Gli amori folli


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Marguerite esce da un negozio di scarpe e subisce il furto della borsa. Georges trova il suo portafoglio per terra, nel parcheggio di un centro commerciale e comincia a fantasticare su di lei, ancora prima di contattarla, senza conoscerla. Il desiderio di questa donna che fa la dentista e il pilota di aerei leggeri è così forte che riempie la sua vita di padre di famiglia e di marito di pensieri e azioni irrazionali. Marguerite resiste, ma per poco. È una corsa verso l’errore, piena di vita, inarrestabile.
A quasi novant’anni, Alain Resnais, con Les Herbes Folles, tratto dal libro di Christian Gailly “L’incident”, elabora un film che si può dire virtuoso, tanto nel senso di musicalmente inappuntabile, quanto in quello di visivamente e narrativamente acrobatico.
Storia di una passione irragionevole, spuntata come l’erba che esce dall’asfalto là dove non ce la si aspetta, rigogliosa e capricciosa in età matura, l’opera di Resnais vola in alto come il velivolo di Sabine Azéma, diverte con dialoghi-piroette, fa desiderare di non scendere mai a terra, di restare in sella al film, dove tutto è sorpresa e tutto è affrontabile e affascinante, anche il disarcionamento.
Esperto di costruzioni non lineari, di realtà binarie e sovrapposizioni temporali, Resnais –che con Mon Oncle d’Amérique riscrisse le accezioni del vocabolo “sceneggiatura”, influenzando tra gli altri anche Kaufman e Gondry- continua il suo viaggio tra determinismo e aleatorietà dell’esistenza, legandolo alla forma cinema, forma a sua volta aperta e costretta insieme.
Se i personaggi di Parole, parole, parole più che esprimersi, si ritrovavano dentro dei testi che parevano scritti per loro, quelli di Les Herbes Folles fanno della letteratura di Gailly, della costruzione della sua sintassi, un trampolino di lancio per la loro avventura di sognatori, di verificatori di qualcosa che potrebbe esistere, potrebbe non iniziare mai (lo dicono loro stessi), potrebbe suscitare il riso, il sorriso, l’emozione. E lo fa.
Cineasta moderno e cerebrale, qui Resnais si scuote di dosso la neve di Cuori e realizza uno dei suoi film più caldi, con punte di ghiaccio bollente, dove i personaggi assomigliano sempre meno a delle cavie e la più generale delle esperienze –quella amorosa- si fa in fine particolarissima. Un film conclusivo, che (ri)apre sulla speranza.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

L’ «inganno» di Alain Resnais è una (finta) storia di passioni
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera
Come spesso accade con i «grandi vecchi» – e Resnais quando presentò Gli amori folli l’ anno scorso a Cannes (premio speciale della giuria) stava per compiere ottantasette anni – l’ età e i riconoscimenti ottenuti finiscono per trasformarsi in una carica «libertaria» che cancella imposizioni e regole, paure e limiti, dando il là a opere che finiscono col sorprendere per invenzione e libertà. Proprio come succede con questi amori folli, «infedele» titolo italiano di un originale (Les Herbes folles) che spiega meglio l’ immagine ricorrente nel film delle erbacce selvatiche che nascono dove meno te lo aspetti, nelle più inaspettate fessure del cemento stradale. Per Resnais è una poetica ed eloquente metafora dell’ imprevedibilità delle azioni umane, di cui cercherà di dare una altrettanto poetica e «imprevedibile» dimostrazione con i casi che un bel giorno fanno incrociare il destino di Marguerite Muir (Sabine Azéma) e Georges Palet (André Dussollier): lei subisce lo scippo della borsa, lui ritrova il portafoglio abbandonato dallo scippatore, lei telefona per ringraziare, lui vorrebbe qualche cosa di più, almeno un incontro… Ma si ingannerebbe lo spettatore se dopo questo inizio si aspettasse un qualche tipo di evoluzione verso il melodramma amoroso. Così come sono destinati a restare sospesi e indeterminati gli indizi che possono far pensare a una qualche «perversione» di Georges, costretto a fare a meno dei suoi diritti elettorali e preoccupato che il poliziotto a cui ha riconsegnato il portafoglio possa averlo riconosciuto. Che cosa si nasconde nel passato di Georges? Perché passa i suoi giorni a casa senza lavorare? Perché la moglie (Anne Consigny) sembra non preoccuparsi più di tanto del desiderio del marito di conoscere la proprietaria dei documenti che ha ritrovato? Perché la derubata, che scopriremo vivere da sola, fare la dentista e avere la passione, oltre che il brevetto, per il volo non è infastidita più di tanto delle attenzioni di Georges? E anzi cerca di instaurare uno strano rapporto con la moglie dell’ uomo? In un film «normale» sono tutte domande a cui lo spettatore si aspetterebbe prima o poi di ottenere una risposta, o comunque di trovare delle tracce che possano indirizzarlo sulla strada della soluzione, ma con Resnais è fatica vana. Persino il finale è lasciato in sospeso, con lo sberleffo dell’ ultimissima scena, dove una bambina (di cui ignoriamo l’ identità) chiede alla madre se, diventando un gatto, potrà anche lei mangiare i croccantini. Per tutta la sua carriera il regista bretone si è fatto un dovere di confondere le piste e ingarbugliare le tracce. E non certo per il gusto della sorpresa fine a se stessa. A ripensare ai suoi film, anche quelli più ostici e difficili, non c’ è mai niente di gratuito, di fine a se stesso: mescolare i piani della memoria e del ricordo, del tempo e dello spazio è servito a Resnais per togliere allo spettatore le certezze che un cinema fin troppo codificato aveva instillato. Difficile identificarsi con uno dei suoi personaggi, difficile dividere con precisione i sogni dalla realtà, il passato dal presente: tutto serve per distruggere le sicurezze che il «realismo» del cinema ha reso lingua universale. Anche il racconto del narratore, che invece di spiegare moltiplica le domande. No, Resnais non ci ha mai creduto e a maggior ragione non ci crede in questo ultimo film, dove il gioco delle sorprese e dei ribaltamenti diventa a un certo momento vorticoso, labirintico, inestricabile. Con tutti i rischi che questo «gioco» comporta. Perché se chiediamo al cinema di farci dimenticare la logica della vita e siamo disposti a farci guidare verso terreni imprevedibili, allora la sorpresa può trasformarsi in piacere. Ma se il gusto un po’ surreale e iconoclasta di «distruggere» la realtà come la conosciamo ci prende la mano (e qui il sospetto fa capolino più di una volta), se le domande si moltiplicano (quasi) all’ infinito e le risposte non arrivano mai, allora il rischio è quello di sentirci di fronte a un’ intelligenza di cui sfuggono le ragioni. E il piacere lascia il campo a un sentimento di rispettosa estraneità.
Da Il Corriere della Sera, 30 aprile 2010

Resnais, due sconosciuti e un portafoglio
di Roberto Nepoti La Repubblica
Un film aereo, volteggiante, un po’ folle come il titolo, Les herbes folles. Si sente aleggiare un sorriso sapiente, alla Raymond Queneau, mentre una voce off racconta la storia bizzarra di un possibile amore: protagonisti una dentista con l’ hobby del volo e un padre di famiglia disoccupato. Nel prologo, ammirevole per grazia e inventiva, si assiste al gioco del caso che mette in relazione i due sconosciuti: un portafoglio rubato a lei e ritrovato dall’ uomo in un parking. Segue una storia di telefonate, incontri e malintesi suddivisa in otto fasi, corrispondenti alle regole per pilotare un velivolo. Per Alain Resnais è il primo adattamento da un testo letterario; ma come sempre il regista veterano se ne appropria, annettendolo al proprio inconfondibile universo filmico. Effetto cui contribuiscono, nelle parti principali, i suoi attori-feticcio Sabine Azéma e André Dussollier; più la new entry Mathieu Amalric, nel ruolo spassoso di un poliziotto.
Da La Repubblica, 21 maggio 2009

Mariuccia Ciotta
Il Manifesto
In concorso un eccentrico grande maestro, Alain Resnais con Les herbes folles, in campo l’amata Sabine Azéma e l’attore preferito André Dussollier, diario emozionale di un uomo che segue le sue suggestioni e se ne infischia del senso di gravità e del tempo che passa. Dussollier alias Resnais, il regista di Hiroshima mon amour (’59) e L’anno scorso a Mariembad (’61), segue le tracce di una sconosciuta, scippata all’uscita di un negozio di scarpe (scarpe come sublimi feticci). Ha trovato il suo portafoglio e immagina un’avventura, incontri sotto le luci del neon, al caffè, fuori dal cinema dove danno I ponti di Toko-Ri di Mark Robson… passione comune per il volo, lei ha il brevetto da pilota. Le strade dei due si incrociano in un surreale duetto telefonico, ognuno ama e respinge l’altro… viene in mente Manoel De Oliveira con Michel Piccoli a caccia di Bulle Ogier in Belle Toujours. Come nel film di Alain Cavalier, anche lui affascinato dagli scherzi di memoria, la voce fuori campo del protagonista ci accompagna, ci indica le più insignificanti cose che si animano, spiritelli beffardi, segni di qualcosa che accadrà. Tutt’altro che sentimentale, caustico e impietoso, con Sabine Azéma, capelli rossi elettrici, che dopo aver denunciato il corteggiatore alla polizia, lo insegue, e bypassa perfino moglie (bella e giovane) e figli pur di rivedere il misterioso signore che pretende un po’ di riconoscenza. Che qualcuno ascolti le sue storie, le sue bizzarrie, le sue folli fantasie. Se lo merita.
Da Il Manifesto, 21 maggio 2009

Silvio Danese
Quotidiano Nazionale
A 86 anni, a 50 anni dalla Palma d’oro (per Hiroshima mon amour), Alain Resnais rientra in concorso con una commedia di pulsioni amorose (dal romanzo L’incident di Christian Gailly), fondata su un marito bizzarro, di reazioni imprevedibili e incoerenti, che s’innamora (ma poi la rifiuta, e poi la riprende) di un’aviatrice dilettante, di cui ha ritrovato il portafogli rubato, e la porta a casa dalla moglie, con cui nasce un’amicizia che si sviluppa in un volo in aereo e in un incidente finale. Una voce fuori campo, tiene a distanza le emozioni e ci presenta e commenta l’ossessività di Georges per Marguerite, André Dussolier e Sabine Azéma, che divertono con l’adesione a personaggi che sembrano usciti da un quadro di Magritte. L’enigma dei comportamenti, pieni di umorismo e piccole sorprese, con una parentesi lirica quando Marguerite va ad attendere Georges che esce da un cinema d’essai, è una suspense da cui ti aspetti una spiegazione (che Georges, in passato per esempio, sia stato matto, un nevrotico, che sia alcolizzato o sia stato in carcere) che però Resnais non fornisce mai, lasciandoci in mano una formula ignota del desiderio.
Da Quotidiano Nazionale, 21 maggio 2009

Paola Casella
Europa
Per apprezzare il nuovo film del quasi novantenne Resnais bisogna ricordare il suo amore per la pittura (suoi i film più belli su Van Gogh e Gauguin), perché Gli amori folli (il cui titolo originale era “le erbe matte”) è un insieme di immagini pittoriche di straordinaria potenza evocativa che si uniscono a formare una grammatica filmica insolita e originale, prescindendo, e quasi contraddicendo, il filo narrativo della storia, per aderire all’irrazionalità dei protagonisti, le “erbe matte” del titolo, due sessantenni pronti a buttarsi a capofitto in un’ossessione d’amore del tutto ingiustificabile (razionalmente). Una favola che ha la leggerezza di una piuma, dove la musica e i colori vengono spesso bruscamente interrotti e inspiegabilmente ripresi, come le frasi che i personaggi si dicono, contraddette al loro interno, rispecchiando la scrittura errabonda del romanzo su cui il film è basato, L’incident di Christian Gailly.
Da Europa, 1 maggio 2010

«Amori folli» di Resnais tra sentimenti segreti e dialoghi appassionanti
di Gian Luigi Rondi Il Tempo
Sorretta da uno stile smagliante e da tecniche sapienti e sempre rinnovate. Ce lo riconferma il film di oggi come già ce lo aveva confermato di recente anche «Cuori» all’insegna, con ispirazione felice, degli amori malinconici. Adesso, il titolo della versione italiana lo premette, si tratta di «Amori folli», non però nel senso con cui abitualmente si indicano, ma per delle circostanze singolari e curiose che tendono a farli sentire fuori dalla norma. Resnais li ha trovati nel romanzo di uno scrittore molto fecondo ma di nicchia, Christian Gailly, molto stimato nella letteratura francese di questi ultimi tempi. Con i suoi collaboratori alla sceneggiatura, Alex Réval e Laurent Herbier, li ha rielaborati con rigorosa attenzione per dar loro la collocazione più adatta allo schermo. Intanto una voce narrante, che spiega e commenta. Poi due personaggi che non hanno niente in comune: Georges e Marguerite. Lui sposato con prole, lei votata soprattutto al suo amore per il volo con brevetto di pilota. Un incontro più che fortuito. Lei è borseggiata, il ladro, dopo averne presi i soldi, si sbarazza del portafoglio, lui lo trova e lo consegna alla polizia. L’altra pensa di ringraziarlo, ma si limita a telefonargli, prima disturbandolo poi attraendolo a tal segno che, involontariamente e disturbata a sua volta, lo induce a seguirla, a volerla conoscere e, forse, a innamorarsene. Con la comprensione della moglie che resta tale anche quando lei, pur con alti e bassi e tra varie contraddizioni, è spinta a ricambiarlo… Un gioco, forse, ma dipanato, ad ogni sua svolta, con quasi accigliata serietà, chiedendo al cinema, e ai segreti più fervidi del suo linguaggio, di sostenerla in ogni suo momento. Non solo grazie a quella voce narrante che ha gli echi del romanzo alla base, ma con florilegio di dialoghi vivacissimi, anche quando privilegiano i mezzi toni, e con una costante ricerca sulle immagini, accese spesso da invenzioni suggestive e nuove, dando spazi via via sempre più intensi ai due attori principali che, come già in «Cuori», sono Sabine Azéma e André Dussollier, quasi estraniati da se stessi per poter esprimere i sentimenti difficili dei propri personaggi. Scanditi, in modo congeniale, dalle musiche di Mark Snow, intente abilmente a riprodurre le cadenze quasi sincopate della scrittura dell’autore letterario. Degno corollario di un film perfetto.
Da Il Tempo, 30 aprile 2010

