Departures

Dopo lo scioglimento dell’orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d’origine. Assieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko), docile e mansueta come poche, si trasferisce nella sua vecchia casa in campagna alle porte di Yamagata.

Qui comincia a cercare lavoro e si imbatte in un annuncio interessante, raggiunge l’agenzia e scopre che i viaggi dell’inserzione non sono vacanze alle Maldive ma dipartite nel mondo dell’aldilà. Titubante all’inizio, si lascia convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki (Yamazaki Tsutomu), e ritrova il sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l’identità del suo nuovo mestiere, scappa di casa e lo abbandona solo in paese, dove in molti cominciano a snobbarlo. Ma il destino sta nuovamente per sorprenderlo, costringendolo a fare i conti con il passato, la morte della madre e l’allontanamento precoce del padre, fuggito chissà dove e mai più rivisto.
Il rito della deposizione – la cura del nokanshi – è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Quando Daigo legge l’annuncio sul giornale, viene sedotto dalla parola ‘partenze’ e crede di candidarsi per un lavoro in un’agenzia di viaggi. In quel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell’ultima delicata riconciliazione con il defunto. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, già alle prese con la celebrazione delle esequie in The Funeral di Juzo Itami, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, dice molto più di lunghe prediche sacerdotali.
Il rapporto con un padre assente, l’amore incondizionato per la figura materna e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista conosce così i suoi limiti, accetta di non essere un musicista talentuoso, abbandona le vecchie abitudini e scopre un’incredibile vocazione per l’arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L’espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza.
Malgrado poi la sceneggiatura scelga di sottolineare i passaggi con simbolismi semplici, un po’ troppo esplicativi e chiarificatori, come la pietra regalata dal genitore che ritorna puntualmente ad ogni risoluzione di conflitti (tra padre e figlio, tra moglie e marito), il film ci accompagna per mano in un viaggio fatto di dignità e rispetto. Senza virtuosismi di macchina o eccessi estetizzanti, ci lascia, alla fine, con una conquista in più, raccontandoci emozioni e sentimenti a misura d’uomo.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Dal violoncello alle pompe funebri L’ Oscar giapponese (a sorpresa)
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

In tempi di gossip sessuali quella del «tanatoesteta» potrebbe sembrare l’ ultima variazione possibile nel campo delle perversioni. E invece in Giappone la funzione del «nokanshi», cioè del «maestro di deposizione nella bara» è una professione fondamentale, perché «ricompone» i cadaveri per far loro compiere nel migliore dei modi possibili l’ ultimo viaggio verso la cremazione. Una professione che nelle grandi città come Tokyo è caduta in disuso e dimenticata ma che nei paesi di provincia conserva il suo ruolo sociale e sacrale. Lo scoprirà sulla propria pelle il giovane violoncellista Daigo Kobayashi (l’ attore Masahiro Motoki, tenero e stralunato insieme), costretto dopo la morte dell’ orchestra in cui aveva trovato posto (ultima esecuzione, l’ Inno alla vita di Beethoven) a trasferirsi da Tokyo nella meno dispendiosa prefettura di Yamagata: rivende il suo strumento di lavoro troppo caro, si installa con la moglie Mika (Ryoko Hirosue) nella casa che gli ha lasciato la madre morta un paio di anni prima e si mette alla ricerca di un nuovo impiego. Che trova grazie all’ errore di stampa di un annuncio pubblicitario (parlava di «viaggi» e non dell’ «ultimo viaggio») e all’ intuito del nokanshi Sasaki (Tsutomu Yamazaki) che intuisce nel recalcitrante e timoroso Daigo la stoffa di un futuro maestro di deposizioni. Costruito come una specie di «percorso di formazione» capace di alternare momenti riflessivi ad altri più leggeri e umoristici, campione d’ incassi in patria nonostante l’ argomento non proprio popolaresco, premio Oscar a sorpresa come miglior film straniero nel 2009 (tutti puntavano su Valzer con Bashir, ma nel confronto non demerita per niente), questo Departures – in originale Okuribito – affronta il tema della ritualità tipico della cultura nipponica cercando di recuperarne il senso profondo e «sacrale» senza per altro scivolare verso nessuna deriva spiritualista o superficialmente consolatoria. Anzi, a partire dalla prima scena, quando Daigo scopre che i lineamenti del defunto possono nascondere più di una sorpresa, il tema della morte e del suo valore è sempre accompagnato da una sottile ma puntuale venatura ironica. Oltre che da una concreta e quotidiana lettura «materiale». Perché se lo spettatore italiano resterà per prima cosa affascinato dalla raffinatezza e dalla ritualità dei gesti con cui il nokanshi lava e veste il cadavere, avendo cura di non urtare il buon gusto e la sensibilità dei parenti che assistono al rito anche nelle pratiche meno eleganti, è indubbio che il film (sceneggiato da Kundo Koyama e diretto da Yojiro Takida) punta soprattutto nella prima parte anche su altri argomenti, dalla sottolineatura di quanto possa rendere un tale lavoro (ragione fondamentale perché Daigo finisca per accettare l’ offerta di Sasaki) allo scarso rispetto sociale che quella professione, e soprattutto quella pratica, hanno in un mondo che si sta allontanando dalle tradizioni. E infatti ci vorrà la preparazione della vecchia proprietaria del bagno pubblico perché chi prima disprezzava la scelta di Daigo – l’ amico di scuola ma anche la moglie che addirittura se n’ era tornata in famiglia – prendano coscienza non solo dell’ importanza «sociale» di quella professione ma anche della sua necessità e della sua profonda carica di amore. Come dice la stessa Mika nel film, «dare a un corpo diventato freddo, una bellezza che durerà per sempre… con calma… con precisione… ma soprattutto con tanta amorevolezza… pur nella tristezza dell’ ultimo addio mi apparve meraviglioso». Un suggello che troverà nell’ ultima preparazione che il film ci mostra (allo spettatore scoprire di chi si tratta) il suo compimento e la sua apoteosi, dove arte, ritualità, dolore e amore si fonderanno indissolubilmente in un tutt’ uno. P.S. L’ arrivo sugli schermi italiani di questo film è l’ atto di nascita di una nuova società di distribuzione, la Tucker Film (dal nome dell’ innovativa e rivoluzionaria automobile raccontata in un film da Coppola), nata dagli sforzi congiunti di Cinemazero di Pordenone e del Centro espressioni cinematografiche di Udine. Speriamo di cuore che questi sforzi per migliorare la qualità dell’ offerta cinematografica trovino nella risposta del pubblico il loro più convinto sostegno.
Da Il Corriere della Sera, 8 aprile 2010

Dal Giappone, cadaveri da Oscar
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Giovane violoncellista rimasto senza lavoro trova impiego in quella che crede un’agenzia turistica. E si ritrova a lavare, vestire, truccare, massaggiare salme prima dell’ultimo viaggio. È il soggetto di Departures, Oscar per il film straniero lo scorso anno, distribuito dalla nuovissima Tucker (benvenuta!). Detta così sembra macabro e prosaico. Invece il mestiere che tocca in sorte al protagonista incrocia una nobile ancorché ingrata forma di artigianato (servono mani sensibili) a un rito religioso, il nokan (qui, come in molte pratiche buddhiste, conta la disponibilità interiore). Alla cerimonia, sempre toccante (le scene di preparazione dei defunti sono senz’altro la parte migliore del film), assistono infatti parenti e amici. Ma non sono solo le loro diverse reazioni, i rapporti col defunto o la difficoltà sociale di accettare quel lavoro, a fornire al regista Yojiro Takita una trama non imprevedibile. Qua e là appannato dall’ansia di alleggerire, il film convince e commuove quando prende il suo soggetto alla lettera: cosa fare di un corpo morto? Come amare e celebrare chi ci ha lasciato ma è ancora fra noi? Conviene ricordare che il nokan, così inadatto ai nostri tempi, è quasi sparito anche in Giappone. Departures, bel paradosso, ne celebra in certo modo il funerale. Con molta grazia.
Da Il Messaggero, 9 aprile 2010

Una morte serena
di Alberto Crespi L’Unità

Il titolo significa, né più né meno, «decessi». Dipartite. Morti. Si poteva forse tradurlo dall’inglese, visto che il film è giapponese e si intitola, in originale, Okuribito. Ma non importa. Importa molto, invece, che questo notevole film esca in Italia per iniziativa del Cec di Udine e di Cinemazero di Pordenone che da anni organizzano in Friuli l’imprescindibile FarEastFestival, dove il film è passato. Departures ha vinto l’Oscar 2008 come miglior film straniero, davanti al super favorito israeliano Valzer con Bashir. È un film che parla di morte in modo sereno. Il protagonista è un violoncellista che, licenziato da un’orchestra di Tokyo, trova lavoro in provincia come nokanshi, antica e toccante professione che consiste nell’«acconciare» i cadaveri prima della sepoltura. Tanti sono i temi che il film propone: il contrasto città/ provincia e modernità/tradizione, l’accettazione della morte come estremo momento della vita, l’essenzialità del Rito nella cultura giapponese. Non senza momenti ironici, che gli hanno valso in patria un incasso pari a oltre 60 milioni di dollari. Vi sorprenderà.
Da L’Unità, 9 aprile 2010

