La doppia ora

Un esordio da rimarcare e ricordare quello di Giuseppe Capotondi. Non un’opera prima promettente, non un giovane regista che entra in punta di piedi nel panorama produttivo italiano. Con sorpresa, La doppia ora è un esordio travolgente e maturo che irrompe veemente a smuovere il nostro cinema. Ma forse, in realtà, dovevamo aspettarcelo. Dietro la selezione di questo film in Concorso a Venezia 66 non potevano esserci solo motivazioni “sotterranee” di produzione-distribuzione (Medusa tra l’altro) ; e non poteva neanche essere la presenza di Timi e della Rappoport a convincere Muller a puntare su questa pellicola. Date le passate edizioni della Mostra veneziana, in cui i film nostrani ricevettero fischi e critiche negative, il direttore artistico non avrebbe mai potuto permettersi di rischiare l’inserimento in competizione di un’opera prima italiana senza essere certo delle sue qualità. Quando venne annunciato il programma di questa manifestazione in molti ci siamo chiesti : ma chi è questo Capotondi ? Oggi lo sappiamo e dobbiamo ammetterlo : Medusa, Indigo Film e lo stesso Muller ci hanno visto lungo.
Giuseppe Capotondi è un regista, un Autore, un ammaliante creatore di immagini, un narratore atipico per il nostro cinema. La doppia ora trasporta lo spettatore in universo filmico avvolgente, ipnotizzante. Guardandolo ci si domanda che fine abbiano fatto le tematiche sociali, le due camere e cucina, i dialoghi finti da soap, i giovani sempre al cellulare, le storie d’amore sofferte, i drammi familiari. Insomma, durante la visione ci si pone costantemente il dubbio : ma si tratta di un film italiano ? Ebbene sì, e ne siamo fieri, felici, soddisfatti. Ecco il cinema che cercavamo, ecco il tocco di originalità, ecco la novità che serviva alla nostra industria.
La doppia ora è un film di genere, un noir dall’atmosfera psicologica ; ma è anche un gioco complesso, un incalzante puzzle narrativo, un incastro onirico-realistico. Tra sogno e realtà, Capotondi ci immerge in una storia d’amore condita dal mistero, in un susseguirsi di eventi quasi inspiegabili, in un universo mentale strettamente legato al concreto. Così come vuole il genere, la narrazione confonde lo spettatore ; propone continuamente elementi fuorvianti ; lascia in sospeso la verità. Il film è disseminato di indizi che rovesciano la dimensione spazio-temporale. Quest’ultima perde in apparenza punti di riferimento, ma nel finale tutto torna al suo posto, in un ordine narrativo chiaro e preciso.
E’ proprio in questo che si nota l’abilità dell’autore : attraverso una regia attenta in ogni dettaglio ed una tensione costruita sapientemente con uno studiato uso del montaggio e delle musiche, Capotondi tiene le redini del racconto con mano ferma, senza lasciarsi trascinare dalla complessa sceneggiatura scritta a sei mani da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo. Dosa alla perfezione i tempi, sa quando far sentire di più il suo tocco, quando abbassare il ritmo. I personaggi non si perdono nel meccanismo intricato dello script, ma vengono raccontati con delicatezza, mettendone in luce le debolezze, i sentimenti, i dissidi interiori, i dubbi. Per questo il film non è solo un noir psicologico, ma anche una storia d’amore intima e difficile, di due persone alle prese con se stessi e con il loro passato, di due amanti che si incontrano e si lasciano nella doppia dimensione onirico-realistica. E’ la messa in scena dell’illusione e della disillusione, dell’incapacità di cambiare, della rassegnazione al proprio essere.
A quanto detto di positivo sinora, va aggiunta l’ottima prova dei due protagonisti Filippo Timi e Ksenia Rappoport (vincitrice della Coppa Volpi) : i loro scambi di sguardi, i loro silenzi pregni di paura e di insicurezza plasmano l’anima emotiva della pellicola.
La doppia ora è probabilmente il miglior esordio italiano dell’ultimo decennio. Ma per ogni regista che sorprende con la sua opera prima il problema è sempre riconfermarsi. Qualunque sia, però, il futuro di questo nuovo autore del cinema italiano, quando rivedremo il suo nome su una locandina sicuramente non ci chiederemo più : chi è questo Capotondi ?

