Dieci inverni

Primo inverno. 1999. Camilla lascia il paese d’origine e si trasferisce a Venezia per frequentare l’università. Sul vaporetto incontra Silvestro: il sorriso chiaro, le idee molto meno. Un po’ per fato e un po’ per intenzione, il ragazzo perde l’ultima corsa della sera e passa la notte insieme a lei. È l’inizio di un amore che chiederà dieci anni per riconoscersi come tale. In mezzo scorrono l’amicizia, la paura, il dubbio, le impennate di orgoglio, l’incredulità.
Per Valerio Mieli, Dieci Inverni è il film del diploma, un rito e un momento di passaggio, un po’ come quello dei suoi personaggi, che nel corso del film traghettano (è il caso di dirlo) dalla maturità della convenzione – i diciotto anni – a quella dell’esperienza. È proprio nella vicinanza del regista ai suoi attori, nell’affetto che nutre per loro e che scalda queste inquadrature di ambientazione rigorosamente invernale, che sta il cuore del film, la sua accattivante tenerezza. Gli fa da corpo, attorno, una buona scrittura, in grado di riempire di sostanza i dieci quadri del racconto, di modo che non appaiano mai pretestuosi bensì vari come è varia la vita, senza cercare la stravaganza a tutti i costi, e brillanti nei dialoghi, ispirati allo stesso criterio di naturalezza.
Un esordio maturo, che bilancia la frammentazione strutturale della narrazione con un lucido sguardo d’insieme, per cui nell’immagine iniziale di una ragazza che porta una lunga lampada e di un ragazzo con in mano una buffa pianta c’è già un’idea di condivisione inevitabile, di nido da costruire, pezzo per pezzo, coi tempi che la sorte vorrà.
Gli interpreti, Michele Riondino e Isabella Ragonese, corrispondono nel migliore dei modi ai personaggi sulla carta: più libero e contraddittorio lui, che si nasconde a lungo persino a se stesso, come a contenere un poco della formazione di Riondino, fatta di seminari sul mimo e sulla maschera, e più impegnata ed esigente con se stessa lei, che ha studiato con i nomi del teatro europeo, Emma Dante e Enrique Vargas, e che il film sottopone all’inverno più rigido, quello della lontana Russia e non solo.
Un film nel quale le ingenuità non sono sinonimi di superficialità e non è la volontà di stupire che muove le cose (l’idea ricorda, tra gli altri, Un amore di Tavarelli, pur su altri toni), ma stupisce piacevolmente la cura posta al racconto, nelle accezioni di buona fattura e di affettuosa dedizione.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Gioite, inguaribili romantici: dieci tormentati anni d’amore
di Boris Sollazzo Liberazione

