Capitalism: a love story

Se prendiamo per vera l’affermazione dello stesso Michael Moore che vuole che il regista si dedichi (per ora) ad almeno due pellicole a soggetto, possiamo dire che il suo ultimo documentario è la chiusura, forse provvisoria ma ideale, di un percorso iniziato esattamente vent’anni fa. Un cerchio che si chiude, ma potrebbe restare aperto per un non di certo improbabile ritorno del regista al documentario.

Esattamente vent’anni fa infatti Michael Moore esordiva con un documentario a suo modo brillante e notevole, Roger & Me, con il quale denunciava il comportamento della General Motors del suo paese d’origine, Flint, nel Michigan, colpevole di aver licenziato 30mila operai di punto in bianco. Oggi Moore denuncia un sistema ben più grande, mostruoso e capillare nel quale l’America ha ben imbevuto le sue fondamenta: il capitalismo, che fa fuori 14000 posti di lavoro al giorno.

Con i suoi documentari il regista è partito quindi da un grave problema economico in periodo reaganiano, è tornato sul tema con The Big One, per poi passare all’industria delle armi (Bowling a Columbine, il suo lavoro migliore), all’amministrazione Bush e ai presunti brogli delle elezioni del 2000 (Fahrenheit 9/11), ed infine al sistema sanitario americano (Sicko). Dopo aver narrato quindi le contraddizioni del sistema di un paese che, dichiarandosi democratico, ha però spesso dimostrato tutto il contrario, ritorna al punto di partenza per tentare di tirare le fila del discorso. E ci riesce, con un film decisamente arrabbiato.

Sembra proprio che Moore ci dica che tutti i problemi riscontrati nei film precedenti abbiano un minimo comune denominatore, senza il quale forse non sarebbero nemmeno sorti. E questo minimo comune denominatore è proprio il soggetto del film, il Male in assoluto: il capitalismo. Un sistema che Moore va ad analizzare con il suo solito metodo, fatto di materiale di repertorio e soprattutto tante interviste, partendo da persone a cui è stata pignorata la casa ad altre che hanno perso un parente sul quale l’azienda per cui lavoravano ha messo a loro insaputa un’assicurazione sulla vita (!!).

E poi c’è il tentativo del regista di sentire vis-à-vis l’1% della popolazione americana (il resto del 99% costituisce la popolazione più povera, che non si ribella solo perché sogna di essere anch’essa prima o poi nell’1%: è l’American Dream, bellezza!), come quando tentava di provare ad intervistare Roger Smith, presidente della GM che non era riuscito ad incontrare in Roger & Me. Ma è anche vero che questa volta il “nemico” non è una persona, ma una rete teorica che ha messo le mani ovunque ed ha scatenato una delle più grandi crisi economiche che l’uomo ricordi, e che Moore paragona senza esitazione a quella del ‘29.

Populista, semplicista e non privo di contraddizioni, Michael Moore conferma però in Capitalism: A Love Story, presentato in concorso a Venezia e giustamente acclamato da critica e pubblico, una delle sue doti fondamentali: la sincerità del suo obiettivo, che è dichiarato e di parte, e per questo capace di far scegliere a ognuno se credere o meno a quel che vede sullo schermo. Non è forse chiaro che l’ala politica del regista sia limpida e chiara a tutto il pubblico? E del resto Moore conferma le sue qualità di regista, con un senso dell’ironia mai banale ed un senso del ritmo irresistibile, che anche i detrattori non potranno non riconoscergli.

E il suo ultimo lavoro, descritto dallo stesso Moore come una vera e propria storia d’amore, quasi un melodramma che finisce in tragedia, riesce anche a ripercorrere tappe fondamentali della Storia americana, da Roosvelt all’edonismo reaganiano, dal passaggio da Bush a Obama, a cui Moore dedica una parte del film molto commovente. E alla fine si capisce decisamente bene e in modo chiaro, diretto, divertito e preoccupato l’idea-base del suo autore, questa volta meno presente ed ingombrante rispetto ad altre sue pellicole ma ancora molto incisivo: “capitalismo” è una parola che stride con “democrazia”. Sono due termini che non possono e non devono convivere. Forse, in un ipotetico dizionario di Michael Moore, li troveremmo assieme solo nel capitolo dei “Contrari”.

