Il mio amico Eric

Un impiegato delle Poste britanniche vede la sua vita andare sempre peggio. Ha lasciato da trent’anni Lily, suo unico e vero amore. Ora vive con i due figliastri lasciatigli da una donna che non c’è e con uno dei quali ha un pessimo rapporto. Eric, che cerca di non ricordare il passato, ha un solo rifugio in cui cercare un po’ di consolazione: il tifo per il Manchester e la venerazione per quello che nel passato è stato il suo più grande campione, Eric Cantona. Ora però Eric ha un nuovo e per lui non secondario problema: la figlia che aveva abbandonato ancora in fasce, ma che non ha mai avuto un cattivo rapporto con lui, gli chiede il favore di occuparsi per un’ora al giorno della bambina che ha avuto, in modo da poter completare in pochi mesi gli studi. Sarà però necessario che Eric si faccia consegnare la neonata da Lily che non ha voluto piu’ incontrare dal lontano passato. Qualcuno giunge in suo soccorso in modo inatteso e concretamente irreale: il suo idolo: Eric Cantona. Il problema da affrontare non sarà però purtroppo solo questo.
Ken Loach ha realizzato il film della sua assoluta maturità. Sinora ci aveva regalato delle opere che restano nella storia del cinema tout court e in quella dell’impegno a favore dei meno favoriti nelle nostre società. Lo stile era rigoroso, partecipe, con qualche inserto comico ma con una dominante drammatica. In questa occasione riesce a realizzare una perfetta osmosi tra la commedia e il dramma. Arriva anche a fare di più gestendo l’apparizione onirica della star Cantona in un equilibrio perfetto tra ironia, astrazione e (perchè no?) commozione.
Eric Cantona è una leggenda per il calcio internazionale e per i tifosi del Manchester in particolare. Loach è un appassionato di calcio (straordinaria la replica alla domanda ‘impegnata’ di una collega in conferenza stampa: “Non vado alle partite per fare dei trattati antropologici ma per vedere la mia squadra vincere”) e riesce a rileggere, grazie ancora una volta a una sceneggiatura più che mai calibrata di Paul Laverty, il mito calcistico facendolo interagire con le problematiche del piccolo Eric impiegato alle Poste.
Ne nasce una storia d’amore, un film sulla possibile positività dei miti nonchè (ed era l’impresa più difficile di questi tempi) su una solidarietà ancora possibile. Solo lui e pochissimi altri possono riuscire a regalarci una commedia/dramma con happy end in cui realtà e immaginazione si alleano escludendo la retorica.
di Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

L’angelo custode di Ken Loach? È una star del calcio che ama Pasolini
di Alberto Crespi L’Unità
Il festival di Cannes è un andirivieni fra mondi paralleli, un su e giù emotivo paragonabile alle montagne russe. Prendete le ore a cavallo fra domenica e lunedì. Uno esce domenica sera depresso e incazzato da Antichrist di Lars Von Trier (ve ne abbiamo riferito ieri); si ravviva osservando in rete le immagini della festa-scudetto dell’Inter (non c’entra, dite voi? C’entra, c’entra… continuate a leggere e capirete); si sveglia alle 7 del mattino dopo per la proiezione delle 8.30, orario già di per sé deprimente; entra nell’accogliente placenta mattutina della sala Lumière, affonda nel buio… e alle 10.30.è un altro uomo, che piange e ride e si aggrega entusiasta all’ovazione che accoglie Looking for Eric, nuovo film di Ken Loach prodotto e interpretato dall’ex calciatore Eric Cantona.
Ken Loach ci ha riconciliato con il mondo. Accade anche con i suoi film drammatici, figuratevi quando fa una commedia. Looking for Eric è la sua risposta a Provaci ancora Sam. Là Woody Allen si faceva consigliare in amore da Humphrey Bogart. Qui Steve Evets (uno sconosciuto, mirabolante attore di Manchester con un passato da marinaio e vagabondo) trova un mentore sentimentale e politico in Eric Cantona.
Padronissimi di non saperlo, ma Cantona in Inghilterra è un mito. È stato il numero 7 del Manchester United pre-Beckham, e da quando ha abbandonato il calcio (a soli 30 anni) ha intrapreso una seconda carriera nel cinema. Il film nasce, pensate, dalla sua voglia di lavorare con Loach (ma non stupitevi: alla domande su quale sia il suo regista preferito, ha citato Pier Paolo Pasolini). E Ken, tra i vari progetti che Cantona gli ha sottoposto, ha elaborato assieme allo sceneggiatore scozzese Paul Laverty la storia di un tifoso che sceglie Cantona come angelo custode. Eric Bishop ha 50 anni, un lavoro da postino e un sacco di guai: la sua ex moglie — che ha lasciato anni prima, pur amandola — non lo vuole vedere, i suoi figli sono invischiati in amicizie pericolose. Per fortuna Eric ha anche degli amici veri, i suoi colleghi postini sempre pronti a tirarlo su; e una sera, mentre Eric è impegnato ad autocommiserarsi davanti al poster di Cantona, il poster si anima, gli rivolge la parola e comincia a dargli saggi consigli…
CON L’AIUTO DEGLI AMICI
«With a little help from my friends», cantava Ringo Starr (e nel suo caso gli amici erano Paul e John…). Con un po’ di aiuto dei suoi amici — i postini e Cantona—Eric Bishop troverà il modo di riavvicinare l’ex moglie e di togliere dai guai i suoi ragazzi. Strada facendo, Cantona regalerà — a lui, al film, a tutti noi — alcune perle. Suonerà la Marsigliese alla tromba «l’ho imparata per non annoiarmi durante l’anno di squalifica»: per la cronaca, fu messo in quarantena per aver preso a calci un tifoso che l’aveva chiamato «francese di merda»). Ricorderà che la sua azione più bella, sul campo di gioco, non è stata un gol ma un assist smarcante per un Ryan Giggs («Devi sempre fidarti dei tuoi compagni»).
Looking for Eric è la quintessenza del calcio, la descrizione più pura dell’amore che un tifoso può nutrire per un campione. Noi dovremmo girarne un remake intitolato Looking for Ibra, e Ibrahimovic sarebbe all’altezza. Ma l’idea l’hanno avuta Ken ed Eric, che Dio li benedica, e l’hanno arricchita con un sottotesto sociale e politico tutt’altro che banale. Il film è un inno alla solidarietà, usa sapientemente il tifo come metafora di una comunità, e racconta con amore la società britannica. Guardate la scena in cui Steve trova finalmente il coraggio di invitare l’ex moglie al pub: lei arriva, lui è già lì con la sua pinta di birra e le chiede «cosa bevi?», lei risponde «un sidro». Un sidro! Noi italiani non sappiamo manco che cos’è, ma in Inghilterra è l’alternativa femminile alla birra, la bevanda che molte donne ordinano al pub. Un regista che mette in un film una donna che ordina un sidro non è un regista, è una persona. Una grande persona. Ken boach.
Da L’Unità, 19 maggio 2009

