A single man

Los Angeles, 1962. George Falconer è un uomo solo. Professore inglese di letteratura all’università, George ha perso in un incidente il compagno amato da sedici anni. Incapace di reagire al lutto e all’afflizione, riordina carte, oggetti e sentimenti e decide di togliersi la vita con un colpo di pistola. Proveranno a “ripararlo” e a trattenerlo sul baratro, Charley, una vecchia amica delusa e disillusa, e Kenny, uno studente disponibile e sensibile. Spiegati i missili nucleari a Cuba e puntata l’arma alla tempia, la “crisi” pubblica e privata è destinata a esplodere o a rientrare.
Una cravatta, un paio di gemelli, un paio di scarpe, una lettera, due lettere, un vestito regalato e poi indossato, un libro mai chiuso, un disco ascoltato: oggetti scoperti dalla macchina da presa di Tom Ford, abbandonati nelle inquadrature come indizi, tracce, segni, impronte del destino. Quello di un uomo rimasto solo con ciò che resta di ogni storia e di ogni amore, non il corpo di chi li ha vissuti e consumati ma le cose che lo hanno messo in comunione con l’altro da sè. Lo stilista statunitense che ha rilanciato le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent debutta alla regia, impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio.
Trasposizione del romanzo omonimo di Christopher Isherwood, A single man è un film di oggetti, colori, spazi, suoni, che funzionano come “luoghi” in cui le vite si incrociano e si separano, in cui il desiderio ha lavorato e continua a lavorare, raccontando dentro un frammento tutte le storie (d’amore) possibili, tutte le storie del mondo. Sospeso dentro l’ultimo giorno di un uomo e dentro la perfezione formale del suo décor, A single man è un mélo intessuto di atti mancati e infiniti (rim)pianti. Fermamente agganciato a un presente che non ha alternative, nel (melo)dramma di Ford la dialettica dei sentimenti resta prigioniera di malinconiche allucinazioni retrò o di fughe in avanti verso un tempo scaduto. Il professore di Colin Firth, portatore di un dolore universale, vive (e muore) nell’attesa del ricongiungimento all’amato. I due amanti sono corpi a distanza destinati a riunirsi in un bacio e dentro una fotografia che riesce a scolpire i colori anche nel buio e nel fuori fuoco. Il lutto è allora lo spirito della scena, espresso in termini di dolore e obbediente all’imperativo melodrammatico della dismisura, degli eccessi e delle ferite.
Senza esaurire i contenuti nel glamour di superficie, A single man si sottrae alle polarizzazioni manichee del melodramma, riuscendo emotivamente ancora più insostenibile. La “guerra fredda” che ossessionava gli americani negli anni Sessanta è sgelata e infiammata dalla fotografia di Eduard Grau e dalla musica (addizionale) di Shigeru Umebayashi (In the Mood for Love), sublimi orchestratori di note e luci, ossessionati, come il protagonista, dalla bellezza e dall’armonia perduta. Colin Firth, lubrificato dalle lacrime, è un corpo assediato da un sentimento di resa e agitato da pulsioni di morte, che si rivela parlando e patendo dentro gli abiti di Tom Ford.
È l’uomo solo che non rifiuta mai la gioia e neppure la sofferenza. L’attore inglese lascia magnificamente affiorare la verità del personaggio, abbandonando la pesantezza della corporeità e facendosi assolutezza del sentire, offrendosi come frontiera dell’amore e aspettando la morte sazio di vita.
di Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Accolto da una ovazione strepitosa “A Single Man”, film di debutto di Tom Ford, si candida per portarsi a casa qualche premio importante. Una storia d’amore, di perdita e di comprensione del valore della vita. Con un Colin Firth da Coppa Volpi.
“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Fyodor Dostoyevsky. E il film di Tom Ford, “A Single Man”, dimostra tutta la verità di questa affermazione. Una pellicola attesa dato che uno dei creatori di moda più geniali e importanti del mondo ha deciso di rischiare e dirigere una storia tanto personale quanto universale. Liberamente adattato dallo splendido romanzo di Christopher Isherwood, “A Single Man” è una immensa storia d’amore, segnata da un lutto e da un uomo che, nonostante apparentemente abbia tutto nella vita, non trova più le ragioni per continuare. Fino a quando, grazie ad una vecchia amicizia con una donna e ad un giovane ragazzo attratto da lui, capirà che le piccole cose sono quelle più importanti. E che la bellezza che ci circonda ci può riconciliare anche con la fine. La morte fa parte della vita, ed è l’unico aspetto che accomuna l’esistenza di ogni essere umano. Magistralmente interpretato da Colin Firth, questo signor esordio, vede anche la presenza di attori come Julianne Moore, Matthew Goode e Nicholas Hoult.

