20 sigarette

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Uno dei film italiani più attesi, a causa dei codazzi di polemiche che le opere dai temi “controversi” si portano dietro sulla stampa nostrana, era questo 20 sigarette, opera prima collocata nella sezione Controcampo Italiano, sempre ricca di spunti interessanti negli ultimi anni.
Il giovane anarchico e aspirante filmmaker Aureliano (Marchioni), trova lavoro come assistente di un regista in partenza per l’Iraq dove girerà un film sulla “missione di pace” italiana. Resterà laggiù il tempo di fumare 20 sigarette, essendo coinvolto nell’attentato alla caserma dei carabinieri di Nassiriya, da cui si salva per miracolo. Tornato in Italia si racconta la sua lenta convalescenza, segnata dalla fastidiosa convivenza con la sensazione che nessuno riesca a comprendere la vera entità della tragedia vissuta e più in generale della guerra.
Personalmente, ignaro della storia di questa produzione, temevo di andare incontro ad una piatta opera agiografica di impianto televisivo, visto anche l’onnipresente logo Rai Cinema sulle locandine. Aureliano Amadei però è stato davvero in quel cortile a Nassiriya nel novembre 2003, unico civile italiano tra i feriti, e ha intrapreso un percorso che lo ha portato a raccontare la sua esperienza in prima persona in un libro, a teatro e ora a esordire nel lungometraggio. Sovrapposizione tra regista e protagonista che riesce a produrre un’opera personale e onesta, un approccio davvero degno di lode ad un argomento difficile e inquinato dalla comunicazione quotidiana, sempre disonesta.
Immediata l’immedesimazione col protagonista, quasi spettatore ideale con il suo occhio ignorante e fuori luogo tra le armi e il deserto. Il bravo Vinicio Marchioni porta tutta la sua fisicità e ironia romanesca al servizio di una sceneggiatura che, anche quando il dramma rompe il tono da commedia dell’inizio, non manca mai l’occasione di dispensare la battuta sdrammatizzante, con una levità davvero preziosa.
Pur non mancando qualche ingenuità anche la regia si rivela coraggiosa e matura, capace di creare grandissima tensione drammatica con la scelta di mettere in scena l’attentato in maniera tangenziale. L’orrore irrompe preparato da una futile discussione e ripreso tutto in soggettiva del protagonista, nella polvere e nel sangue. Scelta che viene a creare una fortissima opposizione con la orrenda retoricità del dolore pubblico, quel circo di pianti istituzionali e discorsi costruiti su parole vuote che viene allestito a ogni tragedia nazionale.
Giacomo Lamborizio e Andrea Livraghi, da “squeezermag.com”

Un’ovazione di oltre dieci minuti e una commozione generale per Venti sigarette: è stato questo il convincente risultato ottenuto a Venezia da Aureliano Amadei per il suo esordio come regista per la pellicola dedicata alla strage di Nassirya del 2003.
Il film, in concorso nella sezione “Controcampo italiano”, è interpretato da Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Gisella Burinato, Nicola Nocella, Massimo Popolizio e Orsetta de Rossi e narra l’esperienza in prima persona di Amadei come testimone e unico sopravvissuto del tragico episodio della missione militare italiana in Iraq.
La sceneggiatura, scritta dal ventottenne regista in collaborazione con Francesco Trento, Volfango De Biasi e Gianni Romoli, nasce a seguito di un libro e di uno spettacolo teatrale sulla tragedia realizzati da Amadei.
