Draquila

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La terra trema. Dopo il Grande Terremoto che la sorprese indifesa nel 1461 e poi nel 1703, l’Aquila è abbattuta nella primavera del 2009 e di nuovo “città rovinata”, come ebbe a scrivere tre secoli prima Marco Garofalo, Marchese Della Rocca, al Vicerè di Napoli. Questa volta a compiere il miracolo del terremoto non sarà però il martire cefaloforo Emidio, condannato alla pena capitale e poi canonizzato. Al culto emidiano si sostituisce quello berlusconiano, (auto)celebratosi a partire dal 7 aprile, il giorno successivo alla scossa fatale che ha colpito al cuore l’Abruzzo e piegato le sue anime “forti e gentili”.
Da qui si avvia il documentario di Sabina Guzzanti, cronaca delle ‘cose nostre’ e della politica dei fattacci che hanno compromesso il futuro dell’Aquila e della sua gente. Persuasa che da quando i politici sono diventati barzellettieri, i comici hanno il dovere morale e l’autorevolezza per parlare di politica o addirittura di fare politica, la Guzzanti indossa letteralmente i panni del premier e parte alla volta dei campi di soccorso, promossi dal governo Berlusconi in attesa di edificare una New Town da inaugurare il giorno del suo compleanno. Magari confezionando una torta e mettendo in fresco una bottiglia di spumante rigorosamente italiano da stappare in suo onore. Parola del presidente. E già, perché il 6 aprile del 2009 il nostro premier pativa una crisi di popolarità che il terremoto aquilano avrebbe certamente risollevato. Venuto “di cielo in terra a miracol mostrare”, il consacrato dal popolo investe la Protezione Civile, nella persona di Guido Bertolaso, di ricostruire la città in barba alla sua storia, alla sua cultura e ai suoi cittadini. Favorito da normative straordinarie e da una sinistra desolante e desolata come la tenda abbandonata del Pd, il “braccio armato” del governo realizza altrove una città altra, che distrugge il valore degli incontri e costringe gli aquilani ‘più fortunati’ in appartamenti asettici e davanti a televisori che predicano il berlusconismo.
Abbandonando la satira indigesta per il giornalismo d’inchiesta, Sabina Guzzanti intervista una messe di persone e personalità, provando a ragionare sui fatti (in)evitabili, sulla prevenzione mancata, sulle vite condannate, sulle speculazioni, sui finanziamenti illeciti, sulla sistematica messa in discussione dei principi di trasparenza e legalità che fondano l’idea di una socialità democratica. Contro l’orrore e l’indignazione di intercettazioni telefoniche inconcepibili e mostruose, contro l’incredibile capacità di pervertire l’idea di giustizia, contro l’uso disinvolto dell’ironia, della decenza, della memoria storica e della correttezza istituzionale si alza la voce degli abruzzesi, uno su tutti, il lucidissimo professore Colapietro, che ha deciso di abitare “nonostante” il centro storico dell’Aquila, rinnovando, con una manciata di operai e di euro, la sua casa e la sua vita. Centro storico e culturale a cui l’imprenditore, il politico, l’uomo medio dei media ha negato l’accesso e prorogato restauri e ristrutturazioni, disperdendo lungo la costa una popolazione cittadina imprescindibilmente legata al tessuto artistico e architettonico della propria città.
Soprassedendo sulle immagini sgranate, sulle inquadrature di stampo televisivo e l’approssimazione estetica, Draquila rivela la maschera tragica del nostro Paese e solleva la voce che non ha timore di raccontarci una volta di più cos’è (stata) l’Italia berlusconiana. Davvero non c’è niente da ridere e Sant’Emidio fulmini una volta per sempre chi la notte del 6 aprile ha irriso ai vivi e ai morti dell’Aquila. E adesso (ri)”facciamo bella, che nulla nello regame possa confrontarsi ad essa”.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.com”

Draquila L’ Italia che trema. Il terremoto della Guzzanti diario senza sconti per nessuno
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Il documentario d’ intervento politico, almeno nella forma recente che è stata messa a punto dal suo «profeta» Michael Moore, rischia a volte di trasformarsi in un’ arma a doppio taglio. Perché l’ irruenza e la passione dell’ autore possono soverchiare la forza e l’ originalità dello sguardo e quello che ne risulta finisce per assomigliare troppo a un comizio. Che è una forma sacrosanta di comunicazione, a volte anche necessaria e benemerita, ma che non dovrebbe mai nascondersi dietro l’ «oggettività» che la forza delle immagini porta con sé. Naturalmente, non tutti gli autori cadono in questa trappola. Ci sono finiti dentro spesso Joris Ivens, il già citato Moore e Oliver Stone ( nei lavori che ha fatto su Castro e su Chávez). Hanno saputo evitarla, tanto per fare altri nomi, Depardon, Wiseman e Spike Lee con il suo film sulle devastazioni dell’ uragano Katrina in Louisiana. La evita – la trappola della retorica e la tentazione del comizio – anche Sabina Guzzanti con Draquila. L’ italia che trema (da venerdì nei cinema e poi fuori concorso a Cannes, con un titolo «vampiresco» proposto alla regista dai frequentatori del suo blog) dove maneggia con un pudore che però non fa sconti il terremoto dell’ Aquila e i problemi della ricostruzione. Di tutti i recenti disastri nazionali, quello dell’ Aquila è stato sicuramente il più «coperto» dal punto di vista mediatico. E non solo per le innumerevoli visite del presidente del Consiglio che tra le rovine abruzzesi ha anche ambientato il G8 ospitato dall’ Italia. In tanti hanno voluto documentare quello che era avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 e soprattutto quello che stava succedendo dopo quella data. Sabina Guzzanti non si è mossa certo tra i primi (nel film ironizza su tutti i vip che sono arrivati prima di lei), ma forse è quella che lo ha fatto con un progetto più preciso. O meglio, con la capacità di adattare quello che aveva in mente alla realtà che prendeva forma davanti ai suoi occhi. Recuperando lo spirito delle inchieste sul campo, il film si trasforma da subito in una specie di diario in pubblico sul dopo-terremoto: le visite ufficiali delle autorità si intrecciano ai commenti dei terremotati, quelli felici dell’ attivismo del Governo e quelli critici sui metodi polizieschi messi in campo; le interviste agli esperti scavano dietro le dichiarazioni ufficiali e gli atti pubblici; la vita quotidiana nelle tendopoli e negli alberghi fa i conti con il tempo che passa e le sorprese che riserva la cronaca politica e giudiziaria. Nelle scene iniziali del film, la Guzzanti non nasconde certo le sue idee politiche, ma man mano che questo «diario» filmato procede ha la capacità di mettere da parte le proprie certezze per far parlare i fatti e le persone, utilizzando in abile alternanza la propria (contenuta) presenza in video come intervistatrice e un più «oggettivo» commento fuori campo. E soprattutto lasciando che lo spazio delle riprese sia conquistato soprattutto dalla forza – spesso contraddittoria – delle facce e delle voci degli aquilani. Così che, conoscendo il protagonismo dei nostri comici, si finisce per ammirare ancora di più la capacità di silenzio della Guzzanti, anche davanti a frasi e gesti che avrebbero facilmente innescato repliche ironiche o sarcastiche. Ma è proprio così, lasciando scivolare lo spettatore dentro l’ orrore di una situazione che nessuno mette in discussione, tanto meno una balbettante opposizione (perché si pensa solo a costruire nuovi appartamenti e nessuno ha un piano per far rivivere la città lesionata? perché nessuno dice che in quelle case nuove non si può nemmeno appendere un chiodo?), è esattamente così che Draquila assume pian piano una forza che va ben al di là delle pur inquietanti domande a cui le offensive risate dei faccendieri edili e le granitiche certezze dei paladini della ricostruzione si guardano bene dal rispondere. Una forza che nessun comizio può avere e che invece possiede lo sguardo sulla realtà che la Guzzanti ha il coraggio e la forza di mostrare. Soprattutto quando quella realtà assomiglia sempre di più a un incubo orwelliano.
Da Il Corriere della Sera, 4 maggio 2010

Un film contro Berlusconi & C. alla maniera di Michael Moore
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Nel flusso del nostro tempo in cui è difficile distinguere tra denuncia e cabaret, satira e giornalismo, indagine e intrattenimento, opinionee documento, Sabina Guzzanti ha un posto che, la battuta è scontata quanto calzante, sta facendo di lei la nostra Michael Moore. La maniera di costruire questo suo pamphlet sul martirio aquilano e sull’ incombente ombra della Protezione Civile di Bertolaso-Berlusconi narrata come un Lato Oscuro della Forza che in parte ha messo e in parte ha tentato di mettere a segno (stoppato dagli scandali) un colpo di stato silenzioso, ha caratteristiche simili a quelle su cui si fonda l’ ibrido e tagliente stile del corpulento docu-comico quando assalta i centri di potere americani. Il mettere se stessi come protagonisti al centro della narrazione (Guzzanti più defilata, più intervistatrice); l’ assumere molto esplicitamente un punto di vista, da polemisti più che da veri e propri documentaristi (ammesso che esista un’ espressione univoca del genere “documentario”); cavalcare il rifiuto a rispondere della controparte (Bertolaso qui), usare le poche professioni pro-governative, di fiducia e gratitudine, come un artificio retorico, dare la parola ai detrattori, a chi non l’ ha bevuta. Questo per tracciare un profilo il più possibile “cinematografico” di un prodotto che affida la sua importanza e il suo valore principalmente ai contenuti. Che ti fanno uscire dalla proiezione con le mani tra i capelli. Sulla scia della chiusa affidata a un signore che sintetizza non eufemisticamente così: «Non si può dire che sia propriamente dittatura, quella dove c’ è la tortura. Ma è la dittatura della merda. Della quale si continua a dire: non può durare. Ma non è vero. Dura, invece. Durerà».
Da La Repubblica, 4 maggio 2010