La morte si fa bella. La filosofia del trucco di Yojiro Takita
di Roberto Silvestri Il Manifesto

Daigo Kobayashi, trentenne violoncellista classico di Tokyo (Masahiro Motoki), licenziato dopo lo scioglimento dell’orchestra, vende lo strumento (18 milioni di yen) e porta Mika, la moglie web-designer (Ryoko Hirosue) nella lontana Yamagata, a casa della madre scomparsa, dimenticando Beethoven, Bach e Gounod. Diventerà tanato-estetista, un talento della necrocosmesi, per merito della disoccupazione, del destino e di un errore ortografico negli annunci di lavoro. Prepara i morti per le pompe funebri. Non senza gravi intoppi iniziali, perché rendere lucenti cadaveri in lungo stadio di putrefazione o impiccati, o di trans che non sai bene come maneggiare, non è impresa semplice per un tenero-depresso come lui , incapace perfino di uccidere un polpo dai tentacoli vispi, regalatogli dai vicini (e che ributta in mare) e di svelare alla moglie il segreto del suo stipendio. Lei infine intuisce, vorrebbe morire, e scappa via gridando: «porco immondo!», Un po’ come lo spettatore, che, come Mika, scoprirà di avere imbarazzanti pulsioni necrofile nelle zone dark… Daigo, grazie a un talentuoso capo (il veterano Tsutomu Yamazaki) si convertirà a questa «missione di nicchia». In fondo anche quella funeraria, che sprigiona emozioni difficilmente controllabili, è una bella arte, pregiudizi a parte. Si tratta di «dare a un corpo freddo (come uno strumento musicale?) la bellezza che durerà per sempre». La morte è fatta per i vivi, non per la Morte. Anche se lavaggio, pulizia, depilazione, rivestimento del corpo, tamponamenti vari e cotone da introdurre nella bocca per rendere il defunto splendente, come nelle sue foto più belle, e tutto questo «live», davanti alla famiglia, abbassa sì il ruolo religioso del sacerdote scintoista, ma costringe Daigo a performance da virtuoso, altro che il Wiegenlied di Brahms. Mentre degusterà squisiti coglioni di pesce-palla cucinati dal maestro, coglierà anche il «nocciolo zen» della storia: «Gli esseri vivi mangiano gli esseri morti per vivere. L’eccezione sono le piante», interpretato dal suo capolavoro, il make-up del padre. Motoki, (Daigo è una rock-star) che ha maneggiato sul set un libro di riti funebri secolari, le musiche originali di Joe Hisaishi (l’orecchio di Miyazaki) e il monte Fuji controllano dall’alto che nulla diventi né troppo classico, né melenso né exotico. Perfino il passatismo… Ecco Departures (Partenze), tragicommedia macabra che strappò a Bashir l’Oscar 2009, diretta da Yojiro Takita, 55 anni. Dopo 40 film il tocco del regista di Toyama, colleziona premi, trionfando (10 oscar giapponesi) con questo film, elogio della cosmesi, del trucco, e dunque del cinema, uscito, colpa della crisi, dopo 13 mesi dalla realizzazione.
Da Il Manifesto, 9 aprile 2010

Se la morte ci fa belli è più facile dirsi addio
di Roberta Ronconi Liberazione

Il sogno di Daigo è di suonare il suo violoncello in una grande orchestra e passare la vita in tournée con la giovane moglie Mika. La vita o il destino o il caso ha deciso per lui tutt’altro. Lasciare il violoncello, trasferirsi da Tokyo in campagna e diventare un “nokanshi”, un preparatore di salme. Una cosa orribile per la cultura popolare giapponese, dove la morte è vissuta come qualcosa di intoccabile e i becchini come gli ultimi dei paria. Ma per Daigo quello che all’inizio sembrava una maledizione diventa la svolta della sua vita.
E questo è solo il primo livello di lettura del bel Departures , film di Yojiro Takita che dalla data di uscita (fine 2008) in Giappone è diventato campione assoluto di incassi, nonché vincitore dell’Oscar come migliore film straniero (in Italia da oggi grazie alla distributrice Tucker Film). Impianto classico nelle riprese, nei paesaggi (l’innevato nord-est del Giappone) e nelle musiche (di Joe Hisaishi, lo stesso di molti lavori di Miyazaki). La bellezza è tutta nella delicatezza con cui si affronta il tema eterno, l’ultimo grande tabù delle nostre civiltà (quella occidentale e anche quella giapponese. Ma non per quella indiana), la morte. Yojiro Takita, proprio dopo un viaggio in India, conduce lo spettatore in questo delicato viaggio dalla vita alla morte, attraverso il “cancello” della vestizione del cadavere e della sua esposizione, fondamentale per l’elaborazione del lutto di chi lo ha amato in vita. Imparando dal maestro Sasaki (un bravissimo Tsutomu Yamazaki), Daigo (Masahiro Motoki) capisce che il suo nuovo mestiere gli permetterà di riconciliarsi con la vita che ha vissuto e che vivrà, con il padre che lo ha abbandonato bambino, con la musica che non lo ha tradito, ma che anzi lo aspettava lì, tra le sue montagne.
Departures (Partenze) è il film giusto per cercare di riconciliarsi con il nostro destino di mortali, l’unico che davvero tutti condividiamo con certezza e che meriterebbe più amorevolezza e meno rifiuto e oblio. Ogni gesto della vestizione per il giovane nokanshi Daigo è una carezza per chi se ne sta andando, ogni sfioramento, la richiesta di un ultimo contatto. E poi le mani calde sui volti freddi, per spazzare via anche l’ultima ombra delle fatiche terrene. Poi, la chiusura della bara e il fuoco che tutto purifica, riportando a nudo l’unica essenza eterna: l’amore che abbiamo dato e quello che abbiamo ricevuto. Per il resto, come dice nel film il funzionario dell’inceneritore, non si tratta d’altro che di scavalcare un cancello e dirsi addio.
Da Liberazione, 9 aprile 2010

Paola Casella
Europa

L’anno scorso ha sbaragliato, a sorpresa, La classe e Valzer con Bashir vincendo l’Oscar come miglior film straniero, e finalmente arriva anche sui nostri schermi questo delizioso film giapponese che tratta il tema della morte con una franchezza e una delicatezza insospettabili. Il protagonista è un violoncellista che, dopo aver perso il lavoro, si ricicla (e scopre la sua vera vocazione) come “preparatore di defunti” per il loro ultimo viaggio. Niente di macabro, ma un inno alla compenetrazione fra vita e morte in un’epoca in cui la dipartita finale viene nascosta e negata, perché ci segnala i nostri limiti e ci ricorda i nostri doveri terreni. Departures è anche un inno alla ricomposizione, a un perdono che non neghi ma accolga le nostre colpe restituendoci un’identità intera, non smembrata in mille frammenti contrapposti. E il protagonista, lo straordinario Masahiro Motoki, è una figura maschile della quale si sente molto il bisogno nella contemporaneità: determinato ma gentile, dolce ma non sdolcinato, passionale ma non manovrato dalla violenza delle sue passioni. In sala, alla fine del film, non c’era un solo occhio, soprattutto maschile, asciutto.
Da Europa, 10 aprile 2010

Il viaggio dell’addio con dignità e bellezza
di Natalia Aspesi La Repubblica

Sconfitti ma non rassegnati, abbattuti da furbe commediole o da giganteschi 3D, alcuni appassionati (ormai in estinzione e sbeffeggiati) di bel cinema, osano: andate a vedere Departures! Quando l’ anno scorso vinse l’ Oscar al miglior film straniero, battendo opere importanti come l’ israeliano Valzer con Bashir e il francese La classe, quei pochi eletti ne sapevano qualcosa, e si pensò a una bizzarria hollywodiana. È vero, è un film giapponese, genere non più di moda dagli anni 70; è vero, i cadaveri sono apprezzati solo nei film horror soprattutto nel ruolo di morti viventi, mentre qui appaiono come defunti reali, al centro del dolore delle persone care, e da noi sarà tutto un toccarsi. Ma quell’ Oscar l’ ha meritato, come anche il premio dell’ audience all’ ultimo Far East Film Festival di Udine. L’ orchestra sinfonica dove il giovane Daigo suona il violoncello viene sciolta e lui è costretto a tornare con l’ amata moglie Mika nella cittadina natale, che gli ricorda il dolore infantile per l’ abbandono del padre. Daigo risponde all’ inserzione di un’ agenzia che cerca “accompagnatori”, ma si tratta di un turismo particolare, l’ ultimo viaggio oltre i cancelli della vita, e l’ accompagnatore è colui che officia un rito laico sul corpo del defunto, prima di deporlo nella bara e cremarlo. È uno strano spettacolo di grazia struggente, di amorevole cura e rispetto, di gesti rapidi, espertie affettuosi, che danno alla morte, sempre chiamata viaggio, non l’ idea di fine ma di passaggio, di continuità con la vita. Non ha nulla del funerale religioso ed avviene in luoghi pieni di luce, di fiori e broccati bianchi. L’ abilità dell’ “accompagnatore” è quella di svestire, lavare, comporre, rivestire con un ricco chimono il corpo, senza mostrarne a chi assiste neppure un centimetro di pelle. Alla sua prima volta come officiante, Daigo, lavando il corpo di una bella ragazza suicida, tocca all’ inguine qualcosa di imprevisto: ai genitori disperati chiede, volete che la trucchi da donna o da uomo? Da donna, risponde il padre finalmente riconciliato con quel figlio perduto. Dapprima nauseato (il primo cadavere che avvicina è quello di una vecchia morta due settimane prima), a poco a poco Daigo è preso dall’ armonia di quegli addii cui è lui, con la sua abilità gentile, a dare dignità e bellezza. Il mestiere però è impuro, gli amici non lo salutano più, la moglie lo lascia. Poi tutto poi si ricompone in un nuovo viaggio d’ addio che ripara ogni ferita del passato. Il regista, di cui nulla so, è Yojiro Takita, gli attori, attraenti, hanno nomi che non si ricordano, si resta incantati e commossi da questa visione poetica e lieve della morte, dal rispetto delle tradizioni che rendono sontuosa la modernità, e dai tanti inchini e modi cortesi che sono stati cancellati dal nostro modo di vivere.
Da La Repubblica, 10 aprile 2010

