Amabili resti

Tutto il visibile nel cinema di Peter Jackson subisce un rovesciamento continuo, come se il diaframma di un vero e proprio “cold heaven” fosse un occhio senza palpebra e con una prospettiva omnidirezionale, immersiva, un green screen senza i limiti del trucco a due dimensioni dove le immagini a un certo punto si liberano e di nuovo collidono. Basta pensare alla corsa scoscesa e furibonda tra mostri e rocce nella sua versione di King Kong, con le immagini che cadono letteralmente una sull’altra in un uso selvaggio e furioso del digitale, non così diverso dall’esplosione delle forme nei film degli esordi. Amabili resti è in questo senso il film più sorprendente ed estremo di Peter Jackson, un’evoluzione complessa che sviluppa in altre direzioni il nichilismo di The Frighteners, forse il film più disperatamente ateo del regista Neozelandese, specchio rovesciato e con due sole uscite (l’alto e il basso) rispetto a Lovely Bones, e quell’abbraccio tra libertà e morte che costituisce l’asse spinale di Heavenly Creatures. Quello di Amabili Resti non è un Peter Jackson riconciliato, tantomeno addomesticato; la scelta di immergere le immagini nell’irrealtà liquida del Brian Eno a cavallo tra pre-new wave e ambient porta con se i semi di un esperimento inquietante e commovente come i processi induttivi che sono alla base delle oblique strategies concepite da Eno stesso insieme a Peter Schmidt; espediente matematico e libero della composizione. E’ la scrittura che in Amabili resti procede per sbalzi e riverberi con un procedimento che fa dell’anti lovelyclimax l’occasione per scatenare uno spazio continuamente minacciato dall’instabilità. Sono soglie e schermi lacerati senza freni e limiti quelli che Jackson allestisce, ogni immagine è come minimo spaccata in due; non solo nel movimento verticale di derivazione Spielberghiana ma anche nella composizione delle inquadrature apparentemente più innocue, sin dai primi splendidi minuti, dove Susie bambina è scrutata dal limite di un tavolo, ostacolo tra se e il mondo, tra la sua libertà e quel paradiso tenero e agghiacciante che imprigiona il pinguino nella palla di cristallo, o ancora nella proliferazione di specchi, finestre, vetri infranti che ricordano i palindromi Lynchiani o le Mirror Mask(s) di Dave Mckean, processo creativo tra immagine e amabili_resti1simulacro che dal livello tecnico passa direttamente alla soglia mentale e filosofica. Se c’è un cinema che oggi si avvicina a quello del Peter Jackson di Amabili Resti è una sintesi complessa che dall’oceano sovrannaturale di Mrs. Muir e al rovescio inquietante della Wonderful Life di Capra passa appunto per Lynch fino alle stratigrafie di Mckean e agli spazi iperbolici di Kazuaki Kiriya, geniale e visionario autore Giapponese appiattito dall’amore di una critica modaiola troppo attenta alla fascinazione del visivo, la stessa che con molta probabilità sparerà a zero proprio su questo film di Jackson. Questo limen tra realtà e visione ritrova uno specchio sonoro conosciuto bene anche da Lynch; la versione di Song to the siren rielaborata per il progetto This Mortal Coil, trasforma le liriche di Tim Buckley in un’algida reverie sulla volatilità della memoria, complice il timbro alieno di Liz Frazer, il testo sembra lo stesso, ma non è così: Here I am, here I am waiting to hold you / Did I dream you dreamed about me? /Were you here when I was full sail?
In una delle sequenze più dolorose di Amabili Resti, dolorosa perchè ancora una volta sdoppiata e inestricabile, Jackson sovrappone tenerezza e morte con un senso della profondità di campo che riconduce l’irrealtà di due mondi allo specchio nella consistenza vitrea dello sguardo scopico; Susie desidera un bacio e sullo sfondo la cassaforte-bara con i suoi resti precipita lentamente in un baratro oscuro.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

La capacità di saper morire
di Francesco Alò Il Messaggero

La morte è bella. Quello che non va è, una volta trapassati, voler rimanere attaccati alla vita per rabbia e per amore. Succede alla quattordicenne Susie Salmon (Saoirse Ronan) che il 6 dicembre 1973 viene violentata e uccisa. Susie muore ma eccola subito vagare in un mondo magico di scenari naturali incontaminati che sembra il salvaschermo di un computer. Si chiama Luogo di mezzo. Sulla Terra rimangono le persone che abbiamo visto al suo fianco nei primi sgargianti minuti: il papà testardo, la mamma intellettualoide, la nonna viziosa (Susan Sarandon, divina), la sorella acuta, il fratellino affettuoso e il ragazzo inglese che le piaceva tanto. C’è anche il suo assassino: Mr. George Harvey (Stanley Tucci), sinistro vicino che fabbrica case di bambole. Susie è invitata dalla saggezza degli abitanti del Luogo di mezzo a fare un passo in più verso il Paradiso ma la rabbia per l’impunito Harvey e l’amore per i familiari in lutto bloccheranno l’ascesa in cielo. Lei vuole vedere l’omicida preso. Lei non vuole abbandonare la famiglia. Incredibile. Ce l’ha fatta ancora una volta. Dopo aver adattato l’inadattabile Signore degli Anelli (lì c’era la Terra di mezzo) e aver migliorato il King Kong del 1933, Peter Jackson porta al cinema il best seller di Alice Sebold Amabili resti riproducendo perfettamente la maggiore qualità del testo: si vive la morte di Susie senza dolore ma con serenità ed eccitazione. Grazie a trovate registiche geniali (non mostrando il corpo violentato e martoriato di Susie, siamo portati a credere, per riflesso visivo condizionato, che non sia stata veramente uccisa) e una sceneggiatura che unisce il punto di vista di Susie dal Luogo di mezzo alle vicende dei vivi sulla Terra, Jackson è riuscito a dirigere un film letteralmente aldilà del cinema già visto. E’ insieme dramma familiare, thriller (la sorella di Susie e Mr. Harvey rimettono in scena La finestra sul cortile in una scena di magistrale tensione), romanzo di formazione, storia d’amore e viaggio fantastico. Gran cast ma Ronan e Tucci si prendono tutto questo bizzarro inno al lutto. Una vergogna l’esclusione dall’Oscar come Miglior Film.
da Il Messaggero, 12 febbraio 2010

