La prima linea

“La Prima linea”: il film sul terrorismo che è meglio di un corso universitario
di Giampiero Mughini

Vi raccomando, non perdetevelo. La Prima linea, il film di Renato Di Maria che sarà sugli schermi fra pochi giorni, è il più bel film italiano mai girato sugli anni del terrorismo, ossia sulla più grande tragedia della nostra storia recente.
Quegli anni fatti di un piombo di cui ne sono morti a centinaia, studenti dell’una e dell’altra parte politica, poliziotti, magistrati, giornalisti, comuni cittadini che stavano passando per strada tenendo il cane per il guinzaglio.
In nessun altro paese d’Europa il terrorismo – quello “rosso” e quello nero” – è durato tanto e con una tale devastante intensità. Dai primissimi Settanta ai primissimi Ottanta, dieci anni interi interi.
Il film di De Maria è centrato sul gruppo di delinquenti politici che diede vita a Prima linea, una gang terroristica meno nota delle Brigate rosse ma egualmente feroce e sanguinaria. Il protagonista del film (ottimamente interpretato da Riccardo Scamarcio) altri non è che Sergio Segio, uno dei protagonisti e killer sistematici di Prima linea. Il film racconta con una semplicità e una nitidezza mirabili una delle azioni più criminali del gruppo.
A Milano agiva un magistrato adamantino, Emilio Alessandrini, che aveva indagato e colpito il terrorismo nero. Adesso quel magistrato aveva puntato le sue indagini su Prima linea. Decisero di ammazzarlo come un cane, tanto era un gioco da bambini. Ogni mattina Alessandrini portava in macchina il figlioletto a scuola. Lo lasciava e poi se ne andava verso il suo lavoro, sempre la stessa strada.
Un commando di cinque militanti di Prima linea lo aspettò all’altezza di un semaforo dove ogni volta la macchina di Alessandrini sostava qualche secondo. Gli si avvicinarono in due, Segio e Marco Donat Cattin (il figlio del ministro democristiano), gli puntarono i revolver da un metro di distanza e lo massacrarono.
Mi spiace che il figlio di Alessandrini abbia mugugnato nei confronti di questo film, un film che a suo padre ha elevato il monumento che merita. Così come mi spiace che qualche politico da due soldi avesse espresso a priori delle critiche nei confronti di un film che non avevano ancora visto.
Temevano che De Maria mostrasse una qualche simpatia per eroi reputati romantici e “idealisti”. Nemmeno un poco. Li mostra per quello che sono stati, degli assassini che non avevano alcuna ragione e alcuna giustificazione. L’Italia degli anni Settanta non era un Paese che aveva alla gola la morsa di una dittatura fascista. Era un Paese dove agiva il più grande partito comunista d’Europa, dove c’era un partito socialista attivo e vitale, dov’erano strapotenti i sindacati confederali, dove di giornali al mattino ne potevi comprare di ogni colore, ivi compresa quella “Lotta continua” di cui io sono stato soltanto il direttore responsabile (responsabile dinnanzi alla legge, 26 processi subiti) e nella cui redazione non ho mai messo piede una volta.
C’era spazio per tutti in quell’Italia, spazio per tutte le idee, per tutte le proteste, per tutti gli scioperi. Le pistole no, quella è roba di assassini. Di assassini, non di compagni che sbagliano”. Quando il personaggio interpretato da Scamarcio impugna per la prima volta una pistola, sotto gli occhi di un amico e di un compagno che con lui aveva fatto i cortei e gridato gli slogan furibondi dell’epoca, quello lo guarda e gli dice che “è un cazzone”. Vi raccomando, andatevelo a vedere questo bellissimo film. Per quelli di voi che non erano nati, sarà meglio di un corso universitario.
di Giampiero Mughini, da “notizie.tiscali.it”

“La Prima Linea” di Renato De Maria

Il 3 Gennaio 1982 Sergio, membro di Prima Linea, attacca il carcere di Rovigo per liberare 4 detenute, tra cui Susanna, la donna che ama. Il film ripercorre gli eventi presenti a passati che riguardano la lotta armata in Italia attraverso lo sguardo amaro di due suoi protagonisti…

Parlare degli anni di piombo è sempre molto complicato. E’ difficile, per chi li ha vissuti, riuscire ad avere una visione oggettiva di quegli eventi ed è ancora più difficile riuscire ad entrare nel senso di ciò che accadeva per coloro che non li hanno vissuti. La Prima Linea, tratto dal libro Miccia Corta scritto dallo stesso Sergio Segio, è l’ennesino film su quegli anni di forti ideali che hanno portato qualcuno a fare scelte radicali e sbagliate. La scelta della lotta armata è stata di pochi e quei pochi avevano completamente perso di vista i desideri e le aspirazioni di chi pretendevano di rappresentare.