Antonio Spera, da “close-up.it”

Roberto Pugliese
Il Gazzettino

Ultimo, e decisamente il migliore, del poker di italiani in concorso, “La doppia ora” dimostra quanto sia sterile la polemica innescata a proposito del film sul ’68 di Placido prodotto sotto l’egida berlusconiana. Perchè il problema non è (solo) chi produce e distribuisce ma (soprattutto) chi c’è dietro la macchina da presa. Anche l’opera prima di Giuseppe Capotondi ha il tocco della Medusa, ma reca pure il marchio della preziosa e oculata Indigo Film, animata Francesca Cima oltre che da Nicola Giuliano e Carlotta Calori, l’etichetta di qualità cui dobbiamo i film di Paolo Sorrentino e “La ragazza del lago” di Molaioli. Quanto dire il nostro cinema migliore, più moderno, “europeo”, linguisticamente raffinato e fuori dal coro.Non fa eccezione questo avvincente thriller psichico a scatole cinesi, che declina senza remore alcune referenze importanti quanto variegate, da Hitchcock a Polanski, dal Kieslowski di “La doppia vita di Veronica” al Lynch di “Twin Peaks” sino (soprattutto per una certa costruzione della suspense) allo Zemeckis di “Le verità nascoste”, ma che scintilla di luce propria nell’organizzazione visiva della tensione e nella nitida scansione di una sceneggiatura (la firmano Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo) che architetta colpi di scena e cambi di passo con ottimo ritmo e sapiente dosaggio degli interrogativi. Al centro, in una suggestiva e notturna Torino, l’ambigua figura femminile di Sonia (Ksenia Rappoport, sempre vibratile e di una sfuggente seduttività), che viene da Lubiana (scelta etnica di script forse non opportunissima, visti gli sviluppi narrativi successivi e l’aria che tira nel paese), la quale di giorno fa la cameriera ai piani e di notte l’entraîneuse in un bar di “speed date” gestito da una garrula tenutaria (impagabile cameo di Lucia Poli). In uno di questi incontri incrocia l’ombroso ex poliziotto Guido (Filippo Timi, attore in crescita ormai esponenziale per intensità e presenza fisica) che ora fa il custode in una villa. I due si attirano e si innamorano con prudenza, lenendo le reciproche ferite dell’anima. Ma un atto di violenza irrompe tragicamente lasciando Sonia da sola, smarrita, e circondata da inquietanti presenze. È la parte migliore del film, quella dove Capotondi cesella un clima horror quasi da manuale, brulicante di segnali angosciosi e nel quale la realtà sembra collassare: lo fa con bella perizia tecnica, ottima scelta di tempi della paura, sintassi sospensiva e un andamento indiziario (apertosi del resto con l’enigmatico suicidio iniziale). Poi gli autori decidono, hitchcockianamente, di svelarci la verità: non avendo mai ritenuto che riferire criticamente di un film si esaurisca nel (o coincida con) raccontarne la trama, non comincerò certo a farlo in quest’occasione. Basti dire che si apre un secondo film, un’altra “ipotesi di reale” dove i ruoli si rovesciano. A questo punto però le domande si moltiplicano: qual è la vera Sonia? Le scelte della prima corrisponderanno a questa “nuova” donna? O la verità nascosta è alla fin fine una sola? La metafora della “doppia ora” (23 e 23, 14 e 14 ecc.) in cui “scatterebbe” il passaggio dall’una all’altra dimensione si fa minacciosamente ammonitorio ma il disvelamento finale preferisce i toni del melò, e il ritmo inevitabilmente si allenta. È un’opzione rispettabile, ma si sarebbe preferito che Capotondi insistesse su un piano diverso e sui toni forti della parte centrale, senza magari disperdersi in qualche esibizionismo di troppo: in ogni caso una lezione di cinema allarmato e allarmante, così poco “italiano” da avvincere…
Da Il Gazzettino

