Cella 211

E’ stato uno dei casi cinematografici dell’anno in Europa: vincitore di 8 premi Goya contro il favorito Almodòvar, forte di un incasso di quasi 20 milioni di euro e del culto nato in giro per la rete. Cella 211, quarto film di Daniel Monzón, arriva in Italia grazie al fiuto della Bolero Film che – dopo L’ospite inatteso e Lasciami entrare – distribuisce un altro film forte e teso, che gli amanti del cinema di genere apprezzeranno tantissimo.
Un thriller carcerario tesissimo e duro, scritto dal regista con Jorge Guerricaechevarría da un romanzo di Francisco Pérez Gandul, che è al tempo stesso uno sguardo coraggioso e atroce su una realtà e un perfetto esercizio di stile e coinvolgimento cinematografico. La discesa negli abissi anche fisici della violenza e della società da parte di un uomo che quella società dovrebbe controllare, diventa per Monzón il modo più efficace per raccontare i margini abietti del nostro mondo, e come l’unico modo per sopravvivere sia quello di fingere, mordere, uccidere come gli altri.
Homo homini lupus, si dice, e Monzón fin dall’inizio denuncia il tono della pellicola, con un suicidio da brividi, tenendolo alto e teso fino alla fine, giocando con la costruzione narrativa, con il dosaggio accorto degli elementi, con le suggestioni, senza mai eccedere, senza mai cadere nella maniera.
La sceneggiatura sa dosare perfettamente intreccio e azione, psicologia e politica (l’uso dei mezzi di controllo e dei media) e dà la possibilità a Monzón di sfoggiare un talento inusuale nel montaggio (di Cristina Pastor), nell’uso del dettaglio e nella gestione pressoché perfetta di un cast in cui ogni faccia e interpretazione si colloca al posto giusto, esattamente dove deve essere. Non solo il monumentale Malamadre di Luis Tosar, ma anche Alberto Ammann e i caratteristi (come Carlos Bardem e Vicente Romero) usati come negli anni ’70, quando il cinema di genere sapeva spezzare le catene e rivoluzionare gli sguardi. Un difficile compito che Monzón pare saper portare a termine.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

Juan Olivier sta per iniziare il suo nuovo lavoro da secondino: ma il suo incarico sfortunatamente parte proprio con l’inizio di una rivoluzione da parte dei carcerati, capitanati dal violento Malamadre. Ora Juan si ritrova imprigionato con loro e non deve farsi mettere i piedi in testa, pena la morte. Decide così di presentarsi non come un secondino, ma come un nuovo arrivato, un nuovo carcerato…
Eccolo qui un bel prodotto di genere, secco e avvincente come li vogliamo. E non potrebbe essere altrimenti, visto che arriva dritto dalla Spagna, nazione che negli ultimi anni il cinema di genere l’ha cullato in modo interessante.
Cella 211, presentato con successo alle ultime Giornate degli Autori veneziane, applica le regole del genere carcerario in modo sapiente, ma le rimescola alla base: qui il secondino al suo primo giorno di lavoro resta rinchiuso nel carcere e deve appunto fingersi carcerato per sopravvivere alla violenta rivolta capitanata dal “boss” Malamadre.
Una situazione estrema che permette al bravo Monzón di giocare con tutti i cliché del caso, omosessualità latente inclusa, e di confezionare un prodotto teso e violento che non fa sconti a nessuno: altra caratteristica del cinema spagnolo, non a caso, che in dosi di cattiveria non si risparmia di certo.
In Cella 211 non si salva nessuno, e non si fa di certo tifo per la polizia, che è in realtà la parte più meschina di una società che non può che reagire con esplosioni di violenza. E così si spera che Juan sopravviva ad una realtà che non avrebbe mai immaginato: il suo personaggio resta in testa, così come Malamadre, rude e violento capo della rivolta, capace di intimorire ed emozionare.
Impossibili i paragoni con l’altro film carcerario in questi giorni nelle sale, Il profeta: lì siamo su un altro pianeta, in quello della novità e dell’autorialità, un capolavoro assoluto che in comune con Cella 211 ha ben poco. Ma è uno scontro ad armi impari, che appunto non si dovrebbe neanche fare. Ma il film di Monzón, con la sua sceneggiatura, i colpi di scena ben assestati e la giusta dose di sangue, trascina lo spettatore fino al clamoroso finale: non sottovalutiamolo.
da “cineblog.it”

There’s a riot goin’ on
Il giorno prima di prendere servizio come secondino, Juan si presenta nel carcere in cui deve lavorare. È lo stesso giorno in cui scoppia una rivolta guidata da Malamadre, l’indiscusso leader dei detenuti. Accidentalmente colpito in testa e rimasto privo di sensi, Juan viene abbandonato da due suoi colleghi in una cella. Al suo risveglio, visto che i carcerati ancora non lo conoscono, ha un’unica possibilità per sopravvivere: fingersi carcerato.
Cella 211 è un film che affronta il genere del cinema carcerario con mezzi che stanno tra Rec (l’ambiente claustrofobico e minaccioso; il ruolo delle telecamere come strumento di documentazione e come strumento di potere; una buona quantità di sangue) e The hurt locker (l’approccio “finto documentaristico” applicato a un tema di scottante rilevanza sociale).
Questo approccio “finto documentaristico”, peraltro, si combina con la valenza simbolica attribuita a certe immagini. Per esempio, alle inquadrature delle mani. Il prologo ci mostra un detenuto che si taglia le vene con una rudimentale lama. E l’ultima inquadratura del prologo è appunto quella delle mani del detenuto, coperte di sangue e aperte in un atteggiamento di invocazione e di interrogazione. Che l’inquadratura possa avere un significato simbolico lo si capisce meglio subito dopo, quando la storia inizia proprio con l’inquadratura di due mani: sono quelle di un secondino che ispeziona alcuni oggetti all’ingresso del carcere. Queste mani sono ricoperte da due guanti sterili. In contrasto con le mani sanguinanti del detenuto del prologo, queste mani simbolizzano l’atteggiamento distaccato di chi, rifugiandosi nelle procedure asettiche e impersonali della burocrazia, non vuole “sporcarsi” con il sangue, la carne e le sofferenze dei detenuti. Juan compie il percorso che lo porta invece a conoscere sulla propria pelle queste sofferenze e l’inquadratura che sancisce il suo definitivo passaggio di campo è ancora un primo piano di mani: quelle di Juan, sporche di sangue per aver tagliato l’orecchio di un ostaggio.
Il film di Monzón è un lavoro molto interessante, che riesce a creare una fortissima tensione (non solo nelle scene d’azione, ma anche, ad esempio, nel dialogo finale tra Malamadre e Juan) e che, pur essendo un film piuttosto violento e crudo, non cade nell’exploitation della violenza (ma il primo piano dell’orecchio mozzato era davvero necessario?). Se la definizione psicologica dei personaggi è sostanzialmente da film di genere, il film ha però il pregio di non fornire allo spettatore le facili coordinate di una rigida divisione tra “buoni” e “cattivi”, costringendolo a seguire la vicenda attraverso gli occhi di un criminale non pentito (Malamadre) e di un personaggio “costretto” a diventare a sua volta un criminale (Juan). A questo proposito può essere un interessante esercizio pensare a quali trasformazioni un plot come questo potrebbe essere sottoposto in un eventuale trattamento hollywoodiano.
Rinaldo Vignati, da “nonsolocinema.com”

Per fare buona impressione nel carcere dove ha appena trovato lavoro come secondino, Juan Oliver si presenta con un giorno d’anticipo sul primo turno di guardia. Durante la visita al braccio di massima sicurezza, un frammento di intonaco cade dal soffitto e lo colpisce sulla testa. In attesa di poterlo soccorrere, gli altri guardiani lo distendono temporaneamente nell’unica cella libera, la numero 211. In quello stesso istante, ha però inizio una rivolta organizzata dal carismatico detenuto Malamadre, che costringe il giovane guardiano inesperto a improvvisarsi credibile galeotto per riuscire a sopravvivere alla situazione e riabbracciare la moglie al sesto mese di gravidanza.
Negli ultimi anni la Spagna si è costruita un passo alla volta una solida identità legata al cinema di genere. È una tendenza inaugurata qualche anno fa da Amenábar e poi portata avanti da Alex De la Iglesia, Jaume Balagueró e Juan Antonio Bayona, che dimostra come questi cineasti conoscano talmente bene le regole del gioco da saperle riorganizzare senza stravolgerle, da riuscire a trovare un nuovo percorso di senso all’interno di un reticolo fatto di cliché. Cella 211 non ha a che fare con spiriti inquieti, case infestate o possessioni demoniache, ma con un altro dei luoghi cari al cinema popolare americano: il carcere, al cui interno Juan diviene il tipico “personaggio ordinario calato in un contesto straordinario”. La nota formula hitchcockiana si declina qui a partire da un rovesciamento che vede il personaggio principale costretto a fingersi oppositore per sopravvivere, fino a scoprirsi capo carismatico e principale motore della rivolta carceraria. Una rivolta che, come accade nel miglior cinema di genere, ha una forte connotazione politica. Argomenti come le condizioni carcerarie e la denuncia della violenza istituzionale, le questioni diplomatiche con il governo basco e la gestione dei terroristi dell’ETA, oltre al ruolo fondamentale dei media sull’opinione pubblica, vengono messi in scena senza troppe indulgenze (anzi, calcando fin troppo sulla tragicità della vicenda), e mantenendo una componente spettacolare e una progressione drammaturgica invidiabili per una stessa produzione americana.
Se è vero che tastare il polso al cinema popolare aiuta ad avere un’idea sullo stato di salute dell’intera cinematografia di una nazione, Cella 211 racconta di un cinema estremamente vivace, avvincente e complesso, anche quando gioca secondo le regole.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Detenuti in rivolta, un secondino appena assunto, l’ombra dell’Eta: dalla Spagna un grande film carcerario
di Francesco Alò Il Messaggero

