A serious man

Da qualche parte nel Mid West, 1967. Larry Gopnik è un professore di fisica con poche pretese e molti guai. La moglie gli preferisce il più serio Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per (ri)sposarsi nella fede, il figlio fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane in attesa di celebrare il suo Bar mitzvah, la figlia lava principalmente i capelli e gli ruba il denaro per rifarsi il naso, il fratello russa sul suo divano e redige un diario sul calcolo delle probabilità, uno studente coreano lo corrompe col denaro e lo minaccia di diffamazione, una bella vicina si offre nuda ai raggi del sole e al suo sguardo, un vicino di casa taglia la sua erba sempre meno verde. Travolto da una messe di guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. In attesa di una cattedra all’Università, dell’esito delle lastre e dell’arrivo dell’uragano, Larry insegue la strada per diventare un mensch, un uomo serio.
Come sempre, dietro e prima di ogni storia coeniana c’è un piccolo evento, un incontro fortuito, una notizia di cronaca, un romanzo o addirittura un poema in versi, insomma ogni cosa può diventare pretesto e scintilla per avviare la giostra dell’assurdo e lo splendore registico dei fratelli di Minneapolis. Questa volta il sipario si alza su uno shtetl polacco dove un uomo, una donna e un supposto dybbuk (un’anima posseduta) interagiscono e parlano una lingua antica e minoritaria, l’yiddish. Un secolo dopo e in un continente altro, i Coen voltano pagina e piombano nel Mid West attraverso un auricolare che suona “Somebody to love” nell’orecchio di un indisciplinato studente ebreo. Il prologo, avulso dalla storia che segue ma iscritto nel corpo del film, favorisce il gioco interpretativo e lo impone come strumento necessario e come parte integrante della sceneggiatura. Frammento estraneo alla vicenda dominante che tuttavia la presenta e la connota in senso ebraico.
Come già dimostrato da Marge, l’agente incinta di Fargo, nel più stupido dei mondi possibili che annichilisce i soggetti, c’è spazio anche per “l’uomo ordinario” per il quale la realtà non è a tutti i costi il peggior mondo possibile. Per questa ragione il dio-regista a due teste si diverte a tormentare Larry Gopnik, a giocargli irridenti scherzi (la morte di un grasso avvocato), rovesciandone repentinamente prospettive ed attese.
A serious man si impegna a raccontarci l’impossibilità di una famiglia (e di una vita) perfetta e l’irraggiungibilità di una felicità inattaccabile. La telefonata di un medico o l’occhio di un ciclone possono abbattersi impietosi, costringendo nella riserva onirica dell’immaginazione gli impossibili desideri di un uomo semplice, di un marito improbabile ma probabilmente innamorato.
Il professore ebreo di Michael Stuhlbarg come il drugo Lebowski e il barbiere “che non c’era” vengono trascinati in un’incredibile sciarada di disavventure contro la propria radicale apatia. Sospeso tra l’orrore per il caos della vita e la noia esistenziale, Larry si rivolge a tre rabbini per non precipitare nel vuoto e in un movimento insensato. La risposta è un grande buco di senso intorno al quale i Coen fanno scorrere le azioni dei personaggi. L’yiddish e l’ebraico diventano lingue morte di un rituale ormai privo di significato che il rabbino Marshak converte nel linguaggio e nei versi rock dei Jefferson Airplane prima dell’uragano e della fine (del film? Di tutto?).
Ancora una volta i Coen tendono fino all’estremo la corda, sfiorando un happy end, per poi capovolgere tutto con il colpo di coda dell’ultima battuta e dell’ultima inquadratura. Battuta e inquadratura che azzerano e (insieme) moltiplicano qualsiasi dubbio sul senso ultimo del film. Cabalistico.

di Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

La (quasi) autobiografia dei fratelli Coen
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