L’ossessione degli amanti, follia e caso
di Cristina Piccino Il Manifesto
Ma allora mi ami grida lui quasi pazzo a lei che arriva all’appuntamento ottenuto dopo ostinato inseguimento davanti a un cinema. Solo che lui e lei non si conoscono, non si sono mai visti. Lui ha trovato in un parcheggio il portafogli derubato di lei, ne ha osservato a lungo la foto lasciandosi andare a un’ossessione amorosa folle. Ma folli sono quelle erbe che crescono sul terreno del sentimento imprevisto, ineffabile, ambiguo, senza ragioni né pretesti. Les Herbes folles è il titolo del film di Alain Resnais che in gara allo scorso festival di Cannes arriva ora nelle sale italiane col titolo Gli amori folli. Una passione di amanti libera e anche un quartetto che ruota all’apparenza intorno alla figura maschile incarnata da André Dussolier marito e dongiovanni in uno strano ammiccamento che pare condiviso, almeno fino a un certo punto, dalla moglie la quale non si stupisce ai suoi tradimenti. E poi c’è qualcosa nel suo passato di misterioso e forse di criminale, un retrogusto di colpa e di delitto…
Resnais segue folgorazioni amorose e tradimenti con grazia quasi fanciullesca, e con un certo umorismo pure nel dolore impalpabile che rasenta la perdita del sé, seguendo i movimenti inattesi di queste figure che un «caso» di geometrie caotiche ha fatto sfiorare e intrecciare. Dalla prima sequenza, quando un ladro deruba la bella e elegante signora mentre esce dalla boutique parigina di Marc Jacobs della sua borsa. É così che la vita di Marguerite Muir, Sabine Azéma, l’attrice icona del regista di Hiroshima mon amour, si intreccia a quella di Dussolier. Ma anche di sua moglie trascinando in questo incontro la socia di studio, Emmanuelle Devos, pure lei corteggiata dall’uomo. Marguerite del resto ha passioni estreme, pilota aerei, è indomita, pure se questo improvviso accumularsi di eventi e di scosse emozionali sembra minare la sua immagine di persona salda, ordinata, ineccepibile.
Resnais, dal romanzo di Christian Gaily, L’incident, conduce questo gioco di fantasie erotiche, punteggiato di telefonate bizzarre e appostamenti davanti casa, spiazzamenti improvvisi e piccole epifanie quasi come un entomologo, affidando la distanza alla voce narrante fuori campo. E però mostra sempre una certa empatia coi suoi personaggi, il loro gioco è anche quello del regista col cinema, che mescola riferimenti, pensiamo al nome della protagonista, lo stesso di Gene Tierney nel film di Mankiewicz Il fantasma e la signora Muir, generi, avventura, guerra, muto, sedotto da uno strumento meraviglioso.
Da Il Manifesto, 30 aprile 2010

GLI AMORI FOLLI di Alain Resnais (Francia, Italia 2009)
di Giona A. Nazzaro
Fenomeno del tutto sconosciuto al cinema italiano, i film migliori degli ultimi anni sono tutti realizzati da cineasti che secondo l’anagrafe sarebbero “anziani”. Basti pensare al caso eclatante del maestro Manoel de Oliveira (che sulla Croisette presenterà il suo nuovo lavoro) oppure al quasi novantenne Alain Resnais che con Gli amori folli firma un film di una libertà sconcertante che ridicolizza gli sforzi vanagloriosi dei presuntuosi rinnovatori del cinema di genere nostrani, dei bessoniti transalpini e dei rampanti digitali d’oltreoceano che non hanno capito Avatar e Zemeckis.
Resnais, come John Ford prima di lui, e giganti come Paulo Rocha, trova una libertà sconcertante proprio di fronte al mutare irrefrenabile del panorama cinematografico. Anzi sembrando lui stesso l’epifania di questa mutazione in atto. Misteriosissima e sconcertante questa gioventù gagliarda della vecchiaia, per un cinema italiano che persino nelle sue manifestazioni più alte (Fellini, Visconti, Comencini, Risi) ha sofferto l’ingiuria del tempo e del declinare della potenza produttiva di un’industria votatasi ad altro (con la sola clamorosa, perenne eccezione del Rossellini televisivo che comunque giovane lo era… “ontologicamente”).
Le erbe folli del titolo originale francese sono quei fili verdi che a volte si notano tra le pieghe dell’asfalto. Una resistenza verde, fragile ma tenacissima, che si fa largo fra il cemento discontinuando il reale e le modalità di apparizione delle cose. Manifestazione di una vita altra che emerge in condizioni avverse proprio lì dove non ci si aspetterebbe altro che la ripetizione dell’identico.
Motivo per cui il titolo italiano dell’ultimo film di Alain Resnais rischia di essere fuorviante rispetto al carattere serenamente alieno dell’originale, nel quale la follia si riferisce al carattere imperscrutabile dell’opacità di un ambiente e di un insieme di relazioni, sentimentali e non, che si offrono allo sguardo come un oggetto concreto: seducente nella sua luminosità materica eppure strenuamente refrattario al consumo distratto.
Fra i talenti emersi nell’alveo della nouvelle vague, Resnais è senz’altro il temperamento più sperimentale di un anti-gruppo che non ha certo mai lesinato in inventiva e sfide alla forma del tradizionale racconto cinematografico. Cantore della fisica dello smontaggio narrativo, è riuscito a rendere fluide e densamente cinematografiche anche le articolazioni più complesse del pensiero del nouveau roman grazie a una sensibilità nella quale la vocazione insurrezionale del modernismo più schietto e motivato s’intreccia indissolubilmente con le ragioni di una cinefilia mai autoreferenziale e sempre generosamente esposta al complesso dei fenomeni culturali.
Con una carriera alle spalle fatta di titoli che sono entrati tutti nella storia del cinema, e continuando film dopo film a lavorare con ineffabile acume matematico a un pensiero della messinscena libera dalle convenzioni del racconto tradizionale, Resnais giunge con Gli amori folli a un cinema di una limpidezza sconcertante per potenza figurativa e serena intelligenza formale.
Lo smarrimento di un portafoglio è l’occasione che permette a Sabine Azéma e André Dussolier, fedelissimi del cineasta che lavora con i suoi attori con l’ostinatissima tenacia di un teatrante che non si stanca mai di manipolare gli stessi materiali per ottenerne suoni sempre nuovi, di intrecciare una sensuale danza che superficialmente sembra come omaggiare alcuni luoghi topici del cinema francese della modernità (Pickpocket di Robert Bresson, gli aerei movimenti cromatici del cinema di Jacques Demy); in realtà, si rivela poco alla volta come un paradossale musical noir cubista scritto da Hans Werner Henze, musicista che tra l’altro ha in passato lavorato con Resnais.
I due protagonisti si inseguono e si cercano lungo gli orli di un cinema di parola che nel momento stesso in cui si offre alla percezione si sgretola e muta forma. Resnais infatti, dopo gli esperimenti sulle variazioni minimali di Smoking/No Smoking e prima ancora con il melodramma da camera e il musical decostruito sembra avere ritrovato il gusto per i movimenti più spericolati della macchina da presa.
Con una fluidità impercettibile, Resnais si muove tra gli strati del reale come se sezionasse il principio d’individuazione del reale. Campo metastabile di futuri equiprobabili, Gli amori folli è un’esplosione di vitalità creativa immersa in un bagno di luci morbide che a tratti fanno pensare addirittura al Coppola minnelliano di Un sogno lungo un giorno.
Lungi dal giocare con il proprio (e il nostro) piacere del cinema, Alain Resnais mette in scena epifanie perturbanti, evidenziando le fratture e le crepe nel tessuto del reale come se in realtà non stesse facendo altro che aggiornare le ronde ophülsiane del desiderio.
Il mondo si conferma indicibile. L’immagine è sempre l’immagine di altro. Lo sguardo, come il desiderio, non può fare a meno di distrarsi, di deviare dal tracciato del visibile. Cinema perturbante, ironicamente inquietante, Gli amori folli conferma ancora una volta il primato dell’intelligenza e di un’idea di cinema “impura” (secondo l’indicazione baziniana) servito al meglio dallo stato di grazia assoluto del gesto di Alain Resnais.
E per convincersene basta ripercorrere con gli occhi l’ultima traiettoria della macchina da presa che chiude Gli amori folli. Da dove parte? Come si muove attraverso lo spazio? Dove arriva? In un film tutto dominato da aporie, da porte che non si chiudono e giunture narrative scardinate, Alain Resnais si concede anche la libertà di un volo a planare che invece di chiudere il film riapre ancora una volta – all’ennesima potenza – tutto il suo cinema. Ammirevole.
da “temi.repubblica.it”

Con i titoli di testa vediamo scorrere le immagini delle crepe di un asfalto spaccato dal gelo (o dal sole). A volte, la vita scherza con se stessa e spuntano erbe nuove o erbacce. Talvolta fioriscono. Sono il caso o la follia bizzarra che dominano tutto, sovrastando, sconvolgendo la ragione ordinata, quella dei pre-giudizi, dei quali pare non si possa fare a meno nel vivere civile.
Gli Amori Folli, o meglio Les herbes folles, è l’ennesima prova di un maestro del cinema, Alain Resnais, uno degli ultimi rimasti. A quasi 88 anni si può divertire a essere sempre se stesso, senza piegarsi. E perché dovrebbe? I suoi film legano, intrecciano lo sguardo dello spettatore, lo confondono, lo ri-abilitano alla visione, lo portano dove vuole il suo occhio maestro, senza che lo spettatore se ne avveda. Non c’è realismo, non c’è nemmeno via d’uscita nell’identificarsi gratificante nei personaggi dei film di Resnais, sarebbe troppo facile e si perderebbe il gusto dell’applauso e dello stupore che ogni fotogramma, ogni sequenza, alla fine dello spettacolo, quando si lascia la poltrona, ci fanno dire, ecco ora sì, sono con lui, mi ha fatto entrare nella sua visione d’artista, mi ha chiamato, ho ascoltato in silenzio e ora sì, sono dalla sua parte! Un maestro, Alain Resnais, che continua a insegnare la sua poesia e a farcela ripetere e ancora e ancora, ma ogni volta con un accento diverso, sempre uguale, ma sempre variata di mezzo tono, ogni volta diverso, a suo piacimento.
Les herbes folles non si possono dominare nella loro imprevedibilità di vita, spuntano e basta. Quando, dove e come vogliono loro. Noi, che crediamo di sapere tutto di noi stessi, è come se fossimo al di qua dello schermo del film della nostra esistenza. Con Resnais possiamo solo subire il fascino prepotente che ci avvolge con le perfette accattivanti interpretazioni della misteriosa sensualità di Marguerite-Sabinne Azéma o dal passato sconosciuto (e forse oscuro) di George-André Dussollier. I due protagonisti (semplicemente perfetti) si inseguono, si sfuggono, si scontrano, senza una logica, senza un perché. D’altra parte se fossi gatto potrei mangiare i croccantini e perdermi nel profumo suadente che emanano…
Resnais prende spunto dal romanzo L’Incident di Christian Gailly e racconta di come Maguerite venga scipppata della borsetta e di come George, casualmente ritrovi il portafogli della donna dai capelli rossi. Così incontreranno i loro destini davanti a un cinema dove proiettano I Ponti di Toko-Ri del 1954 con William Holden aviatore che alla fine muore in battaglia, a fianco dell’amico. Anche Marguerite è una pilota provetta. Ama il suo Spitfire, il glorioso Spit, aereo da caccia inglese della II Guerra. La donna vola in alto come i suoi desideri più nascosti. George, alla fine l’accompagnerà, per trovare i suoi.
Non c’è limite o confine a una natura bizzarra, le erbacce folli spuntano all’improvviso, dove il muro è più sbrecciato, dove l’asfalto è spaccato. A volte neanche le vediamo. La vita non ha memoria, semplicemente si ripete, sempre uguale, sempre diversa, imprevedibile e sublime come il grande vecchio poeta del cinema francese, Alain Resnais, classe 1922.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