Luis Tosar, signori. Tre Goya già vinti: fragile disoccupato (I lunedì al sole), amante violento (Ti do i miei occhi) e, semplicemente, Malamadre in Cella 211 di Daniel Monzón, thriller carcerario di grande potenza. Quando un giovane secondino al primo giorno di lavoro viene coinvolto suo malgrado nella rivolta dei detenuti del penitenziario, proverà a farsi passare per uno di loro. La chiave per convincerli è avere la fiducia di Malamadre, leader dei carcerati alla guida della ribellione. Ricorda Rivolta al blocco 11 di Don Siegel per le dinamiche tra detenuti (qui ci sono spagnoli, colombiani e gli altezzosi terroristi baschi) e dopo Il Profeta è il più bel film da dieci anni a questa parte d’ambientazione carceraria. Tosar? Minaccioso, affettuoso, romantico, idealista, onorevole. Basta uno sguardo di Malamadre per capire se sei degno di vivere o morire. Questo attore è un genio.
Da Il Messaggero, 16 aprile 2010

Rivolta in carcere
di Alberto Crespi L’Unità

Il film carcerario è un sotto-genere nobilissimo che ha, soprattutto nel cinema americano, una grande tradizione. È molto interessante che arrivi un epigono dalla Spagna, dove il tema «rivolta in prigione» acquista connotazioni politiche forti. Nel carcere di Zamora, i detenuti comuni più pericolosi si impadroniscono di un braccio dell’edificio tenendo come ostaggi tre militanti dell’Eta al cui destino il governo di Madrid è particolarmente sensibile. Fatalità vuole che nella cella 211 del titolo rimanga, all’inizio della rivolta, il giovane secondino Juan. Essendo al suo primo giorno di lavoro, i galeotti non lo conoscono e Juan ha la geniale ma pericolosissima intuizione di fingersi un recluso appena arrivato, facendo così il doppio gioco durante le trattative… Cella 211 è un film violento, potente, che si segue col fiato in gola. Daniel Monzon, il regista, è un maiorchino 42enne al quarto film: con Cella 211 ha vinto 8 Goya (l’Oscar spagnolo), tra cui quelli – meritatissimi – ai due attori principali, il truce malavitoso Luis Tosar e l’esordiente Alberto Ammann.
Da L’Unità, 16 aprile 2010

Amicizia struggente di due detenuti
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Descrivendo il microcosmo di una prigione spagnola dove un secondino neofita si finge detenuto durante una rivolta, il regista Daniel Monzon equipara dentro e fuori della società due volti riflessi del cinico puzzle. Non è solo un ottimo film carcerario dagli echi sociali, è anche la storia d’ una struggente, impossibile, romantica amicizia tra due uomini alla deriva, recitati con scialo di emozioni da Alberto Ammann e Luis Tasar. Dal Profeta al video del carcere di Bollate, è tendenza. Voto 7,5
Da Il Corriere della Sera, 16 aprile 2010

Il dramma di Juan prigioniero tra i cattivi
di Roberto Nepoti La Repubblica

Vero che il “film carcerario” non è mai stato un filone per educande: però Cella 211 entra a farne parte con una crudezza e una violenza così estreme da scavalcare tutti i precedenti. Juan, giovane secondino, giunge nel carcere di massima sicurezza proprio nel momento in cui un gruppo di prigionieri prende il controllo di un “braccio”. Spacciatosi per un nuovo detenuto, riesce a salvare la pelle. Finché la moglie di Juan, incinta, resta drammaticamente coinvolta nelle rappresaglie di polizia; nel giovane si scatenano reazioni che non hanno più nulla a che vedere con i ruoli istituzionali. Percorso da una sorta di disperazione, fitto di colpi di scena. Se Hollywood lo scopre, ne farà un (addolcito) remake.
Da La Repubblica, 17 aprile 2010

Paola Casella
Europa

Per convenzione, il genere carcerario al cinema appartiene agli americani. Ma alcuni film recenti, Il profeta del francese Jacques Audiard e ora Cella 211 dello spagnolo Monzon, ci dimostrano che l’Europa sta recuperando terreno. Cella 211 narra la storia di un guardiano che, al suo primo giorno di lavoro, resta coinvolto in una rivolta capitanata dal feroce Malamadre (Luis Tosar, il miglior attore iberico della sua generazione), con conseguenze che sarebbe davvero un crimine rivelare.
Film teso, veloce, pieno di svolte imprevedibili, violentissimo, per certi versi eccessivamente teatrale, ma assai efficace. L’accenno ai prigionieri dell’Eta, le superstar del carcere perché hanno le spalle protette da un’organizzazione esterna è un po’ superficiale ma interessante; il modo causale in cui gli uomini si trovano al di qua o al di là della legge è ben raccontato attraverso personaggi che passano ripetutamente quella barricata; il lassisimo con cui viene gestito il problema dei diritti umani dei carcerati è un tema attualissimo – e non solo in Spagna.
Da Europa, 17 aprile 2010

Alessio Guzzano
City

Un secondino neoassunto che smania per indossare la divisa perché ha una tenera compagna incinta da mantenere, si presenta al lavoro con un maledetto giorno d’anticipo. Uno stramaledetto calcinaccio in caduta libera lo ferisce. I colleghi lo abbandono nella cella del titolo per cercare aiuto. Ma nella prigione spagnola scoppia una maledettissima rivolta feroce: lui si riprende, nessuno lo conosce, si spaccia per un assassino, tenta di fare il doppio gioco, quasi prende le redini della sommossa con(tro) l’assatanato Malamadre, rabbioso (ma non stupido) idolo dei galeotti in subbuglio. La presenza tra i reclusi di tre di membri dell’Eta, subito presi in ostaggio, complica le trattative (in)civili e le irruzioni militari. La rabbia e l’imperizia di chi comanda spingono a estreme conseguenze gli animi dentro, e a quelli fuori va pure peggio. Pioggia di Goya, gli Oscar spagnoli, sul film di Daniel Monzón che sa coniugare eterni discorsi sulla detenzione come concime di aggressività ed efficaci dinamiche di sopraffazione e disperazione. Ritmo eccellente, facce giuste, rare e perdonabili evasioni dal rigore. Nell’anno di un capolavoro del cinema carcerario come “Il profeta”, un altro squillo claustrofobico ci inchioda allo schermo. Troppa grazia dietro le sbarre.
Da City, 19 aprile 2010

Un uomo al culmine della sua felicità che sta per diventare agente carcerario. Un detenuto carismatico e temibile che non ha niente da perdere. Due polarità che non dovrebbero mai avvicinarsi troppo e che imprevedibilmente si trovano a combattere fianco a fianco.
Juan Olivier (Alberto Amman), felicemente sposato con Elena (Marta Etura) e in attesa di diventare padre, sta per iniziare il suo nuovo incarico da secondino presso un istituto penitenziario e, meticoloso com’è, decide di presentarsi sul posto di lavoro un giorno prima. Mentre i suoi colleghi lo conducono in visita presso i vari bracci del carcere, un pezzo di intonaco si stacca da una parete in ristrutturazione e lo colpisce.
Contemporaneamente Malamadre (Luis Tosar), temerario e pericoloso detenuto senza scrupoli, ha messo in atto la sua rivoluzione, generando una sommossa all’interno del braccio dove Juan si trova ferito. Per via del caos generale scatenato dai rivoltosi, le guardie hanno solo il tempo di scappare, adattando il malcapitato e privo di sensi Juan nell’appena liberata cella 211, invece di trasportarlo in infermeria. Per Juan, questa decisione sbrigativa e di emergenza sancisce l’inizio del calvario e di un ineluttabile sprofondamento verso il baratro. Rimasto solo con i rivoltosi, Juan fa immediatamente tesoro dei consigli di Armando, la guardia carceraria conosciuta poco prima, e con astuzia mette su un piano per sopravvivere e guadagnarsi la fiducia del leader Malamadre.
Tratto dall’omonimo romanzo di Gandul, “Cella 211” è il risultato dell’incontro tra l’impianto narrativo del libro e i colloqui assidui voluti da Daniel Monzόn (regista e co-sceneggiatore) e Jorge Guerricachevarria (co-sceneggiatore) con i detenuti e le loro famiglie, le guardie carcerarie e gli educatori. Il film è pertanto implementato da una dose sostanziale di realtà, attraverso cui sconfina la divisione netta di genere, per approdare a un documentario di finzione. Ogni respiro del film converge in tale direzione: lo stile di regia è sporco; le riprese con la macchina a mano seguono i personaggi con ritmi veloci e incalzanti, come se davanti alla Mdp non ci fosse una situazione ricostruita in studio bensì un evento catturato nell’atto vero del suo svolgimento; il montaggio sostiene galoppante la storia e stringe i personaggi in un vortice adrenalinico di emozioni, iniettando nello svolgimento della storia le posteriori scene dell’indagine sui fatti accaduti, a sostegno di uno stile fedele alla realtà.
Vincitore di ben 8 Premi Goya, “Cella 211” è la risposta spagnola al genere carcerario di appannaggio americano, è l’esempio di come i toni noir possano mettersi a servizio di una narrazione con forti rimandi alla socialità. Il film è la riproduzione di un microcosmo reale, dove i soprusi, le violenze e la presenza di atti terroristici sono pane quotidiano. E’ soprattutto un modo per indagare la reale condizione fisica e psicologica vissuta dai detenuti nelle carceri: “Cella 211” inizia infatti con il mostrare il crudo e ragionato suicidio di un detenuto, ossessionato da violenti emicranie mai adeguatamente curate. Ma “Cella 211” è anche un film sullo sgretolarsi di una condizione felice vissuta da un uomo libero per una decisione presa al posto di un’altra, e l’annientamento di un uomo in gabbia reclamante diritti per tutti e tradito dai suoi stessi compagni. La sceneggiatura si costruisce su una struttura dove le emozioni risultano costantemente ponderate, non lasciando mai allo spettatore il tempo di riprendere fiato prima di essere catapultato in una nuova condizione emotiva. In “Cella 211” è l’antieroe-showman Malamadre, con il suo carisma, il suo personale codice di valori, il suo temperamento da giustiziere, la sua ossessione nel non poter più discernere gli amici dai nemici, a catalizzare le simpatie del pubblico, complice la vigorosa e psicologicamente ben indagata interpretazione di Luis Tosar.
Francesca Vantaggiato, da “supergacinema.it”