E se quello di Giobbe fosse il «destino» dell’ homo ebraicus? Il suo status più ricorrente? Viene questo dubbio vedendo il quattordicesimo lungometraggio dei fratelli Coen, A Serious Man, il loro più apertamente autobiografico (è ambientato negli anni Sessanta in una cittadina del Mid-West, dove sono cresciuti i due) e probabilmente quello dove lo schermo del «farsesco» filtra meno il loro pensiero. Il «serious man» del titolo, l’ uomo di polso che ogni buon ebreo deve aspirare a essere, il «mensch» che anche Billy Wilder indicava come obiettivo per chiunque nel suo Appartamento, è – o meglio, dovrebbe essere – il professor Larry Gopnik (l’ attore di formazione televisiva Michael Stuhlbarg), professore di matematica in attesa di una conferma definitiva della cattedra, a cui il mondo sembra crollare all’ improvviso sulla testa. Non solo un suo studente cerca in tutti i modi di farsi cambiare un pessimo voto, alternando tentativi di corruzione (ha lasciato una busta piena di soldi nello studio di Gopnik?) a minacce e ritorsioni varie. Quando arriva a casa, Larry deve affrontare la moglie (Sari Lennick) che, con la stessa flemma (e puntigliosità) con cui lo rimprovererebbe di non aver fatto bene la spesa, gli chiede di divorziare. A favore di un collega appunto più «mensch». Per non parlare della figlia che gli sfila i soldi dal portafoglio perché vuole rifarsi il naso, del figlio che usa il nome del padre per abbonarsi a un club del disco, del fratello che si è installato a casa sua… Tutto questo i Coen lo raccontano con quel loro stile inconfondibile, fatto di inquadrature apparentemente semplici eppure controllatissime, dove capisci che il mondo è sempre in procinto di cadere sulla testa del protagonista (c’ è sempre un che di minaccioso, di incombente, vuoi nell’ atteggiamento degli altri, vuoi nel precario equilibrio in cui si viene a trovare il povero Larry), usando in massima dose ironia e sarcasmo. E naturalmente scavando nella memoria: «Anche se Gopnik è un personaggio inventato, ci siamo ispirati a persone che conoscevamo bene da piccoli: non è un caso che il protagonista sia un professore universitario come i nostri genitori. Ed è un padre ebreo di mezz’ età che vive in una comunità piuttosto simile a quella nella quale siamo cresciuti: lui vorrebbe semplicemente mandare avanti la baracca e non riesce a credere che qualcuno o qualche cosa stia rovinando tutto». Il riferimento più immediato che balza alla mente è l’ episodio biblico di Giobbe: la rassegnazione con cui Larry accetta di trasferirsi in un motel, chiede aiuto sia a un avvocato che a tre rabbini (senza che davvero nessuno lo possa, o voglia, aiutare) e subisce le conseguenze dei comportamenti dei figli e dell’ invadente fratello non possono non ricordare le peripezie del saggio che Dio lascia tentare dal Demonio. Anche se qui sembra mancare completamente la dimensione della fede: Larry Gopnik cerca la forza per andare avanti nella sua razionalità di professore di matematica e di membro rispettato della comunità. Finendo naturalmente preda di incubi e paure di ogni tipo. Disperato e cattivo insieme come solo i Coen forse sanno essere (e il film si chiude sull’ arrivo di un autentico uragano, che non promette niente di buono), A Serious Man ci rimanda il quadro di una comunità ebraica non certo idilliaca o pacificata, dove i sorrisi nascondono più di un colpo basso (come dimostrerà la rivelazione sull’ autore delle lettere anonime contro la promozione di Larry), ma soprattutto ci spinge a confrontarci con un quadro di solitudine e di insicurezza che non sanno lenire né i riti comunitari (il figlio rischia di rovinare il suo bar mitzvah) né la tradizione culturale (impossibile trarre una qualche morale dal prologo sul dybbuk o dall’ aneddoto sul dentista). E che diversamente dai film precedenti, nemmeno il sorriso aiuta ad accettare.
Da Il Corriere della Sera, 23 ottobre 2009

Due fratelli in salsa Allen
di Paolo D’Agostini La Repubblica

I maggiori autori di commedia di oggi, dopo tanti film belli e un capolavoro, Il grande Lebowski, mettono a nudo le proprie radici ebraiche in un tripudio di umorismo nero squisitamente alleniano. La cosa più pregevole di questa tragicomica radiografia di una comunità ebrea nella più anonima America degli anni 60, è la sua galleria di minuti personaggi, servita da un casting strepitoso fin nei ruoli minimi, passata in rassegna con la stessa “accorata impassibilità” che ha distinto il grande Woody. Intorno al prof di matematica Larry Gopnik sommerso da una pioggia di contrarietà e stordito dalle inique prove di un destino che si accanisce contro la sua natura, imbelle ma degna, di “serious man”, vortica un’ esilarante passerella: figli, loro amici e insegnanti della scuola ebraica, fratello parassita, moglie adultera, l’ altro uomo, il vicino forcaiolo, la vicina tentatrice, un avvocato, un collega professore, uno studente coreano che lo vuole corrompere per ottenere un buon voto. E soprattutto i tre rabbini dai quali invano cerca indicazioni e conforto.
Da La Repubblica, 23 ottobre 2009

