An education

“An Education” di Lone Scherfig
Jenny è una studentessa modello, ma troppo intelligente per la scuola e il mondo che la circonda. Così, quando conosce David, adulto e fascinoso, si fa incantare dalle ricchezze, dai dischi, dai locali. E dimentica tutto il resto…
Molto spesso, parlando e riflettendo sul cinema, ci si imbatte in discussioni su quale sia il valore, il ruolo e l’importanza dello sceneggiatore nel processo creativo e produttivo di un film. E’ chiaro che il dominio in questo senso sia del regista, ma ci sono dei film che pongono delle eccezioni e dei quesiti. E’ il caso della nuova pellicola della regista danese Lone Scherfig, che però fin dalle locandine appare più come proprietà di Nick Hornby, il celebre scrittore inglese di About a Boy e Febbre a 90°, che cura il copione. E il film asseconda questa impressione.
Commedia drammatica, tra arguzie britanniche, leggerezze francesi e cupezza nordeuropea, che Hornby trae dalle memorie della giornalista Lynn Barber mettendo in scena una sorta di Lolita senza morbosità che parla dei miti veri o falsi che ci circondano. Infatti, a partire dall’ambientazione del racconto – la Londra prima del ciclone swingin’ – e del background culturale della protagonista – la Francia della musica e della cultura esistenzialista – il film cerca di mettere a confronto non solo il personaggio di Jenny ma anche lo spettatore sui luoghi comuni dei miti culturali (la controcultura per noi è come la Nouvelle Vague per gli inglesi dell’epoca), sulla loro fondamentale falsità ma anche sull’utilità in quel percorso di formazione (non sempre portato a compimento) all’età adulta fatto di menzogne, ostacoli, tappe da bruciare e convenzioni da infrangere.
Scherfig (e Hornby) mette in scena questo viaggio nel conformismo e nell’ipocrisia del mondo borghese, e non solo partendo da una situazione e un contesto già visti per spostarsi sui dettagli e sugli indizi rivelatori e significativi, a indicare il materialismo e la grettezza di un mondo così perfettamente regolato. Peccato che nel finale il conformismo e il “buon senso” ritornano acriticamente accettati, in modo frettoloso e rischiando di rovinare il castello così costruito.
Rischio sventato dal modo in cui Hornby costruisce i personaggi, specie il complesso David nelle tre scene chiave in camera da letto, e da come Scherfig sappia connotare l’atmosfera culturale delle varie sequenze (su tutte, ovvio, la vacanza parigina) attraverso i registri di tono. E non ultima (anzi, a vedere le nomination della stagione dei premi) dalla straordinaria espressività e tenero carisma di Carey Mulligan, giovane ragazza che con la forza del suo sorriso e della piega quasi invecchiata dei suoi occhi sa trasportare il pubblico dentro il film. anche a costo di stordirlo prima del finale.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

La magnetica interpretazione di Carey Mulligan (candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista) ci rapisce per cento minuti: i suoi sguardi, i suoi abiti, la sua stanza, le sue lacrime, la sua musica rendono questa pellicola stranamente ammaliante. “An Education” non è un capolavoro, ma la semplicità e la convenzionalità della trama fanno si che vengano messe in risalto le eccellenti doti interpretative di un cast d’eccezione e le suggestive ambientazioni londinesi, grazie alle quali in piccoli dosi ci viene data la possibilità di conoscere il sapore di un cambiamento sociale che è alle porte ed è nascosto nelle polverose moquette della casa della nostra protagonista.
Siamo a Londra, 1961. La sedicenne Jenny sogna Parigi canticchiando le canzoni di Juliette Gréco nella sua cameretta nella periferia di Twickenham. Tra i banchi di scuola e le ovattate e ironiche cene familiari, cerca la sua via, il percorso che la porterà ad avere una vita agiata grazie soprattutto alla tanto attesa ammissione a Oxford. La scrupolosa studentessa però fa un incontro che la cambierà profondamente: in una giornata piovosa fa la sua apparizione David (Peter Sarsgaard), trentenne che, rapito dai sogni di Jenny e dalla sua insolita intelligenza, non tarda a conquistare la ragazza e i suoi genitori, due conservatori che affascinati dal ragazzo mettono da parte la differenza di età. Ottimi e magnificamente dosati sono i caratteri dei due borghesi: lui (Alfred Molina) lavora in banca, lei (Cara Seymour) è la tipica casalinga «repressa». Inizia da qui la rapida maturazione della “ragazzina”, che di giorno in giorno si trova a fronteggiare il dilemma interiore tra doveri e piaceri.
Jenny inizia a disprezzare la vita fatta solo di doveri e sacrifici e diventa sempre più consapevole che a volte quell’istruzione di cui ha sempre avuto il peso sulle spalle non venga dai libri. Offuscata dai suoi sentimenti per David afferma: “Tu non sai quanto fosse tutto noioso prima di incontrarti”.
Dolorosa e allo stesso tempo divertente, la scrittura di Nick Hornby (candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale tratta dalle memorie autobiografiche di Lynn Barber) ci prende per mano e comincia a farci riflettere sulle scelte che devono essere fatte o sulle rinunce che ognuno di noi deve affrontare per decidere cosa sarà della propria vita. È pungente e penetrante l’affermazione che viene fatta nel film: “L’azione è carattere, se non facciamo mai niente non saremo nessuno”.
Nello svolgersi della storia i pensieri di Jenny diventano sempre più nostri, ma stranamente ci rendiamo conto (è qui il valore aggiunto della pellicola) che Jenny non è la vittima, o meglio nessuno dei personaggi può essere definito “vittima” o “carnefice”: tutti indistintamente stanno per essere travolti da qualcosa (l’imprescindibile cambiamento sociale che è alla base della storia), ma non sanno dove appigliarsi. I difetti e i pregi di ognuno di loro vengono scardinati e lo spettatore non può far altro che lasciarsi andare al turbinio di una descrizione sociale arguta che però non ha una soluzione finale.
Jenny, vissuta e scottata dalle sue esperienze, non può far altro che dire: “Mi sento vecchia ma non molto saggia”.
Sbagliando si impara? Forse.
Gianluca Capaldo, da “nonsolocinema.com”

961, sobborgo di Twickenham, Londra. Jenny ha sedici anni e studia con passione per farsi ammettere a Oxford. Al di là di questa meta, sulla quale suo padre vigila con insistenza, conduce una vita grigia come la divisa della scuola, almeno fino a quando l’incontro fortuito col trentenne David non gliene mette di fronte una luccicante come un tubino di paillettes. David conquista la fiducia del padre e porta Jenny là dove non avrebbe mai creduto di arrivare: nei jazz club, alle aste di opere d’arte, perfino a Parigi. L’università sembra non essere più così importante; eppure ci sono tante cose che Jenny ancora non sa, soprattutto a proposito di David.
Nick Hornby si sperimenta per la prima volta come sceneggiatore adattando il breve memoriale della giornalista inglese Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Dirige la danese Lone Scherfig, la quale, proprio in quanto straniera, pone un’attenzione meritevole alla ricostruzione culturale del periodo. Hornby suggerisce probabilmente anche le musiche, da appassionato pop listener quale è. Il risultato è un film di ingredienti molto saporiti che corre nella prima parte e fa marcia indietro nella seconda.
Mentre Jenny cambia look, sotto il nostro sguardo e quello soddisfatto di David, il nostro sguardo su David cambia insieme a quello di Jenny, si offusca, non senza dispiacere, non senza aumentata curiosità. È in questa dinamica che sceneggiatore e regista danno il meglio evitando di fare di Jenny una vittima tout court (“hai visto – le dirà l’amico di David – e non hai detto niente”) e siringando nel personaggio del seduttore una fiala di dolore, quasi lui stesso si fosse illuso davvero, con Jenny e con noi. I due protagonisti, Carey Mulligan e Peter Sarsgaard sono perfetti nel difetto: lei con i suoi ventiquattro anni che traspaiono dal contorno degli occhi e raccontano da soli prima la voglia di Jenny di anticipare il proprio futuro e poi il peso di averlo fatto, lui con quegli abiti eleganti e un po’ da artista, su un corpo da giovanottone appesantito. Entrambi fuori tempo, personaggi da “prima della rivoluzione”, come lo è la periferia inglese qualche anno prima che “tutti facciano l’amore a Londra” (per storpiare il titolo di un documentario sulla Swinging London).
Ad un certo punto del film il respiro è ampissimo: tutto può succedere; poi le porte si chiudono, si rientra. Non è un grande romanzo di formazione, è un piccolo racconto di vita e sta comodo nella dimensione che si è dato.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Perdere l’ innocenza nell’ Inghilterra anni 60
di Natalia Aspesi La Repubblica