Quel centravanti si che è un angelo
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un personaggio sull’orlo del baratro incontra come per magia un “angelo custode” e risale miracolosamente la china. Anzi scopre di avere sotto mano tutto ciò che serve a trasformare un’esistenza disastrata in un sogno.
Già sentito? Certo, è il soggetto de La vita è meravigliosa di Frank Capra, della Rosa purpurea del Cairo di Woody Allen e di molti altri titoli dedicati a un sogno antico quanto l’umanità. Ma se le idee sono sempre le stesse, i film, per fortuna, sono sempre diversi e Il mio amico Eric di Ken Loach restituisce a questo soggetto semplice e universale tutta la forza e l’ottimismo così rari nel ciema d’oggi grazie a una trovata altrettanto geniale. Il salvatore non è un “vero” angelo (come in Capra) né un’icona dello schermo (come in Woody Allen), bensì un calciatore.
Un calciatore vero, che ha il volto, la voce, il carisma e l’autoironia di Eric Cantona, mitico centravanti francese in forza al Manchester negli anni Novanta, 1 metro e 88 di caratteraccio e di goal leggendari che riempiono lo schermo e il subconscio di un postino che porta il suo stesso nome: Eric Bishop (Steve Evets), un tipetto sui 50 sbatacchiato dalla vita, dai figliastri adolescenti e da una prima moglie mai dimenticata. Vuoi vedere che quel gigante barbuto dall’accento francese, uscito come per magia da un vecchio manifesto, riporterà in pista il piccolo Eric facendogli da coach fisico e morale?
Naturalmente, trattandosi di un film di Ken Loach, non ci sono trucchetti metafisici o ironie sottintese. Anche se sullo schermo c’è il vero Cantona, un monumento di simpatia con un tempismo da goleador per la parola giusta al momento giusto, è chiaro che il piccolo Eric scopre dentro di sé le risorse e i consigli di cui ha bisogno. Ma il fido Paul Laverty, sceneggiatore dei Loach migliori, trova in quel francese abbonato alle squalifiche un formidabile catalizzatore di solidarietà sociale e riscossa individuale. Anche perché non c’è l’una senza l’altra e a spalleggiare il piccolo Eric, fatte salve le faccende più intime, saranno i colleghi, gli amici, i tifosi (“Devi sempre fidarti dei tuoi compagni di squadra, se no è finita”). Insomma un concentrato di energia e ottimismo che per giunta traduce in termini immediati e popolari questioni complesse come il rapporto col nostro passato e l’influenza profonda, sui singoli, delle cosiddette icone di massa. Forza Manchester, forza Loach.
Da Il Messaggero, 4 dicembre 2009

Eric&Eric, la coppia irresistibile
di Roberto Nepoti La Repubblica

Chi, col senno della vigilia, vedeva nel concorso di quest’ anno un ritorno al “cinéma de papa”, fitto di nomi celebri ma povero di sorprese, può ricredersi. Come altri suoi colleghi della vecchia guardia (fra tutti Resnais, che si vedrà domani), Ken Loach sa rinnovarsi e cambiare, pur restando fedele a se stesso. In Looking for Eric, il suo undicesimo film a Cannes, celebra il matrimonio inedito tra la commedia proletaria e il repertorio di Frank Capra, formando una coppia irresitibile: Eric Cantona, star indimenticata del Manchester United, e Eric il postino, cinquantenne depresso in ambasce sentimentali e alle prese con un criminale che gli plagia il figlioccio. Non sapendo a che santo votarsi, il secondo si rivolge al poster del suo omonimo, san Cantona. Ed ecco che il calciatore francese gli si materializza davanti, per fargli da coach nel ritorno alla felicità. Divertente dall’ inizio alla fine, con una virata drammatica verso la metà per evitare l’ inflazione di ottimismo, il film è una miniera d’ inventiva declinata in forma semplice e diretta, come sa fare chi ama il suo pubblico. Comicissimi i pomposi aforismi di Cantona, inventati dallo sceneggiatore Paul Laverty nello stile di quelli pronunciati dal campione (che si diverte a prendersi in giro) durante la sua carriera. Impagabile il gruppo degli amici del postino, che fanno squadra con lui per proteggerlo dal teppista, interpretati da un gruppo di “secondi ruoli” uno più simpatico dell’ altro. E originale l’ approccio col tifo calcistico di Loach, da sempre innamorato del pallone. A giudicare dagli ultimi film inglesi, supporter sembrava il sinonimo di hooligan. Invece Ken ci mostra il lato “di sinistra” della tifoseria: quello di chi non vuole dare i soldi ai canali di Murdoch ma vive il calcio come un’ esperienza di amicizia e solidarietà.
Da La Repubblica, 19 maggio 2009

Loach e Cantona Filosofia del calcio
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Partendo da una bella idea social romantica di Cantona – il momento magico non è fare goal ma esser parte del passaggio – Loach attualizza il super ego: non più il Bogart di «Sam» di Allen ma un divo calciatore che toglie dalla depressione familiare un povero postino. Il regista finge un film fuori dai suoi canoni, ma sappiamo che s’ intende di sentimenti e lo dimostra nella straordinaria scena finale in maschera. Al resto pensano attori di grande verità e il piacere non comune di godersi una storia vera, non banale né gratuita. Voto 7,5
Da Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2009