Il film, ideato senza l’intento di strumentalizzare politicamente la vicenda, vuole offrire – spiega Amadei – «un punto di vista particolare, fresco, non stereotipato che va ben oltre la cronaca. Non è – prosegue il regista – un film di guerra, ma di umanità e di storia privata di un ragazzo romano contrario ed estraneo alla guerra in Iraq, legato ai centri sociali e all’anarchismo, che nell’arco di due ore si ritrova nell’epicentro della più grande tragedia delle missioni italiane all’estero». «In questa fase – sostiene ancora – la società ha bisogno di inviare soldati all’estero, ma un soldato non è diverso da tutti noi, ugualmente siamo responsabili dell’uccisione di un civile, indipendentemente da chi imbraccia l’arma. La scelta – conclude – non è prendere il fucile, non basta dire di essere contrario alla guerra, trovo impossibile scaricare la responsabilità sulla divisa. Conta l’essere umano che la indossa e dunque la discriminante è umana».
da “culturaitalia.it”

Senza un lavoro fisso e disoccupato sentimentalmente, Aureliano Amadei sogna il cinema. Per il momento è un giovane filmaker vicino agli interessi dei centri sociali e lontano dalle responsabilità da adulto. Quando il cineasta Stefano Rolla gli propone il ruolo di assistente per un film da girare in Iraq, accetta la proposta, prepara frettolosamente i bagagli e si avvia a intraprendere la sua personale missione. Caso e sfortuna decidono il suo destino: il 12 novembre 2003 si troverà vittima dell’attentato terroristico di Nasiriyya. Rimarrà ferito ma abbastanza vivo da tornare in Italia per raccontare la sua storia.
Accettare che un ragazzo qualsiasi, dagli ideali ingenui e dallo sguardo scanzonato, sia coinvolto in un attacco terroristico, ci costringe a riflettere sul senso della missione italiana in Iraq. Non serve essere pacifisti per pensare che in quello strano mescolamento di disciplina militare dell’esercito e anarchia ideale di un aspirante artista sia accaduto qualcosa di indegno. La storia è vera; è talmente sentita che la regia risponde perfettamente alle esigenze di realismo dell’autore. Il tremolio delle riprese a camera a mano e l’immedesimazione costrittiva della soggettiva – scelta azzardata ma efficace – sono gli strumenti visivi adatti a restituire la tragicità del soggetto. Il risultato sorprende perchè la scelta rende corporee scene di rara crudeltà, evitando con intelligenza il rischio della retorica spettacolare tipica del piccolo schermo, così presente nei servizi giornalistici o nel finto cordoglio politico. Il legame emotivo tra spettatore e regista non si appoggia su banali trucchi di sceneggiatura ma è il risultato di un lavoro onesto che fa vibrare le corde dell’anima. E malgrado qualche chiarificazione di troppo, che si avvicina ad un’affettata didascalia da manuale (lo scontro con i militari in ospedale o la presentazione finale del libro), il film scorre sulla linea di un realismo ostinato che distrugge gli appigli di buonismo e propone l’annullamento della guerra in nome di una pace fatta, sì di contrasti, ma più vicina alla dignità delle persone.
La colonna sonora di Louis Siciliano accompagna l’andamento narrativo con un’accurata sovrapposizione di forma e contenuto: musiche smaliziate per la vita in centro sociale e ritmi più serrati e angoscianti per quella al campo militare. Le venti sigarette del titolo, fumate con disinvoltura dal convincente Vinicio Marchioni, bruciano lo scorrere del tempo. E insieme al fumo, mozzicone dopo mozzicone, prende corpo una consapevolezza rara che dimostra l’inutilità di un militarismo sfrenato. Riflessione scontata? Forse. Ma drammaticamente indispensabile.