Siamo sinceri, i melodrammi d’amore non sono mai stati la punta di diamante del cinema italiano, anche ai tempi d’oro erano zoppicanti e retorici inni a un sentimento banalizzato. Non a caso i pochi esperimenti riusciti vedono firme illustri e sono figli di epoche molto lontane. Provarci, quindi, e farne un esordio, a suo modo è coraggioso, sebbene gli stilemi e gli stereotipi del genere- lo sanno bene i francesi- possano essere un percorso obbligato rassicurante. Ma allo stesso tempo pericoloso. L’esordiente Valerio Mieli, fresco di Centro Sperimentale, però, in Dieci Inverni si ritrova tra le mani un bel cast con una coppia di giovani attori pieni di talento- Michele Riondino (come Emile Hirsch lascia il segno in ogni ruolo, primario o secondario) e Isabella Ragonese (in costante crescita) -, una coproduzione con buone risorse e ottimi talenti, due location di grande impatto (la Russia e Venezia). Basta questo a confezionare il suo Prima del tramonto , un inno all’amore a prima vista che non comprende se stesso, a un sentimento che ostinato continua a crescere e cercarsi nonostante la goffa e autolesionista tendenza di chi lo prova a rifiutarlo, schivarlo, a sacrificarlo a circostanze sbagliate, errori e paure.
Nulla spaventa più le persone che essere felici, e questi due ragazzi che si conoscono all’alba del loro percorso universitario passeranno dieci inverni a rincorrersi per poi lasciarsi, a prendere decisioni giuste al momento sbagliato (e viceversa), tra un pronto soccorso e un matrimonio in cui suona, addirittura, Vinicio Capossela (bel cameo in musica). Lacrime e speranze, un vaporetto galeotto (chi l’ha preso sa quanti sguardi e quanti amori ha fatto nascere questo mezzo pubblico tanto atipico) e una casa isolata e adorabile sono i loro approdi continui di arrivo e ritorno, l’opera gira attorno ai suoi punti cardinali per non perdersi mai. E alla fine risulta piacevole, si fa perdonare qualche ingenuità, soprattutto di scrittura, e un paio d’inverni di troppo, e ci accarezza occhi e cuore con delicata bravura.
Mieli non è mai invadente con la sua macchina da presa, la coproduzione, pur molto presente, ha sempre una sua coerenza- la Russia e i russi sono parte del racconto e non posticce giustificazioni di un finanziamento (ottimo lavoro, organizzare una coproduzione in Italia sa di miracolo)-, l’alchimia tra i protagonisti è sempre solida ed efficace. Quei dieci anni, peraltro, non provocano insopportabili giochi di trucco e parrucco, ma lievi e visibili cambiamenti, con Riondino che diventa adulto rimanendo bambino con la faccia da schiaffi, e Isabella Ragonese che si mostra bella in tutti i suoi cambiamenti, fino a un inedito look con capello corto. Entrambi evidenziano le loro fisionomie da romanzo russo, i lineamenti da giovani eroi letterari, senza perdere carattere e modernità. E gli inguaribili romantici usciranno con un sorriso soddisfatto, anche se i grandi amori sono soprattutto grandi fatiche. D’altronde è l’impresa e la sfida che nascondono a renderli tanto dolorosi e necessari. Buona la prima.
Da Liberazione, 11 dicembre 2009

Love story tra le nebbie
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Un pensierino da cioccolatini un poco più radical chic, che si è diffuso ovunque, in bar, in taxi, in ascensore, nelle vite in dirette e nei posti al sole, consiglia a chi ama di «prendersi il suo tempo». Camilla e Silvestro, due ragazzi normali che s’ incrociano, metti una sera in vaporetto, nelle nebbie veneziane, ci metteranno dieci anni e dieci inverni per capire come, quanto e perché si vogliono bene. Dieci inverni, il toccante e non retorico film di Valerio Mieli, nato come saggio del Centro Sperimentale poi diventato una comproduzione con l’ amico Putin grazie anche alla Rai, sono scene di pre-matrimonio raccolte in dieci inverni dal 1999 al 2009 in cui i due raccolgono molti dubbi entrando nella ambivalenza dei sentimenti ben nota a Truffaut e Rohmer. Il giovane regista di talento che sa ben raccontare il mosaico delle confusioni affettive e degli ingorghi sentimentali, dice che vuol parlare di quell’ affetto che non è né amore, né amicizia: la trafila di sì e no, di arrivi e partenze, rancori e rimorsi. Amici e/o nemici, Camilla va a Mosca per studiare il russo, s’ innamora edipicamente di un signore più anziano mentre Silvestro tenta il viaggio romantico che diventa turistico. Insomma non si decidono. E tutto ciò è molto vero non artefatto, l’ autore affida il suo messaggio nella bottiglia a pause, intermittenze del cuore, né con te né senza di te, evitando proclami, lasciandosi dietro l’ ira di qualche scenata (affettiva e pure gastronomica) e molta di quella malinconia che si addice alle partenze invernali dei vaporini in Laguna. Dire che è un poco cecoviano sembra ovvio dato che lei va a Mosca: entrambi rispondono dei loro stop and go e del tempo che passa liberandosi da troppo alte responsabilità. Due giovani attori si prenotano un futuro per simpatia, intensità e verità psico somatica, senza peccare del reato artistico di giovanilismo coatto. Sono Isabella Ragonese (la telefonista di Tutta la vita davanti) e Michele Riondino (ragazzaccio di Il passato è una terra straniera), capacissimi di esprimere il mix odio amore, perché il precariato del lavoro passa nei rapporti. Il film, anche se ogni tanto con qualche peccato veniale di carineria, ci vendica delle molestie dei film teenager monumenti di falsità modaiola. Questa, fra nebbie e nevi, è una mini love story continuamente interrotta, che diventa grande se lo spettatore ci soffia dentro qualcosa di suo e termina con un inizio e senza promettere nulla per sempre, mentre Capossela esegue dal vivo due suoi pezzi. Uscita di Natale provvista anche di libro: speriamo che se la cavi.
Da Il Corriere della Sera, 11 dicembre 2009