Cantona eroe per Loach
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Ken Loach è magnifico: la sua capacità di capire e narrare i lavoratori e i loro guai, il calore amichevole con cui li accompagna, l’umanità e dolce ironia con cui li osserva sono unici nel cinema occidentale, sempre efficaci e belli. Il mio amico Eric non è magari il suo film migliore, ma certo uno dei più commoventi e intelligenti. Protagonista, un postino di Manchester in difficoltà. Non riesce a liberarsi dal peso di una canagliata compiuta tanti anni prima, abbandonando senza più farsi vedere una ragazza amata e la bimba piccola figlia di entrambi, lasciandole sole a combattere con la vita. Ha in casa due figli d’una moglie che se n’è andata, adolescenti afasici, menefreghisti e caotici (soprattutto il maggiore sembra in pessima condizione di dipendenza da un teppista). I suoi amici e colleghi, tifosi come lui che gli vogliono bene e si preoccupano per la sua depressione, sembrano soprattutto un gruppo di maturi e vocianti casinisti.
Ma, a poco a poco, il viluppo dei guai si scioglie, i problemi si appianano. Rivede la ragazza d’un tempo, le parla, i loro rapporti riprendono, il rimorso lo lascia libero; con l’aiuto e la solidarietà fattiva degli amici libera il figlio adottivo dalla schiavitù. Ma l’autore della sua rinascita è soprattutto Eric Cantona il sentenzioso campione di calcio, che nella fantasia è sempre al suo fianco, gli serve da modello e da consigliere: l’abilità con cui questa salvifica amicizia viene raccontata, con le apparizioni concrete ma immaginarie del calciatore, è davvero ammirevole. Neppure Woody Allen quando faceva comparire accanto a se stesso il fantasma immaginario di Humphrey Bogart che lo incitava e lo consigliava nelle cose d’amore aveva fatto altrettanto. Cantona (anche coproduttore del film) si moltiplica nel finale: sono decine gli amici del postino con la faccia coperta dalla maschera di gomma di Cantona che sconfiggono i teppisti.
Ken Loach non è uno stilista, si sa: ma la forza del suo cinema è grande. Particolarmente in questo film scritto da Paul Laverty semplice, doloroso e comico come la vita quotidiana, come un omaggio a tante esistenze fragili, imperfette eppure fiduciose.
Da La Stampa, 4 dicembre 2009

Loach e Cantona stregano Cannes con una favola tra crisi e calcio
di Alessandra De Luca Avvenire

Dopo tutto il sangue, i corpi smembrati, le carni lacerate, il dolore e la sofferenza dei film visti negli ultimi giorni, capaci di mettere a dura prova anche la pazienza dei cinefili più smaliziati, Looking for Eric di Ken Loach (in autunno nelle sale italiane distribuito da Bim) che porta sullo schermo l’ex campione del Manchester United, il francese Eric Cantona, arriva in concorso a Cannes come una fresca e salutare boccata di ossigeno, una flebo di ottimismo più necessaria che mai. Nonostante continuino a piovere pietre, la working class dipinta dal regista ora balla il rock e Loach svolta verso la commedia con un film alla Woody Allen che scatena risate e applausi a scena aperta riconciliando con la bellezza della vita la platea di un festival, quest’anno più cupo che mai.
Come nel film di von Trier, anche qui il protagonista è un personaggio in crisi, ma la terapia per venirne fuori è decisamente diversa da quella proposta dal regista danese. Eric Bishop fa il postino, ma i suoi attacchi di panico gli impediscono di avere una relazione stabile. Il suo primo matrimonio è andato in frantumi, lo stesso è capitato al secondo, e ora l’uomo deve fare i conti con due turbolenti figliastri, una nipotina del quale si prende cura per aiutare la figlia a studiare e il desiderio di riavvicinarsi alla prima moglie che non ha ancora dimenticato dopo 30 anni. Quando tutto sembra scivolargli di mano, ecco che in suo aiuto arriva un amico immaginario, una sorta di guida. «Non sono un uomo, sono Eric Cantona» gli dice non senza ironia il suo idolo, magicamente materializzatosi nella sua camera.
Con l’aiuto del calciatore il postino comincerà a risollevarsi buttandosi dietro le spalle le proprie miserie. Interpretato da un coro di straordinari attori capeggiati da Steve Evets, il film strappa l’applauso del pubblico quando Eric il postino dice no alle prepotenze dei malavitosi che hanno messo nei guai il figliastro dando il via all’operazione Cantona: armati di mazze da baseball e vernice rossa e nascosti dietro una maschera che raffigura il volto del calciatore, uno scatenato gruppo di amici e colleghi distrugge casa e macchina dei malcapitati boss.
L’idea del film è partita proprio da Cantona, che al regista aveva proposto un film sul suo rapporto con un tifoso. Un progetto irrealizzabile che però ha suggerito allo sceneggiatore Paul Laverty un’altra storia che riflettesse comunque con il ruolo che il calcio ha nella vita delle persone e con il concetto di celebrità. «Ho pensato che fosse finalmente arrivato il momento di realizzare un film che facesse sorridere — dice Loach— anche se la commedia non è altro che una tragedia a lieto fine. Con questa storia abbiamo cercato la verità della vita che a volte è triste, ma spesso anche lieta e divertente». E per parlare della complessità dell’esistenza. il calcio funziona come un’ottima metafora. «Il calcio è l’espressione di una comunità — aggiunge il regista — e ha la funzione di far incontrare la gente nello stesso luogo, cosa che anche il cinema dovrebbe fare».
Da parte sua, Eric Cantona, ex calciatore e ora attore e produttore esecutivo del film, non nasconde quanto sia stato «speciale» interpretare se stesso: «È stata un’esperienza molto positiva. Ken Loach è simile per certi a spetti ad Alex Ferguson: entrambi con molta umiltà riescono ad ottenere il 100% dalle persone con cui lavorano».
Da Avvenire, 19 maggio 2009

