Il mondo di Horten

L’uomo che guardava (passare) i treni
Il mondo di Horten

A volte può capitare che in mezzo ai blockbusters che riempiono le sale nei mesi della calura estiva spunti fuori qualche gioiello inaspettato. È il caso de Il mondo di Horten, straordinario piccolo film europeo (è una coproduzione franco-norvegese) che ben altro pubblico avrebbe meritato rispetto a quello sparuto e assonnato di fine giugno. Se anche una pellicola come questa sconta sulla propria pelle la sconsiderata politica dei distributori del nostro continente c’è davvero da stare poco allegri sullo stato del cinema europeo.

Tuttavia ben altre sedi sono adatte a discorrere di questo annoso e gravissimo problema, per parte nostra ci limitiamo a segnalare la straordinaria freschezza e intelligenza di un film fatto con pochi soldi, ma forte di un’idea drammatica azzeccata e di un’altrettanta solida messa in scena. La storia del film è davvero semplice: per il sessantasettenne Horten, che per quarant’anni esatti ha sfrecciato nella neve e nei ghiacci della Norvegia guidando treni, è arrivato il momento della pensione e le sue giornate iniziano ad acquistare una nuova luce. Ormai liberata dal ritmo incalzante delle giornate lavorative, la sua vita di scapolo solitario può riprendere smalto e così il nostro “eroe” si concede passivamente agli incontri più strani e inattesi: un bambino che non vuole addormentarsi, l’amico cameriere di un bar di mezza sera, un manovale dell’aeroporto, un venditore di barche, la commessa di un tabaccaio morto, un ex diplomatico un po’ rimbecillito, che guida la sua auto a occhi chiusi e citando Strindberg, con grosso cane appresso, finanche una misteriosa donna che spunta (forse) da un passato lontano e doloroso.

Il regista Bent Hamer ci racconta tutto questo con delicata ironia, lasciando che il ritmo si dilati lentamente, fino a far emergere tutta la straordinaria quotidianità di ogni gesto, di ogni attesa, di ogni fermarsi e ripartire. In un’atmosfera quasi surreale, che mischia il senso di solitudine alla Kaurismaki alla sonnolenta provincia profonda di un Simenon, a farci da guida, straniata e divertita, è l’espressività compassata dell’attore Baard Owe, la sua maschera impenetrabile e disincantata a metà strada tra Maigret e Paolo Conte.
Nel film, che è anche un ritratto inedito di un paese che ci sembra sempre così irrimediabilmente lontano, come la Norvegia, conta soprattutto l’afflato dei luoghi: la casa di Horten (con due finestre che immancabilmente danno sulla ferrovia), il bar pieno di tante solitudini, le strade innevate e silenti di una Oslo quasi sempre notturna, la casa del sedicente diplomatico piena di feticci africani (rimando a un esotico e altrettanto irraggiungibile altrove), fino alla carrozza locomotrice del treno che si porta via tutte le storie e tutti i personaggi. Alla fine, resta solo un amaro sussulto: quello della vita (piccola e unica) contro il manifestarsi inaspettato della morte. Come se tra le due ci fosse solo un lungo treno di vuoti da riempire. Un buco senza senso dove cercarsi, senza trovarsi.
di Marco Luceri, da “drammaturgia.it”

Il protagonista pensionato di “Settimo cielo” ascolta appassionatamente un disco con i rumori delle locomotive (dirige il quarantenne Andreas Dresen, molto affettuoso verso le pantere grigie). Non c’è da stupirsi se la moglie, pantalonaia a domicilio, preferisce passare i pomeriggi tra le lenzuola con un vivace settantenne. Al ferroviere norvegese Odd Horten tocca invece un locomotiva quiz: come è fatta una certa motrice, quanti vagoni ha quel certo treno, quanti ponti ha quella linea. E’ la sua cena di pensionamento, quindi non può fare il difficile (come regalo, locomotiva in miniatura, e non abbiamo visto bene i pasticcini, forse a forma di biglietto bucato, e le torte, forse a forma di abbonamento mensile). Prima, ha compiuto l’ultimo viaggio: neve e gallerie, neve e gallerie, neve e gallerie, tanto magnificamente fotografati che chiunque pensa di aver sbagliato tutto nella vita, a non voler fare il macchinista (anche il cappotto in pelle della divisa non è niente male). L’uomo cerca di prenderla bene, con la sua faccia alla Jacques Tati. Per questo si ritrova invischiato in una divertentissima deadpan comedy, restando impassibile di fronte alle assurdità che – se dobbiamo credere a Bent Hamer – in Norvegia prosperano. In realtà, è il gusto del regista a scovarle ovunque: il suo primo film, “Kitchen Stories” raccontava gli ispettori svedesi nelle cucine norvegesi, pagati dai fabbricanti di mobili per scoprire quanti kilometri fa una casalinga, tra lavandino e frigorifero (il secondo, “Factotum” con Matt Dillon, era su Bukowski e girato in inglese). L’ex ferroviere uscirà da una piscina con un paio di stivali rossi a tacco alto, entrerà di notte nelle camere da letto dei ragazzini, vedrà compassati signori lanciarsi sulle discese gelate usando come slittino la valigetta 24 ore, osserverà da vicino un aereo (per coerenza, ha sempre viaggiato su rotaia). Premio Speciale della Giuria alla cagna Molly, durante lo scorso festival di Cannes. Si è aggiudicata il collare con scritto Palm Dog, destinato al miglior cane recitante nei film presentati sulla Croisette. Nel 2003, il premio era stato vinto dalla sagoma del cane disegnata con il gesso, in “Dogville” di Lars von Trier.
© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO
di Mariarosa Mancuso