Che fatica fare l’uomo serio
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Come Woody Allen in Radio Days o in Crimini e misfatti, i fratelli Coen rievocano il proprio passato, l’ambiente della comunità ebraica americana, in A Serious Man, film divertente e nero, incantevole e ironico. Satira di usi e costumi ebraici, della particolare ansietà cupa, della religione e solidarietà coatte, del pessimismo oppressivo: eppure, per la finezza e la bravura degli autori, si ride molto.
Preceduta da un prologo storico in yiddish, garanzia di sfortuna, la vicenda è ambientata nel 1967 a Minneapolis (dove i Coen sono cresciuti), nella famiglia ebrea d’un timido professore universitario raggirato dai suoi. Il figlio gli ruba soldi per gli spinelli. La figlia glieli ruba per rifarsi il naso. Il fratello è un parassita pazzo che ne fa d’ogni genere. La moglie ha un amante, vuol divorziare e lo manda via di casa, a vivere in motel. I rabbini consultati per consiglio non dicono parola: uno giovane è sciocco, uno maturo è cinico, un vegliardo recita i nomi dei gruppi musicali, imparati alla radio. La cerimonia del Bar Mitzvah del figlio è tetra quanto la musica sacra. L’amante della moglie, affettuoso e scivoloso, muore in un incidente stradale inconsapevolmente provocato da lui.Un collega lo fa spasimare nell’attesa della cattedra. Un perfido goy gli fa causa per via d’un confine. L’avvocato costa, costa. La deriva è totale. Ma arriva una tromba d’aria e forse porterà tutti via con sé.
Da La Stampa, 23 ottobre 2009

Il destino? È comico e sinistro per gli ebrei anni ’60 dei Coen
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Che Dio protegga, pardon, che Hashem protegga i fratelli Coen. Solo loro potevano fare un film comico che mette l’angoscia, una commedia che strappa sempre la risata ma ogni volta la strozza in gola, una storia dove tutto è così assurdo e inevitabile, triste e irresistibile, che sembra il Libro di Giobbe ambientato in una cittadina universitaria del Midwest nel 1967, fra villette tutte uguali abitate da personaggi che aggiungono alle nevrosi della middle class quelle degli ebrei sospesi fra tradizione e modernità (con spreco di “Hashem”, nome generico per Dio, o “bupkes”, cioè nulla, e altre parole ebraiche insolite).
Si comincia con un prologo esilarante e nerissimo ambientato un secolo fa in uno shtetl dell’Europa centrale e tutto parlato in yiddish. Per chiarire da dove venivano quegli ebrei americanizzati con garage e aria condizionata, e per sospendere sul protagonista di A Serious Man la maledizione del dybbuk, il non-morto che un incauto trisavolo invitò a cena per sbaglio. Una storiella alla Isaac B. Singer che i Coen hanno inventato di sana pianta e getta subito una luce comico-sinistra sulle sventure del professor Larry Gopnik. Un tipo occhialuto e compunto che stordisce i suoi studenti di Fisica con grafici e formule per dimostrare che al mondo nulla è mai certo (il “gatto di Schrödinger” disegnato alla lavagna era un paradosso celebre in quegli anni).
Poi torna a casa e scopre che è proprio così. La moglie se la fa con un amico di famiglia, ebreo naturalmente, un tipo così affabile e corpulento e improbabile come amante che riesce quasi a far sentire in colpa il povero Gopnik. Anzi, d’intesa con la moglie, chiede un “Gett”, divorzio rituale che consente di risposarsi, e spedisce l’attonito Gopnik, il protagonista più passivo della storia del cinema, a andarsene in albergo; portandosi dietro anche il fratello fallito e giocatore che dorme sul divanoletto e affligge tutta la famiglia con una cisti sebacea che spurga da un tubicino… E siamo solo all’inizio.
Il resto prosegue su questa lunghezza d’onda mescolando il religioso e il triviale, le Grandi Domande e i sordidi fatti quotidiani, fra belle vicine tentatrici, rabbini accondiscendenti o incapaci, morti improvvise e forse provvidenziali (a meno che non annuncino catastrofi anche peggiori), studenti asiatici infidi e corruttori, parabole religioso-demenziali. Un dentista che scopre dietro agli incisivi di un paziente goy, cioè non ebreo, un’invocazione di aiuto scritta in ebraico. Un anziano rabbino che festeggia il bar-mitzvah del piccolo Gopnik citando tutti i membri dei Jefferson Airplane, la sua band preferita…
Il tutto affidato a interpreti sconosciuti e perfetti, con i corpi, le facce, le espressioni marcate e il fisico indeciso di quegli ebrei così diversi, avvertono i Coen, dagli ebrei newyorkesi raccontati da Woody Allen o da quelli insediatisi a Hollywood dai tempi del cinema muto.
E pazienza se magari non tutto risulta chiaro alla prima visione, perché in fondo i Coen raccontano anche, con la libertà e la genialità di sempre, uno dei grandi temi di oggi in Europa: lo scontro fra generazioni che era a sorpresa uno dei temi del festival di Roma. Dai figli e nipoti di sopravvissuti ai lager di Simon Konianski, il bel film belga visto in Extra; ai figli di immigrati rumeni o egiziani, che hanno una mentalità completamente diversa dai loro genitori, nel docu girato a Ostia di Claudio Giovannesi, Fratelli d’Italia. Come a ricordarci, usciti dal cinema, che in questa materia cambia tutto, paesi, epoche, religioni, ma non cambia niente.
Da Il Messaggero, 23 ottobre 2009

