Lo spazio bianco

Convince, e convince tutti, Lo spazio bianco di Francesca Comencini presentato in tarda mattinata al Festival del cinema di Venezia.

Tratta dal romanzo omonimo di Valeria Parrella, la pellicola racconta una storia tutta al femminile in cui non solo sono protagoniste le donne ma solo loro, e il loro sguardo sul monto, a raccontare realtà spesso crude e soprattutto poco alla luce del sole.

La storia racconta di Maria (Margherita Buy), insegnante single di quarant’anni che partorisce al sesto mese di gravidanza una bimba, Irene; la bambina, con problemi gravi, viene ricoverata in terapia intensiva neonatale dove rimarrà per i tre mesi successivi.

E’ a quel punto che Maria si rende conto che il mondo è altro rispetto al suo microcosmo, che esistono delle realtà come gli ospedali in cui le priorità sono diverse e che ormai, nella sua vita, non esiste più la possibilità di essere autonoma al punto tale da decidere anche per la vita di un altro essere umano.

Il suo non essere indipendente la porta a chiudersi, a rinchiudersi in quello “spazio bianco” in cui crede di poter vivere meglio, in una Napoli che non riconosce e che non vuole riconoscere fino a quando, resasi conto della situazione difficile e drammatica, non decide di reagire. Per dare una speranza a sè stessa e alla sua bambina.

Un film forte e basato sulla necessità, per le donne, di scegliere loro se portare avanti o meno una gravidanza anche se si è sole e di scegliere se aspettare o meno, come aspettare e come vivere.

Emozionante, mai stucchevole e rivelatore
: tre aggettivi che, a nostro parere, bene identificano Lo spazio bianco, efficace trasposizione cinematografica di un testo che, da solo, ha ancora tanto da raccontare.

da “dgmag.it”

Maria, insegnante di italiano in una scuola serale di Napoli, vive da sola, senza genitori né amanti. Tra una confidenza all’amico Fabrizio e un ballo in discoteca, trascorre i pomeriggi al cinema, dove incontra Pietro, ragazzo padre in preda a una crisi isterica del figlioletto. I due si frequentano, hanno una relazione e Maria rimane incinta. Alla notizia, il compagno non ne vuole sapere, rifiuta di partecipare alla gravidanza, non vuole prendersi responsabilità e, quando la bambina nasce prematura, Maria dovrà affrontare il calvario dell’attesa completamente da sola.
La nascita di un bambino prematuro spezza il naturale percorso di crescita di madre e bambino. Con l’interruzione – seppur transitoria – dell’evoluzione fisica della piccola creatura, si sospende anche la preparazione psicologica di chi lo ha portato in grembo fino a quel momento. Impotente di fronte ad un’incubatrice algida e ostile, Maria non può fare altro che rimanere in attesa di un’epifania che illumini una strada da seguire. La rivelazione del destino di Irene, indecisa tra nascita e morte, ‘incubata’ anch’essa in un processo di maturazione, si trattiene e svela, con parsimonia, solo piccoli segni di vita: il monitor che conferma il battere del cuoricino, e il ritmo, fin troppo costante, del respiro costretto a tubi e pompe ospedaliere.
Il tempo passa, lasciando il segno del suo spietato scorrere verso il futuro sull’animo della madre, costretta a rimanere bloccata nello ‘spazio bianco’ del titolo, dove vita e morte coincidono. La toccante storia di Maria, alle prese con una gravidanza inaspettata e tardiva, viene narrata con dolcezza, senza accomodanti: la protagonista, inizialmente infastidita da tutte le preoccupazioni tipiche da mamma (i primi vestitini e i disegni infantili), impara assieme alla figlia ad avvicinarsi al compito della maternità. Non è sicura di voler accettare la responsabilità di una bimba da crescere, fatica ad avere pazienza, vorrebbe scoprire subito se la piccola Irene ce la farà. La figura di Margherita Buy, svestita dai tic nervosi a cui ci ha abituato, viene incessantemente seguita dalla macchina da presa e inquadrata in primi piani commoventi, difficili da sostenere. Attorno a lei, si muovono personaggi che hanno subito il dramma della rinuncia: la dirimpettaia magistrato, costretta a vivere scortata e lontano dai figli, gli attempati alunni della scuola, in difficoltà con Dante e Leopardi, le madri dell’ospedale, private della giovinezza dall’arrivo casuale di un figlio. Sono figure di contorno che vanno avanti, accecate dalle incombenze quotidiane, ma capaci di esprimere grande umanità. In qualche modo, tutte contribuiscono a dare un senso compiuto alla maternità di Maria, aiutandola ad affrontare il dolore, anche quando rimangono apparentemente lontani dall’evoluzione degli eventi.
Lo stile narrativo della Comencini, posato e realistico come in passato, si apre questa volta anche alla forza visionaria di alcune scene surreali (il ballo delle madri, la scomparsa di Pietro dietro una folla di scout in piazza Plebiscito), intermezzi dell’anima che esprimono la parte più intima e personale della protagonista. Nell’attesa di un segno rivelatore, di un cambiamento, di un assestamento, le tende dell’ospedale si aprono e si chiudono segnando il repentino passaggio dall’insicurezza a brevi momenti di gioia, dallo sconforto alla speranza. La musica, tutta al femminile (Blondie, Nina Simone, Cat Power, Ella Fitzgerald), avvolge il dramma dell’attesa in una delicatezza priva di facili sentimentalismi, accarezzando la storia e infondendole forza e tenacia. Un modo raro di raccontare che porta l’attenzione su uno dei momenti più straordinari della vita di una donna. Tra il ‘bianco’ che annulla e contiene tutte le emozioni e lo ‘spazio’ dell’anima, dove la nascita di un figlio riserva un posto speciale.

Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Lo spazio bianco (Italia, 2009) di Francesca Comencini; con Margherita Buy, Salvatore Cantalupo, Guido Caprino, Gaetano Bruno, Maria Paiato, Antonia Truppo, Giovanni Ludeno.

Da Milano a Napoli, lo sguardo di Francesca Comencini è decisamente interessato al modo in cui la città viene mostrata e anche filtrata attraverso gli occhi dei personaggi. Non è certo un caso: se in A casa nostra la Milano (non) da bere era la gabbia di tante vite, la Napoli popolare de Lo spazio bianco diventa il perfetto scenario per trasporre su pellicola l’idea del tempo e dell’attesa.

Il soggetto che la Comencini ha tratto dal romanzo di Valeria Parrella è costruito infatti sull’”attendere”, azione passiva che la protagonista Maria è costretta a compiere dal momento che sua figlia, nata prematura, dovrà stare tre mesi in incubatrice. Maria continua quindi la sua gravidanza, ma con una figlia non più dentro di sé: ed ecco che la maternità si trasforma in un sottilissimo incubo da vivere in attesa di una notizia che potrebbe anche non essere positiva.

Un film al femminile, Lo spazio bianco, ma non solo questo, quindi. Quello che la Comencini traccia di Maria è un bel ritratto a tutto tondo, che tiene conto di tutti i fattori che fanno vivere un personaggio su pellicola. E così la maternità si trasforma in apnea. Un momento in cui Maria, abituata a prendere sempre in mano la propria vita, viene forzata per tre mesi a reinventarsi, a scoprire dentro di sé un modo per sopravvivere: ne va della sua vita, e di conseguenza della vita della sua bambina.

E’ Napoli stessa ad essere bianchissima nel film, quasi un involucro materico che rappresenta metaforicamente l’attesa costante e infinita di Maria. Proprio come Milano era lo sfondo perfetto di un film discusso come A casa nostra, e il motore della narrazione era il denaro, qui è ancora un’idea più astratta a dare il via alla storia e ad accomunare Maria ad altri personaggi: ovviamente altre “madri interrotte”.

La regista è ancora alla ricerca di un’umanità tenuta assieme da uno stesso motore, e va a cercare questa umanità con delicatezza, e senza dimenticare la confezione del suo prodotto. Che grazie alla fotografia del solito Luca Bigazzi è degna, in più anche caratterizzata da un’azzeccata colonna sonora che si permette di usare Call Me di Blondie in apertura.

Non tutto funziona per il verso giusto, a cominciare forse da un inserto abbastanza onirico, oppure la veloce storia d’amore con il medico che comunque viene schernita dalla stessa sceneggiatura. Eppure Lo spazio bianco resta un film onesto, capace di offrire allo spettatore con intelligenza uno spunto concreto sulla femminilità, che “rossellinianamente” (Viaggio in Italia?) non può prescindere dallo sguardo della protagonista sulla città. Che, a sua volta, influisce sul suo sguardo. Una reciproca alimentazione che la Comencini coglie con abilità.