Emozioni universali
Departures colpisce per la sua capacità di parlare una lingua universale, nonostante la particolarità del soggetto trattato e la sua natura locale: evitando sapientemente un tono facilmente ricattatorio.
Emozioni universali
E’ stato il film che, a sorpresa, si è aggiudicato (prima opera giapponese nella storia) la statuetta per il miglior film straniero agli ultimi Academy Awards, prevalendo su concorrenti più gettonati come l’israeliano Valzer con Bashir. E’ stato l’evento di maggior richiamo del Far East Film Festival del 2009, che lo ha presentato in anteprima europea. C’era quindi molta curiosità intorno a questo Departures, opera che affronta il tema della morte da un punto di vista insolito: quello di un nokanshi (in giapponese “maestro di deposizione nella bara”), la figura professionale che, in Giappone, è incaricata di preparare il defunto per l’ultimo viaggio, eseguendo un complesso ed elaborato rituale. Così, il film tratta un tema generalmente “rimosso” dal cinema, più sentito in Giappone ma comunque non semplice da affrontare: specie se, come in questo caso, si vuole toccare il tema della morte per parlare soprattutto di vita, di sogni e di riconciliazione con il proprio passato.
Il film è molto giapponese per i motivi di partenza, particolarmente sentiti in un contesto sociale in cui il contrasto tra tradizione e modernità è più che mai presente: il ritorno al paesino natale, la vita di provincia contrapposta alla caoticità della metropoli, l’importanza della riscoperta delle proprie radici. Il tono usato nella narrazione è tuttavia molto classico, immediatamente coinvolgente anche per il pubblico occidentale: nonostante il tema di base, e nonostante un soggetto che ha senso solo all’interno della cultura in cui è nato, il modo usato per raccontarlo è assolutamente universale, e di sicura presa su qualsiasi pubblico. E’ probabilmente proprio quest’universalità, e insieme questa facilità di rapportarsi con lo spettatore a prescindere dalla sua appartenenza, ad aver convinto i giurati dell’Academy a tributare al film il prestigioso riconoscimento.
Una sequenza del film Departures, presentato al Far East Film Festival 2009 C’è lirismo, in Departures, ma non c’è mai autocompiacimento. La fortissima carica emotiva della vicenda è gestita in modo sapiente dalla sceneggiatura, che alterna momenti di umorismo tipicamente locale ad altri in cui la problematicità dei temi viene fuori in modo più netto. Il tutto mantenendo un rigore assolutamente apprezzabile, puntando su una commozione che non cerca il ricatto, che evita (quasi) sempre di calcare la mano sulla lacrima facile; se si eccettua forse la parte finale in cui il tono sobrio vacilla un po’ sul versante melò, senza tuttavia disturbare più di tanto. Ed è proprio questa sincerità di base, questa capacità di coinvolgere in modo immediato ma non banalmente ricattatorio, a decretare principalmente la riuscita del film: una capacità non comune nel cinema moderno, sicuramente da ascrivere alla regia di Takita Yojiro, cineasta molto prolifico in patria (nel frattempo ha già girato un altro film, la commedia Sanpei The Fisher Boy). Un’onestà di intenti che “fa” un film in grado di emozionare, divertire e parlare un linguaggio universale: il cinema, arte autenticamente popolare, è anche e soprattutto questo.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Kobayashi Daigo è un “maestro di deposizione nella bara”, un professionista che prepara la salma poco prima delle onoranze funebri. Ha iniziato dopo lo scioglimento dell’orchestra in cui suonava il violoncello, e anche se la moglie non approva lui la trova una professione come un’altra…
A inizio film il protagonista è chiamato a prestare la sua sapiente opera nel paesino in cui una giovane si è tolta la vita. Daigo comincia il rituale sotto gli occhi del maestro Sasaki, che lo osserva a un passo di distanza: sistema le mani, accarezza il viso, toglie i vestiti e comincia a lavare la salma. A un certo punto, sotto gli abiti tradizionali fatti di seta pregiata, Daigo sente “qualcosa” e chiede al maestro di toccare con mano. La giovane, in effetti, è un giovane.
Già da questa prima scena, che culmina con l’imbarazzo dei due impresari funebri, c’è un po’ il senso del film di Yôjirô Takita, proiettato in anteprima per l’Italia all’undicesima edizione del Far East Festival e vincitore, tra i tanti premi, anche di un Oscar come migliore film straniero.
Si può affrontare il tabù della morte parlando con leggerezza dell’ultimo saluto e, a volte, di questo attimo che sembra terribile, persino ridere di gusto. Succede, per esempio, quando a essere depositato nella bara è un uomo anziano circondato, tra figlie e nipotine, da numerose donne, tutte ben vestite e tutte perfettamente truccate. Una di queste bacia il proprio caro, scoppia a ridere quando si accorge di aver lasciato il segno del rossetto e subito viene imitata a ruota da tutte le altre che stampano baci sul viso del proprio parente.
Si piange, si ride e ci si stringe insieme attorno alla bara. Alcune famiglie sembrano trarre forza d’animo proprio dal rito di Daigo e Sasaki, uno straordinario Tsutomu Yamazaki, attore cresciuto con un certo Akira Kurosawa. In effetti, i momenti più riusciti di Departures sono quelli legati alle sottotrame di chi ha scelto di lavorare a contatto con i cadaveri e magari si ritrova poi di fronte a persone conosciute da vive.
Film che ha tantissimi elementi del cinema d’autore giapponese, tra cui la scelta delle location, i pochi movimenti di macchina e le inquadrature ad altezza tatami. Al di là delle banalità delle cose scritte sull’attaccamento alla vita dimostrato dall’opera, a Departures va riconosciuto l’indubbio merito di saper costruire un mood davvero originale. Tra lirismo, comicità, sentimentalismo e grazie a una buona dose di idiozia vengono mescolati diversi registri espressivi. Il risultato non è mai disturbante anche se, di fatto, si prende in giro un antico rito giapponese che non ha davvero nulla di comico. La sceneggiatura scorre veloce come l’acqua dei torrenti che Daigo percorre alla ricerca dei piccoli sassi bianchi che tiene in casa. Visto il tema trattato non è certo una cosa da poco. In Italia, probabilmente, sarebbe una vera e propria sfida produrre un film che affronta in maniera ironica l’amministrazione di un sacramento o la relativa cerimonia. Le scene caratterizzate da humour macabro – su tutte quella in cui viene realizzato un DVD che spiega passo dopo passo il lavoro del nokanshi – equilibrano quelle un po’ più prevedibili legate all’infanzia del protagonista, abbandonato dal padre in tenera età.
Sandro Paté, da “movieplayer.it”