Questa è una delle tesi sostenute dal film di Renato De Maria, che guarda a quegli anni attraverso la visuale di una piccola storia, quella di Sergio (Riccardo Scamarcio) e Susanna (Giovanna Mezzogiorno), militanti di Prima Linea e responsabili di diversi attentati ed omicidi.

Il film si apre con una sintetica e ben fatta ricostruzione degli eventi di quegli anni e durante tutto il dipanarsi della vicenda non mancano richiami a fatti di cronaca presentati attraverso le immagini dell’epoca che rendono la storia, di per se non inventata ma realmente accaduta, ancora meglio amalgamata all’interno delle vicende generali.

Il film, e di conseguenza il regista, prendono una posizione chiara. Da una parte si racconta il valore assoluto dei presupposti ideologici sul quale era nato il movimento, dall’altra si condanna senza mezzi termini la scelta di passare alla lotta armata. Una condanna che colpisce alla base, radicalmente, quando si racconta di come i terroristi rossi si fossero chiusi in un mondo inventato da loro, cui solo loro credevano e che gli altri non condividevano. La sconfitta di questi individui la si legge nei loro occhi, in particolare in quelli di Sergio durante l’interrogatorio e in quelli di Susanna subito dopo l’omicidio di un loro compagno. Sono occhi spenti, atrocemente tristi, perduti nel nulla che li sta circondando, occhi che non capiscono come si sia potuti arrivare a tanto e che hanno dimenticato il perché.

L’uscita del film è stata preceduta da polemiche, come è naturale visto l’argomento che affronta. I due attori protagonisti sono stati considerati troppo “belli” per un ruolo del genere, ma se un giudizio ci deve essere deve riguardare il modo in cui si sono interpretati i loro personaggi. Da questo punto di vista Riccardo Scamarcio, vero protagonista della pellicola, è riuscito a incarnare bene il ruolo di uno sconfitto, di un uomo dai grandi ideali che ha sbagliato.
La Prima Linea è stato accusato di essere accondiscendente nel giudizio storico da imputare a quegli anni. Se per accondiscendenza si intende mostrare uomini deboli che riconoscono la sconfitta, uomini per i quali si prova un naturale trasporto umano, allora si può essere d’accordo; ma se invece, com’è più logico pensare, per accondiscendenza si dovrebbe intendere la comprensione e la giustificazione dei loro atti, allora anche questa polemica è totalmente priva di fondamento.

Sostanzialmente il film non è disprezzabile, ricostruisce bene il clima di quegli anni e approda a delle conclusioni tutto sommato condivisibili. Resta il fatto che parlarne è sempre difficile, perché nessun argomento è capace di spaccare così radicalmente le opposte fazioni come il periodo degli anni di piombo.
di Alessandro Berbero, da “cinefile.biz”

Crepuscolo di un integralista degli anni ‘70

Pellicola scomoda, difficile e necessaria, che non ha avuto nessun aiuto di stato, annunciata con polemiche inclementi. Comprensibilmente, i parenti delle vittime l’hanno vista più che un aiuto alla comprensione storica, un cedimento verso gli assassini. Ma anche Sergio Segio non l’ha apprezzata: forse perché il film racconta la fine di una illusione mortale. Presentato a Roma, La prima linea di Renato de Maria sorprendentemente si rivela il miglior film uscito in Italia sul terrorismo.

Liberamente tratto da Miccia corta, il cui autore è l’ex esponente di Prima Linea Sergio Segio, il film si ispira alla sua vicenda e a quella di Susanna Ronconi, come protagonisti simbolo, pretesto per narrare, attraverso due tipi psicologici, il dramma, il dolore arrecato, la dissoluzione della giovinezza e della vita.