Dio se la ride con i Coen
di Alberto Crespi L’Unità

La misteriosa lingua che si sente all’inizio è yiddish. E già questo dice molto su A Serious Man, il nuovo film di Joel e Ethan Coen passato ieri al festival di Roma (in Italia esce, per Medusa, il 4 dicembre). È il film con il quale Joel e Ethan confessano apertamente una cosa che i più astuti fra noi, di fronte al cognome Coen, avevano sospettato: sono ebrei, e pronti a fare i conti con la propria cultura. Il prologo sembra uscire dalle pagine di Singer: in uno shtetl, un villaggio dell’Europa centrale dell’800, un marito e una moglie si trovano di fronte a un dybbuk, uno spettro. Un vecchietto benevolo, che però è morto da tempo. La moglie ne è sicura, e per dimostrarlo non esita a pugnalarlo: al che il povero dybbuk si alza, con il punteruolo da ghiaccio nel petto, e se ne va nella tormenta, lamentando la scarsa ospitalità dei suoi amici. Stacco: nel Minnesota del ‘67 (la terra e l’epoca in cui Joel e Ethan sono cresciuti)un ragazzo viene pizzicato mentre ascolta i Jefferson Airplane durante la lezione di ebraico antico. Suo padre è professore di matematica nella stessa scuola, tradizionalista e rigorosamente «etnica ».
E DIO TACQUE
A Serious Man è la storia della famiglia Gopnik in una fase drammatica della sua esistenza: la signora Gopnik si è innamorata di un altro e vuole il divorzio, proprio nei giorni in cui il figlio maschio Danny si prepara al bar mitzvah, e Larry, il capofamiglia, deve far fronte a mille problemi cercando di dimostrarsi comunque «un uomo serio». Dio, come in un film di Bergman, tace; e i rabbini danno solo consigli assurdi, o snocciolano la formazione dei Jefferson (Grace Slick, Marty Balin, Paul Kantner… ebreo, quest’ultimo?). Sotto l’apparenza di commedia surreale, A Serious Man nasconde una riflessione «alta» su come e soprattutto SE la religione possa soccorrere un uomo nei travagli quotidiani; e, al contempo, su cosa significhi essere ebrei osservanti in un’America anni ’60 dove impazza il rock’n’roll e mille tentazioni fanno capolino. Un problema, quest’ultimo, che Joel e Ethan hanno sicuramente vissuto in prima persona. Per la cronaca: il Minnesota è lo stato piatto e innevato dove si svolgeva Fargo (qui è primavera, ma alla fine arriva un tornado dalla forte valenza simbolica), ma è anche il paese di Bob Zimmerman, in arte Dylan. Ebreo anche lui? Secondo voi?… Come Crocevia della morte era un mirabolante esercizio di stile sulla letteratura hard-boiled (Hammett, Chandler, Spillane) e Barton Fink un capitolo apocrifo della Bibbia con agganci al teatro sociale di Odets, così A Serious Man è una mimesi dei grandi scrittori ebrei-americani come Bellow, Roth e Singer. È sicuramente il film più personale dei Coen, e per certi versi il più difficile: lungi da noi affermare che sia solo «per ebrei», ma una conoscenza non superficiale della Torah e della cabala aiuterebbero. Per farvelo spiegare, non aspettatevi aiuti da Joel e Ethan: ieri, in conferenza stampa, hanno scherzato come al solito, senza concedere nulla. A una domanda sul professore della Sapienza che nega l’Olocausto, Ethan si è limitato a mormorare «ci sono un sacco di pazzi a piede libero». Come dargli torto?
Da L’unità, 23 ottobre 2009