Sai riconoscere l’amore?
di Dario Zonta L’Unità

Dieci inverni, opera prima del giovane regista Valerio Mieli, diplomatosi in regia al centro sperimentale di cinematografia pochi anni fa (qualcuno dunque ne esce), ha il coraggio di costruire una commedia sentimentale credibile intorno a un «luogo» dell’amore dai margininon ben definiti. Quel che accade quando la persona giusta è là sotto i nostri occhi, eppure non ce ne accorgiamo (o non vogliamo farlo), vuoi perché la si scambia per un’amicizia (il più delle volte), vuoi perché non si vuole ammettere un sentimento che si preferirebbe nascondere. Isabella Ragonese e Michele Riondino impersonano molto bene questo stato d’animo in una storia invernale vissuta nel corso di dieci anni tra Venezia e Mosca. Camilla e Silvestro si scontrano per caso in una fredda mattina del 1999 su di un vaporetto in quel di Venezia. Da quel momento, e con profonde ellissi temporali tipiche del melodramma, seguiremmo questa «non storia» d’amore per dieci anni, slittando con loro nei vari meandri di un sentimento incompreso. Valerio Mieli dimostra un a certa padronanza, mettendosi al servizio di un genere, la commedia sentimentale, non proprio facile da gestire eppure solidamente reiterato. È un«incipit» incoraggiante, portato sotto la stella di un racconto di Natalia Ginzburg («I rapporti umani») che perfettamente in quadra questa condizione di cecità: «Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta… Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no».
Da L’Unità, 11 dicembre 2009

Un’imprevedibile geografia amorosa tra calli e vaporetti
di Cristina Piccino Il Manifesto