Quel fantasma cerca pace ma che bravo l’ assassino
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Come accadeva in Viale del tramonto, il punto di vista è quello di una persona defunta. La quattordicenne Susie Salmon, rapita, violentata e barbaramente uccisa da un insospettabile vicino di casa. L’ identità dell’ assassino non è un mistero per lo spettatore, che condivide il segreto con la vittima. Il personaggio di Susie portato sullo schermo da Peter Jackson – mago del Signore degli anelli – fa seguito a una schiera di fantasmi o di angeli del cinema che vegliano sui vivi, da quello che protegge James Stewart in La vita è meravigliosa al marito che si preoccupa per la moglie Demi Moore in Ghost. Però nasce da un libro: il bestseller del 2002 The lovely bones di Alice Sebold. Di che parla The lovely bones, tradotto in Italia Amabili resti? Della perdita di qualcuno che è stato strappato alla vita e agli affetti. Dell’ ingiustizia, dell’ inspiegabile ingiustizia di questa perdita. Della comunicazione tra chi c’ è ancora e chi non c’ è più. Parla di un limbo dove restano sospese le anime in pena per chi è loro sopravvissuto e soffre della loro mancanza. Un papà, una mamma, una sorella, un fratellino e una nonna dall’ aria poco raccomandabile – beve come una spugna e fuma come un turco – ma dall’ animo sensibile. Ex ragazza di stagioni libertarie: affidata a Susan Sarandon. L’ ambientazione in un tempo e in un luogo precisi, la rappresentazione di fatti, di relazioni, di motivazioni e di indagini resta un po’ di sfondo, un po’ secondaria (è diverso da Ghost e dalla sua trama dove l’ omicidio aveva una causa corrispondente a precise intenzioni e precisi interessi). Non costituisce lo zoccolo, il nucleo di fondo. Che invece, attraverso una manipolazione delle immagini e degli effetti speciali in tutto degna della fama di Jackson, risiede in uno struggente atto di fede. Nel credere alla possibilità che continui a esistere il legame brutalmente reciso tra chi si è voluto bene. Nel credere che le anime trapassate non possano darsi pace fino a che non siano riuscite a darsi pace, in qualche maniera, le persone care rimaste in vita. Finoa che non tanto giustizia sia fatta o vendetta sia consumata, ma fino a che non sia stata recuperata una dolorosa serenità, non sia stato raggiunto un doloroso superamento. Con l’ identificazione e la punizione del colpevole, ma come risultato più intuito – sotto la guida della vittima che dall’ aldilà cerca e finalmente trova la strada per suggerire ai suoi cari la pista da seguire – più frutto di un’ intuizione e conseguenza di un contributo soprannaturale che di un’ azione di polizia. Solo ora i vivi e i morti, custodendo gelosamente l’ affettuoso ricordo reciproco, potranno gli uni continuare o riprendere a vivere. E gli altri, per così dire, morire davvero, finalmente, definitivamente. Tra gli interpreti uno in particolare. Cresce nel tempo, dopo Big Night dove era coprotagonista, dopo Il diavolo veste Prada e dopo Julie & Julia sebbene vi fosse confinato in ruoli secondari, lo spessore e il carisma di Stanley Tucci. Qui è il mostruoso, feroce assassino.
da La Repubblica, 12 febbraio 2010

La favola nera di Jackson: autopsia sentimentale di una vittima
di Davide Turrini Liberazione

Amabili resti è un film di cui si è parlato parecchio nell’ultimo anno: Tucci e Wahlberg giuravano fosse un capolavoro a ogni occasione, Peter Jackson si è ritagliato uno spazio importante nella sua affollatissima agenda per girarlo con cura e dovizia di mezzi. E il cast sembra uno sguardo generazionale sul meglio degli attori attuali: oltre ai due giá citati, ci sono un’intensa, bellissima Rachel Weisz (l’unica forse penalizzata, peró, dal passaggio libro-film), una monumentale Saoirse Ronan che a neanche 16 anni, dopo Espiazione , si conferma tra i piú sorprendenti e solidi talenti in circolazione. E infine una Susan Sarandon che ci offre una nonna lucidamente ebbra che ci rimarrá nel cuore.
Un gran bel film che ha il merito e la forza di andare oltre le qualitá del libro omonimo che l’ha ispirato (in Italia edito da E/O). Alice Sebold, la scrittrice che nel 1999 divenne famosa con Lucky , il racconto dello stupro feroce che subì a 18 anni all’universitá e delle reazioni inconsuete che portó in lei e nella sua famiglia, qui rivive, in forma poetica e quasi favolistica, l’aggressione che l’ha segnata, mettendo al centro, peró una quattordicenne stuprata e uccisa, nel 1973, da un serial killer e finita in una sorta di “paradiso di mezzo” da cui osservare la vita, la famiglia, l’innamorato senza di lei. Susie Salmon é la narratrice del libro e della pellicola, e risulta una presenza piacevole, dolce, spesso ironica. Almeno nel film di Peter Jackson, perché la Sebold, invece, ne fa una presenza spesso morbosa, verbosa, giustamente ma pesantemente infantile. E in piú l’autrice, che pur ha in questo racconto l’intuizione geniale di un io narrante assolutamente inconsueto (motivo del successo editoriale clamoroso pur senza ospitate tv o campagne pubblicitarie), ha uno stile e scelte narrative poco felici, così da rendere una splendida storia d’amore e di morte un mediocre melodramma, se si esclude qualche ottima scena madre e alcuni ritratti potenti di (dis)umanitá.
Da qui parte Peter Jackson per darci una favola nera piena di colore, dolcezza, sentimenti. Da un padre disperato, da una figlia rinchiusa in un limbo dorato, piena di dolore, affetto e voglia di vendetta, da un serial killer (Stanley Tucci, da Oscar: irriconoscibile e perfetto in un cattivo tanto normale quanto insopportabile. Si è camuffato per “proteggere” le vere figlie) e che non ha bisogno delle frasi ad effetto o della ferocia esplicita del travet della Sebold per popolare i nostri incubi pieni di rabbia. Jackson alterna il mondo reale allo psichedelico e rutilante aldilá di Susie, dove forse finisce per concedersi troppo, nel bene e nel male. Esagera, diventando a volte stucchevole, ma sa anche regalarci immagini meravigliose come il naufragio incazzato della navi in bottiglia. Meravigliosamente imperfetto, come il miglior Peter Jackson, Amabili resti è una di quelle opere che ti azzanna il cuore e non ti lascia piú, dove l’orrore diventa insopportabile perchè non ci viene sbattuto in faccia, dove il carnefice è “solo” uno squallido burocrate della morte, architetto di covi sanguinosi e case di bambola inquietanti. Noi soffriamo vedendo le vittime, quelle che se ne sono andate e quelle che restano. E Jackson dimostra ancora la sua schizofrenica capacitá di essere kolossal e intimista, offrendoci, del best seller che l’ha commosso, solo gli amabili resti.
da Liberazione, 12 febbraio 2010

Com’è bello l’aldilà
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Se il paradiso nei film è quasi sempre un insieme di nuvole bianche ed edifici neoclassici candidi, il limbo o il purgatorio sono una specie di paradiso vegetale; prati verdi sconfinati, soli e tramonto dorati, fiori che sbocciano, alberi che cambiano colore a seconda dell’umore del protagonista. Magari sarebbe stato ragionevole immaginarli più simili alla Terra con qualche variante, ma sono così pure in “Amabili resti” (“The Lovelv Bones”) di Peter Jackson. Nell’aldilà sta una ragazzina di quattordici anni sequestrata, violentata, uccisa da un vicino di casa; di lì osserva lo strazio della famiglia, il procedere della loro vita; cerca di aiutare gli investigatori a scoprite la verità sul crimine della propria morte; riesce a sottrarre la sorella a un destino simile al proprio.
Le ragazzine preadolescenti sono la passione d’un regista straordinario. Peter Jackson, neozelandese grassoccio, 48 anni, proprietario di una società di produzione e dell’azienda per gli effetti speciali Weta (“Avatar”) è autore di “King Kong” e dei tre film ricavati con immenso successo internazionale da “Il Signore degli anelli” di Tolkien. Il primo bellissimo film di Jackson “Creature del cielo” l994 aveva appuno come protagoniste due quindicenni, era un mix ammaliante e sconcertante di eleganza e atrocità. “Amabili resti”, tratto dal romanzo di Alice Sebold, 1o stesso: alcuni dicono che la scelta dipenda soprattutto dalla sceneggiatrice abituale Fran Walsh, moglie del regista da 25 anni, madre dei due figli Katie (14 anni) e Billy (15 anni); altri sostengono che la predilezione per le ragazzine maltrattate appartenga al lato oscuro di Peter Jackson.
“Amabili resti” non può dirsi del tutto riuscito. Ha qualcosa di dolciastro e di eccessivamente sentimentale, e un andirivieni un poco monotono tra aldiqua e aldilà. Ma Stanley Tucci, l’assassino violentatore, è bravissimo, e il film è intensamente originale: vale certo la pena di vederlo,
da L’Espresso, 11 febbraio 2010