A dare un forte contributo c’è ovviamente l’interprete principale, Margherita Buy, che scampa al solito ruolo femminile tutto stress e urla per trovare un personaggio su cui ben lavorare. La sua Maria è forse tra i personaggi da lei interpretati che teoricamente dovrebbero essere più disperati, ma le sue lacrime, i suoi silenzi, le sue speranze la fanno apparire decisamente reale, più umana, quindi più vicina allo spettatore.

da “cinema.versiliainrete.com”

Napoli, giorni nostri. Maria, una donna indipendente ed abituata a gestire da sola il proprio volubile carattere, rimane incinta in seguito ad una breve relazione. La bambina nasce troppo prematura, dopo soli sei mesi, e viene messa in incubatrice per un lungo periodo di tempo, in attesa di capire se ce la farà oppure no. Lo spazio bianco di Francesca Comencini racconta la vita di Maria in questo periodo d’attesa, raffigurandolo appunto come una sorta di limbo dei sentimenti, delle emozioni, in cui la donna si districa provando a tenere lontane paura e dolore, attraverso la compostezza e la forza d’animo a cui da sempre è abituata ad aggrapparsi.

Se da sempre, ed oseremo dire più che giustamente, ci si lamenta di quanto la stragrande maggioranza del cinema italiano si dimostri trattenuto, quasi striminzito, sia nelle storie che sceglie di raccontare che nel modo di farlo, questa pellicola sembra proporre una variante degna di attenzione. La sceneggiatura del film, tratta dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, disegna in modo preciso e sorprendentemente equilibrato una figura di donna che affronta il proprio destino con una compostezza che non risulta mai fredda o rassegnata, ma che si muove sul confine impegnativo che divide momenti drammatici da altri in cui l’atmosfera è più distesa: insomma, dal soggetto ci si poteva lecitamente aspettare il solito film italiano malinconico, dimesso, che tende a sottrarre ed in maniera più o meno consona e sceglie un tipo di messa in scena “povero”. La Comencini invece riesce a trovare la verità di sentimenti e situazioni attraverso una regia formalmente preziosa, attenta ai dettagli, che all’eleganza della composizione dell’immagine unisce il calore di situzioni e caratteri. Lo spazio bianco si rivela quindi un lungometraggio dalla confezione molto più accurata rispetto agli standard discutibili a cui il nostro cinema ci ha purtroppo abituato: soprattutto la fotografia del sempre valido Luca Bigazzi e le belle canzoni scelte come colonna sonora (a dire il vero una costante delle produzioni Fandango) risultano un notevole valore aggiunto al film, come lo è l’interpretazione misuratissima e densa di Margherita Buy, che si candida di diritto alla Coppa Volpi per l’interpretazione femminile.

Adriano Ercolani , da “comingsoon.it”
Francesca Comencini dirige un’intensa Marherita Buy in una bella e delicata storia di maternità

Una donna che balla da sola in una stanza piena di gente e di musica, volteggiando su se stessa, sorridente e ipnotica, come un derviscio. Margherita Buy che balla da sola è l’immagine simbolo del bel film di Francesca Comencini Lo spazio bianco in concorso a Venezia 66 e prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con Rai Cinema. Pellicola che a nostro avviso avrebbe meritato un premio sia per l’attualità degli argomenti trattati, spesso snobbati dal cinema italiano, sia per la delicatezza e insieme l’autorevolezza con cui la regista di Carlo Giuliani, ragazzo e Mobbing, mi piace lavorare si misura col tema della maternità. Una condizione ambivalente che implica un nuovo inizio per la madre – costretta a rinunciare ad una parte di sé, e spesso a scegliere tra lavoro e famiglia – ma che porta le donne ad associare la nascita del loro bambino a sentimenti ondivaghi tempestati di solitudine e senso di inadeguatezza.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella edito da Einaudi, racconta l’attesa di una donna, Maria – quarantenne single che fa la professoressa a Napoli in una scuola serale per adulti – di fronte all’incubatrice della figlia, nata prematura e concepita durante una relazione occasionale con un uomo, già padre, che non vuole assumersi altre responsabilità. Un rapporto, quello madre-figlia, che nasce nel momento del parto ma si consolida con le doglie dell’attesa, consentendo alla donna seduta davanti al tabernacolo di vetro, pieno di tubi che collega il neonato ai monitor ospedalieri, di rapportarsi agli eventi, analizzando l’incognita della vita tra nascita e sopravvivenza. La piccola Irene, infatti, è uscita dal grembo materno al sesto mese di gravidanza ma di fatto non è ancora nata; si trova sospesa in una bolla silenziosa, nel confine incerto tra la vita e la morte, dove dovrà fortificarsi prima di riuscire a respirare da sola.