Sergio (Riccardo Scamarcio) il 3 gennaio del 1982 è a Venezia e sta organizzando l’assalto al carcere di Rovigo, dove vuole fare evadere quattro detenute, tra le quali Susanna (Giovanna Mezzogiorno), la sua donna reclusa perché, come lui, appartiene a un gruppo politico armato. Mentre si prepara all’azione – una delle più audaci evasioni realmente accadute – Sergio ricorda gli inizi della sua clandestinità, l’incontro con Susanna, l’ingresso in un gruppo terroristico denominato “Prima linea”.

Sullo schermo immagini vere dell’Italia del tempo, quella delle stragi di Piazza Fontana, di Brescia, i suoi morti, i suoi cortei. Sergio racconta la paura di essere in un paese a rischio di golpe e di venire ucciso. Evoca l’ambiente operaio di Sesto San Giovanni, al quale il terrorismo ha rivolto una chiamata illusoria: é esponente di una “Prima Linea” senza seguito.

La drammatica solitudine di un personaggio che scivola, senza quasi rendersene conto, in una spirale omicida che distrugge anche lui, è resa da Renato De Maria con rigore non privo di pietas. Il regista non narra una storia di mostri, ma di integralisti, distaccati dalla realtà, uomini che rinunciando alla loro umanità hanno rinunciato ad amare se stessi. La scelta delle armi, evocata attraverso la storia di una coppia, evidenzia come abbia reso impossibile persino l’amore tra un uomo e una donna.

Bravi Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, credibili nella loro fisicità. Scamarcio con questo film si consegna alla recitazione di spessore ed esce dal cliché del giovane sex symbol. A chi muove a De Maria il rimprovero di avere scelto due attori “troppo belli”, va consigliato di guardare le foto degli esponenti della sinistra del tempo e delle centinaia di giovani che sfilavano nei cortei degli anni di piombo.

di Bruna Alasia, da “nonsolocinema.com”

Il film che nessuno voleva. A priori
di Roberta Ronconi Liberazione

Una carovana di pellegrini circondata dai sioux. L’immagine rubata all’infanzia riemerge pensando a “La prima linea”, film a firma di Renato De Maria, bersagliato da ogni parte ancor prima della sua uscita sullo schermo (il prossimo 20 novembre). Il tema del resto è di quelli attorno a cui il nostro cinema gira intorno da molto tempo, senza riuscire a prenderlo per il cuore. E’ la storia «di un omicida che voleva un mondo migliore», come la definiscono con lucida sintesi i coproduttori Jean Pierre e Luc Dardenne (coinvolti dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti), racconto non tanto del terrorismo italiano, ma di uno dei suoi protagonisti e della sua compagna di lotta. Il film è “liberamente ispirato” (è la dicitura a cui sono giunti gli autori assieme all’autore) da “La miccia corta. Una storia di Prima linea” (DeriveApprodi) di Sergio Segio, ripubblicato pochi giorni fa con una prefazione del suo autore che accusa De Maria e la produzione del film di essere scesi a troppi compromessi e di aver reso orfani i protagonisti del contesto storico in cui hanno agito. Lui, dunque, quel film – al quale pure ha partecipato con rigore – non lo riconosce più, così come la sua compagna di allora e poi moglie, Susanna Ronconi.
Due giorni fa, prima che altri decidessero per lui, Andrea Occhipinti ha inoltre deciso di rinunciare ai fondi statali, levando le patate dal fuoco al ministro Bondi e a tutti i gangli ministeriali che sin dai tempi della pre-produzione del film avevano tentato in mille modi di ostacolarne la nascita. Autore e sceneggiatori sono passati per diversi inferni prima di iniziare le riprese. Il Ministero per i beni e le attività culturali, infatti, in vista dell’eventuale sovvenzione, ha chiesto la verifica della sceneggiatura e addirittura il vaglio delle associazioni parenti delle vittime del terrorismo. Sandro Petraglia (autore dello script assieme a Ivan Cotroneo e Fidel Signorile) racconta ancora con commozione la difficoltà di difendere l’opera originale in «una stanza carica di dolore e rabbia» in cui i parenti erano stati riuniti per un confronto “a priori” sulle pagine della sceneggiatura, mentre intanto il comune di Milano levava il proprio patrocinio al film e avvolgeva le riprese «in un clima di ostilità i cui è stato molto difficile andare avanti», racconta De Maria. Compromessi, alla fine, non ne sono stati fatti, giurano gli autori del film. O, se ne sono stati fatti, sono nati tutti da valutazioni personali e non indotte.
Ci si può credere o meno. Alla fine, però, a decidere è il film e il pubblico che lo andrà a vedere. Noi lo abbiamo visto ieri e, anticipando qualche parola della recensione che seguirà all’uscita in sala, pensiamo sinceramente che “La prima linea” sia un piccolo miracolo. Molto è rimasto fuori, è vero, e al contesto storico in cui tante vite maturarono sono dedicati solo pochi accenni. Ma un’opera artistica è fatta di scelte. De Maria e i suoi sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi sul racconto del percorso di Sergio (il cognome, Segio, non è mai pronunciato) e di Susanna, ovvero sulla storia di due ventenni che invece di vivere una vita normale e un amore bello come tanti altri, entrarono in una sorta di altra dimensione. Un distacco dalla realtà, una dissociazione dalla propria umanità causata da quell’integralismo che sempre trasforma le persone nelle loro funzioni, come nel caso di Alessandrini, ucciso perché era un giudice, non un uomo e un padre. Renato De Maria e i suoi collaboratori (tra cui i bravissimi protagonisti Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno) con “La prima linea” compiono un passo nella direzione giusta. Non si caricano dell’impossibile peso di raccontare tutta la complessità di quella storia dolente, ma solo un pezzettino. Quel tanto che permette lo spazio di uno schermo, nel tempo di un’ora e mezza. E lo fanno con arte, con passione, con rigore.
Da Liberazione, 13 novembre 2009