Camilla e Silvestro si incontrano su un vaporetto veneziano l’inverno del 1999. Studenti appena iscritti alla facoltà, lei vivrà in una casettina isolata, lui con altri studenti, lei vuole studiare russo, lui chissà. Lei timida e severa dietro agli occhiali, una vecchia lampada in mano. Lui fintamente disinvolto, fin troppo sicuro di sé con l’alberello regalo per la zia. La segue, chiede ospitalità. Dormiranno insieme nel letto della casa gelida. All’alba lui va via, lei quando lo incontra accenna un sorriso, lui le gira le spalle. Voilà. «Mi facevi paura» le dirà il ragazzo tanto tempo dopo …
Già perché nel corso degli inverni, per dieci anni, i due continuano a incrociare i loro passi, sempre a distanza però. Con l’intimità che arriva negli accidenti casuali della vita, una punta di sofferenza lei di fronte alle fidanzate di lui e viceversa. La confidenza conquistata nelle mail, Camilla (Isabella Aragonese) si è trasferita in Russia, Silvestro (Riondino) va a cercarla – la famosa sorpresa sempre da evitare … – e lei infatti si è messa col «bacucco», un regista teatrale con dolce vita all’Amleto e pancetta stempiata ma fascino del «maturo» intelletto. Così tra lacrime, malintesi, ripicche, sorrisi, tenerezza per Dieci inverni, come si chiama l’esordio di Valerio Mieli nato come saggio di regia al centro sperimentale, che il regista ha scritto (finalista al Premio Solinas 2007) insieme a Isabella Aguilar e Davide Lantieri ( supervisione di Federica Pontremoli e Andrei Selvanov).
Una storia d’amore e di formazione, il passaggio dai vent’anni alla cosiddetta età adulta che chissà perché deve coincidere con «scelte» importanti e definitive – sentimentali, lavorative e via dicendo. A dire il vero non vale per i due personaggi, lei una catastrofe amorosa dopo l’altra e una figlia, lui solo storielle qua e là. Mieli però nel continuo sfiorarsi dei protagonisti lascia le traiettorie del vissuto fuoricampo: gli inverni sono sguardi catturati qua e là, incontri «casuali» complice il labirinto delle calli veneziane in cui si muovono, campi, mercati, ponti. Non è importante cosa c’è stato prima e dopo quell’incontro (anche se a volte ci sono risvolti narrativi un po’ repentini), conta l’insieme dei gesti mancati, l’attrazione che resta lì negli anni e che i due rifiutano, forse per quella vecchia paura del primo incontro che continua a tenerli lontano. Nemmeno un bacio, «siamo amici no?» …
Ed è bravo il regista a disegnarla questa bizzarra traiettoria del sentimento, pure se non manca l’ammiccamento che è persino facile cercare: a chi non sarà capitato di trovarsi accanto qualcuno con la consapevolezza che era la persona amata solo dopo averla perduta? L’amico degli anni, di ogni giorno, quello con cui non hai mai avuto un imbarazzo e che non hai baciato mai? E pure se finisce con un «happy end»: sarà davvero felice poi?
Però non è facile dare un’immagine a quanto è impalpabile, dunque se è vero che il film gioca su territori «facili», è vero anche il contrario, cioè che mantenere la leggerezza del racconto, e della «commedia sentimentale» con la banalità in agguato è complicato. Anche perché non ci sono «eroi», nessuno ha torto o ragione. I due ragazzi sono a tratti antipatici, sgradevoli, confusi. Con la naturalezza, a volte surreale, che appartiene alla vita.
Da Il Manifesto, 12 dicembre 2009

L’amore ai tempi dell’orgoglio
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Dopo tanto cinema italiano ricalcato sulla cronaca o formattato a tavolino “per i giovani”, ecco un esordiente che giovane è davvero e poggia su i lunghi anni di quell’età tumultuosa uno sguardo attento malgrado qualche incertezza. Si chiama Valerio Mieli e viene dal Centro Sperimentale di Cinematografia (che co-produce questo film girato fra Venezia e la Russia). I Dieci inverni sono quelli necessari ai due protagonisti per incontrarsi, perdersi, ritrovarsi e poi perdersi ancora, mentre dentro e intorno a loro impercettibilmente tutto cambia. Qualche attenzione in più al mondo circostante e il film avrebbe avuto maggior impatto. Così tutto poggia sulle spalle di Isabella Ragonese e Michele Riondino, interpreti fra i migliori dell’ultima generazione, e sul delicato timing con cui Mieli scruta le intermittenze del cuore. Nascoste perfino a se stessi, sulle prime, poi sempre più evidenti. Anche se fra orgogli e ritrosie, fughe e partner sbagliati, ci vorrà appunto un decennio perché Camilla e Silvestro riescano a confessarsi e a vivere i loro sentimenti. Emozioni trattenute, gesti fuori sincrono, colori spenti e sfumati: Dieci inverni cerca il rovescio delle cose e delle parole con toni e timbri lontanissimi dal nostro solito cinema “giovanile”. Con voce ancora timida ma già riconoscibile.
Da Il Messaggero, 11 dicembre 2009

Il nuovo cinema italiano sa ripartire con sentimento
di Valerio Caprara Il Mattino