Il fascino dell’aldilà
di Alberto Crespi L’Unità

Il romanzo di Alice Sebold Amabili resti è narrato, in prima persona, da un morto. Nulla che al cinema non si sia già sperimentato, dai tempi di Mr. Verdoux e Viale del tramonto (non pensassero, quelli di American Beauty e di Casalinghe disperate, di essersi inventati qualcosa). Ma la scommessa del nuovo film di Peter Jackson, tale da far tremare i polsi, è un’altra: visualizzare l’Aldilà dal quale giunge la voce di Susie Salmon, 14enne ferocemente uccisa da un vicino di casa e finita in una sorta di «limbo» dal quale riesce ancora a vedere il mondoe a star vicina, in spirito, ai genitori. Jackson, reduce dai trionfi planetari del Signore degli anelli, ha percorso una via a cavallo fra l’immaginario NewAge, le lande finto-medioevali degli Elfi nella trilogia ispirata a Tolkien e un ecologismo spinto, che gli permettesse di sfruttare i selvaggi paesaggi neozelandesi contrapponendoli alle tranquille periferie yankee. Il risultato è un film bizzarro e affascinante, che probabilmente deluderà i fans della Sebold ma si pone come clamoroso «manifesto» per un cinema a venire: pur essendo profondamente «americano» (e il primo per il quale Jackson abbia mai girato un fotogramma negli Usa), Amabili resti è totalmente anti-hollywoodiano. L’Aldilà è l’emisfero Sud, la vita quotidiana è l’America profonda che separa New York da Los Angeles, più precisamente i sobborghi piccolo-borghesi e potenzialmente violenti di Philadelphia dove la Sebold è cresciuta e ha ambientato il romanzo. Tutta la parte del film che si svolge in quello che definiremo «Aldiqua», il mondo di tutti i giorni,è stupenda. Un paio di sequenze comunicano una tensione insostenibile, nonostante Jackson abbia scelto di non mostrare la scena dell’omicidio (che nel romanzo è abbondantemente raccontata). La protagonista Saoirse Ronan (il nome, irlandese, si pronuncia «Sarscia») è formidabile, e bravi sono tutti gli attori di contorno, da Mark Wahlberg a Stanley Tucci. Amabili resti sembra una riflessione laica e «alta» sul Tema dei temi (cosa c’è dopo la morte?), ma forse si rivolge soprattutto a chi rimane, disperato, a piangere i propri cari: e suggerisce una via – del tutto emotiva e illogica, va da sé – per tenerli con noi. Non è roba da Hollywood, ma sarà bene ribadirlo: Peter Jackson non c’entra nulla con Hollywood.
da L’Unità, 12 febbraio 2010

Tragica creatura tra cielo e terra
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Una ragazzina di quattordici anni sequestrata, violentata e uccisa si ritrova in un luogo di passaggio tra cielo e terra, lassù, limbo, purgatorio o paradiso vegetale di prati sconfinati, alberi, fiori, albe e tramonti. Di li (non sempre la morte significa fine della vita, secondo il film Amabili resti) segue lo strazio della sua famiglia, tenta nei modi più complessi di dare aiuto alle indagini sulla propria morte, riesce a sottrarre la sorella a un destino simile al suo. Il surreale e le ragazzine pre-adolescenti sono la passione d’un regista straordinario: Peter Jackson, 48 anni, neozelandese, recentemente dimagrito diventi chili, proprietario d’una società di produzione e di un’azienda per gli effetti speciali (la Weta di Avatar), regista di King Kong e della trilogia di film ricavata dal Signore degli Aneili di Tolkein, marito da venticinque anni della sceneggiatrice Fran Walsh. Il suo primo bellissimo film, Creature del cielo (1994), già mescolava ragazzine e visionarietà. Stavolta le cose sono andate meno bene, Amabili resti, tratto dal romanzo di Alice Sebold (editore e/o) è un po’ troppo sentimentale e dolciastro, il legame narrativo tra cielo e terra è greve. Ma Stanley Tucci è bravissimo e il film ha uno stile assolutamente originale, mai visto.
Da La Stampa, 12 febbraio 2010

Quando l’orrore diventa poesia
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Peter Jackson, sulle orme di J.R.R. Tolkien e della sua trilogia de “Il Signore degli anelli”, ci aveva raccontato di una Terra di Mezzo con tutte le suggestioni di una fiaba. Oggi, rifacendosi a un romanzo di successo di Alice Sebold, ci racconta di un…Cielo di Mezzo. Vi approda, a soli quattordici anni, una ragazzina, Susie, uccisa da un assassino seriale probabilmente pedofilo. Si lascia alle spalle una famiglia molto amata composta da papà, mamma, da una sorella e da un fratellino. Li, da quel Ciclo di Mezzo dov’è per il momento approdata, in attesa di una destinazione definitiva naturalmente non può più comunicare con loro però continua misteriosamente a vivere le loro vite, assistendo al disperato dolore dei suoi, specie di quel padre che ora a tutti costi vuol stanare il suo assassino e, a un certo momento, anche della sorella cui arriva a far giungere, per intuizione, le indicazioni adatte a scoprire la verità…
Un tema difficile, un argomento rischioso specie al momento di trasportare in immagini le pagine scritte da cui ci arrivano. Petei Jackson, però, ha vinto bene la scommessa non solo nella rappresentazione visiva di quel Cielo di Mezzo che descrive tra colori vividi, fiori, apparizioni gentili come una bambina può immaginarsi il Paradiso (o la sua anticamera); ,a in quel continuo alternarsi di situazioni reali, sulla terra, nella cornice di quella famiglia, a situazioni che discendono unicamente, dal sogno, in cifre quiete e poetiche in cui il surreale o, meglio, il non reale, il solo a proporsi. Con un variare di luci, di cornici, di gesti in equilibrio ben dosato fra l’uno e l’altro mondo. Qua dando spazi quasi affannosi alla ricerca dell’assassino da parte del padre e della sorella, là indugiando, ma sempre con grazie e modi lievi, sulle tensioni costanti di quella bambina che fa di tutto pei indirizzare i suoi alla scoperta di chi l’ha uccisa, paga, alla fine, di aver constatato la tenerezza di quei legami familiari che sono ormai per lei gli “amabili restit’ del titolo.
Le dà volto, e sensibilissime espressioni, una piccola irlandese Saoirse Roman, che farà molta strada. Il papà è Mark Wahlberg, la mamma è Rachel Welsh, il pedofilo è Stanley Tucci. C’è anche una nonna, giovane ed eccentrica. Con il viso forte e segnato di Susan Sarandon.
Da Il Tempo, 14 febbraio 2010