In un mondo che non fa altro che parlare delle scarse prospettive dei giovani e di un Futuro che per loro si rende sempre più incerto, c’è anche qualcuno lassù (Norvegia) che vuole rivolgere un pensiero appassionato e sincero a coloro che dopo una vita di lavoro si sono guadagnati “il meritato riposo” e che si preoccupano del loro futuro guardando un po’ al passato e recuperando dove possibile.
Odd Horten (Bard Owe) dopo quarant’anni di onorata carriera spesa a condurre un treno che è stata la cosa più importante della sua vita, va in pensione con tanto di onorificenza speciale e party offerto dalla compagnia. Da quel giorno Odd saluta per sempre una vita scandita da un ritmo regolare come lo scorrere delle lancette di un orologio e si lascia sorprendere dalle avventure che il nuovo giorno sarà disposto a offrirle, sia che si tratti di salire su un aereo che ha sempre avuto la paura di prendere o di investire su nuove e intriganti amicizie. Tentar non nuoce e meglio tardi che mai sembra essersi detto Odd, che a stare seduto su una sedia a guardare la tv non ci pensa proprio.
Il mondo di Orten è l’ultimo lungometraggio di Bent Hamer, presentato all’anteprima inaugurale della rassegna “Luci d’inverno – Autori e tendenze del cinema scandinavo d’oggi” in programmazione al Cinema Lumière di Bologna dal 23 al 29 aprile 2009.
Il regista Bent Hamer, noto al grande pubblico per il bukowskiano Factotum riesce nell’intento di raccontare una piccola storia che ha come protagonista un novello pensionato, appassionando e facendo sorridere con sorprendente spirito di coinvolgimento, nonostante l’utilizzo di quello humor freddo e distaccato di certo cinema nordeuropeo. Pur descrivendo il difficile tema dell’abbandono legato alla terza età e alla pensione, Hamer propone un bizzarro ottimismo da non intendere come sterile sentenza retorica su improbabili maniere di viversi quello che resta della vita (perchè meglio tardi che mai…), ma da leggere come piccolo omaggio all’età più matura di un essere umano. Ciò si traduce anche nella realizzazione di un film “buono per tutti”,giovani e adulti, che diverte senza vantare di essere commedia e che appassiona pur non essendo un dramma.
di Dario Adamo, da “girodivite.it”

