Chaotic Ana

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10, 9, 8, 7… Inizia il conto alla rovescia e Ana scopre in sé l’esistenza di altre donne, di cui è la reincarnazione e delle quali in un certo qual modo ripercorre il cammino. Ed è attraverso dieci capitoli (dal decimo allo zero) che Julio Medem racconta le tappe del viaggio iniziatico della sua affascinante protagonista, artista la cui vita prende forma in una grotta davanti al mare con il padre, al quale è legata da profondo affetto e stima, e si sviluppa in una sorta di comune di giovani talenti dove, attraverso il sonno ipnotico, entra in contatto sempre più con il profondo del proprio essere, attraversando vari stati di coscienza. Presentato al Festival di Roma 2007, “Chaotic Ana” riconferma il talento del regista di “Lucía y el sexo” (2001) che per l’occasione si avvale dell’ottima interpretazione della debuttante Manuela Vellés e della presenza di una sempre splendida Charlotte Rampling, qui in veste di ricca mecenate. Medem, ispirato dalla sorella pittrice morta nel 2001 in un incidente stradale (di cui usa i dipinti nel film), si muove con agilità, utilizzando una materia difficile in cui il presente si fonde con il passato, il sogno con il reale, l’arte con l’esperienza diretta, il viaggio fisico (da Ibiza a New York, passando per Madrid) con quello della memoria. Il caos sfocia in un nuovo ordine, quando l’istinto creativo femminile si afferma, contrastando quello distruttivo maschile e quando Ana capisce che “La morte riempie, non svuota” e l’assenza non è mai tale fino in fondo. Il potere ancestrale femminile si manifesta attraverso le diverse figure che prendono corpo nella mente di Ana, la catarsi è possibile e avviene in modo provocatorio, per sottolineare la rivincita della donna riscattata da secoli di soprusi. Nel bene e nel male “Chaotic Ana” emoziona, provoca sensazioni forti (particolarmente commovente è il ballo di Ana con il padre), scuote e porta alla riflessione… Qualcosa che il cinema dovrebbe fare più spesso!
Isabella Gasparutti, da “ecodelcinema.com”

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, rivive sullo schermo, attualizzata, la vicenda mitica di una madre natura che racchiude in se tutti i dolori del mondo. Dopo la Lucya del film precedente, carica sensuale allo stato puro, Julio Medem si addentra nell’analisi di un altro essere arcano, a metà strada tra Pandora, portarice di mali, e Gesù Cristo, redentore dell’umanità e di quegli stessi mali.
Ana, bambina ma prima di tutto madre, generatrice di gioie e vendette, entrambe vigorose allo stesso livello perché emergenti dal caos che ogni divinità primigenia inevitabilmente si trascina dietro.
Figlia di un padre cavernicolo, “Mostro” meraviglioso che la incammina verso la sua stessa natura arcaica.
Il suo vitalismo comporta un’automatica rimozione delle sofferenze, ma la ragazza trasferendosi da un’Ibiza dionisiaca a una Madrid moderna si trova a dover fare i conti con la razionalizzazione del suo inconscio profondissimo, tramite sedute di ipnosi delle quali non ha la forza di essere messa al corrente…Fino a riscoprirsi madre, inevitabilmente, anche di colui che crede essere l’amore di questa vita e di quelle passate.
E invece non lo è. Non amante, ma figlio, da sempre, perché figlio della cattiveria degli uomini, quegli uomini cui Ana non teme di defecare in faccia il proprio disprezzo.
Ma la domanda è: l’umanità è crudele per natura o contro natura? Il dolore è contro Ana o inscindibile dalla natura stessa di Ana?
Ana si vendica e si fa picchiare, facce indivisibili della stessa medaglia, Natura Contro-natura, conflitto senza soluzione, dolorosa soddisfazione.
Una storia paradigmatica, dunque, ma anche, semplicemente, una singolare rappresentazione del passaggio all’età adulta e della presa di coscienza con cui ognuno di noi è costretto a fare i conti anche se comporta la “perdita dell’ Eden”, per sempre.
Elena Di Nardo Fusaro, da “cinemalia.it”

Chaotic di nome e di fatto! Questa è la prima sensazione che emerge guardando “Chaotic Ana” di Julio Medem. Lo spettatore rimane spiazzato perché è ‘trascinato’ nei vortici delle vite passate di donne che rivivono in Ana, la protagonista, e questo crea confusione e quando viene svelato il mistero, la soluzione non è chiara e lascia una sensazione di incompiutezza. Andando ad analizzare più nello specifico, però, il film ha una sua logica. Il regista spagnolo lo ha dedicato a sua sorella Ana, pittrice, e si vede che è stato girato con il ‘cuore’: riprese in soggettiva, immagini mosse, numerosi primi piani. La storia è divisa in capitoli, che vanno a ritroso, da 10 a 0, e che sono anche gli step che portano ad un sonno ipnotico e servono ad Ana per regredire e arrivare a capire il perché della presenza di vite di giovani donne nella sua memoria. Ed è un messaggio molto bello quello che traspare: nel corso dei millenni la donna ha sempre dovuto rinunciare alla sua libertà e indipendenza e sottostare al potere del maschio. Solo regredendo e arrivando all’origine di questa condizione, la donna può uscirne più forte e lottare per ottenere quello che le spetta di diritto.
Belle le musiche, che richiamano atmosfere arabeggianti e brava la protagonista, la giovane Manuela Vellés, che ben interpreta il suo ruolo di donna sospesa tra passato ormai acquisito, presente da costruire e futuro pieno di speranza.
Teresa d’Ambrosio, da “35mm.it”

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