Loach segna un gran bel goal
di Boris Sollazzo Liberazione

Il calcio, soprattutto nella sinistra più o meno radicale, è una passione inconfessabile. Quasi da farsi perdonare. Sarà per quelle curve sempre più a senso unico, politicizzate, violente e nere- Livorno, Terni, la Genova rossoblu e poche altre rimangono colorate di rosso-, sarà per il machismo omofobo degli spogliatoi (a parole), sarà per Calciopoli (che come Mani Pulite, alla fine, è stata una catarsi superficiale e non un repulisti “rivoluzionario”) o sarà infine che le proprietà delle squadre più importanti da parte di capitalisti sempre meno buoni, presidenti del consiglio, petrolieri, non depongono a favore di uno sport sempre più strumentalizzato e meno genuino. Bene, Ken Loach è arrivato a sparigliare le carte, è venuto a raccontarci una verità che ci ostiniamo a ignorare. Se lo stolto guarda il dito e non la luna, l’uomo di sinistra guarda il contesto senza capire l’anima dello sport. Si ferma alle prime pagine dei giornali, e a quelle sportive, senza entrare nei bar, origliare davanti agli stadi, cercare di capire quanto valgano quei 22 giocatori in campo per una nuova classe operaia che è al limite della disperazione e in questo sport trova ideali che, sia pur sempre traditi, rimangono miracolosamente puri. Lo capisce, per nostra fortuna, Ken Loach. Che firma il suo Febbre a 90° (ricordate Nick Hornby e il suo libro-apologia del tifoso dell’Arsenal, felicemente portato poi sul grande schermo da David Evans?) realizando una fiaba pallonara e precaria di rara ironia, bellezza, poesia e potenza. Uno dei suoi film più felici, dove recupera quel rabbioso sguardo tragicomico sulla realtà e una fiducia- perduta negli ultimi film più pessimisti- nell’azione collettiva che commuove e lo riporta alle origini. Come protagonista si sceglie uno dei più famosi working class hero degli ultimi lustri, Eric Cantona, che a Manchester è diventato simbolo “mito e guida. Detto “Le roi”, ma considerato da tutti i tifosi dei Red Devils come “uno di noi”. Tanto che nel film di Loach il nostro è un fantasma, una sorta di angelo custode di Steve Evets, un postino che vive un momento di crisi profonda, lavorativa, personale e familiare, a cui appare mentre si sta facendo una canna proprio contemplando una gigantografia del campione. Mitico e mistico. Da lì inizia una commedia pungente e piena di ritmo in cui la società moderna viene vista sotto la lente d’ingrandimento della passione calcistica. Un amore, non solo uno sfogo, una filosofia, non solo tifo acritico. Perchè non è importante la realtà, in alcuni casi, ma ciò in cui si crede. E se allora un gruppo di postini in un pub dissertano degli sponsor sulle magliette arrivando a vette di economia politica e antropologia che in molti convegni se le sognano, se proprio lì decidono un esproprio (pardon, un riappropriamento) proletario a casa del boss brutto e cattivo- tutti travestiti da Cantona, scena da storia del cinema, un Quarto Stato moderno- se Eric Cantona nella parte di se stesso porta le sue regole di campione istintivo e naif nella vita di tutti i giorni e ha una risposta per tutto, allora il calcio e il cinema sono luoghi dell’anima, non solo sport o passatempo. Uniti da un Loach in stato di grazia- e un Laverty alla sceneggiatura in grandissima forma, finalmente al meglio- le immagini di repertorio (che gol, che azioni!) si uniscono a un neorealismo calcistico semplice e immediato, regalando una pellicola entusiasmante, viva, speciale. A Cannes abbiamo visto critici compassati- che poi hanno ridimensionato il valore della pellicola: curioso, facevano così anche i giornalisti sportivi con “il nostro amico Eric”- esultare vedendo certi gol, commuoversi quando il faccione da cattivo ragazzo del protagonista si contorceva in un sorriso furbo, ridere delle sue conferenza stampa surreali e provocatorie, alla Monty Python. Cantona era già un capolavoro di suo, Loach gli ha costruito intorno il suo film più bello degli ultimi quindici anni. A unirli una frase di Eric: “ricordo molti bei gol che ho fatto, ma con più piacere rammento un passaggio decisivo. Mandare in gol un compagno, far vincere la tua squadra è un’emozione unica”. La classe operaia forse non andrà in paradiso, ma in Champions League di sicuro.
Da Liberazione, 4 dicembre 2009

Provaci ancora, Eric
di Paola Casella Europa

Quello che per i sogni americani è Hollywood, per quelli inglesi è il Manchester United. Questo, almeno, sembra suggerire Il mio amico Eric, l’ultimo film di Ken Loach passato in concorso al festival di Cannes, una sorta di Provaci ancora, Sam in cui un perdente qualunque, invece di avere in camera il poster di Humprey Bogart e chiacchierare con il suo fantasma, ha appesa l’effige a dimensione naturale di Eric Cantona, mitico attaccante del Manchester United, e chiacchiera con lui in persona (questo Woody Allen non lo poteva fare, Ken Loach sì, sia perché Cantona è vivo e vegeto, sia perché è il coproduttore del film). La differenza fra Hollywood e il Manchester United come regno dell’immaginario collettivo non è irrilevante, soprattutto essendo Il mio amico Eric un film di Loach: perché laddove la Mecca dei sogni è un luogo lontano e idealizzato per la maggior parte degli americani, il calcio fa parte della vita quotidiana di quasi tutti gli inglesi, disposti ai più grandi sacrifici pur di seguire la loro squadra del cuore, della quale si sentono parte integrante. Di qui una delle critiche sociali più importanti che Loach infila a sorpresa nella scena in cui un gruppo di tifosi del Manchester United seduti al pub denunciano il fatto che il calcio stia diventando uno sport per ricchi, visti i costi di biglietti e trasferte, e dunque rischi di abbandonare le proprie radici blue collar. Ma Il mio amico Eric è essenzialmente un film dai toni leggeri, lontanissimo dai duri trattati di denuncia sociale per i quali Loach è famoso (come il penultimo, In questo mondo libero) e dagli excursus storico-politici (come il recente Il vento che accarezza l’erba, vincitore di Cannes nel 2006), nonostante sia stato scritto dal fido collaboratore Paul Laverty. Ed è una grande prova di coraggio e di anticonformismo, da parte di Loach e Laverty, passare con questa disinvoltura dall’impegno alla leggerezza. Così come è una prova di grande libertà espressiva cambiare, all’interno dello stesso film, genere e tono più e più volte: Il mio amico Eric è a tratti commedia e a tratti melodramma sentimentale, un po’ gangster story e un po’ Full Monty, satira sociale ma anche osservazione documentaria sulla realtà delle famiglie inglesi avvilite dalla crisi. Fondamentalmente però, attraverso tutti questi registri, è una riflessione sulla virilità, e su ciò che fa di un essere umano di sesso maschile un vero uomo. A questo punto pare necessario raccontare brevemente la trama, cercando di non rovinare troppe sorprese: Eric Bishop è un postino che vive con due figli adolescenti non suoi, dopo aver abbandonato una prima moglie e una figlia per ragioni che scopriremo più avanti, ed essere stato abbandonato dalla seconda. I figli acquisiti non lo rispettano e nemmeno lui rispetta se stesso, intrappolato in una triste routine di lavoro e isolato emotivamente dal genere femminile. Le uniche sue consolazioni sono i colleghi dell’ufficio e la squadra del cuore, della quale anche i colleghi sono tifosi. Ma è solo quando Eric comincia ad “incontrare” il suo omonimo idolo, che gli dispensa perle di saggezza e principi di ethos maschile, che l’umile postino comincia a ritrovare la sua grinta e, appunto, una virilità profonda e non scontata, che si contrappone a quella fasulla rincorsa dai due teenager di cui si prende cura. Cantona è efficacissimo nella sua veste di “genio imperfetto”, un idolo per il postino non solo per il suo talento e il suo carisma decisamente virile, ma anche per la sua capacità di dire dei bei no. Loach e Laverty hanno fatto leva sul coté zen dell’ex calciatore per farne un guru dei poveri, e sulla sua generosità in campo per renderlo credibile nel ruolo di una star che si reca personalmente ad aiutare un signor nessuno. Ma i valori che esprime Cantona ne Il mio amico Eric sono quelli che da sempre stanno a cuore a Ken Loach, in primo luogo la solidarietà fra gli umili, soprattutto fra i lavoratori. Quando Eric il postino chiede a Eric il campione qual è stato il momento più dolce della sua carriera, Cantona risponde: «Non è stato un goal, è stato un passaggio. Devi fidarti dei tuoi compagni, sempre». Un bel messaggio, in un’epoca in cui le ristrettezze economiche e la politica della “flessibilità” hanno messo i lavoratori gli uni contro gli altri. Così quel calcio, che «fa tirare avanti la povera gente per mesi» nel ricordo di un’azione di gioco ben riuscita, può esprimere al meglio la propria valenza sociale, e assurge addirittura a una dimensione poetica.
Da Europa, 5 dicembre 2009