Kobayashi Daigo ha da pochi anni realizzato il sogno di una vita: suonare l’amato violoncello in un’orchestra. Peccato che l’ensemble di Tokyo in cui Daigo suona non abbia un seguito di pubblico soddisfacente. Per questo motivo viene smantellata, lasciandosi alle spalle un violoncellista distrutto e senza alcun indizio su cosa fare nella vita. Di concerto con la giovane e amorevole moglie Mika, Daigo decide di ritornare nella natia Yamagata, nel nord del Giappone, per tentare di ricominciare da zero. Bisognoso di un lavoro che possa adattarsi ai talenti di un musicista fallito, il Nostro risponde con gioia a un annuncio che non richiede nessuna esperienza, che promette una lauta paga e che come unica condizione pone l’avere un ottimo rapporto con i partenti.
Convinto di andare incontro a un colloquio in un’agenzia viaggio, Daigo non può che rimanere attonito nello scoprire che l’agenzia NK non cura gli interessi dei partenti bensì quelli dei dipartiti. Si tratta, infatti, di un’agenzia di nokanshi ovvero coloro i quali, nella tradizione giapponese, hanno il compito di preparare il cadavere in vista della sepoltura. Allettato dai soldi e dell’insistenza del grifagno padrone Sasaki, fiero sostenitore del fatto che Daigo si sia presentato guidato dal destino, l’uomo accetta un periodo di praticantato. Comincia così la sua nuova, strana e incredibile carriera lavorativa che lo porterà ad affrontare dapprima i propri tabù, quindi la diffidenza, financo il disprezzo, della gente comune, spaventata da un lavoro considerato impuro. La stessa Mika, una volta scoperto la nuova occupazione del marito, non riesce ad accettarlo e decide di tornare a Tokyo. La vita di Daigo, giunta a un bivio cruciale, è in bilico fra il completo fallimento e la maturazione da tempo cercata e mai trovata.
Per molto tempo, fra gli addetti ai lavori, gli Oscar venivano giudicati come un premio relativo, consegnato alle persone in grado di prodursi nelle migliori pubbliche relazioni e non di produrre il miglior film. Negli ultimi tempi gli equilibri sembrano essere cambiati: per caso o per una rivoluzione, chissà, da tre anni a questa parte l’Academy è stata in grado, quantomeno, di premiare pellicole oggettivamente valevoli. Departures è l’ultimo di questa prestigiosa lista, che comprende The Departed, Non è un Paese per Vecchi e The Millionaire. Il film giapponese prodotto da Mase Yasuhiro e diretto dal veterano Takita Yojiro è uscito vittorioso dalla corsa per la statuetta come Miglior Film Straniero, battendo il favorito israeliano Valzer con Bashir.
Non ci vogliono tanti giri di parole per affermare che Departures è un capolavoro. Ma la parte semplice della recensione finisce qua. Essere in grado di trovare le parole adatte per descrivere la sensazione di completo annichilimento emotivo che ti assale all’uscita dalla sala, la certezza che l’esperienza di un sentimento così potente e pervasivo non potrà essere facilmente ripetuta, l’incapacità di condividere tutto questo in maniera razionale comporta grande frustrazione.
Cerchiamo, quindi, di evitare le scorciatoia e di prenderla alla larga. Il progetto per Departures nasce dieci anni fa da un’idea dell’attore Motoki Masahiro, e rimane nel di lui cassetto fino all’intervento del produttore della Robot Mase Yasuhiro che mette dietro la macchina da presa il regista di lungo corso Takita Yojiro. Takita chiama affianco a sé, nella stesura della fondamentale sceneggiatura, il collaboratore di vecchia data Koyama Kundo mentre per la composizione della colonna sonora, faccenda di non poco conto in un film il cui protagonista è un violoncellista, viene scritturato nientemeno che Hisaishi Joe, nume tutelare della musica cinematografica giapponese, per anni complice di registi come Kitano Takeshi e Miyazaki Hayao. La spina dorsale del film è pronta per la magia.
Takita, per anni niente più che un discreto regista, segue il flusso incantato e dirige il meccanismo perfetto che porta alla realizzazione di un film che rimane lontano dalla perfezione solo a causa di alcune limitazioni formali che lo rendono forse più umano e per questo ancora più apprezzabile. In buona sostanza, e molto banalmente, Departures è un continuo alternarsi scandito dallo scontro/attrazione dei due poli vita e morte; questa struttura bipolare viene abilmente riproposta sia in fase di scrittura, dove dramma e commedia brillante convivono in maniera perfetta e più di una volta arrivano anche a sovrapporsi, sia nella grammatica stessa della pellicola, che alterna in maniera sistematica seppur imprevedibile toni enfatici a momenti costruiti per sottrazione emotiva. Il linguaggio registico, e con esso il montaggio, accompagna questo pencolare da un polo all’altro modificandosi sensibilmente a seconda della necessità: minimale e poco intrusiva nei momenti ritualistici, in cui si esplica l’alta poesia e sensibilità del nokanshi; maggiormente presente e quasi invasiva, tanto da dare l’impressione di sfiorare i volti dei personaggi, nei passaggi maggiormente enfatici in cui è coadiuvata perfettamente dalla partitura musicale di Hisaishi. In buona sostanza, e in conclusione, uno dei migliori film degli ultimi anni.
Nicola Cupperi, da “nonsolocinema.com”

Daigo Kobayashi suona il violoncello in un’orchestra di Tokyo. Quando questa viene sciolta decide, con sua moglie Mika, di tornare nella sua città natale. Là accetta, all’insaputa di Mika, un lavoro come cerimoniere funebre. Il contatto con la morte e la ritualizzazione dell’ultimo saluto ai defunti, se dapprima lo avevano spaventato, in seguito gli offriranno l’occasione di guardare alla vita da una prospettiva differente.
Daigo ha appena perso il lavoro, e questo prelude sempre ad un cambiamento della propria vita. Nel suo caso il tutto si traduce con la decisione di tornare al paese dei suoi genitori e là ricominciare accettando un lavoro del tutto nuovo. Venduto il violoncello e accantonato così il suo passato, Daigo si trova di fronte alla scelta se accettare un lavoro come cerimoniere funebre, ben retribuito e di cui in parte teme l’impatto, o rimanere in attesa di qualcosa di diverso. Decide, soprattutto perché travolto dal fervore del suo nuovo datore di lavoro, di cimentarsi nella composizione e nella vestizione rituale dei corpi prima della cremazione, ma senza avere il coraggio di parlarne con la moglie. Quello che però Daigo aveva sottovalutato è l’effettivo impatto di un rapporto così ravvicinato con la morte.
La vasta filmografia di Yojiro Takita comprende titoli che sono giunti anche in Europa, come il fantasioso “The Yin Yang Master” (“Onmyoji”, 2001) e il suggestivo “Ashura” (“Ashura-jô no hitomi”, 2005). Ma con questo “Departures” (“Okuribito”) il regista supera di molto i suoi lavori precedenti, rivelando una sensibilità stilistica di rara intensità e, collocandosi tra i più poetici cantori dell’ultimo cinema giapponese, vince un meritatissimo Oscar come miglior film straniero.
L’intero racconto non è altro che la rappresentazione rituale dell’accettazione del destino ultimo, che se è pur vero che è condiviso da tutta l’umanità, viene comunque celebrato in modi radicalmente diversi in ogni cultura. In Asia, e in particolare in Giappone, dove la cremazione è la pratica più diffusa, la vestizione e l’estremo saluto assumono connotati assai ritualizzati, dal momento che venendo meno l’inumazione e il successivo rituale della visita al sepolcro, si tratta dell’ultima occasione per i parenti di omaggiare il defunto e di salutarlo per sempre. Il corpo verrà successivamente cremato e le ceneri conservate sull’altare di famiglia insieme alla foto davanti alla quale verrà tenuto costantemente acceso un incenso.
Se già nel capolavoro “Vital”, del maestro Tsukamoto Shinya, avevamo avuto modo di sbirciare attraverso il velo dell’universo sospeso tra il mondo attuale e quello fantasmatico di un Oltre che non conosce definizioni religiose sia pure di valenza consolatoria, in questo Departures ci troviamo davanti al passaggio come segno e simbolo di quello che è stato e del significato che ciascuno di noi assume nella propria vita agli occhi dei propri cari.
Daigo rappresenta in parte lo spettatore che viene accompagnato nell’universo dell’ultimo saluto da un maestro cerimoniere, il quale attraverso la celebrazione dell’antico rito della vestizione rende solenne il passaggio e tollerabile la separazione dai defunti. Il rituale della vestizione è uno dei momenti più poetici del racconto, e se dapprima sia lo spettatore che il protagonista si avvicineranno con certo timore alla pratica rituale che rivela la caducità dell’esistenza, sarà con un certo sollievo che, successivamente entrambi scopriranno il valore catartico di un processo teso a rendere solenne l’inevitabile saluto.
Attraverso l’acquisizione della tecnica e la padronanza del rituale Daigo imparerà a guardare alla vita da una prospettiva nuova e questa capacità gli tornerà utile nel momento del recupero del suo passato e della storia familiare interrotta e perduta lungo il cammino.
L’incontro con il padre che lo aveva abbandonato, e che da morto lui non riconoscerà, sarà segnato dall’acquisita capacità di perdonare e di decidere a partire da sé stessi e non più dal rancore accumulato negli anni.
La bellissima fotografia e la regia sobria suggeriscono una dimensione altra, alternativa al mondo degli affanni quotidiani e del continuo inseguimento dei propri obiettivi. E la misurata intepretazione di Masahiro Motoki stabilisce quella complicità con lo spettatore che sola rende comprensibili le scelte esistenziali di un uomo semplice e l’infinita capacità di trasformazione dell’animo umano.
Anna Maria Pelella, da “filmscoop.it”

