Donne senza uomini

L’esordio al cinema di una videoartista
di Rinaldo Vignati
Quattro donne nella Teheran del 1953, prima e dopo il rovesciamento – propiziato dalla Cia – del governo di Mossadegh. Munis è interessata alla politica ma il fratello tradizionalista le impedisce di uscire e di ascoltare la radio. Faezeh è amica di Munis e sogna di sposarne il fratello. Zarin è una prostituta che fugge dal bordello in cui è usata come oggetto. Fakhri, una donna con qualche anno in più delle altre, lascia il marito (generale dell’esercito) e si stabilisce in una grande tenuta – una sorta di giardino incantato – nella quale arriveranno Zarin e poi, accompagnata da Munis, Faezeh.
Sharin Neshat è un’artista affermata internazionalmente. Nata in Iran nel 1957, si è trasferita negli Stati uniti nel 1974, dove oggi vive e lavora. Si è espressa fino ad ora soprattutto attraverso video, videoinstallazioni e fotografie (una selezione delle sue opere si trova in http://www.gladstonegallery.com/neshat.asp). Donne senza uomini è il suo esordio al cinema.
Il film racconta di alcune situazioni emblematiche che ruotano intorno alla condizione di sottomissione della donna – la sua segregazione, la sua riduzione a oggetto – considerato come il problema centrale delle società islamiche. Si svolge nel 1953, ma, pur nell’accuratezza della ricostruzione, le vicende hanno carattere atemporale (la dedica finale a tutti coloro che hanno lottato per la libertà in Iran dal 1906 ad oggi, oppure le parole della voce over che parla della “sensazione che tutte le cose si ripetono nel tempo” indicano chiaramente che, pur collocato in un preciso momento storico, il film ha un carattere atemporale e non si sottrae dal dire qualcosa anche sull’Iran di oggi).
Se il giardino sembra che sia da interpretare come simbolo dell’esilio, il personaggi di Fakhri (che è una cantante, anche se in un primo momento costretta al silenzio) potrebbe raffigurare la stessa autrice e la condizione di impotenza dell’artista in una società come quella iraniana: da un lato vittima dell’oppressione (il marito generale), dall’altro incapace di essere veramente utile alle sofferenze di chi vuole rappresentare (mentre lei canta e riceve gli applausi Zarin muore).
Donne senza uomini è tratto dal romanzo omonimo (1990, edito in Italia da Giovanni Tranchida editore) di Shahrnush Parsipur. La regista dice di essere rimasta “affascinata dall’immaginazione e dallo stile surreale della sua scrittura che si presta a trasposizioni cinematografiche di forte impatto visivo”. In effetti ha saputo ricavarne un film di grande bellezza figurativa, con inquadrature di accurata composizione e una fotografia molto elaborata. Un film in bilico tra freddo estetismo (la raffinata musica di Ryuichi Sakamoto, la citazione di Ofelia di Millais) e sentito coinvolgimento nella storia iraniana, tra concretezza realistica della ricostruzione ambientale ed elementi fantastici e visionari (il volto dell’uomo senza occhi e bocca, la voce di Munis sotto terra, il giardino incantato, ecc.).
Occorre riconoscere la non sempre facile leggibilità dei simboli presenti nel film e la frammentarietà che – assieme a un certo compiacimento autocitazionistico – emerge progressivamente, come se, col procedere della vicenda, la videoartista (con le sue “visioni”) prendesse via via il sopravvento sulla regista di cinema (e sull’esigenza di costruzione della storia e dei personaggi). Insomma, è un film che, allo stesso tempo, affascina e respinge.
da “nonsolocinema.com”

Tehran, 1953. Durante il conflitto per emancipare la Persia dalle potenze europee e ottenere la nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company, quattro donne di diversa estrazione sociale cercano di sopravvivere ai loro destini tragici e determinati (da padri e fratelli). Munis è una giovane donna con un’appassionata coscienza politica che resiste all’isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l’uomo che ama, Fakhiri, sposata senza amore, lascia il marito e riaccende la fiamma di un sentimento trascorso, Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti. A un passo dalla democrazia, sfumata con un golpe militare organizzato dalla CIA, Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città per la terra, uno spazio prodigioso e bucolico dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma fuori dalle mura la Storia avanza, assediandone le vite e le speranze.
Trasposizione (sur)realista e magica del romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini segna il debutto alla regia di Shirin Neshat, intensa e sensibile artista iraniana che ha scelto di vivere e lavorare in America. Il film presenta una costruzione circolare per cui tutto torna inevitabilmente allo stesso punto e nulla si modifica davvero. Il cerchio è creato dai vari segmenti narrativi: quattro donne, quattro storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste, agitate tanto e inutilmente per ritornare nel buio da dove venivano. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin si muovono in un cerchio limitato dagli uomini e la lunghezza del loro raggio d’azione è determinata dalla cultura iraniana.
Soffocate in una struttura chiusa, perfetta e senza vita dalla crudeltà dello sguardo maschile, le donne senza uomini di Shirin Neshat sono private di ogni diritto e non hanno diritto alla felicità. Niente speranza e niente abbandono, è impossibile lasciarsi andare per chi è costretto a essere sempre vigile, prudente e misurato. Donne senza uomini è spasmodico nella ricerca formale che vorrebbe illustrare l’oppressione, renderla intollerabile, rimbalzarci contro e rialzarsi. Perdonati e perdonabili alcuni momenti di autocompiacimento, l’opera prima della Neshat apre e chiude lo sguardo su un mondo cristallizzato dove l’uomo occupa fisicamente e politicamente ogni spazio e dove le donne hanno solo gli sguardi per narrare le loro (non) vite.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

L’altra metà dell’Iran con rabbia e poesia
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Una donna si lascia cadere nel vuoto, ed è come se non avessimo mai visto niente e nessuno cadere prima. Il corpo rigido, quasi ieratico, le braccia aperte, il viso rivolto al cielo, nel silenzio e nel tempo dilatato della caduta i suoi pensieri diventano quelli di tutte le donne dell’Iran. Non quello di oggi, però, bensì quello di mezzo secolo addietro, perché la fine della mite Munis prefigura poeticamente la fine della parentesi democratica vissuta dall’Iran nei primi anni 50 sotto il governo di Mossadegh. Difatti dopo la breve scena folgorante di quel volo, Munis non muore del tutto ma continua a vivere sullo schermo.
Il fratello integralista e tiranno, causa prima del suo suicidio, non smette di inveire contro di lei nemmeno mentre le scava la fossa. Ma poco dopo la sua vicina Fayzeh sente la voce di Munis invocarla, scava freneticamente con le mani, scopre il suo viso coperto dalla terra in una scena di grande suggestione che a qualcuno ricorderà Laura Betti in Teorema di Pasolini. Dunque Munis, o il suo fantasma, torna nella Teheran dell’agosto 1953 dove segue i violenti scontri, così simili a quelli della scorsa estate, che accompagnano il golpe con cui la Cia riportò al potere lo Scià. Mentre le altre protagoniste di questo primo film della fotografa e artista Shirin Meshat, Donne senza uomini, intrecciano le loro vite così diverse, ma egualmente in fuga, nel simbolico giardino di una villa in campagna.
La padrona di casa, la matura borghese ed ex-artista Fakhri, ha lasciato il gretto marito militare. La prostituta Zarin, che nel bagno turco si strofina il corpo magrissimo fino a sanguinare, fugge l’orrore del suo mestiere.La spaurita Fayzeh deve riprendersi da uno stupro e da una vita di totale sudditanza allo sguardo maschile.
Ma se i loro destini possono sembrare fin troppo esemplari, le immagini di Shirin Neshat sono magnifiche, sorprendenti, diverse da tutto. Un albero che crolla d’improvviso. Un ruscello che scorre quieto nel verde, nel quale la sciagurata Zarin giace come l’Ofelia preraffaellita di Millais. La tappezzeria consunta di un bordello, che sembra un’eco degradata delle antiche miniature persiane (la tenutaria è Shahrnush Parsipur, autrice del libro cui si ispira il film). Un plotone di militari che irrompe in una festa borghese scompigliando schieramenti e ipocrisie… Ogni scena è insieme racconto e metafora, ogni personaggio incarna l’oppressione delle donne e di un’intera società, ogni scelta espressiva rinforza il realismo magico di un film che rievoca un mondo e un’epoca vicini e insieme dimenticati, evitando tutte le convenzioni del cinema storico a favore di uno sguardo, uno stile, una logica narrativa, differenti. Una sfida o forse un regalo, per lo spettatore che abbia voglia di stare al gioco e mettersi alla prova.
Da Il Messaggero, 13 marzo 2010