Cantona, la follia del vero attore
di Maurizio Cabona Il Giornale

Tifosi devastano una villa mentre vanno a seguire il Manchester United in trasferta. Sono giovani mazzieri del National Front? No, sono maturi postini sindacalizzati, quindi laburisti, intervenuti per un collega (Steve Evets) umiliato dai delinquenti che abitano la villa per aver voluto sottrarre i figli alla malavita. Ecco in sintesi uno dei rari film che non si dimenticano, Il mio amico Eric di Ken Loach, presentato all’ultimo Festival di Cannes. Ideato da Eric Cantona stesso, produttore oltre che comprimario, lo spunto deriva da Harvey, dove un coniglio accompagnava il personaggio di James Stewart, unico a vederlo. Anche lo spettatore, oltre al postino, vede però Cantona nel ruolo di se stesso mentre dialoga col tifoso nei guai. Lo fa senza prendersi sul serio, con l’autoironia che di solito agli sportivi (e agli artisti) manca quanto ai politici. Il culmine è nel dialogo dove il postino dice: «Ma anche tu sei un uomo!». Sguardo perduto nell’orizzonte, colletto della maglietta alzato, il mito vivente replica: «No, sono Eric Cantona!». Si esce sognanti, pensando al motto dei tifosi non del Manchester United, ma del Liverpool e del Genoa: «You’ll never walk alone».
Da Il Giornale, 4 dicembre 2009

Calci di speranza
di Luigi Paini Il Sole-24 Ore

Il calcio fa bene. Il calcio libera. Il calcio non è affatto il nuovo oppio dei popoli. Parola di Ken Loach: in Il mio amico Eric il sempre battagliero regista inglese innalza un inaspettato inno al gioco più popolare del mondo. L’Eric del titolo è l’asso francese Cantona, già punta di diamante dell’attacco del Manchester United: è lui ad “apparire” a un povero postino già abbastanza avanti negli anni, schiacciato dalla pesantezza di una vita senza prospettive. Un grande amore in gioventù finito nel nulla, due figli adottivi che ne combinano (soprattutto uno) di peggio e di più, un lavoro che svolge senza alcuna passione. E una figlia naturale che lo ha reso da poco nonno, unico piccolo raggio di luce in un panorama così desolante. Ma all’improvviso “appare” Eric:l’idolo dello stadio, quel giocatore così forte, quella vita così radicalmente diversa. Un sogno, certo, ma che per una volta non è alienante. Anzi, è un sogno che dà forza, che insegna saggezza. Che cosa farebbe Eric di fronte a guai così seri? La favola bella c’illude dolcemente. Perché Loach, questo è il suo miracolo, non si stanca mai di seminare speranza.
Da, Il Sole-24 Ore, 13 dicembre 2009

Il dramma del proletariato diventa un film visionario
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Ken Loach tra commedia e dramma. Un occhio sempre al proletariato e con voli visionari che comunque non smentiscono mai la sua vocazione al realismo.
Siamo a Manchester, Eric fa il postino ed è pieno di guai. Da Lily, la sua prima moglie, da cui ha avuto una figlia, Sara, si è distaccato per una sorta di instabilità emotiva. La seconda, Chrissie, l’ha lasciato lei, dandogli in custodia due figli avuti da padri diversi e che Eric, finché erano piccoli, ha allevato con impegno, ma che adesso, cresciuti, non riesce più a tenere a bada, specialmente uno presto coinvolto nella malavita.
Per aiutarlo nelle sue crisi, gli altri postini escogitano mille modi, con solidarietà affettuosa, ma Eric il soccorso più consistente lo trova nel manifesto di un grande calciatore del Manchester United, il francese Eric Cantona, oggi a riposo ma pronto a dargli man forte a fianco (nella sua immaginazione) largendogli buoni consigli sul modo di comportarsi con la prima moglie, con i due figliastri, con il nipotino che la figlia gli ha parcheggiato in casa perché molto occupata nei suoi studi. Il finale consolerà tutti all’insegna di quella solidarietà, di cui i colleghi di Eric hanno dato prova fin dall’inizio e che culminerà in una battaglia tragicomica con cui la malavita intenta a minacciare Eric e i suoi verrà sconfitta.
Sembra di incontrare di nuovo Frank Capra, ma oggi e con lo stile moderno dì Ken Loach. Buoni sentimenti in primo piano, ma anche turbamenti e crisi, con la presenza sempre confortante di quel famoso calciatore (mostrato qua e là anche con il repertorio delle sue imprese più celebri) che dispensa ad ogni svolta perle di saggezza riscritte dallo sceneggiatore Paul Laverty sulla base di suoi detti famosi e inserite poi da Loach in contesti autentici.
Come tutta la gente attorno, del resto, i postini amici, i familiari sempre pronti a circondare quel protagonista instabile con le loro presenze spesso contraddittorie, però anche in allegria.
Fra i meriti, l’interpretazione, da quella del quasi sconosciuto Steve Evets come Eric, per finire con tutti gli altri, e non solo il vero Cantona, persino nelle parti più di fianco. Ken Loach all’altezza della sua fama.
da Il Tempo, 5 dicembre 2009