Era appena iniziato in sordina il favoloso decennio dei Beatles, sugli schermi furoreggiava in Sapore di miele l’ amicizia tra una bruttina incinta e abbandonata e un omosessuale; proprio quell’ anno era arrivata in Europa la pillola contraccettiva, presto Mary Quant avrebbe tagliato le gonne. Stavano per esplodere i fulgori della Swinging London, l’ imperio della giovinezza, il distacco agli adulti e la liberazione sessuale. Da tutto questo la sedicenne Jenny è lontana, anche se sente che la vita deve riservarle qualcosa di più della casetta alla periferia di Londra, del padre tronfio e banale, della madre sottomessa e di un destino grigio come il loro. È graziosa, intelligente, brillante, legge Camus, ascolta Juliette Greco. studia per conquistare l’ impervia ammissione all’ università di Oxford. In un giorno di pioggia, le offre un passaggio un bel giovanotto elegante, gentile e ironico, il doppio dei suoi anni, una vistosa macchina sportiva rossa. David pare venire da un altro pianeta, da quella Londra mondana, opulenta e classista da cui gente come la famiglia di Jenny è esclusa. I suoi modi raffinati stordiscono i genitori e per la ragazzina è l’ inizio di un’ avventura meravigliosa, concerti importanti, ristoranti di classe, amici con case stupende, le aste, i week-enda Parigi ottenuti con le bugie:è l’ anno di Colazione da Tiffany, e la ragazzina fiorisce in una deliziosa copia di Audry Hepburn. Che senso ha più sognare Oxford quando quel simpatico e gaudente giovanotto ebreo («Sei al corrente che gli ebrei hanno ucciso nostro Signore?», le dice l’ ottusa direttrice della scuola, la risorta Emma Thompson) le chiede di sposarlo e le offre un futuro ricco e brillante? Non sarà così, come non lo fu per la vera protagonista della storia, la giornalista inglese Lynn Barber; dalle memorie della quale, Nick Hornby ( Alta Fedeltà, Febbre a 90 ‘ ) ha tratto la sceneggiatura (pubblicata da Guanda) per il film, prodotto a basso costo anche da sua moglie, diretto dalla regista danese Lone Sherfig. An education è un’ opera di massima grazia nel descrivere il preludio di un’ epoca che avrebbe abbattuto ogni austerità in nome del diritto al piacere, e nel raccontare il confuso maturare di una giovane donna dall’ innocenza alla consapevolezza attraverso errori e sogni. Il film è candidato a 3 Oscar (film, sceneggiatura non originale, protagonista femminile) e ha interpreti geniali: non solo Carey Mulligan, Jenny appassionata e commovente, ma anche Peter Sarsgaard, che in ogni suo gesto brillante e romantico insinua nello spettatore (forse anche in Jenny), un dubbio. Alfred Molina è un padre che non ha saputo proteggere la figlia: «Ho avuto paura per tutta la vita e non volevo che anche tu ne avessi».
da La Repubblica, 6 febbraio 2010

La gioventù sul filo del rasoio tra libri di Oxford e bella vita
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Passano gli anni, ma il marchio Bbc continua a essere una garanzia anche per il cinema. Forse non tutti i film coprodotti dalla società inglese sono dei capolavori, ma il livello medio è sempre molto alto, quello di una professionalità certa e verificata. A cominciare dalla prova degli attori per continuare con le cosiddette production values (la «ricchezza» e la qualità dello sforzo produttivo, dalla scenografia ai costumi all’ ambientazione) e finire con il livello della scrittura e della messa in scena. E An Education non smentisce questa bella tradizione. Sceneggiato da Nick Hornby a partire dalle memorie autobiografiche di Lynn Barber (la sceneggiatura letteraria, senza le indicazioni della regia, si può leggere in italiano pubblicata da Guanda), il film (che ha appena ottenuto tre nomination all’ Oscar) è ambientato nella Londra del 1961 e racconta l’ ingresso nella vita adulta della non ancora diciassettenne Jenny (Carey Mulligan), figlia unica di due genitori piccolissimo-borghesi – lui (Alfred Molina) lavora in banca, lei è la tipica casalinga «repressa» (Cara Seymour). Per loro l’ ammissione della figlia all’ università di Oxford è una specie di promozione sociale (e la speranza di una «consona» sistemazione matrimoniale) e tutti i loro sforzi sono indirizzati a favorirne la carriera scolastica. Tanto che per il diciassettesimo compleanno le regalano un nuovo dizionario di latino, la materia in cui è meno preparata. Fortuna (o peccato, lo si scoprirà più avanti) che un giorno arrivi a rompere questa specie di prigione dorata un trentenne ricco e spigliato, David (Peter Sarsgaard) che fa immediatamente colpo su Jenny e, cosa ben più strabiliante, anche sui genitori. A loro due sembra il tanto agognato ingresso in una vita di agiatezze e gratificazioni senza passare per le forche caudine dell’ ammissione a Oxford, mentre a Jenny offre l’ opportunità di assaggiare quella spensieratezza che potrebbe liberarla definitivamente dalla durezza degli studi e dai rimbrotti moralistici della sua inflessibile preside (Emma Thompson). Diretto con bella mano da Lone Scherfig, regista danese di cui si era già visto da noi Italiano per principianti, il film riesce a catturare l’ atmosfera di sotterranea ribellione che all’ inizio degli anni Sessanta comincia a serpeggiare in Inghilterra come nel resto d’ Europa. Non sono ancora gli anni dei Beatles, ma la voglia di buttarsi dietro le spalle le troppo rigide regole dell’ educazione borghese comincia a prendere forma. Basta poco a Jenny per passare dal rispetto per i propri insegnanti (soprattutto per la professoressa di inglese, interpretata da Olivia Williams) al disprezzo per una vita fatta solo di doveri e sacrifici. David le offre cene costose, serata divertenti, weekend «peccaminosi» (a cui il fino ad allora rigidissimo padre non sa opporsi: e questo voltafaccia è forse il vero punto debole della sceneggiatura) e l’ ex scolara modello butta tranquillamente a mare le sue ambizioni universitarie. Tutto andrà come si immaginano Jenny e i suoi genitori? Lasciamo allo spettatore il piacere di scoprirlo, anche se non è certo questo il merito principale del film. Piuttosto An Education vale per la capacità di descrivere un mondo che vorrebbe cambiare ma che non ha ancora trovato la forza di farlo. Un mondo dove i tabù stanno per cadere (soprattutto quelli legati al sesso) ma dove servono ancora una serie di ipocrite giustificazioni per dar loro la definitiva spallata o dove si respirano le prime ventate d’ indipendenza femminile, incapaci però di trasformarsi in effettiva voglia di liberazione. Ma anche un mondo dove con le vecchie regole sembrano dissolversi insieme al rigore morale e alla coerenza dei comportamenti, dove una ricchezza quasi a portata di mano sembra giustificare ogni tipo di azione e soprattutto ogni tipo di compromesso. Così, al di là del destino cui andrà incontro Jenny, lascia il segno il modo in cui la Scherfig sa costruire il quadro fintamente spensierato di una gioventù che non si accorge di camminare sul filo del rasoio, convinta che il futuro non possa che presentarsi gratificante e divertente e non si capisce che, come avrebbe fatto notare Pasolini, quello stesso successo finirà per togliere a quelle generazioni anche l’ innocenza e la speranza.
da Il Corriere della Sera, 4 febbraio 2010

Se papà ti manda sola è meglio non fidarsi
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Si può resistere a un giovane dal sorriso gentile che dopo aver ceduto il passo, colmo della cortesia automobilistica, a una mamma col bimbo in carrozzina, vi salva da un tremendo acquazzone offrendovi un passaggio sulla sua Bristol fiammante? Si può resistere se quel giovane spiritoso, che avrà più di 30 anni, vi sconsiglia di salire sull’auto di uno sconosciuto ma si offre galantemente di riparare dal diluvio almeno il vostro violoncello?
No naturalmente, e così quando il giovanotto dichiara con dolcezza disarmante le sue “debolezze” – non ha fatto l’università ed è ebreo, in anni di aperto e diffuso antisemitismo – è fatta. La deliziosa Jenny, brillante studentessa 16enne dei sobborghi londinesi che nel 1962 sogna Parigi (la swinging London non è ancora esplosa) e prepara l’esame per Oxford, sale sulla Bristol amaranto, stringe la mano del suadente David, che le parla di Elgar e di pittura preraffaellita. Ed entra in un mondo ignoto e sfavillante fatto di concerti, ristoranti, sigarette russe, aste da Christie’s.
Anche se come scoprirà presto il dandysmo di David, che le fa una corte tenace ma discreta, con frequenti visite a casa per sedurre prima di Jenny i suoi genitori filistei, nasconde vari lati oscuri. Ma che importa l’onestà? A 16 anni si ha voglia di vivere, Jenny ha una passione sincera e divorante per il bello, e una naturale diffidenza per i rigidi principi che le inculcano a scuola. Inoltre perfino i genitori sono sedotti da quel soave imbroglione che spaccia finte dediche di famosi scrittori e si paga la bella vita con mezzi non proprio leciti…
Tratto da un amaro e pungente racconto autobiografico della famosa giornalista inglese Lynn Barber, sceneggiato con libertà e finezza da Nick Hornby (che evoca le metamorfosi dello script in un appassionato libretto edito da Guanda), An Education è un incantevole film in costume con molti “genitori”. Alla Barber e a Hornby vanno aggiunti infatti la regista danese Lone Scherfig (Italiano per principianti), che ci mette un tocco delicato e un’attenzione mai esteriore per l’epoca e i suoi segni. Ma soprattutto un cast oltre ogni elogio.
Dalla scintillante, irresistibile Carey Mulligan (candidata all’Oscar), che dà a Jenny la curiosità, i fremiti, le ritrosie, l’impertinenza di una ragazza cresciuta in un paese ancora segnato dalla guerra, al molle, doppio, spregevole ma umanissimo Peter Sarsgaard, capace di farci capire la sua tragedia personale (guardate il lampo d’invidia quando lei nomina Oxford…) senza mai metterci contro di lui. Passando per Alfred Molina, semplicemente strepitoso nei panni del padre così interessato all’ascesa sociale della figlia da rendersi complice di vere nefandezze. La seconda parte è più illustrativa, meno sorprendente. Ma poche volte un film ha raccontato meglio il viluppo di aspettative, proiezioni, sentimenti e risentimenti, che unisce genitori e figli, ricchi e poveri, colti e meno colti, in un unico infernale girotondo.
da Il Messaggero, 5 febbraio 2010

Prove di libertà di una sedicenne
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