La storia – Juan Oliver ha appena trovato lavoro come secondino in un penitenziario di massima sicurezza. Durante una sua visita, viene colpito da un pezzo di intonaco sulla testa e viene lasciato dai colleghi nell’unica cella libera, la 211. In quello stesso istante, ha però inizio una rivolta organizzata dal carismatico detenuto Malamadre…
La fiamma di un accendino fende l’oscurità. Un uomo riscalda un oggetto contundente. Poi, lentamente ma con decisione, si provoca due tagli sugli avambracci. Il sangue gocciola nel lavandino sottostante colorando di rosso l’acqua sporca.
Nell’incipit di Celda 211 (in it. Cella 211) di Daniel Monzón è già contenuto il resto del film. Nei tetri corridoi di un carcere spagnolo si accende una rivolta. Una sommossa che inizialmente prende le sembianze di un oggetto contundente, di un’arma pronta per essere scagliata contro la giustizia corrotta e le forze dell’ordine. Ma che poi, nel corso della narrazione, si rivelerà soltanto il gesto estremo di chi non ha più niente da perdere…
Ad accompagnarci in questo cammino verso l’autodistruzione, Juan Oliver, un funzionario del servizio carcerario coinvolto, involontariamente al principio e volontariamente poi, nella rivolta.
Monzón è abile nel saper ricavare dallo spazio a sua disposizione (l’autentico ex-carcere di Zamora) inquadrature capaci di trasformare un thriller in un incubo neorealista. Un metodo di lavoro che si può riscontrare nella maggioranza dei registi spagnoli in questi ultimi anni. Quello cioè di realizzare film polizieschi, thriller e horror, non nell’artificiosità di un teatro di posa ma partendo dalle caratteristiche e dalle potenzialità offerte da un luogo reale, depositario naturale di atmosfere e inquietudini.
Assolutamente efficaci i volti di Celda 211: facce cariche di angoscia, rabbia e dolore. Tra questi spicca quella del galiziano Luis Tosar nel ruolo di Malamadre, detenuto a capo della rivolta. Monzón non lo rivela subito, dapprima ne mostra soltanto la nuca, concedendosi una citazione a The Wrestler di Aronofsky. Anche qui l’attesa vale la sorpresa. Pochi minuti dopo ecco un Tosar irriconoscibile, completamente trasformato nel fisico ma anche nella voce, autentica manifestazione della rabbia dell’eterno perdente.
Simone Saibene, da “duellanti.com”

Ed ecco qua che il cinema franco/spagnolo ci regala un nuovo intenso film, distribuito in Italia dalla Bolero Film a cui vanno i nostri complimenti sentiti per la scelta: un prison movie tratto dal romanzo omonimo di Francisco Pérez Gandul, che oltre alla tensione ci regala ritratti umani di detenuti in rivolta in un carcere. Malamadre (Luis Tosar) è il capo di questa insurrezione, che avviene proprio il giorno in cui Juan Oliver (bravissimo l’esordiente Alberto Ammann) decide di andare a visitare la prigione un giorno prima di prendere reale servizio, in modo da tastare il terreno che sarà il suo luogo di lavoro. Dei calcinacci gli cadono in testa da un soffitto decrepito, lui si ferisce e i futuri colleghi lo portano nella cella 211 (vuota perché il detenuto che la occupava si è tragicamente tolto la vita, lo vediamo nelle prime sequenze del film); la rivolta scoppia e Juan si trova solo e separato dagli altri, per salvarsi non può fare altro che fingersi un detenuto appena arrivato, fare l’infiltrato e sperare di abbracciare la dolce moglie Elena (Marta Etura). Non sarà impresa facile perché Malamadre è attento e potrebbe scoprirlo.
Film intenso, potente ma soprattutto umano, questo Cella 211 (diretto da Daniel Monzón, regista asciutto e rigoroso che il grande pubblico in Italia non conosce minimamente) si segnala per l’originalità della trama in un ambito ultra-sfruttato da tv e cinema, dato che durante il corso della pellicola avviene nell’animo di Juan un intenso cambiamento: dall’essere un casuale infiltrato non volontario incomincia a capire gli atteggiamenti e le richieste dei prigionieri, da futuro poliziotto/secondino sembra poter diventare un portavoce più ascoltato del duro Malamadre; le condizioni del carcere sono disumane, e quando vede cosa succede all’esterno e i modi in cui si reprimono le sommosse diventa un «battitore libero» (frase del film) cercando una via di scelta personale e non dovuta al proprio impiego. Tensione alle stelle in alcuni momenti, recitazione di Tosar praticamente perfetta (e doppiato anche bene da Pannofino; il resto delle voci italiane è da dimenticare), ha anche alcuni momenti di disperazione e denuncia sociale intensi: i prigionieri hanno degli ostaggi che sono non delle persone comuni o innocenti, ma dei criminali baschi dell’ETA. È grazie ad essi, minacciandone l’esecuzione, che evitano l’irruzione subitanea delle teste di cuoio; lo Stato vorrebbe entrare nei bracci della prigione persi di controllo e fare giustizia sommaria ma non può, perché altrimenti i terroristi in libertà reagirebbero con attentati nel paese.
Il film si chiude con una frase emblematica («Avete altro da chiedere?») e una dissolvenza in nero, che spiega come le persone, chiunque siano, quando sono scomode vengono lasciate a se stesse, fanno paura più che utilità, cosa che capita a Juan quando prende coscienza e non sa più dove stanno veramente il bene e il male e i contorni di chi è criminale e uomo di legge si perdono. Le scritte sulla cella 211 (scena iniziale) dicono di un dolore intenso che può essere calmato solo abbandonandosi alla perdita della vita: non c’è più speranza, senso e logica per difendere un’esistenza ormai inutile e alla deriva. Vorremmo che un essere umano non si facesse mai venire il mal di testa da impazzire per questo, e che la comunità si prodighasse per evitarlo. Di fatto sembra che la comunità di chi si ribella sia quella che difende maggiormente il singolo e non quella placida e fermamente lacustre di un’organizzazione complessiva statale. Un film esemplare, un esercizio di cinema riuscito, da consigliare senza nessun timore: perderselo sarebbe un vero peccato, anche nell’ottica del puro vederlo senza sofisticarlo di ragionamenti (sarebbe doveroso ma non è obbligatorio per tutti). Ha tensione da vendere e anima a quintali da dare.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

Il film carcerario è un’indagine non tanto sui confini estremi del male quanto sulla sua genesi: la conclusione dell’inchiesta però non sorprende quasi mai, la prigione non redime, ma corrompe. Il determinismo dunque in opere recenti quali Il profeta di Audiard e Cella 211 dello spagnolo Monzón è un tributo inevitabile al genere: entrambe le pellicole raccontano infatti l’educazione alla violenza di un quasi-adolescente. Tuttavia la prospettiva scelta è antitetica. In Audiard al centro della scena a fare da filtro al mondo di fuori stanno le palpitazioni quasi impercettibili di una coscienza individuale, singolarmente permeabile e dotata di capacità decisionale; in Monzón al contrario la radicale metamorfosi di Juan (Alberto Ammann), secondino appena assunto trovatosi per caso nel mezzo di una rivolta, è la cassa di risonanza del truce spettacolo allestito dai grigi funzionari dello Stato e dai carnefici al loro servizio, che con il procedere della vicenda irrompe con sempre maggior fragore fino a vanificare brutalmente la personalità.
In un caso si privilegia la riflessione e l’interrogativo sul dominio del male, nell’altro invece l’azione serrata, dalla quale emerge in modo netto il j’accuse nei confronti delle istituzioni. In Cella 211, l’agghiacciante sequenza d’apertura lo mostra inequivocabilmente: la prigione non è l’inferno, bensì un limbo, trasformato in camera di tortura per il gioco sadico di una società cinica, ma in grado di offrire agli onesti l’occasione di un’espiazione morale, l’unico – forse beffardo – risarcimento consentito a chi nasce già condannato alla ferinità. La complicità inaspettata fra l’innocente Juan e l’efferato assassino analfabeta Malamadre (Luis Tosar) non diventa mai amicizia, giacché le definizioni scontate in vigore all’esterno del penitenziario al suo interno non hanno senso: è piuttosto la comprensione solidale fra perdenti, ovvero la fedeltà e il rispetto di se stessi, un istante di luce prima di precipitare nell’oscurità del baratro, l’ultima illusione di un destino da esseri umani.
Augusto Leone, da “cine-zone.com”

Cella 211
di Daniel Monzòn

In prigione senza passare dal via

Due uomini al centro di una rivolta carceraria: lo spietato assassino che la capeggia e il secondino appena arrivato che vi si trova implicato. Oltre le mura della prigione ci sono affetti, giochi di potere, accordi sotto banco, mentre i margini di trattativa si fanno sempre più stretti. [sinossi]