Provaci ancora, Eric (Loach si dà al calcio)
di Alberto Crespi L’Unità

Tifosi di calcio, questo è il film della vostra vita. E con ció ci siamo giocati metá dei lettori: quelli che il calcio non lo seguono, non lo capiscono o non lo sopportano proprio. Eppure Il mio amico Eric piacerà anche a loro: perché è un film di Ken Loach, e ha tutta la rabbia e la tenerezza del Loach migliore… e perché è una fragorosa commedia, nella quale il grande Ken ha messo tutto l’umorismo del quale, da bravo inglese, è ampiamente dotato. Secondo Loach, una commedia è una tragedia con il lieto fine. Il mio amico Eric è, nei primi 20 minuti, un dramma proletario. Eric Bishop fa il postino a Manchester. Viaggia verso i 50 anni ed è in un mare di guai: la moglie lo ha lasciato, i figli sono degli scoppiati, le finanze vanno male, gli amici fanno di tutto per tenerlo su ma raccontargli barzellette o portarlo al pub a vedere le partite non serve a molto. In realtà c’è una «persona» con la quale Eric riesce a confidarsi: ma non è un uomo vero, bensí un poster appeso in camera. È Eric Cantona, francese di Marsiglia, campione del Manchester United negli anni ’90, «il piú grande calciatore di tutti i tempi» – almeno secondo Eric Bishop. E una sera, durante l’ennesimo sfogo auto commiserevole, avviene il miracolo. Cantona esce dal poster. Si materializza, comincia a rimproverare Eric e a regalargli paterni consigli. I due Eric fanno amicizia, e insieme affrontano la vita…
IL CARISMA DEL CALCIATORE
Il meccanismo è semplice: Il mio amico Eric è la versione inglese e calcistica di Provaci ancora Sam, con Cantona nella parte di Bogart. Al di lá dell’amore con cui Loach racconta i proletari di Manchester, tutto si regge sul carisma di Cantona, attore in gamba (non è all’esordio: è il suo 15esimo film) ed ex campione di prorompente personalitá. Era un Ibrahimovic capace di coniugare la strafottenza con l’arguzia. Le sue bravate ne hanno fatto una leggenda. La frase che dice sui titoli di coda – «quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché sperano che le sardine cadano in mare» – è uno dei suoi motti piú famosi. La pronunciò dopo la squalifica di un anno, per aver assalito a pedate un tifoso del Crystal Palace che l’aveva insultato. Il senso profondo (che c’è) trovatelo da soli.
Da L’Unità, 4 dicembre 2009

La finta inebriante di Eric Cantona
di Roberto Silvestri Il Manifesto

«Il Dio del cielo nell’altra vita ci aiuterà, perché il suo nome è Cantona». Dopo «Gran Torino» ecco arrivare «Gran Manchester», sulle ali del celebre inno hooligans, di pugni chiusi, cromatismi rosso sangue come le nostre bandiere, e di un montaggio di azioni da gol da capogiro. Questa commedia è una riuscita bestemmia contro il cattivo cinema e contro i «film sul calcio» finora realizzati, e sempre, stranamente, deludenti.
Infatti, nonostante tutto, Eric Cantona ancora ci crede alla magia dell’assist perfetto e di un gioco che gli «orange» e l’Ajax ritrasformarono nel più bello, «totale» e eccitante del mondo (non segue, evidentemente, le vicende della nostra sempre più fetida serie A). L’attaccante francese per anni in esilio oltremanica, è il protagonista di Looking for Eric (Il mio amico Eric) di Ken Loach, tifoso del Celtic Glasgow. Sua l’idea («può contribuire il gesto atletico adorato dalle moltitudini violente alla crescita etica di una comunità»? Risposta: «certamente sì») e sua la produzione esecutiva, chi ha riscritto per il grande schermo è Paul Laverty, sceneggiatore un po’ decorativo per i gusti tattici di Cantona, e monomaniaco negli ultimi tempi. Sta richiedendo infatti a Loach il massimo della concentrazione sui tempi comici applicati alla tragedia della mascolinità contemporanea in crisi, sue origini e conseguenze (di misoginia naturale, quella proletaria, dura e pura); football come religione del popolo, politeista e potenzialmente eversiva; amicizia virile come orizzonte sentimentale e pulsionale unico; crisi di panico di fronte alle donne tanto adorate quanto temute; il rock’n’roll, la birra a damigiane nel pub e il tifo ultrà come pratiche comportamentistiche e gestuali apocalittiche ma integrabili… Tutto questo circonda la vita di un postino di mezza età in semi depressione, Eric Bishop (Steve Evets), che non sa educare i due figli adolescenti come dovrebbe, sempre nostalgico del big love della vita, la ballerina con la quale vinse un premio di rock in gioventù, ma che abbandonò incinta, e che d’un tratto, bionda come allora, riappare, con tanto di figlia laureanda. I colleghi e amici di lavoro e di tifo «red» cercano di fargli tornare il sorriso sulle labbra, ma sarà la fantasmatica presenza dell’idolo della sua vita, Re Cantona, che gli appare al fianco come la madonna, con i suoi consigli esistenzial-atletici e le sue sagge massime da zio Tom, a fargli superare qualunque problema e blocco. A restaurare l’amore e a salvare dal carcere il pargolo traviato, con una azione di massa finale degna di un gol di Eric, con tiro al volo nel «sette» dell’Arsenal, e una messa in scena in omaggio a Kathryn Bigelow.
Loach svela nel tifo e addirittura nel delirio dell’alienato e della alienata ultras, una taumaturgica tecnica di reazione alle frustrazioni e alle miserie della condizione proletaria che nessun altro, né chiese né partiti né sindacati, vuol attivare. Anzi. Forse perché in Gb i Moggi e i Galliani non fanno danni e i Mourinho non devono svendere giocatori rom solo perché glielo ordina il racket tv (anche se Murdoch pure lì ha deviato il pubblico del calcio, espellendo dagli stadi i suoi intenditori proletari e riservando i posti a nuovi ricchi o teppisti ben prezzolati). «Se a sinistra la difesa è invalicabile va aggirata a destra, e, soprattutto, non basta sorprendere il centrale avversario, per vincere chi devi sorprenderti. Se non fai una ‘finta’ riuscita a te stesso perdi». Prendiamo nota della profezia di Cantona, se vogliamo creare davvero un buon «partito» tutto nuovo.
Da Il Manifesto, 4 dicembre 2009

Cantona, l’assist perfetto nella partita della vita
di Roberto Silvestri Il Manifesto