Lo spazio bianco di cui parla il film (fotografato da Luca Bigazzi ed interpretato anche da Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo e Maria Pajato) si allarga a cerchi concentrici dal reparto ospedaliero in cui Maria per settimane finisce di partorire la figlia, inglobando riflessioni sulla maternità consapevole, sul coraggio, il disagio, l’assunzione di responsabilità e l’ineluttabilità che tale scelta comporta, fino a coinvolgere altre donne, altre storie. Anche maschili, perché gli uomini sono presenze collaterali forti (l’amico, l’allievo, il medico) funzionali al film ed utili per evidenziare le svolte del personaggio di Maria. Una figura complessa che procede a tappe, tra sofferenza e crescita, sulle orme di un altra donna cardine: il magistrato di prima linea che sceglie di chiudersi la porta di casa dietro le spalle, e rinunciare a crescere i figli per seguire un iter processuale spinoso.

Un po’ il ritratto di quella che sarà Maria da grande, una donna forte e coerente che non intende rinunciare al suo lavoro, che ama, in una città che ha molto a che fare col senso della vita e della sopravvivenza. Una Napoli bella e sfacciata, coi soliti vicoli, il mercato del pesce, il calore della sua umanità dolente ed i panorami sul golfo dominati dal Vesuvio. Una metropoli che però la Comencini esalta nei caratteri più intimi ed inediti, poco agiografici, evidenziandone le altezze. Il silenzio ronzante della funicolare da cui Maria scruta distrattamente la vita, per esempio, la luce abbacinante di un mattino che s’affaccia su strade deserte, il respiro di una piazza tracotante ma solitaria, una terrazza protesa sulla vastità del mare. Immagini suggestive che si collegano le une alle altre, raccontando talora, in piccoli flashback o in visioni oniriche, la tempesta emotiva di Maria, costretta a decidere tra lavoro e privato.

E’ dunque un film molto femminile. Una storia di donne che scelgono di resistere, pensato per le donne ma che farà commuovere anche gli uomini. Dice in merito Domenico Procacci: “Alla prima proiezione completa del film mi sono sciolto in lacrime, scoprendo di avere un cuore di panna”. Merito soprattutto della straordinaria performance di Margherita Buy, impegnata nella prova più completa e complessa della sua ricca carriera, la quale ha dato vita ad un personaggio intenso e rarefatto. Una donna commovente e piena di dolcezze, capace di slanci emotivi profondi e di una forza interiore a cui ciascuno (maschio o femmina, non importa) dovrebbe fare riferimento per riconciliarsi con la vita. Un ritratto di donna che all’inizio intuisce solamente il suo desiderio di maternità, ma col passare delle settimane lo definisce.

Il ruolo di Maria è meraviglioso, me ne sono resa conto subito ed è dedicato alle tantissime donne che affrontano la maternità da sole. Il fatto di sapere che ci sono madri single che vivono forti e felici con la loro prole mi fa sentire ancora più orgogliosa di aver fatto questo film”.
Una condizione, la singletudine serena e consapevole, di cui non fa mistero Francesca Comencini. Che aggiunge: “Sarebbe stato impossibile fare il film senza fare richiami sulla mia maternità, che è il centro della mia vita perché ho tre figli: loro sono ciò che io so. Li ho avuti da due padri diversi e li allevo da sola. Secondo me una donna che cresce un figlio è già una famiglia. Non sono d’accordo su quanto detto dal Papa in merito alle famiglie allargate; non credo che gli orfani diventeranno dei rovinati. Questo è solo il mondo in cui oggi i nostri figli crescono. Buoni o cattivi genitori ci sono sia nelle famiglie tradizionali che in quelle allargate”.

Le fa eco la Buy. “Il fatto di avere una figlia mi ha dato la possibilità di tornare alle sensazioni che ho provato nel momento in cui sono diventata madre – chiosa l’attrice che venerdì scorso ha ricevuto il Premio Pasinetti consegnato dal presidente del Sindacato Giornalisti Cinematografici Italiani, Laura delli Colliperché non si nasce madri, lo si diventa. Con tutti i disastri che si possono combinare in quell’esperienza, perché è un momento di crescita”.

da “cinespettacolo.it”

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