La tragedia di Shirin è rigore coreografico
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Il titolo scelto dalla video artista iraniana Shirin Neshat pare un augurio: le 4 infelici che s’ incontrano nella villa, violentate, segregate moralmente, politicamente e materialmente, lo devono sperare. Siamo nel ‘ 53, al colpo di stato che riporterà lo Scià protetto dagli Usa, e il grido di rivolta risuona forte oggi mentre l’ Iran calpesta i diritti. L’ eleganza visiva è pregio e limite di un film che va esplorato dentro, ciascuno come può, ma che affascina per il rigore umano coreografico della tragedia. Voto 7
Da Il Corriere della Sera, 12 marzo 2010

Allegoria di donne invisibili
di Paola Casella Europa

Che cosa è cinema? Una risposta possibile è: non tutto quello che approda sul grande schermo. È questa la considerazione finale che ispira Donne senza uomini, diretto dalla fotografa e artista visuale iraniana Shirin Neshat: un lavoro senza dubbio originale e affascinante, ma non meritevole di quel Leone d’argento alla regia che probabilmente le è stato assegnato più per dare un sostegno politico e umanitario alla causa delle donne oppresse da ogni regime maschilista, primo fra tutti quello iraniano, che per validare un debutto al lungometraggio poco assimilabile alla regia vera e propria. Più che un movimento narrativo, come dovrebbe essere ogni film, Donne senza uomini sembra infatti una video installazione composta da numerosi tableau vivant accostati l’uno all’altro (il che non equivale a dire “montati”, secondo la terminologia propriamente cinematografica). I quadri in questione, va detto, sono incantevoli: composizioni perfette virate nei toni del seppia e occasionalmente illuminate da macchie di colore più intenso, paesaggi metafisici impolverati ad arte, immagini mistiche e senza tempo di comunione fra la donna e la terra, segni e simboli stagliati nettamente contro un cielo livido e ovattato, illustrazioni surreali e colorate di realismo magico di altissimo valore poetico e filosofico. Attraverso queste tavole Neshat narra la storia, basata sul romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, di quattro donne animate da un uguale desiderio di indipendenza e autoaffermazione nell’Iran degli anni ’50, proprio durante quel momento politico in cui popolazione allontanò lo scià Reza Pahlevi e i suoi grandi alleati occidentali per ritrovarsi molto più tardi, sull’onda di quello stesso orgoglio nazionalista, succube di un regime altrettanto opprimente, soprattutto per le donne, come quello fondamentalista islamico.
Questo racconto tutto al femminile, doloroso e marcato da una forte volontà di denuncia, è importantissimo nella sua valenza politica e sociale, ma deludente nella sua didascalicità, in un perfezionismo estetizzante che lo rende troppo statico e manierato per diventare settima arte (la cui radice semantica è kinesis, ovvero movimento).
I simbolismi e le metafore che si allineneano l’una dopo l’altra alla fine creano un effetto di accumulo che non solo non diventa mai flusso cinetico ma rischia anche, paradossalmente, l’anestetizzazione dello spettatore invece che il risveglio della sua coscienza. E gli chador sventolanti che nelle prime scene catturano l’attenzione del pubblico perdono gradualmente valore simbolico per assumere una qualità meramente iconografica: il che, di per sé, è un’offesa a tutte le donne per cui il velo non è un artefatto ma un cilicio, o magari una bandiera.
Allo stesso modo è incantevole (nel senso proprio “che incanta”, nella sua persuasività ipnotica) la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto (quello di Furyo, per restare in ambito cinematografico) che, mescolata alle musiche originali del compositore iraniano Abbas Bakhtiari, contribuisce a rendere universale ciò che altrimenti verrebbe classificato come “etnico”.
Tuttavia il mix musicale suggerisce un altro problema di Donne senza uomini: diretto da un’espatriata che vive negli Stati Uniti da ormai trent’anni, e il cui lungometraggio di esordio non sarà probabilmente mai visto in Iran (è stato girato in Marocco proprio perché nel paese di origine della neoregista sarebbe stato impossibile filmare anche solo un’inquadratura di questa storia bandita dal regime di Teheran), sembra confezionato appositamente per il mercato estero, in un atto deliberato che è sicuramente un tentativo di far conoscere al mondo una realtà terrificante e per molti versi ancora sottaciuta, ma che dà anche al pubblico internazionale tutto ciò che si aspetta, in termini di immaginario “esotico” e di narrazione melodrammatica.
Al di là delle nobili intenzioni della regista, delle quali non dubitiamo, il risultato appare compiacente verso il gusto occidentale e realizzato su misura per il circuito festivaliero, che infatti l’ha premiato non per la sua capacità di rompere gli schemi ma per quella di renderli esteticamente appetibili alle platee europee e americane. E le donne iraniane, invece di vedere rivendicata la propria visibilità individuale e collettiva, finiscono per diventare parte del paesaggio, mirabili oggetti di scena.
Da Europa, 13 marzo 2010