Sorpresa, la mente è uno spettacolo
di Dario Zonta L’Unità

Nello strano Paese in cui viviamo, provinciale più che mai, si manda agli Oscar a rappresentare il cinema italiano il film che meno rappresenta le dimensioni produttive del nostro cinema, Baarìa, con i suoi 25 milioni di euro dichiarati (e chissà quanti reali) che hanno prosciugato in un sol colpo il «fus» della Medusa(e s’avvicinano alla somma del fus statale attuale) e si snobba (come ha fatto la critica a Venezia) il film italiano più «internazionale » degli ultimi anni, La doppia ora di Giuseppe Capotondi, che non a caso è stato oggetto di molte richieste per remake hollywoodiani. Cosa ci fa un film come questo in una cinematografia come la nostra? La doppia ora è per le modalità produttive e per l’arditezza narrativa un oggetto non identificato. Non a caso a definirlo meglio è stata la stampa estera, e quel pubblico che l’ha già visto a Venezia (dove era in concorso), preparato da tempo alla rottura dei codici narrativi. Ora, se volessimo tentare un’improvvisata cosmogonia, potremmo dire che La doppia ora si colloca nella nebulosa di film che hanno fatto della mente uno spettacolo, dell’interiorità complessa della psiche umana un action gender. Tra Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello e Vanilla Sky l’esordio di Capotondi ha però una sua definita e originale dimensione, ben calata nell’orizzonte delle cose italiane, senza sembrare forzatamente improbabile per essere a tutti i costi diverso.
UNO STRANO FURTO
E così, in una bella e «assente» Torino, uno strano furto interrompe la nascente storia d’amore tra una cameriera (Ksenia Rappoport) e un ex poliziotto (Filippo Timi), gettandoli nel gorgo di un melodramma fantasmatico, eccentrico e nero. Anche nelle modalità produttive La doppia ora è inconsueto. Non c’è il solito regista esordiente che vuole a tutti i costi girare la sua storia, tentando casomai di metterci dentro passaggi alterati della sua inimitabile vita. Al contrario c’è una sceneggiatura (scritta, riscritta, limata e soppesata da tre giovani) arrivata sul tavolo di un regista di corti e film pubblicitari, che ha accettato da esordiente una sfida al buio: mettere in scena una macchina narrativa elaborata, giocata su più piani.
Da L’Unità, 9 ottobre 2009