Una commedia sentimentale che fa onore al nuovo cinema italiano. «Dieci inverni» di Valerio Mieli dimostra infatti come non sia un miraggio sfuggire alla tragica morsa tra falso d’autore e sbracamento populista: lavorando su di un modello di romanticismo profondo e tuttavia non decadente, il giovane regista ha il merito di cogliere l’eco sottile e struggente di ogni rapporto di coppia senza mai forzare situazioni e dialoghi. Tra Venezia, l’entroterra veneto e Mosca (il film è coprodotto dalla Csc Production sull’impulso di un importante accordo tra la Ufc russa e Rai Cinema), va così in scena l’amore tra due ragazzi che ci mette tempo e fatica a crescere. I protagonisti Camilla e Silvestro hanno avuto per di più la chance d’essere affidati ad Isabella Ragonese e Michele Riondino, attori in grado di accendere l’imprevedibile scintilla truffautiana sotto la cenere di dieci, lunghi anni di addizioni e sottrazioni esistenziali. «Dieci inverni» sfida il suo stesso intimismo con un misto di raffinatezza tecnica e sincerità emotiva, e anche grazie alla partecipazione davvero straordinaria di Vinicio Capossela, trova quel tocco in più che sa trasformare l’ordinarietà individuale in poesia collettiva.
Da Il Mattino, 11 dicembre 2009

“Dieci inverni” posson bastare per un amore
di Michele Anselmi Il Riformista

Quanto dura un amore? Anzi: l’inizio di un amore? Difficile non ripensare a Harry, ti presento Sally, pur nella differenza del tono, vedendo Dieci inverni di Valerio Mieli, piccolo film di coproduzione italo-russa, nato tra le aule del Centro sperimentale di cinematografia, sorretto da un aiuto ministeriale, infine uscito ieri in una cinquantina di copie sotto il marchio Bolero. Una scommessa, specie di questi tempi. Il nostro cinema – tutto – non se la passa bene al botteghino: che sia commedia spensierata (al femminile, adolescenziale, di sposi), racconto degli anni di piombo, dramma paterno, ritorno agro-dolce alla fanciullezza. Poi magari Natale a Beverly Hills e Io e Marilyn faranno il bollo sotto le feste e rialzeranno di molto la media. Ma intanto esce, appunto, Dieci inverni, e c’è da augurarsi che piaccia il modo in cui Mieli scandaglia il tema eterno dell’amore di coppia, visto nello scorrere del tempo, tra inciampi, rotture e ritorni di fiamma. Non che la struttura sia una novità. La sperimentò nel 1999 Gianluca Maria Tavarelli col suo amarognolo e sensibile Un amore, protagonisti Lorenza Indovina e Fabrizio Gifuni; e proprio a fine novembre dall’America è arrivato il sopravvalutato 500 giorni insieme di Marc Webb, starring gli emergenti Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel. Però poi conta quel che ci metti dentro. E Dieci inverni, scritto curiosamente a dieci mani (tra gli sceneggiatori c’è Isabella Aguilar, nota ai lettori delR~formista), reinventa bene la formula, procedendo letteralmente per frammenti di un discorso amoroso che non sarebbe dispiaciuto, forse, a Roland Barthes. «Una storia d’amore. O meglio il prologo di una storia d’amore. Un prologo lungo dieci anni, raccontato per quadri: ogni inverno è una finestra aperta a curiosare nella vita di due persone che non si perdono mai del tutto, e intanto crescono, segnate dal difficile e splendido ingresso nell’età adulta». Così Mieli, autore anche dell’omonimo romanzo “a due voci” (Rizzoli) originato dal copione, introduce il senso e le ambizioni del film. Povero ma non misero, fotografato con tinte ora livide ora calde da Marco Onorato, dentro panorami non convenzionali. Quello che unisce Camilla (Isabella Ragonese) a Silvestro (Michele Riondino) è un legame complesso, tormentato, altalenante, che il film mette a fuoco isolando, appunto, dieci momenti, uno per inverno, senza spiegare gli eventi intermedi, ciò che succede subito prima e subito dopo, un po’ per spiazzare lo spettatore, un po’ per dirci il mistero insondabile dell’amore. Succede tutto dal 1999 al 2009, per lo più in una Venezia inusuale e non turistica, ma anche altrove, fuori Italia. Perché lei studia letteratura russa e il destino la porta a Mosca, dove si invaghisce di un regista teatrale arrogante e maturo che allestisce uno spettacolo da Cechov; mentre lui, sfaccendato e spavaldo, si dedica a un allevamento di lumache, sistemandosi nella casetta sulla laguna dove una fredda notte dormirono insieme dopo essersi studiati in vaporetto. «Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta», scrive Natalia Ginzburg nel racconto I rapporti umani e non sorprende che Mieli citi la frase nelle note di regia. Perché Dieci inverni, nel ricostruire dal buffo inizio il rapporto, spesso a distanza, distratto o furente, tra Camilla e Silvestro, sceglie quella chiave lì: i due non sembrano mai pronti a prendersi, hanno tempi sempre sfasati, quando vorrebbe lui non è disponibile lei, e viceversa. A dirla tutta, si finisce quasi col fare il tifo per Silvestro, pure umorale e rabbioso, anche antipatico, ma in fondo “fedele” a una sorta di promessa non data; mentre lei, colta e ambiziosa, combinerà molti casini, incluse gravidanze e depressioni («Negli ultimi anni ho fatto solo cazzate», ammette). Tra scenate, tradimenti di Carnevale e incontri mancati, il film si avvantaggia di un clima malinconico, squisitamente invernale, solo a tratti artificioso nello srotolarsi di dialoghi e situazioni. I due interpreti sono azzeccati, palpitanti, e “invecchiano” bene sullo schermo, con l’aiuto di qualche parrucca. Non così straordinaria risulta invece la partecipazione di Vinicio Capossela, che intona al pianoforte, comparendo in una scena, la stiracchiata “Parla piano”. Ma va di moda.
da Il Riformista, 11 dicembre 2009

Camilla e Silvestro hanno diciotto anni nel 1999. Si incontrano per caso su un vaporetto che attraversa la laguna veneziana e cominciano una storia d’avventura sentimentale lunga dieci anni, dieci inverni, che li porta dalla Venezia degli studenti ad una Mosca straniante e frenetica…
Il film racconta la storia sentimentale di due ragazzi che s’incontrano e si notano su un traghetto che li porta in quel di Venezia. La loro relazione si snoda attraverso dieci inverni vissuti fra la laguna veneziana e Mosca. Una storia sentimentale, non una storia d’amore: una serie di incontri più o meno fortuiti attraverso i quali i due scoprono l’importanza della presenza dell’altro nella loro vita. Non c’è nessuna predestinazione, non un percorso rettilineo, ma solo il crescere di questa consapevolezza.
Valerio Mieli dirige il film con grande misura, con lievità senza mai scadere nella retorica. Il suo sguardo rimane discreto ma attento a cogliere la crescita umana e sentimentale dei due protagonisti.
Siamo sin troppo abituati all’esplodere di irrefrenabili passioni, la cui spettacolarizzazione spesso le rende nevrotiche, irreali, stereotipate, molto lontane da chi guarda. Mieli non cade mai nel luogo comune, racconta gli incontri, le gioie, le piccole e grandi sofferenze senza mai perdere di vista l’umanità dei personaggi, la loro autenticità. Anche la Venezia in cui si svolge la maggior parte della pellicola è una città inedita: il regista ne restituisce il volto più quotidiano – quello dei mercati, dei bancari, degli studenti – è una città poetica ma reale, vera, come lo sono i protagonisti della storia. A Isabella Ragonese e Michele Riondino il merito di aver restituito con veridicità e con una recitazione mai sopra le righe, l’umanità di questi due ragazzi che si avviano, attraverso i loro incontri, verso l’età adulta.
di Mario Paudice, da “cinefile.biz”

Passeggiando per strada, facendo compere con gli amici o seduti nella sala buia di un cinema potremmo incontrare la persona giusta, la fatidica anima gemella, e non rendercene conto. Restiamo indifferenti perché non l’abbiamo riconosciuta. Molti film romantici ci hanno abituato a metabolizzare amori che scoppiano all’improvviso e che, più o meno velocemente, si trasformano nella storia perfetta. Protagonisti destinati a stare insieme che vengono tenuti lontani uno dall’altro da un complicato susseguirsi di eventi. Idea di base che accomuna anche Dieci Inverni, film d’esordio di Valerio Mieli, made in CSC.
Incrociarsi così per caso
Dieci Inverni 1999. Camilla (Isabella Ragonese) è una schiva diciottenne che si trasferisce a Venezia per iniziare gli studi universitari. Sul vaporetto nota un ragazzo, anche lui con bagagli a seguito. Silvestro (Michele Riondino) non sa ancora cosa vuole diventare da grande, ma nasconde la sua inesperienza dietro un’ingenua spavalderia che lo conduce ad inseguire Camilla fino alla sua nuova casa. Con il pretesto di una fermata sbagliata, comincia così una storia lunga dieci anni, in cui i due ragazzi si vivranno passando attraverso le più molteplici esperienze: nemici, amici, conoscenti, innamorati, vicini o distanti continueranno mentalmente ad inseguirsi, senza mai fermarsi ad aspettare l’altro. Camilla e Silvestro vivranno altre storie d’amore, percorreranno una diversa strada professionale, abiteranno uno a Venezia e l’altra a Mosca per poi incontrarsi distrattamente nell’affollato mercato di Rialto o ad un’asta di vendita della loro vecchia casetta dei tempi dell’università.
Prologo di un amore
Dieci Inverni “Dieci inverni è la storia di due ragazzi che non riuscendo ad amarsi subito devono imparare a farlo, destreggiandosi tra le difficoltà di diventare adulti. Per raccontare questa storia d’amore volevo una forma di romanticismo che fosse vera e fiabesca insieme. Per questo ho scelto di ambientare il film un una città poetica come Venezia, ma mostrandone il volto più quotidiano dei mercati, dei bàcari e dei vaporetti. In tutte le fasi della lavorazione, dalla scrittura al lavoro con gli attori, fino a quello sulla musica, la mia preoccupazione principale è stata di mantenere quest’equilibrio tra realismo e levità”. Così Valerio Mieli presenta il suo primo film. Dopo essersi diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia il giovane regista approda al grande schermo con un progetto nato tra le aule del CSC e prodotto completamente entro i suoi confini. Ed indubbiamente ci troviamo davanti ad un esordio ben riuscito. La sua è la narrazione del prologo di un amore portato avanti per quadri fotografici, con un susseguirsi di istantanee rubate dalla vita di due ragazzi simili eppure così distanti. Lo spettatore si muove in maniera intermittente all’interno delle loro giornate senza mai soffermarsi abbastanza da poter assaporare la fine dell’inverno, senza mai veder sorgere il sole sulla laguna veneziana. Non sappiamo cosa davvero accada a Camilla e Silvestro nel momento in cui non li spiamo, possiamo solo immaginarlo dalle conseguenze proposte dalla scena successiva. Un modo di raccontare una storia originale e dal particolare impatto emotivo: non istruendo un pubblico onnisciente, il regista mostra solo ciò che vuole far vedere, sottolineando cosa per lui è davvero importante, ponendo l’accento sul momento esatto in cui i meccanismi scattano e la vicenda prosegue. Così ci si ritrova a vedere come fondamentali eventi che contrariamente ci sarebbero sembrati di importanza secondaria: il portarsi insieme ai bagagli un oggetto ingombrante ma che ci da sicurezza come una lampada o un alberello, o il simbolismo conferito a delle lumache che segnano i primi anni del rapporto tra i due protagonisti. Quella tra Camilla e Silvestro è una storia d’amore che passa attraverso l’inverno, dieci esattamente, stagione normalmente nota per la sua rigidità, per il freddo che congela qualsiasi cosa, anche sentimenti e comportamenti. Un vivere ibernati all’interno di una propria concezione che viene costantemente sottolineato dalla fotografia di Marco Onorato (Fortapàsc) che, spostandosi tra Venezia e Mosca, ritrae una storia apparentemente fredda dove i protagonisti, piuttosto che i colori, sono i sentimenti, posti in continuo equilibrio dinamico. La luce calda, come uno spiraglio di speranza, appare solo in momenti ben oculati, quando le barriere che sembrano intrappolare Camilla e Silvestro, finalmente esplodono. A dare vita a Dieci inverni c’è anche un cast giovane che vede a capo Isabella Ragonese (Oggi sposi, Il cosmo sul comò) e Michele Riondino (Il passato è una terra straniera), entrambi in buona sintonia con i proprio ruoli, affrontati in modo delicato e mai sopra le linee. Attori che crescono con il passare del tempo filmico e maturano sia nelle espressioni che nei gesti, naturali anche quando sono più inclini alla fiaba che alla realtà. Il progetto è insomma una miscela ben dosata di esperienza tecnica ed emozioni, una storia ben raccontata anche grazie alle suggestive atmosfere musicali create da Francesco de Luca ed Alessandro Forti. Durante il matrimonio di Liuba fa la sua comparsa anche un insolito invitato (Vinicio Capossela) che, con la sua “Parla Piano”, regala un momento intenso e piacevole.
Dieci Inverni è il progetto di un gruppo di persone giovani, per la maggior parte provenienti dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ben ideato e costruito. Molti sono i tratti positivi apprezzabili all’interno della pellicola che mostra una storia d’amore da un’angolazione solitamente poco sfruttata dal mondo del cinema. Tra atmosfere suggestive e cieli grigi, lo spettatore arranca accanto ai due protagonisti inseguendo un lieto fine che è sperato ma non assicurato. Decisamente una buon risultato per il primo cortometraggio di Valerio Mieli, davanti al quale si aprono così le porte del cinema italiano.
di Antonella Murolo, da “everyeye.it”

Giudizio (max 5): 3 e mezzo
Non ci sono “dieci anni da narrare l’uno all’altro” ma inverni che scorrono, uno dietro l’altro, nella fredda e nebbiosa Venezia. Silvestro e Camilla si conoscono il primo giorno della nuova vita nella nuova città, sul vaporetto, lei si porta dietro una curiosa lampada e lui un alberello di cachi. Lei arriva da un posto non troppo lontano, è venuta in barca, abbiamo visto un padre premuroso salutarla e darle raccomandazione. Lui sembra arrivare da un’altra dimensione, con l’aria stralunata e il fare confuso.
Si piacciono da subito, e questo lo capirebbe anche il più ingenuo degli spettatori, ma non lo capiscono troppo bene loro, o forse lo capiscono ma non lo ammettono a loro stessi: forse devono solo imparare ad amarsi. Del resto, siamo solo al primo inverno, ne mancano ancora nove.
Malgrado si possa immaginare fin da questa prima scena dove il film vada a finire, ogni inverno è un motivo in più per vedere cosa succede, cosa nutre ancora questa long-lasting relationship. Alcune cose sono chiare, altre piano piano ognuno vedendole sullo schermo se le immagina come vuole, come tutti i film in cui le esperienze (personali) possono modificare sostanzialmente la recezione degli eventi e delle atmosfere messe in scena.
Camilla (Isabella Ragonese, meravigliosa nella sua finta goffaggine) e Silvestro (Michele Riondino, al naturale quasi fosse vero e non attore) sono i protagonisti assoluti, gli unici attori di Dieci inverni, dai 19 ai 29 anni. Siamo a Venezia, ma con puntate a Mosca (il film è infatti coprodotto dalla Russia) e nel paesino di campagna dove abita il padre di Camilla. I due non invecchiano mai, e questo un po’ pesa nello scorrere degli eventi. Già a metà film ci si affeziona a loro, sembra di sapere chi sono questi due che vediamo sullo schermo, quali sono le loro abitudini e come reagirebbero a determinate situazioni, ma se si è a caccia di una psicologia più “completa” dei protagonisti si rimanda al bel libro omonimo uscito a metà novembre per Rizzoli che è una sorta di romanzo desunto dal film, ad opera dello stesso Valerio Mieli.
Dieci inverni è un bel film, una storia non banale e preziosa, raccontata con passione e attenzione, un film ben girato e che sfrutta al meglio le possibili location di una città atipica come Venezia rendendo bene anche la dinamica di opposizione con la campagna e con la metropoli russa. Dieci inverni possono sembrare troppi: ma uscendo dalla sala può capitare di sentirli ancora dentro e di camminare per strada pensando ai personaggi che si sono appena incontrati in sala.
di Valerio Mieli, da “zabriskiepoint.net”

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