Guzzanti, sul terremoto film denuncia stile Moore
di Alessandra De Luca Avvenire

Quando all’inizio del film la vedi arrivare a L’Aquila travestita da premier, temi il peggio. Cioè è che tutto si risolva in una satira un po’ faziosa fondata sullo sberleffo tipico di un antiberlusconismo sterile. E invece nel suo ultimo documentario, Draquila – L’Italia che trema, ambientato tra i terremotati dell’Abruzzo, Sabina Guzzanti non punta per niente a far ridere. Non lasciatevi dunque fuorviare dall’ironia del titolo: il film che arriverà venerdì nelle sale distribuito da Bim e che avrà un posto speciale al prossimo Festival di Cannes, dove troveranno inevitabilmente spazio anche dibattiti e polemiche, è «una feroce inchiesta sul potere di pochi e la rassegnazione di tanti, sulla propaganda e la bolla speculativa post sisma, sui media e le menzogne, sulla censura e la colpevole assenza dell’opposizione».
Insomma, siamo più dalle parti di Michael Moore che dalla classica Guzzanti. Se nei suoi film precedenti Sabina aveva spesso lasciato che il proprio ego prendesse il sopravvento, qui sembra voler far parlare i fatti.
Il film-inchiesta parte all’indomani del terremoto e del G8 quando la Guzzanti arriva a L’Aquila con una piccola troupe di tre donne e una camera digitale, senza sapere esattamente cosa troverà. Dopo un anno di lavoro, 700 ore di girato, centinaia di interviste e colloqui, dati, statistiche, documenti ufficiali, la regista sostiene con il suo lavoro la seguente tesi: «L’Aquila è un esperimento per testare, in un microcosmo facilmente controllabile e militarizzato, come si possano violare i diritti civili e i principi costituzionali senza che nessuno se ne accorga. E mentre pochi protestano indignati e tanti gridano al miracolo Berlusconi per le case ricevute a tempo di record (case che poi dovranno rendere con tutto quello che c’è dentro, scopa compresa; case nelle quali è proibito persino piantare chiodi per appendere quadri), la tenda del Pd resta vuota e gli urbanisti delle newtown sognano di sostituire centri commerciali ai centri storici».
Il docu parte con due gaffe: quella di Marcello dell’Utri che in una intervista si fa sfuggire «sono mafioso» e quella di Berlusconi che afferma come abbia speso ‘200 milioni di euro per giudici e avvocati». Poi arrivano tutta una serie di interviste ad abitanti dell’Aquila tra cui, molte, del tutto positive nei confronti del premier che ha dato loro una casa con tanto di spumante nel frigorifero. Tra gli aspetti in cui si dilunga il documentario è l’isolamento dei campi di accoglienza allestiti dalla protezione civile in Abruzzo. A parlare di malaffare e politica intervengono magistrati come Antonio Ingroia, che torna sui ventilati finanziamenti mafiosi per la costruzione di Milano 2, vera svolta economica del giovane Berlusconi imprenditore. Insomma, Sabina stavolta non punta far sorridere ma a farlo inorridere, mostrandogli un presente capace di togliergli una parte di sonno.
Da Avvenire, 4 maggio 2010

Terremoto Draquila
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Il titolo Draquila è una parola inventata, composta da Dracula e L’Aquila per indicare qualcosa di opposto a quanto sostenuto da quasi tutti i media italiani: ossia che gli interventi governativi durante il primo periodo seguìto al terremoto abruzzese sono stati anche azioni da vampiro. Il terzo documentario di Sabina Guzzanti dopo Viva Zapatero! e Le ragioni dell’aragosta non offre grandi rivelazioni ma sostiene con sintetica chiarezza e grande efficacia tre proprie convinzioni: per Berlusconi, il terremoto è stata un’occasione irripetibile per riprendersi da una situazione personale spinosa; più che in altri casi, la Protezione civile e i «poteri speciali all’uomo speciale» Guido Bertolaso hanno dimostrato di essere il braccio operativo del presidente del Consiglio; i cittadini aquilani non son mai stati consultati sul destino proprio e della propria città e ancora oggi patiscono. Lo stile documentario (interviste, immagini ironiche, paesaggi devastati, ricostruzioni della sciagura) è assai maturato, s’è fatto più professionale senza privarsi dello spirito critico né dello slancio. Alcuni momenti (le luci rimaste accese nel centro della città fantasma dalla notte del 5 aprile 2009, i cumuli di macerie che aprono e chiudono il film, lo smarrimento disperato delle persone) sono profondamente toccanti. Un equilibrio è salvaguardato: parlano terremotati riconoscenti prodighi di lodi per Berlusconi, e terremotati esasperati che sfilano con gli striscioni «Vergogna». Sono molti i dettagli inediti e significativi. George Clooney e Carla Bruni in visita al disastro. La dichiarazione scritta che i destinatari delle casette di legno hanno dovuto firmare, impegno a riconsegnare la fornitura domestica in buono stato e a non piantare neppure un chiodo sulle pareti. La proibizione agli attendati di bere alcol, caffè e persino Coca Cola, il divieto di assemblea pubblica nelle tendopoli, l’ingresso vietato in certi campi profughi. L’ammissione a cerimonie o visite ufficiali soltanto ai giornalisti autorizzati dalla presidenza del Consiglio. Tra i Grandi Eventi costosi compresi nei poteri della Protezione civile, piccoli fatti come la celebrazione di san Giovanni da Copertino. Le parole dure («È una dittatura della merda»). Il terremoto previsto, prevedibile. I terremotati con la maglietta gialla dalla scritta «Abruzzesi forti e gentili».
Da La Stampa, 7 maggio 2010

L’Aquila e il ballo dei vampiri
di Roberto Silvestri Il Manifesto

Sabina Guzzanti, cacciata dalle tv, risponde con un film dell’orrore (nelle sale il 7, a Cannes il 13), munita di martello e paletto. Draquila L’Italia che trema è un’inchiesta sul dolore di una terra martoriata. Un film serio. Ciò che altri soffrono può essere sperimentato solo attraverso l’arte. Ma anche comico, che fustiga chi trasformò in super affare edilizio la catastrofe per moltiplicar consensi e profitti: la protezione civile, braccio armato, Spa del governo, succhia commesse e denaro, grazie a normative straordinarie molto ben congegnate. È un film dell’orrore. Protagonisti Dracula, gli adepti e i loro servi, a caccia di sangue umano. Un documento agghiacciante che riguarda non solo l’«invasione degli ultracorpi» a L’Aquila e dintorni dopo il terremoto. Ma l’espandersi a macchia d’olio di una nuova, sottile, ancora poco visibile forma di stato parallelo se non di dittatura, magari per ora obliqua e in doppio petto… Ma intanto. Oltre 300 morti, per una sciagura annunciata. Una delle nostre dieci, splendenti, città d’arte, da oltre un anno ridotta a ghost town, dagli accessi militarizzati. Stato di evacuazione permanente. Le luci nelle case vuote sono tuttora spettralmente accese, ogni notte…
Il valore di quello che si è sfasciato è immenso. È patrimonio dello stato e lo stato dovrebbe rimetterlo a posto. Ma due terzi della città è ancora fuori casa (quella vera, quella sua). Sabina Guzzanti in Draquila L’Italia che trema, indossa solo per pochi secondi i panni del presidente del consiglio, ma questa volta non è più lui né la sua inurbanità comportamentale, l’oggetto della satira. Il Duomo in faccia ha sciupato il gioco? E neanche il vuoto spirituale dell’opposizione è deriso più di tanto, basterà una tenda elettorale del Pd perennemente chiusa e vuota, d’inverno e d’estate. Anche se la società civile, dal basso, a forza di cariole sappiamo che si farà sentire… E non si tratta neppure di un Bertolaso and Me. La satira si fa teorema meditabondo, e commosso, più vasto. Serio. Risponde ai fatti (le Case) con i fatti. L’economista Joan Robinson ricordava un pensiero di Mao Tse Tung incomprensibile, prima dell’avvento di Berlusconi. Il suo pensiero farebbe «crescere le messi su una collina sassosa». Adesso che vediamo quelle colline sassose sappiamo cosa aveva prefigurato il grande timoniere… Fatti? La costruzione, come spiega Guzzanti «di una sorta di esercito in mano alla presidenza del consiglio, con licenza non di uccidere ma di spendere, di dare, di assumere senza concorso di andare in deroga a tutte le leggi, di autorizzare costruzioni abusive, di elargire fondi extra al Vaticano». Come una puntata di Report. Volontariamente comica solo a flash, quando alla moviola si scoprono i lapsus sublimi e criminali di Dell’Utri o del suo padrone. Oppure quando qualche sinistrato è convinto di essere un miracolato di Lourdes scampato al supplizio del camper. O quando la grafica d’animazione scandisce i vari capitoli della nostra hilarotragedia, dai soldi buttati alla Maddalena alle escort, dal processo di secondo grado a Dell’Utri alla testimonianza di Ciancimino figlio che svela finalmente, lo ha letto nelle carte di Ciancimino padre, il segreto dei fondi utilizzati da Silvio Berlusconi per realizzare Milano 2. Mafia. Dal divieto bulgaro di attaccare chiodi alle pareti delle nuove case al vaso di plastica della protezione civile «regalato» ai nuovi inquilini, assieme a lenzuola, pentole e spumante italiano (da restituire intatti all’uscita) con le scritte «Protezione civile», progetto Case e Repubblica Italiana. Attraverso la costruzione di case, la Protezione civile diventerà sinonimo di Stato, ci spiegherà il semiologo. Intanto quel vaso tutti hanno paura di buttarlo. Dovessero rimborsarlo…. Perché si vuole distruggere per sempre L’Aquila? Non sarà perché, come ci ricorda Guzzanti, L’Aquila fu costruita da Federico II per contrapporre a Roma corrotta, a «Roma ladrona», una città elegante, colta, con splendide fontane pubbliche collettive, e onesta come quell’unico abitante che è riuscito a non farsi sbattere fuori dalle sue mura, niente affatto pericolanti? La popolazione abruzzese del capoluogo è stata invece immediatamente deportata sull’Adriatico o «imprigionata» nelle tendopoli. E viene, poco a poco, ingabbiata in case asettiche, costruite su terreni agricoli non edificabili, e trasformata da comunità vivente accentrata in «mera unità di consumo», decentrato e segmentato. Si chiama sadismo urbanistico.
E, nel settembre scorso, tutti via dalle tende, a costo di essere sbattuti con le cattive nei suburbi o a 70, 80 chilometri dalla città. Impossibile lamentarsi, manifestare, contraddire, neppure fischiare, scrivere cartelli sembra più permesso. «Niente container, sono un ex costruttore edile, io. Farò un miracolo!». Vietati intanto alcolici, caffè e coca cola nelle tendopoli e riunioni di ogni tipo e megafoni. Ecciterebbe gli animi. La Protezione civile, intanto, mentre i palazzinari a essa collegati sghignazzano pregustando la notte della catastrofe affari d’oro, sveltisce gli appalti e triplica così i costi delle case antisismiche, perché si triplicano inutilmente i dispositivi anti-sismici. Bertolaso prende il controllo della situazione, esautora le istituzioni democraticamente elette. Può farlo. È lo «stato d’eccezione». Un’espressione che da ora in poi, c’è la crisi, no? potremmo usare indefinitamente. È l’ideale politico e giuridico di chi non sopporta contraddittorio, né avversari, né giudici né stampa, non controllata direttamente. Se dalle sciagure, meglio se «pilotate», si passasse a gestire i grandi eventi, la visita del papa e le manifestazioni sportive, e ci trasformassimo in Spa? L’idea era perfetta, qualche intercettazione sciagurata l’ha per ora fermata. In Draquila l’Italia che trema c’è poco da ridere. La Michael Moore italiana Sabina Guzzanti, meno giornalista di lui, ma più comica (solitamente) si fa sopraffare dal dolore.
Da Il Manifesto, 4 maggio 2010

Paola Casella
Europa

Se davvero Sabina Guzzanti è la Michael Moore italiana, in Draquila parla, e appare, molto meno del documentarista oversize (e potrebbe risparmiarsi anche il predicozzo finale, tanto un’idea di dove vuole arrivare alla fine del film ce la siamo già fatta). La regista lascia che a parlare siano i fatti e le persone, tutte con uguale dignità di parola (al contrario dei giornalisti e dei cittadini “filtrati” dalle forze dell’ordine che hanno gestito le conferenze stampa e le apparizioni pubbliche di Berlusconi a L’Aquila), dall’omino che parla di Silvio come di un santo protettore al professor Colapietro, unico aquilano rimasto nella sua vecchia casa «fra le mie pareti, i miei gatti, i miei libri», da Ciancimino Jr. che dichiara che i soldi per costruire Milano 2 il Berlusca li ha presi dalla mafia ai faccendieri che, nelle celebri intercettazioni, se la ridono del terremoto, sfregandosi le mani. La regista ci mostra così i puntini e i loro inevitabili collegamenti senza prenderci troppo la mano per aiutarci a disegnare la figura finale.
Da Europa, 8 maggio 2010