di Fabio Ferzetti
Chi ha detto che il cinema è un mestiere da giovani? Alain Resnais ha cominciato a fare film nel 1946 e non ha ancora smesso di stupirci. Ogni titolo una nota diversa, e sempre nuova di zecca. Ogni film un’avventura che sbeffeggia e insieme completa le altre. Il tutto marciando con passo deciso verso una leggerezza che incanta e stupisce nel regista di Hiroshima mon amour. Dev’essere un privilegio dell’età: sono i grandi vecchi i primi e più accesi sperimentatori (nessuno, in questo senso, batte il centenario De Oliveira). Sono i registi che hanno attraversato le epoche e i luoghi più remoti a darci la vertigine di uno spaesamento senza fine.
Ne Gli amori folli, in francese Les herbes folles, che vale anche “erbacce” («Come quei semi che germogliano tra le crepe dell’asfalto o tra le rocce, dove nessuno si aspetterebbe di vederli spuntare», dice Resnais), niente e nessuno è ciò che sembra. Anche perché non lo sembra abbastanza a lungo.
Chi è davvero la vaporosa signorina Muir (irresistibile Sabine Azéma), dentista di professione e aviatrice per passione che in apertura perde il portafogli innescando una girandola di conseguenze insieme banali e imprevedibili? Una matta, una mitomane, una zitella in cerca d’avventure, un’erede del personaggio interpretato da Gene Tierney in Il fantasma e la signora Muir, capolavoro fra commedia e mélo girato da J.L.Mankiewicz nel 1948? E cosa nasconde l’inquieto Monsieur Palet (ineffabile Dussollier) che cercando la proprietaria di quel portafogli non solo fantastica torride complicazioni sentimentali, ma rumina passati e fantomatici delitti?
Non aspettatevi spiegazioni: dove altri introdurrebbero una parvenza di logica, Resnais scarta, divaga, accumula personaggi secondari e digressioni tra affollati gabinetti dentistici, commissariati poco ortodossi, interni di famiglia destabilizzanti. Un po’ perché l’essenziale avviene dentro le teste dei protagonisti (e nelle nostre, se stiamo al gioco). Un po’ per portarci verso uno dei finali più inattesi e sconvolgenti visti in questi anni, purché si intenda il senso condensato in quell’improvviso testacoda che passando a volo radente sulle scogliere della sua Bretagna natale porta una ventata metafisica in quella che sembrava solo una commedia da boulevard un po’ svitata.
È che questi sognatori incorreggibili e disposti a tutto per un attimo di ebbrezza, fosse anche quella da due soldi di una vecchia sigla hollywoodiana, “desiderano il desiderio”, come suggerisce lo stesso Resnais commentando il libro da cui ha molto liberamente tratto il film (Christian Gailly, L’incident). Di qui i capricci, dei personaggi come dell’autore, che non ha bisogno di citare Flaubert per ricordarci come vi sia qualcosa di sé in ognuno di loro. Non siamo così lontani da Cuori, il film precedente di Resnais. Lontanissimo invece è il cinema di oggi, che ormai confonde il fantastico con il fantasy. Ma per un maestro nato nel giugno 1922, questo è davvero il minimo.
da “ilmessaggero.it”

“Gli amori folli” di Alain Resnais
Che sollievo, qualcuno ci dice che è sempre tempo di follia
Volutamente misteriosa è la donna di spalle che entra in un esclusivo negozio di scarpe, l’unico dove lei possa trovare qualcosa di vicino a quel che cerca, perché ha piedi particolari questa donna, dai capelli rossi. A presentarla é una voce che narra, con cadenza e dovizia di dettagli inutili; ma solo in apparenza, perché sono questi frammenti a dare l’immagine del suo volto non ancora inquadrato. Inizia così Gli amori folli e, come spesso, il titolo italiano non considera il significato ben più intrigante di quello originale: Les herbes folles, la malerba che tenacemente e sorprendentemente nasce e si afferma tra inospitali interstizi di pietre e asfalto.
A quasi novant’anni, Alain Resnais, il maestro di Hiroschima mon amour, Mon oncle d’Amerique e Melò, dopo aver lavorato con le pagine di Marguerite Duras e di Alain Robbe-Grillet, chiama a sé la collaudata coppia Azema – Dussolier (Marguerite e Georges) per mettere in scena un’altra opera letteraria: L’incident di Christian Gailly, Editions de Minuit, mai pubblicato in Italia. E la banalità e il quotidiano di un uomo e una donna alle soglie del tramonto si stacca da terra e si libra nell’aria, con un ronzante aeroplano d’epoca, dando vita a un duetto incendiato di follia e ossessione; vitale e al contempo malinconico.
Lei, dopo aver comprato le scarpe, viene scippata da un ladro in skateboard; lui ritrova il portafoglio, e prima di conoscerla, guardando i suoi documenti, la sua fotografia, è colpito dal desiderio di desiderarla. Lui l’avvicina; lei pensa che tutto possa concludersi con un grazie. L’ossessione d’amore si mescola al sospetto dello spettatore; e nulla è più controllabile, in questa particolare commedia romantica d’autore, dagli inquietanti risvolti.
Elementi sospesi, come il passato di Geoges, accompagnano lo sviluppo della storia; con un’alternanza di evidenza e mistero, grazie anche al gioco di squadra di Anne Consigy, Emmanuelle Devos e Mathieu Amalric: la moglie, l’amica e il poliziotto. Il signor Resnais – dice Christian Gailly – non filma la letteratura, compone immagini che ci raccontano qualcosa di completamente diverso: che cosa non so, ma è qualcosa di visibile. E, secondo me, il cinema dovrebbe essere questo. Gli assoli dei pensieri intrecciati animano duetti sincopati tra l’immaginato e l’agito, complice la fotografia di Eric Gautier, che cadenza la progressione dei no e dei sì di Marguerite e Georges ricorrendo a giochi netti di accese dominanti cromatiche; e le pause non sono più le piume che cadono lente su un schermo nero (L’amour a mort), ma il volo radente su un prato verde.
Marguerite, dentista e aviatrice, stacca la sua ombra da una vita che sembrava definita quando entra, di prepotenza, Georges, assoluto e enigmatico. Insieme si abbandonano a una rivitalizzante e tardiva passione, ma c’è una differenza: Georges decide, desiderando il desiderio, mentre Marguerite ne è travolta. Passione e distruzione si coniugano con lentezza per consumarsi poi “fuori campo”.
L’età non conta, o forse sì, perché a quasi novant’anni, Alain Resnais ci dice che è sempre tempo di sorprese. E che, se anche la fine è ineluttabile, l’irrazionale e la follia la possono accompagnare dandole un senso più profondo e il coraggio di spezzare le convenzioni e di deragliare alla ricerca della vitalità; il non arrendersi (come la malerba) si nutre proprio delle follie d’amore.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Lo straordinario ritorno al cinema di uno dei massimi registi viventi che, nonostante la veneranda età, realizza un film moderno e appassionato.
A tre anni di distanza da “Cuori”, produzione franco-italiana di cui ha fatto parte anche la nostra stupenda Laura Morante, torna sul grande schermo Alain Resnais – ottantottenne maestro del cinema mondiale, – e fa di nuovo centro.
Il suo ultimo film “Gli amori folli” (Les Herbes Folles), uscito in Francia il 4 Novembre 2009 e nelle sale italiane dal prossimo 30 Aprile, si riconferma quale summa di tecnica cinematografica e poesia, di sapiente utilizzo della macchina da presa e del montaggio, finalizzati allo scandaglio puntuale delle più nascoste profondità dell’animo umano .
Il racconto – tratto dal romanzo di Christian Gailly L’Incident (Éditions de Minuit, 1996), – inizia con un banale scippo ai danni di Marguerite Muir. Georges Palet, personaggio complesso uscito da un passato compromettente che non viene rivelato chiaramente, ritrova il portafoglio della donna nel parcheggio di un centro commerciale e, cercando tra i documenti un numero di telefono per poterla avvertire, ne subisce il fascino ancora prima di averla conosciuta. Ciò dà l’avvio a una serie di gesti, tanto irrazionali quanto grotteschi, che i due compiono nei continui tentativi di cercarsi e respingersi, di amarsi e odiarsi, di volersi occupare dei propri affari e non poter fare a meno di pensare all’altro.
Da rilevare il singolare comportamento della moglie di Georges, Suzanne, che non prova la minima gelosia per Marguerite, – neanche quando telefona a tarda notte per poter parlare con suo marito – ma che, al contrario, si dimostra con lei gentile e comprensiva.
Anche la collega di Marguerite, Josépha (insieme possiedono uno studio dentistico), – all’apparenza una persona stabile che inizialmente tenta di aiutare l’amica a uscire dalla situazione in cui si è cacciata – avrà i suoi trenta secondi di follia in una scena breve ma intrigante.
Ciò che Resnais presenta agli occhi dello spettatore è un carosello di circostanze improbabili, di primi piani e dettagli di una macchina da presa che si rende spesso protagonista, di analogie (il frequente ricorrere a inquadrature dell’erba che spunta tra le crepe dell’asfalto come gli impulsi totalmente insensati dei personaggi), di avvenimenti soltanto vagheggiati dai personaggi ma che vengono mostrati all’occhio avido del cinefilo nel loro svolgimento immaginario.
E poi ancora l’uso oculato di fotografia e colore – chiari e rasserenanti nelle scene diurne, e da film noir quando sulla città scende la notte, – l’alternanza di momenti che passano dallo humor al claustrofobico, dal surreale alla commedia, e un gusto quasi fetish per la citazione che arriva al culmine nella scena del bacio dentro l’hangar con tanto di fanfara d’apertura della 20th Century Fox che parte improvvisamente, e la scritta “Fin” che lampeggia sul giubbotto di Georges girato di spalle, ma il film non è affatto finito.
Ci sarebbe molto altro ancora da dire ma, dato che il film esce tra meno di una settimana, è meglio lasciar parlare le immagini di Resnais.
da “wuz.it”

La natura è un meccanismo meraviglioso, capace anche di far crescere inesorabilmente un’erbetta dall’apparenza fragile ma in realtà abbastanza forte da poter squarciare di netto il pesante asfalto. Giusto un’immagine questa che appare nei titoli di testa ma monito di un cinema che è ancora così forte da poter spaccare il pesante appiattimento della nostra epoca, e a dircelo non è, purtroppo o per fortuna, un giovane regista, ma un vecchio cineasta che ha vissuto l’intera storia del cinema da protagonista e che ancora adesso, alla soglia dei novant’anni, ci dice che il cinema è sempre vivo, e se un motivo c’è, è che esso può ancora stupire.
La padrona assoluta de Les Herbes Folles è l’immagine, dopo un breve tentativo di delineare una storia, infatti, Resnais ci fa perdere in un labirinto privo di un tessuto narrativo e costituito solo di figure, lasciando allo spettatore l’onere e l’onore di dover ricostruire una trama, poiché la pellicola non ha di per sé una logica prestabilita ma ha il senso che lo spettatore gli dà.
Non appena la pellicola abbozza una direzione, infatti, il cineasta inserisce personaggi secondari, figure che transitano nella pellicola, vicende raccontate a metà e passati appena accennati; come il trascorso di Georges, cinquantenne che per caso trova un portafoglio rosso che è di Marguerite, dentista di professione e aviatrice per passione. A Georges basta soltanto una foto, quella che vede sulla carta di identità della donna, ma quanto può dire una fotografia? Quante storie racconta un’immagine?
Soltanto un cineasta navigato come Resnais poteva basare una pellicola su una fototessera, ma questo particolare ci spinge a comprendere quanto sia ancora del tutto necessario ribadire che alla base del cinema vi è solamente l’immagine. Essa è in grado di tramutarsi in un essere vivente, di avere un presente e un passato, non quello che ha ma quello che noi gli diamo; tanto è vero che Georges senza neppure conoscere Marguerite inizia a scriverle lettere e a raccontarle della propria vita. Come nella vita però, i sentimenti vanno e vengono, senza struttura, senza preavviso e allora da un giorno all’altro si invertono i ruoli: Georges diventa il chiodo fisso di Marguerite, è lei che lo cerca e finalmente lo trova.
Les Herbes Folles è un film straordinario, di forte impatto visivo, che ancora una volta ribadisce l’importanza che ha per Resnais il non detto, il senso che lo spettatore da al film più di ciò che sta nella testa dei personaggi, di quello che fanno o che dicono, confermando come il mondo sia governato primariamente da immagini che sta all’uomo mettere in ordine e costruire una storia dietro il visibile. Resnais sembra dirci che di assoluto esiste solo l’immagine mentre ciò che si pensa o si fa si sviluppa sempre in relazione al significato che l’uomo gli dà, non c’è niente di stabilito, può esserci una fine come possono essercene due e può darsi anche che un giorno, quando saremo gatti, mangeremo croccantini…
da “riflessocinefilo.blogspot.com”