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Aureliano Amadei è l’unico civile sopravvissuto alla strage di Nassirya nel 2003: a terra rimasero 19 italiani, lui, pur gravemente ferito, se la cavò. Ma ancora oggi ne porta i segni: una caviglia in necrosi, i timpani esplosi, le schegge in corpo. Eppure, quella tragedia collettiva e individuale non l’ha piegato al silenzio, tutt’altro. A novembre 2003, Aureliano, 28 anni d’anarchia e precariato, esperienze d’attore e desideri di regia, era andato in Iraq per fare l’ aiuto regista a Stefano Rolla: finì prima all’ospedale americano di Nassirya e poi al Celio di Roma, con politici, militari, giornalisti a sfilare davanti al letto dell’“eroe per caso”. Ma Amadei non è rimasto zitto, è passato dall’altra parte, quella che l’aveva ridotto a oggetto di racconto, se non compassione: la sua esperienza, viceversa, l’ha raccontata lui, prima con un libro, poi a teatro, infine con un film.20 sigarette è la sua opera prima: il bravo Vinicio Marchioni lo interpreta, Carolina Crescentini è l’amica Claudia, Giorgio Colangeli Stefano Rolla. In competizione al Controcampo Italiano, prossimamente in sala con Cinecittà Luce, è un film costruito in prima persona, singolare e soggettiva, che cerca di mixare intimismo psicologico e action spettacolare, primo piano privato e campo lungo pubblico, accenti guerrilla-style e codice fiction, montaggio parossistico e tradizionale scansione narrativa. La sintesi dovrebbe catalizzare la riflessione sulla guerra: gli uomini prima della divisa, il rifiuto senza se e senza ma alle “missioni di pace” all’estero. Dovrebbe, appunto, perché lo sguardo di Amadei se rimane sincero e ovviamente coinvolto concede molto, forse troppo al pathos, all’astigmatismo mélo in una poetica illustrativa, impressionista, se non didascalica. Così, le sferzate in soggettiva, il graffio espressionista più che da contrappunto fa da spia: di una sana intenzione memoriale che da sperimentale che si voleva si è ritrovata tra i paletti delle logiche produttive. Ciò non smussa la testimonianza storica e umanistica di Amadei, ma insieme ne trasla l’ideale collocazione: non più il cinema senza se e senza ma, ma uno schermo che agevolmente si farà piccolo, in prima serata. La tragedia, ovviamente, è quella che inquadra, ma rimane sventurato un Paese che ha bisogno di eroi: televisivi.
Federico Pontiggia, da “extra.mtv.it”

Chi si ricorda, subito dopo l’attentato a Nassirya, quella scritta malsana sui muri della capitale che recitava: 10, 100, 1000 Nassirya? Aureliano Amadei con il suo film 20 Sigarette sembra voler dare una risposta a chi ha scritto, pensato, un oscenità del genere. Le venti sigrette del titolo sono quelle che proprio il giovane Aureliano si consuma nell’entroterra dell’Iraq. Dal suo arrivo a quel feroce attenato.
Il regista, in questo caso, racconta se stesso. Racconta la sua vita alla soglia dei trent’anni, compagno anarchico tra gli anarchici del centro sociale Villaggio Globale di Roma. Figlio di due hippy separati e con la voglia di fare cinema. E racconta, poi, il suo incontro con il filmaker Stefano Rolla. Per chi lo ha conosciuto uno di quei cinematografari più unici che rari, pronti sempre alla battuta e che ti prendono per il culo facendoti sembrare un genio.
Aureliano Amadei mette in corto circuito due mondi: quello che dimostrava in piazza e quello che, invece, insediato nel territorio, cercava di far vivere meglio la popolazione indigena. Prendendo spunto da una frase si Pasolini che recitava “il verio proletariato sono i carabinieri”, Amadei costruisce le vite di questi soldati in maniera quasi raggiante, quasi fossero dei baluardi, delle sentinelle di guardia alla porta della libertà. Lucidi, un po’ malinconici, simpatici, affabili, questi sono iragazzi andati a Nassirya secondo Amadei. Insomma, persone più che normali.
L’ambiguità di 20 sigarette viene proprio da questi tratti. Da dei tratti banali: l’anarchico e il soldato, i genitori fricchettoni in contrasto con quelli che hanno dedicato una vita all’arma, il centro sociale che non sa niente della realtà e, alla fine, la realtà. Tratti privi di originalità.
E d’altro canto sembra prendere a piene mani anche da grandi film quali I Soliti Sospetti, nell’inizio, Arancia Meccanica in ospedale e, soprattutto, Salvate il Soldato Ryan con un bellissimo, è proprio il caso di dirlo, piano sequenza, usato nel film proprio mentre accade l’irreversibile. Insomma, 20 Sigarette si spacca in due: da una parte la banalità dei personaggi e i rapporti fra loro e dall’altra un ben riuscito omaggio al grande cinema. Grande cinema rigirato in maniera ineccepibile, e non è cosa facile da fare.