Dopo tanto penare finalmente trova posto nelle sale italiane il vincitore dell’Oscar 2009 come Miglior Film Straniero. Il merito di questa “conquista” va ad una casa di distribuzione friulana, la Tucker Film, che con la promozione dello splendido documentario “Rumore bianco” (2008) di Alberto Fasulo, ha manifesto la propria attenzione per pellicole con contenuti rilevanti. Questa è la storia del violoncellista Daigo Kobayashi, che conseguentemente allo scioglimento della sua orchestra, si vede costretto a lasciare Tokyo e tornare, insieme alla moglie, a Yamagata, il suo paese d’origine, situato in una provincia rurale del nord del Giappone. Dovendo cercare un nuovo lavoro, Daigo, accetta un impiego in un’agenzia di pompe funebri come apprendista “nokanshi”. La preparazione del defunto in vista dell’ultimo “viaggio”, ci si presenta non come un atto consueto, bensì come un rituale che restituisce dignità alla persona che era in vita, e nello stesso tempo concede ai familiari di rimanere legati ad un ricordo che non sia contaminato o deturpato dalla bruttezza della morte. La procedura che prevede il lavaggio, la vestizione e il posizionamento del defunto nella bara è una metodologia rispettosa, raffinata, che costituisce un espediente per interrogarsi sulla bellezza della vita, che molto spesso trascuriamo di rammentarci. Ironia e pathos confluiscono in questo film nella medesima direzione, spinti da una regia che con intelligenza sa dosare entrambi. L’argomento è delicato, ma la nostra occidentale lontananza da questa cerimonia, il cui garbo e bellezza ci stordisce, ci consente di scorgerne la sua luce palesemente poetica. Il Maestro Joe Hisaishi, autore delle musiche di alcuni film di Hayao Miyazaki, tra i quali “La città incantata” (2001) e “Il castello errante di Howl” (2004), ha lavorato su una colonna sonora dominata dal violoncello che sprigiona lancinanti soavi melodie. Siamo delusi ed amareggiati che in Italia ci siano ancora reticenze (esclusivamente di carattere economico…) riguardo alla distribuzione di pellicole che nel resto del mondo, per intelligenza o solo per rispetto, trovano posto senza dover necessariamente fare anticamera…
Serena Guidoni, da “ecodelcinema.com”

“Departures” è un film giapponese diretto da Yojiro Takita, uscito al cinema il 9 aprile.
Dopo aver vinto l’Oscar come miglior film straniero agli Academy Awards del 2009, “Departures” ha collezionato più di 70 premi in giro per il mondo, entusiasmando pubblico e critica.
Daigo Kobayashi è un giovane violoncellista costretto a tornare nella sua città Natale dopo lo scioglimento dell’orchestra di cui faceva parte.
Daigo, per mantenere sé stesso e sua moglie, accetta un impiego come nokanshi (in giapponese “maestro di deposizione nella bara”), incaricato di preparare il defunto per l’ultimo viaggio, eseguendo un complesso ed elaborato rituale.
Nonostante una prima riluttanza e difficoltà, Daigo rimane affascinato da questo singolare lavoro e attraverso il costante contatto con la morte, riuscirà a comprendere quali siano i valori importanti nella vita.
La sua nuova occupazione però non è ben accetta da parenti e amici, soprattutto da sua moglie Mika, che presto lo abbandonerà. Ma il suo amore per la vita e il tempo aiuteranno Daigo a rincorrere il lieto fine.
“Departures” è un film emozionante, intenso, un inno alla vita attraverso la celebrazione della morte.
Anche se il film è prettamente giapponese, nei tempi come nei colori, si affronta un tema universale, qual è quello dell’importanza della morte soprattutto per i parenti del defunto. La sceneggiatura è sapientemente equilibrata tra momenti di umorismo e momenti di puro lirismo, mentre la regia è lineare e sempre attenta.
Lo stesso cerimoniale funebre è pura poesia: un rituale di rara grazia, un’antica cerimonia fatta di piccoli gesti e di eleganti movimenti che raccontano un culto funebre millenario, proprio del Giappone più tradizionale.
Il regista Takita Yojiro, veterano del cinema giapponese, celebra con questo film un emozionante inno alla vita e al poetico viaggio nell’aldilà.
“Departures” è un piccolo gioiello cinematografico, poesia allo stato puro.
Anastasia Mazzia, da “onecinema.it”

Arriva in Italia il film che appena un anno fa sfilò il premio Oscar per il miglior film straniero dalle mani di Ali Forman (“Valzer con Bahir”): Takita, regista di successo in Giappone, ci insegna come attraverso il rispetto per la morte si possa arrivare ad acquistare dignità e il rispetto per la vita che spesso il mondo di oggi sembra mettere in secondo piano. Lo fa attraverso lunghi silenzi e qualche sprazzo umoristico, trovando il giusto equilibrio tra poesia e leggerezza, descrivendoci un lavoro insolito e allo stesso tempo intenso: quello dei preparatori di cadaveri, coloro che, in presenza dei famigliari, vestono e preparano i defunti per accompagnarli nel loro ultimo viaggio. Una cerimonia funebre che consente a chi se n’è andato di lasciare questo mondo in totale pace con tutto ciò che hanno vissuto.
In seguito allo scioglimento della sua orchestra di Tokyo, Daigo decide di trasferirsi con moglie e violoncello nel paese dove è cresciuto, nel nord del Giappone. Qui trova un annuncio di lavoro: quella che sembrerebbe un’agenzia di viaggi si occupa in realtà di preparare e vestire i defunti per l’ultimo viaggio. Daigo accetta, pur trattandosi di un lavoro malvisto da tutti (anche da sua moglie), ma osservando il modo in cui la gente reagisce alla morte Daigo comincia a comprendere l’importanza del suo ruolo, e a ritrovare una sorta di quiete interiore attraverso il rispetto per chi non c’è più.
Le immagini di Takita raccontano con delicatezza e sincerità un Giappone di provincia genuino come in alcune sequenze di Ozu, ben diverso dalla società trafficata e frenetica descritta invece da Wenders, accompagnando il tutto attraverso il violoncello del protagonista e le dolci melodie dipinte da Joe Hisaishi, già compositore per Hayao Miyazaki. La morte come rituale, un cerimoniale – simile per certi versi a quello del tè – che consegna dignità a quello che diverse culture definiscono come l’ultimo viaggio, riscaldando con una luce calda ma silenziosa un momento che la “società dei vivi” non ha abbastanza tempo per comprendere.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Capire il senso della morte per tornare a riabbracciare la vita
Quando l’orchestra in cui suona come violoncellista viene sciolta, Daigo (Masahiro Motoki) decide di fare ritorno insieme alla moglie Mika (Ryoko Hirosue) al paese di sua madre, morta un paio d’anni prima. Rispondendo a un annuncio di lavoro che parla di “partenze”, e pensando si tratti di un agenzia viaggi, si ritrova invece assunto nell’agenzia di Sasaki (Tsutomu Yamazaki), che si occupa della ricomposizione dei cadaveri prima della cremazione. Tra la diffidenza iniziale per un’occupazione inconsueta e un passato non del tutto risolto, la vita di Daigo sta per prendere una svolta del tutto inattesa…

“Rianimare un corpo freddo e donargli eterna bellezza…”
“…Pur nella tristezza dell’ultimo addio, quanto veniva eseguito per preparare il defunto al suo viaggio, immersi nel silenzio pieno di pace della stanza, era calmo ed elegante. E più di ogni altra cosa, era colmo d’affetto”. In questa frase, che è più una presa di coscienza da parte del protagonista, è racchiusa tutta l’essenza del film Departures di Yôjirô Takita (regista tra gli altri del film Sanpei, The Fisher Boy, sul celebre pescatore della serie animata).
Dalla nebbia del Giappone emerge un film splendido, un piccolo grande gioiello cinematografico, capace di vincere con merito l’Oscar come miglior film straniero nel 2009 (davanti a candidati di tutto rispetto quali La classe, Valzer con Bashir, Revanche – Ti ucciderò e La banda Baader Meinhof) e di aggiudicarsi l’Audience Award all’ultima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Takita confeziona una storia abbastanza ordinaria, senza pretese, fatta di piccoli siparietti deliziosamente ironici e familiari e di tempi perfetti, scanditi dalla meravigliosa colonna sonora di Joe Hisaishi (affermato compositore già per Miyazaki, Kitano e lo stesso Takita) per indurre lo spettatore alla commozione più sentita, correndo attraverso il filo dei ricordi sulle corde di un violoncello. Un ritorno alle origini, insomma, in questo caso il paese natale di Daigo, per riscoprire il senso della vita attraverso la comprensione e il rispetto della morte. Non c’è nulla di più definitivo dell’ultimo saluto a un proprio caro defunto: il tanato-esteta è colui che restituisce dignità e vita al corpo inerte per il commiato da parte dei familiari, una preparazione rituale dettata da ritmi calmi e silenzi ossequiosi.
Si segue tutto l’iter del protagonista e non si può fare a meno di creare con lui un forte legame empatico: dallo scioglimento dell’orchestra che costituiva il suo investimento di vita e la conseguente sofferta decisione di lasciare il mondo della musica, al ritorno nel paese dell’infanzia in cerca di un impiego, come se il passato offrisse l’unica possibilità di rifugio per una persona senza più certezze e con un futuro annientato; dal primo approccio terribile con il suo nuovo lavoro e le difficoltà con la moglie Mika (Ryoko Hirosue, già in Wasabi e Hana and Alice), fino alla riconquista di un passato a lungo rimasto sfocato e la rivendicazione di un affetto paterno a lungo tenuto represso nell’anima. Tutte le situazioni che Daigo – un incredibile e perfetto Masahiro Motoki, bravissimo nel rendere ogni stato d’animo con l’espressione adatta, e capace di suscitare ilarità e commozione allo stesso modo, ma sempre naturalmente – vive, nell’arco dei pochi mesi di svolta rappresentati nel film, vengono percepite dallo spettatore con un coinvolgimento e un sentimento inattesi e avvolgenti.
Il pregio della regia di Takita è proprio quello di lasciare scivolare senza forzature né intromissioni di elementi caricaturali i vari quadri che compongono la crescita lavorativa (e parallelamente interiore) del protagonista, accompagnandolo, con un’alternanza di momenti leggeri e situazioni seriose, nel suo personalissimo viaggio contro il pregiudizio dei più nei confronti di un lavoro scomodo, ma capace di offrire l’accettazione della morte per i familiari e la possibilità di ritrovare una parvenza di vita prima dell’estremo saluto. Tutto il rispetto per la morte che emerge dallo schermo e raggiunge la percezione di ogni singolo spettatore, costringe quest’ultimo (con garbo e senza alcun senso di oppressione) ad assistere in silenzio anche alla riproposizione in più riprese degli stessi gesti eleganti e curati con cui il cerimoniale si dispiega nelle sue fasi di pulitura, vestizione, trucco e saluto prima della chiusura della bara.
Una doverosa citazione per la Tucker Film, società di produzione e distribuzione nascente, per il coraggio nel proporre un titolo di qualità (sempre più una rarità dispersa dietro al muro dei colossi da botteghino) come Departures nelle sale italiane, e per l’attenzione dimostrata nel curare il doppiaggio, troppo spesso punto debole e invalidante delle importazioni asiatiche.
“Che vogliate ridere o piangere, lasciate fluire i vostri sentimenti”: sono le parole del produttore Yasuhiro Mase per la presentazione italiana del film. Ed è l’unico suggerimento assolutamente da seguire, oltre a quello di tenere i fazzoletti a portata di mano. Buona visione.
Davide Beretta, da “spaziofilm.it”