Mi chiamo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo 14 anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973. Era prima che le fotografie delle ragazzine scomparse fossero stampate sui cartoni del latte, era un periodo in cui la gente pensava che cose simili non succedessero…
Tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold, Amabili resti rappresenta forse il tentativo di Peter Jackson di unire quel tipo di cinema che gli ha dato fama e fortuna in tempi recenti con un tipo di racconto che aveva già sperimentato ai tempi di Creature del cielo. Il romanzo della Sebold parte dalla splendida idea della ragazzina morta che racconta la sua storia prima dell’omicidio e quella dei suoi familiari dopo, ma in realtà non ha molto altro che questo a sorreggerlo nonostante i due milioni di copie vendute possano far pensare altrimenti. Jackson ci mette invece molto del suo, semplificando la storia terrena e soprattutto creando un Cielo immaginifico e di sicuro fascino, anche se non sempre correttamente sostenuto da una fotografia comunque di valore.
E’ molto bello il modo in cui Jackson sceglie di mostrarci la preparazione dell’omicidio – la costruzione del rifugio da parte dell’assassino – ed è bellissima la scena in cui Susie inizia ad allontanarsi dalla Terra e capisce di essere morta. In molti momenti nel corso del film, però, il montaggio appare un po’ rozzo e solo di rado sembra avere il giusto ritmo, e tutto è sottolineato dalle terribili musiche di Brian Eno che non fanno per niente onore alle sue composizioni precedenti.
Il film è comunque sostenuto dalle ottime interpretazioni di tutti gli interpreti, in particolare un bravissimo Stanley Tucci e una straordinaria Saorsie Ronan, cui non è difficile pronosticare una grande carriera. E’ soprattutto grazie a loro se i loro personaggi riescono ad essere emotivamente forti, e sicuramente senza di loro il film non sarebbe riuscito ad essere efficace come invece è.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

Una ragazzina quattrodicenne brutalmente assassinata, il colpevole impunito, una famiglia distrutta: sono gli ingredienti del nuovo, atteso ed emozionante film del regista premio Oscar Peter Jackson, tratto dal best seller di Alice Sebold, che non delude le aspettative.
“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973..”
Arriva dall’aldilà la voce di Susie Salmon (Saoirse Ronan, già ottima protagonista di Espiazione di Joe Wright, brutalmente assassinata a 14 anni da un “predatore di bambini”, suo vicino di casa, rimasto impunito. Il corpo non è mai stato ritrovato. La sua famiglia, dopo la sua sparizione, si è disgregata: la madre (Rachel Weisz) se ne è andata di casa, il padre (Mark Whalberg) continua ossessivamente a cercare tracce della figlia e un colpevole, la sorella Lindsay (Rose McIver) attraversa l’adolescenza con il peso di essere sopravvissuta alla sorella. Nemmeno l’arrivo della scombiccherata nonna, interpretata da Susan Sarandon, sembra poter frenare la lenta distruzione del nucleo famigliare.
Susie Salmon osserva quanto accade alla sua famiglia – e al suo assassino, un irriconoscibile Stanley Tucci che per questo ruolo si è guadagnato una nomination agli Oscar – da un limbo pieno di colori, un “orizzonte blu” a cui Susie resta aggrappata, divisa tra il desiderio di vedere la sua famiglia ricomposta e la brama di vendetta. Un luogo in cui la verità del passato e il vuoto del presente vengono centellinati allo spettatore con continui richiami che ricompongono gli accadimenti del passato: dalla pianificazione del suo omicidio alle reazioni di chi l’ha amata e continua ad amarla, alla progettazione di un nuovo omicidio da parte del vicino. Le parole e le frasi di Susie sono semplici, ciò che dice terribile, le vicende che narra spaventose, ancor più perchè lo spettatore sa che Susie non tornerà, non può salvarsi.
Il film di Peter Jackson è tratto dal bestseller omonimo di Alice Sebold, The lovely bones (Amabil resti), ma il regista neozelandese, grazie ai maghi degli effetti speciali della Weta Digital, dilata l’elemento soprannaturale, riempiendolo di colori saturi e brillanti, facendo confluire nell’immaginario gli elementi reali che scandivano le giornate di Susie. Un aldilà che dà corpo alle emozioni adolescenziali e agli aspetti più onirici a cui si contrappongono le dimesse ambientazioni anni settanta della midlle class americana: villette a schiera, problemi con il mutuo, il giardino, le rose da potare e i bimbi in bicicletta.
Jackson calibra i tempi, la suspense, la commozione, il sorriso, con un cast stellare. Un equilibrio conquistato disseminando la storia di dettagli e riferimenti (il campo di grano in cui Susie è stata uccisa, il gazebo dove avrebbe dovuto incontrare il suo primo amore, le navi in bottiglia che realizzava con il padre) che tornano nel limbo a rinsaldare il legame di Susie con il mondo terreno.
Definire Amabili resti un thriller sarebbe fargli un torto: perchè la storia è un giallo che diventa dramma, scivola nella commedia, si trasforma in fantasy, sfiora il romaticismo. La colonna sonora originale di Brian Eno e i silenzi di alcune scene che strizzano l’occhio a Hitchcock sono ulteriori elementi che fanno trascorrere i 139 minuti della durata senza mai annoiarsi.
Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

Amabili resti – la recensione
Nel giugno del 2002 esce in America un romanzo molto particolare, The Lovely Bones. L’autrice è Alice Sebold, che nel suo primo libro, Lucky, racconta con dovizia di particolari la sconvolgente esperienza vissuta da studentessa, quando subisce uno stupro estremamente brutale e reagisce per ottenere giustizia e ritrovare la serenità, consapevole di essere stata, paradossalmente, “fortunata” nel sopravvivere.

Nel suo secondo libro l’autrice trasferisce parte delle sue tremende vicende nella storia della sfortunata Susie Salmon, una ragazzina stuprata e uccisa a 14 anni da un vicino di casa, che dal suo cielo segue con ansia, gioia, angoscia e passione quel che accade dopo e a causa della sua assenza, alla sua famiglia, ai suoi amici e al suo assassino. E’ una narrazione molto fitta, al tempo stesso terribile e divertente, diversa da qualsiasi cosa abbiamo letto. E’ una voce sempre presente, quella di questo essere che “vive” in un cielo naif, kitsch e decisamente infantile (da cui trasmigrerà poi in un cielo più adulto) e che ha già baciato senza eccessivi entusiasmi il ragazzo che appare anche nel film (“tornerà” – nel libro – solo per farci l’amore). Tutto è visto attraverso lo sguardo di Susie, dalla sua posizione privilegiata.

Probabilmente Peter Jackson non prevede questa difficoltà, quando, durante la lavorazione di King Kong, annuncia che dirigerà Amabili resti l’adattamento cinematografico di questo romanzo di cui si è innamorato. E’ ovvio che ci sono sempre problemi di trasposizione delle storie scritte: ad esempio l’impossibilità di concentrarsi sui singoli personaggi in maniera approfondita può rendere superficiale la narrazione. Ma se questo non è sempre di importanza capitale, lo è quando la fonte – come in questo caso – è tanto ricca, e tutto l’apparato visuale impiegato non ne compensa l’impoverimento.