Marco Massaccesi, da “filmfilm.it”

“20 sigarette” è un film drammatico scritto e diretto dall’esordiente regista Aureliano Amadei, previsto per il debutto nei cinema oggi 8 settembre.
Trasposizione cinematografica dell’omonimo libro, il film è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia con fragorosi applausi. “20 sigarette” racconta i tragici eventi della strage di Nassirya del 12 novembre 2003, dove 19 italiani hanno perso la vita.
Aureliano (Vinicio Marchioni) è il tipico ventottenne romano: girovaga per Roma con la sua videocamera, fa uso di droghe leggere, adora la birra, è un pacifista, frequenta i centri sociali. Un giorno però il regista Stefano Rolla lo invita a partecipare, in qualità di assistente, a un film che si girerà a Nassirya, in Iraq. Aureliano accetta, confortato dalle notizie che in quel territorio la guerra sia finita.
Così il giovane arriva in Iraq, presso il contingente italiano di pace. La sua prima uscita dalla base italiana è segnata dai tragici eventi: è il 12 novembre 2003 e si troverà vittima dell’attentato terroristico di Nassirya.
Unico sopravvissuto di quell’attentato, Aureliano riuscirà a tornare in Italia per avere le ultime cure. Claudicante, ferito psicologicamente, adesso Aureliano è una persona diversa e ha deciso di voler raccontare la sua storia, quella di un ragazzo qualsiasi ritrovato per caso o per sfortuna a divenire un eroe.
Con drammaticità e angoscia il regista costringe lo spettatore a vivere e respirare quella situazione tragica, ricostruendo con cruento realismo gli accadimenti di quei giorni.
La profonda umanità, commovente e straziante allo stesso tempo, arriva nella chiusa: sia il militare che il bambino iracheno morti sono sullo stesso piano perché entrambe erano persone che avevano progetti e sogni.
Il regista non manca di criticare e accusare i vertici politici e gli stessi mass media di non raccontare la verità sulla guerra.
Alla profonda umanità, riscoperta con stupore dal regista stesso, dei militari italiani e delle loro famiglie si contrappone l’ottusità di alcuni estremisti pacifisti: la guerra ha solo vittime e nessun eroe.
Il film è stato criticato da alcuni politici e lo stesso Ministero della Difesa ha cercato di boicottarlo.
In realtà “Venti sigarette” è un ottimo prodotto cinematografico, ben costruito e con un buon cast che vede accanto a Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Fabrice Scott, Gisella Burinato, Antonio Gerardi, Massimo Popolizio, Duccio Camerini, Edoardo Pesce e Alberto Basaluzzo.
Si tratta di un film che non giudica, né sentenzia: racconta la guerra attraverso gli occhi di un giovane che crede nella pace, costretto a crescere a causa della guerra e che deve sopravvivere in una società di falsità.
Anastasia Mazzia, da “onecinema.it”

Dopo la catastrofica esperienza de Le ultime 56 ore di Claudio Fragasso, penosa pellicola che aveva indecorosamente usufruito di finanziamenti pubblici, per mettere in scena un anacronistico filmetto di genere, strumentalizzando le spinose questioni della guerra in Kossovo, temevamo fortemente con 20 sigarette di ritrovarci spettatori di un’operazione simile. C’eravamo sbagliati.
Aureliano Amadei, classe 1975, nato come attore e regista teatrale, poi divenuto documentarista, ci mostra, nel suo primo lungometraggio, una vera e propria soggettiva dell’attentato di Nassirya in Iraq. Sì, perché lui era presente durante l’attacco subito dal contingente italiano e, fortunato superstite, riesce a restituirci con lucido realismo le dinamiche della vicenda. Quindici minuti serrati, catastrofici, annichilenti, in cui l’orrore della guerra emerge netto; una sequenza in cui l’occhio dello spettatore e l’obiettivo della macchina da presa si fondono e le impennate sonore e visive fanno sobbalzare dalle sedie.