Nel giardino segreto quattro donne e la libertà
di Cristina Piccino Il Manifesto

Shirin Neshat è una magnifica artista, conosce la potenza delle immagini, la grana di luce, spazio, orizzonte, i corpi che le abitano. La libertà femminile percorre come ispirazione l’intera sua opera di videoartista, e è centrale nel suo primo film, Donne senza uomini, basato sul romanzo di Shahmush Parsipur, scrittrice iraniana molto conosciuta nel suo paese nonostante la censura dell’opera, che Neshat ha scoperto da ragazza, quando era ancora in Iran – oggi, e ormai da molti anni, vive a New York.
Donne senza uomini intreccia le vite di quattro donne molto diverse in un’estate di rivolta e di repressione. Siamo nel 1953, quando l’Iran elegge democraticamente Mohammad Mossadegh primo ministro, sarà il solo politico iraniano a sfidare, nonostante lo Shah, il colonialismo occidentale. Nazionalizza il petrolio iraniano sottraendolo al controllo inglese ma ovviamente gli americani e gli inglesi non possono tollerare questa dichiarazione di indipendenza, l’Iran forniva più del 60% del petrolio utilizzato dai paese occidentali. I governi, Churchill e Truman, sbandierando il pericolo comunista, organizzarono un colpo di stato con una serie di attacchi destabilizzanti dall’interno che facevano passare Mossadegh e i suoi sostenitori per nemici del paese permettendo il ritorno al potere dello scià. Sembra l’Iran del movimento verde, con Ahmadinejad che accusa i suoi oppositori di tramare contro il paese per arrestarli,torturali, ucciderli.
Le quattro storie femminili che il film racconta si sviluppano su questo sfondo di crisi sociale e politica, perché la Storia entra nelle storie e muovendosi le muove, rompe equilibri stagnanti, porta le contraddizioni esistenziali al punto di rottura: è la magia dei momenti radianti delle rivoluzioni. È così che Fakhri, la borghese intrappolata nel matrimonio con un marito che rivendica il diritto di tradirla, se ne va a vivere da sola in un frutteto fuori le mura e tira fuori dal rimosso una vecchia storia d’amore interrotta e irrisolta. È così che Zarin,la giovane prostituta esangue imprigionata nel suo mestiere, scappa dal bordello. È così che Munis, la rivoluzionaria bloccata nelle mura di casa dal fratello tradizionalista, diventa una militante e scende in piazza, e la sua amica Faezeh trova a sua volta verso una nuova consapevolezza di sé.
Niente di tutto questo però accade senza un più radicale taglio con la realtà, compresa la realtà rivoluzionaria: non è nelle strade in rivolta, nelle feste della borghesia illuminata e nemmeno nelle assemblee dei compagni che si apre per le quattro protagoniste il sentiero della libertà, ma nel giardino di Fakhri, dove i loro destini incrociati convergono e la «forma nuova» dell’esistenza si delinea.
Esodo, esilio, rifugio, oasi, indipendenza, libertà: è nel giardino che tutto ciò può esistere. In Iran non vedranno questo film, sarà anch’esso oscurato come molto altro, in un’epoca di persecuzione che colpisce gli artisti liberi. Donne senza uomini parla anche del presente, in una sorta di circolarità ove si annullano le distanze temporali. Allora, negli anni ’50, le donne potevano scegliere tra la moda occidentale e il velo ma non sembra la questione più importante: ciò che conta è la trama soffocante che costituisce un intero sistema sociale e culturale, nel quale anche la differenza di classe si annulla negli abusi sulla sua componente femminile privata dei diritti più semplici, del rispetto, di una dignità. Costretta a vivere nella paura, aggredita, uccisa, calpestata. Un terrore che scivola sui corpi di queste donne prima ancora che nei loro sentimenti, nel conflitto tra accettazione e desiderio di rivolta,nello spazio aperto di sogni e voci interiori sospeso nell’abbandono.
Donne senza uomini è così quasi un viaggio di «formazione» in cui il femminile traccia una cartografia di conflitti universali. Le quattro donne vanno verso una nuova consapevolezza di sé che passa attrraverso le epoche, la morte, il disincanto, la sofferenza e anche in una diversa e strana dolcezza di complicità. Quasi che alla fine divenissero una sola, fragile e fortissima insieme, tanto da lottare per la libertà senza perdere i desideri.
La cifra visiva di Neshat cerca una diversa sostanza dell’immagine in cui esistenza e forma estetica si fondono perfettamente. La sua realtà è una sospensione fantastica (molti cinefili si sono irritati gridando che non è cinema) potente, che conduce con grazia lo spettatore a uno sguardo mai banalmente «preordinato».
Da Il Manifesto, 12 marzo 2010

Lotta continua a Teheran
di Claudio Carabba Sette

Tetra prigioniera nella sua casa, sempre chiusa da un fratello crudele, la ragazza non ha via di fuga; solo un volo, da angelo stanco, potrà in qualche modo liberarla. Comincia così, con un tragico salto nel vuoto, il mosaico sulla disperata condizione femminile nell’Iran del 1953, quando la Cia lavorava a un colpo di Stato per far tornare lo Scià. Nata qualche anno dopo (nel 1957) la Neshat, pur concependo il cinema specialmente come arte figurativa, segue e pedina altre donne, variamente ferite. Il corpo e l’anima sono le terre più devastate. Tutti, i vivi e i morti, si ritroveranno in una villa isolata, in un immenso parco fiorito, che nelle lunghe notti di luna sembra un’ipotesi dì paradiso terrestre. Lo stile, bello e meticcio, mescola gli spettri giapponesi di Mizoguchi e le cene impossibili di Buñuel. Le cose non sono andate per il meglio in Iran. La lotta di Shirin continua, ma forse nessuno (neppure i fantasmi) sarà in grado di controllare il proprio destino e di renderlo poi meno infelice.
da Sette, 11 marzo 2010

Nashat, la rivoluzione è donna
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Sharin Nashat, la regista iraniana di Donne senza uomini, è una videoartista colta, elegante e forte al suo primo lungometraggio. Da trent’anni vive a New York. Le sue opere sono dedicate ai temi sociali e religiosi che formano l’identità delle donne musulmane: ha ricevuto molti premi la serie di sue fotografie «Donne di Allah», ritratti in cui i volti femminili sono occultati da fitte calligrafie. Le sue video installazioni le hanno guadagnato nel 1999 il premio internazionale della Biennale di Venezia. Ha tenuto mostre alla Tate Gallery di Londra, al Guggenheim Museum di New York, alla Kunsthalle di Vienna, ad Atene e Hiroshima. Donne senza uomini, tratto dal romanzo di Sharnush Parsipur, ha avuto un Leone d’argento alla Mostra di Venezia nel 2009: è un film bellissimo, nel quale si uniscono la denuncia della condizione femminile in Iran e la sua visione artistica, si mescolano con effetti ammirevoli politica e arte, società, umanità e poesia.
La vicende di quattro donne di diverse età ed estrazione sociale sono collocate in Iran nell’estate 1953, quando le speranze del Paese e l’azione del presidente Mossadegh, il primo democraticamente eletto che subito aveva nazionalizzato il petrolio, furono spezzate da un colpo di Stato realizzato da inglesi e americani che fece tornare sul trono lo Scia. Nel clima acceso di aspirazioni e delusione, quattro donne cercano di salvare se stesse: una ragazza schiavizzata dal fratello fanatico religioso che le vieta persino di ascoltare le notizie politiche alla radio; una giovane prostituta nauseata dai propri clienti; la moglie di un generale, signora benestante che non riesce più a sopportare il marito; una donna violentata. Tutte e quattro tentano di sfuggire agli uomini dai quali hanno ricevuto il peggio, tutte e quattro amano un decadente giardino di orchidee, tutte e quattro sono libere e la libertà dà loro una forza inaudita. Momenti straordinari: le facce disfatte dalla sopraffazione quotidiana, gli sguardi di smarrimento e vendetta; la prostituta che in un bagno turco lava via dal proprio corpo le tracce fisiche del mestiere, con tale violenza da sanguinare. Eccezionale.
Da La Stampa, 12 marzo 2010

Dave Itzkoff
The New York Times

La videoartista Shirin Neshat, che è nata in Iran ma vive e lavora a New York, con questo suo debutto nel cinema si è guadagnata il Leone d’argento come miglior regista all’ultimo festival di Venezia. La pellicola rappresenta un bel salto rispetto alle installazioni con immagini in movimento per cui Neshat è conosciuta nelle gallerie d’arte. Ma chi ama le sue opere riconoscerà la sua firma nei virtuosismi visivi e nella grazia narrativa con cui presenta la storia di quattro donne (Pegah Ferydoni, AritaShahrzad, Shabnam Tolouei e Orsi Toth) in Iran, nei primi anni cinquanta. Le ambizioni e le azioni di queste donne, che provengono da diverse classi sociali, in qualche modo ci informano e intervengono sul corso degli eventi pubblici, privati e politici del paese. Con la storia dell’Iran sullo sfondo e con l’immaginazione che estende i limiti di vite vissute nell’oppressione, Neshat offre una meravigliosa finestra sul mondo delle sue protagoniste.
Da Internazionale, 12 marzo 2010