Occorrono ben poche presentazioni ai fratelli più famosi del cinema contemporaneo: Joel ed Ethan Coen, esponenti e fondatori di uno stile cinico e grottesco che ha inevitabilmente influenzato chiunque sia venuto dopo di loro. Fucina inesauribile di film di successo e di indimenticabili capolavori, la Coen factory sembra macinare film eccezionali uno dopo l’altro e, a distanza di neppure un anno da Burn after reading, il loro ultimo sbanca botteghini, i due fratelli ci ripropongono un nuovo grande lavoro alla loro maniera: un racconto spietato, malinconico ma allo stesso tempo carico di ironia, fatto di mille sfaccettature e da personaggi complessi e, proprio per questo, umani.
Signore e signori: A serious man.
Larry Gopnik è un professore di fisica ebreo, freddo e operazionale, incapace di comprendere le variabili umane come imprevedibili e convinto che tutto si possa dominare attraverso processi matematici. Quando sua moglie Judith, costante ed indiscutibile presenza nella monotona vita dell’uomo, chiede il divorzio perché innamorata di tale Sy Ableman, un ridicolo personaggio del quartiere squallidamente buonista estremamente credente, Larry vede crollarsi il mondo addosso: incomprensibilmente per lui la donna è stanca del loro rapporto. Come se non bastasse, visto che le disgrazie non vengono mai da sole, il professore riceve una busta piena di soldi da uno studente koreano che chiede di poter ripetere l’esame, il tutto proprio mentre la commissione universitaria è chiamata a decidere sulla sua assegnazione di cattedra. Oltre alla crisi coniugale e professionale Larry viene cacciato di casa e costretto a portare con se il fratello ritardato Arthur, una sorta di genio matematico incapace di socializzare con il resto del mondo. Le cose iniziano a prendere una strana direzione: Larry è per la prima volta di fronte ad uno spettro infinito di possibilità ma allo stesso tempo deve combattere contro i problemi che lo travolgono.
Un nuovo film dei fratelli Coen è sempre un evento imprescindibile per qualunque appassionato di cinema. La loro esplosiva miscela di cinismo e profondità intellettuale coinvolge ed ispira sempre migliaia di spettatori, attratti da quelle atmosfere che cineasti da tutto il mondo hanno tentato di imitare, a volte con successo, altre in modo fallimentare. A serious man è la storia di un uomo razionale, un dormiente convinto di poter controllare qualunque variabile attraverso una profonda conoscenza della matematica; purtroppo per lui, però, la variabile umana presenta aspetti imprevedibili e sorprendenti, capaci di stravolgere, cambiando, la vita delle persone che hanno attorno e la propria. Larry, vista fallire miseramente la propria razionalità cerca rifugio in una spiritualità che comunque non sente appartenergli e che, perlomeno all’inizio, trova piena di contraddizioni punti deboli.
Il tempo però passa e la religione, così come i rapporti umani, si fanno sempre più chiari per lui che finalmente impara ad accettare il mondo per quello che è: un regno privo di risposte, fatto di domande inconcluse e di personaggi affascinanti, il motto è godersi quello che si ha attorno. E’ inutile cercare una verità che non esiste, si può solo vivere con serenità quello che abbiamo prima che ci venga tolto e continuare a campare con altrettanta tranquillità. L’unico messaggio che i Coen ci mandano è una semplice regola di vita e dice semplicemente che nella vita non ci sono regole: credi in ciò che vuoi, vivi come vuoi e fallo prima che sia troppo tardi. L’insieme di aspetti ideologici che A serious man affronta, in primis il tentativo di Larry di divenire, appunto, un uomo serio (secondo i canoni della sua comunità), sono uno specchio della realtà umana, appassionante e che invita ad una profonda riflessione.

Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

Caos Calmo
Recensione del film A Serious Man (2009)
a cura di Roberto Castrogiovanni
‘A Serious Man’ è l’ennesimo gioiello registico cui ci hanno abituato i fretelli Coen, un’opera grondante ironia nerissima e del tutto impietosa nei confronti della comunità che ritrae.
Caos Calmo
“Io non ho fatto niente, niente!”, continua a ripetere a tutti Larry Gopnick, tipico rappresentante della middle-class ebraica nell’America di provincia degli anni Sessanta. La sua intera esistenza, fino a quel momento trascorsa in maniera placida e monocorde, sta per essere spazzata via con la furia repentina di un tornado, come quello che appare alla conclusione del film. L’unico modo che Larry conosce per reagire è questo: non fare nulla, osservare il misero castello costruito in quarant’anni di vita cascare pezzo per pezzo rimanendo completamente immobile di fronte alla catastrofe.

I fratelli Ethan e Joel Coen, infallibili disegnatori di forme geometriche, dopo aver teorizzato il movimento circolare per Mister Hula Hoop, quello lineare per Il grande Lebowski, e il percorso a spirale in L’uomo che non c’era, realizzano con A Serious Man un film il cui protagonista è contraddistinto dalla stasi e dalla fissità più assoluta, mentre tutto il mondo intorno a lui si muove in maniera caotica e impazzita. Gli autori elaborano questa costruzione narrativa attingendo alle origini della propria tradizione yiddish, la stessa che animava anche Barton Fink. Non a caso quella ebraica è una cultura caratterizzata da un elevato grado di immutabilità e rigidità, e si presta particolarmente a rappresentare il personaggio di Larry.