Il Mondo di Horten
O’Horten – 1h 26′
Regia: Bent Hamer
L’inverno “del nostro (comune) scontento” è una stagione cara al norvegese Bent Hamer che l’ha impressionisticamente utilizzata, come molti registi prima di lui, per le sue parabole esistenziali. Qualche anno fa, nell’originale Kitchen Stories, Hamer faceva interagire, all’interno del claustrofobico microcosmo di una cucina, un ricercatore svedese e uno scapolo norvegese mentre nel successivo Factotum, in trasferta nella provincia americana, il clima freddo si trasferiva nell’interiorità devastata dell’alter ego dello scrittore maledetto Bukowski impersonato da un Matt Dillon perduto tra fiumi di alcol, donne e licenziamenti in tronco. Insomma, la condizione invernale, con i suoi paesaggi ghiacciati fino all’astrazione, fornisce suggestivi elementi di richiamo per far rivivere algide atmosfere dei rapporti umani. Il ritorno di Hamer in Norvegia, dopo la già citata parentesi hollywoodiana, è segnato da quest’ultimo Il Mondo di Horten, un film assolutamente imperdibile, presentato a Cannes l’anno scorso, nella sezione “Un Certain Regard”. L’humour tipicamente nordico di cui è impregnato il cinema di Hamer ha una grana surreale che procede per accumulo di elementi, in trame a puzzle collegate da un solo protagonista su cui è concentrato il racconto abilmente articolato, come in questo caso, in una sceneggiatura molto ben scritta e dal piglio malinconicamente divertente. L’acutezza dei dialoghi permette lo sviluppo di una rete di relazione tra i personaggi con impervie e spesso depistanti soluzioni che dapprima nascondono e poi svelano l’ordito geometrico, e dai volumi variegati, della trama. In più c’è il gusto per la visione di un paesaggio palesato progressivamente da lievi movimenti di macchina che scandiscono il tempo del racconto sospeso e segnato poeticamente dall’adesione al punto di vista del personaggio protagonista. Risulta evidente il parallelismo con la atmosfere grottesche e stralunate del cinema di Kaurismäki con un assunto che, però, ne rifiuta il pessimismo radicale: Hamer preferisce chiudere il suo film con una nota di speranza che allude ad una rinascita esistenziale.
Il suo protagonista, Odd Horten (interpretato magnificamente da Bård Owe), è un macchinista di 67 anni che ha passato quarant’anni a bordo dei treni giungendo alle soglie della pensione. Nella sua ultima giornata di lavoro lo vediamo impegnarsi inizialmente con i rituali quotidiani (il caffè da versare nel solito termos, la rituale copertura della gabbia del suo uccellino), pronto a ricevere i festeggiamenti dei colleghi e ad affrontare le incognite di un futuro svuotato dal proprio “fare”. Ma ecco che il tempo, come in una favola, sembra dilatarsi a segnare l’improvviso suo deragliamento da un binario a cui sembrava destinato. La notte sembra favorire l’irruzione dell’elemento irrazionale attraverso una serie di minimali avvenimenti collegati dal non-sense di cui le cose, certe volte, sembrano fatte. In attesa che un collega gli apra il portone del palazzo, l’anziano ferroviere scala i ponteggi innalzati nella facciata, finendo per sbaglio nella stanza da letto di un bambino che lo tratterrà con lui per una notte e che lui abbandonerà, la mattina dopo, senza farsi vedere dalla famiglia per riconsegnarsi ad un tran-tran quotidiano scandito dai tempi della fumata della pipa (sempre la stessa) e della bevuta di birra consumata nello stesso ristorante e al solito tavolo. Ma l’excursus surreale prosegue all’interno