Siamo a Los Angeles nel 1962, il Professore George Falconer (Firth) è un inglese che da anni si è trasferito oltreoceano. Il suo compagno Jim (Goode) ha appena perso la vita in un incidente d’auto. Con la scomparsa dell’amore della sua vita, scompare anche il senso della sua esistenza. L’amica ed ex-fiamma Charley (Moore) cerca di stargli vicino e Kenny uno dei suoi studenti lo ‘perseguita’ vedendo in lui un possibile insegnante di vita. Queste due persone fermeranno George dai suoi tentativi di suicidio ma ‘lei’, la morte, arriverà. A quel punto, però, niente è più come all’inizio.

Applaudito, osannato dal pubblico di Venezia, Tom Ford che ha un legame fortissimo con il nostro Paese, afferma immediatamente: “Inutile dire che è un onore essere a Venezia. In Italia mi sento a casa, la mia carriera come stilista è iniziata qui. E’ con la Maison Gucci che la mia carriera è decollata”.

Quando ha deciso di realizzare un film?
Sono anni che ci penso. Io adoro il mio lavoro e non ho intenzione di abbandonare la moda. Però devo dire che la moda per me è volatile. Crei un bell’abito, lo vedi indossare da una splendida ragazza su una passerella, e poi tutto scompare. Inoltre disegnare e creare per la moda è un lavoro artistico ma anche commerciale. Occorre vendere il prodotto. Attraverso il cinema, invece, crei persone e ne racconti le loro esistenze. “A Single Man” è la cosa più personale che abbia mai fatto. I film sono espressione pura.

Ha sempre pensato al libro di Isherwood come sua prima trasposizione cinematografica?
No. Ho letto il libro quando avevo vent’anni e mi colpì per la sua onestà e per la semplicità della storia. Poi quando ho iniziato a pensare alla realizzazione di un film mi è tornato alla mente quel romanzo. Così l’ho riletto e mi ha parlato in modo completamente diverso. Ho trovato una storia romantica su un amore interrotto, sull’isolamento che è una parte integrante della condizione umana e l’importanza di quei momenti che nella vita sembrano i meno significativi e poi si rivelano essere fondamentali.

La sua regia è di un rigore stupefacente. L’eleganza regna sovrana. L’estetica delle atmosfere e del protagonista sono fondamentali. Nulla è mai gratuito. Come è riuscito ad ottenere questo risultato?
Ci sono riuscito considerando la vicenda di Falconer una storia che riguarda tutti. Qui parlo dell’amore fra due uomini ma se fossero stati un uomo e una donna non sarebbe cambiato nulla. Descrivo le giornate di un uomo che non riesce ad immaginare il proprio futuro e non ha alcun interesse al presente. E’ una narrazione spirituale, che parla del riconciliarsi con la solitudine che proviamo, con le paure che si annidano in ognuno di noi. Nasciamo soli, moriamo da soli. Ma ad un certo punto George che insegna ai suoi alunni a vivere nel presente e a non avere paura nella vita perché ‘la paura mangia l’anima’ come diceva Rainer Werner Fassbinder comincia a cambiare. Si sente vicino alla fine della sua esistenza e, a quel punto, capisce la bellezza della vita. Trova la serenità. Non ha più bisogno di esistere perché percepisce di avere avuto quello che la maggior parte delle persone non avrà mai.
Nicoletta Gemmi, da “film.it”