Aquila, Italia Guzzanti oltre la satira
di Silvio Danese Quotidiano Nazionale

Quella macabra risata dei più furbi… Dalle strade chiuse detta città morta alle sbrigative liquidazioni dette tendopoli in ottobre, dopo la prima consegna dette case «tutto compreso». La fiducia dei sopravvissuti, il disorientamento del «decentramento abitativo», gratitudine e ribellione, la logica dei poteri, il successo mediatico di Protezione Civile e G8, brand del berlusconismo, netta dispersiva debolezza del Pd, di cui si ritrae, nei mesi, un tendone abbandonato. Vengono fuori gli ambigui regolamenti di clausura dei campi, te potenzialità di ristrutturazioni sicure e rapide del centro storico, la voglia di tornare a essere una comunità che ha storia, coraggio, futuro. Sulla costa stazionano ancora centinaia e centinaia di famiglie… Come un antico talk show, Aquila Italia? La Guzzanti prova a temperare la proverbiale satira aggressiva e fa il suo resoconto, bilanciando la cinepresa tra giornalismo d’inchiesta e documentazione dei paradossi. Visita nella città del post terremoto con la pila costituzionale, i dubbi dei «salvati», le carte delle inchieste sui salvatori. E ancora, l’orrenda risata degli squali.
Da Quotidiano Nazionale, 07 maggio 2010

L’Aquila oltre la cortina di fumo
di Paola Casella Europa

«Il braccio armato economico di questo governo è la protezione civile» dice uno degli intervistati di Draquila – L’Italia che trema, il nuovo documentario di Sabina Guzzanti dedicato alla ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto, scandali compresi. Ed è forse la dichiarazione più fortemente politicizzata di un film di realtà, benché ricoperta da moltissima finzione, che per il resto si limita a parlare con la gente de L’Aquila, mostrando la stessa empatia per chi vede attraverso la cortina di fumo e chi invece ne è accecato. La Guzzanti evita l’errore di parlare solo con i rappresentanti delle istituzioni, e non mostra alcun interesse verso lo sforzo giornalistico di controbilanciare le varie voci dei rappresentanti dell’opinione pubblica, facendo parlare il governo (non si sa se per strategia narrativa o per rifiuto di rispondere delle autorità: certo è che Bertolaso è stato da lei più volte contattato e ha sempre rifiutato di parlare) solo attraverso le dichiarazioni ufficiali, i comizi di partito, le apparizioni televisive e pubbliche del premier, spesso intervallate da cartoni satirici che ricordano gli stacchetti delle Iene.
Se davvero Sabina Guzzanti è la Michael Moore italiana, possiamo dire che in Draquila parla, e appare, molto meno del documentarista oversize (e potrebbe risparmiarsi anche il breve predicozzo finale, tanto un’idea di dove vuole arrivare ce la siamo già fatta). La regista lascia che a parlare siano i fatti e le persone, tutte con uguale dignità di parola, al contrario dei giornalisti e dei cittadini “filtrati” dalle forze dell’ordine che hanno gestito le conferenze stampa e le apparizioni pubbliche di Berlusconi a L’Aquila Dall’omino che parla di Silvio come di un santo protettore al professor Colapietro, unico aquilano rimasto nella sua vecchia casa «fra le mie pareti, i miei gatti, i miei libri», da Ciancimino Jr. che dichiara, assumendosene la responsabilità, che i soldi per costruire Milano 2 il Berlusca li ha presi dalla mafia (e la Guzzanti ancora un po’ sviene in diretta) ai faccendieri che, nelle celeberrime intercettazioni, se la ridono del terremoto, sfregandosi le mani.
Niente di nuovo sotto il sole, niente che non sapessimo già. O forse no: la «gestione militarizzata » dei campi non ci era stata ancora raccontata dai media con sufficiente chiarezza, e qui invece viene denunciata dai baraccati, anche quelli più moderati, con frustrazione e senso del ridicolo verso il «paternalismo oppressivo » di una difesa non richiesta contro un pericolo inesistente. Il lavoro della Guzzanti è stato semplicemente quello di connettere i puntini e far vedere la figura che ne emerge, senza prenderci troppo la mano per disegnarla lei stessa.
E il centro emotivo del documentario, che però giustamente arriva solo verso la fine, altrimenti non riusciremmo a recepire nient’altro, è la testimonianza di un giornalista che ha creduto alle rassicurazioni dei sismologi e delle autorità sulla non pericolosità del terremoto in arrivo, e ha perso così i suoi due figli.
Ciò che è straziante, oltre al dolore personale e all’evidente senso di colpa dell’uomo, è la constatazione che stiamo diventando un paese in cui ciò che ci viene detto conta più di ciò che vediamo con i nostri occhi e intuiamo con il nostro buon senso, e che anche nella provincia italiana di tradizione rurale non esiste più la saggezza popolare dei nostri nonni contadini che, ricorda un’intervistata, non sapevano leggere né scrivere ma alla prima avvisaglia di terremoto facevano le valigie e abbandonavano le loro case.
Del resto, dice Draquila, siamo anche diventati un paese che «punta tutto sull’emergenza e niente sulla ricostruzione», che sostiene che le case prefabbricate costruite dal governo nel mezzo del nulla (ma secondo Berlusconi «inserite armoniosamente nel tessuto urbano preesistente», sempre perché le parole devono negare la realtà in modo convincente) siano un valido sostituto per il restauro delle abitazioni di una città d’arte, abitazioni che le famiglie si tramandavano da generazioni. Sabina ascolta tutti, soprattutto gli anziani che commuovono nella loro contradditoria umanità: un’anziana signora che pare lobotomizzata dalla propaganda governativa è anche l’unica che chiede all’intervistatrice, con genuino interesse: «Ma lei, cosa ne pensa?».
«Una volta che ti hanno preso, sei finito», dice il professor Colapietro, e pare il protagonista de L’invasione degli ultracorpi. All’estremità opposta ci sono gli aquilani sfollati grati di ciò che è stato loro dato, come gli indigeni all’arrivo di Colombo, anche se viene «imposto loro un modo di vivere che non hanno democraticamente scelto», e anche se quello che hanno ricevuto andrà restituito intatto, perché sia chiaro che sono ospiti, non cittadini. Nelle immagini ufficiali «tutto va bene, tutto procede», dice una terremotata.
«La sofferenza non esce mai fuori ». Quando Draquila verrà presentata come evento speciale al prossimo Festival di Cannes quella sofferenza attraverserà i confini, così come emigrerà il ritratto di un’Italia in cui «si è speculato su tutto».
Da Europa, 4 maggio 2010

Il grido civile di Sabina G.
di Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano

Non so se per cambiare o per gli extraterrestri che vorranno sapere come siamo finiti”, comunque, è Draquila — L’Italia che trema di Sabina Guzzanti, che porta in sala con Bim e fuori competizione al Festival di Cannes le macerie politiche e sociali del recente terremoto aquila. no, anzi italiano tutto. Molto di questo doc-inchiesta stile Michael Moore—amico di Sabina, l’ha voluta pure al suo Traverse City Film Fest— lo conosciamo già, soprattutto grazie ad Annozero, ma il terrore sta nella cronologia, armata (le forze dell’ordine e del disordine) e disarmata (‘‘l’analfabetismo politico” di non ritorno), dell’affaire aquilano, che la Guzzanti allaccia alle magnifiche sorti e regressive di Berlusconi. Se non ne produce di nuove, mette ordine nella mole di informazioni terremotate dal Sistema B (Berlusconi, Bertolaso, Balducci, etc.), decostruisce la ricostruzione e… si arrende: pur vuota e fasulla, la dittatura prospera. In meno, la sottoesposizione omertosa e/o ottusa dell’italiano medio, il controcanto socio-politico degli alternativi e la sensazione che in una Paese normale questo doc l’avrebbero dovuto accogliere le sterminate platee televisive: invece no, tocca rimanere ira Amici, Pupe e Secchioni, ma il mostro è Draquila, vero Bertolaso?
Da Il Fatto Quotidiano, 06 maggio 2010

Un tragicomico j’accuse
di Paola Piacenza Io Donna

Come un vero cronista, la comica Guzzanti va all’Aquila all’indomani del terremoto, filma il disastro in diretta e, poi, quello che verrà. La spartizione delle spoglie della città, le prove tecniche di sospensione delle libertà costituzionali nei campi, l’infatuazione per l’efficienza della macchina degli aiuti. Collega i fatti, magari azzarda, ma si mette in gioco per raccontare un gioco più grande di lei. E di noi. Il festival di Cannes ha voluto il film tra gli eventi speciali.
Da Io Donna, 08 maggio 2010

L’Aquila vampiri tra le macerie
di Paolo D’Agostini La Repubblica

“Documentario” porta con sé un’ idea di oggettività e imparzialità. Allora questo non lo è, perché esprime in forma di polemico pamphlet un punto di vista. Il terremoto abruzzese è stato terreno di conquista del consenso governativo, che ha distratto l’ attenzione dall’ abbandono in cui si è deciso di lasciare le rovine della città storica; e banco di prova per il decisionismo autoritario, che dribbla il fastidio democratico dei controlli, della Protezione civile di Bertolaso, braccio armato berlusconiano. È quanto si sostiene attraverso documenti e testimonianze non certo pilotati ma scelti e orientati. Guadagnando forza ed efficacia dal rifiuto dei massimi responsabili a rispondere al microfono e alla videocamera dell’ autrice.
Da La Repubblica, 8 maggio 2010