Noir che bluffa ma non bara
di Michele Anselmi Il Riformista

Troppi gli italiani a Venezia? Forse si, ma bisogna riconoscere che Marco Mililer ha visto giusto nel pigiare in concorso in extremis, come quarto titolo, La doppia ora di Giuseppe Capotondi. Un’opera prima, il che non guasta in una compagine nazionale all’insegna della maturità; e anche una novità, essendo il film, prodotto da Indigo insieme a Medusa, un esperimento curioso, diciamo un film di genere, oscillante tra noir, thriller e horror psicologico, che però custodisce un nucleo narrativo più intimista e dolente, a due passi dall’amore.
Chissà se la giuria presieduta da Ang Lee ne terrà conto, ma certo dice qualcosa che ieri, alla conferenza stampa ufficiale, ben tre giornalisti stranieri abbiano preso la parola per complimentarsi con Capotondi, cineasta 41enne con esperienze pubblicitarie e musicali, oggi residente a Barcellona. La doppia ora uscirà nelle sale il 9 ottobre, in 400 copie, magari troppe, nel tentativo di bissare il successo di La ragazza del lago, altro eccentrico «poliziesco» di taglio esistenziale lanciato dalla Mostra veneziana. Ma tentare non nuoce, perché la sostanza c’è.
Il regista spiega così il senso del titolo: «La doppia ora non è solo la semplice coincidenza che fa leggere sul quadrante di un orologio digitale un ‘ora ripetuta per suggerire ai protagonisti un gioco, la possibilità di esprimere un desiderio. La doppia ora segna l’incontro tra due solitudini che sembrano specchiarsi l’uno nell’altra». La prima di queste doppie ore recita 11:11. Siamo a Torino, poco prima di mezzanotte, un giovedì sera: conosciutisi a uno «speed date», quegli incontri veloci in serie dove paghi 25 euro per fare amicizia e finire subito a letto, Sonia e Guido sì piacciono, forse già si attraggono, ma il film si prende qualche minuto in più per raccontare le loro vite. Lei, cioè Ksenia Rappoport, viene da Lubiana e fa la cameriere in un hotel torinese. Lui, cioè Filippo Timi, il giovane Mussolini di Vincere, è un ex poliziotto, vedovo, che lavora come custode in una villa in collina. Si rivedono, imparano a conoscersi, sono sul punto di baciarsi in mezzo al bosco, a un passo dalla sontuosa dimora, quando si ritrovano rapiti e legati da una banda di ladri specializzati. Parte un colpo nel corso di una colluttazione, lui muore, lei resta ferita di striscio alla testa. Alle prese con l’elaborazione di un lutto inspiegabile, che apre voragini mentali e desta qualche sospetto. Tutto questo dopo neanche un quarto d’ora di film. Possibile?
Per dirla col collega Claudio Canbba, La doppia ora bluffa ma non bara. Vero. Il cinefilo doc ricorderà La donna del ritratto di Fritz Lang e capirà. Ma vale la pena di abbandonarsi al flusso narrativo del film, agli scarti di senso, alle coincidenze, a una sorta di doppia realtà che, originata da quello sparo, confonde per bene lo spettatore, pia concedendogli qualche indizio deformato da tenere a mente. Una foto ricordo da Buenos Aires, lezioni di spagnolo, gli annunci mortuari sulla Stampa, un prete che sbaglia il nome del caro estinto al funerale, una lampada a forma di mappamondo, un cliente untuoso, una fossa scavata nella foresta, un incontro furtivo tra Sonia e un uomo che non dovrebbe conoscere…
Dire di più significa svelare l’intreccio, smontare l’invenzione sulla quale si regge quasi un’ora di film. Tra i suoi modelli Capotondi cita, con rispettosa deferenza, Polanski, Argento, Fulci, anche Cassavetes. Magari si può aggiungere lo Zemeckis di Le verità nascoste, per rendere l’idea del clima, ma sono riferimenti in buona misura inutili. Perché La doppia ora, pur nella sua calcolata artificiosità sceneggiatori, tra rumori amplificati che fanno sobbalzare sulla sedia e fantasmatiche apparizioni nell’ombra, si inventa un percorso personale, a suo modo d’autore. E tuttavia quasi tutto torna sul piano della logica, quando i due piani – l’uno minaccioso e allucinato, l’altro realistico e criminale – torneranno a saldarsi in vista del malinconico epilogo. Anche qui, a ben vedere, sta la qualità del film, inconsueto nel panorama italiano, bene recitato, fotografato senza bellurie da Tat Radcliffe, ambientato in una Torino non convenzionale, scritto a sei mani da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo.
da Il Riformista, 11 settembre 2009

Rappoport e Timi amore e inconscio
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Il primo, personale film di Giuseppe Capotondi crede alle doppie verità, all’ inconscio, al mix di generi: raccontando un amore che parte in «speed date» tra una cameriera e un guardiano, che forse vissero due volte prepara un noir melò dove Timi sembra morto ma è solo svenuto. Entrando in zona surreale può succedere tutto, ma l’ autore spende emotività e fa dell’ artificio narrativo un modo per renderci schiavi di opera poco italiana, suggestiva anche per la prova della Rappoport: e del lato poliziesco si può fare quasi a meno. Voto 7
Da Il Corriere della Sera, 9 ottobre 2009

La doppia ora: due film in uno per Giuseppe Capotondi, ultimo italiano in concorso
di Alberto Crespi L’Unità