Spagna, ultima frontiera. Pur continuando a sommare gli inevitabili alti e bassi cui tale predilezione lo espone, il cinema iberico da oltre un decennio (per non parlare dei numerosi e significativi antecedenti) testimonia la sua vitalità appoggiandosi anche a determinate pratiche di genere, in particolare il sempre fiorente filone horror. Ma non mancano certo le ibridazioni, gli esperimenti, le operazioni di adattamento ai quali generi cinematografici codificati altrove (Stati Uniti, in primis) vanno puntualmente incontro. A movimentare il panorama non vi sono soltanto il talento dissacratore di Alex de la Iglesia o gli universi tenebrosi partoriti dai vari Jaume Balagueró, Paco Plaza, Juan Antonio Bayona. In un paese che, tra memorie del franchismo ed esplosivi rigurgiti di un nazionalismo basco mai domo, sembra avere una naturale predisposizione verso rappresentazioni cinematografiche forti e sanguigne, non poteva assolutamente mancare la declinazione locale del dramma carcerario.
Quello diretto da Daniel Monzón, astro nascente del thriller spagnolo (vedi il precedente The Kovak Box), è per l’appunto un “prison movie” tostissimo, giocato su alti livelli di tensione, ma rivolto anche a esplorare le potenzialità di personaggi la cui umanità giace sotto una dura scorza; su tutti il coriaceo e monumentale Malamadre, ergastolano pronto ad uccidere in qualsiasi momento, intenzionato d’altro canto ad imporre un suo personale codice d’onore durante le fasi cruciali della rivolta da lui architettata. Ma è proprio l’ala di massima sicurezza del carcere dove si è sviluppata, improvvisa e cruenta, la ribellione, a fare da sfondo per un altro dramma: sfortunate coincidenze hanno fatto sì che il giovane Juan, guardia carceraria presentatasi in borghese per visionare il luogo in cui dall’indomani avrebbe prestato servizio, rimanesse isolato nella zona controllata dai detenuti. L’elemento trainante della sceneggiatura coincide quindi col rischio cui è esposto il protagonista. Juan, temendo ritorsioni, tenterà di confondersi con gli altri detenuti, cercando addirittura di orientare le trattative tra promotori della rivolta e autorità politico-giudiziarie. Non ci vorrà molto, però, prima che la situazione precipiti sfuggendo di mano a tutti…
L’idea di ricamare il plot intorno al punto di vista dello stesso Juan, personaggio inizialmente estraneo al gruppo dei rivoltosi ma sempre più vincolato al loro destino, oltre ad aggiungere pathos autentico al conflitto tra i prigionieri e le guardie risulterà foriera di molte altre implicazioni, inerenti ad una dimensione intima, privata, come anche alle suggestioni di natura politica proposte dal film. Quanto alla difficile e spesso brutale interazione tra i soggetti asserragliati nel carcere, vi sono scene in cui si avverte la ruvida morbosità di certi bestseller americani. Il fine ultimo della creazione di Tim Willocks, tanto per fare un esempio. Non latitano però indizi di una specificità iberica che fa capolino nel racconto attraverso le figure dei detenuti politici appartenenti all’ETA, con un surplus di tensione e di fosche emozioni posto a margine della loro vicenda, utilizzata strumentalmente dalle diverse parti in causa. Monzón guida il gioco approfittando della robustezza dell’intreccio, cui fa da contrappunto una messa in scena particolarmente cruda, realistica, livida come i toni fotografici usati in prevalenza. A un film come Celda 211 si può giusto rimproverare qualche schematismo di troppo nella costruzione dei personaggi. Eccessivamente scontato appare a tratti il richiamo emotivo esercitato dalla situazione famigliare di Juan, con la sua vita sentimentale costantemente evocata da flashback, che incidono meno rispetto al resto dell’opera. Diverso il discorso per gli attori. Specialmente tra i detenuti si fa apprezzare la galleria di volti aggressivi, decisi, scavati, alcuni dei quali non avrebbero sfigurato in una pellicola di Aldrich o di Sam Fueller. E se Luis Tosar, interpretando il carismatico Malamadre, finisce per rubare la scena un po’ a tutti, vi sono altre presenze che lasciano il segno: ad esempio il temperamento viscido e sadico del secondino Utrilla, interpretato da Antonio Resines, cui aggiungiamo volentieri l’Apache, tra i detenuti, per la prova sanguigna offerta qui come in altre occasioni (La zona di Rodrigo Plá, Perdita Durango di Alex de la Iglesia) da Carlos Bardem, fratello del più famoso Javier.
Stefano Coccia, da “cineclandestino.it”

Quando lessi per la prima volta “Cella 211” , capii subito che avrei voluto girare un film su questa storia. Il fulcro della storia, era forte e convincente e si basava su una tensione soffocante, che dava spazio a molti colpi di scena. Costruire il film ha rappresentato un’importante sfida narrativa e mi ha dato soltanto un piccolo angolo di manovra per apportare qualche modifica, ho immediatamente capito che la telecamera doveva essere di totale supporto alla storia.
La cosa davvero importante, era trovare dei volti rappresentativi.
Una volta terminato il film, ho pensato che non avrei potuto trovare attori più adatti di quelli che furono selezionati per il film; i due interpreti principali, il personale della prigione, e tutti gli altri attori si sono dedicati pienamente a questa avventura.
Nonostante il fatto che “Cella 211“ era una fiction, il primo passo per ricreare una storia che riflette la realtà della vita in prigione, era di prendere confidenza con i segreti e i fatti che non si conoscono sul mondo del carcere, un mondo così vicino e alla stesso tempo così distante.
Quando è arrivato il momento di scrivere la sceneggiatura, Jore Guerricaechevarrìa ed Io , abbiamo dovuto capire bene ciò di cui stavamo per parlare, anche per sapere fino a che punto rischiavamo di non riflettere la realtà. Nel corso di quell’anno, abbiamo preso tempo per scrivere la sceneggiatura, abbiamo parlato con i carcerati, siamo andati a trovarli e abbiamo addirittura vissuto con i carcerati e i loro parenti, con il personale, con gli educatori che vivevano totalmente l’atmosfera e la vita quotidiana della prigione.
Sorprendentemente, anche se comprensibilmente, furono tutti molto collaborativi e ci aiutarono a svelarci il loro mondo.
Quando una persona vive in un ambiente confinato, lontano dal mondo esterno, è un sollievo poter comunicare con ciò che rappresenta la realtà a loro inaccessibile..
Ci siamo resi conto che, fondamentalmente, l’ambiente chiuso della prigione riflette in un certo senso la società stessa , anche in una forma concentrata.
Come un carcerato della prigione Valdemoro ci disse “ il mondo all’interno di questi muri è identico al mondo esterno , l’unica differenza è che è in formato Mp3“ .
E probabile che si possa aggiungere, in modo quasi inconsapevole il termine “immersione” in riferimento alla nostra serie di visite in carcere ma sarebbe offensivo nei confronti di chiunque abbia passato anche una sola notte lì dentro. La nostra versione della storia stava acquisendo connotazioni allegoriche. Era una sorta di metafora.
La prima cosa che intuii a proposito dello stile del film, fu che doveva assomigliare ad un documentario. Il processo di scrittura della sceneggiatura, mi diede la conferma che questo era l’approccio giusto. La storia sarebbe diventata forte e potente, soltanto se era basata su “un’illusione di genuinità”. Doveva essere filmata con lo spirito e la determinazione che si possa vivere in un ammutinamento, in presa diretta con la telecamera a mano, immersi in un ambiente realistico; abbiamo dovuto trovare un carcere reale, con un’energia che doveva fluire in tutti noi.
Grazie all’aiuto delle autorità penitenziarie, un antico carcere che era stato chiuso per più di dodici anni, è stato messo a nostra disposizione. Il nostro team artistico passò diversi mesi a pulire e ricostruire la struttura in modo da “farla rinascere”.
Mentre percorrevamo le gallerie, i recinti, le celle ed ogni angolo della Prigione Provinciale di Zamora, la sceneggiatura si stava gradualmente adattando agli spazi fisici, come un camaleonte; la distribuzione e la sistemazione delle sbarre, delle scale, delle celle ecc. “ci dettava “ ogni inquadratura, e il potere emanato da quello spazio, sembrava quasi suggerire agli attori come dovevano essere i loro atteggiamenti, le loro pose e i loro movimenti.
A volte, sembrava come se la prigione stessa, stesse chiedendo la messa in scena, e stesse imprimendo il ritmo delle sequenze, dando indicazioni chiare sul posizionamento esatto della telecamera.
Evitai di ricorrere a idee preconcette, non contai su un asse già predefinita e rimasi lontano da ogni pianificazione rigida. Ci siamo dati la possibilità di essere condotti dall’energia del luogo e dalla presenza di un numero di persone extra che erano state in precedenza detenute in questa stessa prigione ed altri che stavano ancora scontando la condanna fuori di prigione e/o sotto custodia.
Questa esperienza – nella sua totalità – non e’ risultata difficile, claustrofobica o insopportabile bensì molto creativa e stimolante.
Più che un film di genere, “Cella 211”, è decisamente una tragedia nel senso più classico della parola. E’ la tragedia che ognuno di noi potrebbe sperimentare se dovesse confrontarsi con la situazione estrema in cui Juan Olivier si è trovato coinvolto. E’ una storia sul fato, “quello che è uno ed inesorabile”, “come voltarsi a guardare da un lato piuttosto che da un’ altro”, può cambiare la vita per sempre.
Inoltre in “Cella 211”, si racconta il sentimento dell’amicizia che lega Juan e Malamadre in condizioni e circostanze estreme ; due uomini le cui due vite non potevano essere più diverse, ma che vengono avvicinate in poche ore da un capriccio del destino e tutto questo li colpisce con la forza di un martello.
Juan scopre che il fatto di trovarsi da una parte piuttosto che dall’altra, può essere semplicemente condizionato dalle circostanze, più che da una libera scelta morale.
Scopre anche che tutto è relativo; il fatto che qualcuno abbia commesso un omicidio non è incompatibile con l’integrità o l’onestà, e che ricoprire il ruolo di ufficiale in un carcere di massima sicurezza, non è incompatibile con l’essere un figlio di cane.
Il “viaggio” di Juan è creato dalla spettatore stesso mentre guarda il film e il motivo per cui è così commovente è che ci scava dentro una ferita molto più dolorosa di altre;
una ferita che ci parla della fragilità umana, e del fatto che la vita di ognuno è appesa ad un filo.
da “mondoraro.org”