da “cineblog.it”

La recente crisi finanziaria che ha colpito tutto il mondo è il tema del nuovo documentario di Michael Moore. L’inizio vede protagoniste numerose famiglie statunitensi vittime di sfratti ingiusti che, dopo un’accurata analisi del Sistema, tornano in campo perché forse qualcosa è cambiato…

Capitalism non fatica a catturare l’attenzione dello spettatore, che assiste a un documentario che nella serietà della sua tematica nell’approccio ai fatti mescola sarcasmo, umorismo, commozione e addirittura sacro e profano, ottenendo in tutti i casi un buon impatto. A ciò contribuiscono anche il ritmo del montaggio e l’utilizzo della musica a punteggiare un documentario sferzante, così come altre musiche (fra le quali, curiosamente, è riconoscibile la colonna sonora di Sleuth, di Kenneth Branagh) sottolineano adeguatamente momenti di pathos. Inoltre, dal punto di vista temporale, sono mescolate immagini – tratte da vecchi repertori risalendo fino al lontano 1936 – che supportano la documentazione dei fatti, mentre una voce fuori campo spiega e raccorda le varie sequenze.

Michael Moore intervista gente comune e personaggi autorevoli – dalla finanza alla politica – e mostra le immagini della sua famiglia che documentano il suo essere “figlio del capitalismo”. L’America viene messa sotto accusa ripercorrendo le presidenze secondo Moore colpevoli di avere alimentato un capitalismo insano derivante dallo sviluppo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Allora il capitalismo ha reso felici le vite di molte famiglie statunitensi, compresa quella del regista stesso, ma fin da allora l’altro lato della medaglia è che ciò avveniva a spese altrui. Il capitalismo è qui messo sotto accusa nel suo meccanismo che appunto rincorre il profitto attraverso la gestione del migliore, a scapito però dei perdenti e degli sfortunati.

La logica del capitalismo che Moore accusa è anche quella che non solo esclude risvolti umani, ma che anzi mercifica l’essere umano stesso. Nell’analisi impietosa che ne viene fatta, del capitalismo emergono aspetti poco noti e sorprendenti quali polizze assicurative stipulate da grosse aziende per arricchirsi in caso di morte dei propri dipendenti e altri aspetti inquietanti dell’intero sistema vengono altrettanto denunciati. Moore sottolinea come nel sistema finanziario statunitense la politica si è inserita per salvare i più ricchi a scapito dei cittadini che, pur in una democrazia, non si sono visti tutelati in occasione del salvataggio finanziario votato dal Congresso. Non solo: i cittadini hanno visto poi riutilizzare i loro stessi soldi investiti in questo salvataggio a beneficio di banche e grosse aziende.

Insomma: il tema è scottante e gli argomenti sono numerosi, così come può essere soggettiva l’ottica di chi li ha trattati e la sua opinione politica. Tuttavia, resta il fatto che la documentazione degli eventi e le teorie avanzate da personaggi autorevoli sono invece dati oggettivi che svelano aspetti sui quali aprire gli occhi, o anche solamente riflettere.

di Tiziana Cappellini, da “cinefile.biz”

“Stai dalla parte di chi rapina le banche o di chi le ha fondate rubando?” Questo è l’assunto brechtiano che sta alla base dell’ultimo film di Michael Moore, che inizia proprio mostrando le immagini delle telecamere interne delle banche durante rapine più o meno scalcinate: niente colpi spettacolari ma disgraziati in tuta, pistola, bavaglio e sacchetto di plastica che fanno pensare più al Woody Allen di Prendi i soldi e scappa che al Clive Owen di Inside Man, tanto che, alla fine del film, sussistono pochi dubbi su quale parte preferire. Per certi versi il film potrebbe anche finire qui in queste riprese sgranate da real tv, c’è già tutto: la disperazione degli improvvisati rapinatori e la compostezza degli impiegati delle banche che li lasciano fare nella certezza di non rischiare niente. Ma ovviamente Moore va oltre, molto oltre.