di un aeroporto, quando Odd si mette sulle tracce di un impiegato del posto, perdendosi come monsieur Hulot attraverso metal detector e nastri trasportatori di valigie, avanti e indietro per un’intera giornata ritrovandosi nella pista di atterraggio a fumare la sua pipa, fermato e poi rilasciato dagli addetti alla sicurezza. Alla fine troverà l’amico Flo (Bjørn Floberg) a cui dovrebbe vendere la sua preziosa barca. A colloquio con un’impiegata in una tabaccheria che scopre essere la vedova del proprietario morto da qualche giorno, il nostro assiste all’irruzione di un uomo infreddolito che dichiara di aver perso dei fiammiferi e, dopo esserseli fatti regalare, rientra affermando di averli persi nuovamente. S’imbatte pure in un uomo anziano, disteso a dormire sull’asfalto ghiacciato, scoprendo che si tratta di un certo Trygve Sissener (Espen Skjønberg), un diplomatico che ha viaggiato per il mondo, conducendo con sé quello che lui dice essere un frammento di un meteorite che ha cinque milioni di anni. L’incontro è, per Odd, decisivo: dopo una chiacchierata dentro l’elegante abitazione di Trygve, arredata di cimeli, i due si mettono a bordo di una macchina, dove il diplomatico sfida la sorte e la strada ghiacciata guidando bendato per poi concludere la corsa morendo d’infarto a un semaforo rosso. E qui, per il nostro, si delinea la possibilità di un cambiamento di vita quando egli s’impossessa della pietra preziosa del defunto riposta nel frigobar, del cane dello stesso e di un paio di sci che gli ricordano la figura della madre campionessa di salto col trampolino. Poi s’imbatte in Steiner (Kai Remlov), venendo a conoscenza delle bizzarrie di un inventore schizofrenico colto, saggio e malinconico che si è spacciato per un diplomatico e attraverso le cui parole scopre che il defunto non era altri che il fratello: un pirandelliano scambio delle personalità e dei ruoli. Seguono squarci surreali che ci presentano un tizio vestito di grigio che si lascia scivolare sull’asfalto e una divertente sequenza notturna in una piscina dove Odd si ritrova a nuotare di nascosto insieme con una coppia di fidanzati passionali (l’inquadratura fissa la fa sembrare ripresa da un oblò mentre è attraversata dal corpo nudo dell’uomo anziano).
Tratteggiando questi episodi stravaganti e apparentemente incongrui, Il Mondo di Horten fa lievitare in modo originale un’ironica riflessione sulle possibilità di rinascita esistenziale offerte dalla vecchiaia, esibendo una vena poetica che sembra corteggiare con successo le formule dell’apologo, raccontandoci dell’ (impossibile?) allineatura dei binari quando si perde l’orientamento e il treno della vita può cominciare il suo viaggio più liberamente, seguendo la rotta delle apparizioni rimanenti e dei sogni residui: il film di Hamer ci parla dell’utopia quotidiana inanellando con garbo episodi compiuti, focalizzando i suoi originali personaggi con primi e primissimi piani attraverso un’encomiabile economia espressiva e con un gusto geometrico della composizione. Ci si può riconoscere nella parabola di quest’uomo marginale e dignitoso che ha sempre sognato di prendere l’aereo ma non l’ha mai fatto e che, a un certo punto, arriva a indossare un paio di tacchi a spillo rossi, sfidando il proprio destino di disillusione e riuscendo a guardare la vita con stupore ritrovato, con quello stesso stupore che è un dono solitamente destinato ai pochi pronti a volare oltre i binari del mondo.
di Francesco Puma, da “revisioncinema.com”