Quello che da un punto di vista cinematografico lascia più perplessi, però, non è tanto la rilettura del cielo di Susie Salmon in chiave jacksoniana, quanto l’assenza – o quasi – dell’intensità del dolore trasmesso dalle pagine del romanzo, pur senza rinunciare mai all’ironia e al sorriso. Ad esempio – ed è un momento cruciale della storia, in cui la Sebold riversa una verità terribile su cui non è giusto sorvolare – Susie racconta il suo stupro e il suo omicidio in modo niente affatto morboso, ma molto realistico. Jackson glissa su questo momento compiendo un’ellissi che sa di autocensura e che non aiuta l’adesione dello spettatore. La violenza, e come questa cambia le persone che hanno la disgrazia di esserne toccate, è il tema centrale del romanzo, che a parer nostro risulta diluito fino a perdersi nella versione di Peter Jackson. In più: il racconto dettagliato da parte di Susie nel libro, aiuta a comprendere perché sia caduta nella trappola di uno sconosciuto con tanta ingenuità, mentre nel film questa importante sequenza appare troppo brusca, veloce e poco comprensibile.

Il dolore di Susie e dei suoi, le strade sbagliate che prendono in seguito alla sua morte, la stessa figura dell’assassino, sono appena abbozzati. A tratti lo sguardo di Susie sparisce, e non si resta immersi nella sua mente e nella sua pelle per tutto lo spazio del racconto. Forse, per una volta, è meglio non aver letto il libro, e pensare che Peter Jackson ne abbia fatto la migliore versione possibile. Ma se il matricidio di Creature del cielo era un momento agghiacciante e preparato con sapienza, non abbiamo trovato nulla di equivalente in Amabili resti. Nulla che ci facesse pensare, fremere, rabbrividire, e infine gioire. Quanto agli attori, se la giovanissima Saoirse Ronan è straordinaria nel ruolo protagonista, ci sono sembrate opache le interpretazioni di Mark Wahlberg e Rachel Weisz in quello dei genitori. Personaggi del genere avrebbero richiesto attori di maggiore spessore, o esperti caratteristi. La figura della nonna, interpretata da Susan Sarandon, molto importante nel libro, è nel film una macchietta inserita più in funzione di comic relief che per esigenza narrativa. Totalmente evanescente è la figura del detective (in questo caso l’attore ci è apparso totalmente fuori parte). E infine, la performance di Stanley Tucci nel ruolo del serial killer: la sua scelta – giusta – è stata quella di rendersi irriconoscibile e operare per sottrazione, in un modo che ben rispecchia la capacità mimetica degli psicopatici. Ma questo non ne fa automaticamente una performance da Oscar. Il grande assente di questo film, in tutti i sensi, è il corpo: il corpo acerbo violato e dissacrato di Susie, il corpo massiccio del padre, il corpo fragile della madre, la solida concretezza del corpo della nonna.

L’Amabili resti di Peter Jackson è un film a sé, che ha i propri pregi, e che è comunque un’opera anomala nel panorama del cinema contemporaneo. Nelle mani del regista neozelandese si accentua l’aspetto di Alice nel paese delle meraviglie già presente nel libro. Ma, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a non rimpiangere il Jackson di Creature del cielo, quello meno interessato a fare film per tutti e più audacemente sperimentale, o anche quello de Il signore degli anelli. Questo Amabili appare una tappa intermedia nel suo percorso, un film in cui ha dovuto forse a malincuore scendere a qualche compromesso. Ma è comunque una interessante riflessione sulla vita e sulla morte, due fantastiche avventure che a molti di noi, probabilmente, piacerebbe vedere arricchite della magia del digitale.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

Dopo la fortunata trilogia del Signore degli anelli e il remake di King Kong, il talentuoso Peter Jackson ha deciso di giocare la carta della traslazione sul grande schermo di un bestseller contemporaneo di evidente sapore New Age come Amabili resti di Alice Sebold, una fonte letteraria oggettivamente ardua da tradurre in immagini in quanto marcata da una forte componente fantastica – ma al tempo stesso anche tristemente autobiografica –. La storia è centrata sulla lancinante vicenda della sfortunata quattordicenne Susie Salmon, appassionata di fotografia ed innamorata persa di Ray Singh, un compagno di scuola dell’ultimo anno. La vita della giovanissima protagonista finisce in frantumi con quella dei genitori in un brutto pomeriggio del 1973, quando Susie, tornando a casa, viene avvicinata dal serial killer della porta accanto, George Harvey, un timido vicino di casa che prima la violenta e poi la uccide brutalmente. L’anima della ragazza resta però sospesa in una sorta di limbo tra cielo e terra, divisa tra la sete di vendetta verso il suo assassino, che gira ancora a piede libero in preda alla sua sete di sangue, il desiderio che il profondo dolore dei genitori, Jack e Abigail, possa trovare qualche forma di consolazione, e il rimpianto per quello che non ha potuto vivere, a partire dal primo appuntamento con Ray. Lo stile nervoso di Peter Jackson ci guida nei meandri di un plot di marca fantastica (talvolta quasi fiabesco) tratteggiato con la consueta maniacale attenzione per i dettagli del regista neozelandese ed attraverso un ritmo narrativo blando ma nel complesso teso: la storia, raccontata in prima persona, è coinvolgente e ricca di suspense, cattura fin da subito lo spettatore e lo avvince fino alla fine, anche grazie ad occasionali divagazioni horror. Nella seconda parte Amabili resti assume maggiormente le connotazioni del thriller, quando il padre di Susie finisce in preda dell’ossessione per il ritrovamento dell’assassino della figlia dato che gli inquirenti continuano a brancolare nel buio. Il sogno finale della defunta protagonista prima di ascendere verso qualcosa di indefinibile ed ultraterreno si materializza in una citazione palese ma intrigante di Ghost di Jerry Zucker, che un po’ costituisce il fortunato capostipite dei thriller sovrannaturali. Il film di Peter Jackson descrive con grande sensibilità la ragnatela di sentimenti che aleggiano intorno alla tragedia al centro della storia, interpretata da un cast di spessore nel quale corre l’obbligo di segnalare in primo luogo la giovane protagonista Saoirse Ronan, davvero intensa, la dinamica nonna di Susan Sarandon e lo straordinario assassino seriale di Stanley Tucci, orribile quanto socialmente rassicurante. Da vedere.
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Peter Jackson è l’uomo delle imprese impossibili; o meglio, il regista degli adattamenti impossibili, o quantomeno improbabili, visto che dopo aver tentato – riuscendo a convincere e a tratti a strabiliare, sia pur rileggendo la fiaba in modo personalissimo – l’impresa di adattare cinematograficamente il maestoso capolavoro fantasy di J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, si è lanciato in un’altra complicata rivisitazione di uno dei maggiori successi letterari degli ultimi anni, Amabili resti della scrittrice statunitense Alice Sebold. Impresa non meno ostica, per chi conosce il complesso romanzo della Sebold, per l’evidente difficoltà di riprodurre in immagini non soltanto il limbo in cui viene calata la sfortunata ragazzina brutalmente assassinata, ma soprattutto i nessi tra il mondo terreno e quello sospeso, una consecutio narrativa che la scrittrice tiene magicamente in equilibrio con continui ed efficaci interscambi dimensionali davvero difficili da restituire fluidamente dal punto vista visivo, senza rischiare di perdere più che qualcosa in efficacia narrativa. E in effetti Peter Jackson trova proprio in questo punto nodale del romanzo l’ostacolo più duro da superare, incontrando poco prima della metà dell’opera degli intoppi narrativi che gli hanno fatto incassare alterni consensi di critica e una tiepida accoglienza di pubblico. Fuori da ciò, ed entrando nel discorso cinema, che è sicuramente altro e oltre l’impressione degli spettatori occasionali e l’inerzia giudicante di alcuni critici che restano alla superficie delle cose osservate, Amabili resti è un film che, pur nella sua imperfezione, fa breccia profonda in chi si lascia vincere dalla grandezza del mondo di celluloide di Peter Jackson, il quale rilegge ancora una volta a suo modo un testo letterario e come in passato riesce a trasportarne l’anima sullo schermo, facendo leva non soltanto sulla sua indubbia capacità di donare enorme potere alle immagini, ma anche addizionando o sottraendo sottotesti dal testo base, senza peraltro alterarlo, per potenziarne o attenuarne gli elementi in una chiave intima e personale, decisamente coraggiosa. Prima di approfondire i motivi dell’opera, ripercorriamone brevemente la trama.

