Motel Woodstock

Motel Woodstock (Taking Woodstock, Usa, 2009) di Ang Lee; con Demetri Martin, Dan Fogler, Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy, Jeffrey Dean Morgan, Imelda Staunton, Paul Dano, Kelli Garner, Mamie Gummer, Emile Hirsch, Liev Schreiber.

3 giorni di musica, pace, sesso e amore. 3 giorni passati alla storia. 3 giorni, dal 15 agosto al 18 agosto del 1969, che videro arrivare a White Lake, nello stato di New York, oltre 500,000 giovani da tutti gli Stati Uniti d’America, facendo diventare il concerto di Woodstock semplice leggenda. Tutto questo non interessa ad Ang Lee. Motel Woodstock, infatti, non è una pellicola sul concerto rock più famoso e celebrato di tutti i tempi, ma sulle incredibili traversie che lo portarono a compimento e soprattutto sui cambiamenti epocali che portò all’interno della famiglia Tiber, che ebbe un ruolo fondamentale nella sua realizzazione.

Tratto dall’omonima autobiografia di Elliot Tiber, Motel Woodstock ci porta in un tempo che fu, dove tutto sembrava possibile, segnato dalla guerra in Vietnam e da generazioni di ragazzi che credevano in un sogno, in un ideale, urlando al mondo “peace and love”, attraverso un trip di colori, di musica, di sorrisi, di ricordi, di emozioni, splendidamente condensati dal solito maniacale e poetico tocco del regista taiwanese, tornato con gioia a toccare con mano le corde di un’atipica e riuscita commedia generazionale.

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E’ il 28 agosto del 1963 quando Martin Luther King Jr. pronuncia il suo celebre discorso “I Have a Dream”. 5 anni dopo, il 4 aprile del 1968, King viene ucciso. Un mese prima ha luogo il massacro di My Lai in Vietnam. Un mese dopo viene assassinato Robert F. Kennedy. Il 27/28 giugno esplodono a New York gli Stonewall Riots, che segnano l’inizio del Movimento di Liberzione degli omosessuali. Il 14 luglio del 1969 a Michael Lang e ai suoi collaboratori vengono negati i permessi per organizzare un festival musicale a Wallkill. Il giorno dopo, un ragazzo di nome Elliot Tiber viene a conoscenza di questa notizia. Lui e la sua famiglia gestiscono un motel fatiscente e in fallimento a White Lake, nello stato di New York. Qui, da anni, Elliot organizza una sorta di Festival musicale di musica classica, che raduna poche decine di persone. Ha già i permessi per poterlo ripetere anche quell’estate. L’occasione è troppo ghiotta, visto che nessuno stato d’America sembra voler concedere i permessi a Michael Lang per il suo concerto di fricchettoni. Elliot prende così la palla al balzo, propone a Lang il suo motel come base principale del Festival e i terreni vicini come possibile aerea per il concerto,contribuendo inconsapevolmente a fare la storia…

Nacque così, tra l’incredulità generale dei presenti, il più grande e celebre concerto di sempre. Oltre un milione e mezzo di ragazzi si incamminarono verso il motel di Elliot Tiber e la sua famiglia, che mai fu più come prima dopo il ciclone Woodstock. Proprio a questa rivoluzione, familiare e personale, orienta il proprio interesse Ang Lee, che porta così in sala i cambiamenti epocali che videro protagonisti Jake, Sonia Teichberg e loro figlio Elliot. Woodstock non riuscì a cambiare il mondo ma sicuramente contribuì a cambiare l’esistenza di questi due genitori, così differenti e così innamorati, e del loro figlio, così timido, chiuso e trattenuto, tanto da non riuscire a vivere appieno la propria omosessualità.

Da figlio succube Elliot si trasformerà finalmente in uomo, padrone della propria vita, crescendo e maturando proprio in quei giorni che videro il proprio scalcinato motel trasformarsi nel più grande punto di ritrovo hippie di sempre. Lo scopo di Lee era quello di collocare una storia di trasformazione umana in un contesto di trasformazione culturale. Uno scopo raggiunto appieno, grazie ad uno script, scritto dal fido James Schamus, che oscilla continuamente tra le corde dell’ironia e quelle dell’emotività, ricostruendo perfettamente quegli storici giorni.

Pazzesco, infatti, il lavoro fatto dal punto di vista scenografico, per non parlare dei costumi e delle centinaia di comparse utilizzate per le riuscite e convincenti scene di massa. Lee, dal punto di vista registico, spazia sapientemente tra continui split screen di palmiana memoria e cambi di formato, con una fotografia, diretta da Eric Gautier, pronta ad evolversi minuto dopo minuto, passando dai colori ‘vintage’ a quelli ‘psichedelici’, fino allo strizzare l’occhio ai reperti originali dell’epoca (in realtà mai utilizzati), portarti sul grande schermo nel 1970 da Michael Wadleigh (e da un certo Martin Scorsese) con lo strepitoso documentario (Premio Oscar) Woodstock.