La vita di Odd Horten è fatta di monotonia, routine e rituali quotidiani. Per tanti anni Odd ha condotto un treno sulla stessa tratta, arrivando a conoscerne ogni centimetro alla perfezione. Dopo quaranta anni di lavoro ora è giunto il momento della pensione, un sogno per tanti e un incubo per qualcuno. La routine di Odd rischia di cambiare definitivamente lasciandolo in un futuro imprevisto. Cosa succederà di lui?
Chi fa cinema sa che una delle situazioni più difficili da raccontare attraverso le immagini è la sensazione di ripetitività e di routine. Facilissimo utilizzare metafore visive o tecniche di montaggio piuttosto logore per rappresentare come un giorno possa essere uguale a tanti altri. La prima sequenza de Il Mondo di Horten rappresenta come, senza fronzoli, la descrizione di alcuni semplici gesti possano immediatamente suggerire allo spettatore come questi siano una consuetudine che da quasi quarantanni governa la vita del protagonista Odd. Un’incipit folgorante nella sua normalità che, è importante sottolineare, non coincide con la banalità.
Odd Horten è un pilota di treni che da decenni conduce il suo convoglio lungo le innevate valli della Norvegia. La sua vita solitaria procede come i binari del suo treno. Ogni giorno sa esattamente dove lo porterà e avrà la certezza di tornare per lo stesso tragitto. L’abitudine è un sicurezza, un ancora di salvezza a cui è possibile radicare la propria intera esistenza. I piccoli rimorsi dei rischi non corsi durante la vita donano agli occhi azzurri di Odd una luce malinconica, ma alle porte della pensione la sua non è stata una vita sprecata. Il riconoscimento da parte dei colleghi per un’onorata carriera, una piccola locomotiva d’argento, rappresenta però un elemento simbolico, un punto di rottura tra un passato di certezze e un futuro di incognite.
Il treno è un elemento tecnologico dalle profonde valenze cinematografiche, inutile ricordare che il cinema nasce con cavallo d’acciaio dei Fratelli Lumière, ma la ferrovia ha accompagnato l’intera storia del cinema si come elemento di progresso che come metafora fortemente significativa (basti pensare a Trainspotting).
Dopo la cerimonia con i colleghi Odd rimarrà chiuso fuori dall’appartamento dove lo si festeggia, iniziando una notte fuori dal comune per le gelide strade di Oslo. Una piccola odissea, un Fuori Orario in versione scandinava, dove Odd si confronta con la vita e la morte, con il presente e il passato, un bambino e l’anziana madre ma sopratutto con le scelte davanti a cui si è trovato ma che non ha mai avuto il coraggio di compiere. Odd riuscirà così a compiere il grande salto.
di Carlo Prevosti, da “cineblog.it”

Sereno variabile
La fine di un viaggio, professionale e umano, raccontata “all’inverso”: l’uscita da un ventre oscuro e rassicurante, fatto di abitudini e piccole manie, verso un “altrove” in cui tutte le regole sembrano, non dimenticate, ma deliberatamente rovesciate. La meticolosità, l’eleganza, la calma quasi disumana del protagonista resistono, imperturbati baluardi di un passato che si intuisce monotono, ma non infelice: la vita oltre la vita (perché quella del vecchio Horten è in fondo un’odissea post mortem, come indica il “suicidio” del prefinale) è identica e al tempo stesso agli antipodi dell’esistenza che l’ha preceduta, una bugia dalle gambe corte o, forse, una perfetta verità. Bent Hamer firma un’opera che mescola con ineccepibile equilibrio la vena melanconica e quella grottesca. Il sibillino script è uno scheletro sufficiente, quando è nelle mani di un regista (peraltro anche sceneggiatore) cui basta un totale per esprimere la superiorità e il distacco di Odd nei confronti del collega più giovane ed esuberante (la situazione sarà ribaltata nel finale “onirico”), un campo lungo per ribadire la solitudine e lo smarrimento del protagonista (la scalata all’appartemento della festa), la profondità di campo per sottolineare la fragilità e la forza di un rapporto (la visita alla madre). In realtà quasi ogni scena del film ospita frammenti di puro piacere squisitamente cinematografico, che nascono non solo dalla bellezza raggelata delle immagini, ma soprattutto dalla loro forza e concentrazione espressiva (ancora un esempio: la scena dell’aeroporto, con il particolare esilarante degli addetti alla torre di controllo armati di binocolo). Prosciugato di ogni enfasi, indifferente all’imperativo (altrove) categorico di narrare (o meglio ancora: riferire) storie compiute (e per giunta nei minimi dettagli), Il mondo di Horten riesce a essere quello che la maggior parte delle commedie vorrebbe e non può essere: una favola dolce e terribile, un apologo sorridente e per nulla consolatorio. Ovviamente il film arriva nelle nostre sale con due anni di ritardo.
Stefano Selleri, da “spietati.it”