Al contrario di Videocracy di Erik Gandini sulla “presa del potere” di Silvio Berlusconi, che per non complicare troppo il discorso lavora per sottrazione, tant’è che incentra il film solo su Lele Mora e Fabrizio Corona Moore, come sempre, procede per accumulazione. Ecco che nel suo film troveremo: il “ceto medio” rovinato dai mutui e dalle ipoteche sulle case, i piloti con il doppio lavoro, la General Motors, le banche, i derivati, il fallimento della Lehman Brothers, la disoccupazione, il socialismo, la chiesa, la costituzione, Albert Sabin, Roosvelt, Carter, Reagan, Bush Jr., Obama, le lobbies perfino l’uragano Katrina, oltre, ovviamente, al capitalismo del titolo. Così facendo, però, il rischio è quello di mettere troppa carne al fuoco e far un po’ di confusione nella testa di chi guarda.

Da ormai venti anni (Roger & me è del 1989) i film di Michael Moore sono un genere a sé e Capitalism: a Love Story non tradisce le aspettative, rientrando a tutti gli effetti in questo genere di film, che si compone del solito mix di storie toccanti di gente comune, interviste, filmati di repertorio, telegiornali, il tutto condito dai consueti siparietti comici più o meno efficaci. Ciò che viene fuori è la documentazione di un punto di vista, o meglio, l’esposizione di un teorema ben preciso, ma realizzato come se fosse il working progress di una presa di coscienza, in cui il narcisismo e l’autoreferenzialità del regista la fanno da padrone (prende di nuovo la sua famiglia come esempio tipico di american way of life degli anni ’50 e ’60).

L’idea che si ricava vedendo il film è che ciò che sta succedendo negli Stati Uniti in questo periodo sia la degenerazione di una teoria tutto sommato giusta: non si mette in discussione il capitalismo tout court, ma, casomai, come è stato frainteso. Solo in un’intervista ad un supermanager se ne intuisce la vera natura, quando questi dice di vedere nel capitalismo una necessità e nella democrazia un accessorio, Insomma, il capitalismo è un sistema che asseconda la natura umana senza pensare minimamente di correggerne i limiti, quindi la crisi che stiamo attraversando oggi non è un equivoco ma una possibilità perfettamente compatibile con questo tipo di economia (in proposito basta vedere le complicatissime espressioni matematiche che stanno alla base di quei prodotti bancari tristemente noti come “derivati” e l’impossibilità a spiegare cosa siano da parte di chi ha contribuito a crearli).

Resta, comunque, il fatto che i film di Michael Moore, pur non avendo niente a che fare con il cinema ed ancor meno con il documentario, sono indubbiamente necessari, soprattutto per il lavoro di ricerca e valorizzazione delle riprese amatoriali che diventano i veri scoop del film, riuscendo così a veicolare informazioni e situazioni che altrimenti resterebbero totalmente nascoste dall’inevitabile censura. Dopo la crisi dell’industria automobilistica (Roger & me), le stragi nelle scuole (Bowling for Columbine), la guerra in Iraq (Farenheit 9/11) e l’inesistenza del sistema sanitario americano (Sicko), finalmente Moore ha puntato in alto trovando la causa che sta alla base di tutto ciò. E adesso, quale sarà il prossimo bersaglio?

Comunque la vera notizia contenuta in Capitalism: a Love Story ci riguarda molto da vicino ed è quella che le costituzioni di Italia, Germania e Giappone le hanno scritte gli Stati Uniti. Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro, se c’è, batta un colpo.

di Luigi Nepi, da “drammaturgia.it”

Crisi è stata la parola più usata quest’anno, Michael Moore non poteva non provare a trovare una risposta alle tante domande che ci si è fatti a riguardo. Iniziato sedici mesi fa, il film si chiede che ne è stato del sogno americano e della classe media che lo alimentava. Moore ricostruisce, così, il processo di deregulation che ha portato alla follia finanziaria che è la causa della crisi. Ma soprattutto, il regista si occupa della deregolazione etica che c’è dietro tutto questo.