Alain Resnais fa ciò che vuole. L’ha sempre fatto e ora, con l’età e i tributi riconosciutigli, amplifica i modi e i tempi con i quali dire. Non inventa nulla, ma stravolge a modo suo il canone dello stile.
Nel suo ultimo film, l’erba selvatica, l’erba matta (la traduzione del titolo è criminale), cresce dove vuole, senza chiedere spiegazioni né offrire motivazioni plausibili. Quell’erbaccia è la metafora della presenza umana sulla Terra, delle relazioni interpersonali che tale presenza contraddistinguono e rendono unica e, allo stesso tempo, sempre simile a un’altra di cui si è sentito, chissà quando e dove. Ogni storia si assomiglia e – si dice nel film – quando si esce dal cinema tutto è possibile.
L’incidente, così si intitola il romanzo di Christian Gailly dal quale è tratto il film, e tutto cambia, l’incrocio di destini altera un equilibrio apparente al quale pareva esserci abituati. Si dirà che questo è il macguffin di tutto il cinema corale, da Altman a Haggis e Inarritu, e si dirà giusto. Si dovrà specificare, però, che qui si presentano all’incrocio solo due individui, due cespugli arbustivi, come li racconta la locandina originale del film. A lei rubano la borsetta. Lui ritrova il portafogli e, indugiando a riconsegnarglielo, s’incuriosisce di lei, della sua vita, tanto da volerla incontrare.
Ora viene il bello. Ora s’innesca il genio del regista ottantasettenne. Tutto quello che è narrato giace su una base di interrogativi, di irrisolte questioni. Dubbi che allo spettatore sono consegnati come frivolezze senza valore, come effetti di carattere, ma che in realtà fanno deflagrare ogni certezza, mettendo in crisi le nostre deduzioni sulle propensioni dei protagonisti. Tutte queste domande vengono poi messe in secondo piano dal ritmo brillante della commedia, dalla straordinaria prova degli attori e dall’ilarità, ma non sono che spostate di poco, scansate inutilmente, tant’è che nel finale trovano un giusto tripudio e la propria dimostrazione.
Resnais gioca con il montaggio, lo fa dal 1956, altera gli spazi e la successione logica degli eventi. Attraverso il richiamo all’amatissimo fumetto, si vedano le bolle mentali introspettive di Dussollier e Azéma, l’incursione malinconica nella cinefilia e nella citazione, la grafomania e l’importanza della parola scritta: il regista bretone fa se stesso, gigioneggia. Mette in scena egocentricamente tutta l’idea di cinema che chiude saldamente nell’obiettivo della macchina da presa, e la serve nella forma semplice e condivisa della commedia amorosa. Lascia subodorare il melodramma, ma per confondere ancora una volta. Fa sorridere, ma dissemina d’insicurezza ogni risata che il film favorisce.
Diceva Resnais, ormai tanto tempo fa, che ognuno vive nei propri fantasmi e che è questo a rendere impossibile la comunicazione tra le persone. Si prendano i dialoghi nei quali è presente il protagonista maschile. Che parli con la moglie, con un poliziotto e con l’oggetto del proprio desiderio, l’uomo parla a se stesso guardando dinanzi a sé. Dice il poliziotto che farà incontrare i due che l’uomo “faceva certi ragionamenti che non c’ho capito niente”. Ecco, oltre tutti i divertissement e le gigionerie, la cifra di Alain Resnais che spunta, ancora una volta, a ottantasette anni.
da “sushiettibili.it”

Come l’erba canina che lentamente spacca in due le pietre di un cimitero, quella selvaggia dell’ultimo Resnais è la progressiva sedimentazione di una memoria plurale nell’apparente ieraticità degli spazi; una traccia deturnante e deturpante che potrebbe condurre alcuni spettatori Italiani, distratti dal titolo della “nostra” edizione di Les Herbes Folles, in un continuo fuori-luogo; una speranza più che un autentico rischio, un’aspettativa tradita che si tradurrebbe in una forma esperenziale di assoluta libertà; non mi stupirei, a dispetto del critico a caccia di filologie “resistenti” e impermeabili, se si trattasse di un motto di spirito, una decisione beffarda concordata con lo stesso regista Francese. Oltre la reinvenzione continua di un Resnais che si fa riconoscere mai uguale a se stesso, nelle false partenze e nel riavvitarsi iperbolico di un riflesso di vita, c’è quel sentirsi persi nel reale come buco nero, lo stesso che apre il film del maestro Francese, una dimensione verticale nient’affatto ermetica come si potrebbe pensare, al contrario elastica e indefinita, continuamente aperta all’invasione del passato e alla collisione con il futuro, morfologia di uno spazio mondano minato dalla discontinuità. Se volessimo per forza applicare la geografia immaginaria di una “continuità” cinematografica, i movimenti dell’ultimo Resnais avrebbero la consistenza dei carrelli Ophülsiani, la permeabilità dei palindromi Rivettiani in Céline et Julie vont en bateau, il volto sfrangiato delle relazioni nell’Inland Empire Lynchiano, il viaggio di Mrs Muir tra i mondi (la Marguerite Resnaisiana porta il suo cognome), la perdita progressiva di un orizzonte ne La Rupture di Chabrol, i doppi sogni Buñueliani o anche Schnitzleriani, la concretezza terribile degli oggetti nel cinema Bressoniano. Una geografia immaginaria, come si diceva, il reperto mnemonico o l’oggettificazione di un ritorno ossessivo che ha il volto incrinato di una familiare estraneità. Eppure, ne Les Herbes Folles, si ha la sensazione di riconoscersi persi nel presente, è anche il frutto di una sperimentazione sul testo che Resnais esercita con una ferocia sempre più vitale e positivamente oltre lo scacco matto della Cinefilia; un quasi novantenne che guarda la vita con occhi illuminati mentre una generazione di trentenni si fa accecare dall’illusione del Cinema. Nell’Angoscia di non lasciar sfuggire nulla di quel che si intravede appena, di quel che forse ancora non si vede e sarà possibile vedere soltanto più tardi Resnais sembra andare persino oltre i giochi combinatori di On connaît la chanson e Smoking/No Smoking; partendo dalla perversa leggerezza di Coeurs, intreccia il tessuto di un racconto che gioca con l’eresia del nostro raccontarsi e rovescia l’aberrazione temporale di una Soap facendo penetrare una forma “Nera” e inquietante, l’astrazione di un mondo Hitchkockiano che si arresta alla denotazione di un Mcguffin destinato a perdersi in mille direzioni; l’immagine è sempre un’esca per qualcos’altro. Mark Snow sostituisce la forma novecentesca del comporre di Henze (L’amour a Mort) in un prisma sonoro molto più vicino al caos contemporaneo che non alla citazione di un reale “cubista”; ci dispiace per chi ha bisogno di un appiglio semantico che non va oltre i filtri imposti dalle bibliografie universitarie, vere e proprie malleverie della mente; Snow non mette in ostaggio la sua creatività e passa violentemente dal sinfonismo sintetico dei Tv Drama, ad un free Jazz lontano, fino a spazzar via tutto quanto nella forma minacciosa di un drone; strappare ai modelli la prova che esistono con le loro bizzarrie e i loro enigmi. Per chi scrive Resnais immagina l’unico Cinema ancora possibile.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

A quasi ottantasette anni, Alain Resnais si presta ancora una volta a raccontare con la consueta raffinatezza la bizzarria e l’insopprimibile vitalità dell’amore.
Vive l’amour folle
Georges è un uomo di mezza età con trascorsi misteriosi, indubbiamente sfibranti e potenzialmente criminosi.Quel che Alain Resnais sceglie di raccontare di lui, nel trasportarlo sul grande schermo a partire dal romanzo L’incident di Christian Gailly, è sufficiente a lasciarci intuire che, nonostante sia stato amato per trent’anni da una moglie che gli ha dato due splendidi figli, ha sempre avuto una certa tendenza a prendere sonore sbandate per altre donne. Ma il modo in cui si accende per Marguerite, volitiva dentista single con una nuvola di capelli rossi, è fin troppo bizzarro: s’imbatte infatti nel suo portafogli, abbandonato dallo scippatore che l’ha aggredita all’uscita del suo negozio di scarpe preferito. Nella foto della carta d’identità, la donna non fa un grande effetto, e ha l’aria un po’ triste; ma quella della sua licenza di pilota di aereo privato, con gli occhiali da aviatore in testa e quel sorriso da avventuriera, è tutta un’altra cosa. Georges consegna il portafogli al commissariato e, benché terrorizzato all’idea di essere riconosciuto, lascia le sue generalità perché Marguerite possa ringraziarlo. Quando lei cortesemente lo chiama, ha inizio un corteggiamento spinto e ossessivo che finisce per indurre la donna a misure drastiche; ma a lungo andare, la curiosità avrà la meglio su di lei e questo amore impazzito si dimostrerà contagioso.
La prima parte de Gli amori folli, che introduce i personaggi principali magnificamente interpretati da André Dussollier e da Sabine Azéma e che aderisce al modello letterario grazie allo spiritoso e caloroso voice-over di Edmound Baer, è un perfetto esempio della complessità narrativa associata alla levità nella commedia di Resnais: punteggiata di idee visive originali e irresistibili, ci conquista alla causa di questa folle storia d’amore che sembra una pessima idea a tutti tranne che all’audacemente comprensiva moglie di Georges. Nella seconda parte la narrazione di Baer si fa da parte, e così lo spassoso monologo interiore dei due protagonisti, lascia spazio all'”azione”: i personaggi convergono, interagiscono, e la vicenda si sviluppa verso un epilogo oltraggiosamente nonsense che sublima il triangolo nella spiritualità: ecco, per apprezzare questo Resnais bisogna essere almeno un briciolo altrettanto folli. Per fortuna anche quello è contagioso.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

Le erbe matte spuntano fuori dall’asfalto squarciato di vecchie strade di campagna, emergono dentro e fuori l’irragionevolezza del cuore dell’essere umano, segnano traiettorie imprendibili di case contadine e annebbiano il cervello e la vista del desiderio che si nutre del desiderio, secondo una catena, la vita, dove le pulsazioni che guidano le azioni di ognuno procedono per illogici accumuli. Trovare ammassi di erbaccia durante una passeggiata può risultare alquanto fastidioso, ma la fioritura irregolare che talvolta puntella il nostro cuore dona grattacapi certamente più insidiosi, anche perché sboccia senza preavvisi.
Imprevedibili come il cinema di Alain Resnais, fedele a sé stesso nel sunto ma sperimentatore nella forma: geometrico ai tempi di capolavori come “Hiroshima Mon Amour” e “L’anno scorso a Marienbad”, fuori controllo oggi, con una carica libertaria a tratti forsennata.
Come “Mon Oncle d’Amerique” e “Smoking/Non Smoking”, anche “Gli amori folli” è una commedia filosofica, una partita a scacchi che stimola l’intelletto ingabbiandolo in una struttura labirintica e senza via di ritorno.
Lo spunto del portafoglio perso e poi ritrovato, che dà il via all’avventura romantica tra Georges e Marguerite (Andrè Dussolier e Sabine Azèma: assolutamente straordinari), potrebbe essere quello di una sophisticated comedy degli anni 30, ma non tutto è quello che sembra, come indica la sfilata di piedi e scarpe che orchestra l’incipit: fluttuante balletto di grazia o fissità feticista? Sono l’uno e l’altra. Come il film, che si riesce a essere tutto e il contrario di tutto.
Ciò che a Resnais proprio non interessa è la normalità che regna nella vita di tutti i giorni, come suggerisce la sequenza della cena familiare: la musica jazz sovrasta la banalità dei discorsi mentre la mdp si fa mobile e beffardamente si allontana dai personaggi, catturando invece oggetti insignificanti, pareti, il vuoto. A Resnais non interessano le risposte: qual è il passato e la storia dei protagonisti? Dove nascono le loro ossessioni? Che ruolo hanno i personaggi secondari che a loro volta assumono comportamenti contraddittori? Perfino la voce off sembra essere afflitta da nevrosi!
Del resto la stessa tonalità delle luci (ancora una volta eccezionale il lavoro di Éric Gautier, che impasta colori solari e al neon) si rifà a una coloristica fumettistica che abolisce ogni ipotesi realistica. La cromaticità antinaturalistica, così come la prodigiosa e svariante colonna sonora di Mark Snow, è lo specchio dell’irrazionalità dei protagonisti: cambia a seconda del loro umore.
Dalla commedia sofisticata si passa poi a un storia di ossessione che è anche un thriller hitchcockiano, con deriva nel dramma privato. A questo punto si ha come una consegna di testimone tra l’uomo e la donna e il film sembra ripartire con andamento palindromo: l’ossessione del primo contamina l’animo della seconda o, semplicemente, ne fa emergere la follia nascosta sotto pelle.
Ma il palcoscenico si spalanca soltanto verso l’irridente e falso lieto fine: tratto dal romanzo “L’incident” dell’ex-jazzista Christian Gailly (che ha sedotto il regista grazie alla musicalità dei suoi dialoghi), “Gli amori folli” si chiude con un’appendice paragonabile a una fuga musicale: per l’assurdo destino di Georges e Marguerite e per un’ultimissima e criptica sequenza. Allucinatoria nella sua quiete, tanto da obbligarci a rivedere il film sotto una nuova prospettiva onirica. E se l’erba del titolo originale fosse una abbondante dose di marijuana?
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