A volte, tornare sui propri passi fa bene alla salute, e anche alla carriera. Soprattutto quando si parla di carriere nel malmostoso mondo del cinema. L’importanza di assicurarsi un “buon ritorno” deve averla capita all’istante anche il talentuoso cinquantaduenne norvegese Bent Hamer: costui, costruitasi subitaneamente una credibilità internazionale tutta da consolidare, in seguito alla fortunata commedia per bachelors impenitenti Salmer fra kjøkkenet-Kitchen Stories, si è lasciato irretire troppo presto dalle lusinghe – e da un cospicuo assegno, si suppone – di una produzione statunitense sufficientemente sdrucita da avvalorare fantasiose ipotesi di opera “di commissione” e al tempo stesso d’autore finita salvificamente nelle sue mani: in Factotum, di mezzo c’era l’ingombrante “fantasma” di Charles Bukowski (autore del romanzo omonimo da cui altera tratto il film), un attore “intellettuale” come Matt Dillon e un investimento produttivo alla luce dei fatti non adeguato all’investimento affettivo; il fallimento dell’operazione era, insomma, inscritto nel DNA della produzione stessa.
Bent Hamer ha così fatto i bagagli e se ne è tornato in Norvegia, dove ha ripreso il filo delle sue storie minimal e prive di eroi – come erano d’altronde anche quelle di Bukowski, che pure ormai sono consegnate a un’epica del loser che ne ha completamente travisato significati, morale e contenuti -, declinandole questa volta sul versante “terza età”. O’Horten ha come protagonista un sessantasettenne, e ciò lo inscrive di diritto in quella casistica del cinema d’autore più recente che “ospita” con crescente interesse personaggi in età pensionabile, descrivendone spesso e volentieri pulsioni, affetti e desideri altrove avulsi dalla rappresentazione cinematografica.
Il protagonista Odd Horten è un ingegnere che per quaranta e passa anni ha lavorato come conducente di treni sulla tratta Bergen-Oslo. La scansione esatta, precisa e invariabile del proprio lavoro ha determinato anche una “formattazione” analoga del proprio lifestyle, scandito a sua volta da orari e rituali ben precisi: la preparazione del pranzo per il lavoro, la cura della modesta casa e quella dell’anziana madre. Il vecchio Horten è scapolo, basta a se stesso, ha pochi amici e nessuna attività collaterale, nemmeno un hobby, dal momento che il lavoro e le attività dialt “mantenimento” del proprio decoro personale – oltre a una certa “lentezza” o “flemma” di esecuzione delle stesse – lo assorbono completamente. Almeno fino a quando non giunge il momento di andare in pensione. Liquidato dall’azienda per cui ha prestato servizio per oltre tre quarti della propria vita, Horten si trova così, praticamente da un giorno all’altro, a doversi reinventare da cima a fondo. O’Horten racconta esattamente questo: dei tentativi, talvolta grotteschi, talvolta comici, talvolta paradossali – straordinario il “volo d’angelo” su Oslo, azzeccatissima incursione nei territori del surreale -, di un sessantasettenne determinato a non svuotare la propria vita, dell’intento di riempirla nuovamente di “cose” che non siano semplicemente dei surrogati. Il tutto fra ovvie titubanze, dubbi, ripensamenti, ragionevoli remore, una congerie di esitazioni indotte da una semplice domanda: per chi non ha mai vissuto realmente, è possibile cominciare a vivere alla non tenerissima età di sessantasette anni? Dietro un tale quesito, come dietro tutte le altre domande che ilalt film silenziosamente pone, c’è ovviamente una disperazione sottile e quasi impalpabile, e un’epica della solitudine che guarda alla descrizione d’ambiente, minuziosa e certosina al limite del capzioso, come al grimaldello per introdursi nelle psicologie di personaggi dal profilo psicologico molto più complesso di quanto la superficie delle loro fisionomie stolide e apparentemente immutabili lascino supporre.
Recuperando di colpo le atmosfere ovattate e soffuse di una Norvegia invernale estremamente suggestiva – alcuni scorci improvvisi di una Oslo sommersa dalla neve tolgono letteralmente il fiato, e sono una delle carte vincenti del film -, Ben Hamer oscilla felicemente fra istanze e scaturigini differenti ma affini. Impossibile, ad esempio, non pensare alla poetica dei losers di Aki Kaurismäki, nella ritrattistica del gentile e a tratti commovente “bestiario umano” che orbita intorno all’esistenza solipsistica del vecchio Horten, esseri abbrutiti da una vita spesa nel sottobosco del benessere, ma che sono riusciti a conservare un’insospettabile gentilezza d’animo. Ma quando il film si sposta negli interni, chiudendosi a riccio intorno al massimo a un paio di personaggi – si pensi alle scene di Horten con sua madre -, si affacciano lontane reminiscenze della letteratura di Raymond Carver. E molto altro ancora, in un crogiuolo di suggestioni che sembrano traspirare dalla superficie delle immagini come sudore dalla pelle.
Ma forse è proprio l’eccessiva “gentilezza del tocco” nel tratteggiare tanto il main character quanto i personaggi di contorno a costituire un parziale vulnus del film di Hamer. Il regista sembra amare eccessivamente i suoi personaggi, e non affonda più di tanto il pedale della cattiveria, smorzando il potenziale abrasivo di tante situazioni innescate e non condotte a opportuna “deflagrazione”. I toni da fiaba popolare stridono in parte con le atmosfere e le ambientazioni quasi da racconto neorealista, e riaffiorano qua e là le medesime tare di Kitchen Stories – e per altri versi di Factotum -, quell’indulgenza ecumenica e talvolta gratuita che non sembra ammettere sfumature significative. Ciononostante, è piacevole e in un certo senso confortante constatare come la produzione cinematografica nordica, ultimamente segnata da racconti cupio e opprimenti, talvolta dai marcati toni orrorifici – e le previews dei titoli a venire sembrano rafforzare tale casistica -, sia ancora capace di abbassarsi ai livelli di una descrizione tutto sommato ordinaria dell’esistente, in cui le “stranezze” sono tali unicamente in ragione della pacifica, amniotica monotonia di vite ridotte all’essenzialità, e proprio per questo creano stridore, dialettica, straniamento, nei casi migliori comicità. In O’Horten ciò si verifica a strappi, ma quando Hamer azzecca toni e soprattutto trovate di racconto, quest’ultimo si accende di fiammate tanto improvvise quanto folgoranti.
Da segnalare, in coda, la bella performance del protagonista Bård Owe, già “fedelissimo” dei primi film di Lars Von Trier – fino a The Kingdom 2 -, che nei paesi scandinavi è una mezza istituzione, almeno per gli amanti della produzione d’essai, essendo stato il coprotagonista di Gertrud di Carl Theodor Dreyer, e che qui mette in mostra senza remore né vergogna rughe e palpebre calanti. Oltre ovviamente al piacere di tornare a recitare nella sua lingua madre, dopo una carriera spesa soprattutto in Danimarca (da notare che il norvegese è in realtà una versione appena più “sporca” e semidialettale del danese).
di Sergio Di Lino, da “cinemavvenire.it”