«Il Dio del cielo nell’altra vita ci aiuterà, perché il suo nome è Cantona». Dopo «Gran Torino» ecco arrivare «Gran Manchester», sulle ali del celebre inno hooligans, di pugni chiusi, cromatismi rosso sangue come le nostre bandiere, e di un montaggio di azioni da gol da capogiro. Questa commedia è una riuscita bestemmia contro il cattivo cinema e contro i «film sul calcio» finora realizzati, e sempre, stranamente, deludenti.
Infatti, nonostante tutto, Eric Cantona ancora ci crede alla magia dell’assist perfetto e di un gioco che gli «orange» e l’Ajax ritrasformarono nel più bello, «totale» e eccitante del mondo (non segue, evidentemente, le vicende della nostra sempre più fetida serie A). E, profetico, afferma in conferenza stampa: «Perderà il Barcellona».
Osannato in sala buia, come negli stadi, l’attaccante francese per anni in esilio oltremanica, è reduce raggiante dalla proiezione di Looking for Eric (Cercando Eric) di Ken Loach, tifoso del Celtic Glasgow, il numero uno all’applausometro del concorso, finora (taciturni, infatti, i tifosi del Manchester City, in sala Lumière).
Sua l’idea («può contribuire il gesto atletico adorato dalle moltitudini violente alla crescita etica di una comunità»? Risposta: «certamente sì») e sua la produzione esecutiva, chi ha riscritto per il grande schermo è Paul Laverty, sceneggiatore un po’ decorativo per i gusti tattici di Cantona, e monomaniaco negli ultimi tempi. Sta richiedendo infatti a Loach il massimo della concentrazione sui tempi comici applicati alla tragedia della mascolinità contemporanea in crisi, sue origini e conseguenze (di misoginia naturale, quella proletaria, dura e pura, ce n’è più qui che in tutto il fragile «scudo protettivo» di Von Trier): gang giovanili strumentalizzate da loschi trafficanti ammanicati con il potere (come nello schematico ma corretto Giochi orientali del bulgaro Kamen Kalev, alla Quinzaine, dove i nazi-forati sono ultras razzisti del Cska Sofia, e in Agorà, di Amenabar, dove risaliamo alle scaturigini, alle gang cristiane fondamentaliste sfonda ebrei); pistole che spuntano quando il copione batte la fiacca; football come religione del popolo, politeista e potenzialmente eversiva; amicizia virile come orizzonte sentimentale e pulsionale unico; crisi di panico di fronte alle donne tanto adorate quanto temute; il rock’n’roll, la birra a damigiane nel pub e il tifo ultrà come pratiche comportamentistiche e gestuali apocalittiche ma integrabili… Tutto questo circonda la vita di un postino di mezza età in semi depressione, Eric Bishop (Steve Evets), che non sa educare i due figli adolescenti come dovrebbe, sempre nostalgico del big love della vita, la ballerina con la quale vinse un premio di rock in gioventù, ma che abbandonò incinta, e che d’un tratto, bionda come allora, riappare, con tanto di figlia laureanda. I colleghi e amici di lavoro e di tifo «red» cercano di fargli tornare il sorriso sulle labbra, ma sarà la fantasmatica presenza dell’idolo della sua vita, Re Cantona, che gli appare al fianco come la madonna, con i suoi consigli esistenzial-atletici e le sue sagge massime da zio Tom, a fargli superare qualunque problema e blocco. A restaurare l’amore e a salvare dal carcere il pargolo traviato, con una azione di massa finale degna di un gol di Eric, con tiro al volo nel «sette» dell’Arsenal o del Tottenham, e una messa in scena in omaggio a Kathryn Bigelow.
Loach svela nel tifo e addirittura nel delirio dell’alienato e della alienata ultras, una taumaturgica tecnica di reazione alle frustrazioni e alle miserie della condizione proletaria che nessun altro, né chiese né partiti né sindacati, vuol attivare. Anzi. Forse perché in Gb i Moggi e i Galliani non fanno danni e i Mourinho non devono svendere giocatori rom solo perché glielo ordina il racket tv (anche se Murdoch pure lì ha deviato il pubblico del calcio, espellendo dagli stadi i suoi intenditori proletari e riservando i posti a nuovi ricchi o teppisti ben prezzolati). «Se a sinistra la difesa è invalicabile va aggirata a destra, e, soprattutto, non basta sorprendere il centrale avversario, per vincere chi devi sorprenderti. Se non fai una ‘finta’ riuscita a te stesso perdi». Prendiamo nota della profezia di Cantona, se vogliamo creare davvero un buon «partito» tutto nuovo. Doveva essere Alain Delon, l’indimenticabile Samurai di Melville, invece è Johnny Holliday, impettito «idolo», perfetto nel suo sguardo glaciale, il protagonista, semi-imbalsamato, di una commedia d’azione, divertente quando terrificante.
Da Il Manifesto, 19 maggio 2009

Trent’anni dopo aver abbandonato moglie e figlia, Eric Bishop non è ancora riuscito a rimettere insieme la sua vita. Da giovane era un ballerino di Rock’n’Roll, ora è solo un postino sull’orlo del suicidio. Fino a quando non chiede aiuto al suo idolo, il più grande calciatore di tutti i tempi…

Tutto cominciò con un passaggio di Eric Cantona, un perfetto tocco di esterno a smarcare Dennis Irwin nell’area del Tottenham il 9 gennaio 1993. Un tocco all’apparenza semplice ma che pochi altri fuoriclasse pallonari avrebbero fatto, che racchiude benissimo l’essenza non solo del Cantona calciatore, ma anche del Cantona uomo. E solo un personaggio come Eric Cantona – ancora idolo dei tifosi del Manchester United 12 anni dopo che ha smesso di giocare – avrebbe potuto fare da guida interiore al classico fallito senza più speranza dei film di Ken Loach. Un Ken Loach che, poco sorprendentemente, si trova perfettamente a proprio agio parlando di calcio come d’amore, di angoscia come di orgoglio. E realizza uno dei suoi film migliori.

Lo sceneggiatore Paul Laverty costruisce una commedia amara, capace di far sorridere spesso e strappare qualche risata al momento giusto, incrociandola con un dramma intenso anche se scontato. I due registri non si pestano mai i piedi, e anzi si supportano a vicenda dando al film la giusta cadenza. Merito sì di come Loach ha tenuto il timone del film, ma merito soprattutto dello straordinario Steve Evets, attore forte e inteso, capace di reggere sulle proprie spalle tutto il film, nei momenti drammatici come in quelli più leggeri, nonostante il prestigio del suo co-protagonista.

Il fatto di aver giocato nella nazionale francese forse peggiore di tutti i tempi e in un campionato inglese che non dava accesso alle coppe europee dopo l’Heysel, ha portato il centravanti di Marsiglia ad essere sottovalutato al di fuori di questi due paesi. Questo rende complicato ai (tanti) spettatori che non lo conoscono seguire alcuni momenti del film, che si perde anche in un realistico ma superfluo dialogo sui proprietari del Manchester United totalmente incomprensibile a chi non segue il calcio. Ma non è il calcio, il centro del film: toccare un pallone è come ballare il Rock’n’Roll, come lanciare una freccetta verso il bersaglio. È un mezzo per esprimere se stessi, o per ritrovare se stessi quando tutto sembra ormai perduto; un modo per trovare il coraggio di dire «no», o di abbracciare la donna che si ama. Looking for Eric è un film toccante e bellissimo, che saprà arrivare facilmente al cuore di tutti.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

