Lezioni d’amore

Una storia di vita, di scoperta dell’età adulta, della giovinezza e del sentimento

di Veronica Maffizzoli
da NSC anno IV n. 9

Da trent’anni il professor David Kepesh tiene fede al suo giuramento: non avere mai una relazione stabile con una donna. Ma un giorno, nell’aula del suo corso di critica letteraria all’università, entra Consuela Castillo, ventiquattrenne di una bellezza conturbante, una ragazza cubana alta e affascinante che scatena il desiderio e la gelosia del maturo professore.

Dopo il successo de La vita segreta delle parole, Isabel Coixet presenta al Festival di Berlino Elegy. Pellicola basata sulla breve novella del Premio Pulitzer Philip Roth, The Dying animal.

La regista spagnola, prima donna a lavorare sull’opera del controverso Roth, guida gli straordinari Kingsley, Cruz, e Hopper in un film sulla vulnerabilità e le passioni degli uomini. La storia, focalizzata sull’intensa relazione tra la giovane e bellissima Consuela e il sofisticato professor Kepesh, senza giudizi e prese di posizione, rappresenta semplicemente un rapporto d’amore profondo e le sue conseguenze. Elegy è un film introspettivo che racconta degli uomini, dei loro timori, delle loro passioni, delle loro in-sicurezze e degli eventi naturali che ne contraddistinguono le vite senza aggiungere nulla di nuovo ma cercando di comprenderli.

Una storia d’amore, elaborata con una sensibilità del tutto femminile ma analizzata attraverso la prospettiva di un uomo che, ormai maturo e solitario seduttore, si trova a confrontarsi con una donna che lo ama e lui stesso capisce di amare. Una bolla, una delicata brezza che si eleva tra convinzioni e convenzioni sociali. Anche se per un istante, anche se per sempre. Un ritratto dello specifico istante in cui le emozioni prendono il sopravvento con un impatto tanto violento quanto dolce sulle esistenze.

Non esiste nulla che il cinema non possa raccontare. Il vero problema, piuttosto, è che ciò che dice, spesso, non è ciò che vorrebbe. Colpa di chi il cinema lo fa, chiaro. Ci siam dovuti sorbire quintali di prove pessime per godere dei frutti più pregiati della settima arte. Oggi, vuoi perchè molti tasti sono stati schiacciati a dovere, vuoi per questioni economiche, quel cinema che tanto regala agli appassionati diventa merce sempre più rara, a discapito di molti colpi di genio rimasti nel cassetto. Isabel Coixets è una mosca bianca nel panorama cinematografico “d’autore”, un’eccellente areografa dei sentimenti più profondi e nascosti della natura umana, una brillante regista passata al tanto anelato livello superiore a cui ogni talento aspira.
Conosciuta dal grande pubblico per più di un film (La mia vita senza di te, La vita segreta delle parole), la Coixet, prendendo ispirazione da un romanzo di Philip Roth (L’animale morente), confeziona un prodotto accattivante, raramente macchinoso e mai banale.

I fatti

David Kepesh (Ben Kingsley) è un affascinante professore universitario, docente di filosofia e carismatico rubacuori. Reduce da un disastroso matrimonio e da infiniti rapporti occasionali, Kepesh ama vantarsi con i propri studenti delle sue numerose conquiste, godendo della fama di brillante e lussurioso casanova. Nel corso delle sue lezioni, il professore fa la conoscenza della sensualissima Consuela Castillo (Penèlope Cruz), una nuova studentessa cubana così affascinante da fargli perdere la testa. Così, quella che inizialmente doveva essere una storia da poco si trasforma in una vera relazione, un amore fatto di veri sentimenti e di vera empatia: un storia che nonostante trent’anni di differenza regala ai due momenti di incredibile intensità. Dietro il consiglio dell’amico George (Dennis Hopper), David si decide a fare in modo da interrompere il vincolo, conscio che la differenza di età potrebbe minare il rapporto di lì a pochi anni. Inizia così, nonostante la scelta ponderata, un calvario che martellerà nella testa di entrambi le proprie necessità, evolvendole in maniera del tutto inattesa.
na mosca bianca

Profondo come altri e diverso dagli stessi. Una parabola perfetta su come l’amore possa abbattere i limiti dell’età e su come il destino possa giocare beffardamente le proprie carte. Il tema di fondo, l’amore in senso stretto, è stra-abusato in tutta la storia del cinema, essendo una delle sue colonne portanti. Nonostante ciò, spesso e malvolentieri i risultati sono decisamente scadenti, tanto che si è venuta a creare una classe di film di genere guardati quasi con un certo disprezzo. Isabel Coixet, invece, fa di ciò che per lei è una visione univoca dell’amore, un vero e proprio manifesto. Lezioni d’amore (titolo originale “Elegy”) ha una peculiarità che nella stragrande maggioranza di questi film è purtroppo ripetuta con costanza: la banalità. Chiaro, è rimasto ben poco da dire sul sentimento che tutto unisce e tutto può, fatto sta che il modo in cui lo stesso può o non può essere approfondito è divenuto ormai il carattere distintivo di queste pellicole. In questo, infatti, Lezioni d’amore riesce a distinguersi spiccando dalla massa, rivelandosi una pellicola dotata di stile, gusto estetico e di intelligentissimi concetti di fondo. Se i due protagonisti si trovano combattuti per l’incalzante differenza di età, gli eventi successivi sconvolgeranno il proprio svolgersi, quando, tra candida tenerezza e pianti amari, David e Consuela riscopriranno loro stessi.
L’unica pecca di un film così brillante è forse l’eccessiva durata della sequenza finale, a dir poco stancante con i suoi venti minuti di troppo che, se tolti, avrebbero potuto regalare solo maggiore scorrevolezza all’incedere della narrazione. In definitiva un film chiaro, di nitida comprensione, in grado di arrivare a tutti, disposto a mettersi in gioco di fronte ad aspre critiche di eccessivo tedio e di banali moralismi. Lezioni d’amore riesce ad essere qualcosa di più, a scandagliare più a fondo.
La morale è una: amare. Il modo è uno: farlo.

Una splendida pellicola, capace di analizzare gli aspetti più profondi del rapporto di coppia senza mai banalizzarne la natura. Un modello di forma e contenuto che gode di interpretazioni eccellenti di grandissimi attori. Ci auguriamo di vedere più pellicole di questo calibro, un calcio nel posteriore all’idea di film di genere.

Stefano Camaioni, da “Everyeye”

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