“‘Departures’, il film del regista giapponese Yojiro Takita, è tanto bello quanto politicamente scorretto. Osa parlare della morte in una società che tenta in ogni modo di allontanarla dall’orizzonte umano. Uno scandalo, dunque, in un mondo alla ricerca della ricetta dell’eterna giovinezza, che vorrebbe trasformare persino la vecchiaia in malattia e come tale curarla. Per questo è parsa decisamente coraggiosa la scelta dei giurati dell’Academy Awards di premiare lo scorso anno ‘Departures’ con l’Oscar come miglior film straniero avendo in lizza pellicole importanti come ‘La classe’ (Palma d’oro a Cannes) e ‘Valzer con Bashir’ (Golden globe). Coraggiosa come la decisione di Takita di girare un film in cui la vera protagonista fosse la morte, mostrata attraverso la cerimonia di preparazione dei cadaveri che, nel culto nipponico dei defunti, assume un valore simbolico e religioso profondo e sconosciuto a noi occidentali. Il regista – apprezzato in patria e noto all’estero per storie di magia e samurai ambientate in epoche antiche – con ‘Departures’ cambia decisamente registro. E lo fa utilizzando lo stile rarefatto del cinema d’autore giapponese, capace di trasformare la poesia in immagini, mostrando una realtà fatta di emozioni appena espresse, di un’introspezione che racconta la profondità dei sentimenti. In questo caso i sentimenti contrastanti del protagonista, Daigo, giovane violoncellista che, dopo lo scioglimento dell’orchestra in cui suona, torna con la moglie nella sua cittadina natale per cercare un nuovo lavoro. (…) Non senza momenti di humour e situazioni comiche, talvolta surreali ma mai irriguardose, ‘Departures’ è un film delicato, di struggente poesia, a tratti commovente. Attraverso la bellezza di un rituale antico, elegante e rispettoso, la morte riacquista dignità. E in qualche modo viene riaccostata alla realtà dell’uomo, alla quale pure appartiene indissolubilmente, nonostante tutti i tentativi di esorcizzarla. Nella sacralità del rito quell’ultimo saluto, per mezzo del quale si riavvicina il più possibile il defunto ai suoi cari, si rivela anche come l’estremo spazio non solo per esprimere gratitudine per il dono di una vita, ma anche per una riconciliazione sincera, necessaria seppur tardiva. Così in quella ricomposizione di un corpo ormai esanime finiscono per ricomporsi anche affetti ed esistenze. Una regia misurata, sorretta da una sceneggiatura mai banale e da una recitazione sempre credibile, fanno di questo film un piccolo capolavoro fuori dagli schemi, che affronta con intelligenza e sensibilità un tema difficile, scomodo. Un film che rischiava di rimanere lontano dalle sale italiane e che invece sarà possibile vedere dal 9 aprile grazie alla piccola società di distribuzione Tucker Film, alla quale bisogna riconoscere non poco coraggio.”
Gaetano Vallini, ‘L’Osservatore Romano’

Un volo di poesia, questo stupendo film di Yôjirô Takita, insignito del premio Oscar come miglior film straniero l’anno scorso. Raramente si raggiungono picchi di dolcezza, di leggerezza di racconto e di musicalità del visivo come in questo film: ogni fotogramma, ogni attimo è una sinfonia di primavera e d’autunno insieme. In un racconto che ci parla di un tema difficilissimo (il lavoro sul corpo per prepararlo all’ultimo viaggio), il regista riesce a coniugare momenti drammatici con simpatia, utilizzando la verve umoristica nei movimenti e nelle espressioni del bravo attore Masahiro Motoki, il violoncellista del manifesto che dopo aver perso il lavoro deve fare il tanatoesteta, cioè abbellire i corpi dei defunti per renderli gradevoli ai parenti nel passaggio dalla morte alla cremazione, viatico di ricordo per il futuro che privilegia bellezza e freschezza rispetto alla bruttezza e fatica.
Daigo incontra il suo espertissimo capo Ikuei Sasaki (Tsutomu Yamazaki), saggio e riflessivo, che non gli dà solo insegnamenti sulla morte ma anche sulla vita, perché in fondo con che aspetto te ne vai conta molto per gli altri ma ben poco per te, all’estinto deve interessare aver compiuto le cose giuste nella vita. Con ragionevole delicata consapevolezza, come solo gli orientali sanno fare, la pellicola esplora le difficoltà di confrontarsi con un simile lavoro nella società di oggi: Daigo fa un’opera nobilissima ma deve nascondere ogni cosa alla moglie, non dire a nessuno come mai lavora senza orari dato che la morte non aspetta e colpisce quando deve; sembra assurdo, a noi che vediamo lo stupendo balletto delle mani del tanatoesteta che veste i morti, che non si possa gridare ai quattro venti la meraviglia dell’opera, invece anche la brava e docile moglie non accetta la cosa, pensa al loro possibile figlio che potrebbe essere schernito dai compagni di gioco e di scuola.
Takita è abilissimo a rigirare la frittata del discorso: in tempi come questi, di crisi del racconto non surrogato da effetti o da momenti roboanti, vedere un film che si snoda senza altro che espressioni e gentilezza è una vera gioia. Non mancano i momenti in cui la concezione della morte orientale, ben diversa dalla nostra, mostra come si possa mantenere la dignità anche di fronte alla fine di giovani vite, troncate da tragedie, soprattutto quando esistono degli operatori della «morte che ti fa bella» tanto bravi e capaci da rendere la loro gioventù immortale.
Le sequenze da ricordare sono diverse, sia in chiave umoristica (il video pubblicitario della preparazione dei cadaveri, fenomenale) che in quella riflessiva, dove uomini tanto capaci a trattare la morte si perdono ad affrontare i problemi della vita, del loro passato e di un sasso che è stato lanciato ma non ha lasciato – o almeno così si pensa – dei cerchi nell’acqua. Anche la sequenza del bagno pubblico è emblematica: la prima volta Daigo vi si reca disperato per togliersi l’odore di morte che aleggia su di lui, dopo invece è solo una lieta pausa riflessiva effettuata lì al posto della vasca di casa sua, scoprendo alla fine cosa fa il vecchietto che frequenta sempre il locale; si chiarisce che quel lavoro non ha bisogno di una pulizia morale tanto quanto fisica, è la cosa che più si avvicina a un dolce atto di pietà umana elargito con il cuore. Il doppiaggio italiano non è infame, ma sarebbe meglio vederlo in originale con sottotitoli; sui credits di coda potrete assistere a una vestizione funebre completa eseguita da Daigo.
Non possiamo far altro che chiudere la recensione con un invito a non perderlo (sperando che vengano distribuite un numero decente di copie): è un film bellissimo che nei suoi 130 minuti circa non annoia per nulla pur essendo molto lineare e riflessivo, ha dei momenti davvero gustosi di ironia mai macabra, tutto è dolcezza, poesia e serenità. Difficilmente dimenticheremo quelle sonate tristi e imbronciate con il violoncello, non perderemo mai di vista i siparietti tra principale e subalterno e la riconciliazione (astratta) tra padre e figlio; oltretutto la fotografia non è mai oscura come l’ambientazione potrebbe pretendere, in fondo la morte è solo un passaggio e non si capisce perché dovrebbe essere immerso nelle tenebre: asserai molto più tempo nei ricordi che da vivo, per cui è giusto che il commiato sia incancellabile. Momenti indimenticabili di storie di uomini che la settima arte ben poche volte propone a livelli così alti.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