Prima della rivoluzione: questo potrebbe essere il sottotitolo di An Education (Gran Bretagna, 2009,95′). Nel 1961 I Beatles sono solo un piccolo gruppo sconosciuto, e i Rolling Stones, la loro alternativa “sporca e dura”, neppure sono nati. Insomma, la rivoluzione giovanil-musicale, l’unica che nell’Europa del Novecento non si sia rivelata effimera, ancora deve accendere i cuori e liberare le teste. Nel 1961, appunto, è ambientato il film diretto dalla danese Lone Scherfig e sceneggiato da Nick Hornby, a partire da un piccolo scritto autobiografico della giornalista Lynn Barber. Quasi mezzo secolo fa, dunque, Jenny (CareyMulligan) ha 16 anni. Il padre Jack (Alfred Molina) e la madre Marjorie (Cara Seymour) sognano per lei un salto di classe. Chiusi e fermi, anche fisicamente, nell’ordine di una casa piccolo borghese,per la figlia immaginano il futuro più entusiasmante che si offra a una donna della loro condizione sociale: quello di un buon matrimonio, magari con un avvocato (come a Jack capita di dire).Allo scopo, niente è più opportuno di”un’educazione” a Oxford. Anche a Jenny sembra ovvio che a questo serva il suo continuo studiar latino e letteratura, insieme con tutto quanto le insegnano nel liceo femminile diretto dall’insegnante rigida e bigotta cui dà volto Emma Thompson. Quanto al suo, di volto, la brava Mulligan gli dà la sicurezza luminosa di una Audrey Hepburn. Anche per questo in platea ci convinciamo che alla fine sarà lei, e non il padre e tanto meno la madre, a decidere di se stessa.
In ogni caso, il mondo in cui per ora Jenny vive ha la misura delle ambizioni e delle paure dei genitori. Anzi, ha la misura delle ambizioni e delle paure del padre. Per Jack tutto sta nei confini di Twickenham, un quartiere suburbano di Londra. Già solo raggiungere in auto il centro della città è per lui un’avventura irta di incognite. Del tutto sconveniente, poi, sarebbe tentare un viaggio fino a Parigi: là, sostiene, non ci vedono di buon occhio. D’altra parte, quest’uomo impaurito ama sua figlia, e dunque sogna per lei una fuga da Twickenham, e dalla sua classe. Quanto a Marjorie, tristemente abituata a consegnare al marito ogni opinione, non c’è per lei altra via di fuga che spingere Jenny verso un futuro che sarà diverso dal suo, e che però allo stesso tempo ne riprodurrà la dipendenza da un uomo.
Ma un giorno tutto questo sembra interrompersi. Alla guida di una splendida Bristol, nella sua vita irrompe David (Peter Sarsgaard), che ha vent’anni più di lei, ma anche un sorriso che le sa promettere tutto quello che lei chiede alla vita David è ricco. Ed è colto, o almeno erudito. Le parla di musica, e Jenny suona il violino. Le parla dei preraffaelliti, e Jenny li adora. Le promette di portarla a Parigi, e Jenny parla francese, legge Albert Camus, vede i primi film della Nouvelle Vague. Insomma, Jack ha o sembra avere quel che serve alla sua “educazione”: forse non a quella che apre le porte di Oxford, ma certo a quella cui davvero è interessata. È intelligente e raffinata, infatti. Ed è colta, nel senso migliore: vive le sue passioni intellettuali con una semplicità immediata che vince ogni pericolo d’erudizione. Ora dunque Jenny si trova a un bivio, e le tocca scegllere. Per la prima volta, i suoi progetti possono essere suoi, non subordinati a quelli del padre. E per la prima volta, infatti, trova il coraggio morale dell’autonomia, anche a costo dell’inganno e della menzogna D’altra parte, l’inganno e la menzogna sono gli strumenti cui David affida il proprio fascino, e anche (come Jenny scopre) la propria ricchezza.
C’è desiderio di libertà, nella scelta di questa sedicenne di quasi cinquant’anni fa E c’è coscienza dei rischi che la libertà comporta Non è una vittima, dunque. Quando scopre come David accumuli il suo denaro, è lei che decide, al di là del disappunto: resterà con lui, perché con lui realizzerà se stessa. Quando poi David le propone di sposarlo, non esita a lasciare il liceo, e con il liceo la prospettiva di essere accettata a Oxford. Sa a che cosa rinuncia, e sa che cosa l’aspetta E padrona di se stessa. Che sia questa l’educazione che deve, in ogni caso, al suo fascinoso mentitore?
L’aspetta però un ultimo inganno, il più crudele: un inganno in cui David mostra tutta la propria debolezza malata, tutto il proprio nascosto egoismo infantile. Ma è proprio questa, alla fine, l’educazione decisiva. Jenny scopre che non c’è libertà nell’affidarsi a un uomo, e nell’illusione che in lui le diventi possibile conquistarsi la vita. E torna a Oxford, per affrontare la fatica di costruire un futuro che le appartenga. Siamo nel 1963. I Beatles già cantano Please Please Me.
Da Il Sole-24 Ore, 14 febbraio 2010

Un amarcord pre-Beatles
di Valerio Caprara Il Mattino

La mano della regista danese Lone Scherfig è delicata al punto giusto, ma è la sceneggiatura del grande romanziere Nick Hornby («Febbre a 90°») a fare la differenza. Rielaborato dalle memorie della giornalista Lynn Barber, «An Education» ritorna nella Londra pre-beatlesiana del 1961 per rievocare il percorso di formazione della sedicenne londinese di Twickenham Jenny: le atmosfere sottilmente inquiete, i rapporti in evoluzione con la famiglia, l’incontro con un trentenne ricco e disinvolto (Peter Sasgaard) che diventerà il suo amante, il romantico appeal della vacanza a Parigi concorrono a delineare un ritratto struggente di un mondo alle soglie della più importante rivoluzione incruenta dell’era recente. La protagonista, che in realtà di anni ne ha 24, si chiama Carey Mulligan ed è già titolare della nomination all’Oscar come migliore attrice: non particolarmente bella, ma naturale, elegante, leggiadra come una reincarnazione di Audrey Hepburn. Il film è fragile ma persino provocatorio nel chiudersi su note che invece di risuonare swinging inclinano al disincanto e all’amarezza.
da Il Mattino, 5 febbraio 2010

Alessio Guzzano
City

In attesa che germoglino i Beatles e i figli dei fiori, l’Inghilterra del 1961 è ancora una nazione postbellica, un oceano lontana dagli hula hop: dignitosamente povera, imbalsamata nelle regole, proletaria nello spirito ma piccolo borghese nei tinelli ben apparecchiati. Come quello di una 17enne che sogna la nobile Francia e la letteratura di Oxford, e dei suoi genitori che consentono a un ricco bellimbusto 30enne acculturato di flirtare con lei portandola in un mondo dorato – aste, concerti, corse dei cani, viaggi, moda, ristoranti – a scapito di un’istruzione che per le donne «è solo l’alternativa a un buon matrimonio». La delusione sarà feroce. Ma anche l’ostinazione della giovane. La vicenda è vera, capitò a una futura giornalista che accettò un passaggio dall’uomo sbagliato (o meglio, lo accettò il suo violoncello). Le mani sceneggiatrici di Nick Hornby, lo scrittore di “Febbre a 90°”, “Alta fedeltà” e “About a Boy” (tutti ben trasformati in film), la rendono il bozzetto dolceamaro di un’epoca grigiastra tentata da vitali colori ribelli: dotte frivolezze, intense debolezze. Nel cast esemplare, spicca Carey Mulligan (22enne, ma non si vede), una perfetta baby Audrey Hepburn quando brinda sulla Senna, sensibile a brividi adulti ma non ai fremiti del sesso.
da City, 8 febbraio 2010

L’ incontro sbagliato di una liceale inglese
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Nella Londra del ‘ 61, una liceale vicina a Oxford incontra un 30enne, entra in zona vip e sembra che i soldi siano tutto. E la scuola, l’ educazione bigotta? Si fa uno sconto. Quando affiora la verità, bisogna redimersi, ricominciare. Educazione social sentimentale vista da Nick Hornby che sceneggia benissimo i ricordi di Lynn Barber con fantastica attenzione al dettaglio. Cast super con Carey Mulligan, l’ Audrey Hepburn di riserva e Sarsgaard, diretti dalla Scherfig. Valore aggiunto la Francia, Camus e Grèco. Voto 8
da Il Corriere della Sera, 12 febbraio 2010

Il favoloso decennio dei Beatles
di Roberto Nepoti La Repubblica

Nell’ Inghilterra del 1961, all’ inizio del favoloso decennio dei Beatles, quando stanno per esplodere i fulgori della Swinging London e della liberazione sessuale. Ma da tutto questo la sedicenne Jenny è lontana anche se è graziosa, intelligente, brillante, legge Camus, ascolta Juliette Greco. Mentre studia per conquistare l’ ammissione all’ università di Oxford. Incontra David, che pare provenire da un altro pianeta, da quella Londra mondana, opulenta e classista da cui gente come la famiglia di Jenny (padre tronfio e banale, madre sottomessa) è esclusa. La ragazzina fiorisce in una deliziosa copia di Audrey Hepburn. Ma la vita non va come Jenny se l’ aspetta. Candidato a 3 Oscar, il film descrive con massima grazia il preludio di un’ epoca che avrebbe abbattuto ogni austerità in nome del piacere.
da La Repubblica, 12 febbraio 2010

Ma non è letteratura rosa
di Alessandra Levantesi La Stampa

Per capire che cos’è un vero sceneggiatore, basta leggere le pagine che la giornalista inglese Lynn Barber dedica all’esperienza narrata nel film An Education; e poi metterle a confronto con il bel copione che ne ha tratto lo scrittore Nick Hornby. Dove la cronaca di un’adulta che guarda se stessa sedicenne cadere nella trappola di un ultratrentenne sullo sfondo dell’Inghilterra del 1961, si trasforma in un vibrante romanzo di formazione. La liceale Jenny creata da Hornby è un misto di timidezza, arroganza e vera passione per l’arte. E David, aprendole le porte del mondo, le sembra la scorciatoia più rapida per fuggire da scuola e famiglia. Peter Sarsgaard è un David sornionamente attraente, la 22enne Carey Mulligan incanta per bravura e freschezza, la regia di Lone Scherfig è attenta. Magari qualcuno obietterà: è materia da letteratura rosa. Anche Madame Bovary se è per questo.
da La Stampa, 5 febbraio 2010