A Single Man (A Single Man, USA, 2009) di Tom Ford; con Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin, Nicholas Hoult, Paulette Lamori, Lee Pace, Ridge Canipe, Keri Lynn Pratt, Ryan Simpkins.
George è un professore inglese che lavora in California. Ha da poco perso il suo compagno Jim, e si appresta a vivere una giornata di dolore e incontri: con l’amica del cuore Charlotte, con un ragazzo, e con un allievo che sembra stia scoprendo la sua omosessualità e che sia davvero interessato a lui…
Lo stile e il messaggio, la superficie e l’anima. L’esordio di Tom Ford quasi obbliga a ragionare sulla dicotomia tra i due concetti cinematografici, fra “come” si gira e ciò che si vuole esprimere. Tom Ford, stilista di successo prima per Gucci e poi creatore di un suo marchio personale, esordisce alla regia con l’adattamento per il grande schermo di un pilastro della cultura queer, ovvero Un uomo solo di Christopher Isherwood, e lo fa come tutti avremmo potuto ben immaginarci.
Tom Ford ha vissuto tutta la vita tra le luci delle passerelle, osservando i fotografi al lavoro con modelli e vestiti, cogliendo tutta la tecnica che sta dietro al mondo patinato della moda. Ha imparato bene, e il suo bagaglio personale lo porta di peso nel suo esordio nel mondo del cinema: A Single Man è un’opera raffinatissima, di eleganza formale maniacale, che in molti definirebbero laccata. Gli si può fare un torto per questo?
La risposta è meno scontata di quel che sembra. Qui, spesso e volentieri, si sono recensiti film belli, a volte bellissimi da vedere ma che poco potevano fare sul reparto emozionale o anche solo intellettuale, preferendo spesso film “poveri” ma con uno sguardo interessante. E’ il rischio di ogni film “ben fatto”, non è di certo una grande novità.
A Single Man è sicuramente un film ben fatto, e questo è sotto gli occhi di tutti. Verrebbe da paragonare la regia e l’apparato tecnico di cui Ford si avvale ad un abito firmato dallo stesso regista, o addirittura proprio ad una sfilata. Non c’è nulla che non appaghi l’occhio, saturo di colori, rallenti, idee e suoni per tutta la durata del film. Però qui dovrebbe almeno accendersi un campanellino d’allarme: il fatto che A Single Man è un’opera prima.
Non è forse ovvio che una persona, al suo esordio dietro alla macchina da presa, non porti tutta la sua esperienza, tutto ciò che ha visto, tutto ciò che ha imparato? Evidentemente sì, però è un alibi fino ad un certo punto e che non assolve del tutto Ford, sinceramente. Va bene il discorso dell’opera prima e del portare il proprio vissuto “estetico”, ma non basta.
Però qui entra in gioco il secondo fattore, ciò che sta sotto la superficie. Perché A Single Man è un film meno banale e molto meno freddo di quello che si possa pensare. Sarà l’amore per il testo di partenza di Isherwood e per i suoi personaggi, in primis certamente il quello di George, ma Tom Ford riesce ad essere sincero per tutta la durata dell’opera. E non è un caso che, alla fin fine, il suo film fosse quello più onesto di tutto il concorso a Venezia.
Anche le ingenuità stilistiche alla fine rientrano in questa sincerità. Insomma: per illuminare i momenti più “felici” della giornata di George, quelli in cui il protagonista riesce a provare un’emozione dopo il terribile lutto di Jim, Ford chiede al direttore della fotografia Eduard Grau di illuminare letteralmente (!) la fotografia, passando dal freddo grigiore dell’annoiata vita borghese alla più calorosa illuminazione “in diretta”. E in un flashback in cui George e Jim si trovano sulle scogliere, c’è un patinato bianco e nero da rivista fashion. L’effetto può far storcere il naso: ma che cosa dovremmo pretendere?
Tutto questo, poi, non per narrare la storia di un amore omosessuale finito, ma 24 ore nella vita di un uomo. Un uomo solo, appunto. A Single Man è un decadente e tristissimo mélo che riesce a dirci qualcosa su un periodo, ovvero quello dell’America a cavallo tra i ‘50 e ‘60 (e l’atmosfera e la fotografia riescono a ridarne in qualche modo il senso estetico, anche se forse in modo un po’ derivativo), sull’Amore e sulle relazioni personali.
Gli incontri che George ha nell’arco del film non sono certo casuali: il ragazzo nel parcheggio (il modello Jon Kortajarena), l’allievo Kenny (Nicholas Hoult: bravo e malizioso), interessato a George e verso il quale l’uomo sembra avere forse un cedimento, e poi Charley (Julianne Moore: magnifica), l’amica di sempre, innamorata o forse no del protagonista. E a loro modo questi incontri sono tappe di un percorso intimo che potrebbe portare ad un addio.
Fragilità e dolori. Tom Ford riesce benissimo a raccontarci questo percorso di George, un percorso di presa di coscienza della sua situazione, aiutato poi da una colonna sonora che, se vi volete bene, dovreste regalarvi subito, firmata da Abel Korzeniowski, ma con brani anche di Shigeru Umebayashi (non un caso!) e altri non originali.
E Colin Firth, meritata Coppa Volpi a Venezia (meno male), regala al personaggio una prova misurata e commovente. E’ grazie a lui se noi spettatori riusciamo ad immedesimarci nel suo percorso tra grigio e colore, tra lacrime e sorrisi, tra fantasmi e persone reali, per riscoprire che vita si sta vivendo e in che mo(n)do. Un percorso difficile e toccante, che mette alla prova l’amore, quello puro e senza sesso. Fino al momento in cui Lei arriva.
da “cineblog.it”