Vita, morte e, soprattutto “miracoli” di uno degli eventi più tragici degli ultimi anni: il terremoto de L’Aquila. Tra i campi degli sfollati e tra le macerie, Sabina Guzzanti ci mostra, in questo documentario di asciutta amarezza, come su una calamità , scolpita nelle facce della gente, si riesca a speculare e a mercanteggiare senza scrupolo alcuno.
Il sisma, con il suo fardello di morte e di disgrazia, diventa, attraverso un’ abile strategia mediatica, un enorme, macroscopico spot per un governo che della “comunicazione” – a qualsiasi livello essa sia – ha fatto la sua bandiera issandola sulle macerie de L’Aquila sì, ma anche su quelle della democrazia e della libertà di parola.
Sabina Guzzanti lascia che sia la gente a parlare: i terremotati, i militari, gli operatori della Protezione Civile… dando voce non certamente ad un pensiero unilaterale ma ad una serie di opinioni in contrasto tra loro, senza risparmiare bordate ad una sinistra fin troppo assente e fin troppo debole.
Qui non si tratta di sposare un’idea politica ma di assistere allo spettacolo pietoso dello sfruttamento del dolore che passa, e purtroppo prolifera, anche attraverso un desolante qualunquismo perché chi sa come manipolarlo trova nel luogo comune il terreno fertile per costruire le illusorie cattedrali “del fare”.
Sulla fragilità di chi soffre si fanno allora “esperimenti”, si mettono in atto piani di emergenza le cui falle vengono opportunamente occultate ma quel che maggiormente sconcerta è che, di fronte ad una tragedia di simili proporzioni, si acquista in automatico una straordinaria licenza: quella di spendere. Fiumi di denaro che scorrono attraverso elargizioni di fondi extra, assunzioni senza concorso, abusivismo e tanto altro ancora. Parole “magiche” che vengono inserite ad hoc in un testo di legge e danno così, paradossalmente, l’opportunità di aggirarla. Una sequenza di immagini, fatti e numeri che lasciano senza parole e quel che maggiormente rattrista è constatare come tutto questo sia stato, ed è, sotto gli occhi di tutti, evidente e tangibile come solo la realtà può essere e, nel contempo, “invisibile” ai più. Come suggestionata da un perverso e misterioso meccanismo ipnotico sembra che una (gran) parte del Paese abbia perso la capacità di indignarsi e ciò è grave poiché smarrendo il senso della ribellione civile si offre il fianco ai colpi della menzogna e della disonestà.
Il film della Guzzanti è, prima di tutto, un invito alla riflessione che l’autrice, attenendosi stavolta al criterio di oggettività del documentario, vuole sollecitare nello spettatore, qualsiasi sia il suo pensiero politico.
L’endemico e dichiarato antiberlusconismo dell’autrice non si risolve qui in un clichè che rischia, in qualche caso, di sfociare nel qualunquismo di cui sopra ma sembra addirittura passare in secondo piano poiché la regista appunta la sua attenzione sui fatti (dimostrati e dimostrabili) e lascia che siano essi a formulare, inevitabilmente, un giudizio. Qualunque sia la fede politica di chi guarda non può, o almeno non potrebbe, non inorridire di fronte a tanta sfacciata speculazione del tragico; colui che non lo fa è come “chi volge altrove l’orecchio per non ascoltare la legge: anche la sua preghiera è un abominio”. E la preghiera, qui, non è citata a caso…
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Certo, chi si reca a vedere l’ultimo docufilm di Sabina Guzzanti pensa di sapere già cosa lo aspetta e crede di scoprire nulla di nuovo, chi invece detesta la comica non ci penserà proprio a visionare la pellicola. E allora? Allora sarebbe utile seguire attentamente il film, invece, perché chi pensa di sapere già tutto troverà la conferma del detto “non c’è limite al peggio” e chi rifiuta aprioristicamente il film avrà la possibilità di valutare gli avvenimenti dell’ultimo anno da una prospettiva non così faziosa come si aspetta.
Si, perché Draquila è un film diverso dagli ultimi due lavori della Guzzanti, Viva Zapatero e Le ragioni dell’aragosta, nei quali il sarcasmo graffiante della regista mascherava la personale urgenza di denunciare una soperchieria, di sottolineare la subdola restrizione alla libertà di espressione. Restrizione che nel 2003 l’aveva duramente colpita con la chiusura del suo ultimo programma televisivo Raiot e che negli anni successivi aveva fatto altre vittime illustri.
Nel suo quarto lungometraggio “la cattiva ragazza” abbandona toni troppo ironicamente pungenti per una equilibrata ed asciutta dimostrazione della sua tesi sui drammatici avvenimenti dell’ultimo anno, partendo appunto dalla tragedia de L’Aquila.
Molti hanno accostato il reportage della Guzzanti ai film di Michael Moore, in effetti ci sono parecchi punti d’incontro e la stessa autrice ha dichiarato più volte, anche sul suo blog, di nutrire una grande ammirazione per il cineasta statunitense. Tuttavia in Draquila lo stile si sovrappone meglio a quello di un giornalismo d’inchiesta alla Report e Sabina elabora la sua tesi con la coerenza e la lucidità dei nostri Gabanelli e Iacona, lasciando solo all’incipit quella piccola dose di veleno satirico (“Berlusconi “stronzacchione”) che la contraddistingue.
Il film si apre su un uomo che si aggira fra le strade lastricate di una città fantasma: è il sindaco de L’Aquila. Le riprese su di lui che percorre disorientato le piazze e le viuzze in cerca della sua gatta, è il modo diretto per farci conoscere (troppo tardi?) questa splendida città d’arte ricca di chiese e di monumenti; ce la fa immaginare, nel momento della tragedia, viva e giovane come dovrebbero essere tutte le città universitarie.
Tolto il siparietto iniziale in cui la Guzzanti veste ancora una volta per pochi minuti i panni del suo Berlusconi, trasformandolo in un bamboccio di nuovo pronto a cogliere l’occasione propizia per il proprio tornaconto, la regista si dissolve lentamente in brevi apparizioni durante il lungo reportage.
Armata di macchina da presa sciorina la sua tesi sulla vergognosa strumentalizzazione di una tragedia, lasciandone parlare liberamente i protagonisti, gli aquilani. Gente comune e cariche amministrative, chiunque possa testimoniare direttamente su ciò che è realmente accaduto in città dopo la notte del 5 Aprile 2009, quando la terra ha tremato.
Ciò che emerge si discosta di gran lunga dall’informazione “ufficiale”, quella cioè dei quotidiani e dei telegiornali nazionali; affiora una realtà diversa da quella manipolata dal potere occulto, una quotidianità resa opaca dalla falsa propaganda: la realtà dissimulata di uno smisurato potere, quello della Protezione civile e del suo capo, Guido Bertolaso, “il cocchiere di Dracula”.
La tesi della Guzzanti si chiarisce: il governo attraverso l’istituzione della Protezione Civile controlla in modo più coercitivo e subdolo l’Italia. E’ sufficiente creare un’Emergenza per avere il passepartout a sospendere momentaneamente i diritti civili dei cittadini attraverso scorciatoie legali, l’emergenza inoltre può rafforzare il consenso elettorale. Tesi agghiacciante, suffragata dalle molte testimonianze raccolte fra gli aquilani, da una parte, e dagli ultimi scandali ben documentati, dall’altra.
E così, mentre allibiti ascoltiamo da un assessore aquilano la lunga lista delle “Emergenze” dichiarate in Italia negli ultimi anni (dalle visite papali, alle celebrazioni e commemorazioni di ecclesiastici e laici illustri, passando per qualsiasi evento sportivo o peggio per i rifiuti di Napoli) a spese del contribuente, ringraziamo per essere scampati per un soffio alla creazione di una SpA della Protezione Civile, progetto governativo scellerato, bloccato in tempo dall’inchiesta e dalle intercettazioni sul G8 in Costa Smeralda.
Dunque, dietro il volto rassicurante di Bertolaso si cela l’altra faccia della medaglia, cioè l’autoritarismo con cui viene gestita l’emergenza, nascosto da una copertura mediatica capillare.
L’inchiesta sul campo della regista stravolge la documentazione finora in nostro possesso. Dà voce a tutti, Sabina, a coloro che si dichiarono soddisfatti dell’intervento del Governo e a coloro che lamentano metodi autoritari, quasi militareschi, adottati in regione a causa dell’emergenza.
Pur cercando l’obiettività, la regista non riesce a mascherare del tutto il proprio scetticismo, ad esempio durante l’intervista ai fortunati che hanno ottenuto la nuova casa, il suo sguardo e il sorrisetto ironico tradiscono la propria convinzione politica. Ma questo è un dettaglio, perché davvero la regista si mette da parte e lascia spazio all’inchiesta attraverso le voci spesso contradditorie dei veri protagonisti del dramma, limitandosi ad un commento fuori campo.
Dalle testimonianze raccolte scopriamo che nelle tendopoli e negli alberghi scorre una vita orwelliana: gli aquilani sottoposti ad un costante controllo atto a mantenerli calmi e buoni (vietato distribuire caffè o Coca-Cola) sono in attesa che un barlume di normalità sia riconquistato e nutrono la speranza, finora disattesa, di vedere rinascere la propria città, speranza che rimbalza sul muro di gomma di una conveniente progettualità governativa, indirizzata alla costruzione di altro (una l’Aquila 2?) e dunque pronta a tuffarsi in una nuova selvaggia speculazione edilizia.
E quando ci si sente saturi di testimonianze mai così ben documentate arriva il colpo basso, ben assestato. E l’alternativa dove è? L’opposizione? Chi ci offre proposte differenti? Chi si fa interprete attivo del malcontento? Il nulla si concretizza davanti ai nostri occhi nell’immagine più triste e disarmante dell’intero documentario: la tenda del PD abbandonata dai militanti e dagli eventuali visitatori: deserto d’intenti ed icona di una assoluta indifferenza.
Allo stesso modo l’assenza di una Stampa libera e obiettiva viene più volte sottolineata (e le recenti polemiche in seno al TG1 ne danno conferma). La stessa Stampa che si sorprende improvvisamente e s’indigna per le risate di chi sa che la tragedia aquilana diventerà per lui un forziere aperto. L’ipocrisia di chi si è asservito ad un potere sottilmente demoniaco, fondato su denaro facile e sui ricatti, è un ostacolo insormontabile. Il potere di un capo-popolo corrotto che, come Dracula appunto, attua le strategie più subdole al fine di perpetuare la propria immortalità a scapito di tutti gli altri, è sempre più radicato e nonostante talvolta riceva qualche sganassone e traballi, subito si rinforza e perdura.
Ben venga allora al festival di Cannes la partecipazione di questo documentario, la cui denuncia diventa provvida almeno all’estero, visto che in Italia molti continuano a non volersi documentare.
La Guzzanti al Festival francese è stata a lungo applaudita, a prescindere delle abituali polemiche che accompagnano l’uscita di ogni suo film. Le è stato riconosciuto il merito di avere ideato e diretto un prodotto intelligente ed efficace, il cui lavoro di un anno ha evidenziato la solerzia e la forte motivazione nel delineare in modo maturo e profondamente umano l’immagine di un Paese fortemente trasformato, prendendo come pretesto la più recente tragedia che lo ha reso visibile all’interesse internazionale.
Durante l’ultima sequenza del film, ormai esausti dalle scoraggianti battute finali, sullo schermo ci pare sovrapporsi l’immagine mefistofelica del Caimano di Moretti e ci tornano in mente, per chi segue gli spettacoli teatrali della Guzzanti, le parole che l’autrice fa pronunciare al suo “simpatico” Berlusconi fantoccio: “Io ho vinto le elezioni, l’Italia le ha perse”.
di pasionaria, da “filmscoop.it”

Si aggira tra le macerie della città distrutta dal terremoto, Sabina Guzzanti, tra le tendopoli e le new town, dopo un efficace incipit tra l’incubo e il surreale. Ma purtroppo è tutto vero, così come quello che seguirà. Intervista persone comuni, magistrati, giornalisti, rappresentanti politici e della protezione civile; mostra dati, commenta, spiega e tira invariabilmente le somme per dimostrare quali vantaggi siano stati tratti, e come il primo ministro italiano abbia sapientemente approfittato del disastro de L’Aquila del 6 aprile 2009 per riparare al calo di popolarità che lo aveva colpito nel periodo precedente. Un’osmosi di giochi di potere, depistaggi mediatici, leggi modificate, tutela di interessi specifici per ottenere appalti, costruire, guadagnare, con responsabilità che vanno dal capo del governo a quello della protezione civile.