L’esistenza è più gradevole nel mondo “lento” di Odd
di Roberto Nepoti La Repubblica

Il cinema europeo sta compiendo uno sforzo inedito nella rappresentazione (e nella valorizzazione) della terza età. Dopo Settimo cielo, tedesco, ecco il norvegese Il mondo di Horten, il cui protagonista è un sessantasettenne, ma non un vecchietto da osservare con affettuoso distacco. Anzi: la vita vera di Odd Horten, per quarant’ anni conducente di treni, sembra iniziare proprio con la pensione. È allora che l’ uomo, un solitario, comincia a guardarsi intorno. Per la prima volta sale su un aereo; decide di vendere la sua vecchia barca e fa incontri bizzarri. Quello, soprattutto, con un vecchio (sedicente) diplomatico, che guida l’ auto con gli occhi bendati e gli lascia in eredità un grosso cane. Alla fine, ad attenderlo, c’ è anche una donna. Il genere di film che lo spettatore assuefatto al cinema formattato definisce “lento”; ma che, in realtà, prende solo il tempo necessario per affezionarti a un personaggio e farti osservare – assieme a lui – il suo mondo.
Da La Repubblica , 19 giugno 2009

Storia di binari che deragliano
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

Che cos’è la vita di un ferroviere, rispetto al tempo dell’universo? La domanda sembra assurda, ma dall’assurdo talvolta vengono risposte sensate.
È questo il caso di Il mondo di Horten (O’Horten, Norvegia, Germania e Francia, 2007, 90′). A 67 anni, Odd Horten (Bård Owe) è giunto al termine del suo lavoro. Per lui non ci saranno più treni da condurre, né gallerie da attraversare – sempre le stesse,una die-tro l’altra, per decenni –,ma solo il tempo quieto della pensione. Ma cisi mette in mezzo l’assurdo, appunto. Scritto e girato dal norvegese Bent Hamer, il film prende inizio da un’inquadratura fissa: fumando la sua pipa, Odd siede alla guida di un locomotore. È il suo penultimo servizio, e anzi –per uno scherzo del caso –finisce per essere l’ultimo. Ovunque stia andando, si tratta di una meta che non fa parte di alcun viaggio. Chi viaggia davvero, infatti? Chi non sa dove il suo cammino lo porterà. Non c’è buon viaggiatore che non accetti il rischio di perdersi. Odd invece ha percorso per una vita intera gli stessi binari. Più d’uno immagina che,in questo modo, un uomo finisca per essere sempre più certo di sé. E c’èchi invece ama perdersi, sapendo che non c’è altro modo per ritrovarsi. Per fortuna, ogni tanto la leggerezza del caso sconvolge gli itinerari già tutti decisi. Così capita a Odd, la sera che i colleghi gli fanno gran festa (si fa per dire), come sempre a chi va in pensione. Bastano un campanello che non funziona e una scala esterna che sale, forse, fin nell’appartamento di un collega. Quel che segue è l’inizio di un viaggio vero, colmo di stupore e disorientamento. Abituato alla certezza dei binari, ancorato alla precisione degli orari, ora Odd entra in un mondo incerto e impreciso.
Chi è quel ragazzino curioso che lo costringe a restare tutta la notte seduto accanto al suo letto? S’è trovato per sbaglio nella sua stanza, il vecchio ferroviere, e quasi pare che il ragazzino lo stesse aspettando. Comunque, la mattina dopo i due si salutano come vecchi amici, mentre Odd scivola oltre la porta di casa, non visto dal resto della famiglia. Che senso c’è, in tutto questo? Nessuno. O forse ce n’è uno che si mostra in negativo,nel confronto fra la linearità d’una vita intera e questo emergere improvviso dell’eccezione. E ancora, chi è quell’ometto strano che entra in una tabaccheria dicendo d’aver perso la scatola di fiammiferi appena comprata? Ha un sorriso confuso, indifeso. Partecipe e gentile, la proprietaria gliene regala un’altra. Quello esce, rinfrancato. Ma subito lo vediamo al di là della vetrina mentre inciampa e cade. Poco dopo, di nuovo l’ometto si presenta. Di nuovo la donna lo aiuta, e di nuovo quello inciampa… Non ne sapremo più nulla. Ma la sua storia minima attraversa il film come un meteorite il cielo: per quanto effimera, la sua luce per un attimo l’accende.
Ed è un meteorite la pietra che a Odd mostra un altro ometto strano, incontrato mentre se ne sta sdraiato per strada, nel freddo di Oslo. Si chiama Trygve (Espen Skjønberg). Così dice. Dice anche che la pietra ha quasi 5 milioni di anni. Poi la posa in una vetrinetta del suo salotto. A Odd pare increscioso che proprio lì finisca un viaggio tanto lungo. Ma il suo nuovo amico ha le idee chiare. Fanno tutti lo stesso sbaglio, gli risponde: quel viaggio attraverso l’universo ancora dura. Di molto altro si nutre l’assurdo, nel film di Hamer: per esempio, di signori grigi e con il cappello che, sedere a terra, scivolano lungo una strada ghiacciata, come se li avesse immaginati René Magritte. Ma con l’assurdo nella vita quieta di Odd entra la scoperta che nemmeno la sua vita ha terminato il proprio viaggio. Basta levarsi l’uniforme da ferroviere,per smettere d’essere “uniforme”. Poi, al fondo d’una galleria esplode una luce chiara come quella d’un meteorite che bruci in cielo. Al di là c’è ancora futuro. E c’è il tempo necessario per ritrovarsi, e per vivere.
Da Il Sole-24 Ore, 28 giugno 2009

Qui si va in pensione con raro umorismo
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Il lavoro monotono non è soltanto tedioso, rappresenta pure l’ossatura di un’esistenza, la ragione che impone orari, doveri, gesti sempre uguali: e quando ci si ritrova privi di questa ossatura, lo sconcerto e lo smarrimento possono far perdere la testa. II signor Horten, che per quarant’anni ha guidato lo stesso treno lungo il medesimo percorso, a 67 anni deve andare in pensione. Disordine e solitudine invadono la sua vita, gli riportano la donna amata un tempo, gli portano un nuovo grosso cane affettuoso, molte inattese avventure e, per la prima volta nella sua lunga esistenza, la libertà. Presentato in una sezione laterale al festival di Cannes, il film norvegese eccentrico, piacevole, intelligente, ben recitato e ben diretto, ha un umorismo, una sensibilità rara, e non si prende gioco dei vecchi.
Da La Stampa , 19 giugno 2009