“Siamo più forti insieme che da soli”: contro l’individualismo, che isola e che fa ammattire, che rafforza il disagio e inibisce ogni possibilità di reazione. E’ ancora politico Ken Loach, ma anche intimo, e questa volta con un pizzico di leggerezza. Dopo due film duri come Il vento che accarezza l’erba e In questo nostro mondo che avevano riscattato l’inconsistenza di un precedente avvicinamento alla commedia (Un bacio appassionato), il settantatreenne regista britannico raggiunge una piena maturità con un racconto d’amore dal perfetto equilibrio tra dramma e commedia, in cui mescola, con sapienza, realismo sociale e magia. Un’alchimia riuscita; una semplice e preziosa ricetta: per non perdersi, sono indispensabili la forza dell’amicizia e la capacità di assolversi per un errore commesso.
Impiegato delle poste, oltre la mezza età, Eric ha la vita che sta andando a rotoli. Gli errori del passato sono un nodo doloroso. Trent’anni prima ha lasciato Lily, suo unico e grande amore e la loro bambina, e ora si ritrova patrigno di due adolescenti disgraziati a cui deve badare perché la seconda moglie se n’è andata. La sua casa è un dormitorio ingombro di oggetti e di sporcizia; la sua unica consolazione il Manchester United e il suo idolo: Eric Cantona. Gli amici di Eric, postini e tifosi, sono preoccupati per lui e si prodigano, ognuno a suo modo, ma tutti uniti. L’ingranaggio si inceppa definitivamente dopo che la figlia Sem gli chiede di occuparsi per qualche tempo della nipotina, per permetterle di concentrarsi sulla tesi. Dopo anni, Eric e Lily, dovranno incontrarsi: lui piccolo uomo tutto pelle e ossa con lo sguardo malinconico di Stanlio (quello di Olio) e lei così lontana e ancora così bella.
Frank Capra e poi forse Woody Allen: un angelo custode che salvava un uomo prossimo a una scelta fatale (La vita è meravigliosa) o un intramontabile divo con l’impermeabile che emergeva dalla nebbia per svelare come si conquista una donna (Provaci ancora Sam). Ma Ken Loach è sempre e solo Ken Loach. Ad aprire il baule del passato arriva Eric Cantona che si materializza da un manifesto a grandezza naturale. Il grande Eric diventa mentore del piccolo Eric; dispensa perle di saggezza in forma di proverbio. Fisico e filosofico, dimostra che volendo ci si può improvvisare strizza cervelli, basta che il carisma non manchi! Calcio e vita, passato e presente si mescolano; Cantona come il coniglio Harvey, visibile e invisibile, accompagna Eric verso una più lucida considerazione della vita e del dolore, alla ricerca di una sicurezza che pareva perduta per sempre, verso un ritrovato rispetto per se stesso.
Accompagnato da un consolidato cast tecnico tra cui lo sceneggiatore Paul Laverty e Barry Arckroyd, direttore della fotografia che rende magnificamente la livida realtà, la calda magia e la luminosa speranza nei primi piani di Lily, Loach si avvale anche di un’ottima squadra di attori, tra cui l’eclettico Steve Evets, con un passato nella marina mercantile e attualmente, per sua definizione, “un attore a cottimo”. E poi c’è lui, Eric Cantona (anche produttore esecutivo del film): il mago del pallone, una forza della natura che buca lo schermo, magnetico e autoironico, e pessimo suonatore di tromba.
Con Looking for Eric, Ken Loach ci dice, sorprendendoci, che una luce di speranza brilla in fondo alla strada.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

La vita del postino Eric Bishop è davvero un disastro: due figliastri lasciatigli dalla seconda moglie con i quali non ha un buon rapporto e che non promettono affatto bene; una problematica richiesta d’aiuto da parte di un’altra figlia, ora ragazza madre, avuta dal primo matrimonio con Lily, il primo amore che non ha mai dimenticato ma che ha abbandonato in gioventù, oppresso dal carico di responsabilità. Dato che neppure il lavoro va poi così bene, il povero Eric comincia a scivolare nella depressione, arrivando a pensare perfino al suicidio: la sua unica consolazione è il tifo per il Manchester United ed una sorta di venerazione per il più grande campione calcistico del passato recente dei Reds, il grande Eric Cantona. Ed è proprio nel momento più buio che si verifica una stupefacente apparizione: proprio mentre è intento a parlare al poster di Cantona della sua camera, Eric resta letteralmente attonito quando si materializza come per magia proprio l’inimitabile Cantona, iniziando ad ammannire al suo allibito protetto aggressivi consigli, proverbi in serie e tante pillole di saggezza per aiutarlo a riprendere in mano la sua vita, focalizzandosi su quel che è più importante, a cominciare dal suo amore perduto, Lily. Continuerà ad assisterlo anche e soprattutto quando il gioco si farà più duro, in perfetto accordo col suo carattere da leader. Con Il mio amico Eric per una volta tanto l’impegnatissimo Ken Loach – che peraltro è un tifoso dichiarato – ha abbandonato il suo cinema di denuncia e d’impatto documentaristico per questa piccola commedia dal retrogusto onirico e fiabesco sul valore dei miti positivi, una storia divertente e profonda al tempo stesso (basata anche sui reali problemi della working class) cui l’autoironia di Eric Cantona conferisce una marcia in più: l’ex campione transalpino, senza (almeno apparentemente) prendersi troppo sul serio, elettrizza il suo sfortunatissimo protetto con una grandinata di proverbi e frasi ad effetto che magari non significano poi molto, ma riescono a svegliarlo dal suo torpore esistenziale – d’altra parte non c’è da meravigliarsi, dato che nella migliore battuta del film il fuoriclasse francese scherza così su se stesso: “Io non sono un uomo, sono Cantona!” –. Il gusto per la battuta fulminante è peraltro un’abitudine di lungo corso per l’ex campione del Manchester United, iniziata per l’appunto nel momento più buio della sua carriera, quando commentò la maxisqualifica da nove mesi che gli era stata comminata in modo sibillino e laconico: “Quando i gabbiani seguono un peschereccio, pensano che delle sardine finiranno in mare”. Un piccolo grande film che fa sorridere e riflettere al contempo, esortandoci a prendere in mano la nostra vita con un po’ di filosofia e possibilmente con un pizzico di sano umorismo. Un Loach inedito da non perdere.
Il mio amico Eric – Looking for Eric, regia di Ken Loach, con Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs, Lucy-Jo Hudson, Cole Williams, Matthew McNulty, Laura Ainsworth, Max Beesley, Kelly Bowland; commedia; Gran Bret./Fran./Ita./Bel.; 2009; C.; dur. 1h e 56’’
Voto 7/8
Paolo Boschi, da “scanner.it”

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