Niente parodie o imitazioni, la Guzzanti produce un film d’inchiesta con carattere, personalità e sincero impegno. Rispetto a “Viva Zapatero” perfeziona il proprio stile, che si fa più compatto, asciutto, dinamico, chiaro e preciso, agguerrito e sensibile allo stesso tempo, con l’ausilio di grafica, interviste, documenti sonori. Nei limiti del rispetto per la tragedia, il film riesce a ironizzare e commuovere, e soprattutto a far riflettere e indignare. Non risparmia nessuno, neanche l’opposizione, efficacemente rappresentata da un gazebo lasciato vuoto per mesi, come senza sostegno sono rimaste le persone a protestare; e non fa mancare le testimonianze convinte di cittadini favorevoli all’operato del governo, lucidamente obnubilate da un culto mediatico dell’immagine. Difficile indicare un unico momento chiave o intervista-simbolo tra le molte che costituiscono il mosaico agghiacciante nascosto dietro il post-terremoto, ma c’è da riflettere e fare attenzione soprattutto all’ultima semplice e lucida considerazione di un intervistato.

Sabina Guzzanti fa emergere le logiche di potere ed economiche che hanno sotteso la gestione della catastrofe, e ovviamente rimandiamo alla visione del film per approfondire propriamente. Un percorso lucido, animato dalla volontà di spiegare e raccontare prima ancora che di accusare; emergono collusioni con la malavita, responsabilità precedenti il terremoto, scelte successive a favore di cricche di imprenditori; e ancora l’intercettazione che tutti tristemente conosciamo dei turpi galantuomini che ridevano, spese inutili, la gestione militarizzata delle tendopoli, i depistaggi e l’informazione incompleta e pilotata; e poi il superomismo di cui è investito il capo della protezione civile e lo status speciale e privilegiato grazie al quale può venire dichiarato lo stato d’emergenza per una qualunque vantaggiosa circostanza (anche solo per un viaggio del pontefice, che quindi viene interamente finanziato con soldi pubblici).

Circa le polemiche sollevate dal ministro della cultura italiano e le motivazioni per essere assente a Cannes, segnaliamo soltanto quello che la stampa estera ha evidenziato. Ad esempio, traduciamo quello che Philippe Ridet ha scritto su “Le Monde”: “Questo episodio mette in luce il disprezzo del governo italiano per qualunque critica, uguagliata a una ‘denigrazione dell’Italia’. Questa linea di difesa ha lontani precedenti. Vittorio Mussolini, secondo figlio del Duce, uscì furioso dalla proiezione di Ossessione (1942): ‘Questa non è l’Italia’, si scrisse. Nel 1948, il futuro presidente del consiglio, Giulio Andreotti, volle interdire Ladri di biciclette e altre opere neorealiste perché davano un’immagine ‘deprimente’ del paese. Loro almeno guardavano i film.”

C’è chi ha parlato giustamente di uno “stile alla Michael Moore”, ma la Guzzanti è prima di tutto se stessa: comica, giornalista, regista, figura indefinita ma essenziale, come sono stati costretti a diventare altri suoi colleghi in questi anni col grande merito di sopperire all’informazione irreggimentata, spinti a sostituirsi nel ruolo di veri informatori ai giornalisti colpevolmente latitanti. Si sa che compito del Comico è svelare le contraddizioni del potere (lo insegnò Lenny Bruce), colpire il sistema e le convenzioni più o meno a fondo; ma l’anomalia italiana è che tocca ad altri fare informazione poiché il giornalismo adempie soltanto parzialmente al proprio dovere, non la fa del tutto oppure lo fa molto male; o ancora lo fa, ma in spazi ristretti e limitati, tanto che l’informazione d’inchiesta viene vista come militante, forcaiola o propagandista. Mentre i ruoli di comici, politici, giornalisti e figure pubbliche si intrecciano, si confondono, in una convivenza mediatica ambigua. Ma questo è un altro discorso, come si potrebbe riflettere sul fatto che il film d’inchiesta in Italia è quasi assente a fronte di un materiale monumentale e potenzialmente illimitato.
Perché Draquila è ancora nel suo castello e la notte sembra ancora lunga.
Davide De Lucca, da “ondacinema.it”

Si è discusso molto sul carattere più o meno antiberlusconiano del nuovo film documentario di Sabina Guzzanti, ma invano. Il problema non può essere posto in questi termini. Questa è un’opera che una cittadina italiana ha voluto regalare al paese intero, nella speranza di dare un po’ di luce a questo arcaico seppur moderno tunnel indefinito, fatto di corruzione e costante abuso di potere.
Dopo gli interessanti esperimenti di Viva Zapatero!del 2005 e Le ragioni dell’aragosta del 2007, Sabina Guzzanti ci offre – con un passione civile e narrativa veramente preziosa e unica oggi in Italia – una puntuale ricostruzione documentata sugli ultimi scandali riguardanti il Presidente del Consiglio Berlusconi e il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, a partire soprattutto dalla contestata (da una parte dei cittadini dell’Aquila) ricostruzione post terremoto, dalla totale assenza di una piano anti sismico di prevenzione (nonostante lo sciame si prolungasse da circa sei mesi, con crescente regolarità e intensità) alla vergogna della speculazione edilizia (sia prima che dopo la catastrofe) nel costruire case, ivi compresi edifici pubblici, con materiali scadenti o di risulta, dalla retorica promessa del premier di una rapida e totale ricostruzione (avvenuta in verità, solo in parte e oltre i termini stabili) agli appalti gonfiati del G8 alla Maddalena, spostato poi nel capoluogo abruzzese, per essere più vicini moralmente e spiritualmente alle zone terremotate.
Attraverso un montaggio fluido, una rapida ed efficace presa diretta, Sabina Guzzanti costruisce un affresco corale e drammatico (in cui non mancano note di colore e istanti tragicomici) di un paese – come direbbe Grillo – in totale delirio, in cui le opinioni dei famigerati esperti e l’elaborazione a tavolino delle notizie da far passare e diffondere ossessivamente (tipica tecnica del washing brain) nelle labili e confuse coscienze popolari, occultando – come se non fossero mai esistiti – i fatti reali, l’oggettiva emergenza democratica che quotidianamente ci induce a svendere i nostri più elementari diritti civili.
Colpisce l’eccessivo paternalismo dei dirigenti della protezione civile (con l’ausilio dei militari e delle innumerevoli forze di polizia mobilitate) che obbligavano gli sfollati a restare chiusi nei campi di raccolta, recintati con controlli alle entrare e alle uscite, come se fossero elementi da sorvegliare e amministrare come “tante cavie da laboratorio”, asserisce uno dei volontari intervistati dalla Guzzanti.
L’idea sarebbe quella di testare sulle popolazioni terremotate, una sorta di piano per la sospensione programmata ed organizzata dei diritti civili, una precisa operazione di spazialità ex lege, governata da lobby aventi giuridicamente carta bianca, attraverso disposizioni inesistenti create ad hoc, decreti legge, trasformazione della Protezione Civile in S.P.A. (di cui il presidente del consiglio diventerebbe il primo azionista, così da poter controllare e gestire tutti gli ingenti fondi che transitano per la fornitura e la realizzazione dei grandi eventi o la gestione delle calamità): un progetto, dopo lo scandalo che ha colpito lo stesso Bertolaso, rientrato in fretta e furia.
Già il filosofo Giorgio Agamben, nel suo famoso volume Lo stato d’eccezione, aveva colto nel campo, nell’edificazione quotidiana di una zona sottratta alla sovranità del diritto oltre che al rispetto inalienabile delle garanzie sociali conquistate dopo decenni di lotte, il nomos (la norma) del contemporaneo, in cui una situazione di emergenza determina la momentanea sospensione della giurisdizione presente, per far fronte, con mezzi speciali a un fine altrettanto speciale.
Ricordiamo a questo proposito, che lo stesso regime hitleriano rappresentò ben quindici anni di interruzione delle garanzie costituzionali per far fronte ad una situazione definita di emergenza nazionale, trasformandosi da stato d’eccezione a normalità giuridica pluridecennale.
Ma se qualsiasi calamità o fenomeno particolare (dalle alluvioni alle esondazioni, dalle frane agli incendi, dai rifiuti di Napoli alla lotta alla mafia, dalla progettazione degli impianti sportivi per i mondiali di nuoto, all’organizzazione del G8, dai pellegrinaggi papali al piano casa, ecc..) implica l’utilizzazione di strumenti eccezionali, se ogni evento al di fuori del normale svolgimento dell’esistenza sociale rappresenta o può rappresentare un’emergenza, allora di conseguenza, anche le risposte devono essere eccezionali, creando con ciò una perenne dimensione metafisica, in cui l’eccezione diventa norma e in cui la normalità può venir sospesa sine die.
E’ evidente – in questo caotico ginepraio, in cui eccezione e normalità si confondono senza soluzione di continuità – che in gioco c’è ben altro di una denuncia, seppur legittima e necessaria, di un mal costume quanto mai pernicioso, gelatinoso e deleterio che attraversa trasversalmente tutte le istituzioni dello stato; significa sviluppare una capacità critica di massa in grado, non solo di denunciare le ingiustizie e i sopprusi del potere, ma riuscire altresì nell’impresa ancora più disumana (nell’era dominata da mass media che dettano il costume, forgiano le coscienze e detengono le psicologie di miliardi di uomini) di distinguere realtà e immaginazione, rappresentazione imbellettata ad arte dalla propaganda e fatto quotidiano, fiction e vita, sogno e storia, allucinazione e immanenza, auspicando quella stessa riscossa dei popoli oppressi, contro quella stessa omologazione del terrore e dell’ignoranza in cui i fascismi fecero sprofondare l’Europa e con essa l’intera umanità, tanto cara al Chaplin de Il grande dittatore.
Ed è proprio questa la sfida, in cui siamo immersi, a cui tutti dobbiamo tenere fede, a cui soprattutto un ceto politico-intellettuale addormentato dietro ad un astratto quanto includente antiberlusconismo,deve riconoscersi se vuole ricostruire un’identità realmente oppositiva, se vogliamo che qualcosa possa cambiare e in meglio.
Certo, non è facile fare delle previsioni sulla capacità o meno di Draquila di incidere in un panorama ideologico-culturale alquanto desolante.
Ma senza dubbio, il suo audace insistere nel far parlare la verità delle cose, dare voce ai sentimenti autentici (seppur alle volte drogati dal senso comune e dal vuoto socio-esistenziale) di persone vive e in carne ed ossa, nella loro ansia di riscatto, nella ricerca disperata di un rispetto, che almeno come cittadini, dovrebbero attendersi dalle istituzioni che hanno contribuito ad eleggere, ci dona qualche timida speranza, soprattutto per quanto riguarda l’elaborazione di un nuovo e creativo linguaggio polemico che sappia incidere e fare proseliti.
Nell’intreccio narrativo, alternato da cronaca e visualizzazioni grafiche riassuntive e icastiche (che stemperano la forza brutale del realismo), la Guzzanti rompe quel famoso “muro di gomma”, che ha determinato troppe volte quell’oblio connesso ad un pedagogismo manipolativo, che circonda le contraddizioni insanabili e gli orrori indicibili del potere, di un’egemonia autoritaria senza controlli né freni.
Certo; può essere definito un documentario di parte, nonostante le molteplici voci che intrecciandosi danno vita ad un dibattito polifonico che anima tutta la cronaca. Ma la risultante è sempre la stessa. Un paese triste e squilibrato, in bilico su un sottile crinale, da cui potrà salvarsi, solo a condizione di ritornare a narrare i processi storici in atto, le contraddizioni di un’intera società e non i meri riflessi ideologici che ne risultano. Insomma, un po’ di ossigeno in questa squallida apnea contemporanea.
Nella denuncia della provocata catastrofe umana e il suo conseguente abominio sociale, l’essenza critica del documentario di Sabina Guzzanti risiede nell’indirizzo programmatico galileiano; “misura il misurabile e rendi misurabile tutto il resto.”
Claudio Vettraino, da “persinsala.it”