“Cella 211” è un sorprendente film spagnolo, vincitore di ben otto premi Goya (tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Non Originale) che arriva al cinema in modo dirompente, imponendosi all’attenzione come uno dei progetti più interessanti di questa stagione. Non si esagera quando si afferma che “Cella 211” è uno di quei lavori che tiene lo spettatore incollato allo schermo dalla prima all’ultima scena. Una pellicola talmente ipnotica e claustrofobica da lasciare senza fiato; pregnante nello stile e nella forma scelta. Tutta la storia poggia sul ribaltamento della realtà che subisce il protagonista, il sorprendente Alberto Ammann (Miglior Attore Esordiente), che da secondino al primo giorno di lavoro, si ritrova, suo malgrado, coinvolto nella rivolta dei carcerati portata avanti da Malamadre, interpretato da un carismatico Luis Tomar. Per sopravvivere, infatti, deve fingersi il nuovo galeotto, che occupa la Cella 211, finendo per stringere amicizia con Malamadre, diventandone l’ombra e il braccio destro. Lo stile documentaristico che usa Daniel Monzón è perfetto per rendere la cruda realtà carceraria in cui si muovono i personaggi, con la macchina da presa sottomessa totalmente ad essi. Nonostante questa scelta formale, “Cella 211” risulta estremamente raffinato con inquadrature mai retoriche o banali, affrontando al meglio tematiche estremamente delicate: si passa dall’ETA, alla condizione precaria dei reclusi, nei cui cuori prevalgono sentimenti d’angoscia, di rabbia, di dolore e solitudine. Sono decenni che da Hollywood e dalle serie tv americane giungono opere che hanno il carcere come luogo d’azione ed era facile cadere in tentazione, sfruttando gli abusati clichè cinematografici. Monzón però rielabora il gioco a suo piacimento, dimostrando grande maestria registica, non rinunciando alla vivacità e complessità che si addice a quello che a tutti gli effetti può essere considerato e annoverato tra i buoni film d’autore. Partendo da un’ottima sceneggiatura, Monzón riesce a trasmettere empatia anche con i personaggi più abominevoli, incarnati da un cast davvero ineccepibile. Una pellicola in cui si confondono buoni (i poliziotti) e cattivi (i carcerati) e lo spettatore, spiazzato, non sa più da che parte stare. Da vedere, rivedere e consigliare a tutti!
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

Juan Oliver ha appena trovato lavoro come secondino in un penitenziario di massima sicurezza.
Prima ancora di prendere servizio, durante il giro di perlustrazione con altri secondini, viene ferito alla testa da un pezzo di intonaco. I colleghi lo collocano momentaneamente nella cella 211.
Nel frattempo esplode una rivolta e Juan, per evitare la morte, non può fare altro che fingersi un carcerato.

Che cos’è che fa di un uomo un criminale?
Non è facile dare una risposta, ma di sicuro mettere in discussione l’intero apparato di pensiero che vuole i criminali geneticamente diversi dalle persone cosiddette normali è un primo passo.
Juan non ha nulla che lascia presagire derive sociopatiche o semplici simpatie in quel senso.
E’ un uomo comune, addirittura un futuro secondino, il cui unico problema è quello di essersi trovato dalla parte sbagliata dei cancelli allo scatenarsi di una rivolta.
Malamadre è il capo di una delle più grosse fazioni interne e lo prende sotto la sua ala protettrice.
Ma la scena di un funzionario che usa il manganello senza pietà sul corpo inerte di sua moglie incinta al sesto mese, durante la repressione in atto ai cancelli del carcere, rende Juan particolarmente sensibile alle tematiche in gioco.
Sommerso di premi ai recenti Goya questo Cella 211 riapre un dibattito mai sopito sulle reali differenze tra i malavitosi e la gente comune. In quali circostanze bisogna trovarsi per capire davvero chi decide di compiere un’azione criminosa?

Naturalmente non tutte le persone messe alle strette dalle circostanze sceglieranno di agire in senso contrario alla morale comune o, peggio contro la legge. Ma di sicuro una buona percentuale di questi capirà le motivazioni di quelli che lo fanno. Capire le motivazioni è certo il primo passo di un’eventuale azione di prevenzione o almeno di arginamento delle pericolose derive sociali cui assistiamo di questi tempi sempre più spesso, per la maggior parte delle volte attraverso lo schermo di un televisore. Ma la rinnovata consapevolezza che in situazioni disperate le persone tendono a compiere azioni folli è una delle acquisizioni con cui lo spettatore lascerà la sala.
La tensione emotiva cui sono sottoposti i carcerati è immediatamente visibile già dai primi fotogrammi, e Monzón sceglie di accentuare questo concetto dando direttamente voce ai singoli personaggi. Juan si trova coinvolto senza poter fare nulla nei tribali riti di accettazione e nelle brutali dimostrazioni di forza tra gli uomini reclusi. Mentre tutto il mondo fuori ignora ciò che sta accadendo, all’interno delle mura la situazione precipita.
La repressione a opera di alcuni secondini, per fortuna non tutti, ha comunque generato una situazione talmente esplosiva da rendere impossibile governare la rivolta. I negoziati e le piccole vendette finiranno per complicare irreversibilmente la vicenda e alla fine nessuno avrà ottenuto nulla di quel che sperava e per cui aveva messo in gioco la propria vita.
Persino il capo, Malamadre non riuscirà davvero a tenere il timone fino alla fine, le forze in gioco sono troppe e troppe sono le variabili, e l’imprevedibile è sempre in agguato. In questo caso si tratta di immagini rubate da un telefonino. Immagini impietose di un funzionario che esagera nel compimento del suo dovere.
Ma basteranno a rendere sfocate le idee e impulsive le reazioni.
Basteranno a condannare una persona comune all’inferno dei criminali.

Monzón usa la cinepresa come un bisturi e con quella entra all’interno del carcere e del cuore dei suoi personaggi.
Nulla sfugge al suo occhio e lo spettatore avrà modo di guardare bene dentro l’abisso che solitamente crediamo abiti soltanto l’animo dei criminali. Ma la verità è che la medaglia ha sempre due facce e le persone tendono a dimenticare che quello che si sceglie di rimuovere non solo non cessa la propria esistenza, ma spesso accresce la sua forza.
La regia pulita e senza grosse sottolineature accompagna lo sperduto Juan insieme con lo spettatore nell’inferno di chi non ha davvero nulla da perdere. E la recitazione dapprima misurata e poi, a mano a mano, più enfatica del bravissimo Alberto Ammann illustra senza bisogno di eccessi quello che può capitare a chi perde la speranza.
Mentre la fotografia impietosa e le immagini via via più crude non lasciano nessuna illusione sul destino che aspetta chi ha perso ogni riferimento e per questo non potrà mai più tornare indietro.
Anna Maria Pelella, da “cinemalia.it”

“Può crollare il mondo, tu non uscirai vivo da qui”
Juan Oliver (Alberto Ammann) è appena stato assunto come secondino nel carcere di Zamora. Durante un sopralluogo nel braccio più pericoloso della prigione, scoppia una rivolta, guidata dal carismatico Malamadre (Luis Tosar). Rimasto svenuto e abbandonato nella cella 211, vuota al momento del disordine, Juan riesce a fingersi un carcerato nuovo e a entrare nelle grazie di Malamadre, comprendendo i motivi per cui sono in rivolta ma cercando anche una possibile via di fuga…

Si fa quel che si può
Tratto dal romanzo omonimo di Francisco Pérez Gandul, Cella 211 è stato capace di vincere (con pieno merito) otto premi Goya, i più importanti riconoscimenti a livello cinematografico in Spagna, tra cui Miglior Film, Miglior Regia per Daniel Monzón (nessuno dei precedenti, El corazon del guerrero e The Kovak Box, è arrivato in Italia) e Miglior Sceneggiatura per Jorge Guerricaechevarria (già autore per Almodovar in Carne tremula).
Monzón azzarda con successo qualche scelta registica estrema, ad esempio l’inquadratura fissa sulla nuca (marchio stilistico di un altro grande regista come Gus Van Sant) e la testa rasata di Malamadre, quasi fossimo noi stessi spettatori chiamati a impersonare il detenuto e a vivere attraverso i suoi occhi e il suo sguardo i momenti più importanti del film. Così come l’utilizzo dei flashback per il personaggio di Oliver, quasi a idealizzare quei momenti di vita con la moglie rimasti inevitabilmente fuori dalle mura del carcere e a cui aggrapparsi tenacemente per provare a uscire indenne da quella situazione disperata.
Molte le differenze con gli altri film a tematica carceraria di recente produzione: Il profeta di Audiard proponeva una visione molto più definitiva, senza speranza, in cui il mondo dell’istituzione “carcere” diventava il mezzo di devianza assoluto; The Escapist di Wyatt era molto più vicino a Le ali della libertà, per come raccontava i rapporti tra i detenuti e per come riusciva a realizzare la tensione alla libertà che ogni prigioniero in qualunque forma (che si tratti di carcere, di segregazione, di esilio) trova dentro di sé; in Hunger di McQueen, invece, il carcere era il mezzo per cui esprimere la propria lotta, attraverso lo sciopero della fame e delle docce, contro le ideologie errate e contro un qualunquismo generalizzato che aveva portato Bobby Sands, un militante dell’IRA, a morire di fame nella propria cella. Cella 211 è prima di tutto una sceneggiatura pregevole, costruita su dialoghi mai vuoti e su una composizione delle scene, compresi i reiterati flashback, vicina alla perfezione. L’intreccio porta a un costante crescendo emotivo, prima ancora che di tensione, per la sorte del protagonista e, dopo averlo presentato allo spettatore e averlo portato tra le sue simpatie, per quella di Malamadre. C’è un punto, nel film, in cui i due personaggi diventano inscindibili e potrebbero essere l’uno e l’altro indifferentemente, al di là di ciò che li aspetterebbe fuori (una moglie incinta per Juan, un cugino nemmeno tanto a posto con la testa per l’altro), oltrepassando ogni possibile connotazione negativa attribuibile a Malamadre o positiva nel caso di Oliver: è proprio in quel momento che comincia l’inversione e lo scambio dei ruoli tra i due personaggi. Mentre, infatti, il riflessivo e positivo Juan Oliver prende coscienza della situazione reale dei carcerati, delle ingiustizie che sono costretti a subire e inizia lentamente ad accostarsi alla causa di coloro che fino a quel mattino avrebbe dovuto solo controllare in veste di secondino, e diventa sempre più impulsivo nei suoi comportamenti, il personaggio di Malamadre, invece, subisce un processo inverso di miglioramento, risultando quasi pietoso (nel senso di ispiratore di comprensione da parte dello spettatore) nella sua protesta e nelle sue richieste, talmente ragionevoli da far immediatamente schierare anche il pubblico dalla sua parte, e fungendo quasi da padre o fratello per la discesa negli abissi di Oliver. Un rapporto, il loro, giocato sulla tensione fin dall’inizio, nonché fondato sull’importanza della gerarchia (Malamadre sopra a tutti) e su un codice non scritto che i carcerati hanno nel sangue: il rispetto.
Bravissimi gli attori, tutti volti noti del panorama spagnolo, da Luis Tosar (Ti do i miei occhi, Nessuna notizia da Dio) nel difficile ruolo di Malamadre, a Marta Etura (Le 13 rose), la splendida Helena moglie di Juan; fa eccezione il protagonista: Alberto Ammann, nei panni di Juan Oliver, è un esordiente e, viste le capacità attoriali dimostrate, si può di certo affermare che non sarà la sua ultima interpretazione.
Una profonda riflessione sull’inefficacia di una struttura detentiva come il carcere, che non incentiva né alla vita (emblematico il suicidio nel silenzio più totale della sequenza iniziale) né tantomeno al ritorno produttivo nella società: allora tanto vale combattere per i propri ideali di giustizia interna, per rendere la (non) vita all’interno delle carceri più accettabile e dignitosa. Consigliato.
Davide Beretta, da “spaziofilm.it”