“A single man” è ambientato a Los Angeles, all’epoca dell’apice della crisi dei missili cubani. La paura, le paure, vere o immaginarie che siano, creano e mettono maggioranze contro minoranze, non solo politiche, ma anche umane.
A single man è una storia che si svolge in una giornata; è una storia romantica, sofisticatamente struggente, che percorre vie spirituali; è una storia dove protagoniste sono anime sole, che tentano di riconciliarsi con la vita e affrontare il futuro; è una storia che parla di un amore interrotto, dell’isolamento, come parte integrante della condizione umana; è una storia disperatamente universale.
George Falconer (Colin Firth), professore universitario di 52 anni, cerca di trovare un significato alla vita, dopo la morte, improvvisa, del suo compagno Jim (Matthew Goode). Il passato invade la vita di George, bloccando la visuale verso l’orizzonte del futuro. Charley (Julianne Moore), sua vicina di casa e amica di vecchia data, è la sua consolatrice, suo opposto, in quanto si rivolge domande più sul passato che sul futuro. All’università, George incontra Kenny (Nicholas Hoult), che sta cercando di capire sé stesso, la sua natura e vede nel suo professore uno spirito affine; Kenny non è né passato né futuro; Kenny è il presente.
Questo film è un adattamento, molto personale, ma onesto e commovente, del romanzo autobiografico di Christopher Isherwood ed è diretto da Tom Ford. Era il 25 febbraio 2004 quando Tom Ford diede il suo addio alle passerelle, lasciando un vuoto di estro e fascino. In questi anni ha fondato la sua casa di produzione, la Fade to Black: “Ho sempre voluto fare cinema. Penso che il mondo della moda sia sfuggente, fatuo, non duraturo, mentre invece fare un film è creare un mondo, qualcosa di solido che rimane per sempre.”
La sua sceneggiatura si distacca notevolmente dal libro; è stato, come racconta il regista, un processo naturale per mantenere integra, sul grande schermo, la vitalità del libro. Il neo regista, che è stato il rivoluzionario e geniale direttore creativo di Gucci e Yves Saint Laurent, debutta così alla 66 Mostra Internazionale del Cinema. Tom Ford, con questa sua prima prova registica, non delude le aspettative, ma stupisce, come ha sempre fatto. La linearità e la semplicità stilistica, l’espressione lucida dell’estetica, la consapevolezza del dolore, attraverso l’utilizzo dell’immagine e del colore, permetto al pubblico di osservare questo film da un’angolatura fatta di essenza e di emozione. Chi mai meglio di Tom Ford avrebbe potuto comporre un’opera poetica che si muove tra immagine, stile, colore, trama e colonna sonora (Shigeru Umebayashi)? A single man fornisce la risposta, palese, a questa domanda.
Gli anni di pura esperienza, passati nel mondo della moda, costruito su pilastri di intuizione e creatività, compaiono in questa sua opera prima. Ed ecco, quindi, la naturale maestria di Ford nel sapere comunicare, grazie alla delicatezza interpretativa di Colin Firth e grazie alla combinazione di immagine e i colori, come dicevamo. Quando George si trova nel suo stato d’animo più disperato il colore è desaturato e la luce scialba (perché la vita stessa gli appare così). Man mano che la giornata si amplia e George viene a contatto con momenti di bellezza, il colore si amplifica per riflettere il suo umore. Alla sera, quando quella stessa bellezza della vita so staglia davanti a lui, sembra che stia vivendo in techicolor (azzurro e rosso).
L’identificazione del soggetto di questo film con una forma stilistica sobria ed elegante, guida A single man verso una purezza estetica rara. L’amore interrotto di George per Jim attraversa un percorso che mostra e accoglie spontaneamente le piccole e grandi cose della vita.
di Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Quando il programma veneziano del 2008 rivelò The Wrestler come il contrappeso finale del Festival, molti pensarono che Aronofsky avrebbe potuto lasciare un segno in extremis su Venezia65. A un anno di distanza, c’era molto più scetticismo intorno a A Single Man, adattamento del romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood fortemente voluto dallo stilista Tom Ford, esordiente alla regia. Ancora una volta, però, l’ultimo giorno del Festival ha saputo imporre uno scossone importante, e questo melodramma in costume di finissima delicatezza formale ha sorpassato tutte le attese.
C’è qualcosa, in A Single Man, di più sorprendente di uno stilista che dirige, e più sorprendente di quello stesso stilista che si affida a un direttore della fotografia relativamente inesperto, ottenendo comunque ottimi risultati: è sorprendente che il film non si appiattisca sul formalismo, che vada oltre l’ovvia eleganza dei costumi e la perfezione del decòr (ottenuta grazie agli scenografi di Mad Men), e che l’estetica sia invece in costante e proficuo dialogo con la sostanza di un’ottima sceneggiatura. Un dialogo a cena tra due vecchi amici provati dalla vita, una lezione universitaria, l’intimità di una coppia, sono tutti impreziositi da una scrittura calda eppure intellettuale, in cui anche temi non originali acquistano una luce diversa. L’unità di tempo, mutuata dal romanzo, rimanda a classici della letteratura novecentesca inglese, e come in Isherwood c’è un grande amore omosessuale, pur non essendo solo un film sull’amore gay.
Mentre il dolore di una perdita e l’identificazione col personaggio si prendono cura del cuore e della mente, la fotografia e il lavoro sull’immagine provvedono agli occhi: Ford e Grau scelgono inquadrature desaturate che estendono agli ambienti il grigiore dei capelli di Colin Firth; poi, in corrispondenza dei “sussulti di vita” del personaggio, alcune immagini si accendono di colore, sempre di più con l’avanzare del film e dei momenti in cui George si confronta con gli altri: un tocco che può apparire pretestuoso viene salvato ancora una volta dalla leggerezza con cui viene applicato. La costruzione delle inquadrature sa affondare (l’apertura “a freddo” nella neve) e carezzare (si veda la carrellata in armeria), restituendo un Firth al massimo del suo talento, difficile da non premiare per la giuria di Venezia66.
Tommaso Tocci, da “cinefile.biz”