Pennsylvania (Stati Uniti), 1973. Susie Salmon è un’adolescente appena 14enne allegra e spensierata. È vivace e intelligente, ha l’hobby della fotografia e vive con i genitori, una sorella di poco più piccola e un fratellino. Susie Salmon ha da poco incontrato anche il ragazzo che le fa battere il cuore, uno studente più grande che le ha fatto una dichiarazione in piena regola. Ha appuntamento un sabato, con lui, per quello che sarà il suo emozionante primo bacio. Così le ha detto la nonna, che può lasciarsi andare, perché il primo bacio è bellissimo, memorabile. Susie Salmon a quel primo bacio non ci arriverà mai, perché violentata e uccisa da un vicino di casa che si scoprirà essere un assassino seriale di giovani donne, adolescenti e persino bambine. Susie Salmon ora si trova in un mondo intermedio, in una terra di mezzo che non è né cielo né terra. Cerca una porta per la luce più alta, accogliente, una porta per il paradiso; ma qualcosa la trattiene nel limbo, un sentimento di vendetta nei confronti di chi le ha sottratto la vita ancora in fiore. Susie Salmon allora costruisce immaginificamente la sua terra di mezzo, con le fantasie della sua tenera età, con un occhio al cielo e uno alla terra, seguendo le gesta dei suoi cari, distrutti dall’evento, e quelle di un assassino che si sente sicuro ma ha più che mai il fiato sul collo: il sottile filo con le cose terrene dà modo a Susie di lasciare impercettibili segni per indirizzare il padre verso la soluzione del caso, legandolo inevitabilmente a sé fino all’epilogo. Susie guarda la vita dal suo osservatorio privilegiato, e fa di tutto per rimanere vicino agli amabili resti che la vita le ha lasciato, tutti quegli affetti e quei momenti che comunque restano, come fotogrammi indelebili, nella memoria dell’anima.

Un film intenso, che riesce attraverso il lirismo e l’immaginazione a vincere l’orrore di una fine atroce e crudele; una dolorosissima fiaba in cui Jackson usa tutto il tatto possibile per restituire allo spettatore una vicenda che nel testo d’ispirazione è descritta in maniera più scabrosa e inquietante. Il regista neozelandese, in effetti, omette la violenza a livello visivo, e a livello narrativo glissa sulle barbarie sessuali subite dalle giovani vittime, forse per evitare tagli o problemi di censura, più probabilmente per sensibilità. E la scelta, a mio modestissimo parere, non è affatto insensata, visto il taglio poetico dell’opera. Certo, come si accennava in precedenza, Jackson incontra difficoltà d’amalgama, nonostante il riuscito incastro della voce fuori campo della ragazzina come io narrante, e dopo 30-40 minuti magistrali (più o meno fino alla morte di Susie) l’opera rallenta visibilmente dal punto di vista narrativo e da qui in poi incontra l’insormontabile ostacolo di cui si diceva, quello di trovare una consecutio lineare tra i due mondi. Ma è una pecca che non inficia la bellezza e la complessità di una pellicola in cui tutti gli elementi tecnici sono di assoluto livello, a partire da una fotografia che riesce brillantemente ad alternare gli stati emotivi, attraverso le innumerevoli tonalità di luce e buio con cui contrappunta tutte le sequenze fondamentali. Poi c’è la regia di Jackson, e qui siamo su livelli di classe purissima, perché parliamo veramente di un grande costruttore di immagini e di un sapiente direttore d’attori. Altro punto forte del film è infatti il ricco e ispirato cast, nel quale si elevano le performance della bravissima e giovanissima Saoirse Ronan (nata in America, ma irlandese d’adozione, è addirittura del 1994!), già apprezzata in Espiazione e Houdini (altre due grandi prove: nella prima fu candidata all’oscar come non protagonista, nella seconda oscura per presenza scenica e bravura Guy Pearce e Catherine Zeta Jones) e di un monumentale Stanley Tucci, davvero perfetto nei panni d’un assassino glaciale e spietato, per questa interpretazione in corsa per l’oscar come non protagonista. Ottimi anche Mark Wahlberg e la sempre brava e bella Rachel Weisz, decisamente in parte anche Susan Sarandon, che nei suoi brevi intervalli recitativi dà sfoggio della sua consumata bravura. Notevole la colonna sonora del grande Brian Eno, dalle sofisticate venature new age.

Siamo ancora una volta nella terra di mezzo, a ben guardare, territorio che piace a Peter Jackson sin dai primordi del suo bizzarro cinema, in cui costruiva mondi beffardi e improbabili per alterare cinicamente la realtà nel tentativo di criticarla sotto metafore splatter-demenziali. Siamo sempre in territori sospesi, da Creature del cielo (per certi versi il più affine dei suoi film ad Amabili resti), Sospesi nel tempo fino a King Kong, passando per la trilogia tolkeniana per planare nell’universo di un’anima strappata brutalmente dagli affetti e dalla vita. E qui Jackson ci regala il suo personale sguardo animico e spirituale, filtrato dagli occhi purissimi di un’adolescente sfortunata, una sorta di misticismo laico in cui la realtà si altera e scava nella ricerca di nuove dimensioni per emanciparsi dall’orrore che a volte ci riserva la vita, quell’orrore così crudele e insensato che consente all’uomo di abusare del suo libero arbitrio senza la certezza di un giudizio superiore, trascendente, divino. Ecco allora la terra di mezzo, quel mondo sospeso tra terreno e divino in cui la distanza ci pone in equilibrio: in equilibrio per trovare i motivi e i perché, in equilibrio ad osservare gli amabili resti di un passato che si annulla per rinascere in una nuova dimensione (meta)fisica e temporale che è al contempo nuova vita dell’anima. Una memoria affettiva incancellabile, qualunque sia il mondo che il destino le ha riservato in sorte. Amabili resti è una grande storia: un libro potente e un film bellissimo proprio perché imperfetto, perché umano troppo umano nel suo voler restituire quell’intervallo possibile tra il qui e l’oltre che è sempre al centro dei nostri interrogativi esistenziali.
Leon, da “lankelot.eu”