«An education» nei folli anni ’60
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Londra, anzi Twickenam, nei primi anni Sessanta, quando ancora non si parlava di rivoluzione sessuale e dei Beatles era uscito solo il primo disco. La protagonista, Jenny, non ha ancora diciassette anni, suona con passione il violoncello e studia per poter un giorno essere ammessa a Oxford. Papà e mamma sono dei bravi borghesi che le raccomandano di non far tardi la sera e che all’inizio accolgono perplessi un giovanotto, David, che sembra volersi curare di impartire a Jenny una educazione un po’ più spigliata, concerti, locali quasi notturni, brevi vacanze e una addirittura a Parigi, un po’ più lunga, nei corso della quale Jenny, compiuti ormai i diciassette armi, ha deciso di perdere la ‘verginità, naturalmente con la cooperazione di David. Ma non è detto che sia la scelta migliore specie se accompagnata da quella di lasciar perdere gli studi e di rinunciare a Oxford…
Prima c’era un romanzo di Nick Hornby, uno scrittore che ha già visto molti suoi testi finire al cinema, da «Alta fedeltà» a «About a boy». Segue questo film che ha diretto, a Londra e dintorni, una regista danese, Lone Scherfig, abbastanza apprezzata, tempo fa, con «Italiano per principianti». Anche se i suoi meriti non sono molti (una regia poco vitale, dei ritmi non molto vivaci), il film si fa seguire, e anche applaudire, sia per i toni attenti e abili con cui Hornby ha sceneggiato il suo romanzo, sia per l’interpretazione, nelle Vesti della protagonista, di una giovanissima attrice, Carey Mulligan, vista ma un po’ a margine in «Orgoglio e pregiudizio».
Hornby, che il suo romanzo se l’era fatto ispirare dalle memorie di una giornalista attivissima nei Sessanta, Lynn Barber, è riuscito, con molta finezza a evocarci, in una piacevole cornice suburbana londinese, dei personaggi analizzati con precise intuizioni psicologiche, facendoli spesso determinare, con accortezza anche sociologica, dai climi in cui si muovevano, già a metà strada verso quei più scapigliati tempi nuovi che venivano preparandosi. Pur privilegiando ancora, alla fine, l’impegno severo.
Vi aderisce in pieno proprio Carey Mulligan, una faccetta graziosa, con modi gentili. Hanno detto che un po’ ricorda Audrey Hepburn. Non sbagliando molto.
da Il Tempo, 5 febbraio 2010

Un semplice e profondo addio all’età dell’innocenza scritto da Nick Hornby
di Davide Turrini Liberazione

Capita che un film ti parli di come si cresce, di come si diventi adulti. Capita che questo sia un film semplice, lineare, quasi imbarazzato nel proporsi. E qualcuno direbbe che è una questione di educazione, di buone maniere. Così l’aggancio è facile e un po’ banale: An education , cioè un’adeguata istruzione per il futuro sociale e professionale della sedicenne Jenny (Carey Mulligan) con mamma e papà sempliciotti, piccolo piccolo borghesi, nella Londra periferica di Twichenham attorno al 1961.
L’Inghilterra che esce dal perbenismo e dalle privazioni materiali anni ’50 e che ancora attende i teddy boys, il pop rock Beatles e Rolling Stones, i mods contro i rockers, le marce contro la guerra e il nucleare. Jenny va al collegio femminile dove la divisa d’ordinanza è un castigato golfino grigio, camicetta bianca, cravattina nera e gonna al ginocchio. L’istruzione prevede inoltre percorsi di postura con libro sul capo, lezioni di ballo e di cucina, compiti di latino, lingua inglese con un’insegnante, Miss Stubbs (Olivia Williams), febbrilmente erotica. Un’educazione sociale vecchia maniera, ma non da prison-movie modello Magdalene . Eppure ogni ordine ha il suo speculare disordine. Jenny, infatti, adora la Francia, parlotta e intercala frasi in francese, ascolta Juliette Greco e fuma sigarettine color porpora e fucsia che arrivano da Parigi. Poi Jenny incontra il trentacinquenne David (Peter Sarsgaard) che è un po’ la sua graziosa rovina, la sua prima sincera scossa ormonale, la sua più importante scelta di vita. David è un furbone, elegante intrallazzatore tra opere d’arte rubate, affitti in nero al ribasso e una moglie con figlio a poche miglia dietro casa di Jenny. Ma il sentimento nasce gentile, garbato, con tutte le ritrosie di un mondo fatto di codici ancora antichi, con tutte quelle inibizioni sessuali che tanto ricordano Chesil Beach , il tragico minuetto a due scritto da Ian McEwan.
Jenny si abitua ad una vita stupidina e ricca con David e la coppia amica di lui (Danny ed Helen), trascurando l’avvenire di ragazza dai buoni voti scolastici da spendere per una futura ammissione all’università di Oxford. Ad un certo punto, però, bisogna scegliere: laurea o matrimonio? An education , scritto direttamente per il cinema dal gallo dai bargigli d’oro Nick Hornby e diretto da Lone Scherfig, già autrice del discutibile e “dogmatico” Italiano per principianti , è un lavoro di finissimo acume umanistico, pieno di sottotesti politici: la sottile divisione tra classi sociali, il ruolo della donna, la ricchezza economica come valore morale, la vanità dell’individuo. Contribuiscono alla riuscita dell’opera un amalgama armonica tra amabile recitazione, scorrevolezza del testo, pastosa grigiosità cromatica londinese. Frame-stop su Jenny/Carey Mulligan che per la gita ad Oxford si mostra agli amici “altolocati” in cappottino bianco, maglia nera a collo alto, frangetta e chignon come fosse una nuova Audrey Hepburn.
da Liberazione, 5 febbraio 2010

L’amore prima dei Beatles
di Piera Detassis Panorama

La scrittura brillante del romanziere Nick Hornby (che firma anche la sceneggiatura), la freschezza piccante della giovanissima Carey Mulligan e il fascino un po’ lestofante dell’amante adulto, Peter Sarsgaard (bravissimo nei sottotoni sornioni). Elementi in ottimo equilibrio che fanno di questo film un intelligente manuale di educazione sentimentale con inevitabile disillusione in coda: l’adolescente perde la testa per l’uomo maturo che sembra il principe azzurro e non lo è.
Dialoghi da cinque stelle (quel magnifico incontro fra l’adolescente innamorata e la moglie dell’uomo che guarda intenerita la fanciulla e sospira: («Oh poverina, non lo sapevi? Lui fa sempre cosi»), ambientazione e costumi anni Sessanta impeccabili, impasto di modernariato e nostalgia che rimanda ai fasti della serie Mad Men. La tendenza, rinforzata anche dal look più gelido e «fighetto» di A single man, oggi è parlare dell’attimo «prima della rivoluzione», i Sixties delle casalinghe inquiete e delle ragazze a rischio rninigonna, appena prima dei Beatles e della rivoluzione sessuale (e politica). Anni di glamour e trasformazioni, un eden pop subito perduto, il brivido della storia che cambia per sempre e con lei ogni nostro sussulto amoroso.
da Panorama, 11 febbraio 2010

Claudio Carabba
Sette

Tenera, studiosa e carina, la giovane liceale è facile preda del seduttore già adulto, uno capace di affascinare anche i genitori più severi. L’educazione sentimentale sarà crudele ma non inutile… Nick Hornby (alla sceneggiatura) disegna con mano leggera le appassionate illusioni della Londra dei primi anni 60. Fra rigide professoresse e truffatori eleganti, la giovane Mulligan assai brava (da Oscar?) nel ruolo della vittima ribelle.
Da Sette, 18 febbraio 2010

An Education
di Lone Scherfig

L’educazione fisica (e non solo) della fanciulla

La tranquilla vita di Jenny, una diciassettenne che vive nella periferia londinese degli anni ’60 e sogna di entrare all’università di Oxford, viene sconvolta dall’arrivo di David, un playboy trentenne. Il suo nuovo stile di vita stravolgerà ogni suo piano e ben presto la ragazza arriverà a chiedersi quale strada ha imboccato. [sinossi]