Erbacce
Credeva fosse la sua vita, finiva per crederci. No, no, non finiva, no: ci credeva davvero. Lo scriveva dunque ci credeva. Non si può scrivere che ciò in cui si crede e si finisce a non credere che a quello, perché è qualcosa di tangibile.
Le parole non dette, le vie interrotte dalle balbuzie, le strade perdute tra i tentennamenti. Volevo dire… Altrimenti… Cosa? Niente. Mattoni di castelli campati per aria, pensieri che forgiano realtà inesistenti, fossi ricolmi di se, di ma, di indeterminate, sfuggenti possibilità. La mente che danza mentre la mdp volteggia, un valzer tra erbe folli, quelle che l’asfalto non riesce a soffocare, la parte in eccesso, quella che l’arida realtà non riesce a contenere. Fantasie a cui credere, a cui cedere. Idee con cui ingannarsi. Les herbes folles vaga e divaga leggiadro nell’etereo territorio del possibile, parte radente al suolo (la foresta di scarpe dei passanti) per poi decollare, si abbandona a traiettorie impossibili, precipita. Sono i titoli di testa ad inscrivere il film, da subito, in un’altra dimensione: è un’opera che ha la consistenza aerea del flusso di coscienza, il flusso di coscienza di un maestro che coltiva sviluppi incontrollati (cfr. Providence), in cui ogni fotogramma è un possibile momento generativo, ogni personaggio è autore e protagonista di un teatro mentale, demiurgo e attore, burattinaio di altri e marionetta per altri, soggetto desiderante e oggetto di desiderio: enunciatori ed enunciati si confondono, si sovrappongono, si dissolvono nel magma di un racconto che narra di Marguerite Muir e Georges Palet e che, al contempo, è frutto dei racconti, dei sogni, delle proiezioni di questi stessi protagonisti (Quando Georges descrive qualcosa è preciso), immaginazioni che germinano altre immaginazioni, scommesse e rilanci, retaggi infantili e capricci senili che prendono forma, una forma di volta in volta fumettistica, da cinema classico, pop, aulica o autoparodica, una rappresentazione debitrice di altre rappresentazioni, di storie già raccontate.
– Non importa, ci saremmo molto amati.
– Senza averci, tuttavia!
– Forse è stato meglio così, lei riprese.
– No, no. Chissà quale felicità avremmo provato!
– Oh sicuro, con un amore come il vostro!
(L’educazione sentimentale – G. Flaubert)

Resnais continua dunque per la sua strada, quella tracciata dagli ultimi film, che traspone l’attenzione dal macrocosmo della Grande Storia al microcosmo delle piccole storie, degli intrecci esistenziali di tanti individui, le casualità che governano le circostanze, le possibilità e le contraddizioni, le scelte minime che portano a svolte massimamente importanti, piccoli e grandi incidenti (L’incident è il titolo del romanzo di Christian Gailly da cui il regista prende le mosse [1]): ognuna di queste esistenze influenza le altre, il dolore di uno si proietta su chi gli è vicino, come magnificamente sintetizzato dalla sequela di mani alzate che indica come lo scombussolamento doloroso di Marguerite si converta nella sofferenza dei suoi occasionali pazienti (Mi fa male!).
Il regista parte dalla materia di cui è fatto il quotidiano, ne stilizza i tic, lascia spazio alle digressioni, ai desideri che vi aleggiano, ai fantasmi del vorrei, alle bugie e alle contraddizioni, ribalta di segno le frustrazioni (Georges sull’amore del padre per i velivoli: una moto non vola), concede all’umanità dei suoi film seconde, terze, quarte opportunità, perché al cinema qualunque cosa succeda non ci sorprende, tutto può accadere nel modo più naturale, anche che un narratore sembri onnisciente, quando non lo è affatto, ché lui per primo balbetta, si contraddice, formula ipotesi (non riesce a ricordare nemmeno il nome di una delle piazze più famose di Parigi), segue il percorso dei due protagonisti, ne descrive gli itinerari interiori, è consapevole di un pubblico che ascolta, si rivolge ad esso, sottolinea, assieme agli altri elementi che diremo, il forte carattere metafilmico che segna la pellicola.
Perché ancora una volta, Marguerite, Georges e le altre figure di questo film (che seguono pulsioni totalmente irragionevoli, come le erbacce, appunto, che spuntano dove meno te l’aspetti), più che personaggi definiti, risultano ipotesi di personaggi, indecisi sui loro destini quanto colui che ne sta manovrando le azioni; anche il loro passato è solo un accenno, non viene mai svelato; si può solo supporre cosa nasconda quello di Georges, fissato da due agenti della sicurezza, sbigottiti all’uscita del negozio di orologi, privato del diritto di voto, con la costante paura di venire riconosciuto e assalito da pensieri di omicidio, ricacciati come un’ossessione che torna periodicamente a pungere. Immaginiamo soltanto ciò che ha preceduto la spettacolare comparsa (di spalle) di Marguerite, carattere chiaramente bipolare come testimonia la sua crisi e come simboleggiato dalla doppia immagine sui documenti; e lo stesso vale per il passato della moglie Suzanne, che vediamo all’inizio in un negozio di pianoforti, informazione che, come tante altre (la passione per il teatro di Josepha, il rapporto tra Palet e i suoi figli), viene fornita senza che ad essa segua alcuno sviluppo e che però dà il senso di un ulteriore filo narrativo che sarebbe potuto emergere, solo volendolo. Il tempo presente è programmaticamente incerto, perché lo stesso sviluppo narrativo è una mera eventualità, congerie di opportunità che persino gli stessi caratteri tendono a prefigurarsi (le conversazioni immaginate), laddove essi a volte sono governati dagli avvenimenti, altre cercano di determinarli con improvvisi e non sempre razionali manifestazioni di volontà.
Insomma domina fortemente il senso dell’arbitrio dell’esposizione filmica che evidenzia capricciosamente solo alcune cose di un ambito ben più ampio, il film illuminando un dettaglio, lasciando oscuro il resto e facendo ciò senza alcuna necessarietà narrativa (le digressioni sul dolore al piede o sull’opportunità di usare il tagliaerbe elettrico, la mdp che si allontana dai personaggi nella scena della colazione): l’opera come sintesi di alcuni percorsi preferiti ad altri e in cui ciò che viene mostrato non fa dimenticare quanto rilevanti siano le zone d’ombra.
«Non c’è più tempo»,
diceva, non c’è
più un interstizio – un buco
magari – per dire
fuor di vergogna: «Babbo,
tutti non facciamo altro
– tutti – che ».
(Il vetrone – G. Caproni)
Finirà con il fermarsi, è scoppiato, non ne può più. E io nemmeno. Perché non ci fermiamo?
Sono le parole con cui esordisce Georges, in un film in cui la morte riveste un ruolo centrale. Per quindici euro l’uomo concede a se stesso e al proprio orologio altro tempo, un tempo da investire in bramosie da soddisfare, rivolto avanti, alla costruzione (anche se di esili edifici di carta) e non all’involuzione nel ripensamento senile.
Il ritrovamento del portafoglio di Marguerite è, per Georges, l’incipit di una narrazione sospesa tra il reale e l’ipotesi (a cui si intrecceranno le ipotesi ir-reali degli altri personaggi), plasmata (anche goffamente) secondo le sue passioni (il cinema, l’aviazione) e le sue idiosincrasie (l’avversione per il cattivo gusto che, forse, lo ucciderà), atta a soddisfare l’insoddisfatto, storia di un uomo, di una sposa e di un’amante, il capriccio misero di botte piena con moglie ubriaca, di un prato ben curato con ciuffi di erba matta. La storia possibile di un Georges che si può permettere scene madri (il finto finale), gesti e frasi apodittiche da film americano (Lei mi ama, allora), contorte sentenze filosofiche (Avevo voglia di parlare con lei di tutto, di nulla, del nulla del tutto). La speranza di un nuovo, seppur tardo, inizio. Porca puttana ne ho abbastanza di questa merda di vita, dirà quando la sua narrazione verrà fatta vacillare. Con questo divertissment surreale dall’andamento jazzistico (aggettivo a cui per una volta ha senso ricorrere) Resnais esorcizza, con divertita calma olimpica, l’incombere della morte (Io non ho paura di morire, ma di scamparla). Il finale, di ciò, è l’emblema, con quei carrelli che dopo lo schianto attraversano il cimitero, si inerpicano tra monti e ghiacciai, scivolano (in una regressione infantile? Kubrickiana?) sino ad una bambina che parla, con fanciullesca ingenuità, di reincarnazione: “Quando sarò un gatto potrò mangiare i croccantini?”, l’eco della frase non a caso a risuonare sulla parola “FINE”.
Les herbes folles si propone come sfrontata messa a nudo di un vuoto narrativo che dia risalto all’unica cosa che conta sul serio: il fare cinema, perché se è vero che Resnais rimane dalle parti di Cuori, è vero altresì che, da quello, quest’ultimo lavoro si differenzia per il marcato carattere autoconsapevole, quale pellicola più esibitamente teorica: innanzi tutto è evidente la struttura, che è bipartita con i due personaggi che agiscono prima in parallelo – l’incipit è programmatico: lei nel negozio di scarpe (tante scarpe), lui al negozio di orologi (tanti orologi) – e poi si incrociano (la passione del volo, che segnerà il loro destino); poi il frequente ricorso alla dissolvenza che, oltre a segnare palesemente l’immagine, lascia forte la sensazione di una sospensione, il dubbio di un onirismo (il furto della borsa, il ritrovamento del portafoglio da parte di Georges e il volto di Marguerite nella vasca da bagno sono frammenti che, insieme ai carrelli sull’erba, punteggiano l’intero film: che siano le matrici da cui le altre immagini prendono vita?).
E’ insomma possibile immaginare Les herbes folles quale grande atto d’amore nei confronti del cinema – sotto forma di riflessione sul mezzo e sulla possibilità di utilizzarlo in libertà – condotta attraverso un’autodenuncia quasi godardiana: l’insistito ricorrere dell’insegna del cinema, il riferimento preciso a una pellicola hollywoodiana – I Ponti di Toko-ri di Robson – la cui trama viene ironicamente snocciolata in dieci secondi dal narratore, l’uso della fanfara della 20th Century Fox e la falsa chiusura in lieto Fin-e, il riavvicinamento al contrario di George all’ingresso del cinema che segna quasi una riconsegna del personaggio a un ambito immaginario preciso, i vari gradi di commedia (quasi lubitschiana), l’uso artificioso della magnifica tavolozza cromatica, la scelta di uno score hollywoodiano (di Mark Snow, già in Cuori). i due zoom “da serie B” nella scena di Marguerite dal meccanico (comunque i generi citati, direttamente o indirettamente, portano a un catalogo), la stessa scelta del cognome della protagonista [2], tutti elementi che hanno la chiara funzione di mettere a nudo il dispositivo di un film in cui è da ammirare l’anarchia controllata dell’arte di Resnais, un ottantasettenne che gira con l’entusiasmo di un ventenne, che non rinuncia a sperimentare, che, superate le fredde analisi del passato (si riguardi oggi Mon oncle d’Amerique), si dimostra un botanico felicemente, teneramente empatico con le erbacce di cui osserva l’incontrollato germogliare.
[1] Ci pare, a tal proposito, bellissima e pertinente all’analisi critica del film la dichiarazione rilasciata dallo scrittore: Resnais non filma la letteratura, compone delle immagini che ci parlano d’altro – di cosa non saprei -, ma ciò si vede, ed è questo che il cinema deve essere.
[2] Il fantasma e la signora Muir, in cui, tra l’altro, la protagonista viene corteggiata da un uomo che si scopre essere sposato, è un film del 1947 di Mankiewicz, regista anche di Lettera a tre mogli, in cui, guarda un po’, come in questo film, la voce fuori campo che punteggia le vicende viene da un personaggio interno alla narrazione che però non compare mai.
Voto: 10
Giulio Sangiorgio & Luca Pacilio, da “spietati.it”