Michael Stuhlbarg in un’immagine di A Serious Man È forse per questo motivo che l’ultimo film dei Coen si apre con un prologo straniante, apparentemente avulso dal contesto: girato in 4/3 come un vecchio film, è una specie di racconto tradizionale yiddish ambientato in un piccolo villaggio polacco, dove una coppia di coniugi riceve la visita di un dybbuk, uno spettro della tradizione ebraica. Il prologo, in realtà, cattura alla perfezione lo spirito di tutto il film, e la storia di Larry Gopnick sembra quasi l’aggiornamento e l’attualizzazione in chiave moderna dei racconti folkloristici yiddish, ricolmi di assurdi paradossi e di humour nero. Quasi che Larry fosse anch’egli vittima della maledizione spettrale mostrata nell’incipit, su di lui si abbattono nel corso di pochi giorni una serie di sventure da far impallidire le piaghe bibliche. La moglie gli comunica all’improvviso che vuole lasciarlo per risposarsi con un vero uomo (o “mensch”, come dice lei), e gli intima di trasferirsi in un motel. Nel frattempo la sua nomina a una cattedra universitaria è minacciata dall’arrivo di lettere anonime dal contenuto diffamatorio, mentre uno studente coreano lo ricatta subdolamente per ottenere una promozione all’esame. Come se non bastasse, i figli tentano di sottrargli denaro in ogni modo: Danny, in attesa di celebrare il bar mitzvah compra di nascosto dischi di musica pop, mentre Sarah vorrebbe rifarsi il naso. Non facilita le cose il fatto che Arthur, fratello mentalmente disturbato di Larry, venga arrestato e accusato di aver commesso atti osceni.

Richard Kind e Aaron Wolff in una scena del film A Serious Man L’uomo, come un novello Giobbe, si sente quasi vittima di una maledizione divina e non riesce a fare altro che chiedere consiglio a una serie di rabbini. Sfortunatamente per lui, nessuno di loro sarà in grado di rivelargli grandi verità spirituali, ma solamente storielle disconnesse e senza alcuna morale di fondo, che confermano ancora di più l’insensatezza tragica e quasi kafkiana del destino di Larry. Il vertice di questa sublime mancanza di senso – alla base di tutto il cinema dei fratelli Coen – lo si raggiunge quando Danny, celebrato il bar mitzvah, può finalmente essere ricevuto dal venerabile rabbino Marshak. In uno studio ricolmo fino all’eccesso di ogni possibile chincaglieria – che è una delle più riuscite metafore della poetica satura e ridondante dei Coen – l’anziano e saggio uomo accoglie Danny e, dopo avergli riconsegnato la sua adorata radio portatile, non ha altro da rivelargli se non la formazione del gruppo musicale Jefferson Airplaine.

Una scena del film A Serious Man, diretto dai fratelli Coen Dopo aver rielaborato esteticamente gli anni Cinquanta con Mister Hula Hoop, i Coen – grazie all’aiuto del fedele direttore della fotografia Roger Deakins – si concentrano adesso sul periodo della loro infanzia con un gusto particolarmente nostalgico per il design e per le icone della cultura popolare dell’epoca, da Somebody to Love dei Jefferson Airplane (che apre il film con un’incredibile soggettiva all’interno del padiglione auricolare di Danny), alla serie televisiva di fantascienza F-Troop. Il risultato è l’ennesimo gioiello registico cui ci hanno abituato i fratelli Coen, un’opera grondante ironia nerissima e del tutto impietosa nei confronti della comunità che descrive.

da “movieplayer.it”