I documentari di Michael Moore fanno comunque scalpore. Viene da chiedersi, vedendo un film di denuncia, che senso ha farne una recensione: l’importante è che le informazioni vengano trasmesse. Ma con Capitalism: A Love Story, è diverso. Se in Sicko e Fahrenheit 9/11 il regista puntava soprattutto a far luce su un problema circoscritto (la sanità), o su un sistema di relazioni troppo complesso per essere nascosto dalla paura, qui non c’è nessuna rivelazione. A parte la denuncia del comportamento delle aziende che stipulano assicurazioni sulla morte dei propri dipendenti, il resto lo sapevamo già. I pignoramenti sono sulle pagine di tutti i giornali, così come le relazioni tra l’Ufficio del Tesoro sotto l’amministrazione Bush e Wall Street. E pure le critiche a Timothy Geithner sono frequenti.
Michael Moore ha voluto, e lo dice già il titolo stesso, costruire una storia, un film con una trama, che appassiona e traccia l’evoluzione della società americana. Il capitalismo che abbiamo creato è ingiusto, è sotto gli occhi di tutti, eppure, negli Stati Uniti, nessuno lo mette in discussione. Con questo film che in un certo senso è anche storico, in quanto mette in scena il declino morale di un Paese durato oltre mezzo secolo, è come se Moore fosse alla ricerca dell’identità americana. Per questo fa appello addirittura a Franklin Delano Roosevelt, per poi passare alle piccole storie di resistenza contemporanea.

Il film è costruito in maniera sapiente, e alterna scene di ordinaria tragedia, commoventi ma senza esagerare, a ricostruzioni del lavoro del Congresso, e storie di piccole vittorie. Come al solito nessuna pretesa di completezza o obiettività (ovviamente i tentativi di parlare con alti dirigenti delle banche, e addirittura con Paulson, responsabile del Tesoro sotto George W. Bush, sono tutti falliti). Ci sono tante obiezioni che si possono fare nel merito, sia sulla riuscita di un sistema di piccole cooperative come quelle mostrate, sia sull’assolutezza del male rappresentato dal capitalismo (come recita una frase del film). Ma non è questo il punto. Il punto è rendersi conto che qualcosa si è rotto nel sistema e darsi da fare. Moore, in qualche modo, sembra rifuggire al ruolo di guru che gli è stato affidato. Non dà soluzioni di sorta, semplicemente invita ad usare la testa. Ed è già tanto, soprattutto perché la forza del film sta anche nell’intelligenza con cui è stato costruito.
Moore è ironico, e questo lo sapevamo già. In Capitalism: A Love Story dà il suo meglio con trovate divertenti come i finti doppiaggi di alcuni film, e con una scelta eccellente delle musiche della colonna sonora.
E’ un film fatto con cura in ogni suo aspetto, la stessa cura che Moore dimostra per il popolo del suo Paese, riassunta nella frase che conclude l’opera.

di Ludovica Gazzé, da “novellevague.eu”