Non penso che ci voglia un genio per notare la grande rinascita cinematografica che la Spagna si è costruita negli ultimi anni in ambito horror (basti pensare ai fortunati casi di “[Rec]”, “The orphanage” o della mini-serie Peliculas para no dormir). Ora però, a quanto pare, questo discorso inizia a valere anche al di là dell’horror, perché le buone produzioni iberiche cominciano a spuntare e a distinguersi anche in altri generi, tra cui pure l’azione e il thriller.
In queste due categorie può essere incluso l’ottimo “Cella 211” di Daniel Monzon (già autore del mediocre “The Kovak box”), prison-movie di spessore tratto dal romanzo di Francisco Perez Gandul, vincitore di 8 premi Goya (le nomination erano 16!). La storia è quella di Juan Oliver (Alberto Ammann), giovane che vive una vita felice insieme alla sua Elena (Marta Etura), incinta di 6 mesi, e che domani inizierà a lavorare come secondino in un carcere di massima sicurezza. Già oggi però ha deciso di presentarsi sul posto, per dimostrare il suo interessamento al lavoro e la sua intraprendenza nel voler apprendere le basi in anticipo. Il caso vuole però che proprio oggi i detenuti inizino una violenta rivolta capeggiata dal carismatico Malamadre (Luis Tosar) e, come se non bastasse, per sfortuna, Juan si trova confinato proprio insieme ai carcerati più pericolosi. Isolato da tutte le guardie e dalle aree sicure, per sopravvivere Juan dovrà fingere di essere anch’egli un prigioniero.
La pellicola di Monzon è un film che, nonostante alcune invadenti esagerazioni narrative ed un finale forse un po’ troppo sbrigativo, colpisce in maniera grandiosa lo spettatore grazie alla sua capacità di far incontrare adrenalina e significati, suspense e analisi, thriller e rimandi tematici. In primis l’autore che sicuramente viene riportato alla mente per lo stile esasperato e per la trama di infiltrati, doppigiochi ed orecchie tagliate, è Quentin Tarantino, il cui pulp – come sappiamo – deve però molto allo scrittore Edward Bunker. E pure proprio Bunker viene richiamato forse non abbondantemente, ma comunque spesso in “Cella 211”, più che altro proprio per tutti quei rimandi violenti che concedono anche approfondimenti sociali, politici e psicologici che, adattati al contesto spagnolo, possono andare dall’organizzazione delle carceri al terrorismo dell’ETA, passando per la semplice natura umana e le sue reazioni quando un soggetto ordinario si trova calato in situazioni straordinarie.
E se l’esordiente Alberto Ammann convince solamente a tratti nella sua trasposizione del personaggio di Juan, è decisamente superba la performance di Luis Tosar (forse qualcuno lo ricorderà nel “Miami vice” di Michael Mann) nei panni di Malamadre, interpretazione grazie alla quale l’attore ha vinto il suo terzo Goya, dopo quelli per “I lunedì al sole” e “Ti do i miei occhi”. Nel cast c’è anche Carlos Bardem, fratello maggiore del ben più noto Javier.
Chiudo facendo notare che il distributore italiano di “Cella 211” è la Bolero Film, casa che non per la prima volta dimostra il suo ottimo fiuto per gioiellini poco conosciuti ma che vale assolutamente la pena recuperare (era stata lei l’anno scorso a far uscire in Italia lo svedese “Lasciami entrare” di Tomas Alfredson).
Maurizio Macchi, da “pellicolascaduta.it”

È pungente.
Come l’odore acre della sconfitta.
Come l’inerme sensazione di affogare, inesorabilmente.
Tranquilli. Sotto i piedi c’è la terra. Nell’aria non si affoga. Si può al massimo soffocare, annaspando gli ultimi singulti di una inutile risolutezza.
Gli bastano cinque minuti di pellicola, al povero Juan, per entrare nell’inferno senza scampo. Lui che è così bellino, pulito e giovane. Ed è un funzionario del carcere al suo primo giorno. Veramente, a essere precisi, il suo primo giorno sarebbe domani, ma l’eccessivo zelo e la voglia di farsi ben volere dai colleghi secondini è più forte di lui. Così si presenta oggi al carcere, in borghese, come un visitatore qualsiasi. Lascia a casa la moglie, bellissima, a cullare il pancione che da sei mesi gli sta regalando la felicità di un futuro figlio.
Lascia tutto a casa. Senza sapere che, così, potrebbe non rivedere mai più nulla.
Inizia in questo modo “Cella 211”. Senza mezzi termini o inutili escamotage filmici, perché non c’è da girare attorno alle parole, ai fatti. In meno di dieci minuti il luogo, angusto e pallido, diroccato e apparentemente deserto (le prime inquadrature si svolgono lungo il braccio dell’isolamento) si trasforma in una zona di guerra. Si scatena la rivolta. Programmata.
Tutto, all’interno di un carcere, è programmato. I detenuti hanno tempo, possono studiare. Non i libri, certo. Solo qualcuno lo fa, quello.
Gli ergastolani sono forti, palestra quotidiana, sport collettivo nelle ore d’aria. Poi c’è la rabbia. Quella forza intima che gli sale dal sangue. Il quale ama solo ed esclusivamente se stesso. Sangue chiama sangue.
I secondini invece sono padri di famiglia, sono funzionari. Siedono la maggior parte del tempo, parlano e giocano a carte nei turni di riposo. Bevono.
C’è un divario. Un abisso. Il manganello è il primo a sprofondare nel baratro della paura, quando la distanza si assottiglia e ti ritrovi alla stessa altezza dei detenuti. Scendi nell’inferno e vedi come si sta. Non fa caldo. Figuriamoci. Fa freddo. Fa tremare. Come il brivido che ti corre lungo la schiena se hai un coltello puntato sulla pelle nuda.
C’è solo un modo, per un povero sfigato (nel senso di individuo molto poco fortunato) come Juan. Un solo modo per cercare di salvare la pelle: fingersi un detenuto. Poco credibile? No. La chiave di lettura è ben più disarmante. Gli riesce così bene (e nessuno se ne accorge) perché, in fondo, nell’intimo è esattamente come loro.
Un essere umano.
Che di per sé è violento e brutale.
Ma la storia non finisce qua. L’idea, questa di cui sopra, è solo la punta dell’iceberg di una visione molto più ampia (quella di Monzón, che ha azzeccato un film incredibile modificando non poco il buon romanzo “Celda 211”). Visione, questa, che è irrimediabilmente legata alla congiuntura, all’oggi, al dramma dei dissensi da strada figli di una crisi non solo economica ma anche morale, al peso politico che ha avuto, e continua ad avere (non solo in Spagna), la “condizione dei carcerati”. E poi, trattandosi di un film profondamente spagnolo, in tutto se stesso trasuda quella vergogna, quella rinnovata furia all’indirizzo di certe prese di posizione del Gobierno nei confronti degli etarras.
Siamo lontani dall’algida e disarmante crudeltà dei romanzi di Bunker, o dalla trasognata poetica dei film di Darabont – che a loro volta si allontanavano per sguardo personale dai mostri sacri del cinema carcerario made in Usa. Per certi versi non è neppure accomunabile al bellissimo “Il profeta”, altro film che sconvolge le regole del genere in questo 2010 cinematograficamente già molto prolifico. “Cella 211” è diverso e lontano perché assolutamente scollegato da un tipo preciso di plot e genere. Anche da un punto di vista comunicativo, si tratta di un’opera che ha molto da dire proprio a livello di “(de)formazione”. Violenta, esasperata. Figlia del nostro – purtroppo – male di vivere.
Veloce, intenso, drammaticamente privo di qualsivoglia romanticismo, interpretato magistralmente (Tosar è devastante) e girato – in quel digitale un po’ sgranato e fluido da filmato del telegiornale della sera – con talento invidiabile.
Insomma, un film straordinariamente perfetto.
Massimo Versolatto, da “ondacinema.it”