La storia – All’uscita da un negozio di scarpe, Marguerite viene scippata della borsa. Georges, eccentrico sessantenne sposato e con prole, ritrova per caso il portafoglio con i documenti della donna. Guardando la foto sulla carta d’identità, comincia a essere inspiegabilmente ossessionato dal pensiero di Marguerite.
Alain Resnais sta invecchiando magnificamente, come i colleghi Clint Eastwood, Jacques Rivette e Manoel de Oliveira (molteplici i tratti in comune tra Gli amori folli e Belle toujours). A 87 anni suonati mette a fuoco il desiderio e la passione/ossessione per una donna, che possono crescere nell’uomo come l’erba matta del titolo originale. Unisce al solito gruppo d’attori, dalla compagna Azéma all’amico Dussollier, alcuni protagonisti “desplechiniani”: il poliziotto Amalric e Consigny, moglie tradita. Marguerite e Georges sembrano quasi due ragazzini amici e nemici, indecisi tra odio e amore, personaggi da fumetto surreale illuminati dalla luce al neon dell’ottimo Eric Gautier. Prima lei lo rifiuta, poi ci ripensa, quindi lo denuncia, infine ritira la denuncia.
Resnais si confronta con il romanzo L’incident – inedito in Italia – dello scrittore e jazzista Christian Gailly e scandisce il racconto attraverso le fasi del volo (Marguerite è pilota dilettante), dalla verifica prima del decollo, ovvero l’incontro tra i due personaggi, fino all’atterraggio o il destino finale. Marguerite e Georges sono uniti dal vol, in francese inteso sia come furto iniziale sia come volo. (Non) coppia “folle”, sbilanciata, insensata erbaccia come ogni sentimento irrazionale. Georges viene considerato da tutti un uomo intontito dall’età che avanza: in realtà pare un bambino emarginato, escluso e in cerca d’affetto. Oscilla tra cattiverie (buca le gomme alla donna che lo respinge) e sguardo puro e fuori dalle mode (nota il cattivo gusto dilagante, come i perizoma che si stravedono dai jeans a vita bassa), si comporta in maniera assurda, come fosse naturale (presenta candidamente Marguerite a sua moglie), si sente inadeguato al mondo che lo circonda quotidianamente. Lei ha i capelli rosso fuoco, dritti come se avesse messo le dita nella presa elettrica, guida una decappottabile gialla e pilota un aereo Spitfire. Dopo la neve e il gelo di Cuori, Resnais realizza un altro gioiello di stile, grazia e amore per i suoi personaggi, stavolta guardati con calore, ma anche con una malinconia soave. «Ma allora mi ama» sussurra l’ingenuo Georges, quando vede arrivare Marguerite che ha accettato di incontrarlo (per riavere indietro il portafoglio). Il tocco di Resnais si fa quasi cinema onirico e fumetto d’amore (non ricambiato). Georges è ossessionato dalla “ragazzina coi capelli rossi” come Charlie Brown nei Peanuts. D’altro canto Resnais è un grande appassionato e collezionista delle tavole di Charles M. Schulz, Will Eisner e Chester Gould, ha raccontato più volte di avere imparato l’arte del montaggio dalla bande dessinée più che dal grande schermo e, prima ancora di diventare regista, è stato redattore della rivista francese di storia e critica del fumetto Giff-Wiff (cfr. Alain Resnais et les bandes dessinées di Francis Lacassin, in Desideri in forma di nuvole. Cinema e fumetto, a cura di Michele Canosa ed Enrico Fornaroli, Campanotto, Udine 1996). Non a caso il bellissimo manifesto di Gli amori folli è del fumettista francese Blutch. Forse Resnais confida nei suoi personaggi, nei suoi attori, nella luce, nei colori, nel fumetto e nel cinema come nessun altro autore vivente.
Luca Barnabé, da “duellanti.com”

L’amore è imprevedibile e non conosce età. Lo sa bene il regista francese ottantasettenne Alain Resnais che lo definisce folle, un’erbaccia (come suggerisce il titolo originale del film “Les Herbes folles”) che cresce ovunque, persino in mezzo a qualcosa di solido come il cemento. Ci si può innamorare di una fototessera trovata all’interno di un portafogli abbandonato vicino alla macchina? Può una donna appena derubata rivolgersi alla polizia per sapere com’era l’uomo che ha trovato i suoi documenti, piuttosto che preoccuparsi di tutto il resto che ha perduto? Può avere un lieto fine il corteggiamento tra due sconosciuti per telefono? L’amore descritto da Resnais, tratto dal romanzo “L’incident” di Christian Gailly, è davvero ricco di elementi inaspettati, ai limiti del bizzarro, in cui un uomo di mezza età impazzisce per una donna che non conosce, la moglie che quasi sembra spingerne il rapporto, una bambina sogna di diventare un gatto e chiede se potrà mangiare i croccantini una volta tramutatasi in felino. Pensieri folli e gesti che lo sono ancora di più, che trasformano la corte più raffinata e assurda di un uomo in ossessione impossibile da sopprimere, un vortice in grado di sconvolgere ogni cosa che attraversa, compresa la regia. La voce fuori campo che racconta gli impulsi dell’innamorato misterioso diventa sempre più invadente, la scritta Fine nella pellicola compare dieci minuti prima della fine effettiva, durante la scena di un bacio altrettanto folle. Lo stesso spettatore, per comprendere a pieno l’essenza del film, deve possedere un pizzico di sana follia. Impulsi e sensazioni ragionate o surreali, invadenti e incomprensibili si appropriano della sceneggiatura e di ogni singola ripresa. Qualsiasi gesto ruota attorno alla bizzarria e alle sue conseguenze emotive, colori e luoghi fanno da contorno ai movimenti improponibili del cuore di qualsiasi età fautori di amori folli a tal punto da risultare realizzabili, piacevolissimi da vedere, forse provando un po’ di invidia perchè ci si rende conto che tutto il resto sembra così banale. Eppure si sa, al cinema come in amore niente ti stupisce.
Andrea Dispenza, da “recensito.net”

Un innocuo portafoglio, rubato alla sgargiante Marguerite (Sabine Azéma) appena uscita da un negozio di scarpe, diviene il detonatore per un’amore improbabile e folle, che nasce e cresce laddove non avrebbe motivo di esistere – come le “herbes folles”, le erbacce, del titolo originale. A ritrovarlo infatti è l’annoiato Georges (André Dussollier), disperatamente alla ricerca d’un imprevisto nella sua vita così perfetta e monotona; prima ancora di conoscere la proprietaria di quel misterioso oggetto inizia a fantasticare, ad immaginarla, finisce persino col divenirne ossessionato. Dalle foto sui documenti la donna sembra solare e spontanea, è una dentista che adora pilotare aerei d’epoca, insomma appare come l’esatto opposto della più giovane e graziosa compagna che ormai tratta con formale distacco. L’incontro tra i due è inevitabile e tumultuoso, un perenne tira-e-molla con inaspettata (e duplice) conclusione.
Alain Resnais, ormai alla soglia dei novant’anni, non ha perso nulla di quella cifra stilistica che lo ha reso uno dei più apprezzati registi della Nouvelle Vague (Hiroshima, mon amour, L’anno scorso a Marienbad, Providence, Mon oncle d’Amérique) e con Les Herbes Folles lo dimostra ancora una volta, lasciando però che un raggio di luminosa speranza trapeli dalla consueta coltre di pragmatismo un po’ pessimista nei confronti di vita e relazioni tra gli uomini. Sembra lontana anni luce infatti la malinconica neve che in Cuori (2007) avvolgeva, e congelava, tutti gli infelici personaggi; nel suo ultimo film c’è invece tutta la voglia di guardare con un sorriso (forse quello della definitiva e venerabile maturità?) alle insospettabili coincidenze offerte dal caso, che sconvolge e rianima le vite di due cinquantenni incredibilmente diversi ma che tutto sommato si completano a vicenda. Lo stile impeccabile col quale viene portata avanti la narrazione (sceneggiatura tratta dal romanzo L’incident di Christian Gailly) rende piacevolissimo immergersi nella fotografia un po’ sfocata di Eric Gautier, mentre vediamo scorrere parallelamente le vite dei due protagonisti, sino ai loro molteplici e imprevedibili incontri-scontri – s’innamorano l’un dell’altro ma, come insegna Henri-Pierre Roché, mai nello stesso momento.
Nel finale Resnais si concede poi il gusto di fare divertita satira nei confronti del cinema americano, scimmiottando le mastodontiche produzioni hollywoodiane (con tanto di jingle della 20th Century Fox) nelle quali ogni commedia romantica deve essere destinata ad un inevitabile happy ending; non c’è bisogno di aggiungere che la “seconda” conclusione, la sua, sarà più originale e spiazzante.
Grazie anche al cast (il duo di protagonisti è da tempo caro a Resnais) Les Herbes Folles si trasforma in una lezione sul cinema: su come ottenere da un improbabile incrocio gli ingredienti per una combinazione magica.
Maestro.
da “pianosequenza.net”

A quasi novantanni Alain Resnais non sembra per nulla stanco della carriera di regista, e a tre anni dal precedente, bellissimo, Cuori, torna con un nuovo film a incantare il pubblico. Gli amori folli, (in originale Les herbes folles, ben più consono) è l’esempio di come la saggezza e la cultura cinematografica non perdano alcuno smalto nonostante l’età avanzata, e d’altronde basta vedere come l’ultracentenario Manoel de Oliveira lavori ancora a pieno regime non perdendo di vista la qualità. E’ lo stesso caso del “giovincello” francese Resnais, che in quest’occasione ha scelto di adattare il romanzo L’incident di Christian Gailly, definito dallo stesso regista un libro dalle sonorità jazz, e per questo molto adatte al suo gusto e modo di fare Cinema. Gli amori folli è un film che sarà apprezzato tantissimo dalla schiera dei cinefili colti, ma che potrebbe lasciare completamente impassibile molta gente. Sperando che risiediate nella prima fascia, andiamo a osservare con la lente d’ingrandimento l’ultimo capolavoro di un Maestro.
Le casualità del destino
Marguerite (Sabine Azema), una dentista di mezz’età, dopo aver comprato un paio di scarpe subisce il furto della sua borsetta, al cui interno oltre a trentacinque euro vi erano tutti i documenti e le carte di credito. Il portafoglio viene ritrovato nel parcheggio di un centro commerciale da Georges (Andre Dussolier), il quale lo riporta alla polizia. Inspiegabilmente però l’uomo, sposato con la bella Suzanne (Anne Consigny), molto più giovane di lui e da cui ha avuto due figli, viene “catturato” dalla figura di questa donna che non conosce, ma per la quale comincia a sviluppare un’ossessione senza fine. Comincia così a telefonarle ogni sera, a lasciarle delle lettere nella buca della posta, e quando non si vede ricambiato, arriva perfino a bucarle le gomme dell’auto. Marguerite, in un primo tempo spaventata, si rivolge alla polizia, che consiglia a George di starle lontano pena conseguenze legali per stalking. In seguito però la dentista cambia idea e decide di incontrare lo “spasimante”, solo per finire immischiata in una sorta di menage a quattro che oltre a Suzanne comprende anche la sua collega Josepha (Emmanuelle Davos), dapprima ostica verso l’uomo perchè distoglieva l’amica dal lavoro, ma poi paradossalmente attratta. Inizia così un viaggio di un amore irrazionale alla licerca della libertà come espressione di vita.
Arte libera
Fin dal suo esordio con Hiroshima Mon Amour i personaggi delle storie di Resnais non hanno mai vissuto amori facili, e la semplicità affettiva veniva sempre messa in gioco da componenti più o meno stavaganti, derivanti o meno da istinti masochistici insiti nell’animo umano. Per alcuni apparirà come un paragone azzardato, ma paradossalmente un film che ha molti punti in comune con Gli amori folli risulta essere L’anno scorso a Marienbad, capolavoro onirico del regista. Qua non viaggiamo per iperbole e viaggi concentrici / temporale di livello così estremo, ma il tempo e lo spazio cinematografico sono comunque plasmati, raffinatamente, a piacimento e gusto dello spettatore più esigente. Non è un caso se in certe scene gli attori sembrano collocati, a susseguirsi di inquadrature, nello stesso ambiente ma trasfigurato nelle dimensioni. Un taglio non così evidente, ma che cambia in qualche modo l’atmosfera di una scena, rendendola simile e diversa nello stesso tempo. O come alcuni flashback al contrario che accompagnano sinuosi i pensieri dei protagonisti, che trasmutano il mondo che li circonda ai loro fini. Nota di merito anche alle luci, capaci di accompagnare le tribolazioni emotive con una leggerezza degna dei Maestri. Eh si, perchè in quest’Opera niente è solido e artificiale, ma tutto si muove come fosse una metafora gassosa delle essenze più pure e liberatorie della psiche. La storia è apparentemente nonsense e improbabile proprio per rappresentare al meglio questo scopo, distaccandosi dalle convenzioni della classica love story, a favore di un messaggio più libero e meno razionale dell’amore puro, della trascendenza cui questo sentimento può portare, andando a rovesciare ideali e stili consolidati di una vita “normale”. E’ interessante notare come i personaggi della narrazione appaiano incredibilmente autonomi nelle loro scelte, una volta tanto non schiavi di una sceneggiatura schematica ma risultino talmente folli da essere impossibili da catalogare. La caratterizzazione è curiosa e affabile, complice anche le strepitose interpretazioni dell’intero cast, che riescono a infondere ai loro involucri cinematografici tutta la spensieratezza acrobatica che la parte richiedeva. Per tutti i motivi appena elencati, Gli amori folli è una pellicola che senza ombra di dubbio spiazzerà chi è abituato al Cinema schematico e lineare, ma allo stesso modo è capace di entusiasmare tutti coloro i quali non considerano la Settima Arte soltanto come un fine ragionato, ma come un mezzo di espressione che travalica ogni confine della ragione stessa.
Gli amori folli è un film 100 % Resnais. Il Maestro francese ci regala un’altra grande Opera, indagando la libertà dell’amore come ricerca della vera felicità, con una storia dai tratti surreali pur nella sua fin troppo ingenua semplicità. E’ un canto raffinato e potente di un Cinema di accrescimento, lontano da qualsiasi forma di vacuo intrattenimento, ma portatore con sè di verità, seppur non sempre condivisibili, sicuramente in grado di far pensare e ammaliare per il modo in cui vengono qui narrate. Se non è un capolavoro, poco ci manca.
VOTOGLOBALE8
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Mettiamo che un giorno un bravo regista proponga di rilanciare su larga scala un autore come Alain Resnais a suo tempo apprezzato da una ristretta élite, rilanciare Resnais invece – diciamo – di Enzo G. Castellari. In che mondo saremmo? In un mondo dove Gli amori folli sarebbe un film vietato ai maggiori di 5 anni! La logica con cui va vista l’ultima fatica dell’ottantottenne regista francese prescinde dal rispetto dei generi. Resnais punta al proprio originalissimo realismo poetico, continuando ad annotare, come ha sempre fatto da Hiroshima mon amour (1959) a Smoking no smoking (1993) e a Cuori (2006). Si tratta di un realismo (usiamo la parola in modo provocatorio) di caparbia quanto amorosa astrazione, vòlto a cogliere ed a tradurre in immagini i movimenti interiori soggettivi – memoria e sentimento – secondo una disciplina metodica che non lascia spazio alla “normalità”. O meglio, la considera e la decostruisce “in soggettiva”, ritagliandone i dettagli per riproporsi in funzione di un continuo spostamento di senso sul filo di una suspense non immediatamente rintracciabile. La fantasia che ne scaturisce ha la libertà della prima infanzia, quando le associazioni non tengono conto delle “conseguenze” pratiche e vanno creando e ricreando, già distruggendo anche a volte, ipotesi di mondi nuovi, più o meno istantanei o duraturi: un accumulo di sensazioni e di scelte, di preferenze e di scarti che si viene formando secondo un interesse, per così dire, “disinteressato” delle sorti altrui. Georges (Dussollier) è un “bambino” di una certa età, un uomo maturo entrato, o voglioso di entrare alfine, in quella dimensione infantile che gli permette di associare liberamente i dettagli del quotidiano e di seguirli con fantasia, ripescando in sé, nel profondo e in superficie si direbbe senza molta differenza, associazioni possibili, soddisfazioni frustrate, progetti irrealizzati, ironie esercitabili. L’inizio del film sembra riproporci una continuazione ideale del perseguimento della casualità o, se si preferisce, della curiosa drammaticità del destino individuale visto con la solita capacità di osservazione umoristica. Un borseggiatore rapina Marguerite (Azéma) e poi abbandona il suo portafoglio nel garage di un grande negozio. Il caso vuole che sia proprio Georges a trovare quel portafoglio. Lo consegnerà alla polizia, ma rimarrà “prigioniero” della foto della donna, dal cui misterioso fascino non potrà più separarsi. E da parte sua, Marguerite subirà analogo destino, irritata dapprima dalle insistenze dello sconosciuto e poi man mano sempre più attratta dalle misteriose ragioni di lui. Una storia romantica? Tutto qui? Nemmeno per sogno. Il racconto si frantuma in un accumolo di osservazioni e di tagli. Calma esterna e frenesia interna. Veniamo condotti in un labirinto di “non detto”, dove le cose materiali e le intimità indescrivibili si mescolano senza continuità, con discrezione. Inquadrature e sequenze si legano facendoci sentire partecipi di una conquista indicibile, di un recupero, di un riscatto trasognato e realizzato come per caso e perciò bellissimo, soddisfacente. Cinema e vita “reale” si fondono e si sostengono a vicenda, nella fantasia/memoria di Georges, coniugando tra loro per analogia spunti fantastici (per esempio la visione del vecchio film I ponti di Toko-Ri – Mark Robson, 1955, con William Holden e Grace Kelly) e l’ebrezza di un volo nello spitfire di Marguerite, in un finale indimenticabile che disegna in giravolte nel cielo azzurro la conclusione “fatale” della storia-non-storia di un uomo immaginario e futuro. Christian Gailly, autore del romanzo L’incident da cui il film, ha detto: «Resnais non filma la letteratura, compone immagini che ci raccontano qualcosa di completamente diverso: che cosa non lo so, ma è qualcosa di visibile».
Franco Pecori, da “critamorcinema.it”