Chi la chiama astuzia imprenditoriale, chi coerenza autoriale. Come già accaduto a molti cineasti eccesivamente – e incautamente – beatificati dal pubblico e dalla critica, e successivamente esposti troppo a lungo alla luce dei riflettori, anche Michael Moore ha dovuto fare i conti, da un certo punto in poi della sua carriera, con un’ostilità diffusa che ha cominciato a serpeggiare presso coloro che ne hanno magnificato le doti oltre ogni misura all’indomani di Bowling for Columbine. L’oltraggio della Palma d’Oro per Fahrenheit 9/11 ha fatto il resto, e così il regista embedded per eccellenza del cinema americano, quello che in snickers, t-shirt oversize e troupe ENG al seguito si gettava all’assalto dei luoghi del potere costituito cercando di tirare fuori dalle bocche solitamente cucite degli stati generali di questa o quella istituzione delle verità scomode, o almeno un involontario motto di spirito da ritorcergli contro in fase di montaggio (chi può dimenticare il “Find a real job!” rivoltogli a voce alta da George W. Bush e finito prontamente nel footage di Fahrenheit 9/11?), è stato oggetto di attacchi gratuiti da destra e – paradossalmente, in particolare – da sinistra, di libercoli denigratori, biografie non autorizzate tutte in negativo, persino di un pamphlet cinematografico girato à la Michael Moore per dimostrare quanto Michael Moore sia ipocrita e opportunista (il film è Manufacturing Dissent, ed è firmato dai cineasti canadesi Rick Caine e Debbie Melnyk). In realtà, il tempo gioca a favore del regista di Flint, Michigan, e malgrado Sicko sia stato un successo in patria mentre all’estero è circolato molto meno rispetto ai suoi film precedenti, il fatto che Moore rimanga tuttora sulla altbreccia, a cinquantacinque anni suonati e con la stessa carica abrasiva di quando, ventitré anni fa, in Roger & Me, si gettava all’inseguimento (vano) del presidente della General Motors, dimostra che forse gli esiti sono altalenanti dal punto di vista artistico, ma sul piano degli intenti la bontà di quelli di Moore, anche quando si fanno demagogici o sentenziosi, non teme “riflussi critici” di sorta.
Forse è anche per evitare che vengano ancora sprecati fiumi di inchiostro e metri di nastro digitale sulla questione se Moore sia buono o cattivo, che lo stesso regista ha inteso concepire il suo quindicesimo lavoro fra film per il grande e serie per il piccolo schermo come una specie di summa, di compendio, di ricapitolazione, chissà quanto volontaria e consapevole, del suo cinema precedente, in particolare quello più militante e incazzato. Partendo da un topic che più massimalista non si può, in Capitalism: A Love Story Moore ricorre ancora più spesso di quanto non facesse in precedenza alla forma diaristica, alle interpolazioni autobiografiche, alle confessioni a microfono aperto, che sembrano ancora più “recitate” che non in passato. D’altronde, quella con il capitalismo è per l’appunto una storia d’amore, e pertanto qualche inflessione, per così dire, “melodrammatica”, non stona nella scansione di eventi che hanno l’incedere fosco, ossessivo e maledetto di un film di Douglas Sirk.
Una storia d’amore, dunque, anzi un amour fou che, secondo Moore, sta conducendo al baratro l’economia americana, e di riflesso l’intero sistema economico globale. Semplificando un po’ le cose, Moore contrappone il sistema capitalistico al sistema democratico; chi tende a sovrapporre semanticamente queste due locuzioni deve fare i conti con l’elementare evidenza delle prove portate a suffragio dal regista: nella Costituzione Americana non si fa mai menzione del sistema capitalistico e delle logichealt particolare sul fatto che tutti i cittadini americani abbiano diritto agli strumenti necessari a garantire loro la soglia minima di benessere. Secondo la Costituzione Americana, i ricchi non dovrebbero essere troppo ricchi, e i poveri non troppo poveri, e questo a qualcuno in America ricorda lo spauracchio del socialismo. Anche Barack Obama evoca certi fantasmi: a Sarah Palin, ad esempio, che accusa senza mezzi termini l’allora candidato democratico alle presidenziali di professare idee socialiste; o al suo collega Arnold Schwarzenneger che afferma di essere fuggito dall’Europa – dalla democraticissima Austria – per timore del socialismo che premeva da est (strano, perché lì steroidi e anabolizzanti erano legalizzati); o al mitico Joe the Plumber, l’uomo del profitto imperanti, si punta invece in più di un passaggio sul concetto di democrazia e sulle sue implicazioni sociali, in della strada, l’emblema della classe operaia Yankee con il microfono aperto sotto il naso, che non si fidava di Obama perché temeva per la sua casa, i suoi risparmi, l’avvenire dei suoi figli. Ma ancora una volta si fa confusione: sembra quasi che ci sia un timore diffuso nel collocare la democrazia in un suo ambito definito, di dotarla di un’identità propria senza “appoggiarla” abusivamente su uno dei due poli dialettici che hanno governato il mondo durante il secolo scorso.