Okuru in giapponese è un verbo che possiede diversi significati. Vuole dire ritardare, dare, donare, e anche spedire, mandare. E’ in quest’ultima accezione che lo troviamo usato nel titolo originale di questo film, tradotto in inglese con Departures, a sua volta in italiano Dipartite, termini che hanno a che vedere con la partenza e con la separazione. Il film di Takaki Yojir? ha conquistato, inaspettatamente l’Oscar come miglior film in lingua straniera, strappandolo a Waltz with Bashir, di Ari Folman, dato decisamente per favorito. Il film israeliano era di scottante attualità e impegno e in più avrebbe costituito un precedente, il primo film interamente d’animazione a ricevere un premio così prestigioso: ma il “piccolo” film di Takita, ha avuto la meglio, non senza polemiche. Film raffinato, commovente nel senso più pieno e migliore del termine, Departures ha convinto. Il racconto si apre immediatamente su un’esecuzione orchestrale del celebre Inno alla Gioia di Beethoven. Gli spettatori in sala sono pochi, nonostante la qualità del concerto, e subito la nostra attenzione si focalizza sul violoncellista, Kobayashi Daigo. L’orchestra viene sciolta, quella era stata l’ultima esibizione, e Daigo si ritrova senza lavoro e con un nuovo preziosissimo violoncello appena acquistato da pagare. Così decide, d’accordo con la dolce e bella moglie Mika, (Hirosue Ryoko) di vendere lo strumento e di cambiare vita, trasferendosi nella sua casa d’origine, nella provincia di Yamagata, nel cuore delle Alpi Giapponesi. Daigo è cresciuto lì, solo con la madre, che gestiva un locale. In cerca di un impiego, risponde all’annuncio di un’azienda non meglio specificata, Nk Agents. Scopre che si tratta di una ditta di n?kan, ossia preparazione, trucco e vestizione dei cadaveri per la cerimonia funebre. Al colloquio, egli conosce il padrone, Sasaki, uno strambo signore, già abbastanza anziano e che vive solo, che lo assume praticamente senza fargli domande, e la sua segretaria, una donna anche lei abbastanza eccentrica. Daigo si ritrova al suo primo incarico di fronte ai parenti del defunto senza praticamente avere nessuna idea di cosa dovrà effettivamente fare. La situazione è quantomeno tragi-comica, Daigo posa come modello di cadavere per un video in cui si mostrano le tecniche dell’attività di n?kan. La vera iniziazione arriva però, per lui, quando viene chiamato, assieme a Sasaki, per il rituale in casa di un defunto transessuale e quando dovrà ricomporre il corpo di una donna anziana ormai in decomposizione. Daigo viene messo a dura prova, ma impara anche quale profondo valore abbia la vita se posta direttamente a confronto con la morte. L’intensa scena d’intimità tra marito e moglie che segue lo sottolinea con grande forza, ma anche con umanità e partecipazione, senza alcun eccesso emotivo ingiustificato. Il compito dei n?kan, attraverso il loro gesti e le loro cure, è quello di aiutare non tanto chi è morto, ma chi rimane, ad accettare la scomparsa e la definitiva separazione dal defunto. Sasaki e Daigo riescono a far oltrepassare la soglia della vita ai morti con serenità e dignità, e a farli riconciliare con parenti e amici, con cui spesso, in vita, non hanno mai potuto dialogare realmente e da cui non sono mai riusciti a farsi comprendere fino in fondo. La morte appare in questo modo non più come una realtà terribile, come un addio irrevocabile, ma come semplicemente il passaggio a una nuova dimensione, concetto buddhista e cristiano, profondamente religioso. I sentimenti che prevalgono nei familiari sono gratitudine e riconoscenza verso i due officianti, ma chi pratica attività che implicano uno stretto contatto col corpo, la carne, i fluidi, è inevitabilmente ai margini della società, impuro. La cultura e la civiltà giapponese hanno per tradizione sempre disprezzato e lasciato da parte tutto ciò che ha a che fare con la morte, considerata un tabù, irrimediabilmente “sporca”. Quindi il mestiere di Daigo e Sasaki è disonorevole e anzi socialmente impresentabile. La moglie di Daigo, Mika, lo lascia, e persino un suo vecchio amico d’infanzia non vuole avere a che fare con lui. Ma per Daigo, la figura di Sasaki e della sua aiutante e il suo lavoro, sono come una parte mai esplorata prima di sé, sono la famiglia che non ha mai avuto e decide di restare. Se per Koreeda,in Wonderful Life, la morte era rappresentata da una soglia inondata di luce, per Takaki, la morte è una serie di atti, una cerimonia, che costituiscono un vero e proprio atto d’amore per il defunto e per chi deve superare la perdita. Mika comprenderà finalmente tutto questo vedendo il marito all’opera con il corpo della proprietaria dell’ultimo bagno pubblico della cittadina e madre del suo compagno di scuola e amico. Uno dei nodi irrisolti della personalità di Daigo è il rapporto conflittuale col padre, che lo ha abbandonato quando aveva appena sei anni, e che non ha mai più voluto rivedere. Il mestiere di Daigo è anche un modo per lui per riappropriarsi dei lineamenti e del volto e dei gesti legati a suo padre.
Okuribito mescola con armonia e sapienza scene dalla comicità amara e sequenze commoventi e toccanti, che non diventano mai stucchevolezza fine a se stessa. Anche stilisticamente il film è sobrio e discreto. La colonna sonora del grande compositore Joe Hisaishi, incentrata sulle notevoli esecuzioni al violoncello dei brani di Schubert nell’interpretazione di Pablo Casals, è efficace senza diventare mai troppo invadente. L’uso della correzione digitale nella fotografia dei paesaggi è quasi impercettibile. E’ lo scorrere del tempo e della stagioni, il volo delle anatre, o il risalire dei salmoni in un fiume limpido a scandire i tempi della narrazione. Okuribito, non parla di crisi, di lavoro, o di morte, ma è un canto di vita e amore, che ci culla e ci conforta.
Cecilia Collaoni, da “asianfeast.org”

La morte nascosta diviene tabù. Fortunate sono quelle società in cui ancora vita e morte condividono gli stessi spazi. E’ un film del sol levante, che nel 2009 ha conquistato l’Oscar come miglior film straniero, scalzando Valzer con Bashir di Folman e Entre les murs di Cantet: un’impresa notevole, ma che con difficoltà si giustifica.
Semplice, popolare e morale, il film di Yojiro Takita, regista dal passato di serie B, arriva nelle sale italiane (abituate alle nipponiche animazioni o ai d’essais di maestri d’altri tempi) raccontando la storia di Daigo, un giovane violoncellista che, perso il lavoro perché sciolta l’orchestra in cui suonava, nella piena consapevolezza della sua mediocrità, decide di rinunciare alla professione di musicista e cambiare vita. Convince Miko, la sua docile moglie, a lasciare la città e a trasferirsi in una comunità rurale dove si trova la casa avita. Liberatosi della frenetica Kyoto e dalle difficoltà di una carriera incerta, Diago, maschera tragicomica da film muto, risponde a un’inserzione dove il termine viaggio viene equivocato, giacché di viaggio si parla e anche di accompagnatore, ma non certo turistico.
Nokanshi è la persona che si occupa del cerimoniale della preparazione dei defunti, un maestro dei preparativi per l’ultimo viaggio. Per Diago è un lavoro pagato bene e in anticipo, diretto da un capo anziano e carismatico: un vero mentore, ma è anche un’attività da tenere segreta, anche alla dolce e statica moglie. L’apprendistato ha le sue insidie, ma le prove superate restituiscono al giovane musicista fallito un senso di appartenenza, e l’occasione rielaborare un passato che ancora lo fa soffrire.
“Gli esseri vivi mangiano gli esseri morti e sei vuoi vivere devi mangiare” dice il maestro. La morte declinata suoi volti offerti a mani esperte sotto lo sguardo dei famigliari: Diago impara a toccare e a lavare i corpi, a vestirli con un rituale di gesti precisi e rispettosi della dignità del defunto. Un atto d’amore che ridona bellezza a un corpo senza più vita, un rito che segna il momento del distacco, che infonde coraggio o libera disperazione soffocata.
Una commedia agrodolce e una cultura cinematografica lontana, non facile da codificare, ma non priva d’interesse. La macchina da presa registra con eleganza il rito e racconta incuriosendo lo spettatore occidentale la crasi di tradizione e modernità nel Giappone di oggi, con inquadrature che riportano per un attimo a Ozu (solo per un attimo) per poi perdere quota con sequenze da love songs. Departures non è un film pienamente riuscito, a dimostrazione che una buona idea non basta. Oltre al rito, oltre al coraggio di cambiare, oltre alla capacità di riconosce la propria mediocrità Diago e il suo regista si perdono in scontati e infantili turbamenti per un passato senza padre, in cui si fondono ricordi e immaginazione di quel che sarebbe potuto essere. La casa natia diventa il contenitore di metafore e simboli, padri e figli, mogli e mariti in cui la fa da padrone un edipo stereotipato e lagnoso. Molto thanatos, niente eros, e dalle sfumature misogine: le donne o sono morte o, se vive, di scarso intuito e scarsa capacità di comprensione; e un’angelica bellezza alla fine nasconde la sorpresa di un sesso improprio.
Departures conferisce alla morte la forza di co-protagonista, ma un incedere lento e confuso tra filosofia e prassi soffoca il percorso di rinascita del protagonista. Ma allora perché ha vinto l’Oscar? Forse perché un tema universale contestualizzato in una terra lontana è alla fine meno perturbante della personale memoria di un massacro avvenuto più vicino a noi (Valzer con Bashir) o alla lucida e documentaria immagine degli insuccessi dell’istituzione scolastica del nostro occidente (Entre les murs).
Fabrizio Centola, da “nonsolocinema.com”