Ad aiutare Lee nella complicata riuscita della pellicola, un cast di attori magnificamente calatosi nella parte. Su tutti la superba, divertente e magistrale Imelda Staunton, nei panni della burbera madre di Elliot (a mio avvido da possibile candidatura all’Oscar), Sonia, affiancata dall’esordiente Demetri Martin, perfetto nei panni del timido e chiuso figlio che fa di tutto per aiutare i propri genitori, anche se questi non troppo affettuosi nei suoi riguardi. A completare il quadro familiare il malato, taciturno padre di famiglia, e innamorato della propria moglie, interpretato da un trasformato Henry Goodman.

A loro 3, veri protagonisti della pellicola, si affiancano il solito bravissimo Emile Hirsch, nei panni di un veterano di guerra tornato dal Vietnam, un angelico quanto trasgressivo, provocante e bellissimo Jonathan Groff e un inedito Liev Schreiber, nei vestiti di un travestito ex-marine che diventa il responsabile della sicurezza del Motel. Un personaggio, il suo, tanto realmente esistito quanto fondamentale per l’accettazione sessuale di Elliot, visto che sarà proprio Liev/Vilma a fargli capire che deve vivere la propria vita, portandolo di conseguenza ad incoraggiare i genitiri a vivere la loro.

Senza vedere mai neanche un secondo di concerto, a parte un bellissimo ‘trip’ finale che si abbatte come uno tsunami di colori, musica e amore sul palco, Ang Lee riesce perfettamente nell’impresa di farci ‘calare’ nell’atmosfera unica e probabilmente inimitabile di quel tempo che fu e che nessuno dei partecipanti realmente e completamente ricorda, perchè chi dice il contrario, probabilmente, a Woodstock non c’è davvero mai stato…

da “cineblog.it”

Elliot Theichberg lavora come arredatore al Greenwich Village ed è impegnato sul fronte del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Ha però un grosso problema perchè i suoi genitori Jake e Sonia (due ebrei fuggiti dall’Europa dell’Est) stanno per perdere, a causa dei debiti, il decrepito motel che gestiscono a Catskill. Le soluzioni non sembrano a portata di mano fino a quando giunge la notizia che gli organizzatori di un’importante manifestazione musicale si sono visti ritirare l’autorizzazione dalla municipalità di Wallkill. Elliot telefona, offre il motel come base e presenta il vicino proprietario di un terreno di 600 acri. I ‘mitici’ 3 giorni di Pace e Musica stanno per realizzarsi.
Ci sono film d’occasione che tali sono e tali rimangono. Si sfrutta cioè l’opportunità di un anniversario per tuffarsi nella rievocazione nostalgica o illustrativa di un evento. Ricorrendo i quarant’anni da quando ebbe luogo l’epocale concerto di Woodstock si poteva pensare che un Ang Lee in surplace avesse accettato di fare un film quasi su commissione. Non è affatto così. Quasi fosse tornato alle sue origini conosciute in Occidente (ricordate Banchetto di nozze?) il regista coglie l’occasione per rileggere da un punto di vista inusuale l’epopea di Woodstock non rinunciando a uno sguardo critico, anche se sorridente, nei confronti dell’istituzione familiare.
Woodstock ha rappresentato per lui gli ultimi momenti di innocenza di una civiltà che metteva piede sulla Luna ma stava affontando un futuro carico di incognite. Il raccontare il grande evento collettivo dal punto di vista di Elliot Tiber vuol dire scegliere lo sguardo di colui che ci vide un’opportunità personale ancor prima di rendersi conto del valore che quei tre giorni avrebbero finito con l’assumere per la cultura tout court. Tiber ha scritto con Tom Monte il libro “Taking Woodstock. A True Story of a Riot, A Concert and a Life” ed Ang Lee prende le mosse dalla sua testimonianza non per raccontare il concerto (lo ha già fatto con grande adesione Michael Wadleigh che aveva tra gli aiuti un ragazzo che si chiamava Martin Scorsese) ma per descrivere una società. Lo fa attraverso una moltitudine di personaggi e di figuranti ognuno dei quali finisce con il rappresentare una delle facce di quel prisma che erano gli Stati Uniti all’epoca.
Si sorride e si ride (grazie anche alla superba caratterizzazione di Imelda Staunton nei panni della taccagna e iperattiva madre di Elliot). Ma soprattutto si percepiscono la vitalità e l’energia di un universo giovanile che, nonostante il Vietnam o forse anche grazie a quell’orrore insensato, sentiva ancora il bisogno di credere in un’utopia pacifista che sembrava però traducibile in realtà. Ang Lee non ha alcuna intenzione di proporre una lettura acritica dell’epoca. Ecco allora che al seguito dell’ideatore trasgressivo simile a un Jim Morrison in versione hippie ci sono le limousine nere da cui escono manager in giacca e cravatta. Come afferma Woody Allen si chiama Show Business perchè senza il business non c’è lo show. Alla fine resta però la sensazione di un sipario calato su uomini e donne forse ingenui ma sicuramente sinceri nelle loro aspirazioni. Una tipologia di esseri umani di cui, nonostante tutti gli eccessi loro attribuibili, il mondo ha sempre bisogno.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Ang Lee, il mito di Woodstock riscoperto con spirito hippie