La Gran Bretagna del 1961 è un “non-luogo”, sospeso tra i retaggi post-bellici di ispirazione puritana e i primi spiragli di una nuova era, quella legata all’anticonformismo, all’emancipazione giovanile: è in questo contesto bipolare che la regista danese Lone Scherfig sviluppa An Education, basato sulle vicende biografiche della giornalista Lynn Barber, autrice di una raccolta di memorie legate ai suoi trascorsi adolescenziali.
Il film racconta una parentesi nella vita della giovane Jenny (la Barber), sedicenne alle prese con l’ultimo anno di preparazione scolastica prima degli esami che le darebbero la possibilità di accedere alla prestigiosa università di Oxford: intelligente e preparata, la ragazza sogna la Francia, suggestionata dalle canzoni malinconiche di Juliette Greco e dal fascino del cinema della Nouvelle Vague. Proiettata verso un futuro sofisticato e francofono, Jenny in un giorno di pioggia si imbatte in un uomo ben più maturo di lei che la conquisterà e sconvolgerà la sua vita: peccato che il misterioso e seducente Principe Azzurro sia estremamente diverso dall’uomo che millanta di essere…
An Education dà voce allo scontro fra le certezze del presente e l’eccitante imprevedibilità del futuro: Jenny è annoiata dalla sua quotidianità ripetitivamente divisa fra lo studio sui libri e l’esercizio con il violoncello e vede in David – trentenne affermato che frequenta teatri, sale da concerto e locali di tendenza – lo stimolo della novità, della scoperta, della curiosità. Il film, attraverso la vicenda di una ragazzina qualunque, offre lo spunto per un respiro di riflessione più ampio che coinvolge l’intera Gran Bretagna degli anni ’60, protagonista di una rivoluzione dapprima tacita e poi dai connotati esplosivi: il Regno Unito, ancora fortemente ancorato allo stile di vita austero e perbenista che aveva seguito i disastri della Seconda Guerra Mondiale comincia a scoprire il gusto esotico del rinnovamento culturale e sociale. Utilizzando come filtro lo sguardo ingenuo e appassionato di Jenny, An Education affronta senza malizia la perdita dell’innocenza e l’emancipazione sessuale e culturale di una giovanissima pronta a lanciarsi in un autentico “salto nel buio” verso un futuro imponderabile.
L’autore della sceneggiatura è probabilmente uno dei nomi più significativi della letteratura inglese contemporanea: a firmare infatti l’adattamento delle memoria della Barber troviamo Nick Hornby (fra i suoi titoli di maggiore successo ricordiamo Febbre a 90°, Alta Fedeltà e Un ragazzo), per la prima volta cimentatosi con una scrittura cinematografica che esuli dalla trasposizione di proprie opere. Effettivamente il tratto descrittivo dello scrittore è ben riconoscibile soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, mai eccessiva e sempre aderente alla plausibilità e alla verosimiglianza delle tipologie umane: al di là infatti di qualche (pressoché inevitabile) caduta nei cliché, Hornby riesce a restituire credibilità ai personaggi, la cui umanità riverbera soprattutto nelle loro debolezze e nelle reazioni agli stimoli esterni. La sceneggiatura solida consente al cast (che annovera la presenza di Alfred Molina, Cara Seymour, Emma Thopmson, Peter Sasgaard, Olivia Williams, Sally Hawkins) di muoversi con maggiore sicurezza nei dialoghi e nelle situazioni, tanto che la maggior parte delle interpretazioni si attesta su un livello ampliamente sufficiente: indubbiamente però va a Carey Mulligan il merito di essere riuscita a modellare il proprio personaggio con la maggiore sensibilità, declinando con estrema precisione tutte le diverse sfaccettature della personalità di Jenny, evidenziando con perizia la crescita e l’evoluzione da bambina a giovane donna.
Curatissimo nei dettagli, dalla scenografia ai costumi, An Education è un film portato a termine diligentemente ma che forse manca di quel quid che lo renda pienamente convincente: Lone Scherfig, nota nel nostro Paese soprattutto per la sua partecipazione al movimento del Dogma 95 con Italiano per principianti, non sembra sempre “partecipe” della vicenda narrata, fino quasi a costituire e a enfatizzare una sorta di distacco fra il racconto e la sua messa in scena. L’eccessivo rigore con il quale osserva silenziosamente le vicende del film è funzionale alla prima parte del racconto – quella dedicata alla nascita e al primo sviluppo del rapporto fra Jenny, David e la sua famiglia – ma risulta quasi costrittivo nel momento in cui il pathos emotivo diventa il cardine attorno al quale ruota tutta la seconda sezione del film. La Scherfig, malgrado la sua indiscutibile abilità nel suggellare momenti di realtà domestica e quotidiana, non si dimostra versatile nell’approccio alla mutevole materia trattata: tra ribellione, seduzione e tradimento si sviluppano una serie di potenziali connessioni di analisi emotiva che vengono troppo spesso liquidati con eccessiva semplificazione.
Nulla da eccepire invece per quanto concerne la creazione dell’atmosfera: la fotografia (curata da John De Borman) abbraccia le gradazioni di grigio dei sobborghi londinesi dove abita Jenny, accendendosi di tinte forti nelle sequenze interne dei fumosi nighclub salvo poi stemperarsi nella dolcezza dei toni pastello parigini.
Presentato e premiato al Sundance nella Selezione Ufficiale 2009, An Education ha ricevuto ben tre nomination per gli Oscar: nella Gran Bretagna “digiuna di divertimento” Lone Scherfig cerca di sviscerare il confronto fra adolescenza e maturità, fra la consuetudine e la novità, fra “Istruzione Vs Divertimento” puntando i riflettori su una storia comune di un amore sorretto dalla menzogna, dalle omissioni e dall’inganno. Cosa ha da nascondere colui che abbiamo accanto?
Priscilla Caporro, da “cineclandestino.it”

Twickenham, 1961. Mentre Londra e l’Inghilterra si preparano ad accogliere gli effetti di una modernità ormai vicina, alle porte della imponente capitale britannica la sedicenne Jenny passa gran parte del proprio tempo a studiare sui libri di scuola e a cantare le canzoni francesi di Juliette Greco. Divisa in due dalla necessità di accrescere la propria cultura e dalla voglia irrefrenabile di sognare ad occhi aperti quel gentile e garbato mondo da cui tanto è attratta, Jenny osserva la propria vita dalla squallida prospettiva di una cameretta della periferia londinese, rispettando al contempo i rigidi dettami di una educazione austera impartita dalla famiglia e cedendo di tanto in tanto al piacere gratuito offerto da un libro d’evasione, da un disco di tendenza o dalla foto patinata di una Parigi soltanto immaginata. L’animo idealista e raffinato della ragazza si scontra così con l’impostazione conformista di una scuola ancora legata alle metodologie antiche e con la concezione altrettanto vetusta di una famiglia d’altri tempi, il cui unico obiettivo è quello di formare una ragazza preparata, ben inquadrata, da responsabilizzare semmai con un libro di latino in più, piuttosto che con la compagnia di un qualunque teddy boy sciatto, disonorevole e, per di più, dannoso alle prospettive dell’adorata infanta. Quando, così, un giorno alla fermata dell’autobus Jenny si ritrova improvvisamente davanti la spider rossa del trentenne David, dandy guascone dall’aria scanzonata che le propone in maniera gentile e distaccata un passaggio verso casa, è come se si concretizzasse davanti alla ragazza il primo vero bivio di una vita intera. Dietro le sue spalle la rigorosa architettura ordinata di una scuola (di violoncello) pedante ma funzionale ad una riuscita futura, davanti agli occhi invece (e dentro quella macchina) la prospettiva di una vita comoda, fatta di scorciatoie, probabilmente piena di piaceri e dissolutezza ma certamente intensa e vissuta. Appesantita da un indottrinamento continuo, Jenny sceglie di poter vivere per una volta i suoi sogni, decide di entrare dentro la macchina di David non solo per raggiungere il suo appartamento ma anche per assaporare finalmente le frivolezze offerte da un ragazzo gentile, ironico e sorprendente. Al posto dello studio e della responsabilità la ragazza opta per i brividi di un amore rischioso ma incantevole, per le emozioni di una giornata che continua anche oltre l’orario di cena, per il gusto del proibito offerto da una sigaretta francese, da un bicchiere di champagne di marca, da un vestito charmant e da una pettinatura accattivante. Tutte tentazioni gustose che si possono accettare anche a costo di una onestà intellettuale da sacrificare (David, con la complicità di Jenny, fa continuamente credere ai genitori di lei di essere un uomo per bene e soprattutto inserito nel mondo che conta) e di una legalità da gettare al vento solo per il gusto di essere “contro” (dopo alcuni tentennamenti Jenny perdona a David e al suo amico il furto di una mappa preziosa). D’altronde se i genitori sono contenti di quell’uomo tanto da farne il loro prediletto in casa (a discapito di uno spasimante più giovane ma più inutile) e se Jenny stessa riesce persino a coronare il suo sogno di vedere Parigi, perdervi la verginità al compimento dei suoi 17 anni e poi a tornare a casa piena di racconti e regali da donare alle sue amiche di scuola (anche ai docenti) allora vuol dire realmente che gli sforzi sin qui compiuti non hanno avuto senso, che il cammino difficile verso Oxford può essere sacrificato, mentre la meta di una vita raggiunta e guadagnata con il sudore della fronte può passare definitivamente in secondo piano di fronte alle doti di un “uomo di casa” elegante, inserito e capace di regalare possibilità più di quanto faccia lo studio. Ma quando il destino sembra posare gli occhi sulla ragazza, illuminando davanti a lei un cammino da percorrere senza più impedimenti o problemi di alcun tipo, proprio quando il destino appare ormai ben definito, An education e la splendida prima sceneggiatura dello scrittore Nick Hornby (ispirata dal saggio autobiografico della giornalista inglese Lynn Barber) intervengono però per deviare la traiettoria di una storia all’apparenza prevedibile ma in grado in realtà di appassionare il pubblico fino all’ultimo fotogramma. La capacità di narratore più volte dimostrata da Hornby nei suoi scritti passati, nonché la predisposizione del suo stile ad essere tradotto in immagini rendono l’esperienza di An education unica e suggestiva. La semplicità della storia, infatti, vecchia quanto la Lolita di Nabokov/Kubrick (se non di più), non affievolisce di certo l’interesse concreto verso una narrazione capace di coinvolgere lo spettatore con strumenti semplici e genuini. Come la splendida ed efficace restituzione dell’atmosfera pre-rivoluzionaria dell’Inghilterra inizio anni ’60, così in bilico tra un perbenismo dilagante ed una energia generazionale pronta ad esplodere in faccia alla pedanteria del sistema ; o l’utilizzo di un altrettanto articolato sistema comunicativo capace di arricchire la sceneggiatura “parlata”, già di per sé molto interessante, con una infinità di sottintesi, allusioni, smorfie e movimenti vari (del corpo, del volto) concessi alla libera interpretazione del cast di attori (tutti molto convincenti).
Il gusto retrò della sceneggiatura di Hornby (tipica caratteristica di un autore veramente bravo a raccontare il passato, soprattutto quando questo affonda nell’intimità di un individuo, di un gruppo o di un nucleo familiare) dona all’intera struttura un sapore nostalgico unico, dietro il quale si muovono la leggerezza di accadimenti piacevoli e la concreta rappresentazione di una società lontana nel tempo, troppo lontana per essere compresa oggi. Una società in fermento, non ancora pronta ad ospitare gli stravolgimenti esistenziali che si preannunciavano ma di fatto incubatrice di cambiamenti drastici in tema di considerazione della donna nella società, di una sua definitiva emancipazione, di gioventù e di passaggio di consegne tra vecchia e nuova generazione. Tutti temi questi che il film affronta in maniera delicata, elegante, senza gli eccessi militanti tipici di certo cinema contestatore ma con una compostezza molto più appropriata al tipo di film e ai toni che esso utilizza. An education è sostanzialmente un melò di stampo classico che entra in punta di piedi nell’animo dello spettatore per coinvolgerlo con la forza della passione. Quella dei sentimenti e per i sentimenti puri, per la vita in senso stretto e per le componenti che la rendono unica. An education è un piccolo film sincero che la regista danese Lone Scherfig (Italiano per principianti) ha confezionato in maniera onesta ed equilibrata (sfruttando per certi versi e confutando per altri l’esperienza pregressa di Dogma) un tipo di film gradevole, debitore di tanto cinema lontano. Ma anche di tanti film recenti. Viene alla mente, ad esempio, il Revolutionary Road di Sam Mendes che esattamente come il film della Scherfig si apprestava un anno fa ad affrontare da protagonista la notte degli Oscar, tra la sorpresa dell’opinione pubblica generale e quella degli addetti ai lavori. Un film che suscitava le stesse sensazioni di An education (solo più mature e meno disincantate) e che, al pari dell’opera della Scherfig, utilizzava il fascino di un milieu passato per indagare con occhio sincero e partecipativo l’evoluzione della passione umana. Questo ed altro ancora torna a rivivere oggi, ad un anno di distanza, attraverso un piccolo film che ha già commosso e conquistato la platea alternativa e lungimirante del Sundance film festival. Ottima premessa ad una notte degli Oscar che si prennuncia più interessante che mai (il film come quello di Mendes ha ottenuto tre nomination), in cui il film inglese sarà chiamato a ricoprire il ruolo scomodo ma interessante di outsider.
Lorenzo Vincenti, da “close-up.it”