Dopo aver pubblicato, insieme a Francesco Trento, il libro Venti sigarette a Nassyria (2005), il regista, uomo di sinistra, antimilitarista, ci racconta la guerra dall’interno, ed è proprio questo elemento a fare la differenza. L’esperienza in Iraq ha scosso irrimediabilmente le sue posizioni di partenza, non provocando un mutamento radicale di vedute, ma un profondo stato d’incertezza.
Amadei spiega come sia insufficiente, dopo aver vissuto quei momenti, dichiararsi semplicemente pacifisti. Contemporaneamente però non suggerisce alternative.
Seguendo l’evoluzione del pensiero di uno dei cineasti più politicizzati del dopo guerra, Koji Wakamatsu (il suo ultimo film presentato in concorso nella scorsa edizione del Festival di Berlino è Caterpillar) – che ha diretto un centinaio di film, la maggior parte dei quali inneggianti alla lotta armata come unico strumento per realizzare una vera emancipazione della società, per poi mutare direzione verso un atteggiamento totalmente anti-militarista – non possiamo non continuare a sostenere un fermo pacifismo.
Amedei, comunque, pone delle domande che vale la pena di raccogliere. Cosa c’è oltre al pacifismo? Fermo restando l’inammissibilità delle guerre, è possibile escogitare una strategia di pensiero meno passiva e deresponsabilizzante? E che atteggiamento assumere verso quelle persone che, impegnate nei vari teatri di guerra, mettono quotidianamente a repentaglio la propria vita? É un domandare questo che si rimette all’eccesso di ciò che chiede, e perciò autentico.
Luca Biscontini, da “filmakersmagazine.it”

20 sigarette è un film autobiografico, drammatico. Il ricordo raccontato di una strage vissuta in prima persona. Quella famosa, terribile e politicamente cavalcata di Nassirya. Chi lo ha diretto è un uomo che oggi ha 35 anni, e che all’epoca dei fatti ne aveva ventotto. Si chiama Aureliano Amadei, zoppica e ha molte schegge ancora conficcate in corpo. Ha subito una decina di inteventi chirurgici, e nel 2003 era un ragazzo come tanti. Sentimentalmente confuso, vitale, il figlio di una certa borghesia romana un pò svampita, di larghe vedute e ovvie fragilità. Era uno di quei giovani che amano esprimersi con l’arte, che hanno imparato a comunicare i loro sentimenti, i loro stati d’animo, le proprie idee. Ragazzi vivaci che passano la loro buona gioventù, nella lenta e generazionale attesa di diventare adulti, a lungo tempo precari diversi da altri precari, ad esprimere il proprio punto di vista sulle cose e sul mondo, ovviamente circondati di persone affini ai loro desideri e alle loro esigenze esistenziali.
Non era un soldato, tutt’altro, anzi, la guerra era per lui uno schifo. e lo è tutt’oggi. Una delle peggiori cose che l’uomo possa concepire. Orrore puro.
Aveva studiato da attore a Londra, aveva costruito un documentario sul pugile Tiberio Mitri, piuttosto interessante, passato pure sulla Rai, e aveva fatto anche altre altre cose. A Nassirya, quel terribile giorno di novembre, ci stava quasi per caso, perchè un suo amico, un regista più grande di lui, più esperto, lo aveva invitato a dargli una mano per un lavoro che doveva fare in Iraq. Aureliano c’era andato, un pò scettico un pò curioso. Ne aveva discusso con gli amici, era volata pure qualche battuta, ci avevano scherzato su con una birra.