Chiuso il poker di film italiani in concorso. La doppia ora era sulla carta il titolo meno garantito e, sulla carta, più stuzzicante. Perché è un’opera prima, e non accade spesso che gli esordienti italiani ottengano tanta attenzione da un concorso così importante. Giuseppe Capotondi è giovane, ma non è un ragazzo: vive dal 2004 a Barcellona e ha un ricco curriculum di pubblicità e video musicali. Per esordire ha scelto un genere che non passa mai di moda, il thriller. Ma con risvolti che sfociano (o sembrano sfociare) nel paranormale. Sonia e Guido (Ksenia Rappoport e Filippo Timi) si conoscono a uno speed date. Si tratta di quelle serate organizzate per far incontrare perfetti sconosciuti. Lei, nativa di Lubiana, fa la donna delle pulizie in un albergo. Lui è un ex poliziotto e lavora come custode di una villa. Si piacciono. Ma al primo incontro nella villa dove lui lavora, vengono sorpresi da alcuni rapinatori. Parte un colpo. Sembra che Guido muoia…sembra! Perché dopo qualche tempo Sonia comincia a sentire la sua voce, a vedere il suo volto… e addirittura, una notte, se lo ritrova nel letto. La doppia ora non è un film di fantasmi. Le allucinazioni di Sonia troveranno una spiegazione razionale, che ovviamente non riveliamo. Non siamo di fronte né a una versione di Giro di vite, né a The Others. Semmai, potremmo scherzare sul sommo Hitchcock e ribattezzare il film L’uomo che visse due volte. Ma di tutti questi modelli, La doppia ora non ha la compattezza narrativa che servirebbe: nell’arco di 95 minuti sembra di vedere due film, non molto legati l’uno all’altro – o forse, chissà, il secondo film dovrebbe essere l’immagine speculare del primo, ma allora forse era meglio esagerare e girarli in modo completamente diverso. C’è però sapienza nel costruire sequenze e atmosfere, e un uso molto acuto del sonoro, che fanno della Doppia ora un esercizio di stile ben realizzato.
da L’Unità, 11 settembre 2009

Un incubo tutto in noir
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Ancora un’opera prima italiana, “La doppia ora”. La firma un regista di video musicali e di spot pubblicitari, Giuseppe Capotondi, sulla base di un testo riscritto per lui da tre sceneggiatori, Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stéfano Sardo, che si sono ispirati a un loro soggetto intitolato “ll cuore délla notte”, menzione speciale nel 2007 al premio Solinas.
La cifra e la rivisitazione di un genere che si tiene in equilibrio fra, il poliziesco in senso lato e lo psicologico con tendenze al dramma. Privilegiando, oltre che le tensioni, il mistero, all’insegna dell’ambiguità. Si comincia in modo piano. Sonia, in arrivò da Lubiana, è cameriera in un albergo. Conosce Guido, un ex poliziotto adesso guardiano notturno in una villa. Fra i due nasce l’amore. ‘Da qui, però, il resto, che vede tutto ingarbugliarsi. Una notte in cui Sonia è andata a trovare Guido nella, villa, piombano dei ladri che, oltre a svaligiare tutto con metodo, alla fine sparano. Sonia è ferita alla testa e ricoverata all’ospedale, Guido sembra che sia morto. In tutta la faccenda, però, un poliziotto amico ed ex collega di Guido, non ci vede chiaro e non tarda a sospettare di Sonia ritenendola una possibile connivente dei ladri. Procedendo, la situazione, anzi tutte le situazioni, anche quelle più di contorno, si ingarbugliano ulteriormente, con Guido che non è morto (o è un’ incubo di Sonia?), con Sonia che, dimessa dall’ospedale, passa da un incubo all’altro, anche se, alle sue spalle. – e lei in mezzo – sembra che si disegni un piano preciso…
Le spiegazioni, come d’uso, alla fine. I tasselli del mosaico, via via ricomposto non sono tutti chiari e qualche lacuna tra le pieghe del racconto rischia di proporsi, ma i climi angosciosi la regia li dosa con mano ferma facendo sempre leva su quella realtà non reale in cui nessuno, quasi mai, è quello che sembra: approdando a un poliziesco che non potrà non convincere: incuriosendo e interessando.
Nelle vesti di Sonia c’è Ksénia Rappoport, Guido è Filippo Timi. Meritando attenzione.
da Il Tempo, 11 settembre 2009