Dal romanzo L’incident di Christian Gailly, il cineasta francese realizza un film ribelle e impertinente come l’immaginazione e confonde con la sua leggerezza e il suo indefinibile umorismo, lo sguardo saggio di chi ha imparato da molto tempo a volare e a costruire le sue immagini e le sue storie giocando con i mille loro significati. In Concorso a Cannes 62
les herbes folles alain resnaisTutto succede per un caso, un segno improvviso che sconvolge le cose, mescolando l’inizio con la fine, spargendo lo schermo di tracce appena visibili, appena spiegabili. Il nuovo film di Alain Resnais Gli amori folli confonde con la sua leggerezza e il suo indefinibile umorismo, lo sguardo saggio di chi ha imparato da molto tempo a volare e a costruire le sue immagini e le sue storie giocando con i mille loro significati. Tutto inizia quando, in realtá, tutto è giá iniziato: uno scippo, un portafogli ritrovato e un uomo e una donna che si incontrano (anche se con molte parentesi e molte resistenze), facendo convergere linee che mai si sarebbero neppure incrociate. Un esperimento per vedere fino a che punto una storia può reinventarsi ad ogni inquadratura, aprirsi come il sipario di un teatro, che invita lo sguardo a spingersi sempre più in profondtá, sipario dopo sipario, riquadro dopo riquadro. Il racconto è l’abbraccio che tiene insieme ogni cosa e, al tempo stesso, moltiplica i percorsi, e la voce che se ne fa carico è morbida e ironica, capace di creare una complicitá tutta nuova tra il film e lo spettatore e includerlo in questa girandola surreale e favolistica.
Gli amori folli è un film ribelle, come le erbacce che crescono sui muri e nelle fessure dei mattoni, un film impertinente come l’immaginazione, che non accetta ostacoli proprio come il cinema. «Quando uno esce dal cinema ogni cosa diventa possibile». Georges ha appena visto un film e quando esce dalla sala trova Marguerite ad aspettarlo. I dialoghi tra i due sono materia incandescente, sembrano duetti, improvvisazioni jazz che hanno sempre brusche interruzioni, graffi lasciati in sospeso e pronti ad essere ripresi dopo una pausa lunga o breve e un altro frammento di vita e di contraddizioni. Accade cosí anche ai gesti dei due protagonisti con il loro disordinato andare e venire, il muoversi spezzato che li poprta a inseguirsi e fuggire, a cercarsi e a perdersi sempre per tentare di trovare altrove occasione di quiete e rivincita. Georges, in un momento di rabbia, taglia le gomme dell’auto di Marguerite e lascia un biglietto sul parabrezza per ammettere la sua colpa. Ecco spiegato l’impeto che domina i personaggi e il film stesso, l’urgenza del fare per dire più di quanto si possa dire con le parole.
La regola è seguire completamente impulsi irragionevoli. Resistere significa far inceppare un meccanismo perfetto dettato dal caso: per sfuggire Georges avrebbe dovuto evitare di raccogliere quel portafogli e tornare sulla sua strada, e Marguerite non avrebbe dovuto telefonare a Georges. Tratto dal romanzo L’incident di Christian Gailly, Gli amori folli gioca attorno all’impossibilitá di chiudere le storie che, invece, si possono solo sfiorare, mentre lo sguardo giá si rivolge ad altri personaggi e ad altri racconti.
Grazia Paganelli, da “sentieriselvaggi.it”

Marguerite, appena uscita da una boutique di scarpe, viene rapinata da uno scippatore che dopo averne preso i pochi valori abbandona la borsa e il resto del suo contenuto in un parcheggio. Georges, un uomo dall’apparenza tranquilla, la raccoglierà e, trovati i documenti nel portafogli, sarà ossessionato dall’idea di restituirli alla proprietaria. Marguerite e Georges possono immaginare la folle storia a cui stanno andando in contro.
L’erba selvatica, quella cattiva, cresce un po’ dappertutto: lo si percepisce fin dalla prima immagine del film dove la cinepresa scivola sinuosa su una strada in cui da una crepa nell’asfalto fa capolino un po’ di verde. La natura riesce a prosperare anche dove meno te lo aspetti, spesso con dei risultati disastrosi per quello che c’è intorno. Le radici di un albero possono smuovere il manto stradale, ma anche dei piccoli e semplici fili d’erba possono logorarne la stabilità dall’interno. Les Herbes Folles che Resnais ha scelto per il titolo originale del film (tradotto, ahimè, in modo semplicistico con Gli amori folli in italiano) sono quelle persone che hanno un’apparenza semplice e umile, come un filo d’erba, ma che rischiano di logorare il mondo che li circonda.
Il percorso di ricerca di Georges che lo spinge alla misteriosa proprietaria della borsa nasce come una curiosità, diventa un desiderio e si trasforma in un’ossessione, trovandosi a fantasticare su di lei, ancora prima di incontrare. Georges è all’apparenza un tranquillo padre di famiglia, un signore che si avvicina all’anzianità ma che sprofonda in una spirale di pensieri e azioni istintive e irrazionali. Dopo un primo rifiuto, anche Marguerite cederà a questo lato oscuro della sua anima, ma quando si renderà conto dell’errore sarà già troppo tardi. Alain Resnais non è però un regista qualunque, a novant’anni ha ancora la forza e la lucidità di costruire un film cinico e tagliente (ispirato dal romanzo L’incident di Christian Gailly) che come una sinfonia musicale rapisce lo spettatore tra immagini mirabilmente costruite e schemi narrativi da virtuosismi.
Come l’erba che spunta dall’asfalto senza un motivo razionale, anche una passione può scaturire nel più imprevisto dei luoghi, questo in una frase il messaggio intero del film. L’età matura, e probabilmente Resnais dall’alto della sua veneranda età ha ben il diritto di dirlo, non significa necessariamente la maturità dei sentimenti. Il film si dipana su binari paralleli, o meglio su livelli aerei diversi visto che Marguerite è anche una pilota aeronautica avvitandosi su se stesso come ama fare Resnais, sempre propenso a costruire sceneggiature dove non è automatico immaginare quale sarà lo snodo narrativo successivo (non a caso i suoi film sono stati ampiamente lodati da sceneggiatori del calibro di Charlie Kaufman).
Il cinema di Resnais è fortemente cerebrale e, in questo caso, psicanalitico. Tra sogni e desideri, più o meno folli, lo spettatore è spinto alla risata e all’emozione, nonostante sia difficile immedesimarsi interamente è altrettanto impossibile non riconoscere la propria parte irrazionale nei comportamenti dei due protagonisti. Una gara di bravura la sfida amorosa tra i due protagonisti Sabine Azéma e André Dussollier. Forse eccessiva l’invadenza della voce fuori campo che però risulta spesso un narratore omniscente necessario per comprendere il vero essere dei due protagonisti.
Una curiosità: la musica è firmata da Mark Snow, che fu l’autore della colonna sonora della serie X-Files.
da “cineblog.it”

Alain Resnais alla veneranda età di 88 anni continua a divertirsi dietro la macchina da presa. Lo dimostra la sua ultima fatica “Les Herbes folles”, tradotto come sempre malamente in italiano con il titolo “Gli amori folli”, una tragicommedia che rispecchia, si spera solo in parte, quella che è la società dei nostri giorni. Sono lontani i tempi di “Hiroshima Mon Amour”, ma il regista francese non ha certamente perso smalto, ripuntando ancora una volta sulla accoppiata vincente lui-lei, scegliendo due attori con cui ha avuto modo di lavorare in passato: Sabine Azema (“Parole, parole parole”, “Mélo”, “L’amour à la mort”) e Andrè Dussolier (“Parole, parole parole”, “L’amour à la mort”). Partendo dal romanzo “L’incident” di Christian Gailly, la pellicola narra la storia di Georges che ritrova per caso il portafoglio di Marguerite. L’uomo comincia a perseguitare la donna, importunandola a distanza, con lettere e telefonate. I protagonisti, i personaggi secondari, le azioni, le vicende, i dialoghi, le situazioni, tutto è irragionevole in questo film, come l’erba, la malerba, che cresce nei posti più assurdi, dove nessuno si aspetta, come le crepe di una strada trafficata o in alto su di un tetto di una casa abbandonata. Così si sintetizza il senso filosofico de “Gli amori folli” e forse anche la visione della vita di questo Resnais scanzonato, ma mai (come del resto ci ha abituato) superficiale. Aleggia il mistero del passato e l’incertezza del futuro, raccontati attraverso splendidi dialoghi e i lunghissimi monologhi interiori di Georges, che investono la scena in qualsiasi momento. Una pellicola per chi ama usare l’immaginazione e per chi ha la consapevolezza che per vivere in questi tempi di incertezza bisogna essere semplicemente pazzi. Da sottolineare le trovate geniali a livello di regia: come ad esempio delle zoommate secche, poco utilizzate nel cinema moderno, sul viso dei personaggi o lunghi piano-sequenza seguiti dall’alto, dall’occhio di un dio. C’è anche il tempo per citare molti film che hanno fatto la storia del cinema: quel bacio in un hanger quasi alla fine vi ricorderà sicuramente qualcosa. Questa volta il maestro Alain Resnais gioca, si diverte e non rinuncia alla sua poetica surreale con un finale dal non sense dolce-amaro. Che il regista ormai nel pieno della maturità si sia reso conto di essere una (buona!) erbaccia?
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