Scacco alla libertà tra le donne d’Iran
di Dario Zonta L’Unità

Come sarebbe un mondo di «donne senza uomini»? Se ci ponessimo questa domanda dal pulpito del mondo occidentale, ci immetteremmo subito in una complessa argomentazione post-femminista e separatista, seppur passatista. Ma se questa domanda, o esortazione, o sogno, o provocazione, provenisse dall’Iran di oggi? Bene, allora la questione assumerebbe ben altra connotazione. Si immaginerebbe, allora, un mondo al di fuori degli uomini, oltre il loro steccato, il loro patrocinio e patrimonio, oltre le condizioni poste dal genere in una società prostrata dallo stretto dettato religioso, oltre l’impossibilità fisica e psicologica di autodeterminare il proprio destino. Donne senza uomini è il titolo italiano del film di Shirin Neshat, artista di fama internazionale, iraniana di origine e americana di adozione. Nella sua lunga attività, Shirin Neshat ha sempre interrogato, nelle forme della sua arte, le questioni più radicate dell’identità femminile portando elementi della tradizione e della cultura iraniana, secolare e meravigliosa, sullo sfondo di un linguaggio contemporaneo e occidentale. Shirin Neshat non aveva mai fatto cinema e questa sua opera prima prende tutta quella carica espressiva che ha forgiato il suo immaginario artistico.
QUATTRO DONNE E UN GOLPE
La storia stringe un cerchio, metaforico e narrativo, su quattro personaggi femminili, tutte chiuse in un destino avverso che non permette loro di esprimersi in libertà. Nella Teherandel 1953 (data fondamentale per la storia moderna di quel Paese, nel cuore di un golpe comandato dalla Cia che portò al regime poi destituito dalla Rivoluzione islamica) quattro donne di diversa estrazione e formazione cercano di contrapporsi al destino voluto dalle figure maschili a loro più vicine, che siano padri, fratelli o fidanzati. Il loro percorso si iscrive in questa ricostruzione tratta dal romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur nella più grande Storia che ha definito le sorti dell’Iran. Come se lo scacco all’universo femminile avesse definito lo scacco allo Stato di diritto e alla democrazia.
Da L’Unità, 12 marzo 2010

Abbiamo visto Donne senza uomini (Women wihtout men) diretto da Shirin Neshat.
Ci è capitato per caso di vedere questo film iraniano passato all’ultima mostra di Venezia in concorso dove ha vinto meritatamente il Leone d’argento per la migliore regia. Una vera sorpresa, un bellissimo film che ricorda i tempi andati; rimandi a immagini alla Pasolini di Uccellacci e Uccellini, debiti formali e narrativi con Bergman, qualcosa che ci ricorda Adua e le compagne di Pietrangeli; una commistione perfetta, un amalgama ben riuscita che a parole non può essere data. Un film che ha una particolare e splendida fotografia di Martin Gschlacht, una colonna sonora armoniosa e toccante di Ryuichi Sakamoto e Abbas Bakthtiari e un montaggio a più mani essenziale e rigoroso. Un’opera prima di una regista iraniana che vive negli Stati Uniti e che è una vera rivelazione e di cui sentiremo sicuramente parlare. La Neshat proviene dalla fotografia (e si vede in tutte le inquadrature che potrebbero essere immagini fisse) e dalla video arte; ha dichiarato di «aver affrontato la sfida del cinema con la collega Shoja Azari: abbiamo redatto almeno 80 diverse stesure della sceneggiatura. Volevamo rendere la storia di queste donne in un’epoca così poco raccontata al massimo livello di commestibilità per il pubblico cinematografico».
La storia è ambienta a Teheran nel 1953. Sullo sfondo, ma neanche troppo, del colpo di stato che segnerà la fine del sogno democratico e il ritorno di Reza Pahlavi, lo Scià, sul trono con la complicità degli Inglesi e degli Americani per il solito controllo del petrolio. In quei momenti drammatici, fatti di manifestazioni, scontri e morti, quattro donne di diversa estrazione sociale, una ex attrice sposata e infelice con un generale, una prostituta, una ragazza che non si vuole sposare e la sua migliore amica cercano di sopravvivere ai loro destini tragici stabiliti dagli uomini. Fakhiri, sposata senza amore, prende il coraggio dopo aver rincontrato il grande amore della sua vita e lascia il marito ma la fiamma di un sentimento trascorso è solo suo e non dell’uomo; Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti; Munis è una giovane donna con un’appassionata coscienza politica che resiste all’isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l’uomo che ama… A un passo dalla liberazione personale che è anche il trionfo della democrazia del proprio Paese, sfuma il tutto con il golpe militare organizzato dalla CIA. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città e si incontreranno in una villa di campagna, sole e vicine alla terra, uno luogo sereno, bucolico, lontano dagli orrori degli uomini e dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma purtroppo per loro la Storia le raggiunge e riporta l’orrore che avevano abbandonato.
In film -con un po’ d’azzardo- potrebbe essere ascritto come stile al realismo magico pur non confondendolo né con la letteratura di Marquez né tantomeno con i film del grande Marcel Carné. Il film presenta una costruzione circolare, tutto torna disperatamente allo stesso punto e nulla può cambiare davvero. Il destino delle donne è stabilito e già scritto: storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste che sono costrette ad una danza immobile.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

L’iran in un giardino
È il 1953. L’Iran è travolto dal colpo di stato appoggiato dalla CIA per riportare lo Shah al potere. Quattro donne – Fakhri, Munis, Faezeh, Zarin – fanno i conti con la propria vita e con le proprie scelte. Per vie diverse si ritrovano nel giardino di una splendida villa. Ma la libertà implica sacrificio, e rifugiarsi lontano non basta…

Storia e Poesia
La nota fotografa e video artista iraniana Shirin Neshat, ispirandosi all’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur, esordisce al cinema con lo splendido lungometraggio Donne senza uomini.
Nutrendosi di un iperrealismo simbolico, la regia di Shirin Neshat è iconograficamente emozionante e intensa. Dialoghi essenziali, poche parole affilate come coltelli, pause, silenzi carichi di significato e immagini in movimento che nella lentezza spesso racchiudono la ferocia della realtà. Donne senza uomini è una pellicola che riesce a fondere la Storia con la Poesia, i colori saturi con il rosso, la città con il giardino, la voce fuori campo con i discorsi delle interpreti principali. Il modo di raccontare le vicende delle quattro donne protagoniste – Fakhri, Munis, Faezeh, Zarin – non è consueto e attua uno spostamento continuo tra realtà e magia che talvolta non è semplice da seguire. Le trasformazioni politiche che conducono alla deposizione del primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh, eletto democraticamente, e restaurano il potere dell’ultimo Shah, non sono individuate unicamente come sfondo, neppure l’utopico giardino della splendida villa di Fakhri è al riparo dall’irruzione dei golpisti. L’intreccio del registro narrativo realistico e di quello metaforico avviene spontaneamente ed è la cifra stilistica dell’intero film, in grado di unire potenza a rarefattezza. L’inizio coincide con la fine – “sensazione che tutte le cose si ripetono nel tempo”: la morte simbolica apre la pellicola e la morte reale la chiude. Il maschio è – tranne in qualche caso – l’ostacolo alla propria libertà intellettuale e materiale. Per ciascuna delle protagoniste la presenza maschile è una prigione spietata, eppure il film elegge la condizione femminile a paradigma. La pellicola di Shirin Neshat non è un’operazione di video arte, avulsa dalla realtà, anzi. Donne senza uomini rintraccia le origini della situazione iraniana contemporanea nel colpo di Stato del 1953, poiché è in quell’anno che la democrazia viene spazzata via dagli interessi economici occidentali. La dittatura dello Shah, la rivoluzione islamica del 1979, la presenza di movimenti estremisti, l’attuale governo del presidente Mahmud Ahmadinejad che fa scempio contro l’opposizione, sono in qualche modo conseguenze. È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto del regista Jafar Panahi, Leone d’oro a Venezia nel 2000 per Il cerchio. Il potere teme l’arte, forse per questo il romanzo di Shahrnush Parsipur ha suscitato le ire del regime, forse per questo il film di Shirin Neshat non potrà essere proposto al pubblico iraniano. La dedica finale di Donne senza uomini “a tutti coloro che hanno lottato per la libertà in Iran dal 1906 a oggi”, d’altronde, impone allo spettatore una riflessione profonda e dolorosa.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