Rovigo, 3 gennaio 1982. Sergio è il giovane fondatore dell’organizzazione armata di sinistra Prima Linea, attiva negli anni Settanta e dispersa negli Ottanta. Deciso ad assaltare il carcere in cui è detenuta da alcuni anni Susanna, compagna d’armi e d’amore, Sergio arruola un gruppo di ex “combattenti” per abbattere il muro di cinta della prigione e coprire l’evasione. Nel suo viaggio lungo il Polesine ripercorrerà la sua vita, dalla militanza alla lotta armata, fino alla clandestinità, ripassando nella testa i volti e gli (ultimi) sguardi di chi ha assassinato nel nome di uno slancio ribelle e utopico. Incarcerato ed esiliato nella sua individualità, Sergio “depone” le armi e dichiara le colpe che gli appartengono. Non è facile nel nostro Paese esprimersi sul terrorismo, al punto da impedire addirittura che si girino film, come ha dimostrato il tentativo di affondamento dell’opera su Prima Linea di Renato De Maria.
Scritto tra gli altri da Petraglia e prodotto da Occhipinti e dai fratelli Dardenne, La prima linea indaga l’universo dei “compagni che hanno sbagliato”, concentrandosi “liberamente” sulla vita e la relazione sentimentale di Susanna Ronconi e Sergio Segio. De Maria gira un film chiuso, che nega ogni idea di speranza e sprofonda i due protagonisti in appartamenti e nell’incubo degli anni Settanta. Nella sterminata bibliografia dedicata agli Anni di Piombo, il regista sceglie “Miccia Corta”, firmato dal “comandante Sirio”, e poi lo trasgredisce. Poco interessato ad analizzare in modo storico e politico la lotta armata in Italia, De Maria intraprende un viaggio dentro un dissidio emozionale e attraverso la cronaca dolorosa di un dilemma irrisolvibile. Se Sergio Segio ricostruisce con precisione e senso del particolare tutte le fasi dell’assalto al carcere di Rovigo, dalla preparazione al suo epilogo (la liberazione della sua compagna e di altre tre detenute politiche), De Maria si concentra su alcuni dettagli che servono a restituire nitidamente lo sfondo dell’azione (la vita domestica da guerriglieri alternata alla routine degli impiegati e dei buoni vicini di casa) e a tracciare i binari da cui poi far deragliare il treno del racconto di Segio.
De Maria non tenta di rintracciare nei due compagni amanti un’affettività evidentemente sepolta sotto le macerie ideologiche, è piuttosto determinato ad abitare la dimensione sospesa e separata con cui gli ex terroristi vissero il loro delirio di onnipotenza, rinchiudendosi, o quasi, in uno, due, tre appartamenti e cancellando dallo spazio qualsiasi traccia in cui potesse trovarsi il riflesso di tutto ciò che faceva parte del mondo esterno. Gli anni Settanta, al loro crepuscolo, sono quelli in cui ogni segno in una stanza è portatore di un dolore e di un rimpianto, come i “Quaderni rossi” di Panzieri e Tronti chiusi, insieme a una vecchia fotografia della militanza difensiva e disarmata, nel cassetto del Sergio di Scamarcio. Segregati dalle prigioni ideologiche, prima che da quelle fisiche, soffocato il loro amore e il loro spazio vitale, Sergio e Susanna, quelli immaginati almeno, trovano una controparte nel personaggio di Piero, ex militante di Lotta Continua mai passato al lato oscuro della forza.
Su di lui sceneggiatore e regista catalizzano le pulsioni identificative del pubblico, risolvendo un problema che è etico, prima che artistico o commerciale.
di Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