E’ nata ufficialmente una stella. An Education, visto lo scorso anno al Sundance, a Berlino, a Londra e a Toronto, ma in uscita solo adesso, verrà ricordato negli anni a seguire non solo perchè un gran bel film, ma anche, se non soprattutto, perchè capace di lanciare il mostruoso ed evidente talento di Carey Mulligan, da molti già ribattezzata la “nuova Audrey Hepburn”. Vista in Orgoglio e pregiudizio, la 24enne inglese sorprende e lascia di sasso con la sua incredibile interpretazione, nei panni di una sedicenne inglese negli anni del ‘nulla esistenziale’ britannico, ovvero prima del 68 e della rivoluzione economica che travolse anche l’Inghilterra.
Basato sulle memorie autobiografiche della giornalista Lynn Barber, sceneggiato da Nick Hornby, ovvero il “padre” di Alta Fedeltà ed About a Boy, An Education rappresenta esattamente il meglio che il cinema inglese riesce a fare oramai da anni. Riportandoci indietro nel tempo, in una sorta di ‘limbo’ comportamentale che si collocava esattamente a metà tra il dopoguerra puritano e gli anni rivoluzionari dell’anticonformismo, Lone Scherfig, colpisce nel segno grazie ad una storia ‘educativa’ ed esistenziale, aiutata da un cast talmente affiatato e sorprendente da meritare una nomination ‘globale’ agli Oscar.
Jenny è una ragazzina al culmine dei suoi 16 anni, intelligente e studiosa, completamente concentrata sull’obiettivo di essere ammessa a Oxford, per via anche dei duri ed apprensivi genitori, che poggiano la loro intera esistenza sul futuro della loro unica figlia. Quando però incontra il trentenne David, un uomo affascinante, culturalmente intrigante, apparentemente borghese e dai bei modi, Jenny perde completamente la testa, tanto da far cadere improvvisamente Oxford dalle priorità impellenti. Imboccata ai piaceri della vita, al divertimento e ad un mondo, quello adulto, che da tempo sognava di vivere sulla propria pelle, Jenny si scopre dal giorno alla notte una giovane donna innamorata, pronta ad abbandonare la propria strada e i propri progetti per seguire l’istinto e la passione sentimentale, capace di offuscarla completamente…
Dare vita ad un film partendo da appena 12 pagine. Tanto aveva scritto la giornalista Lynn Barber nella sua minuta autobiografia, fatta di accenni sul suo primo incredibile amore, mai dimenticato. Prese carte e penna, Nick Hornby da quelle 12 pagine ha tirato fuori una sceneggiatura intelligente, affascinante, pronta a buttare sul ring due storici contendenti come “il divertimento” e “l’educazione”. La rigidità delle regole contro la frivolezza. La bella vita vs. una vita fatta di studio, fatica e lavoro. Ponendo la giovane protagonista dinanzi a questo epocale bivio, Hornby e la regista Scherfig dipingono sulla loro tavolozza un’Inghilterra troppo spesso dimenticata e poco raccontata. L’Inghilterra del 1961, ancora impreparata al cambiamento, fatta di famiglie che continuavano a condurre una vita austera e parsimoniosa, preoccupandosi continuamente degli stravolgimenti sociali e morali.
Jenny, sedicenne incuriosita dalla cultura francese, vista con spavento dal severo padre, è come soffocata dall’ambiente famigliare e dalle rigide regole scolastiche, tanto da vedere nell’ultra trentenne David una via di fuga, un esplosione di colori nel proprio mondo monocolore, fatto di scuola, musica e casa. Le sue feste, i suoi amici, i suoi soldi, i suoi modi gentili, la sua esplosiva vitalità ed il suo fascino la conquistano completamente, tanto da portarla a prendere decisioni impensabili fino a poco tempo prima.
Facendo estrema attenzione alle austere ambientazioni dell’epoca, ai vestiti e alla camaleontica ed umorale fotografia, pronta a cambiare colore in base all’emotività della giovane protagonista, An Education vola altissimo grazie alle prove recitative di tutti i protagonisti, guidati dalla sorprendente Carey Mulligan, 24enne credibile nei panni di una minorenne. La sua ragazzina dubbiosa, assetata di sapere e di ‘vissuto’, innamorata della Francia e pronta a trasgredire le ferree regole di un tempo colpisce nel segno, tanto da farle meritare almeno una candidatura all’Oscar come Migliore Attrice Protagonista, se non addirittura la statuetta stessa. Al suo fianco un misterioso, affascinante, infantile, perverso e subdolo Peter Sarsgaard, mai bravo come in questo caso, senza dimenticare il duro e al tempo stesso tenero padre, Alfred Molina, la depressa madre, Cara Seymour, il sorprendente ‘dandy’ Dominic Cooper, l’incredibilmente stupida Rosamund Pike, l’insegnante alla “Attimo Fuggente” Olivia Williams e la Preside tutta d’un pezzo e fermamente cattolica Emma Thompson. Tutti insieme, aiutati da uno script incalzante e da una regia mai banale, trascinano la pellicola fino al ‘povero’ e probabilmente deludente finale.
Ciò che ne resta è un film godibilissimo, pronto a lanciare ufficialmente una stella: Carey Mulligan. Ne risentiremo parlare, come di questo film, statene certi.
da “cineblog.it”

Si può vedere un film ambientato a Londra nel lontano 1961, “cioè prima della rivoluzione” e pensare al berlusconismo senza essere presi per matti? No, non proprio il Berlusconi e i suoi amici ma quelle tecniche “di fascinazione” da sempre conosciute e che da sempre avvolgono ingenui, annoiati, esseri umani dalle modeste esistenze senza veri ideali e speranze. Jenny ha sedici anni, un’intelligenza viva, un pensiero razionale, il mito della cultura e l’ambizione di andare a Oxford eppure in poche settimane perde tutti questi valori per un mondo luccicante che le offre un uomo adulto, per niente colto, fisicamente anonimo e con un corpo da giovanottone appesantito. Per qualche jazz club, qualche ristorante alla moda e un fine settimana a Parigi, la ragazza cede tutto il suo bagaglio di serietà e onorabilità: accetta la menzogna (primo gradino del degrado a tutte le età ), assiste senza protestare ad un furto fatto dal suo ragazzo con un complice, frequenta locali con malavitosi e accetta da parte del suo boy friend imbrogli a vecchie signore. In poco tempo rinuncia alla scuola e al diploma per una promessa vecchia come il mondo; sotto lo sguardo infingardo e benevolo dei suoi genitori piccolo borghesi. Pronti a rimangiarsi educazione e valori in cambio di un baciamano o di una prospettiva di vita di lusso per la figlia. Peccato che la sceneggiatura, abbastanza valida ma ‘superficiale’, sia scritta da Nick Hornby che si sperimenta per la prima volta riadattando un memoriale della giornalista Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Peccato perché Hornby pur bravo non è Solinas o Pinter che avrebbero approfondito meglio il degrado umano dei protagonisti. Peccato che non ci siano più registi come Bresson o il Loach degli anni Settanta, ma soprattutto ci mancano i Losey e i Kubrick. E a dirigere questo film, con garbo e cura maniacale per i dettagli, c’è la danese Lone Scherfig (che ricordiamo per Italiano per principianti) che ha fatto la sua operina.
La storia è ambientata nel sobborgo di Twickenham, nei pressi di Londra. Jenny, studentessa modello, corteggiata da un ragazzotto semplice e noioso, con la passione della musica classica e figlia moderatamente critica di due genitori senza arte né parte, ha una sola méta nella vita: farsi ammettere a Oxford. Al di là di questo, trascorre una vita monotona e grigia come tutti gli adolescenti della zona, qualche passeggiata con le amiche e l’orchestra della scuola in cui suonare. Un giorno, mentre aspetta l’autobus sotto la pioggia, conosce un trentenne David che la conquista simpaticamente, l’accompagna a casa in auto sportiva e con calma riesce a entrare nella sua vita e in quella dei genitori. In poco tempo la porta dove non avrebbe mai creduto: a concerti di musica classica al centro di Londra, a un’asta di opere d’arte, in ristoranti eleganti e dopo Oxford perfino a Parigi. La ragazza pur rimanendo controllata è avvolta in una spirale vorticosa e tutto il suo mondo e i suoi ideali si capovolgono. L’università non è più importante, tantomeno il liceo da cui è cacciata per la rigidità dei regolamenti. E quando lui le chiede di sposarlo, lei accetta senza pensarci nemmeno un po’ nonostante non sembri amarlo e ci sia una notevole differenza di età tra i due. Ma una sera nel modo più banale scopre un segreto di David e tutto precipita… Ma non vi preoccupate c’è un happy end molto conservatore e tutto torna come prima, anzi meglio.
Ad essere un po’ esigenti possiamo concludere dicendo che è una piccola storia minimale, un piccolo racconto di vita che si adagia sul respiro corto e che pur avendo tutte le possibilità di essere un forte romanzo di formazione ci rinuncia rinchiudendosi su se stesso. Ottima la ricostruzione culturale del tempo, ottima anche la pop listener che fa da colonna sonora. Gli ingredienti sono ben mescolati e calibrati mentre il cast è credibile e omogeneo. I due protagonisti sono Carey Mulligan (Orgoglio e Pregiudizio, Nemico pubblico, Brothers) e Peter Sarsgaard (Lezioni d’amore, Orphan, L’occhio del ciclone), lei mostra un po’ più dei sedici anni dichiarati (ne ha 25 ), lui, pur bravo, non riesce a creare nessun tipo di empatia o di fascino “maledetto”. Superbo come quasi sempre Alfred Molina, il padre.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