Capotondi, non solo un esordio
di Paola Casella Europa

«Credo che La doppia ora sia un film su quanto riusciamo a perdonare a noi stessi», dice Xenia Rappoport, protagonista, accanto a Filippo Timi, del quarto e ultimo film italiano in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. All’inizio La doppia ora, opera prima di Giuseppe Capotondi, un quarantenne che viene dalla pubblicità e dai video musicali, sembra un esercizio di stile un po’ stucchevole: una cavalcata fra i generi, soprattutto thriller e noir, ricca di citazioni e di scene ispirate ad altri film – un modo per dire «lo so fare anch’io, e guarda come lo faccio bene». Appare manierata e saccente anche la trama, che attinge a piene mani al passato thriller-noir, con l’aggiunta di elementi psicologici e accenni al paranormale che fanno tanto Sesto senso. Ma le atmosfere create da Capotondi, la sua capacità di costruire le scene e la recitazione ambigua (in senso positivo) degli attori lasciano in qualche modo “passare” una fascinazione particolare, e curiosamente danno spazio, nelle intercapedini di sequenze calcolate al millimetro con cerebrale freddezza, emozioni inquietanti, suggestioni che restano dentro e che “tornano su” molto dopo la visione del film. Anche il passaggio continuo da un genere all’altro, con condimento di flashback, che sulle prime sembra semplicemente una “furbata”, viene spiegato dagli sceneggiatori come una volontà di lasciarsi trascinare dai personaggi lungo un viaggio che assume connotati diversi come se il genere si adeguasse via via ai sentimenti dei protagonisti. Inutile raccontare la trama: è per sua natura troppo complessa, e resta aperta a molteplici interpretazioni. Basti dire, come fa la Rappoport, che «i temi sono la necessità di amare ed essere amati e la possibilità di cambiare davvero». «Non è un’opera prima, è un’opera e basta», dice Timi, reduce dall’interpretazione di Benito Mussolini nel Vincere di Marco Bellocchio. E in effetti Capotondi dimostra una maturità espressiva che lo discosta dall’esordiente medio italiano, non solo perché il suo film appartiene ad un mondo delle immagini più internazionale, o almeno più anglosassone (il regista vive e lavora da tempo in Inghilterra), ma anche perché mostra la capacità, insolita per il nostro cinema, di veicolare attraverso il codice del genere un sottotesto che sta a noi decifrare, come la trama del film.
da Europa, 11 settembre 2009

Doppio applauso per La doppia ora di Giuseppe Capotondi presentato oggi in concorso al Festival del cinema di Venezia e interpretato da Filippo Timi e Ksenia Rappoport.
Un film che racconta di emigrazione, integrazione e amore; che, in alcuni momenti, è anche sesso. Solo sesso.
Protagonisti de La doppia ora sono Sonia (Ksenia Rappoport) cameriera proveniente da da Lubiana, e Guido (Filippo Timi) un ex poliziotto che ora lavora come custode in una villa.
I due si incontrano in uno speed date ed è subito attrazione; i due imparano a conoscersi, si frequentano fino a quando la tragedia spezza quello che sarebbe potuto diventare un sogno.
Ma la trama, chiaramente, non è tutta qui e allora si scopre, guardando il film, che di trame ne esistono due e che entrambe contribuiscono a creare la storia, a dare senso logico al girato e a dare concretezza alla storia.
Ottima sceneggiatura, molto intensi gli interpreti che si calano con perfezione, accuratezza e spigliatezza nelle parti loro affidate da Capotondi.
Un misto tra thriller e melodramma e soprattutto il ricorrente tema della dualità che, se in alcuni momenti spiazza e rende difficile la comprensione del filo logico, in realtà rivela essere l’elemento vincente della pellicola.
Realtà e finzione si intrecciano, sogno e visione diventano parte integrante della narrazione e i personaggi si muovono costantemente tra essere e non essere, stare qui ma stare anche da un’altra parte.
Un’ottima rivelazione per Venezia 66, forse la pellicola più originale e affascinante; nelle sale, distribuita da Medusa, dal 9 ottobre.
da “dgmag.it”

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