In fondo è tutto nello sguardo algido di Giovanna Mezzogiorno. Se dopo il suicidio di Nadia Blefari, avete voglia di provare a decrittare la morale segreta dei terroristi, di squarciare le cortine di fumo, di enigma e di oblio, che continuano ad avvolgere gli anni di piombo, per provare a recuperare un altro frammento di verità, andate al cinema a vedere “La Prima linea”. Il film che Renato De Maria ha tratto da “Miccia corta” di Sergio Segio (uno dei più tormentati testi memoriali scritti da un ex terrorista) sarà nelle sale dal 20 novembre e viene presentato alla stampa, a Roma, questa settimana: ma chi scrive ha avuto la fortuna di vederlo in anteprima (è stato proiettato al Festival di Toronto), poco più di un mese fa, e in queste ore vive uno strano cortocircuito di immagini fra passato e presente, fra realtà e rappresentazione. Dove la cronaca esaurisce la sua pista, il racconto cinematografico offre nuove tracce e nuove possibili chiavi di interpretazione.
Passato & presente. Certo, il film, ritmato dall’ipnotica colonna sonora di Max Richter (Eurooscar con Valzer con Bashir), racconta l’ultima disperata impresa degli epigoni di Prima linea, fra il dicembre del 1980 e il gennaio del 1981: l’evasione (riuscita) organizzata da Sergio Segio, uno dei leader del più spietato gruppo armato italiano (secondo solo alle Brigate rosse per fatti di sangue) per far fuggire dal carcere la sua compagna di allora: Susanna Ronconi. La Blefari, invece, appartiene all’ultima folle generazione di brigatisti, quella che in Italia ha continuato a sparare e a progettare omicidi fino alla fine degli anni Novanta. Ma se per caso andrete a vedere “La Prima linea” scoprirete una magistrale interpretazione di Giovanna Mezzogiorno, che si cala nei panni della Ronconi e riesce a parlare non solo di lei, ma di tutte le terroriste, di tutti i fanatismi, di tutti i giovani bruciati dalla stagione delle utopie avvelenate. Devo confessare che sono corso a vedere il film combattuto fra la curiosità e un pregiudizio (negativo). Non ero convinto fino in fondo dei due libri scritti da Segio, e dalla linea narrativa di Miccia corta, tutta centrata sull’azione, sul racconto di un attentato vittorioso. Non ero contento dell’ennesima storia narrata “dalla parte” dei terroristi, assumendo le loro memorie come palinsesto per ricostruire la storia, partendo sempre dal punto di vista dei carnefici e mai da quello delle vittime. E’ uno dei tanti paradossi italiani il fatto che il sequestro Moro ci sia stato raccontato dai carcerieri dell’ex presidente della Dc, e che uno dei film più importanti di questi anni, Buongiorno notte, pur essendo un capolavoro cinematografico sia sostanzialmente modellato su Il prigioniero, l’autobiografia (terribilmente) autoindulgente di Annalaura Braghetti. Quella in cui Prospero Gallinari cura amorevolmente i canarini e i brigatisti (poverini) vogliono tutti salvare la vita di Moro. Quando a scrivere sono gli ex della lotta armata (e chi sposa la loro ricostruzione) i terroristi diventano sempre ragazzoni generosi e magari un po’ pasticcioni, sognatori in buona fede, gente che si è abbandonata solo a qualche eccesso di troppo, e si è prontamente ravveduto: è la piaga del revisionismo filo-brigatista. Ovviamente non era così, e non è così. In questi film e in questi libri (ad esempio quelli di Renato Curcio e di Mario Moretti) il tono è l’amarcord, la morale è tendenzialmente assolutoria. Persino una grande invenzione di regia di Bellocchio (il sogno della carceriera che immagina la liberazione di Moro) diventa una trasfigurazione falsificata della realtà. L’incantevole sorriso di Maya Sansa, in Buongiorno notte, ci rassicura e ci riempie di comprensione, ma non ci aiuta a spiegare l’assurdità del terrore, la ferocia rivoluzionaria di un pugno di ragazzi che con le P38 in mano andò a fare strage nelle piazze, l’istinto suicida di una ragazza che si impicca in carcere nel 2009 e che sotto processo spiega: “Avrei voluto torturare Marco Biagi”. Nella sala di Toronto, per la prima volta, il pubblico ha assistito al ribaltamento di questo schema. E a dare il segno a Miccia corta è davvero lo sguardo algido di Giovanna Mezzogiorno, quello che per la prima volta trova una misura credibile della realtà, e respinge i due stereotipi falsi del cinema italiano: quello del terrorista umanissimo, e quello dell’automa fanatico ed omicida (ad esempio la Sonia Bergamasco de “La Meglio gioventù”). De Maria ricostruire la misura giusta dalla prima sequenza. Immagina un interrogatorio-monologico di Segio-Scamarcio, ripercorre la tragedia delle stragi col repertorio e poi immagina una storia che si svolge con unità di tempo, di luogo e azione il giorno dell’evasione. Il sapore giusto lo fornisce la fotografia: grigia, crepuscolare, senza speranza, la colonna sonora, dolente e suggestiva.
Discesa agli inferi.Pochi sapienti flashback inquadrano i personaggi. E poi tutto il senso dell’evasione viene rovesciato. Non una trionfalistica azione di guerra, ma una lenta e inesorabile discesa agli inferi. Il film di De Maria è bello proprio perché “tradisce” il libro di Segio e nella sequenza dell’omicidio del giudice Alessandrini mette lo spettatore dalla parte del magistrato e non del killer. Non una liberazione, ma un precipizio. Scamarcio-Segio questo stato d’animo lo racconta benissimo: “Avevamo scambiato il tramonto con l’alba”. Oppure: “Non sogno mai che vinciamo. E’ tutto sbagliato, capovolto”. E anche, in uno dei dialoghi più drammatici, quello fra il protagonista e un amico del movimento che non lo ha seguito: “Siete la Prima linea di un esercito che non c’è. Adesso tutti parlano di voi come dei matti”.
Bondi & gli altri. Il film, oggetto di polemiche preventive da parte del ministro Sandro Bondi (che minaccia di revocargli il finanziamento) è stato già attaccato da alcuni parenti delle vittime che però, al pari del ministro non hanno visto il film. Ebbene, chi lo andrà a vedere scoprirà un poema dolente e triste che rifiuta qualsiasi apologia della lotta armata. C’è un solo errore storico: quello di considerare l’omicidio Alessandrini “solo” come una spietata azione militare (fu invece il più folle e ideologico dei delitti: colpire il buion magistrato perchè rafforzava lo Stato). Ma, su tutto, dominano l’espressione anaffettiva di Scamarcio e la meravigliosa maschera della Mezzogiorno: la sua Ronconi è crudele, ma non è disumana. E’ assassina, ma non sterotipata. E’ irriducibile ma non è disperata. Ama, con grande passione: ma ama le cose sbagliate. Se volete capire qualcosa dell’enigma degli anni di piombo andate a vedere il film di De Maria, e lo sguardo della Mezzogiorno nella scena in cui rifiuta la resa dalla lotta armata con un bacio. Non è la risposta. Ma l’emozione spiazzante che bisogna provare per arrivarci. Di fronte al vero enigma identitario della storia italiana, non è poco.

Luca Telese, da Il fatto quotidiano

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