Being George Falconer
Tom Ford centra l’equilibrio perfetto tra il rispetto della fonte d’ispirazione e la rielaborazione personale, appropriandosi, con maturità incredibile in un esordiente, della fascinazione della storia.
Serve sempre una certa preparazione, ogni mattina, per diventare George Falconer. O meglio ciò che il mondo si aspetta che George Falconer sia, da otto mesi a questa parte, da quando una strada insidiosa del Colorado si è portata via il suo compagno da sedici anni, la pienezza della sua esistenza, la realtà del suo futuro. Ma questo venerdì sarà una giornata particolarmente difficile da attraversare per lui: l’affronterà abbandonandosi a tutte le sensazioni, aprendosi tutti gli incontri che l’ultimo giorno della sua vità vorrà regalargli.
Tratto dal bellissimo romanzo omonimo di Christopher Isherwood, A Single Man potrebbe essere additato quale esempio ai realizzatori delle altre pellicole tratte da opere letterarie presentate durante questa 66. Mostra del Cinema di Venezia. Tom Ford centra infatti l’equilibrio perfetto tra il rispetto della fonte d’ispirazione e la rielaborazione personale, appropriandosi, con maturità incredibile in un esordiente, della fascinazione della storia. Una storia di estrema semplicità e spiccata interiorità, a sostegno della quale una sceneggiatura pregevole crea un’architettura cinematografica di grande eleganza ed efficacia.
Una scena del film A Single Man di Tom Ford Altro punto a favore di Ford è il casting: è difficile immaginare il ruolo centrale in mano ad un attore che non fosse Colin Firth. Lo splendore della sua maturità virile accoppiata a una sensibilità straordinaria ne fanno l’incarnazione perfetta del nascente cinema di Tom Ford, e l’unica scelta naturale per un personaggio di malinconica iconicità. Firth si scopre allo sguardo della macchina da presa con commovente arrendevolezza e coraggio dal primo all’ultimo fotogramma di A Single Man, creando una identificazione interprete/pellicola che ricorda, anche se in termini interpretativi ed espressivi molto diversi, quella di Mickey Rourke in quel The Wrestler che vinse il Leone d’oro in questo stesso scenario solo un anno fa.
Una scena del film A Single Man La componente estetica, per la quale ci si poteva legittimamente aspettare un ruolo esuberante considerata la specificità della formazione artistica di Tom Ford, è matematica controparte visiva alla simmetria dello script, e non è mai fine a sé stessa, ma sempre al servizio di una narrazione a cui la raffinezza della scrittura e la sottigliezza delle performance (perché a Firth si affiancano una vibrante Julianne Moore, un enigmatico e fascinoso Matthew Goode e un angelico e toccante Nicholas Hoult) donano una profondità e una complessità che gli varranno visioni su visioni.
Così, con un unico film, l’icona della moda Tom Ford si conquista un posto nella storia del cinema. Il successo ottenuto, e l’espressione scoperta delle sue ambizioni (“la moda è effimera, il cinema è arte pura e durevole”) ci rassicurano sul fatto che questo promettente percorso sia solo all’inizio.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