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Il bilancio di Taking Woodstock arriva all’ ultimo minuto, dopo che per due ore Ang Lee si è come perso nel mare di folla e di utopie che hanno accompagnato la nascita di quel celebre concerto. È quando Elliott, il giovane che forse senza ben capire la portata delle proprie azioni ha permesso di organizzare «tre giorni di pace e di musica» sui prati di una tranquilla cittadina di provincia, si pone l’ inevitabile domanda: «E ora?». E Michael, uno degli organizzatori, gli risponde che tutti se ne andranno in giro per il mondo, magari dopo aver litigato per i soldi. Qual che è fatto è fatto. Anche se l’ ultimissima inquadratura, sulla spianata dove si è tenuto il concerto, coperta di fango e di rifiuti come fosse un campo di battaglia, fa intuire che il seme gettato a Woodstock farà molta fatica a germogliare. In fondo Ang Lee un film sulla fine delle utopie della controcultura americana l’ aveva già fatto un decennio prima, con Tempesta di ghiaccio (1997), e quando questo taiwanese laureatosi in Illinois aveva affrontato altri momenti della storia americana, aveva saputo metterne in evidenza i lati più duri e drammatici, dalla violenza fratricida della Guerra civile (in Cavalcando col diavolo, 1999) alle prevenzioni omofobe (I segreti di Brokeback mountain, 2003). Per questo oggi può ben «permettersi» un po’ di furbesco entusiasmo e di contagiosa partecipazione al mito giovanilista di quell’ America che credeva nella possibilità di ripulirsi dalla guerra del Vietnam a suon di musica e di amore libero. Il film prende il via dal romanzo autobiografico di un aspirante pittore, Elliot Tiber (interpretato con convinzione da Demetri Martin), che si sente in dovere di abbandonare i suoi sogni di bohème (e di pulsioni omosessuali) per aiutare i vecchi genitori a conservare un motel scassato e coperto di ipoteche a White Lake, nei pressi di Bethel, una cittadina dello Stato di New York. Ad aiutarlo inaspettatamente arriva, nel luglio del 1969, la scoperta che a un festival di musica giovanile che doveva svolgersi nella contea di Orange erano stati revocati i permessi. Ed Elliot, proprietario di una licenza per un «festival estivo di arte e musica» decide di offrirla ai disperati organizzatori della Woodstock Ventures. Mettendo in moto una macchina che avrebbe attirato sui prati di un venale allevatore di mucche almeno 400 mila persone. Il film racconta tutto questo con una profusione di mezzi e un’ adesione allo spirito hippie dell’ impresa davvero encomiabile, omaggiando il documentario che Michael Waldeigh aveva montato su quell’ evento (e uscito nel 1970: Woodstock – Tre giorni di pace, di amore e di musica) con un abbondante uso dello split screen, che divide l’ inquadratura in diverse immagini. Ang Lee lascia ai margini del film il concerto vero e proprio per privilegiare l’ impatto che le idee della controcultura ebbero sui vari protagonisti, a cominciare dal timido Elliot che in una scena memorabile si «libera» dell’ incombente presenza dei propri genitori (genialmente interpretati da Henry Goodman e da Imelda Staunton) portando a esempio la libertà che la madre di Janis Joplin o il padre di Jimi Hendrix avrebbero concesso ai loro figli. Giocando così il film tutto sui contrasti tra le idee conservatrici degli adulti e lo spirito libertario dei giovani, concedendo «diritto di parola» ai precursori del travestitismo (come il marine in gonnella interpretato da Liev Schreiber) o ai paladini delle droghe e raccontando soprattutto la gloria un sogno destinato ben presto a perdersi tra compromessi e sconfitte.

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