Tratto dal romanzo di successo di Alice Sebold The Lovely Bones, il racconto noir dalle tinte magiche e fantastiche approda sul grande schermo grazie alla regia del pluripremiato Peter Jackson che si è valso di un cast stellare e di una produzione firmata Film 4 e DreamWorks con Steven Spielberg, anche lui fan del libro, come produttore esecutivo.
La voce dolce e gentile della quattordicenne Susie Salmon (Saoirse Ronan) che accompagna le immagini di vita quotidiana di una perfetta famiglia americana degli anni Settanta non appartiene più al regno dei vivi. Susie infatti è morta per mano del vicino di casa, Mr. Harvey (Stanley Tucci), e da quel momento si trova in un limbo che prende la forma delle sue emozioni mentre osserva come i familiari continuano a vivere sulla terra dopo la sua scomparsa.
Una delle grandi qualità di Peter Jackson è sicuramente l’equilibrio. Vero è che per realizzare i suoi mastodontici progetti dalla trilogia de Il Signore degli Anelli a Hing Kong si è sempre valso di grandissime produzioni e di attori di sicuro valore. Resta però indubbio il grande potere del regista neozelandese di saper mettere davanti agli occhi dello spettatore una miscela ben equilibrata di elementi. Amabili Resti non delude le aspettative e si presenta come un’ottima prova non solo registica ma anche di scrittura filmica. Non era certo facile avere a che fare con un thriller dai tratti fantastici come la storia di Susie Salmon dove si scopre fin dalle prime battute che la giovane voce narrante è quella di una morta e dov’è svelato fin troppo presto il volto dell’assassino.
Ancor più difficile dover reggere il gioco con la dimensione ultraterrena del limbo dove ora si trova Susie, un posto che riflette le sue emozioni e come spiega il regista “ si modifica a seconda del suo stato d’animo, rispecchiando totalmente il suo umore e la cultura terrena da cui proviene lo spirito che lo penetra. È fatto di momenti idilliaci e di momenti oscuri.” Così Susie vive tra il gazebo dove avrebbe dovuto incontrare il suo spasimante e dare il primo bacio, tanto sognato, e tra i modellini delle navi in bottiglia che il padre costruiva per hobby, o ancora tra il fogliame del campo di grano dove ha perso la vita.
A completare la dimensione soprannaturale ci ha pensato Brian Eno che ha scritto la colonna sonora. Di grande effetto sono soprattutto le scene in cui domina il sonoro, come quando la secondogenita Salmon trova l’indizio che incolpa Mr. Harvey. La suspense provocata dalle pagine sfogliate del diario segreto di Mr. Harvey, lo scricchiolio del pavimento in legno è quasi più potente delle immagini realizzate a computer con le animazioni del limbo fantastico in cui si trova Susie.
Susie veglia sulla propria famiglia e la osserva mentre si sfalda sotto il peso del dolore per una morte così ingiusta, crudele, e che grida vendetta. Mentre la fragile madre Abigail (Rachel Weisz) cede sotto il peso del dolore e decide di abbandonare il tetto familiare per ricominciare a vivere lontano, il padre Jack (Mark Wahlberg) non si dà pace e oltre a dover crescere gli altri due figli con lo scarso aiuto della suocera Lynn (Susan Sarandon), sempre ubriaca, Jack continua per anni a cercare disperatamente qualche indizio che possa condurlo a scoprire l’assassino della figlia.

L’elaborazione di un lutto così ingiustificabile ma anche l’amore che trascende la morte grazie al potere del ricordo sono i temi portanti del film. Così la passione preferita di Susie che da grande avrebbe voluto diventare una fotografa diventa la prova decisiva per Jack che sviluppando le fotografie di Susie individua il volto dell’assassino della figlia. Il film sembra rimarcare in questo passaggio il potere della fotografia (e quindi anche del cinema) di catturare un momento della realtà e restituircelo per sempre anche se la vita umana è continuamente circondata dalla tragicità della perdita.
Letizia Geron, da “nonsolocinema.com”

Dopo il successo planeterio della trilogia de “Il Signore degli Anelli”, che ha ricevuto un numero copioso di premi a vari festival e agli Oscar (17 statuette), e la più recente rivisitazione di King Kong (2005), Peter Jackson torna dietro la macchina da presa per portare sul grande schermo la trasposizione del romanzo omonimo di Alice Sebold (edito in Italia da E/O), un libro amato da milioni di lettori che ne hanno decretato il successo. Jackson ha iniziato a leggere il libro durate la post-produzione de “Le Due Torri”, consigliato da Fran Walsh che lo ha trovato perfetto per la fervida creatività del regista, anche per l’aspetto magico e ultraterreno che il romanzo possiede.

1973 Pennsylvania. La quattordicenne Susie Salmon vive serenamente la sua adolescenza, ha una famiglia calorosa e un forte legame col padre Jack, con il quale trascorre molto tempo.
Il 16 dicembre 1973 Susie viene uccisa dal vicino di casa, Mr. Harvey, senza che nessuno veda o sospetti nulla. Lo spirito di Susie rimane ancorato alla Terra e si ritrova esattamente nel mezzo, in un luogo non luogo tra cielo e terra, dal quale la ragazzina vede il cedimento emotivo e psicologico dei propri familiari, con i quali vorrebbe entrare in contatto. Inoltre vorrebbe raggiungere Ray, con il quale avrebbe avuto il suo primo appuntamento galante. Rifiuta il suo stato, prova molta rabbia e desiderio di vendetta nei confronti del suo assassino.
Il tempo passa Susie rimane sempre la stessa, mentre i suoi familiari cercano ognuno a modo loro di affrontare la perdita.
Jack è ossessionato dal trovare il miserabile che ha ucciso la sua bambina, Susie comprende quanto sia deleteria la vendetta e aiuta la sua famiglia a ritrovare la serenità.

Peter Jackson, Fran Walsh e Philippa Boyens hanno collaborato alla scrittura della sceneggiatura. La storia si districa tra magia e realtà, non è la storia di un omicidio, l’intento del regista è stato quello di mostrare l’energia positiva che bisognerebbe sprigionare soprattutto nelle situazione più disperate.
Il film affronta un tema difficile: quello che succede dopo la morte. Jackson ha utilizzato un modo drammatico e potente per affrontare vari temi della storia, il desiderio di vendetta, la rabbia, il sentirsi impotente, la frustrazione, la spietatezza dell’assassino.
Questi sentimenti, che i vari personaggi nutrono, sono legati molto alla realtà, alla materialità della vita.
Susie si sente ancora parte di quella vita terrena e così il limbo nel quale trova rifugio è il riflesso delle sue emozioni terrene, legate alla sua morte, mescolate all’energia positiva che la pervade, prima a tratti, poi man mano che il personaggio si evolve e raggiunge un equilibrio, occupa sempre di più questo mondo. Il regista, nel creare il limbo di Susie, non ha fatto riferimento alla tradizione religiosa, ma ha dato vita a un mondo fantasioso legato alle idee terrene che Susie poteva avere dell’aldilà, ai suoi sogni, e alle reminescenze di ciò che riguarda il suo omicidio.