La realtà, sembra dire Moore, è che il mondo non vuole la “vera” democrazia, quella che postula una equa divisione delle risorse, parità di diritti e accesso garantito ad alcuni beni e servizi di base come la casa, il lavoro, la sanità, l’istruzione… E a non volerla sono soprattutto i maggiorenti, coloro che montano la guardia allo status quo. Moore guarda a destra e a sinistra e nota che sono praticamente le stesse corporations ad aver finanziato le campagne elettorali di repubblicani e democratici: cosa avranno voluto in cambio?
Amore maledetto, dunque, di quello che consuma fisicamente e mina l’autostima alle fondamenta. Di quello per il quale ci si annulla, si mortifica la propria dignità. Amore sadomaso, in cui ci si fa male. Come quando gli Stati Uniti derubricarono gli emendamenti alla Carta dei Diritti promossi – e promessi – dall’appena defunto Presidente Franklyn Delano Roosevelt, emendamenti che “obbligavano” gli americani ad avere una casa, un lavoro, un’assistenza familiare, un’educazione scolastica completa. Perché l’amour fou non conosce benessere, con esso si gode solo quando si soffre. Secondo questa logica – e secondo Moore -, il collasso del sistema capitalistico che si sta verificando in questi mesi corrisponde al punto di non ritorno, al climax orgasmico, all’agognato apice del godimento. Ma il dopo è fatto di un “rilascio di endorfine” così brusco da aprire una voragine nella coscienza collettiva. Il dopo è Bernie Madoff, sono le fabbriche che chiudono o licenziano, sono le grandi compagnie altautomobilistiche “salvate” da finanziamenti straordinari delle casse pubbliche, è New Orleans devastata dall’uragano Katryna e abbandonata in un vacuum istituzionale spaventoso. Il dopo dell’amour fou lascia solo macerie e dolore. Ed è su quelle macerie, in un paesaggio definitivamente post-apocalittico, che Moore passeggia con incedere talvolta più pesante, talaltra più delicato.
Il modo in cui l’America è arrivata a questo punto viene illustrato da Michael Moore con il consueto linguaggio ibrido. Come sempre, è la sua voce over a guidarci lungo traiettorie irregolari che mescolano cenni storici, microlezioni di economia, parentesi più leggere e altre decisamente più gravi (non manca una sequenza di dolore privato di una famiglia che sicuramente desterà indignazione presso coloro che avevano mal tollerato l’insistere della videocamera di Moore sul dolore della madre di un ragazzo morto in Iraq in Fahrenheit 9/11), le abituali e provocatorie incursioni del regista davanti all’obiettivo (in una scena tenta nuovamente di andare a parlare con il capo della General Motors, e viene ovviamente respinto all’ingresso) e tanta ottima musica (in coda c’è persino una sorprendente versione swing dell’Internazionale). Non mancano gli esempi – forse sin troppo “esemplari”, appunto – né del male né della cura: per una fabbrica che licenzia ce n’è una in cui gli operai protestano, si barricano nel luogo di lavoro, ottengono l’attenzione dei media e la solidarietà dei cittadini, e infine chiedono a colossi come AIG di destinare parte dei copiosi finanziamenti governativi piovuti a pioggia su di loro ai lavoratori per la tutela del loro posto; qualcuno di loro si spinge ancora più in là, e progetta/sogna di gestire la fabbrica come una coperativa. Allo stesso modo, se da un lato ci sono i baraccati e gli alluvionati della Louisiana, dall’altro ci sono le famiglie di squatters che occupano le loro abitazioni a dispetto di inique ingiunzioni di sfratto. Le tesi di Moore sono forse semplicistiche, ma sono tali soprattutto perché guardano direttamente alla radice del problema, al di là di ogni sovrastruttura formale e protocollare: là dove si vedono violati i diritti elementari di un individuo, c’è una negazione della democrazia in favore di una logica esclusivamente capitalista. Punto.
Capitalism: A Love Story non ha un incedere facile. L’incipit è forse tra le cose più scadenti che Moore abbia mai realizzato, con una stanca analogia fra l’impero americano in declino e la decadenza dell’Impero Romano raccontata nei film storici di Hollywood, e un eccesso di ripiegamento ombelicale nel privato e nel “locale”. Poi però, quando il film prende quota, e il regista ha modo di dispiegare pienamente la sua vis polemica e il suo spirito battagliero, Capitalism: A Love Story tocca vette di emozione e coinvolgimento mai raggiunte prima d’ora dal cinema di Moore. Il finale, poi, è una vera e propria chiamata alle armi, un invito alla lotta e alla resistenza come unico strumento per uscire realmente dalla crisi, poveri e ricchi indistintamente, e forse per iniziare un mondo nuovo. Sarà utopia, sarà fantasia, sarà forse semplice demagogia, ma questo è il Michael Moore più autentico, quello che riesce a farci indignare nel momento stesso in cui non nega a noi il diritto di sorridere delle nostre miserie, e a lui di esibirsi in qualcuna delle sue clowneries. E anche se alla fine Moore afferma di essere stanco di cacciarsi nei guai, non credetegli: se una risata non ci ha ancora seppelliti, forse un’altra risata, alla fine, ci salverà.

di Sergio Di Lino, da “cinemavvenire.it”

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