Ennesima critica bruciante alla societa’ americana da parte dei fratelli Coen, che partono da loro stessi e dal loro passato per descrivere alcune delle assurdita’ in cui un uomo medio, che crede nel lavoro, nella famiglia, e nei valori morali che affondano nella religione, si trova direttamente e indirettamente di fronte durante il suo percorso. I Coen ci mettono tutto, ma proprio tutto, e ne esce un film barocco, ricco di citazioni e ricorsi storici, oltre che di personaggi e immagini che necessitano la massima attenzione. Aldila’ dei gusti personali e degli inevitabili paragoni con gli altri film dei Coen, quest’opera e’ indubbiamente ricca, raffinata e piena di astuzie tecniche che fanno la visione di questo film anche un vero e proprio piacere per il gusto del buon cinema.
Coen come garanzia di grande qualita’ cinematografica, e d’altronde dopo The Big Lebowski, No Country for Old men e Burn After Reading, non e’ davvero possibile non fidarsi di queste due teste matte. Il cinismo con cui questi registi continuano a descrivere storie di vita, persone e luoghi di un’America che sembra aver smarrito se’ stessa, e’ ormai ai massimi livelli, e con questa opera i due autori si mettono direttamente nel piatto, girando un film nel posto dove sono cresciuti, e friggendo letteralmente la cultura ebraica, la societa’ fondata sul lavoro, sulla famiglia, i soldi.
Quest’ultimo fattore entra prepotentemente in “A serious Man”, e la critica fortissima al potere del “Dio danaro” riporta l’occhio su una tematica diffusa in ogni area culturale, e che ci porta sempre a discutere su quanto la critica alla centralita’ dei soldi nella nostra societa’ sia ideologica e quando veramente pratica. Nella vita siamo costretti a corrompere noi stessi e la nostra natura – e spesso i piu’ profondi convincimenti, come in questo film – per i soldi, perche’ alla fine, “hai da campa’”. Insomma il cinismo col quale Ethan e Joel ci mettono di fronte alle nostre debolezze, la schiettezza con la quale ci mettono dentro mezza America, con cui riescono a mettere sullo schermo direttamente lo spettatore mormone o ebreo seduto in una fredda sala americana, e’ quasi sorprendente. Chissa’ se i due artisti si chiedono se le persone possano sentirsi offese in queste immagini, perche’ “La verita’ fa male”, e chissa’ quanta gente in Usa uscira’ stizzita e dando giustificazioni al proprio partner dopo questo film…
Apprezzabilissima quindi la critica sociale di “A Serious Man”, che ad ogni modo rimane in primis una opera cinematografica, fatta da un protagonista perfetto nel suo ruolo di uomo “normale” alle prese con i problemi dell’antenna del figlio, dei capelli della figlia, e del nuovo uomo della moglie, di una cattedra da avere, di uno studente che vuole corromperlo… Un film che e’ fatto di una fotografia impeccabile, di una regia godibilissima, da veri esteti, come i Coen sono. Oltre a questo, le solite azzeccate musiche, che condiscono spesso grandemente i loro lungometraggi.
Ecco perche’ “A Serious Man” e’ assolutamente un film da vedere, anche se potra’ dar fastidio a qualcuno, e anche se un grande cinema come questo non e’ di fatto godibile da tutti quanti, ma anche lo sforzo di una persona che va al cinema solo per svagarsi, di allargare anche un poco i propri orizzonti – culturali prima che cinematografici – e’ uno sforzo che i Coen richiedono e che potrebbe essere apprezzato veramente da tutti.
Alcune scene cult sono inoltre presenti nella pellicola, veri momenti cinematografici da annali, di quelli che su youtube gireranno con milioni di visite e stelle di gradimento completamente rosse.

da “livecity.it”