Così ridevano
L’inchiesta cinematografica di Sabina Guzzanti colpisce nel segno, spaziando con feroce ironia dalle macerie del terremoto alle ferite altrettanto profonde che L’Aquila ha subito, e continua a subire, nel nome dei sordidi interessi che legano imprenditori privi di scrupoli a una classe politica irrimediabilmente corrotta.
Così ridevano
Ridevano, gli imprenditori privi di scrupoli e di decenza, che le ormai note intercettazioni hanno inchiodato al loro abominio; l’abominio di conversazioni telefoniche svoltesi mentre l’Aquila piangeva le sue vittime e loro cominciavano già a pianificare lucrosi affari, con il più che probabile avallo di autorità compiacenti. Questo potrebbe essere il punto di partenza. Ma nel particolare contesto filmico che andremo ora ad esplorare costituisce, piuttosto, un provvisorio punto d’arrivo. Quasi la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Sì, perché nell’inchiesta cinematografica della sempre caparbia e incalzante Sabina Guzzanti lo shock della telefonata arriva al termine di un percorso, che è anche un piccolo luna park degli orrori.
Il terremoto in Abruzzo come valvola di sfogo per l’attività di palazzinari senza ritegno, pronti a farsi consegnare remunerativi appalti per vie, diciamo così, privilegiate. Il terremoto in Abruzzo come ancora di salvezza per un premier dalla dubbia moralità, sempre in procinto di essere travolto da accuse di ogni genere, compresa quella di collusione con la mafia, ma sempre pronto a balzare nuovamente in sella grazie a qualche acrobazia mediatica, in sintonia coi costumi di un così sfacciato e mefistofelico imbonitore televisivo. Quasi conseguentemente il terremoto in Abruzzo trasformato in passerella ad uso e consumo di personalità della politica e dello spettacolo, neanche fosse una interminabile puntata di Porta a porta, indigesto show da servire in pasto a masse dalla coscienza anestetizzata. Il terremoto in Abruzzo come speciale vetrina per l’alfiere della Protezione Civile, Guido Bertolaso, anche lui destinato ad essere inseguito ovunque dagli scandali e più simile ormai all’ennesimo satrapo investito di poteri pressoché illimitati, nella piccola corte dei miracoli di Silvio Berlusconi, che a un umile servitore dello Stato quale millanta di essere. Il terremoto in Abruzzo, volendo ora introdurre una prospettiva se possibile ancora più inquietante, come speciale coltura ove sperimentare progressive limitazioni dei diritti civili, in tendopoli gestite talvolta alla maniera di piccoli lager.
Ecco, quanto abbiamo finora elencato è un sommario senz’altro parziale, schematico, di ciò che Draquila – L’Italia che trema sviluppa invece nei termini di una ricerca seria, estremamente circostanziata, non priva però di quella graffiante ironia che la Guzzanti riversa nelle sue apparizioni cinematografiche, teatrali e televisive (la vedremo anche qui, non a caso, nei panni di un Silvio giullaresco che arringa la folla dei terremotati). Eppure, si ha quasi l’impressione che la celebre imitazione rimanga un elemento scollegato, meno incisivo del solito: lo spazio della satira fatta in prima persona sembra restringersi, quando la veste grottesca del potere (ben esemplificata da immagini di repertorio, da dichiarazioni televisive messe impietosamente a confronto tra loro, dalla costante verifica nelle tendopoli e nelle case appena costruite delle tante mistificazioni poste in atto dal regime) è sufficiente da sola a dichiarare gli intenti dell’opera.
Al film si potrebbe rimproverare forse questo, di assomigliare maggiormente a un report televisivo di buona qualità, che ad un’operazione cinematografica pienamente compiuta, stratificata, dotata della necessaria armonia strutturale, quale era stato a nostro avviso il precedente Viva Zapatero!. Ma non è il caso di star qui a sottilizzare, quando l’urgenza del reale è tanto evidente da mettere in secondo piano certe considerazioni, pur importanti, di ordine estetico. Il valore testimoniale di Draquila – L’Italia che trema lo fa piuttosto apparire quale la tessera di un mosaico. Il mosaico di un’Italia che affonda sotto i colpi di un imbarbarimento generale e di un governo incredibilmente reazionario, che continua a dettare l’agenda del progressivo, inesorabile inabissarsi collettivo in un mare di corruzione e di regole continuamente infrante, a beneficio di pochi privilegiati. In tutto ciò dove sono le opposizioni? Bene, sappiate che si sono limitate a lasciare in giro una tenda vuota. Non è uno scherzo: tra le immagini più emblematiche scelte dalla regista, vi è proprio quella del tendone che dovrebbe ospitare i rappresentanti del PD presso coloro che hanno perso la casa; ma che invece è stato quasi subito abbandonato, nel nome di una classe dirigente moderata sostanzialmente imbelle e così colpevolmente distratta (nella desolazione della tenda campeggia una pubblicazione in cui il pezzo più enfatico non riguarda il sisma, le modalità della ricostruzione, bensì George Clooney!) che neppure in simili frangenti e di fronte a un quadro tanto minaccioso sembra rianimarsi.
Un’immagine di speranza di un’aquilana dal film Draquila – L’Italia che trema di Sabina Guzzanti La Guzzanti e i suoi collaboratori, in compenso, finiscono per sostituirsi a coloro che almeno in teoria, diciamo pure per un fatto di formazione politica, dovrebbero guardare con preoccupazione all’andazzo che hanno preso le cose; ricostruendo così al posto loro e con indubbia meticolosità quella rete di connessioni, di connivenze, che rendono bene l’idea di una tragedia nazionale trasformata in lucrosissimo affare. Allo stesso modo si rimane sconcertati di fronte alle testimonianze dirette dei terremotati, all’accettazione fideistica da parte di alcuni delle svariate, discutibili iniziative che un Berlusconi o un Bertolaso, con indubbio opportunismo, non si stancano mai di promuovere (del resto si sa: “meno male che Silvio c’è”); mentre qualcun altro, più accorto, riferisce di come i rappresentanti delle istituzioni siano intervenuti sul territorio in modo pesante, selvaggio, limitando persino la libertà personale di chi credeva fosse garantito l’accesso alle abitazioni ancora stabili, e che si è trovato invece a competere con atteggiamenti di natura sospetta, se non apertamente intimidatoria, da parte delle autorità e degli stessi funzionari della Protezione Civile. Per quanto concerne poi altre delicate questioni, tra cui l’equiparazione giuridica delle calamità naturali con i cosiddetti “grandi eventi”, in funzione di più ampi poteri da assegnare così alla struttura facente capo a Bertolaso, i retroscena emersi dall’indagine appaiono persino più inquietanti. “Sveltine istituzionali” è il termine che usa, con amara ironia, uno degli intervistati.
Abbiamo parlato poc’anzi di un ideale mosaico. Se consideriamo Draquila – L’Italia che trema solo un frammento della spaventosa figura che va componendosi lungo i bordi della penisola, diverse altre sono le tessere che in questi anni hanno contribuito a definirne i contorni: non volendoci qui dilungare, ci limitiamo a citare Biutiful cauntri per l’emergenza rifiuti e Videocracy quale excursus sui presupposti della dittatura mediatica, cui assistiamo con un senso di impotenza che cresce di giorno in giorno. Sono barlumi di un cinema di impegno civile, talvolta anche grezzo, ma dotato di una sua funzione insostituibile, se si vuole provare ancora a resistere. Una resistenza che al momento si annida tra le macerie del terremoto e le ferite apparentemente invisibili, ma non per questo meno reali, di una società in rapido declino.
Stefano Coccia, da “movieplayer.it”

Cronache del dopo scossa
Arriva nelle sale italiane il nuovo lungometraggio della poliedrica Sabina Guzzanti: Draquila – L’Italia che trema. Svestiti i panni comici, la Guzzanti si presenta, anche in video, nelle vesti di una giornalista d’inchiesta.
La telecamera indaga su quanto è accaduto prima e dopo il tremendo terremoto del 6 aprile 2009 in Abruzzo, passando per la commissione che ha sottovalutato i segnali di allarme, da chi “già rideva alle tre di notte mentre apprendeva la notizia” fino alla consegna delle nuove case. In mezzo Sabina ci mette di tutto. Ovviamente Berlusconi, gli scandali che in quel periodo lo stavano travolgendo, lo strano clima nelle tendopoli, dove compaiono circolari quasi militaresche. Una gestione da stato di emergenza sopra le righe che la regista chiaramente imputa al capo delle Protezione civile: Guido Bertolaso. La tela che il film sta tessendo, con pochi inserti comici e decine d’interviste, appare chiara di minuto in minuto: lo stretto legame fra la libertà d’azione che la Protezione civile ha avuto in questo contesto, e quello che sarebbe poi diventato lo scandalo degli appalti (dalla Maddalena alle piscine di Roma) e l’obiettivo berlusconiano di avere dalla soluzione breve ed efficace un ritorno di immagine evidente.

Ipotesi di complotto firmato Sabina Guzzanti
La cinepresa si accende su una tetra, notturna passeggiata tra i resti della città de l’Aquila ancora ingombrata dalle macerie, come se dal 6 aprile scorso un anno fosse passato invano. Poi entra in scena Silvio Berlusconi.
Con il supporto di simpatiche vignette animate, il Presidente viene dipinto ai minimi storici della sua popolarità, finché, “Come se Dio gli avesse ancora una volta tesa la mano”, arriva il terremoto. Seguono le ben 24 visite del premier tra gli sfollati, che la Guzzanti dipinge nella loro veridicità, adoranti e fiduciosi del loro Silvio che risolverà tutto. È a quel punto che la regista scatena la bufera.
Il film, che sarà presentato anche al Festival di Cannes, inizia a descrivere la militarizzazione delle tendopoli affidate alla Protezione civile che – come racconta una ex dirigente – è pronta a “infilarsi nella ricostruzione” dopo aver tuttavia evitato di “gestire la prevenzione”. Da qui in poi troviamo di tutto, da Ciancimino Junior che ribadisce le dichiarazioni del padre su presunti rapporti col Governo, al magistrato Tonino Ingroia che ritira fuori la famosa storia dei primi soldi di Berlusconi della cui provenienza non si è mai potuto sapere nulla e via così. Insomma un pourt-pouri di storie che tutti noi conosciamo. In questa parte la Guzzanti dà il meglio della sua ferocia, ma probabilmente anche il peggio del documentario.
Perché nel film, di cose interessanti, che meritavano di essere dette chiaramente, ce ne sono tante. Sul banco degli imputati, in primis, c’è il direttore Guido Bertolaso. Poi la macchina da presa vira sulle testimonianze dei protagonisti: gli sfollati. Da principio fiduciosi, poi sempre più coscienti che qualcosa non sia andato come doveva. Una volta accettata la tendopoli, per chi non ha avuto accesso alle famose case, consegnate in grande stile, comprese di arredi e soprammobili marchiati con i simboli dell’operazione (tutto inventariato e da restituire perfettamente integro), il cielo si fa grigio. Non si può protestare, non si può tornare a casa, chi non ha i mezzi per andare a lavorare, non può neanche accettare le sistemazioni in albergo. E intanto cosa sta facendo la Protezione civile?
Un dipinto tetro, dal quale non esce lindo neanche il PD. La tenda del partito a l’Aquila viene ripresa più volte, sempre chiusa, anzi abbandonata, persino con i rifiuti dell’ultimo pasto consumato dagli esponenti di centro-sinistra. Il dissenso non può essere espresso neanche qui: non c’è alcun interlocutore. L’insieme è desolante. All’indomani della presentazione del lungometraggio, è già polemica: secondo Bertolaso, a Cannes, l’Italia ci farà una brutta figura…
Difficile dare un giudizio globale al lavoro; dal punto di vista tecnico è impeccabile, si gusta col fiato sospeso e non annoia certo, ma il cuore dell’operazione non è decisamente questo. Piuttosto, il merito è la veridicità dei fatti. Invece di un giudizio, allora, possiamo limitarci a dare un consiglio interlocutorio: Draquila è un film che va visto, che preme sulle coscienze per scuotere il senso critico, un sano (utopia?) dibattito. E come insegna la Guzzanti stessa: non fidarsi mai del primo interlocutore.
Viviana De Vittorio, da “spaziofilm.it”