Per il suo esordio alla regia, la fotografa e videoartista Shirin Neshat ha scelto come sfondo l’Iran del 1953. Tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur, il suo è un film tutto al femminile, dove il destino di quattro donne dell’epoca diventa un modo per parlare di tutte le donne iraniane. Durante il colpo di stato dello shah Reza Palhavi, sostenuto dagli americani, si incrociano le vite di Zarin (Orsolya Tóth), una prostituta, Fakhri (Arita Shahrzad), moglie di un ministro, Munis (Shabnam Toloui), una giovane rivoluzionaria e la sua amica Faezeh (Pegah Ferydoni). Fakhri si separa dal marito e va a vivere fuori Teheran, in un casolare, con un bellissimo giardino che confina col bosco; nella grande casa vive sola, ma le sue porte sono sempre aperte soprattutto per dare ricovero a donne in difficoltà. Lì arrivano Zarin, molto malata, e Faezeh dopo essere stata violentata da due sconosciuti; Munis rimane in città durante le proteste e, dopo essersi finta morta al fratello, entra a far parte del movimento rivoluzionario contrario allo shah.
La Neshat non sembra preoccupata di raccontare precisamente le storie delle sue protagoniste.
Al centro del film c’è la manifestazione della femminilità in varie forme: quella altera e distinta di Fakhri, quella timida di Faezeh, quella lacerata di Zarin e l’esuberante di Munis. La femminilità si lega al velo, che diventa muro metaforico ed elemento coreografico, con cui la regista “gioca” visivamente nelle sue inquadrature. Il velo delle donne della Neshat, quando compare, è nero e si staglia come uno schiaffo di contrasto al bianco riflettente delle vie di Teheran, al giallo delle strade di campagna. La regista-fotografa, che ha dovuto girare il film a Casablanca, punta soprattutto all’occhio dello spettatore, immergendo la bellezza delle sue attrici nella natura, a contatto con gli elementi essenziali di acqua, terra, erba, fiori, polvere. Il film è anche ricco di momenti poetici e sospesi, dove il dialogo lascia spazio alla voce fuori campo che esprime i pensieri delle protagoniste.
La Neshat sceglie per il proprio cast attrici di diversa provenienza e formazione: Orsolya Tóth, ungherese, attrice prediletta di Kornél Mundruczó, aveva già lavorato con la regista per il video Zarin; Shabnam Toloui, iraniana che vive a Parigi, ha lavorato con Marzieh Makhmalbaf; Arita Shahrzad compare in un video della regista e Pegah Ferydoni, nata a Berlino, è attrice soprattutto di produzioni televisive. Dando un grande senso metaforico alle vicende raccontate, i fatti degli anni ’50 sono un’occasione per parlare dell’Iran di oggi, dove forse le lotte non sono così cambiate. Sicuramente la partecipazione della Neshat, come degli altri registi iraniani, alla 66^ edizione del Festival di Venezia è stata un’occasione per ricordare alla scena internazionale quello che sta vivendo il popolo del suo paese dopo le ultime elezioni.
Silvia Badon, da “silenzioinsala.com”

La volontà che trasforma tutto si era impossessata di me. Nell’istante del suo suicidio, ultimo e disperato atto per l’emancipazione , Munis ripercorre una possibile vita, cerca il riscatto espandendo il dramma privato (comune a tutte le protagoniste) dentro i confini immobili della Storia.¹
Il fermento politico si presta così a dinamizzare uno spazio congelato, prigioniero tra la rigidità della tradizione e il cicaleggio bohemien della (nuova) classe intellettuale occidentalizzata. Desiderio ardente per una libertà democratica, per un rinnovamento del Paese, accompagnato dalla viva e salda dignità femminile. La donna da oggetto diviene partecipe dell’agognata lotta per il progresso, non più spettatrice della propria esistenza (numerosi i richiami all’attività passiva dello sguardo), ma rilegando, allo stesso tempo, parte della sua natura nei confini illusori di un luogo incantato.
Rimane quindi quello spettro utopico di un cambiamento (presto disatteso), un mondo di pace e tranquillità, dove l’unica figura maschile è custode e non carnefice, dove il tempo sospeso (del sogno?) rivendica la sua essenza eterna (è sempre stato lì), dove gli occhi non sono più obbligati ad autoriflettersi nella dignità, repressa, di un primo piano.
Il deserto però incombe, pronto ad ardere quel bosco incantato che ricollocava la Madre Terra nel giusto posto. Perché la Storia, ancora inquietantemente ciclica, non ha pietà e preferisce il carcere digitale di una stasi. Attendendo che qualcosa si smuova (forse è più vicino di quanto sembri), accogliamo Munis come l’ennesimo sacrificio per la libertà.

Di formazione videoartistica, la Neshat impregna la sua opera con un’atmosfera fortemente visionaria, spingendo la regia ai limiti di una sperimentazione estetizzante. Il sentore manieristico non tarda a farsi sentire, sospinto com’è da un virtuosismo tanto splendido quanto autocompiaciuto, che gioca insistito con il tempo filmico dell’immagine. Inscindibile da uno spazio quasi estraneo a chi lo abita, la temporalità è soffocante, in perenne tensione per un’evoluzione, accogliente sì nella sua dimensione onirica, ma perlopiù bloccata da uno scomodo passatismo.
Sono le concessioni alla retorica (troppo spesso esplicativa) che appesantiscono una visione suggestiva, ammaliante, non necessariamente arricchita dai numerosi simbolismi e impianti metaforici forti. E’ solo una piccola puntualizzazione, perché Donne senza uomini riesce a unire la sperimentazione (contaminata con interesse da altri stimoli audiovisivi) con una struttura solida e oculatamente centrata.
¹Una sequenza simboleggia chiaramente il passaggio dalla dimesione privata a una più ampia, collettiva. Per conquistare il fratello della defunta Munis, Faezeh sotterra un amuleto vicino al luogo dove è stata sepolta l’amica. Munis resuscita miracolosamente, consacrando in termini più universali il significato del rituale appena svolto. Impedire il matrimonio dell’uomo amato diventa così metafora di una rivincita (l’attivismo politico della giovane) nei confronti della stretta conservatrice, maschilista, dogmatica.
Marco Compiani, da “spietati.it”

