata milanese. L’autore si ritrova così a cena con tutte le sue “creature”, e si innamora persino della donna ideale che ha concepito interamente nella sua immaginazione, Caterina (Valeria Bilello). E se in Nirvana il protagonista di un videogioco, resosi conto di essere prigioniero di una simulazione virtuale, implorava il suo master of puppets di porre fine alla sua esistenza, in Happy Family al contrario i personaggi inventati da Ezio vogliono continuare a “vivere”, e intimano lo scrittore di completare il loro arco narrativo.

Un’immagine del giovane Gianmaria Biancuzzi dal film Happy FamilySi apre e si chiude con un sipario Happy Family, malgrado ciò la regia di Salvatores risulta la meno teatrale possibile. La messa in scena, anzi, valorizza in modo notevole proprio la dimensione ambientale in cui si svolge l’azione, finendo per tratteggiare in controluce anche un ritratto inconsueto della città di Milano. Il regista privilegia tutti i trucchi che servono a far risaltare il meccanismo di finzione della rappresentazione cinematografica, a partire dal fatto che ogni personaggio si rivolge direttamente allo spettatore guardando di fronte la macchina da presa e rompendo così l’illusione della “quarta parete”. Ma ogni dettaglio di fotografia, scenografia e costumi è congegnato per risultare stilizzato e innaturale, giocando sulla predominanza cromatica di colori primari (rosso, verde, blu, bianco e nero). La struttura narrativa si disperde in mille rivoli, scomponendosi in maniera ipertrofica e generando un’esplosione di micro-racconti, inserti, divagazioni oniriche e flashback. Questa ricercata confezione formale non rovina però il godimento da parte dello spettatore, che può semplicemente fruire il film come se fosse una classica commedia romantica, ricca di momenti umoristici, e valorizzata da un cast particolarmente ispirato e affiatato. Happy Family si rivela dunque un esercizio di stile di certo riuscito, cui si può solo rimproverare il fatto di essere eccessivamente derivato da modelli estetici di altri (soprattutto del cinema di Wes Anderson, con un riferimento particolare a I Tenenbaum).
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

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