Non sarà un caso che An Education, piccolo film indipendente britannico, nato in sordina e scoperto al Sundance Film Festival (premio del pubblico e premio alla fotografia), sia in gara con ben otto nomination ai Bafta britannici e si trovi a rivaleggiare per l’ambito premio al miglior film con il kolossal del momento (Avatar), e un acclamatissimo lavoro sulla condizione alienante della guerra (The Hurt Locker). Qual è dunque il segreto di questa timida rivelazione cinematografica? Non si può certo ignorare che il film sia stato sceneggiato dal celebre romanziere Nick Hornby, qui alla sua prima sceneggiatura originale, né che la regista Lone Scherfig, vicina alla Zentropa del genio eversivo di Lars von Trier, aderisca – in parte – anche in questo suo secondo lavoro per il grande schermo (dopo Italiano per principianti del 2000) ai dettami estetici del manifesto danese, che concorrono a sancire il rigore formale e il realismo espressivo dell’opera. A fare la differenza, però, è senza dubbio la freschezza eloquente della ventiquattrenne interprete di Jenny, Carey Mulligan, stella emergente del cinema d’oltre Manica.
Sognando Parigi
Nella periferia londinese del 1961, a un passo dalla rivoluzione musicale segnata da Beatles e Rolling Stones, la sedicenne Jenny è una brillante studentessa, amante dell’arte e della cultura, che aspira a entrare nella prestigiosa università di Oxford, mentre, tra le mura della sua cameretta, canta i brani di Juliette Gréco e sogna di passeggiare per le vie della Parigi bohémien. In un cinereo e piovoso pomeriggio, uno dei tanti che caratterizzano la sua impeccabile e ordinaria vita scandita dal rigore metodico del latino e dalle regole edificanti dei suoi genitori borghesi, mentre è di ritorno dalla lezione di violoncello, Jenny s’imbatte nel carismatico e raffinato David (Peter Sarsgaard), di vent’anni più grande. Scaltro, adulto, smaliziato e brillantemente inserito nella bella vita di arti e svaghi extralusso cui Jenny aspira, David riuscirà facilmente a catturare le attenzioni della ragazza nonché quelle dei genitori di lei (un intenso Alfred Molina e una spontanea Cara Seymour): dapprima inflessibili, verranno poi incantati con il suo bon ton, charme, galanteria d’altri tempi e una buona dose di biasimevoli menzogne. Così Jenny, attirata da quell’uomo maturo che emana un intrigante aroma di dopobarba del tutto estraneo ai sedicenni glabri del suo liceo, crederà per un attimo di poter abbandonare la tediosa via degli studi per vivere un’elettrizzante vita al suono ribelle di “We don’t need no education”. Ma non è tutto oro ciò che luccica. E infatti la stagione di educazione sentimentale della ragazza, condita di aste d’arte, concerti di musica classica, flute di champagne e magici finesettimana spesi tra l’intellettuale Oxford e l’eterea Parigi, svanirà non appena la realtà tornerà a primeggiare sul sogno. Quando il suo principe azzurro verrà inghiottito dalle ombre di una cupa verità, e le piccole bugie della relazione sveleranno grandi piaghe di vita, la sua fase di aberrazione educativa le apparirà sotto una nuova luce rivelatrice. La via verso i sogni, nella stragrande maggioranza dei casi, non ammette scorciatoie, ma solo spirito di abnegazione e sacrificio.
Sviluppi filmici
Ma come nasce questo film di grande rigore estetico e profonda matrice sociale, capace d’indagare su temi scottanti come il ruolo educativo di scuola e famiglia, realizzazione della donna, differenze sociali, religiose e culturali, attraverso un semplice tema generazionale, ossia la smania di vita adulta che dimora in ogni adolescente? Procediamo con ordine. An education s’ ispira a un saggio autobiografico della giornalista inglese Lynn Barber, nata nel 1944 e quindi coetanea della protagonista di An Education. Il materiale è stato poi brillantemente riadattato da Nick Hornby (sempre più noto nel panorama cinematografico grazie al successo ottenuto con i film Febbre a 90, Alta fedeltà e About a boy – Un ragazzo, tratti da suoi romanzi), per dare vita alla storia di Jenny, sedicenne dall’intelligenza sofisticata e anticonformista, che vivrà sulla sua giovane pelle le contraddizioni della società. I risvolti della sua cocente delusione d’amore infatti, acuiti dalle differenze anagrafiche, culturali e religiose, finiranno per rappresentare molto più dell’epilogo di una mera cotta adolescenziale. Ma la vera virtù di questo film, più che nella storia, sta nel realismo espressivo della messa in scena e dei protagonisti. Come la stessa Scherfig ha dichiarato “An Education è debitore sia dell’avanguardia francese, in particolare della Nouvelle Vague, che del Free Cinema Inglese. Ovviamente vi sono anche legami con il Dogma, per esempio ho lavorato a lungo per ottenere effetti di luce naturale come quelli che si vedono nel film e ho usato spesso la macchina a mano. Il mio intento era quello di cercare di essere il più fedele possibile allo script e in questo mi aiutato avere a disposizione un cast eccezionale”. E infatti tutto il film gode di una profonda autenticità visiva, sorretta da uno sviluppo temporale molto aderente al vero, da una curatissima fotografia, che muta intensità al variare degli stati d’animo di Jenny, e da un brillante cast sempre misurato. Carey Mulligan (già vista in Orgoglio e Pregiudizio e Nemico Pubblico), pelle d’alabastro e grandi occhioni scuri, straordinaria nei panni della sofisticata-scolaretta Jenny, sembra riportare in vita bellezza immacolata e purezza espressiva della Hepburn. “Quando la vedi camminare per Parigi ti sembra Audrey Hepburn nella stessa strada cinquant’anni fa”, afferma Variety. Ed è la sua spiazzante determinazione, velata d’ingenuità, a dominare la scena capovolgendo il sottile gioco delle parti. Dal canto suo, Peter Sarsgaard, celato dietro a un volto enigmatico che tradisce un inquieto vivere, si adegua perfettamente alla duplice essenza di David, da un lato gentiluomo intrigante e fidato, dall’altro individuo vigliacco e sleale. Il tutto va in scena sullo sfondo di una Londra dall’anima bivalente, rappresentata per un verso dalla rigida borghesia di oneri sociali e facili pregiudizi in cui è cresciuta Jenny, mirabilmente incarnata dall’inflessibile preside del premio Oscar Emma Thompson, e per un altro dall’atmosfera rarefatta e swinging che s’ispira alla vita bohemien – apparentemente salvifica – di vocazione parigina. Atmosfera ben celebrata dalla sognante colonna sonora, che ritrae il sogno di un’epoca sulle note di pezzi come Sous Le Ciel De Paris e Sur Les Quais Du Vieux Paris.
Educazioni sentimentali
Per una certa affinità con i temi trattati e con le palpabili atmosfere estetico-culturali, An Education richiama alla mente una produzione americana del 2008, Lezioni d’amore di Isabella Coixet. Un’opera che, pur con intenti e sviluppi differenti, analogamente indugiava sulla relazione di una giovane con un uomo ben più grande e che similmente immergeva la storia di educazione sentimentale in un’amalgama puramente artistica. Ed è proprio nel raffronto dei due film che spiccano la naturale freschezza e l’accuratezza visiva di An Education, pellicola che ha il pregio di non cercare l’empatia dello spettatore nel finale struggente ma piuttosto nella forza espiatrice della sua protagonista. Jenny, dopo aver saggiato l’ebbrezza di una precoce crescita e i piaceri dell’emancipazione, risolverà l’empasse esistenziale tornando sui propri passi, disposta a combattere per riconquistare la sua ordinaria condizione di adolescente, consapevole che il vero sogno è il cammino che conduce alle ambizioni e non la meta.
Avvalendosi della sapiente penna di Hornby in fase di sceneggiatura, del retaggio dell’estetica Dogma e di un brillante cast, la regista danese Lone Scherfig confeziona un dramma che ha i colori e i tratti di un quadro impressionista, visivamente ineccepibile e profondamente reale. Ma la vera rivelazione del film porta il nome di Carey Mulligan, è lei a dare anima e corpo alla pellicola, trascinando la sua Jenny tra i fasti dell’alta società e attraverso le difficili ambasce del suo percorso formativo, con le stesse inesauribile determinazione e lucidità e il medesimo carisma di una diva consumata.
VOTOGLOBALE 8
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Nick Hornby aveva un debito nei confronti del Cinema dall’epoca in cui dette in pasto ad Hugh Grant il suo About a boy e pare che finalmente l’ottimo autore inglese si sia deciso ad onorarlo, adattando con grande intelligenza il memoir di Lynn Barber, An Education. Ambientata nei primi anni sessanta, è la storia di una sedicenne (interpretata magistralmente da Carey Mulligan) che sembra avere come unico obbiettivo nella vita la proverbiale ammissione ad Oxford fin quando non diviene vittima (più o meno consapevole) delle attenzioni di un uomo molto più anziano di lei (Peter Sarsgaard), un terremoto che crepa il suo grigio ma sino a quel momento granitico futuro.