Cella 211
Il cinema spagnolo sta vivendo una stagione incredibilmente buona.
Presentato nella sezione più interessante della sessantaseiesima mostra del cinema di Venezia, quella dedicata alle Giornate degli autori, Celda 211 è a sorpresa una delle rivelazioni di questo festival.
Una guardia carceraria, al primo giorno di lavoro, rimane tramortita a causa di un piccolo incidente: del calcinaccio è ceduto dal tetto colpendolo in testa. Quando si risveglia, scopre di essere caduto in un vero e proprio incubo: l’intero carcere è stato occupato dai prigionieri. Rimanere vivo in quel covo di criminali non sarà facile…
Tesissimo dramma carcerario come pochi se ne sono visti nella storia del Cinema. Il regista e sceneggiatore Daniel Monzon fa centro confezionando una pellicola emozionante e struggente. Epica e spietata. Grazie a una sceneggiatura che non ha punti deboli, in cui i personaggi si vanno delineando in modo sempre più completo e profondo.
In questo balletto di intenti tra i vari caratteri, le guardie e i prigionieri si scontrano a muso duro fino a scambiarsi i ruoli.
Scompare la distinzione tra buoni e cattivi, quindi, bene e male, e il film diventa un bellissimo affresco di umanità. Ma non solo: Celda 211 dimostra abilità anche nel trattare tematiche politiche di spessore, come la libertà di stampa e le situazioni nelle carceri.
Ottimi gli interpreti, inoltre, con Luis Tosar alla sua prima volta sul grande schermo che lascia basiti; un cattivo, Alberto Ammann, fisicamente molto simile a Colin Farrell; e un pantheon di attori e attrici raramente così affiatati e convincenti. Un film completo.
Bellissimo il finale che lascia senza parole. E come per Rec, aspettiamoci presto un remake americano.
La frase: “Promettimi che quando nascerà il bambino tra noi non cambierà niente. Che scoperemo come prima”.
Diego Altobelli, da “filmup.leonardo.it”

Esiste un carcere dove la sera le celle non vengono chiuse tutte alla stessa ora, i detenuti non indossano una divisa blu o arancione, i novellini non subiscono necessariamente violenza sessuale e le diverse etnie non sono sempre in lotta. E’ il carcere in cui Daniel Monzon ha deciso di ambientare Cella 211, film vincitore di 8 premi Goya che si distacca prepotentemente dai tanti prison-movie che da oltre 40 anni si succedono sugli schermi internazionali.
L’esigenza primaria che sottende il film è infatti il realismo: abbandonare qualsiasi cliché per mostrare con brutale sincerità cosa significhi guardare il mondo da dietro le sbarre e non ricevere le giuste e tempestive cure quando ci sia ammala. E’ una denuncia evidente, che però non diventa mai fastidiosa né urlata, nè tantomerno retorica, perchè il regista sceglie uno stile per nulla ampolloso. La sua macchina da presa filma cortili e corridoi come in un documentario, anche se Cella 211 è tutto fuorchè un documentario, un reportage, e non solo perchè a ispirarlo è stato un romanzo. No, il film è un’opera di finzione perfettamente riuscita perchè si affida a una trovata narrativa efficace: l’idea di un secondino che si ritrova coinvolto in una rivolta organizzata dai detenuti e per aver salva la vita è costretto a fingersi uno di loro. E’ una premessa accattivante, che induce nel pubblico l’immediata identificazione col disgraziato personaggio. Come succedeva nei buoni vecchi thriller di Hitchcock, lo spettatore divide un segreto con il protagonista e sviluppa perciò nei suoi confronti una specie di istinto materno.
Daniel Monzon e lo sceneggiatore Jorge Guerricaechevarría conoscono benissimo questa regola non scritta, e da buoni cineasti spagnoli hanno padroneggiato perfettamente un genere che è in grado di scavare fra le pieghe malate della nostra società senza mai dimenticare l’entertainment. Il loro emozionante spettacolo non prevede solo la trasformazione-involuzione della guardia carceraria, ma anche la promozione a eroe del capo-rivolta Malamadre e la descrizione della profonda amicizia che nasce fra questi due personaggi. E’ possibile che un secondino e un feroce criminale diventino quasi fratelli? – si domanderà qualcuno. Certamente, sembra rispondere Cella 211, perché nessun individuo è destinato a priori a stare dalla parte del torto o della ragione. Le nostre azioni non sono frutto di una scelta morale, ma del caso, che tutto governa infischiandosene della giustizia e della meritocrazia. E’ un assunto poco consolatorio, al quale siamo liberi di credere o non credere. L’importante è che, ogni tanto, un buon film ci ricordi che l’imprevisto è dietro l’angolo e che le nostre confortanti esistenze possono improvvisamente diventare straordinarie.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

“Forse si mettono a un uomo i ferri ai piedi solo perché non fugga o ciò gli impedisca di correre? Niente affatto. I ferri non sono altro che un ludibrio, una vergogna e un peso, fisico e morale. Così almeno si presuppone. Essi non potranno mai ad alcuno impedire di fuggire.

Il più inesperto, il meno abile dei detenuti saprà ben presto, senza gran fatica, segarli o farne saltare la ribaditura con un sasso.” Così Dostoevskij, in Memorie da una casa di morti e nell’incipit di questa recensione. In Cella 211, in cui si parla proprio di detenuti che riescono a fare saltare i propri ferri, tutto inizia però con una ferita, quella di un detenuto che si taglia le vene e tutto prosegue con un buon livello di tensione emotiva. Il regista stesso Daniel Monzòn (El corazon del guerriero, El robo mas grande jamàs contado, La caja Kovak) ha parlato di ferite a proposito del film, ferita che scava dentro e fa male come poche perché “spiega la nostra fragilità e parla di come la vita di ognuno di noi sia appesa ad un filo.” Questa ferita è la storia di Juan Olivier, che dovrebbe iniziare il suo lavoro come secondino per un carcere di massima sicurezza. Dovrebbe, perché un frammento di intonaco del braccio più turbolento del carcere gli cade addosso e lo colpisce alla testa. Le guardie lo distendono temporaneamente nella cella 211, quella del detenuto morto suicida, ma non hanno il tempo di rianimarlo che i detenuti più pericolosi, guidati dal loro leader Malamadre, scatenano una rivolta e assumono il pieno controllo del carcere. Una volta rinvenuto, Juan non avrà altra scelta che fingersi detenuto a propria volta, tentando così di salvarsi, ma il gioco si rivelerà estremamente pericoloso…
Cella 211 uscirà nelle sale italiane il 16 aprile, distribuito dalla Bolero film. Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia nelle giornate degli autori e ha vinto 8 premi Goya nel suo paese d’origine, tra cui quello per Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore. Il film è tratto dal romanzo di Francisco Pèrez Gandul, che ha affascinato molto affascinato il regista con la sua tensione e i suoi colpi di scena nonché per la descrizione di un universo realistico e di grande umanità.
Per filmare questo universo, la mdp (non è mai superfluo ricordare che si tratta di una digitale) si mette a servizio dei personaggi, priva di tecnicismi lambiccati e artifici stilistici, adottando uno stile di ripresa che alterna la macchina a mano a inquadrature fisse, intensissimo ed essenziale, ma sicuramente non povero di spettacolarità, per quanto il modello registico di Monzòn fosse, a suo dire, il documentario. Del resto, il regista ha all’attivo dei film particolarmente dinamici, forti di azioni spettacolari.
C’è una parte della critica che si sente chiamata a storcere pressoché aprioristicamente il naso dinanzi a quelle opere europee che peccano nell’avere un sapore simile ai blockbuster USA (e getta). In effetti il film appartiene a un genere largamente sperimentato dall’industria hollywoodiana, quello carcerario, e c’è da dire che spesso gioca a infilare scene madri –pestaggi, morti, e il rapporto tra Juan e Malamadre- una dietro l’altra (perdonabili, comunque, perché almeno non stupidamente gratuite), ma sarebbe un errore, bollarlo negativamente solo perché in parte riconducibile a una cinematografia hollywoodiana ad alto tasso spettacolare. Del resto, perché vergognarsi di essere spettacolari (o competitivi sul mercato che è dominato dagli USA), se si riesce a fare comunque un film valido? Perché Cella 211 non è un capolavoro ma è un film interessante e teso narrativamente. Interessante, anche per come mostra luci e ombre degli esseri umani (di nuovo Dostoevskij, che certo Monzòn non ha scomodato) a contrasti forti come nella fotografia del folgorante incipit, contrasti che sono tanto dei detenuti quanto dei secondini e politicanti impegnati nelle trattative coi carcerati, tutti un po’ doppiogiochisti, chi più chi meno. Si può lamentare, in effetti, il fatto che questo film non sia sceso tanto nel profondo lì dove poteva insistere di più, cioè proprio sui rapporti tra i personaggi, che sembrano a tratti ovvi e non compiutamente sviluppati e lasciati a un clichè di amicizia virile. Ma più che lamentare quello che a un film manca, e prima di rimpiangere altri grandi oggi dimenticati che si sono cimentati con il film carcerario senza essere americani né europei (Yilmaz Guney: chissà come e che film girerebbe oggi e se fosse accusato di essere anche lui vittima dello stereotipo carcerario hollywodiano), è bene dire di quanto invece offre.
Se condividiamo le parole di Samuel Fuller nel godardiano Pierrot le fou, secondo cui un film è un campo di battaglia con amore odio violenza morte, in una parola “emozione”, ecco che siamo confermati nella nostra prima impressione a proposito di questo film. È una ferita. Ed emoziona!
da “cine-filos.com”