Dietro una vita apparentemente tranquilla, quasi monotona nella sua routine quotidiana che fa sembrare ogni giorno speculare all’altro, cova il tarlo che rode la superficie patinata delle cose e svela impietosa la piaga virulenta di una ferita in corso già da tanto tempo, che aspettava semplicemente che qualcuno se ne accorgesse, escludendo quasi del tutto una possibilità di cura.
I Coen si sono posti come osservatori di vite ferite, malate, contagiate dalla stupidità e dalla rabbia ottusa e irrazionale a cominiciare dal loro esordio del 1985, dall’indicativo titolo di Blood Simple (Sangue Facile), dove gli esseri umani erano già abietti, meschini, egoisti e l’inganno e l’omicidio sembravano essere gli unici strumenti di interazione possibile.
Da quel punto in poi la contaminazione fondamentalmente tra due generi, il noir e la commedia grottesca, ha concesso a Joel e Ethan di creare un loro specifico, riconoscibile linguaggio dove la forma distorsiva e allucinata delle immagini del reale è al servizio di una concezione della società in altalena tra la dissacrazione grottesca e la desolazione esistenziale.
Le ultime due opere della coppia di cineasti di Minneapolis erano perfettamente complementari in questo senso, una sorta di dittico sul volto ora feroce ora idiota della violenza, incarnata barbaramente nell’espressione torva di Javier Bardem in Non è un paese per vecchi e svuotata di qualsiasi senso nella faccia da ebete di Brad Pitt in Burn After Reading, con la stessa iconografia divistica derisa, privata della sua funzione di punto di riferimento per uno spettatore senza più né aspettative né catarsi.
Anche quest’ultimo A Serious Man segue il filo conduttore di un’espressione che questa volta ha l’aria sbigottita e impotente dell’inedito Michael Stuhlbarg, in una performance attoriale in cui raramente il corpo e la faccia si erano concessi con tanta plasmabile generosità all’occhio della mdp. E il mondo su cui si apre lo sguardo di Larry Gopnik, questo il nome del protagonista, non può che spingere nella direzione opposta,alla ricerca di una realtà alternativa, immaginata o sognata, quando anche lo stesso sogno non si trasforma nell’incubo della normalità. Stavolta i Coen vanno ad osservare da vicino un orrore che conoscono in profondità, anzi potremmo dire che fa parte del loro DNA visto che Larry appartiene alla chiusa e rigida comunità ebraica del Mid-West degli anni Sessanta, ambiente dove gli stessi Coen sono cresciuti a contatto con l’altrettanto codificato e strutturato mondo universitario (i genitori erano entrambi docenti), esattamente come il loro annichilito anti-eroe, insegnante di fisica teorica, ovvero l’astratta esattezza della scienza a confronto con l’indeterminatezza e la precarietà dell’esistenza.
Considerando come quasi sempre il cinema più o meno autobiografico ha avuto l’inevitabile tendenza di subliminare i ricordi dell’infanzia o di alternare almeno all’umorismo acre e pungente un sentimento di affetto o di struggente malinconia (pensiamo a Radio Days di Woody Allen e ad Anni ’40 di John Boorman), lascia un senso di amara sconsolatezza la descrizione spietata e implacabilmente esatta dei personaggi che ruotano intorno a Larry e alla sua vita in disfacimento, a partire dall’assurda moglie che gli chiede il divorzio e gli mette dentro casa il nuovo amante presentandolo come esempio di uomo retto (serious) contro la passività e l’inettitudine di Larry; i figli, che seguono stancamente i più logori clichés dei comportamenti adolescenziali, con il maschio intento solo a farsi canne ed ascoltare la musica rock e la femmina interessata unicamente a trovare il bagno libero per lavarsi i capelli e uscire la sera; e soprattutto i tre saggi rabbini a cui Larry fa delle domande sugli insensati fatti della vita e da cui riceverà delle risposte che non solo ne confermeranno l’insensatezza, ma accresceranno la vertigine, il punto di una situazione statica senza partenza e senza arrivo. Lo straniamento è provocato dal fatto che si percepisce che i Coen conoscono molto bene i vizi e le virtù dei piccoli individui che raccontano e forse proprio a causa di questa consapevolezza non lasciano loro nessuna soluzione logica o possibilità di riscattarsi, di trasformare lo sgomento di Larry in una reazione se non di riscatto almeno di orgoglio.
Non c’è più neanche la saggia poliziotta incinta di Fargo, quella che davanti ad omicidi, carneficine, macellamenti di corpi era in grado di portare tutto nella giusta prospettiva dicendo candidamente: “Tutto questo casino per un po’ di soldi?!”. Tutti si abbandonano al caso, alla fatalità, a cercare la soluzione al di fuori di sé, con la religione ebraica ridotta ad un terno al lotto in cui sperare di di azzeccare la risposta più appropriata ai piccoli problemi personali invece che alle grandi questioni etiche.
Mentre sono proprio i soldi, la gelosia, la rabbia, la frustrazione sessuale gli impulsi primari che spingono gli uomini ad agire, come l’enigmatica figura del fratello di Larry, la cui solitudine in pericolante equilibrio tra genialità ed emarginazione sociale sembra non poter essere compresa e accettata dagli altri gretti ed egoisti componenti della famiglia Gopnik, prima di scoprire che ha elaborato un sofisticato sistema di calcolo delle probabilità per vincere al gioco delle carte…
L’America non è più un paese per vecchi ma non è stata neanche, non è e probabilmente non sarà mai quella terra di solidi valori e di speranze che l’idea stessa di sogno americano ha provato a vendere alle generazioni sopravvissute alla disillusione degli anni ’70. Basta guardare l’approccio che i Coen hanno verso il personaggio di Danny, il figlio alle soglie della pubertà che sta per essere iniziato alla comunità adulta attraverso il rito del Bar Mizhvah. La scena in cui, completamente fatto di marjuana, sale sull’altare della sinagoga e legge un passo della Torah dopo averlo imparato meccanicamente a memoria ascoltando un disco, ha una valenza più forte della pur incisiva dissacrazione di un momento fondamentale dell’essere ebreo; è una sequenza che fa crollare tutta l’apparenza del vivere comune, che afferma come la religione, la famiglia, lo stesso passaggio verso l’età adulta siano ridotti a delle convenzioni a cui bisogna partecipare per avere in cambio una fetta di torta (avvelenata) o poter accedere al frutto proibito: in questo caso una radio transistor con cuffie che offre la possibilità di ascoltare la grande stagione del rock, in particolare gli Jefferson Airplane.
Anche qui, però, basta stordirsi con il rumore senza ascoltare il significato profondo delle parole: “Quando scopri che la verità è solo un cumolo di bugie, e la gioia dentro di te muore….”

di Fabrizio Croce, da “schermaglie.it”

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