Quando si parla di Silvio Berlusconi l’attenzione dei media è sempre altissima. Non poteva essere altrimenti per “Draquila – L’Italia che trema”, nuova docu-fiction con Sabina Guzzanti ritorna al cinema cinque anni dopo il divertente e satirico “Viva Zapatero”. Film assolutamente fazioso e contro tutte le politiche messe in campo dall’attuale governo italiano, accusato, con tanto di prove e di intercettazioni telefoniche originali, di aver sfruttato una tragedia, come il terremoto del 6 aprile 2010 nella bellissima città de L’Aquila, per lucrare. A finire sul banco degli imputati, oltre al Presidente del Consiglio dei Ministri, anche il “compare” Guido Bertolaso, capo della (strapotente!) protezione civile italiana, immischiata in tutti i fatti, attraverso delle sconvolgenti ordinanze. Tutto inizia con una camminata notturna del sindaco del capoluogo abruzzese nella sua città, l’Aquila ferita, che ancora oggi, ad un anno di distanza, non esiste. Del resto il legislatore ha preferito puntare alla costruzione di New Town piuttosto che riparare gli edifici che ancora oggi stanno lì in piedi e che avrebbero davvero bisogno di poche migliaia di euro per ritornare agibili. Lo scandalo edilizio, che passa per le costruzioni del G8 a La Maddalena, e quindi quello della protezione civile, sono raccontati in modo fluido e non lasciano indifferenti, soprattutto grazie alle tante interviste (prime fra tutte quelle al magistrato Antonio Ingroia e Massimo Ciancimino a proposito dei finanziamenti mafiosi per la costruzione di Milano 2) e testimonianze dei terremotati che arricchiscono la narrazione. Del resto questa protezione civile, dai poteri assoluti quando si tratta di grandi eventi (e grande evento è ciò che il governo decide che sia un grande evento) o durante le emergenze (sfiorato il tema rifiuti di Napoli), è, come è definita nel film, il “braccio armato ed economico di questo governo”, ed dopo la visione avrete proprio questa sensazione. Il racconto può essere accusato di essere fazioso, di parte; ma quello che ci si chiede è: “Quale parte?” La sinistra? No! Solo la parte dei cittadini e della verità. Quello che la Guzzanti fa è testimoniare che esiste un’altra campana, diversa e completamente opposta alla realtà che tutti i santi giorni i telegiornali e i programmi televisivi ci propongono. Un anno di politica italiana, di fatti italiani, raccontati attraverso la voce di una (ex) “comica”. Molto ci sarebbe da dire, ma sarà bello per lo spettatore scoprire da solo le “magagne” e tutto ciò che c’è dietro il terremoto più mediatico d’Italia. Dalla Guzzanti ti aspetti della pura satira, scenette con lei mascherata da Berlusconi, ma in realtà, a parte una sola volta all’inizio del film, l’attrice/regista si concede davvero poco spazio per le sue performance e preferisce essere la voce narrante di una pellicola forte come un pugno nello stomaco. È tra la gente, parla con la gente e diventa giornalista d’assalto, di una controinformazione che è praticamente assente (se non giusto in un paio di programmi) dalle nostre televisioni e/o giornali. “Un’altra Italia è possibile”, recitava uno slogan in campagna elettorale del PD, peccato che il primo partito di opposizione sia sempre assente dalla scena e accusato di essere praticamente morente. Ovviamente si ride e si possono apprezzare delle illustrazioni fumettistiche di alta levatura; certo la risata è amara, pirandelliana, circondata da episodi che fanno riflettere e lasciano senza parole. Tra gli episodi di spicco la consegna delle case agli sfollati: case che hanno tutti i comfort (dallo spazzolone per pulire il wc, alle pentole, alle lenzuola, ecc…), ma dove gli inquilini sono ospiti, dato che non possono nemmeno avere la facoltà di decidere se mettere o meno un quadro al muro, perché un chiodo rovinerebbe l’opera, anzi il miracolo (!) come è passato dalle tv di Berlusconi. Prove generali di dittatura? Beh, c’è da fare molta attenzione, da stare sull’attenti. La certezza è che la pellicola valicherà i confini italiani e sarà presentata fuori concorso al Festival di Cannes, dove ha tutta l’intenzione di lasciare il segno.
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

L’insofferenza. La commozione per una tragedia così vicina. Infine l’impotenza verso l’inesorabile. Tutti questi sentimenti che accomunano il pubblico di Draquila – L’Italia che trema piomberanno sulla Croisette di Cannes (dove verrà presentato come proiezione speciale il 13 maggio), appena dopo l’uscita in Italia il 7 maggio in 100 copie. Una nuova bomba al napalm, dopo gli scandali dell’estate scorsa, sull’immagine internazionale del premier italiano, Silvio Berlusconi.
Sabina Guzzanti, fieramente antiberlusconiana sin dagli esordi, ha abbandonato (quasi) del tutto i toni della satira e il doppiopetto, scegliendo per il suo quarto lungometraggio, che ha scritto, diretto e prodotto, un linguaggio simile a quello dell’inchiesta giornalistica, usato con grande successo dal premio Oscar Michael Moore, mettendo insieme documenti, audio delle intercettazioni e interviste, ma lasciando un po’ di posto anche ai sorrisi amari e alle emozioni. L’ingenuità di chi ha interpretato come un regalo di Berlusconi l’arredamento del progetto C.a.s.e., la tristezza degli anziani lasciati ad annoiarsi negli alberghi della costa, la rabbia rispetto al mancato allarme, la frustrazione per un’opposizione affidata al malcontento degli auto-organizzati.
Draquila picchia duro nel sostenere quale manna dal cielo sia stata per la popolarità del presidente del Consiglio la sciagura del terremoto abruzzese: “Era appena cominciata la primavera nella bella Penisola e per Silvio Berlusconi era una giornata di merda, come tante altre”, parte così la sua ricostruzione, dopo una rapida ricognizione tra le macerie del centro storico dell’Aquila assieme al sindaco Massimo Cialente. I sondaggi la primavera scorsa, ricorda Guzzanti, davano il capo del governo “in caduta libera e così quando alle 3.32 del 6 aprile 2009 il terremoto sveglia persino gli abitanti della casa del Grande Fratello e quando si scopre che un’intera città è stata annientata per Silvio Berlusconi è come se Dio gli avesse porto un’altra volta la mano”. Poter gestire il disastro – è la tesi – con soluzioni rapide, e veicolando (attraverso i resoconti dei media) il messaggio che non ci fosse alternativa a quanto messo in atto, è stata una maniera come un’altra per rinverdire l’idea del “governo del fare”.009
Cifre alla mano, Guzzanti sottolinea come questo sia stato fatto a spese della comunità, oltre che in deroga alla legge ordinaria. Che il risparmio non è stato preso in considerazione, scegliendo subito l’ipotesi più dispendiosa delle new town, facendo valere in questo l’esperienza del Berlusconi-costruttore. Chi poteva riuscire velocemente nell’impresa se non l’uomo che sull’operosità ha costruito la sua credibilità, Guido Bertolaso. Il “braccio armato del governo”, come capo della Protezione Civile, struttura che gestisce le emergenze e, dopo piccoli aggiunte normative nel 2001, anche i grandi eventi (35, compresi beatificazioni, visite papali e appuntamenti sportivi). Il film ne enfatizza la struttura paramilitare, così come militaresca appare la gestione dei campi allestiti per i terremotati. Chiusi con i primi freddi .
Guzzanti ricostruisce anche la parabola del sottosegretario Bertolaso, dall’emergenza rifiuti a Napoli, passando per la candidatura a ministro quale riconoscimento per la sua attività svolta, fino all’inchiesta di Firenze sugli appalti e alla conseguente archiviazione della sua proposta di Protezione Civile Spa. Tutti fatti bene noti della storia recente, in una ricostruzione che non aggiungerà conoscenza ai più attenti alle vicende del Paese. A parte alcuni particolari grotteschi come il divieto di assumere caffeina nei campi dei terremotati.
Draquila non è solo una collage di fatti. E’ un film sull’amore per il Paese. “Mille volte mi sono commossa mentre scrivevo – dice l’autrice che non ha presentato il film, in attesa di Cannes, ma lo ha corredato con un messaggio – e sta succedendo anche adesso. Non so se c’è ancora qualcosa da fare. Vorrei che chi guarda il film riflettesse su cosa abbiamo scambiato in cambio di cosa”.
Melania Di Giacomo, da “doppioschermo.it”

Sabina Guzzanti è riuscita a resistere alla tentazione di strafare non trasferendo la sua guerra (privata) contro Berlusconi al centro del film ma lasciandola ai margini. Il cuore del film resta ancorato a quello che è successo a L’Aquila: dal mancato allarme, alla gestione dell’emergenza, fino alle scelte sulla ricostruzione, raccontate con una obiettività ed un senso della misura che pochi si sarebbero aspettati da lei