Un vento leggero di primavera sfiora il velo rigorosamente nero di una donna iraniana mentre annusa un fiore. Ecco l’immagine perfetta per descrivere il film “Donne senza Uomini”. Quest’opera prima della regista iraniana in esilio Sherin Neshat è un piccolo capolavoro visivo, girato interamente in Marocco, e narra, sullo sfondo della prima rivoluzione in Iran del 1953, le vicende drammatiche di quattro donne. La rivoluzione è vista attraverso la psicologia di Fakhri, Munis, Zarin, Faezeh intrappolate nei vincoli della società patriarcale degli anni ’50, che trovano la loro libertà all’interno di un onirico giardino a pochi kilometri da Teheran. Le inquadrature pulite ed evocative, che scorrono sullo schermo, sono tutte perfettamente studiate: dal primo all’ultimo minuto tutto si fa arte. In questo estetismo esasperato sul fotogramma, in cui è possibile intravedere la passione della regista per le installazioni video, Sherin Neshat trova il modo per raccontare (e criticare) la sua visione della politica del regime iraniano di ieri e (soprattutto) di oggi. Il film è molto lento, ma non annoia: la realtà macchiata dal sangue e dal grigiore delle scene della rivoluzione è in netto contrasto con i colori sgargianti e vivi dell’onirico giardino, un Eden immacolato che non vuole essere contaminato dalle intrusioni dell’esterno. È un mondo immobile, in cui si può respirare il profumo della libertà. Onirico e passionale! Purtroppo siamo sicuro che il film non verrà mai distribuito nel paese d’origine, a causa dei riferimenti in negativo verso l’attuale regime di Teheran.
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

L’anima surreale dell’opera gonfia le immagini di suggestioni destinate a sedimentarsi nello spettatore, mentre quella più concreta, che testimonia gli sviluppi politici del paese, appesantisce inevitabilmente il racconto, con una narrazione classica, lineare ed enfatica che tende a spezzare l’incantesimo.
Neri fantasmi danzanti verso il giardino
La storia di un paese in difficoltà pretende un doppio respiro per essere raccontata e affondare nelle coscienze: da una parte ci sono gli eventi che coinvolgono il popolo, che lo portano in piazza e lo tengono insieme per il raggiungimento di un obiettivo comune; dall’altra c’è l’universo più circoscritto di singoli travagli da investigare per completare gli orizzonti. Women Without Men li esercita entrambi per restituirci un momento cruciale della storia dell’Iran: il colpo di stato angloamericano del 1953 ai danni di Mohammad Mossadegh, primo capo di governo democraticamente eletto, che demolì sogni e speranze di una nazione da sempre ricca di conflitti e contraddizioni, portando alla rivoluzione islamica. Lasciandosi ispirare dal romanzo Donne senza uomini di Shahrnush Parsipur, la visual artist Shirin Neshat volge il suo sguardo sulla storia, partendo da un campo più ristretto ma florido di considerazioni: la condizione della donna in Iran, nel contesto di una lotta comune per l’indipendenza.

Quattro figure di donna popolano infatti il film della Neshat, scritto e diretto in collaborazione con Shoja Azari, quattro diverse anime di un corpo unico, avvolto in uno chador nero che non è necessariamente prigione, ma sullo schermo rende i personaggi veri e propri fantasmi ambulanti. Il sentimento poetico di quest’opera si genera fin dalla coreografia del velo, che sembra danzare attorno e tra i corpi. Attraverso un magnetico realismo magico, la regista ci fa penetrare negli intimi recessi di queste donne, così diverse, eppure tutte destinate a trovare rifugio nello stesso giardino, masticando un unico sogno: la libertà. C’è chi lo trova tuffandosi da un tetto, abbracciando la morte, e chi invece lo cerca nella comunione con la terra. L’anima surreale dell’opera gonfia le immagini di suggestioni destinate a sedimentarsi nello spettatore, mentre quella più concreta, che testimonia gli sviluppi politici del paese, appesantisce inevitabilmente il racconto, con una narrazione classica, lineare ed enfatica che tende a spezzare l’incantesimo.

D’altronde procedere unicamente per sequenze astratte dall’afflato filosofico avrebbe probabilmente neutralizzato la portata che la regista intendeva dare alla sua opera, che va ben oltre un livello emozionale per ragguagliare sugli eventi che hanno segnato la storia del suo paese. Così, soprattutto nella seconda parte, Women Without Men deve scontare una certa pesantezza didascalica che raffredda le atmosfere che così abilmente aveva creato fino a quel momento: la perfezione formale tende così a far apparire glaciale il film. Le difficoltà della regista di coniugare il linguaggio cinematografico con la verve artistica che gli è propria non sono però determinanti e sgualciscono solo parzialmente quest’opera così ammaliante. Shirin Neshat è fotografa e video artista e la sua prima volta dietro la macchina da presa tradisce ampiamente le sue origini: il gusto dell’artista trabocca da ogni singolo fotogramma, dipinto di colori saturi che contribuiscono a render magico questo suo volo visionario che in certi passaggi appare addirittura miracoloso, grazie anche all’apporto delle seducenti musiche di Ryuichi Sakamoto. E’ nata una sublime regista.
Massimo Borrelli, da “movieplayer.it”

Nella Teheran del 1953, ad un passo dal colpo di stato che restaurerà (il 16 agosto) lo Scià Reza Pahlevi, quattro donne si confrontano con una realtà che le vede subordinate, talvolta inconsapevolmente, agli uomini. Ognuna di loro, con un percorso proprio e personalissimo, troverà la consapevolezza e la libertà, mentre l’Iran, in quei tumultuosi giorni, innesca un lento processo che porterà, nel 1979, alla Rivoluzione Islamica.
Donne per donne: la celebre fotografa e videoartista iraniana Shirin Neshat, esule dal proprio paese come tanti, troppi compatrioti, per l’esordio alla regia cinematografica ha scelto il romanzo Donne senza uomini dell’altrettanto celebre scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur che narra, per l’appunto, storie di donne. Ma fermarsi alla facile equazione, pensando di trovarsi di fronte a un film che parla (soltanto) di donne rivolgendosi alle donne, sarebbe errore ingenuo e sciocco, perché Shirin Neshat ha realizzato un film prima di tutto politico.
Attraverso la violenza fisica e la sottomissione psicologica delle quattro protagoniste di vicende di più di mezzo secolo fa, Donne senza uomini traccia la complessa storia dell’Iran fino alla contemporanea Rivoluzione Verde, (di)mostrando come un paese sia un insieme organico, in cui anche la “malattia” del singolo si estende inesorabilmente all’intero corpo. Qui, a non essere in salute, è per lo meno metà della popolazione.
Fakhri, Zarin, Munis e Faezeh, diverse per estrazione sociale, età e ambizioni, sono quattro exempla di altrettanti malesseri sociali: nella prima parte del film, necessariamente riflessiva, vengono raccontate nel dettaglio le loro vite. Poi inizia il viaggio, metaforico e reale, verso il mistico giardino concluso, luogo di esilio caro al popolo iraniano. Non tutte si cimenteranno con un percorso vitale, ma la salvezza ci sarà per ognuna di loro. Ed è proprio nella parte risolutiva delle quattro storie che la regista regala le immagini e le scene più belle, con rimandi surrealisti al Buñuel de Il fascino discreto della borghesia, o attingendo alla raffinatezza del suo personale talento visivo.
Difficilmente il film verrà distribuito in Iran: il romanzo da cui è tratto è stato messo al bando subito dopo la pubblicazione. Le riprese si sono svolte in Marocco, a Casablanca – impensabile anche solo l’idea di girare a Teheran, d’altronde – e la selezione del cast è stata limitata alle sole attrici e ai soli attori iraniani che vivono in Europa. Piccolo cameo per l’autrice del romanzo, che interpreta la tenutaria del bordello.
Manuela Pinetti, da “zabriskiepoint.net”