Diretto da Yojiro Takita, uno dei registi più amati in patria che ha iniziato la sua carriera con i soft-porno, Departures si presenta oggi nelle sale italiane dopo l’esordio avvenuto nel settembre del 2008 in Giappone.
Quando l’orchestra in cui suona chiude a causa di mancati finanziamenti, Daigo Kobayashi decide di trasferirsi con la moglie nella prefettura di Yamagata, nella casa dove viveva con la madre. L’abbandono del padre è ancora vivido in lui che comunque con grande forza d’animo ricomincia a cercare lavoro. Troverà impiego come “tanato-esteta” in una agenzia funebre e, se anche riluttante, Daigo finirà per amare quella sua strana occupazione …
Il regista Yojiro Takita gioca con una sceneggiatura fatta di contrasti. All’agitazione della prima preparazione estetica di Daigo, si contrappone la scoperta di stare lavando il corpo di un ermafrodita; all’emozione del primo giorno di lavoro, viene contrapposto il cadavere di una vecchia signora in decomposizione; la salma di una teppista ha come scenario una rissa tra famigliari e amici. A incorniciare le cerimonie funebri i suoni della natura che si odono sullo sfondo; il cambio di stagioni che si sussegue senza sosta; la vita che sfugge. Si ride e allo stesso tempo ci si commuove.
In Giappone Departures è stato uno dei film di maggior successo, guadagnando oltre 40 milioni di dollari. Successo poi consacrato anche in Occidente, quando nella notte degli Oscar 2008 ha conquistato la statuetta come miglior film straniero. Yojiro Takita firma una pellicola elegantissima. Volendo fare un’acrobazia, potremmo dire che è un film sulla vita raccontata dal punto di vista della morte. E’ infatti in quella che tutti i personaggi si ritrovano. Scoprono chi sono e chi erano. In qualche modo, crescono e si evolvono. La regia ha un piglio a metà strada tra il burlesco e il drammatico. Sembra un clown, che a volte si fa macchiettistico, altre lacrimevole, ma che vola sempre altissimo. Grazie anche alle straordinarie musiche di Joe Hisaishi, autore delle colonne sonore di molti film di Hayao Miyazaki.
Departures (Okuribito) è un film a suo modo perfetto, dove ogni elemento si incastra l’uno nell’altra, dalle musiche alla recitazione (incredibile la bravura dell’interprete principale Masahiro Motoki), dalla regia alla sceneggiatura, e che riesce nel suo intento di far riflettere sul senso della vita in modo originale e straniante.
Lieve, coinvolgente, mai stancante. Un racconto di formazione che ci insegna quanto sia potente la vita, anche dopo la morte.
La vita dove non la crederesti. Imperdibile.
Diego Altobelli, da “moviesushi.it”

Un giovane violinista perde all’improvviso il proprio lavoro. Su un giornale trova un annuncio di lavoro, la NK agency, ma per un errore di stampa anzichè essere un agenzia di viaggi si rivelerà essere una di onoranze funebri.
Un film commovente e magistralmente diretto. Vincitore dell’oscar come miglior film straniero 2009.
Il dramma della pedita del lavoro avviene ormai troppo spesso nei giorni nostri, e a volte ci si dimentica delle profonde crisi che questo comporta.
Il giovane Daigo si ritrova a dover cercare di nuovo un senso alla sua vita e di trovare il modo di continuare a vivere. Sceglie così di tornare al suo paese natale; aiutato da sua moglie, molto comprensiva, a vedere la nuova situazione come un opportunità anzichè un problema.
Per un errore di stampa si ritrova a fare un colloquio con un agenzia funebre, per la precisione un agenzia specializzata in nokanshi (in giapponese “maestro di deposizione nella bara”), la figura che, in Giappone, è incaricata di preparare il defunto per l’ultimo viaggio.
Il capo Ikuei è una persona molto diretta e offre subito del denaro a Daigo.
Ovviamente egli è restìo, tanto da non confidare a sua moglie il suo nuovo lavoro. All’inzio sembra mollare, ma tutto cambierà quando Daigo vedrà con quanta cura e con quanta professionalità Ikuei svolge il suo lavoro. I nokanshi si occupano infatti della pulizia del corpo, della vestizione e infine del trucco del defunto, tale lavoro si può definire un mestiere quasi al limite dell’arte vera e propria.
Departures è un film godibile, notevole sotto molti punti di vista, in particolar modo la regia di Takita Yojiro. Ha avuto risonanza grazie all’oscar vinto l’anno scorso come miglior film straniero.
Non è di certo un tema facile quello trattato da questo film, magari ci si può aspettare angoscia nel vedere un film su onoranze funebri ma non è assolutamente così, è proprio questo il gran pregio del film: aver saputo trattare il tema della morte senza annoiare o deprimere, merito anche dell’accostamento ai temi della vita, alle sue difficoltà e al superamento delle stesse.
Viene dato grande risalto alla contrapposizione della vita cittadina e quella di campagna, contrasto tra antico e moderno e soprattutto all’importanza della riscoperta delle proprie radici.
Molti avrebbero preferito dare l’oscar a Valzer con Bashir, e in effetti anche io lo avrei dato a quest’ultimo, ma comunque Departures è un ottimo film. Vivamente consigliato.
da “filmbuster.it”

Chi è avvezzo alla filmografia orientale sa che la ritualità è un elemento basilare della cultura dell’estremo oriente: l’estetica e il rito sono sempre parte integrante dell’insieme, anche nei film d’azione e arti marziali. Così come la cura, la maestria e la delicatezza, sempre infuse in ogni branca delle attività quotidiane e dei mestieri, oltre che delle pratiche religiose. Nel 2008, il regista giapponese Yōjirō Takita (ben conosciuto in patria ma non particolarmente amato all’estero per via di pellicole mediocri e piuttosto indigeste per il pubblico occidentale come Onmyoji – The Ying/Yang Master) propone il suo Okuribito, ispirato vagamente al libro autobiografico Nōkanfu Nikki di Aoki Shinmon e grande successo in patria, tanto da venire incluso nella rosa dei film in lizza per l’Oscar al miglior Film Straniero del 2009, riuscendo infine ad accaparrarsi l’ambita statuetta. Vincendo la consueta ritrosia del pubblico italiano verso i film orientali, la Tucker Film riesce ora, per fortuna, a recuperare questo film, presentato nel nostro mercato col titolo internazionale: Departures.
La recessione ha colpito anche il Giappone, e molte imprese chiudono. Tra queste, cessa le attività anche l’orchestra presso la quale suona Daigo Kobayashi (Masahiro Motoki), mediocre violoncellista che vede così infrangersi il suo sogno musicale. Insieme alla novella sposa Mika (Ryoko Hirosue), decide di trasferirsi dalla dispendiosa Tokyo alla più tranquilla ed economica regione natale, Yamagata, dove ha ereditato una casa e dove comincerà la ricerca di un nuovo lavoro. A causa di un equivoco, si ritrova ad accettare un incarico come assistente tanatoesteta presso l’agenzia del signor Sasaki (Tsutomu Yamazaki), cominciando un lungo e particolare viaggio personale e professionale in un settore, quello mortuario, che non conosce mai la crisi, ma in cui, inaspettatamente, il calore umano è il requisito principale.
L’argomento della pellicola di Takita è sicuramente delicato e rischioso da trattare in un film che potrebbe risultare potenzialmente noioso o irriverente. E invece, con un guizzo registico (e anche poetico, ci azzarderemmo a dire) inaspettato, il regista nipponico confeziona una vicenda che col suo humor nero riesce spesso a far sorridere, ma ancor più spesso a commuovere, grazie ad alcune sequenze (fra tutte quella finale) realizzate con rara maestria e tatto. Lodevoli le interpretazioni dei protagonisti – fra tutti l’eccellente Motoki e la deliziosa Hirosue, che il pubblico occidentale già conosce come figlia di Jean Reno nel divertente Wasabi di Besson – e incantevoli le musiche di Joe Hisaishi (compositore di fiducia, tra gli altri, di Kitano e Miyazaki). Ma è proprio la delicatezza della sceneggiatura di Kundo Koyama e dello stesso Takita a catturare le corde dell’anima: una storia che intona, in risonanza alle vicende di Daigo, melodie di morte e rinascita comuni a tutti gli esseri viventi. Oltretutto, gli amanti della cultura orientale, e giapponese in particolare, ben sanno quanto l’argomento e la professione in questione siano stati a lungo un tabù, in quanto ritenuta impura come tutti i lavori a stretto contatto con esseri – non più – viventi. E tutt’ora persistono pregiudizi al riguardo ben radicati e altrettanto ben rappresentati nell’opera, in maniera sottilmente denunciatrice di una dignità professionale altrimenti rara da trovare. Se non vi spaventano i film emozionali, Departures è una visione obbligata.
Marco Papaleo, da “silenzio-in-sala.com”

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