Il regista ha optato per un aldilà surreale, includendo luoghi o oggetti terreni a cui Susie è ancorata. Il gazebo è il luogo dove Susie vorrebbe recarsi. Il campo di grano diventa un campo d’orzo e si trasforma in un mare che la sommerge, che raffigura l’oscurità dalla quale è risucchiata. Le navi a grandezza naturale raffigurano le navi nelle bottiglie che Jack colleziona e il loro infrangersi sulle rocce equivale al suo crollo psicologico.
Gli effetti speciali sono stati utilizzati per creare il limbo di Susie, sicuramente surreali come nella visione del regista.
I tre sceneggiatori hanno voluto conferire una dimensione evocativa ed effimera. Il limbo di Susie diventa talmente immaginifico da sembrare un mondo da fiaba. L’oscurità che attanaglia lo spirito della ragazzina mantiene il cordone con Mr. Harvey.
Il film è anche un thriller e la suspence lo pervade nei momenti in cui si cerca di soprire chi sia l’assassino.
Le atmosfere sono ispirate ai film di Alfred Hitchcock, Jackson ha creato una tensione estrema nelle due distinte sequenze in cui le due sorelle Susie e Lindsey entrano nella casa di Mr. Harvey. In quella di Lindsey il cineasta si è concentrato molto sulle sonorità da imprimere. Mr. Harvey conosce ogni scricchiolio, è come se la casa avesse un proprio battito cardiaco, così quando vi rientra, nonostante il silenzio, percepisce subito un’alterazione, mentre Lindsey ripone la tavola del pavimento nella fessura. La mancanza di suono in questa scena è una particolarità sonora.
Le sonorità presenti nel film hanno un’importanza vitale tanto quanto la musica o la storia in sé e rappresentano un arma indispensabile e di cui il regista è orgoglioso. Per Jackson ogni singolo elemento del linguaggio cinematografico utilizzato nel film ha la medesima importanza, tutto è stato curato nel dettaglio.
È un film sui sogni, quelli di Susie, nonostante venga strappata alla famiglia, sono più vivi che mai.
Quando vede Ray al gazebo, sogna di potercisi recare, vorrebbe che sentisse la sua voce e i suoi sentimenti.
È un film sull’amore, la difficoltà maggiore per Susie è quella di dover imparare a lasciar andare le cose che ha perso, i familiari continuano ad amarla dopo la morte, sarà sempre viva nel loro cuore e trovano una forma di pace interiore.
Peter Jackson nel delineare il personaggio di Mr. Harvey, egregiamente interpretato da Stanley Tucci, voleva creare un individuo anonimo, blando, patetico, privo di colore, noioso, che riesce a mimetizzarsi e quindi a passare inosservato, “come un albero in un giardino”.
È un uomo apparentemente normale, che nasconde un animo oscuro e perverso. Tucci ha saputo trasmettere l’assenza dell’anima di Mr. Harvey, il totale alienamento del suo io, una persona che vive in apparenza, solo in casa può essere sé stesso, un’individuo che passa le sue giornate a costruire case per bambole e trappole mortali per le sue vittime, solo così percepisce attimi di vita. Le sembianze dell’attore sono state trasformate, con lenti a contatto verdi, parucca e baffi biondi e una dentiera che ha permesso a Tucci di mettere una carta distanza tra sé e il personaggio, col quale non si sentiva a proprio agio, per la sua totale malvagità.

Per ciò che riguarda la fotografia, c’è stato un uso naturalistico delle luci, inoltre Perter Jackson con l’aiuto di Andrew Lesnie (direttore della fotografia) ha ripreso Tucci, in parecchie sequenze, con una lipstick camera, che non è più grande di una scatola di fiammiferi, per mostrare il limitato punto di vista del mondo di Harvey. Il dito di Tucci è stato ripreso con questa camera, anche, per accentuare quanto Harvey utilizzi le mani per i suoi “lavori casalinghi”.
Amabili resti è il primo film che il regista gira fuori dalla Nuova Zelanda, almeno per gli esterni. Questo perché la Pannsilvania raccontata nel libro è intrisa di ricordi dell’autrice legati a quei luoghi specifici e si è voluto tener fede a quell’ambientazione.
Per il resto è, nella visuale di Jackson, un film neozelandese. In Nuova Zelanda sono stati girati gli interni e si è fatta la post-produzione.
Il film vuole sottolineare come l’energia di un individuo non sia distrutta nonostante la morte del corpo e come dovrebbero prevalere i sentimenti di amore. I sentimenti positivi, che ci fanno andare avanti e rendono la vita di ognuno migliore, sono quelli che dovrebbero emergere dall’animo umano, perché i sentimenti legati alla vendetta portano solo all’annullamento di sé e allo sprofondamento in un baratro da cui è difficile risalire.
È un film positivo e ricco di emozioni, nel quale tutti gli elementi che Jackson mette in campo, dai personaggi all’ambientazione, dalle sonorità alla fotografia, contribuiscono a renderlo degno di attenzione.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Difficile dire qualcosa di Amabili Resti, difficile perché è difficile collocarlo. In un mondo governato dalle etichette, sia quello quotidiano che quello dei film (maggiormente), incollarne una su questa confezione non è proprio una passeggiata.
Una delle grandi certezze che si ha, però, è che non si può parlare di morte o meglio di elaborazione del lutto, senza avere in testa le musiche di Brian Eno.
Si perché anche Moretti, nella Stanza del Figlio, le aveva legate proprio ai momenti di maggior tensione emotiva e Peter Jackson ha scelto di avvalersene anche lui senza remore.
In realtà Brian Eno non è che uno strumento casuale per unire due film dalla tematica comune: elaborazione del lutto.
La differenza abissale che intercorre tra i due cineasti è palpabile e non soltanto dall’aspetto estetico dell’opera, in quella di Jackson il colore è dominante come anche la presenza del “caro estinto”, mentre Moretti rende tutto quasi amorfo e sradica totalmente la presenza del figlio, ma soprattutto dallo stato d’animo con cui si esce dalla sala.
Alla fine di Amabili resti ci si incammina verso casa con animo sereno.
L’essenza del film è proprio questa, tutti noi abbiamo superato questo momento, in maniera peraltro sorprendente (soprattutto se pensiamo ad un altro film sul tema come In the bedroom), e siamo pronti ad affrontare quello che c’è fuori, pronti ad un nuovo giorno che accogliamo senza pesi.
Certo è semplicistico pensare che un film possa cogliere gli aspetti di un evento così drammatico nella vita dell’uomo, ma Jackson con la sua consueta leggerezza e soprattutto con la sua capacità di costruire mondi ed immaginari fantastici ci da un punto di vista nuovo, quello del trapassato in grado di avere ancora una finestra, senza interagire, sul mondo che ha lasciato.
Quello che si vede, al di la della disperazione e della consapevolezza di aver perso qualcosa di irrecuperabile, è l’incrollabile fede in qualcosa di “oltre”; non è la vendetta la protagonista, non è nemmeno la disperazione, ma è il destino.
Un ultimo applauso, anzi una standing ovation, va a Stanley Tucci che veste i panni del maniaco. La sua interpretazione, costruita sulla sottrazione totale, tanto che alla fine il suo personaggio sembra quasi uno dei mobili d’arredo che lui stesso crea, è la quintessenza dell’inquietante e del sordido.
Un suo passaggio sullo schermo vale più di mille scene splatter!
Valerio Salvi, da “filmfilm.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog