Di me cosa ne sai

Documentario che si interroga sull’involuzione del cinema italiano avvenuta dopo gli anni Settanta e sulla crisi che si è ripercossa su distribuzione ed esercenti, chiamando in causa molte personalità importanti che tentano di trovare una risposta…


Presentato nella Sezione “Giornate degli Autori”, Di me cosa ne sai è una sorta di inchiesta documentaristica che cerca di andare alla radice della crisi del cinema italiano, situazione dimostrata sia con dati alla mano, sia quantificando la chiusura di sale cinematografiche, sia con testimonianze. Tra immagini di film che hanno fatto la storia del cinema italiano e il racconto frammentario delle disavventure circa la mancanza di fondi – in questo caso, dovuta al fallimento del produttore – che un regista deve affrontare anche per anni per poter terminare il suo progetto, vengono presentate opinioni ben precise. Tra le tante cose, viene detto apertamente che la televisione commerciale ha penalizzato la fruizione del cinema nelle sale cinematografiche, contribuendo alla chiusura di molte di loro, e viene ricordata la battaglia legale intrapresa da Federico Fellini contro Silvio Berlusconi per ottenere il divieto di interrompere la trasmissione dei film con spot pubblicitari.

Tra le tante personalità competenti chiamate in causa spiccano nomi non solo italiani – come Liliana Cavani e Mario Monicelli – ma anche di grandi registi stranieri quali Ken Loach e Wim Wenders. È però il produttore Dino De Laurentiis ad azzardare l’ipotesi più estrema sul motivo per il quale dopo gli anni Settanta il cinema italiano è tramontato, almeno a livello internazionale,  indicando nella Legge Corona una ragione eventuale. Dal momento che con la Legge Andreotti, spiega il produttore, il cinema italiano aveva avuto benefici e non c’era motivo di modificarla, non si trova una logica che spieghi l’introduzione di una legge invece penalizzante, per la promulgazione della quale qualcuno deve essere stato pagato.

Al di là di questa e altre supposizioni, il documentario resta comunque critico nel volere andare a fondo nei fatti facendo il giusto esame di coscienza sul lavoro del regista del quale, inoltre, vengono evidenziate le difficoltà. Infine, il film indaga anche sulla logica dell’auditel spiegando come nei telegiornali si scelga il tipo di notizia da comunicare in base ai risultati e non a un puro servizio di informazione.

di Tiziana Cappellini, da “cinefile.biz”

 

Che fine ha fatto il cinema italiano? A trent’anni da La Macchina cinema di Agosti-Bellocchio-Petraglia-Rulli, Di me cosa ne sai, il bel documentario di Valerio Jalongo, prodotto da Cinecittà Luce e presentato durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori (nelle sale dal 16 ottobre), cerca di dipanare quello che nel corso del film si delinea come l’ennesimo “mistero italiano”.

Jalongo, regista “intermittente” che per vivere fa l’insegnante, il cinema lo ha frequentato fin da piccolo, grazie allo zio produttore. Tra interviste, materiali d’archivio e spezzoni di celebri film, la sua indagine comincia col ripercorrere a ritroso le fortune del nostro cinema individuando negli anni Settanta il punto di svolta per una cinematografia che, dal Neorealismo in poi, aveva ottenuto non solo riconoscimenti e prestigio internazionali, ma anche ottimi riscontri commerciali sia in Patria che all’estero.

Cosa accadde dunque in quel turbolento decennio, e soprattutto perché? Nel 1972 la legge italiana sul cinema cambia, riservando i sussidi statali solo ai film al 100% di produzione italiana: è l’atto che fa “fuggire” negli Stati Uniti uno dei produttori più famosi e attivi, Dino De Laurentiis. Tre anni dopo, con l’appoggio politico dell’allora PSI, inizia l’avventura della tv commerciale. Nell’intreccio fra gli interessi di Hollywood, per cui l’industria cinematografica è appunto solo un’industria, e quelli della tv commerciale, la macchina-cinema inizia ad essere smontata pezzo per pezzo, complice anche un sistema dissennato di attribuzione dei fondi pubblici.

Il risultato è quello che emerge dalle numerose interviste con registi costretti a ricomprare metri di girato per poter finire il film dopo il fallimento del produttore, oppure “parcheggiati” per anni in attesa dei finanziamenti, mentre l’entusiasmo inevitabilmente si trasforma in esasperazione. Tra gli intervistati ci sono veterani come Liliana Cavani, Vittorio De Seta, Peter Del Monte, ma anche i giovani registi dei collettivi Ring e Centautori. Un risultato molto più grave della depressione di alcuni registi è esemplificato dai ragazzini che si accalcano alle porte del Teatro 5 di Cinecittà, dove Fellini ha girato alcuni dei suoi capolavori, e oggi set di “Amici”. Interrogati su chi sia Fellini, questi ragazzi smaniosi di far parte del pubblico della trasmissione appaiono completamente smarriti.

In mezzo a tanta desolazione emergono figure quasi eroiche, come l’intrepido gestore dello storico cinema Mexico di Milano che ha tenuto in programmazione per mesi “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, o l’anziano proiezionista ambulante calabrese, o ancora il collezionista lucano che negli anni ha raccolto in un vecchio fienile migliaia di preziose pellicole. Tra i tanti pezzi del puzzle che compongono il delitto perfetto perpetrato ai danni del cinema italiano, il film di Jalongo ci ricorda anche un episodio quasi dimenticato: la battaglia legale sulle interruzioni pubblicitarie dei film trasmessi in televisione, che vide contrapporsi alcuni registi, tra cui proprio Fellini, ai canali televisivi di proprietà dell’attuale Presidente del Consiglio.

La sconfitta nelle aule del tribunale venne sancita definitivamente da un referendum popolare, che vide esprimersi la maggioranza degli italiani, già ammaestrata da anni di tv spazzatura, in favore delle interruzioni. Il film come prodotto, non più opera dell’ingegno: così lo concepisce Hollywood, che nell’immettere i suoi prodotti sul mercato ha deciso di sbaragliare ogni possibile concorrenza. E’come se, afferma Ken Loach verso la fine del film, nelle gallerie d’arte e nei Musei di tutto il mondo venissero esposte solo opere di artisti americani: sarebbe ridicolo, assurdo, impensabile. Eppure è proprio quello che sta accadendo per il cinema. Da noi, in più, ci sono i tagli ai già scarsi finanziamenti, che colpiscono tutti i settori della produzione culturale. E dopo le recenti esternazioni del Ministro Brunetta in quel di Gubbio, sperare in tempi migliori appare una lontana utopia.

di Vega Partesotti, da “nonsolocinema.com”

 

“Oggi Salò di Pasolini sarebbe ancora possibile?”. Se lo chiedeva il 7 maggio due anni fa Bernardo Bertolucci , seguito dagli applausi di un gremito Ambra Jovinelli, Roma. L’occasione vedeva riunito il mondo del cinema a protesta degli ennesimi tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo. Con coraggio e pazienza, Valerio Jalongo è partito da lì per mostrare il suo documentato e appassionato viaggio alla scoperta dei veri problemi che affliggono il cinema italiano oggi. Che non sono solo di ordine economico. Di me cosa ne sai , è il titolo perentorio-provocatorio del suo lavoro che – organizzato come doc-intervista – si pone l’obiettivo di sondare alla radice le motivazioni di un sottotitolo: “Negli ultimi 30 anni sono spariti milioni di spettatori”. Le sale si sono svuotate, molti cinema cittadini hanno chiuso. La fisionomia dell’evento cinematografico ha subito una mutazione forse irreversibile. La ricerca dei motivi di tutto questo è il cuore del film. Tra gli imputati il crescente prevalere della forza attrattiva della televisione, la nascita dei multiplex periferici, la pirateria. La carrellata di interviste non risparmia nessuno: dal leggendario produttore Dino De Laurentiis in fuga americana negli anni ’70 ai ragazzi che vendono i pop corn nelle multisale, dal signor Sancassani – il coraggioso esercente del Mexico di Milano – a Vittorio De Seta , passando per critici, tanti registi anche internazionali come Ken Loach , attori, distributori, montatori, sceneggiatori. Il movimento Centautori, il gruppo di Ring. Chiunque possa dire la sua, dare un contributo. Parallelamente scorrono le vicende di Felice Farina , regista indipendente che al fallimento del produttore, ha dovuto comprare la moviola del suo ultimo lavoro, La fisica dell’acqua , per ultimare il quale ha peregrinato di porta in porta, spesso senza risultati. “La non continuità del lavoro creativo crea aridità”, dice Farina, con il palese sconforto di chi ha quasi smesso di crederci. Ambulante è anche l’anziano proiezionista Imineo, calabrese, che con pizze sotto braccio si ricava spazi incredibili pur di mostrare perle del cinema. Ed è bello entrare nell’antica cineteca di Oppido Lucano dove ancora sono accatastate pellicole introvabili: è qui che giace anche una copia de Al di là del bene e del male di Liliana Cavani , una delle tante produzioni di Silvio Clementelli, ricordato dal Jalongo per essere stato uno dei veri indipendenti coraggiosi. Oggi è videocrazia . Scorrono le immagini di 28 anni fa, quando Federico Fellini si scagliò contro “questo industriale del nord, proprietario di tutti i miei film che li taglia e deturpa per trasmetterli nelle sue tv”. Ne risultò il famoso contrasto che sortì nel referendum per abrogare l’interruzione pubblicitaria nei film trasmessi sulle reti commerciali. La voce del grande regista non fu ascoltata dagli italiani. Il famoso industriale oggi è il Presidente del Consiglio….

da “cinematografo.it”

La rabbia di Fellini e dei 100 autori

di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Un documento struggente e pieno di informazioni, questo di Jalongo che racconta com’ era bello e ricco il nostro cinema non solo nei ‘ 60 ma nei ‘ 70. Sveglia il passato trionfale di Bellocchio e Pasolini sui multiplex periferici d’ oggi con un discorso politico: Silvio fa il critico tv e Fellini inveisce, con spirito, contro gli spot nei film, mentre la fine della monosala è la fine di una cultura e civiltà del cinema. Finale coi 100 autori riuniti rabbiosi a Roma: gli stessi che, a Venezia, ahimè si dimenticano di protestare. Voto 7
Da Il Corriere della Sera, 16 ottobre 2009

Se i ragazzi dei reality non sanno chi è Fellini

di Paolo D’Agostini La Repubblica

Il regista ha provato a ricostruire e raccontare ciò che è venuto dopo “l’ avventurosa storia del cinema italiano”, quella gloriosa e leggendaria affidata a questo mitico titolo da un famoso libro di Goffredo Fofi e Franca Faldini. Si parte infatti dal tracollo degli anni 70. Dalle stagioni sfiduciate in cui ha iniziato a muovere i primi passi il cinema italiano di oggi. Non è a tutto campo lo sguardo di Jalongo. Un po’ per necessità, perché si è dovuto accontentare di citare la library alla quale poteva più facilmente accedere, quella di suo zio produttore Clementelli. Un po’ per scelta, affidando al collega Felice Farina il compito di guida tra delusioni e passioni di una generazione. A un certo punto vengono intervistati i ragazzi che partecipano ai provini per un reality a Cinecittà. Provengono da una scuola intitolata a Federico Fellini ma, a domanda, nessuno sa dire chi fosse questo Federico Fellini.
Da La Repubblica, 16 ottobre 2009

 

Glorie passate e attuali miserie dello schermo

di Alberto Castellano Il Mattino

Presentato a Venezia alle Giornate degli autori, «Di me cosa ne sai» nasce dalle riflessioni del movimento Centoautori – del quale in qualche modo il regista Valerio Jalongo si fa portavoce – e dall’esigenza di ripercorrere la storia del cinema italiano per indagare e comprendere meglio i motivi e le responsabilità della crisi attuale. Con un montaggio serrato di sequenze, interviste, materiali di repertorio, frammenti della vita politica, culturale e televisiva degli ultimi trent’anni, il documentario vuole andare oltre le mistificazioni, gli equivoci, i luoghi comuni, le posizioni demagogiche che accompagnano da anni le analisi del difficile momento che sta attraversando la nostra cinematografia e cerca di individuare una zona di approfondimento che non sia vanificata dalla semplice contrapposizione tra le glorie passate e le miserie odierne del cinema made in Italy. Con il filo conduttore e il contrappunto grottesco della storia semiseria interpretata dal regista Felice Farina, coautore della sceneggiatura, Jalongo parla della decadenza culturale del nostro Paese, dello strapotere televisivo che ha vampirizzato il cinema, dello status di precari degli autori impegnati nella difesa del proprio lavoro.
Da Il Mattino, 17 ottobre 2009

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