Arriva in Italia per Bolero Film la pellicola di Daniel Monzon vincitrice di 8 premi Goya, tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore (Luis Tosar). “Cella 211″, sugli schermi italiani dal 16 aprile, è la storia del giovane Juan Olivier, al suo primo incarico come secondino in un carcere di massima sicurezza, il quale si presenta al lavoro con un giorno d’anticipo sul primo turno di guardia. Mentre visita il braccio che rinchiude i detenuti più pericolosi, un frammento di intonaco cade da una parete in ristrutturazione e lo colpisce alla testa. Nel tentativo di rianimarlo, le guardie lo distendono temporaneamente sulla brandina di una cella al momento vuota: la cella 211.
la locandina del film
Ma non hanno il tempo di aspettare che Juan si riprenda: il carismatico Malamadre (Tosar), leader indiscusso dei detenuti più pericolosi, è riuscito ad assumere il controllo del braccio e a scatenare una vera e propria rivolta. Alle guardie non resta che togliersi da lì al più presto e mettersi in salvo, abbandonando così l’ignaro Juan al proprio destino in mezzo ai rivoltosi…
Una storia decisamente particolare, incensata dalla critica che il regista racconta così: “Quando mi capitò tra le mani il romanzo ‘Celda 211′ (di Francisco Pérez Gandul, NdR), lo lessi tutto d’un fiato e capii immediatamente che avrei voluto portare la storia sul grande schermo. Già l’inizio del racconto era impressionante: introduceva un universo potente, realistico e di grande umanità, e per tutto l’arco narrativo la vicenda si sviluppava mantenendo una tensione a dir poco soffocante, con alcuni colpi di scena memorabili. Pensandolo in termini cinematografici, rappresentava per me una sfida narrativa di alto livello; ero consapevole che mi avrebbe lasciato poco spazio per poter fare altro se non spogliare la messa in scena di qualunque artificio stilistico e mettere la macchina da presa totalmente al servizio dei personaggi.”
“Perciò era necessario trovare un gruppo di attori che fossero ineccepibili per quei ruoli – spiega il regista, che ha esordito dieci anni fa con “El corazon del guerrero” – Ora, a film finito, mi è difficile immaginare un cast più solido e appropriato di quello che alla fine abbiamo scelto. Tutti, dai due protagonisti principali, alla gang dei detenuti, al gruppo delle guardie, a ognuna delle comparse, si sono lasciati coinvolgere anima e corpo in questa avventura. Per quanto ‘Celda 211′ fosse un romanzo di finzione, il primo passo per poter ricostruire una storia ambientata in modo realistico in un carcere, era quello
di conoscere ciò che si nascondeva in questo mondo, così vicino a tutti noi e al tempo stesso così distante. Al momento di scrivere la sceneggiatura, Jorge Guerricaechevarria e io dovevamo essere consapevoli di ciò che raccontavamo, anche per sapere fino a che punto potevamo eventualmente spingerci nel dire cose non verosimili. Durante tutto l’anno in cui eravamo
impegnati con la scrittura, abbiamo cercato di trascorrere quanto più tempo possibile con tutti coloro la cui vita quotidiana fosse strettamente associata a quella del carcere, e abbiamo dunque parlato con i detenuti, le loro famiglie, le guardie carcerarie, gli educatori, cercando di incontrarli in più occasioni e con frequenza.”
Un’esperienza singolare che ha sorpreso regista e scenggiatore: “Tutti ci hanno svelato il loro mondo, dimostrando una sorprendente, per quanto comprensibile, ospitalità. Quando uno si abitua a vivere tra quattro pareti, lontano dal mondo, comunicare con l’esterno può diventare infatti quasi un sollievo… Alla fine ci siamo resi conto di come l’ambiente chiuso della prigione non sia che un riflesso della stessa società che lo genera, per quanto in forma concentrata. Come ci disse un carcerato nella prigione di Valdemoro il mondo qui dentro è esattamente identico al mondo esterno, l’unica differenza è che è in formato Mp3.”
“Così, quasi senza aspettarcelo, grazie a questa serie di visite in carcere – parlare di full immersion mi sembra offensivo nei confronti di chi ha passato anche una sola notte lì dentro – la nostra versione della storia stava diventando man mano quasi una sorta di parabola. La mia prima idea in merito allo stile del film era che dovesse avvicinarsi a uno stile documentaristico. Durante lo sviluppo della sceneggiatura questa mia intenzione si è rafforzata ulteriormente. Questa storia avrebbe potuto scatenare una forza dirompente solo se fossimo riusciti a ricreare nel contesto una parvenza di autenticità. Doveva essere filmata con la prontezza e la determinazione che si riscontrano in una vera rivolta, con la camera a mano e in un luogo che fosse credibile. Dovevamo trovare una vera prigione la cui energia potesse scorrere dentro tutti noi, nelle nostre viscere. Grazie all’aiuto delle autorità penitenziarie, siamo riusciti ad avere a nostra disposizione un vecchio carcere chiuso da dodici anni che la nostra équipe artistica è riuscita a riportare in vita con un lavoro di ripulitura e ristrutturazione durato mesi.”
“Camminando attraverso i corridoi, i cortili, le celle, ogni angolo del carcere provinciale di Zamora, la sceneggiatura è andata via via adattandosi agli spazi, come una sorta di camaleonte.” Monzòn spiega così come è stata la lavorazione dal punto di vista tecnico, alla luce dello script e della location. “Era come se la disposizione delle sbarre, delle scale, dei muri, delle celle, ci dettassero ogni inquadratura e il potere che quello spazio emanava sembrava quasi che indicasse agli attori gli atteggiamenti e i movimenti da adottare. A volte sembrava che fosse proprio il carcere ad esigere quella messa in scena, riscriveva il ritmo delle sequenze, indicava con voce chiara ogni posizionamento di macchina da presa… ho evitato di ricorrere a idee prestabilite, non mi sono affidato a uno storyboard e sono rimasto lontano da una pianificazione rigida. Tutti ci siamo lasciati trascinare dall’energia del luogo e dalla presenza di alcune comparse che, proprio come richiedeva il film, erano o ex detenuti di quello stesso carcere oppure, in altri casi, detenuti che stavano ancora scontando la pena e si trovavano in custodia cautelare. Ma non si è trattato di un esperienza dura, claustrofobica o da toglierti il respiro, al contrario: è stato un momento creativo e stimolante.”
Un prison movie con tutti i crismi dunque? “Più che una pellicola di genere, Celda 211 è una tragedia a pieno titolo e nel senso più classico del termine. La tragedia che ognuno di noi potrebbe vivere in una situazione estrema come quella in cui viene a ritrovarsi Juan Oliver. Una storia basata sul fatum, su ciò che è inesorabile, sul fatto che svoltare un angolo al posto di un altro potrebbe modificare la tua vita per sempre. Ma il cuore di questa Celda 211 è il rapporto di amicizia, in condizioni e circostanze estreme, tra Juan e Malamadre, due uomini le cui esistenze non potrebbero essere più distanti, ma che un destino beffardo ha reso vicine nel giro di poche ore. E che lo stesso destino beffardo ha colpito con la forza di un uragano. Juan si rende conto che stare da una parte o dall’altra non è tanto una scelta morale, quanto una mera congiuntura di circostanze. E che tutto è relativo, il fatto di aver ucciso qualcuno non è incompatibile con l’essere integri e comportarsi come un guardiano della legge non è incompatibile con l’essere un bastardo. Il viaggio di Juan lo compie anche lo spettatore. E il motivo per cui lo commuove profondamente è che gli scava dentro una ferita che fa male come poche, una ferita che spiega la nostra fragilità e ci parla di come la vita di ognuno di noi sia appesa ad un filo”.
da “megamodo.com”

Juan, una giovane guardia carceraria, si ritrova, ancor prima di aver preso servizio, coinvolto in una sanguinosa rivolta nel braccio più violento del carcere. Giocando d’astuzia, riesce a farsi passare per un nuovo detenuto e a conquistare la fiducia del gruppo di rivoltosi. L’insurrezione, però, avrà serie conseguenze anche al di fuori dal carcere, dove Juan è atteso dalla moglie incinta.
Cella 211 è un film dall’impatto visivo violento ed efficace che cerca di giocare sull’effetto che alcune situazioni estreme sono in grado suscitare sullo spettatore. Grazie a una costante tensione, derivata in gran parte dall’aver a cuore le sorti della povera guardia, vittima innocente al principio e carnefice poi, non si ha mai l’impressione che il tono e il ritmo vadano calando.
Se da un lato, però, il film convince nella carica energica e visiva, dall’altro ne paga le conseguenze concentrandosi su un’eccessiva estremizzazione delle situazioni, che hanno un che di fortemente costruito a tavolino, mai naturale. Non è la prima volta che una rivolta carceraria passa sullo schermo – senza contare le numerose serie tv – e nella rappresentazione di Daniel Monzón, qui alla sua quarta opera, non si riscontra nulla di veramente nuovo, se non una lieve introflessione negli aspetti politici del sistema carcerario.
Eppure, nonostante una forzatura nel voler caratterizzare, il tutto funziona grazie una sontuosa amalgama tra le tematiche in ballo, tra una ricerca trattenuta nell’essere politicamente aggressivi e un’involuzione nel melodramma, come il difficile rapporto che si viene a ccella-211creare tra la guardia e il capo della rivolta, Malamadre. È proprio questo rapporto a divenire il punto centrale, alternando una sorta di amicizia ad un’opposizione tra bene e male in stile mitologico.

Il maggior pregio risiede proprio nella carica che una situazione del genere è in grado di suggerire: dall’apprensione per il singolo passiamo ben presto ad una decisamente più collettiva, meno egoista, per l’intera sorte dei carcerati, che col proseguire della vicenda acquista caratteri non solo violenti, ma umani e talvolta comprensibili.
Ma in mezzo a questa potente ed estrema situazione, stonano un tantino i cliché usati per delineare alcuni personaggi, primo fra tutti lo stopposo rapporto di Juan – decisamente attore sottotono rispetto alla profondità necessaria per questo ruolo – con la moglie incinta, elemento comunque insostituibile per ottenere il punto di svolta finale, o conversazioni quasi di routine per il potere all’interno del braccio. Ma questo è il giusto prezzo da pagare per elevare al massimo il fattore intrattenimento.
Vincitore di ben otto premi Goya e candidato all’Oscar come film straniero, il film di Monzòn, pur con le sue pecche “d’alterigia”, è comunque destinato a divenire un cult del prison movie.
Alessandro Guaita, da “doppioschermo.it”

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