Sono mesi che il suo compagno Jim – con il quale aveva diviso sedici anni di vita – è morto in un incidente stradale; ma George Falconer, inglese che insegna in un’università di Los Angeles, non ha ancora superato il trauma. Non riesce più a vivere, a proiettarsi verso il futuro, e medita il suicidio. A Single Man, esordio nella regia del celebre stilista Tom Ford, lo segue dal risveglio – meglio, dal sogno che lo sveglia di soprassalto – per una giornata intera al termine della quale appare chiara l’intenzione di spararsi un colpo. Ma nel corso di ore nelle quali cerca di lasciare tutto in ordine in vista della sua morte imminente, George sembra anche imparare di nuovo a godere delle piccole cose che danno senso all’esistenza, a vedere – letteralmente – il mondo con i colori di una volta; grazie soprattutto al rapporto con l’amica Charlie (da sempre innamorata di lui nonostante la sua omosessualità) e con un giovane, affascinante studente che vede in lui più di un mentore.
Partendo da un romanzo di Christopher Isherwood che lo ha colpito in modo diverso in due distinti momenti della vita, Ford racconta una storia che mette al centro di tutto l’indissolubilità e la reciprocità dei concetti di Vita e Amore (e grazie al cielo, che questo amore sia omosessuale piuttosto che etero è mero accessorio), delle sofferenze e delle (im)possibili reazioni ad esse, aggrappandosi ad un protagonista dolente e silenzioso interpretato da un ottimo Colin Firth. E lo fa con uno stile ovviamente elegantissimo che, se non riesce sempre ad evitare la trappola mortale dell’immagine eccessivamente ricercata e patinata da rivista di moda e che trova nell’artificio del cambio di fotografia e di saturazione del colore un meccanismo un po’ banale ed insistito, si fa forte di un contegno e di un taglio tanto algido e ricercato in superficie quanto capace di toccare corde emotive e profonde proprio grazie all’essenzialità del gesto e del racconto, come nella migliore sartoria.
A Single Man è ambientato nel 1962, e Ford deve necessariamente aver fatto riferimento (magari inconscio) alla serie tv Mad Men: non solo e non tanto a livello iconografico, quanto nella descrizione sottile di un mondo che stava rapidamente mutando e che stimolava chi vi abitava ad interrogarsi sulla propria identità e sul proprio ruolo, sul proprio futuro. Per questo la crisi tutta emotiva e sentimentale di George, raccontata con gran pudore ma con altrettanto grande efficacia, diviene quasi metafora di una condizione generale di una società che, pur oppressa da paure e ansie, sentiva la necessità di cambiare pelle per affrontare il futuro e per (tentare di) evitare di morire.
Ma, fuori di metafora, il destino che la vita riserva a George non è tanto beffardo quanto inevitabile conseguenza della supremazia dell’amore su tutte le cose: lo è nella sua felicità raccontataci attraverso frammenti di flashback, nel dolore profondo e sordo che vive costantemente, nella capacità di ritrovare senso e stimoli, in un epilogo carico di emozioni e significati.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

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