Nonostante il soggetto complesso (c’è forte la sensazione che, moralismo gratuito a parte, molto di ciò che vediamo sia terribilmente “sbagliato”) la regista danese Lone Scherfig riesce a mettere in scena con grande delicatezza e sottile humor le disavventure vissute dalla capacissima Carey Mulligan; tutto il film ha infatti come fulcro la perfetta interpretazione della ventiquattrenne inglese (già nelle sale in questa stagione con Public Enemies e Brothers e destinata ad un più che discreto futuro nell’entourage della Hollywood pseudo-indipendente) che al tempo stesso si dimostra incredibilmente ingenua ma brillante e colta, imprigionata nella vita tutta conformismo e savoir-faire che i genitori (Alfred Molina e Cara Seymour) hanno costruito per lei. È perciò dirompente l’ingresso in questo mondo definito e “britannico” per definizione del playboy quarantenne, truffatore di professione, che frequenta i night club più esclusivi, accompagna la ragazza al cinema e ai concerti, le fa persino visitare l’amata Francia per la prima volta – nonostante il padre guardi con disprezzo ed addirittura terrore il Continente.
Solo grazie all’ispirata vena di Hornby la storia riesce ad essere, nonostante tutto, divertente e “leggera” nelle giuste proporzioni, lasciando allo spettatore il compito di interpretare ciò che vede. Manca infatti quel giudizio morale che avrebbe contraddistinto un registro più serioso (ma non più efficace) così come in parte manca la tanto temuta redenzione che avrebbe privato l’intera storia di tutto il suo significato.
An Education sembra essere l’ennesima dimostrazione che una ottima sceneggiatura ed attori in parte siano più che sufficienti a supportare una regia al più accademica; purtroppo si tratta di ciò che manca nella maggior parte dei casi quando si parla dell’amato Cinema nostrano.
da “pianosequenza.net”

” L’azione è carattere, se non facciamo mai niente non saremo nessuno. ” ( Jenny )

Crescere è un processo doloroso che tutti devono affrontare volenti o nolenti , ma se devi farlo nell’Inghilterra conservatrice e bigotta dei primi anni ‘60 è ancora peggio . Proprio di una crescita e di un’ “educazione” ci racconta ” an education ” , una pellicola che per molti potrà sapere di già visto ( giovane sedotta da un uomo più maturo non sembrerebbe un argomento molto innovativo) ma invece si rivela essere contro ogni pregiudizio un’esperienza assolutamente piacevole e interessante: merito soprattutto dell’ottima sceneggiatura dello scrittore Nick Hornby , che adatta un romanzo autobiografico della giornalista Lynn Barber con grande mestiere attraverso note di humor freddo e amarezza tipiche del suo stile . Jenny è una ragazza come tante altre , che sogna Parigi e ascolta i dischi di Juliette Greco , che vuole una vita diversa piena di divertimenti , svaghi ed eventi sorprendenti , contro l’esistenza spenta e noiosa che conduce nel sobborgo di Twickenham , circondata da un padre e una madre assai poco interessanti ; ciò che rende Jenny diversa dalle altre è la sua brillante carriera scolastica che forse , versioni di latino permettendo , potrebbe consentirle di andare a Oxford , leggere senza censure e vestirsi di nero come una novella Audrey Hepburn . Come nei libri di C.S. Lewis da lei avidamente letti Jenny vorrebbe attraversare l’armadio e ritrovarsi in un mondo sconosciuto pericoloso e pieno di tentazioni e David Goldman con la sua bella auto nuova sembra offrirle la chiave per accedervi . Mai salire in macchina con uno sconosciuto direte voi , ma il David di Peter Sarsgaard (sempre perfetto in ruoli malvagi o ambigui grazie al suo sguardo smarrito ) se pur non possa definirsi tecnicamente un adone o un principe azzurro ha un fascino al quale è impossibile resistere : oltre al fatto di avere trent ‘ anni – e quindi avere già esperienza ” dell’università della vita ” vera che la protagonista sogna disperatamente – adora i concerti , i ristoranti , le aste e le corse , vive continuamente di mondanità e divertimenti in compagnia dei suoi amici sofisticati e alla moda ma fondamentalmente vuoti ( in particolare la simpatica bionda stupida interpretata da Rosamund Pike ) , è dispensatore di complimenti e belle parole , abile a mentire e a manipolare riuscendo addirittura a persuadere i genitori della protagonista della sua buona fede . Per Jenny è un richiamo irresistibile , la sua grigia esistenza si colora improvvisamente di sgargianti colori , tutto diviene semplice e facile : vale davvero la pena disperarsi sui libri quando c’è David a esaudire ogni desiderio ? Vale la pena andare ad Oxford e continuare a faticare quando lui le ha chiesto di sposarlo? Suo padre stesso ( un impeccabile Alfred Molina ) da sempre ossessionato dall’obiettivo dell’università , improvvisamente sembra concordare che un buon matrimonio è forse una soluzione più adeguata e confacente a una giovane donna ; ubriaca di Parigi e di una relazione ormai non più platonica la ragazza lascia gli studi e inizia a sfoggiare orgogliosamente l’anello di fidanzamento , finchè l’incanto – in cui tutti noi spettatori eravamo felicemente caduti – , si rompe bruscamente ; Jenny raccoglierà i pezzi e ricomincierà da capo , capirà cos’è davvero importante e andrà avanti , facendo tesoro delle esperienze vissute ma tornando poi a Parigi ” come se fosse la prima volta ” . La danese Lone Scherfig dirige con occhio vigile regalandoci un affresco spontaneo e mai noioso dell’Inghilterra dei primi anni ‘60 , ingessata ancora nell’ombra del dopoguerra e lontana dalla rivoluzione sessuale e dalle minigonne di Mary Quant , in cui spiccano fra le altre anche le performance di Emma Thompson nei panni della conservatrice preside della scuola ( ” non sai che gli ebrei hanno ucciso nostro signore ? ” dirà a Jenny dopo aver saputo che David è ebreo ) e della volitiva professoressa di Olivia Williams , qui imbruttita appositamente da un paio di occhiali enormi tipici dell’epoca . Ma , sopra ogni altra , brilla di certo la performance della ventiquattrenne Carey Mulligan : la differenza di età anagrafica rispetto a quella scenica – che di per sè non è certo un’espediente nuovo nel mondo del cinema – non viene mai percepita , riuscendo lei a comunicarci con sincerità la gioia , le paure e la rabbia tipiche dei sedici anni , qui amplificate dal difficile contesto storico e sociale . è un vero peccato che agli Oscar debba scontrarsi con nomi troppo grandi e imponenti per fama e carriera , perchè se pur si sia fatta le ossa nei film in costume della BBC e questo sia il suo primo ruolo da protagonista , la statuetta sarebbe per lei davvero meritata.
da “recencinema.com”

An Education è un film per molti versi esemplare. E’ un capolavoro? No, non lo è. Ma è il tipo di pellicola che dovrebbe servire come modello per tanti registi (pseudo) autori sul modo in cui bisogna fare un lungometraggio e tutti gli elementi necessari per dar vita a un ottimo prodotto.
Intanto, bisogna scegliere un buon cast. In questo caso, forse siamo di fronte al lavoro migliore visto quest’anno (magari assieme agli interpreti di Amabili resti), grazie a delle prove intense e che non vanno mai sopra le righe. In testa, c’è la magnifica Carey Mulligan, già vista in Orgoglio e pregiudizio e Nemico pubblico, che offre una prova di maturità sconvolgente. In effetti, non è solo quello che fa (esprimere un’infinità di emozioni contraddittorie, come tipico dell’età del suo personaggio) ma anche quello non fa (non esagerare mai puntando su manierismi stupidi). Come già scritto, è lei la scoperta del futuro.
Ma anche i ‘comprimari’ (si fa per dire) sono fantastici. Menzione d’onore ad Alfred Molina. Ovvio, non scopriamo oggi il suo valore, ma è bellissimo constatare come un ruolo apparentemente visto mille volte (il padre burbero e tirchio) sembri qualcosa di nuovo grazie alle sfumature che fornisce. Un’altra parte che poteva facilmente sfociare nello scontato è quella di Peter Sarsgaard, che offre una profondità inattesa. E se Olivia Williams (ve la ricordate come moglie di Bruce Willis ne Il sesto senso?) è una sicurezza, dal bamboccione Dominic – Mamma mia! – Cooper non ci si aspettava una parte così complessa.
Evidentemente, tutto questo deve anche essere merito di Lone Scherfig, in grado di tirar fuori il meglio dai suoi interpreti. Ma, a parte questo, il suo lavoro è notevole anche per il modo in cui segue la storia di questi personaggi. Fin dai titoli di testa, pieni di umorismo molto gradevole, si capisce che la regista di Italiano per principianti (film sopravvalutato come pochi) ha fatto passi da gigante. Ipotesi confermata nell’ottimo tono agrodolce trovato per la pellicola, che non sfocia mai nel dramma vero e proprio, ma senza per questo risultare troppo superficiale. Basti pensare ai sotterfugi divertenti (è anche ‘coinvolto’ C. S. Lewis, l’autore de Le cronache di Narnia) per convincere i genitori della ragazza a farla uscire, ma anche al modo in cui viene raffigurata Parigi, città che al cinema abbiamo visto mille volte, ma che qui è semplicemente bellissima.
Infine, non va dimenticata la sceneggiatura di Nick Hornby, che racconta una scoperta del mondo da parte di un’adolescente in maniera pressoché perfetta. Insomma, come fare un film senza sbavature e in maniera encomiabile. Speriamo il pubblico italiano se ne accorga…
ColinMcKenzie, da “badtaste.it”

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