Iran, 1953. È un periodo storico drammatico: un colpo di stato promosso dagli americani e appoggiato dagli inglesi depone il Primo Ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh, reintegrando lo Shah al potere. Su questo sfondo turbolento, si intrecciano le vite di quattro donne iraniane appartenenti a diverse classi sociali. Fakhri (Arita Shahrzad) è sposata a un uomo che non ama, finché il ritorno di una vecchia fiamma non la costringe ad affrontare il problema. Zarin (Orsi Tóth – Delta, Johanna) è una giovane prostituta, che cerca di fuggire quando inizia a vedere i suoi clienti letteralmente senza volto. Munis (Shabnam Tolouei – A House Built on Water, Sharareh, The Day I Became a Woman, A Notebook from the Heaven) nutre un’accesa coscienza politica, e si scontra con il fratello – religioso tradizionalista – che le impone l’isolamento. Faezeh (Pegah Ferydoni – la serie Kebab for Breakfast) non si cura dei tumulti che imperversano nelle strade, e sogna soltanto di sposare il prepotente fratello di Munis. Le quattro donne trovano conforto, amicizia e indipendenza in uno splendido giardino d’orchidee; presto, però, il mondo reale irrompe anche qui, mentre l’Iran va incontro al destino che stravolgerà il suo volto per sempre.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur (Pallina rossa, Offerte di prove, Il cane e il lungo inverno, Orecchini di cristallo, La ragione dipinta di blu), celebre scrittrice iraniana incarcerata più volte dal governo del suo paese: solo per aver scritto questo libro, l’autrice ha dovuto scontare sei mesi di prigionia. A metà degli anni novanta, Donne senza uomini è stato messo al bando in Iran, come tutti i libri della Parsipur eccetto uno.
Trasponendo il romanzo sullo schermo Shirin Neshat, rinomata fotografa e video-artista iraniana, ha realizzato la sua prima opera cinematografica, riscuotendo grande successo alla 66ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e ottenendo il Leone d’argento per la miglior regia. Il film è nato da un ambizioso progetto video/cinematografico in due parti: sono stati girati cinque video, ognuno dei quali incentrato su una protagonista femminile del libro. I video sono stati recentemente assemblati in un’unica installazione in più stanze; l’opera, servita da spunto alla Neshat per il lungometraggio, ha girato il mondo. Le sue video installazioni, del resto, sono state insignite di numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Internazionale La Biennale di Venezia – Leone d’Oro nel 1999.
Quando è stata contattata dalla regista, la Parsipur non ha esitato ad approvare il progetto del film, accettando addirittura di partecipare alle riprese nel ruolo della tenutaria di un bordello.
La Neshat, che già nelle precedenti opere aveva affrontato la politica di genere e l’autorità della religione, dichiara di aver scelto questo romanzo per far comprendere meglio i motivi profondi all’origine del conflitto fra occidente e mondo musulmano; affascinata dallo stile surreale della Parsipur, ha giudicato l’opera particolarmente conforme alla sua concezione di realismo magico. «Sono rimasta incantata dalla natura poetica del romanzo e dall’uso dei simbolismi e delle metafore». Il giardino in cui si rifugiano le donne, per esempio, rappresenta l’“esilio”, la “libertà”, temi sentiti da tanti iraniani. Nel film, rispetto al libro, viene enfatizzato l’aspetto storico, e Munis viene trasformata addirittura in un’attivista politica.
Poiché gran parte degli iraniani di seconda generazione parla farsi con accento straniero, si è rivelata problematica la scelta del cast, che ha impiegato un anno e mezzo di ricerca in giro per l’Europa. Le riprese si sono svolte a Casablanca, in Marocco, in quanto – a detta della regista – la città «assomiglia meravigliosamente alla Teheran degli anni cinquanta». Particolare rilievo è stato dato ai contrasti cromatici, che vedono alternarsi i colori seppia delle scene che mostrano Teheran a quelli più intensi delle scene nel giardino. La questione del colore, d’altronde, è strettamente legata alla concezione artistica della Neshat, che già nella serie fotografica Women of Allah e in installazioni video come Rapture o Turbulent aveva usato il bianco e il nero con funzione espressiva.
da “sentieriselvaggi.it”

Il 1953 in Iran è l’anno in cui si compie l’Operazione Ajax: un complotto organizzato dalla CIA e dal SIS (il Secret Intelligence Service britannico) e autorizzato dallo Shah per deporre il primo ministro, democraticamente eletto, Mosaddeq. La storia si “Donne senza uomini” prende vita proprio nel 1953 e si nutre di queste atmosfere, delle paure del popolo, delle discrepanze di genere. Quattro donne, completamente diverse per natura e posizione sociale, sono unite da un destino comune: abbandonare la vita decisa per loro dagli uomini (padri e mariti) e andare a vivere in un giardino meraviglioso. Dove, come racconta Shirin Neshat – regista esordiente -, le protagoniste della storia avrebbero potuto avere una vita nuova, riscattarsi, proprio come è successo a lei trasferendosi negli Stati Uniti. Un giardino che nella cultura iraniana – come in poesia e in letteratura – ha anche un valore simbolico, metaforico: rappresenta libertà, indipendenza, un posto dove le donne possano avere una seconda possibilità, lasciarsi alle spalle la brutalità della realtà. Dove possano costruirsi una comunità utopica, escludendo loro, stavolta, gli uomini. Donne diverse, ognuna delle quali rappresenta una sfaccettatura della donna iraniana : Munes rappresenta lo spirito dell’attivismo sociale, Zarin è la prostituta che si estranea, vive una vita parallela, uno spirito sacro simile alla Maria Maddalena cristiana, Faezeh e Fakhiri invece sono donne ordinarie, piene d’umanità, una vorrebbe sposare l’uomo che ama, l’altra è sposata a un uomo che non ama e che non la rispetta. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur, ci trascina nel mondo iraniano delle protagoniste, in cui non c’è spazio per il pensiero e l’azione femminile, schiacciati dalla sola presenza maschile, che soffoca le donne e non permette loro di esprimersi. Con un linguaggio cinematografico in bilico tra realismo e magia la Neshat vuole far conoscere allo spettatore il mondo di esclusione vissuto dalle protagoniste. Di certo la pellicola si impone e tenta di scuotere, grazie alla distribuzione della Bim, un continuum critico della storia iraniana: l’arresto del famoso regista Jafar Panahi (Leone d’Oro a Venezia con “Il cerchio”), è solo il culmine della totale assenza di pietà per artisti e registi: gli hanno impedito di lavorare, di lasciare il paese e ora è stato arrestato. Pellicole come “Donne senza uomini” – al pari di un romanzo come “Leggere Lolita a Teheran” della scrittrice e docente di letteratura inglese Azar Nafisi, iraniana anch’essa – sono determinanti in un momento storico in cui è così importante far sentire la voce di dissenso della comunità internazionale.
Giulia Petrozzini, da “mpnews.it”