Si definiva anarchico, conosceva la realtà dei centri sociali, era un convinto antimilitarista. Borsa da viaggio, il look di uno che parte per un viaggio culturale. Felpa, andatura ciondolante, il pacchetto di sigarette che avrebbe finito di fumare tutto insanguinato, lo stesso che avrebbe dato il titolo prima a un libro e poi ad uno spettacolo teatrale. Oggi a un film presentato a Venezia 67, nella sezione Controcampo italiano. Sette anni dopo che la vita di Aureliano Amadei è diventata diversissima da come era prima. Per le ferite fisiche e per quelle morali. Per il terrore impresso addosso, per gli attacchi di panico in agguato.
Abbiamo raccontato i primi minuti di un film che non vorrebbe essere politico, che rifiuta ogni ideologia, che vuole raccontare un’esperienza personale incredibile, dolorosissima. Ma anche dire di più sui militari italiani in Iraq. E scavare, senza ambire a chissà quale qualità cinematografica, o a chissà quali profondità contenutisitiche, dentro le pieghe di una realtà raccontata, si fa per dire, soltanto dai media frettolosi e attenti a caricare i contenuti di valore politico. 20 sigarette è un film per questo interessante, libero, rispettabile, che non vorrebbe essere tanto, o almeno non solo, un film di guerra, quanto un film sui sentimenti. Lo sostiene l’autore, per chiarire le emozioni vissute a contatto con una realtà particolare, ma fatta di persone diverse l’una dall’altra. Lo ha scritto, insieme a Volfango De Biasi, Gianni Romoli e Francesco trento (già co-autore del libro) per raccontare prima di tutto la sua maledetta vicenda, e per mostrare una realtà un pò più complessa rispetto alla sua descrizione ufficiale. Ma è chiaro che raccontare attraverso i sentimenti un punto di vista irregolare, svincolato, sobriamente nuovo sulla guerra in Iraq, e sulla strage che ha ucciso molti connazionali, dà il là a una danza politica, per fortuna breve, nelle stanze del potere del nostro paese. Chissenefrega, effetti inevitabili, che magari danno pure una mano al film, alla vigilia del suo rapporto con la sala. L’opera rimane interessante, non tanto come costruzione registica, anche se il film sta in piedi sempre, seppur didascalico a momenti, seppure eccessivamente bipolare nello stile. E’ interessante l’accattabile reportage personale sul disastro. C’è una gran voglia di raccontare la propria esperienza, insieme ad una migliore verità, da parte di Amadei. che non cerca una verità piena di chissà quali colpi di scena, una verità scandalosa e pericolosa, ma una verità sottile che ribadisce i lati pessimi e quelli più nobili di una situazione problematica e discutibile.
Si sorride, in questo film dignitoso che non è un gran film, come in uno di quei tanti film sui trentenni romani di Prati o del Flaminio. Poi si è costretti a distogliere lo sguardo dallo schermo, tanto crude sono certe immagini. Non senza rimanere colpiti da una sequenza cinematografica alla Salvate il soldato Ryan. Poi, e questo te lo aspetti meno, e non sei troppo convinto che sia stata una scelta azzeccata, si torna spesso a sorridere, perchè la realtà, dice ancora il regista, è troppo piena di momenti di ironia. Il che è vero, ma il cinema cattura le emozioni e suscita le riflessioni anche se ci si attiene a certe regole. Punti di vista, pensieri che non eliminano il rispetto per un film che racconta di ragazzi di qualità e di altri più furbetti e meno valorosi. Che ricorda con affetto il regista Stefano Rolla (interpretato da un sempre in forma Giorgio Colangeli), che ribadisce i viscidi interessi di stato, ed abbraccia il dolore privato delle famiglie delle vittime. 20 sigarette, che è anche un romanzo di formazione last minute, unico e paradigmatico, è il racconto di un incontro tra mondi diversi. E’ il reportage articolato e libero di quell’incontro, di quei due mondi distanti che non si parlano quasi mai. I ragazzi colti e precari da una parte, borghesi metropolitani di oggi, con le tasche piene di progetti, di cultura, di comunicazione, e i militari italiani, dall’altra, con la divisa attillata e i capelli a quasi zero, l’abbronzatura, il fisico, il baschetto, i gradi e le armi in mano, i cognomi meridionali. L’autore racconta quello che ha visto, che ha sentito, che ha provato. Perchè, probablilmente, era libero ed attento il suo sguardo.