«Horten», tra nostalgie e paradossi
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Un film norvegese. Di un regista, Bent Hamer, incontrato finora in qualche festival. Il personaggio che ci propone è un macchinista delle ferrovie, Horten appunto, che sta andando in pensione dopo quarant’armi di servizio. I colleghi lo festeggiano e gli fanno anche un regalo. Lui si adegua, né lieto né triste. Impassibile, senza reazioni evidenti. Anche quando una donna, anziana come lui, gli dice che forse adesso non si vedranno più (fino a quel momento sembra che gli preparasse solo da mangiare al ritorno dal lavoro).
Avanti cosi. Un mancato incontro con degli amici, un incontro invece con un bambino che lo guarda con simpatia, una curiosa passeggiata di notte in cui si ritrova a camminare su dei tacchi a spillo rossi («non sono le mie scarpe», dice), finendo per imbattersi in un vecchio steso per terra. Non è però un bambone, lo aiuta a rialzarsi, lo accompagna in taxi in una bella casa piena di belle cose dove l’altro lo informa di essere un diplomatico e di avere la capacità di guidare l’auto con una benda sugli occhi. Subito dimostrandolo ma, durante il tragitto, accasciandosi all’improvviso sullo sterzo, morto. L’altro automaticamente eredita il suo cane e dopo un po’ incontra anche il fratello del «diplomatico» che gli rivela di essere lui il diplomatico, l’altro però era un inventore geniale, pur poco apprezzato. Il finale vedrà Horten, con il cane al guinzaglio, ritrovare la donna da cui sembrava essersi separato. Si sorridono, forse credendo in un futuro.
L’imperturbabilità del personaggio, la sua totale mancanza di reazioni. Il segno del film, la meta cui, ad ogni svolta, tende la regia non spiegando dei fatti quasi niente. I dati si enunciano, il personaggio li vive muovendosi nel loro ambito, tenendosi sempre su un piano rigorosamente oggettivo, tanto che, oltre a tutto il resto, non ci vien mai precisato se quel pensionamento gli pesi o, come sembra, lo lasci del tutto indifferente.
Una cifra, forse, che non coinvolge ma che, sul piano del gusto e dello stile, può convincere. Per merito anche di un interprete, il danese- Bard Owe, che anche fisicamente se ne appropria. Con mimica immobile.
Da Il Tempo , 19 giugno 2009

Che bello deragliare in Norvegia
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un uomo che ha passato la vita sui binari, alla lettera, deraglia lentamente, dolcemente, verso il caos dell’esistenza. Si chiama Horten, è norvegese, fuma la pipa e sta per compiere 67 anni. Dunque addio vita regolata da conducente di treno, orari di ferro e amante in un’altra città. In pochi giorni Horten dovrà affrontare prove rimandate da un’eternità. E non è detto che non le superi, perché il Caso lo mette di fronte a incontri bizzarri e sommessamente rivelatori. Un portone che non si apre, ed eccolo scalare la facciata del suo palazzo, per passare la notte nella stanza di un bambino che lo capisce al volo. Una nuotata in piscina, solo, nudo, di sera, e arrivano due ragazze, nude anche loro, che non lo vedono e si buttano in acqua cominciando a pomiciare… Più soli di così si muore, ma l’imperturbabile Horten, nipotino di tutti i cineasti dell’impassibilità, i Tati, i Jarmusch, i Kaurismaki etc., ha altre prove che lo aspettano. Fra cui una madre che in gioventù saltava con gli sci dal trampolino e ora nemmeno lo riconosce. Ma la Norvegia è generosa con chi accoglie l’eccentrico e l’imprevedibile. E Il mondo di Horten ha le qualità degli altri film di Hamer, Kitchen Stories e Factotum, su e da Bukowski: bizzarria visiva, humour a miccia lenta, morale nascosta ma persistente. Un conforto, di questi tempi.
Da Il Messaggero , 19 giugno 2009

Il ferroviere e la crisi della pensione
di Alberto Castellano Il Mattino

Dalla Norvegia arriva uno di quei film che consentono allo spettatore frastornato dall’overdose audiovisiva del cinema americano di disintossicarsi, di riconciliarsi con un plot minimo e essenziale, con un racconto asciutto, una recitazione fatta di sottrazioni, di piccoli gesti. «Il mondo di Horten», presentato a Cannes 2008 nella sezione Un certain regard, ruota intorno ai problemi esistenziali che si trova ad affrontare un uomo che va in pensione. Odd Horten dopo aver guidato per quarant’anni lo stesso treno sullo stesso tragitto, si appresta a vivere da pensionato. Ma per una serie di circostanze fortuite arriva in ritardo proprio alla partenza dell’ultimo treno che deve condurre. Un incidente irrilevante che però lo mette in crisi. Non va più in azienda e comincia a scoprire un mondo “disordinato” che prima non conosceva. Il contrasto tra una vita grigia e priva di passione e calore e ciò che lo circonda, crea in lui un senso di vuoto e di disperazione. Ma da questo momento forse Horten vivrà nuovi rapporti umani…
Da Il Mattino , 20 giugno 2009

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One comment to Il mondo di Horten

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