Nutriamo un sentimento di venerazione per Alain Resnais, maestro conosciutissimo e rispettato dagli amanti del Cinema-Cinema e non molto conosciuto dal grande pubblico.
Parlare del suo Cinema è come parlare di Mozart per chi ama la musica classica o Miles Davis per chi preferisce il jazz; è come se si parlasse di Picasso in pittura o Proust in letteratura.
Il 3 giugno compirà 88 anni e ci regala un film di una libertà sconcertante ( libertà che si trova più in vecchietti come De Oliveira o Allen che non in tanti ‘giovani’ affermati ).
Una libertà che si permette con naturalezza di ridicolizzare gli sforzi vanagloriosi dei presunti innovatori del cinema di genere nostrani. Resnais ha iniziato la sua carriera come attore interpretando un piccolo ruolo nel film “ Les visiteurs du soir “ di Marcel Carnè del 1941 ( uno di quei registi di cui tutti dovrebbero aver visto almeno due o tre film ). Nel 1946 dirige il suo primo film “ Ouvert pour cause d’inventaire “, con l’attore mito Gérard Philipe, morto a soli 37 anni nel 1959. Gira successivamente una ventina di documentari, tra i quali “ Van Gogh “, che vince l’Oscar, “ Guernica “, che accosta le opere di Picasso all’orrore del bombardamento della cittadina basca. Nel 1953 dirige con Chris Marker “ Les statues meurent aussi “, sulla mercificazione dell’arte africana ad opera dell’occidente. Due anni dopo dirige “ Notte e nebbia “, documentario sull’Olocausto girato nel campo di concentramento di Auschwitz. Trascorre quasi dieci anni dedicandosi a produrre documentari e partecipando al dibattito teorico della Nouvelle Vague che lo vede tra i fondatori ma sempre un po’ in disparte.
Nel 1958 chiede alla scrittrice Marguerite Duras di scrivergli un film, lei gli propone “ Hiroshima mon amour “”. Il film è apprezzato da critica e pubblico per l’innovazione del linguaggio e Louis Male scriverà: con Hiroshima mon amour, cambiò la Storia del cinema. E la cambierà effettivamente. Una storia d’amore incantevole fra un’attrice francese ( Emmanuelle Riva ) e un architetto giapponese sullo sfondo del Giappone post-bomba atomica: la scusa perfetta per rompere una vecchia tradizione del linguaggio filmico e imporne una nuova che compenetra dialoghi e monologhi, immagini documentarie e poesie, doppie realtà fra culture diverse ma che concorrono a un lungo discorso sulla memoria.
Nel 1961 realizza “ L’anno scorso a Marienbad ”, scritto da Alain Robbe-Grillet ( padre del Nouveau Roman francese e anche regista di opere filmiche di metalinguaggio ), una decostruzione narrativa (cioè quando la storia viene spezzettata e mostrata in ordine non cronologico) che vede l’interpretazione di Giorgio Albertazzi e che vincerà un Leone d’Oro. Nel 1963 dirige un altro film straordinario “ Muriel, il tempo di un ritorno “ sugli effetti traumatici della guerra d’Algeria su un giovane soldato.
Nel 1966, con la sceneggiatura di Jorge Semprun dirige la storia di un militante antifranchista spagnolo, “ La guerra è finita ” con Yves Montand . Quarta gemma di una carrirera perfetta. Altri film da segnalare rapidamente, “ Stavisky il grande truffatore “ con Jean-Paul Belmondo, l’eccezionale “ Providence “ con un cast inglese da fine del mondo e unico film che giochi criticamente sui rapporti con la letteratura.
Dirige Gérard Depardieu in “ Mon oncle d’Amérique “ basato sulle teorie del fisiologo Henri Laborit sui meccanismi di difesa del cervello ( Laborit tra l’altro è l’autore del saggio “ Elogio della fuga “ ), con “ La vita è un romanzo “ segna un punto di svolta del suo cinema: il regista si concentra sulla messa in scena di complessi congegni narrativi in cui si intrecciano diversi piani temporali e differenti generi cinematografici ( commedia, storico, musical, fantasy ), ma soprattutto crea un gruppo di attori che ritornerà nei film successivi: Sabine Azéma ( sua nuova compagna e protagonista anche del suo ultimo “ Gli amori Folli “ ), Pierre Arditi, André Dussolier e Fanny Ardant. Per concludere questa piccola digressione su Resnais vorremmo terminare con una brevissima analisi filmica di questo maestro del Novecento: la sua genialità, il suo essere prototipo è quello di rimette in discussione i codici della narrazione cinematografica tradizionale ( un po’ come Godard ma senza lo spirito rivoluzionario e distruttivo ): abolisce il racconto a intrigo per esplorare le combinazioni narrative, le analogie, le realtà apparenti e non lineari.
Le costruzioni narrative fanno incrociare diversi personaggi, percorsi temporali o piani di realtà nello stesso luogo o in universi volutamente artificiali e teatrali. La costruzione artificiale e anti-naturalistica del racconto permette al regista di indagare nei dettagli la condizione umana dei suoi personaggi, studiati come animali più o meno in gabbia, un processo che gli permette di spiegare il caos di esistenze fatte di immagini contraddittorie, frammenti di ricordi, avvenimenti vissuti o immaginati, uniti in modo più simile alla realtà sensibile che all’ordine e alla regolarità della narrazione classica.
“ Gli amori folli “ è tratto dal romanzo di Christian Gailly, “ L’incident “, “ Les Herbes folles “, titolo francese del film, più appropriato, racconta delle erbe folli, quei fili verdi che a volte si notano tra le pieghe dell’asfalto, fragili ma resistenti che rompono il cemento, una vita altra che emerge in condizioni avverse proprio li dove non ci si aspetterebbe. Marguerite (una stralunata e originale Sabine Azema ) è una signora borghese di circa sessant’anni, quando è giù di morale entra in un elegante negozio del centro di Parigi e compra un paio di scarpe belle e costose.
Sollevata, esce dal negozio ma subisce lo scippo della borsa; non si perde d’animo rientra nel negozio e si fa ridare il danaro dell’acquisto e fa mettere da parte il paio di scarpe rosse. Georges ( un sempre bravo e equilibrato André. Dussolier), un signore ormai in pensione, un po’ svagato, ma ancora fisicamente attraente, trova il portafogli di Marguerite per terra accanto alla sua vettura, nel parcheggio di un centro commerciale: comincia a pensare su cosa fare. La chiama ? Va alla polizia ? Ci pensa e ci ripensa, fino a fantasticare sulla donna di cui ha anche due foto; è attratto da lei e dalla circostanza fortuita, e senza rendersene conto, ancora prima di contattarla, inizia a desiderarla ma rifugge anche da questa ipotesi. E non perché ha una bella e tollerante moglie, ma per quello che è in noi stessi e che non conosciamo nel profondo. Ma, dopo un po’, il desiderio è troppo forte, vuole conoscerla. Lei è una donna solitaria, fa la dentista e per hobby pilota un aereo leggero.
Marguerite gli resiste, ma per poco. Tocca a lui allora resisterle. È una corsa verso l’errore, piena di vita, inarrestabile. Inizia un girotondo di desideri e di amore inespresso. Ed ecco che è proprio Marguerite a rendersi conto di non poter fare più a meno di quelle attenzioni e a partire alla carica, con l’aiuto di una collega dentista, per riconquistare il suo bizzoso ammiratore, coinvolgendo in questo instabile balletto persino la moglie di lui. Fino a che tutti conoscono tutti e verso la fine fanno un volo sul bimotore di Marguerite.
Storia di una passione tra persone non più giovani, irragionevole, spuntata come l’erba che esce dall’asfalto là dove non la si aspetta, rigogliosa e capricciosa in età matura. Dialoghi a volte surreali, quasi da montagne russe e se si entra nel gioco non si vorrebbe più scendere a terra, restare in sella al film, dove tutto è pirotecnico, fantasioso, pieno di sorprese.
Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

I grandi maestri ruggiscono ancora e questa è una buona notizia. Alain Resnais, dall’alto dei suoi quasi ottantotto anni continua a sperimentare ed a comporre nuovi affreschi cinematografici. La storia, tratta dal romanzo “L’incident” di Christian Gailly, è di quelle a lui care: un portafoglio rubato e poi ritrovato fa incontrare Georges (André Dussollier) e Marguerite (Sabine Azéma), innescando un turbamento nelle loro vive fino a quel momento tranquille. Il film arriva però in Italia in un esiguo numero di copie dopo quasi un anno dalla sua presentazione a Cannes, dove vinse il Premio eccezionale della Giuria, e questa non è una bella notizia.
Un intreccio apparentemente semplice permette a Resnais di trasporre il romanzo sullo schermo in maniera alquanto originale, ma rispettosa (usa molte cesure, con dissolvenza al nero, come a chiudere i capitoli del libro), utilizzando in parte le parole e i dialoghi originali, anche se, come ha dichiarato lo scrittore, il regista francese “non filma la letteratura, compone immagini che ci raccontano qualcosa di completamente diverso (…), qualcosa di visibile. (…) Il cinema dovrebbe essere questo.” “L’incident” parlava del “desiderio del desiderio” e Resnais si è divertito a sottolineare l’irrazionalità latente di due personaggi apparentemente normali, già un po’ avanti con gli altri, che si fanno prendere dagli eventi, compiendo gesti già per loro stessi insospettabili e portando il racconto a svolte insolite, un po’ come quelle “herbes folles” del titolo originale, le malerbe, le erbe cattive che spuntano ovunque, tra le crepe dell’asfalto di città come in mezzo alle rocce della campagna e che, come si vede nel film diventano sempre più rigogliose con il passare del tempo ed il procedere quasi casuale degli eventi. Tenendo presente l’intero corpus degli scritti di Gailly, noti a cast e troupe, per risolvere ogni problema presentatosi durante le riprese, il regista francese ha cercato uno stile “sincopato” sia nella sceneggiatura insieme a Laurent Herbiet e nelle musiche di Mark Snow che nelle scenografie di Jacques Saulnier e nella fotografia di Éric Gautie.
Irrinunciabile infine l’amore cinefilo: al cinema i due protagonisti vanno a vedere I ponti di Toko-ri di Mark Robson, film che comprende tra l’altro un’altra storia d’amore tormentata, un altro “amore folle”.
Paolo Dallimonti, da “centraldocinema.it”

Alain Resnais, alla soglia dei novant’anni, torna a parlarci dell’amore e delle sue contraddizioni col suo stile colto e inconfondibile, in un film dall’alto contenuto filosofico tratto dal romanzo L’incident, di Christian Gailly .
George, un uomo all’apparenza normale, si ritrova a sviluppare un’ossessione amorosa per Marguerite, una donna mai conosciuta di cui ha trovato il portafoglio. Un incidente, una semplice casualità, un banale accadimento quotidiano, ma comunque in grado di sconvolgere l’io di quest’uomo, il cui desiderio non conosce freno nemmeno di fronte alle più semplici barriere sociali. Anche se consegnerà il portafoglio alla polizia, cercherà di contattarla, di sapere tutto di lei, di parlarle o di scriverle superando la propria timidezza, arrivando persino a tagliarle le gomme dell’auto. Dopo una iniziale riluttanza a conoscere l’uomo, nemmeno la donna può fare a meno di sviluppare una propria e personale ossessione, scombinando la sua vita e il suo ordine.
La trama, che potrebbe benissimo essere quella di un dozzinale melodramma, è arricchita però, oltre che dai dialoghi efficaci di Gailly, dalla personale visione del mondo di Resnais, mai precisa o definita ma sempre fluttuante e aleatoria, il quale gioca spesso con l’incongruenza mistica della propria narrazione.
La luce, ancor prima delle azioni, diviene l’anima della vicenda, ciò che muove e sottolinea l’interiorità dei personaggi e delle loro passioni. Grazie a una fotografia onirica, a prevalenza di luci al neon – rosse, azzurrine o verdi – la vicenda acquista una dimensione magica ed eterea come lo sono i desideri dei protagonisti, che si lasciano portare da un’ossessione tanto ingli-amori-follispiegabile quanto lo è quell’erba – in francese il titolo sarebbe “Le erbe folli” – di cui vediamo spesso degli scorci, cresciuta sempre tra l’asfalto o tra la roccia. L’amore, si potrebbe dire, acquista valenza di dogma, surclassando le barriere comportamentali e l’ordine della vita. Ed è proprio così che spunta quella pazzia, quell’irragionevole bramosia di conoscere una persona estranea, di averla, come irragionevole è l’erba che spunta dal cemento.
Resnais, non meno dello spettatore, sembra farsi suggestionare da quell’anarchia che a volte prende il sopravvento nella vita delle persone. Oltre a voler mettere in scena il mondo interiore degli amanti – come ad esempio quell’istintivo e fanciullesco desiderio di volare – ci viene anche spontaneo pensare a come sia impossibile spiegare razionalmente il desiderio e le sua combinazione con la vita. Infatti, se all’inizio è George quello titubante e indeciso, i ruoli si capovolgono inspiegabilmente, proprio come un’altalena spinta dal caos che governa i loro cuori.
E le erbe rappresentano, oltre a una naturale suggestione, un collegamento diretto con l’interno più viscerale dei personaggi, un po’ come le meduse in Parole, parole, parole o la neve in Cuori.
La scintilla della pazzia, a danno della monotonia della vita e delle convenzioni sociali, è in definitiva la sola in grado di spiegare l’amore.
Alessandro Guaita, da “doppioschermo.it”

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