Edoardo Zaccagnini, da “close-up.it”

Esce in sala l’8 settembre, distribuito da Cinecittà Luce, 20 Sigarette, film d’esordio di Aureliano Amadei con Vinicio Marchioni e Carolina Crescentini. Il film verrà presentato in anteprima alla 67. Mostra internazionale d’arte Cinematografica di Venezia nella sezione Controcampo Italiano. Tratto dall’omonimo libro scritto dallo stesso Aureliano Amadei e prodotto dalla R&C Produzioni di Tilde Corsi e Gianni Romoli, 20 sigarette ripercorre la strage di Nassirya, e non vuole essere una cronaca oggettiva di quello che successe nel 2003, ma un racconto in ‘soggettiva’ di quegli avvenimenti, fatto da colui che li ha vissuti in prima persona.
20 Sigarette
Novembre 2003: Aureliano, un 28enne anarchico e antimilitarista, precario nel lavoro e nei sentimenti, riceve all’improvviso l’offerta di partire subito per lavorare come aiuto regista alla preparazione di un film che si svolge in Iraq, al seguito della ‘missione di pace’ dei militari italiani.

Nonostante le critiche degli amici, tra cui la sua ‘amica del cuore’ Claudia, e la preoccupazione dei suoi familiari, tra cui soprattutto la madre con cui convive, Aureliano parte per l’Iraq. Si ritrova così al centro di un mondo, quello militare, che non approva e su cui ha molti pregiudizi, scoprendo però in coloro che incontra una umanità e un senso di fratellanza che appartengono anche a lui. Al seguito di Stefano Rolla, il regista che lo ha coinvolto con la sua passione per il cinema e il suo entusiasmo per il lavoro e per la vita, Aureliano non fa in tempo a finire un pacchetto di sigarette che si ritrova, come protagonista, al centro della tragedia dell’attentato alla caserma di Nassirya del 12 Novembre 2003. Unico civile sopravvissuto di una strage che ha ucciso ben 19 italiani, Aureliano, pur gravemente ferito, riesce a mettersi in salvo. Testimone oculare dell’avvenimento, Aureliano passa dall’ospedale americano di Nassirya a quello del Celio di Roma, in una lunga degenza in cui si ritrova assediato dai politici, dai militari e dai giornalisti perché nel frattempo è diventato suo malgrado un eroe per caso.
20 Sigarette
Assistito amorevolmente da Claudia, Aureliano si trasforma così da Ragazzo in Uomo, maturando sia nei sentimenti che nella sua visione della vita, fino a rielaborare la sua vicenda nella scrittura di un libro di memorie, in cui rinuncia alla sua condizione di vittima per affermare di sentirsi anche lui in qualche modo responsabile di fronte alla Storia con la S maiuscola. Il film non vuole essere una cronaca oggettiva di quello che è successo a Nassirya nel 2003. È il racconto in ‘soggettiva’ di quegli avvenimenti fatto da colui che li ha vissuti in prima persona. Caso abbastanza insolito di film diretto dalla stessa persona che è anche il personaggio storico protagonista della vicenda narrata, Venti sigarette è soprattutto il racconto di come un ragazzo come tanti si possa trovare all’improvviso e senza rendersene conto al centro della Storia con la S maiuscola e capire così che tutti noi, con le nostre scelte e la nostra vita quotidiana, siamo comunque responsabili e protagonisti della storia pubblica e politica del mondo in cui viviamo. Tutto questo raccontato con un punto di vista squisitamente interiore, antieroico, antiretorico, tutto raccolto intorno alla figura del giovane protagonista (alter ego dell’autore) che, nonostante la durezza delle cose narrate, vuole mantenere un registro leggero, a volte quasi disincantato, e aprire al contempo ad una molteplicità di riflessioni drammatiche e contenuti tragici, in maniera personale.
da “megamodo.com”

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