DraquilaDopo nove mesi di presenza quasi costante sul territorio ed una stretta interazione con i comitati cittadini più attivi che le hanno fruttato 700 ore di girato, Sabina Guzzanti è pronta a raccontare “una verità” (per dirla con Bertolaso) sul terremoto dell’Aquila.
La prima cosa che si può dire (e forse anche la più sorprendente) è che è riuscita a resistere alla tentazione di strafare non trasferendo la sua guerra (privata) contro Berlusconi al centro del film, lasciandola ai margini, relegata a qualche aggettivo troppo colorito oppure al riciclaggio di classici spezzoni di blob (Berlusconi che esalta “the flag of the United States” in compagnia di Bush, oppure il lapsus di Dell’Utri: “… purtroppo essendo io mafioso” o, ancora, Berlusconi che “confessa” di aver speso 200 milioni di euro in spese legali e giudici). Il cuore del film resta ancorato a quello che è successo a L’Aquila: dal mancato allarme, alla gestione dell’emergenza, fino alle scelte sulla ricostruzione, raccontate con una obiettività ed un senso della misura che pochi si sarebbero aspettati da (una come) lei. Dal punto di vista giornalistico il film non presenta grossi scoop: il costo stratosferico del progetto C.A.S.E. e dei puntellamenti a tappeto nel centro storico svuotato, la riduzione delle libertà individuali e collettive nelle tendopoli sono cose che i più attenti avevano già avuto modo di scoprire negli approfondimenti di Presa Diretta o Anno Zero. Le uniche notizie davvero nuove riguardano le responsabilità della Protezione Civile per il mancato allarme grazie alle testimonianze di alcuni funzionari che ammettono di aver preparato informative sulle forti analogie dello sciame sismico con quelli che precedettero i terremoti distruttivi verificatisi in città nel 1703 e nel 1461, oppure di come il verbale della Commissione Grandi Rischi tenutasi a L’Aquila una settimana prima del sisma (per ammissione del Prof. Boschi, Presidente dell’INGV) sia un falso essendo stato preparato e firmato solo dopo di esso. Ma anche queste notizie vengono date senza clamore, senza calcare troppo la mano, forse perché non è questo il luogo (filmico) delle indagini.
Il film, infatti, va in un’altra direzione procedendo sempre su due binari: quello emotivo (locale) che ci regala alcune delleDraquila testimonianze più belle (tutte a loro modo folli) di resistenza al potere, al dolore, alla rassegnazione (l’anziano Prof. Colapietra che racconta di come una forza misteriosa gli abbia impedito di abbandonare la propria casa rendendolo a lungo l’unico abitante del centro storico, oppure la comica guerra degli striscioni esposti, tolti ed infine riesposti, previo aggiornamento), e quello sociopolitico (nazionale) che parte dal caso L’Aquila per portare avanti una riflessione su quelle che sono le armi e le metodologie che il potere oggi in Italia usa per perseguire i suoi obiettivi. E su tutte l’arma più potente è senz’altro l’atomica mediatica i cui effetti qui sono evidenti a tutti con la signora che cerca di spiegare che lei nei container non ci vuole andare pure se non sa come sono fatti, oppure le famiglie sempre diverse ma sempre uguali che si commuovono nello scoprire ora il ferro da stiro, ora le sottopentole fra gli arredi sempre uguali delle C.A.S.E.
Certo, la sciagura avrà reso questi cittadini particolarmente fragili e bisognosi di segni tangibili di vicinanza, ma siamo così sicuri che gli altri cittadini, quelli lontani dal cratere anche centinaia di chilometri, prendano le loro decisioni e formino le proprie opinioni in maniera più autonoma? … ad esempio in tema di immigrazione, lotta alla corruzione, diritti sociali …
Roberto Rosa, da “sentieriselvaggi.it”

Il terremoto in Abruzzo dell’aprile 2009 ha aperto una voragine nel cuore di tutti, ma anche questioni e verità che hanno fatto scalpore, che hanno suscitato indignazione e hanno obbligato tutti noi a pensare sulla condizione del cittadino italiano. I mezzi di informazione, e in particolare la televisione, hanno voluto «documentare» gli avvenimenti, i soccorsi, e il dolore di coloro che hanno perso casa, familiari e amici, allestendo quel teatrino delle emozioni che agli italiani, e non solo, piace così tanto. In una società dell’immagine e del controllo (parlando in special modo dell’Italia), in cui ogni singola persona – chi più, chi meno – è narcotizzata e vogliosa di tragedie umane, la televisione si presenta come lo strumento di un potere affascinante quanto incontrollabile, che i politici e chi può permetterselo usano per i propri fini, distorcendo la nostra realtà in un vero e proprio varietà televisivo.
Siamo succubi di un mezzo di comunicazione che non ci permette di affrontare la realtà, siamo zombie che credono di essere liberi, mentre non facciamo altro che parte di un complesso sistema di macchinazione politica che affonda le radici nella ricerca di un’immagine rassicurante e protettiva da diffondere. A fianco al web, l’ultimo baluardo (forse ancora per poco) della libera informazione ed espressione, ci sono personaggi come Sabina Guzzanti, che fanno parte di quella schiera di figure che si battono per cercare, divulgare e far comprendere la verità con i propri mezzi, nel caso della Guzzanti con la satira dissacrante e priva di scrupoli. Con Draquila – L’Italia che trema, che sarà al Festival di Cannes, fa una mappatura completa di ciò che successo nell’ultimo anno, da quando il terremoto in Abruzzo ha messo in luce non solo l’incapacità (e la non-volontà) da parte del cittadino italiano di far fronte a un potere politico opprimente (e oppressore), ma strutture e sottostrutture che costituiscono il nostro governo basato sulla corruzione, sull’anti-democrazia e sull’inganno; sul succhiare il sangue a coloro che soffrono e che, come gli abruzzesi, hanno dovuto affrontare e stanno affrontando una tragedia che non viene risolta come dovrebbe dai chi sta ai vertici del governo.
È un’analisi più che approfondita di una situazione politica drammatica e imbarazzante. Il protagonista (ovviamente) è Silvio Berlusconi, pensato come principale burattinaio dello «spettacolo Italia» e vampiro che miete le sue vittime a favore di un’immagine positiva e confortante, seguendo le regole della televisione e dell’abbindolamento mediatico di cui è un vero anchorman. Ma lui non è altro che il referente di una classe politica che gioca le proprie carte sulla testa degli italiani, sostenendo una criminalità organizzata che può essere definita un «governo ombra».
Dagli scandali sessuali alla questione della Protezione Civile, dall’anticostituzionalità alla repressione della libertà di manifestare, sino ad arrivare alle questioni delle intercettazioni telefoniche: Draquila si fa garante di un’indagine senza precedenti. Ma ciò che si evince nel docu-film della Guzzanti è che l’errore è di noi cittadini. In V per vendetta c’è una frase che esprime una grande verità – «I popoli non dovrebbero aver paura dei propri governi: sono i governi che dovrebbero aver paura dei popoli» – che riassume una situazione del cittadino moderno, apatico e inerme, che si gode il suo programma televisivo.
Riccardo Rudi, da “cine-zone.it”

Non dice nulla di nuovo Sabina Guzzanti, nulla che non sia già stata oggetto di indagine, di documentari e di – alcuni – articoli di giornale. Caso curioso pensare, però, che la maggior parte dei cittadini italiani non ne sia a conoscenza o ne conosca in parte soltanto piccolissimi dettagli, informazioni spuntate qua e là, che da sole – seppur gravi – sembrano non sconvolgere più di tanto la morale comune. Ma partiamo dal principio. Che cosa racconta – indaga – “Draquila – L’Italia che trema”? La Guzzanti ‘ripercorre’ quello che è avvenuto a partire dal 6 aprile 2009, quando un terremoto di magnitudo 6, 3 ha sconvolto per sempre la vita di numerosissime persone. Quale è stato il ruolo della Protezione Civile? Quale quello del Presidente del Consiglio?
Le immagini, le interviste e i commenti della Guzzanti parlano chiaro, fanno rabbrividire, bucano lo stomaco e per un’ora e mezza fanno vergognare di essere italiani: è davvero possibile ‘lucrare’ su una catastrofe umana e naturale di queste dimensioni? E’ davvero possibile speculare sulle vite umane?
“Draquila” fa luce sulla realtà delle tendopoli, su un sistema ambiguo e controverso, dove la legge, la Costituzione Italiana, viene messa da parte.
Alla regista italiana il grande merito (pur essendo esplicitamente di parte) di non ‘oscurare’ chi, come numerosi aquilani, vede nel Presidente Silvio Berlusconi un grande salvatore, ‘colui’ che ha ‘regalato’ le case. Come dare torto d’altronde a chi ha vissuto in prima persona un simile disastro? E’ difficile in questi casi poter giudicare chi, in una notte come tante, ha perso i propri cari, la propria casa e tutto ciò che fino a quel momento era la propria vita. Cosa dire ai numerosissimi volontari della protezione civile che per ore e ore, giorni e giorni, hanno scavato a mani nude per salvare vite umane, alla ricerca disperata di un ultimo sospiro, di un ultimo impercettibile movimento?
Difficile dare un giudizio, ma è necessario non dimenticare, non far passare inosservati, dietro grandi gesti e passerelle televisive, chi quella notte alle h 3 e 32’ ‘rideva’ di gioia al pensiero di poter metter le mani sulla ‘ricostruzione’ edile. Questo non può essere ignorato. Non può essere cancellata la mancata precauzione pre-terremoto. Perché non è stato dichiarato lo stato di allarme?
La verità non la sapremo mai. Ma sicuramente non finiremo mai di porci delle domande, perché le domande è lecito e doveroso porsele. Sempre.
Silvia Marinucci, da “film.35mm.it”

Le erbe folli, lente e inesorabili, prendono il sopravvento su quello che rimane della città dell’Aquila, dell’Italia intera. In un Paese che ha fatto della realtà uno show, e viceversa, la narrazione dello spazio pubblico (ferito, rimosso, negato, rivendicato) sboccia da una riflessione sulle possibilità (infinite) e i limiti (angusti) di una rappresentazione perfetta, idilliaca, “amorevole” della perdita, del dolore, della frustrazione. La voce over sciorina nomi, cifre, dati, “fatti” con deliberata saccenza, la stessa che il Potere utilizza per celebrare i propri grotteschi rituali all’ombra di un’emergenza permanente quanto necessaria. Circondati dalle premure dei soccorritori, legati al ricordo del passato ma anche al desiderio di un nuovo (cioè “vecchio”) futuro, vittime dei mostri lividi dell’abitudine (il sottofondo televisivo) e del linguaggio (“container”), i terremotati si lasciano avvicinare con cautela dalla macchina da presa, appaiono di volta in volta intimiditi e affascinati, diffidenti e concilianti, sconvolti e placidi. Sabina Guzzanti rinuncia, dopo Viva Zapatero, alle proprie maschere [è significativo il fatto che limiti il fantoccio (di) Berlusconi a una sola apparizione prima dei titoli di testa, mettendogli(/si) in bocca battute che sono in realtà mero riflesso di documentate asinerie pseudogiornalistiche] per accostarsi a quelle altrui, senza colpi bassi, ma anche senza sconti di circostanza e indulgenze facilone (in primis ai politici locali, impotenti pedine e allegre comparse dei meeting “che contano”). A chi lamentasse la “faziosità” dell’opera (ma quale artista, se è tale, non si schiera, non prende posizione, non opera una scelta?) basti osservare l’ironia sconsolata e furibonda riservata al principale partito di opposizione: una tenda ingombra di rifiuti, perennemente deserta, indifferente a tutto, persino al trascorrere dei mesi e delle stagioni. Quanto alle rivelazioni (o, come alcuni amano dire, al “gossip”), non c’è nulla che non si sia già visto nell’ambito di trasmissioni del servizio pubblico. Nessuna novità sostanziale, quindi, ma Draquila svela uno dei volti nascosti di quella realtà di cui la televisione propone un riflesso (o meglio, l’ombra di un riflesso: vedi la sequenza della conferenza stampa, cui i giornalisti “non vip” assistono tramite uno schermo). Il buio è pronto a ingoiarci, non esiste concime migliore dell’assuefazione.
Stefano Selleri, da “spietati.it”

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