La cornice storica del 1953 in Iran – dalla lotta del Fronte Nazionale per l’emancipazione dall’embargo alla caduta del governo Mossadegh per mano della CIA – svela quadri femminili privati del diritto a un’identità anzitutto sessuale. Il romanzo di Sharnush Parsipur da cui prende le mosse l’adattamento della regista e celebrata video artista Shirin Neshat, affiancata nella scrittura da Shoja Azari e dalle musiche di Ryuichi Sakamoto, non è esclusivamente la premessa a una pellicola cui è valso il Leone d’Argento, e nemmeno soltanto la trasposizione filmica di cinque precedenti videoinstallazioni, ma l’opportunità colta di rimarginare poeticamente ferite e prigionie. Si mantiene la struttura narrativa per episodi dietro cui osservare e partecipare, secondo la regola del vissuto o, all’opposto, del rigetto di ciò che per epoche e genere potrebbe cascarci addosso come alieno, fino alla conciliazione simbolica in cui quattro storie femminili – nel romanzo e nei video erano cinque – trovano sfogo in un rifugio comune. L’inseguimento delle vite per dilatazione d’immagini che, se da un lato riflettono l’appartenenza privilegiata e sublime di Neshat alla video arte, dall’altro si appropriano con lirismo delicato del margine destinato in ogni epoca all’isolamento femminile persiano, apre il cerchio di Munis, Faezeh, Zarin e Fakhri. Il disperato tentativo della prima di opporsi a un regime domestico e politico si fonde tragicamente con la ricerca della felicità di Faezeh, innamorata di Amir, fratello della stessa Munis. Le ottusità di quest’ultimo non bastano a fermare la volontà di «non sentire il mondo per non sentire il dolore». Ed è simile l’abbandono hopperiano della prostituta Zarin nella propria stanza, incapace ormai di dare un volto agli uomini. La ritroviamo nuova Ofelia nelle acque della proprietà acquistata da Fakhri, moglie di un generale e decisa a evadere dalla fortezza per cui ha rinunciato ad amare, cantare e scrivere poesie. Ognuna bussa alla porta dello stesso giardino, lo invade come fosse recinto protetto da nebbie e sagome di alberi in uno scenario intatto. Come quello islamico, festa dell’ozio e della pacificazione interiore, il cerchio verde di Fakhri è nutrimento a piena voce femminile. Ma la realtà irrompe nell’Eden tanto quanto il grido di Munis da sottoterra per essere ancora presente alle espropriazioni, alle violenze subite da Faezeh, al mutismo dolente di Zarin e, infine, alla rinnovata solitudine di Fakhri. La precisione estetica e per contrasto di colori tipica di Neshat guida quel loro «silenzio d’ora in poi» attraverso una camera coerente nell’allentare la stretta su sensualità indotte ad annullarsi, eppure mai morte. I volti intensi delle attrici ne seguono il fine di poche parole in una Teheran ricreata a Casablanca. Così non si può non spartire il confine unico in cui viene scambiato un destino, un fiato reso corto dai dogmi, vivificato soltanto da ciò che in Parsipur – che nel film interpreta la tenutaria del bordello in cui lavora Zarin – era risposta già visiva, surreale e «desiderio che si fa follia». Le donne di Allah sono esilio di veli tra schiene maschili chine in preghiera, manifestanti che protestano, figure molli di un hammam in cui solo un corpo è scarnificato. La lingua del tempo sembrerebbe allora rivoltarsi su stessa, se non fosse per quel canto che preserva dall’orrore più definitivo.
Giulia Valsecchi, da “doppioschermo.it”

Durante il colpo di stato in Iran del 1953, che destituì il governo democratico riportando lo Shah al potere, i destini di quattro donne si intrecciano a Teheran.
Zarin, giovane prostituta, scappa dalla città quando si accorge di non riuscire più a vedere i volti degli uomini. Munis, stanca dell’isolamento forzato a cui la costringe il fratello, decide di uccidersi. Faezeh, amica di Munis, è costretta a fuggire da Teheran e a rinunciare ai suoi progetti di matrimonio a causa di un brutto episodio di violenza. Fakhri, complice l’incontro con un vecchio amante, decide di lasciare finalmente il marito e ritirarsi in campagna.
Il giardino della tenuta che Fakhri acquista diventa il luogo dove le donne si incontrano e cominciano a condividere le loro vite e cercare una pace interiore mentre a Teheran i militari danno la caccia ai democratici dissidenti.
All’apparenza, il classico film “più importante che bello”: invece, la sensibilità artistica – e squisitamente visiva – di Shirin Neshat, visual artist di grande esperienza, salva l’opera dal ricadere in questa categoria. Pur essendo, per esplicita volontà della regista, un’opera che accentua il contesto storico e sociale in cui le vicende si svolgono rispetto al libro da cui il film è tratto, Donne Senza Uomini ha la grazia di un’opera universale e la potenza dei grandi film. Si consiglia a tal proposito la visione in sala, perché recuperare in home video questo film farà perdere forza a molte delle scene, in particolare a quelle in campo aperto, dove Shirin Neshat ha scelto una paletta di colori molto saturi e in netto contrasto con le scene di Teheran, nelle quali l’assenza di forti contrasti cromatici accentua la sensazione di soffocamento ed isolamento delle protagoniste.
Il concetto di libertà è universale, la via della fuga come quella della lotta sono radicate nella storia degli esseri umani: oggi – come cinquant’anni fa – il Medio Oriente è il teatro dove queste scelte si impongono quotidianamente agli individui ed in particolare alle donne.
Sicuramente all’occhio dell’occidentale sfuggiranno molti richiami alla cultura ed al folklore iraniano. Nonostante ciò, “Donne Senza Uomini” cattura l’attenzione e tutto sommato richiama con intelligenza un simbolismo universale (la fuga, la rinascita, l’esilio, la morte) comprensibile ad ogni latitudine.
“Donne Senza Uomini” è un film sull’idea di fuga e il conflitto che la scelta di scappare determina.
Non ci sono esplicite riflessioni su questi temi – il personaggio di Zarin, il più tormentato, non ha neanche una battuta – ma è la forza delle immagini e delle interpretazioni a suggerire l’urgenza di interrogarsi su questioni come la libertà di scelta e l’uguaglianza tra gli uomini, non solo nei modi tipici della cinematografia occidentale – che ha da tempo “risolto” sia socialmente che artisticamente tali questioni e raramente offre spunti nuovi di riflessione – ma anche in quelli più sentiti di artisti che hanno vissuto sulla propria pelle ed in tempi recenti esperienze dolorose.
Le quattro protagoniste scelgono, per ragioni diverse ed in modi diversi, di scappare per lasciarsi alle spalle una società di cui non riescono o non possono più fare parte, né come donne (per il ruolo subalterno e umiliante che la società iraniana impone loro) né come individui, nel momento storico in cui le grandi democrazie occidentali avallano il colpo di stato militare per ragioni economiche. Quando la realtà le raggiunge nel loro esilio, e la fuga si rivela una chimera, per le donne è il momento di un’altra scelta, su cui però Shirin Neshat decide di chiudere il film, lasciando giustamente in sospeso i destini di alcune delle protagoniste.
L’elemento magico e surreale che caratterizza la seconda parte del film (omesso volutamente dalla sinossi per non rovinare la sorpresa) può sembrare inizialmente fuori contesto, ma in realtà si richiama da un lato alle tradizioni folkloristiche iraniane e in generale alle culture in cui la metafora e la favola servono ad aggirare i controlli censori del potere.
L’elemento della superstizione (nella figura di un amuleto portafortuna) contribuisce a dipingere una società fortemente ancorata alla tradizione e al culto religioso, impermeabile alle rivoluzioni sociali dell’occidente e incapace anche per questo di fronteggiarne le ingerenze. Donne senza Uomini offre una visuale inconsueta, quella femminile, su un pezzo di mondo in cui le donne non hanno quasi mai voce riuscendo comunque a centrare un’analisi storica e sociale complessiva (per quanto possa fare un film, che resta un’opera di fiction) efficace per la nostra comprensione dei fenomeni drammatici che tormentano l’Iran ed il Medio Oriente. Ci sono due forze in gioco, entrambe distruttive: una proveniente dall’esterno, con gli interessi internazionali che schiacciano la nazione, e una proveniente dall’interno, con il retaggio secoli di tradizioni e costumi che schiaccia le persone. La fuga è un modo di sfuggire temporaneamente a questa morsa ed un espediente “letterario” tipico, ma il messaggio di Shirin Neshat è palesemente un altro: la testimonianza, la partecipazione e la lotta devono alla fine avere il sopravvento sul dolore e sulla paura.
Probabilmente l’uso della metafora onirica e surreale non basterà oggi a far distribuire il film in Iran, segno che la strada per lasciarsi alle spalle i conflitti, quella stessa che le donne percorrono mentre arrivano al giardino, è ancora piuttosto lunga.
da “filmscoop.it”

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