La casa sulle nuvole

Federica Lamberti Zanardi (Il Venerdì di Repubblica)

Una casa venduta a sorpresa e due ragazzi in cerca dei padre. La trama è questa. II titolo del film, invece, è ancora provvisorio. II regista? Uno studente del Centro sperimentale. Che ha vinto un terno al lotto…
Esterno giorno, le dune del deserto a pochi chilometri da Zagora sono in controluce, il sole è quello ancora morbido del mattino, il cielo di un azzurro da cartolina che lo rende quasi finto. Adriano Giannini in camicia bianca ha mal di gola, Emilio Bonucci un dito quasi in cancrena per il morso di un insetto della sabbia, il regista Claudio Giovannesi è ancora frastornato per un colpo di sole. Emanuele Bosi, al suo primo film, mangia una frittella che solo i suoi vent’anni rendono commestibile. Siamo sul set di La casa sulle nuvole, titolo provvisorio dell’opera di esordio di un allievo dei Centro sperimentale di cinematografia di Roma, secondo esperimento dell’Istituto Luce, che dall’anno scorso dà a un diplomato del Centro la possibilità di realizzare un vero film, producendone il saggio finale. Un modo per aiutare il giovane cinema italiano senza confinarlo nella gabbia delle commedie generazionali. Nel 2007 è stata la volta di Ma che ci faccio qui!, di Francesco Amato, un road movie adolescenziale, lodato dalla critica e andato bene anche in sala. Ora tocca alla storia scritta e diretta da Claudio Giovannesi, trent’anni, romano, autore di documentari a sfondo sociale come Welcome Bucarest, chitarrista jazz e compositore di colonne sonore (ha realizzato con Enrico Melotti anche quella di La casa sulle nuvole). «Ho scritto questo film dopo aver girato nel 2005 il documentario Appunti per un viaggio in Marocco, reportage sulla comunità italiana a Marrakech» racconta Giovannesi. «Lì ho scoperto che ci sono due tipologie di italiani: gli imprenditori in fuga, che sperano di fare in Marocco il colpaccio, e gli artisti. Il mio film è ambientato in questo contesto, ma racconta il percorso interiore di due fratelli alla ricerca del padre e anche di una relazione profonda fra loro».
Una storia molto «maschile». Non solo perché i protagonisti sono tre uomini, ma soprattutto perché nella ricerca reale dei padre si nasconde il bisogno di punti di riferimenti di una generazione. «Noi trentenni dobbiamo fare i conti con padri poco cresciuti, poco autorevoli e per niente autoritari. Però in fondo molto simpatici. Ho tanti amici di cinquant’anni e hanno vissuto di più, hanno amato di più e si sono anche drogati di più» scherza Giovannesi. Ed è su questo schema che il regista ha costruito il personaggio di Dario (Emilio Bonucci), che ha abbandonato da quindici anni i suoi due figli, Michele (Adriano Giannini) e Lorenzo (Emanuele Bosi), per andare nella comunità di artisti di Marrakech. I due ragazzi vivono soli nella grande casa di famiglia alle porte di Roma, ma un giorno arriva un uomo con un atto notarile: Dario ha venduto la casa a loro insaputa. Sconvolti, i due fratelli partono per il Marocco per trovare il padre e convincerlo ad annullare tutto. Lo trovano e fra fughe e contrasti impareranno a conoscere quest’uomo pieno di slanci e contraddizioni. «Michele, il mio personaggio, e cresciuto con la responsabilità del fratello ed è oppresso dal senso del dovere» racconta Adriano Giannini, che vedremo presto in tv nella serie diretta da Ricky Tognazzi I segreti dell’isola di Koré. «Il padre lo ha conosciuto bene, prima che li abbandonasse, e nutre per lui un profondo rancore, mescolato a una grande nostalgia. In questo viaggio imparerà a dare spazio alle emozioni».
Invece Lorenzo, il fratello minore, è affascinato dalla figura di Dario, dalla sua energia, dal suo anticonformismo. «Ha idealizzato il padre perché era troppo piccolo quando è andato via. È felice di poterlo rivedere e la scena del loro incontro è molto emozionante» racconta Emanuele Bosi, che dopo questo film sarà impegnato sul set di Questo piccolo grande amore, ispirato dalla canzone di Claudio Baglioni e diretto da Riccardo Donna. Non viene citato nel cast uno degli interpreti più originali, il piccolo camaleonte che Emilio tiene in casa come fosse un gatto. « È diventato il mio portafortuna e ormai mi riconosce» ride Bonucci, con l’animaletto appuntato alla giacca come una spilla.
L’attore, che ha alle spalle anni di teatro con Ronconi ma è conosciuto anche dal pubblico tv per la sua partecipazione a Incantesimo, ha dato al suo personaggio un’impronta un po’ hippie. «Dante è un uomo che ha sottratto ai figli la sua presenza fisica, ma ha lasciato una traccia spirituale perché ha insegnato loro l’amore per la vita, la capacità di ricominciare, la ricerca della felicità». La troupe del film è composta da molti ragazzi marocchini usciti dalla scuola di cinema di Quarzazate, voluta dal Luce con la Regione Lazio e dal governo del Marocco. A pochi chilometri da qui, Ridley Scott ha finito di ~Body ofLies. Insomma, gli auspici sono buoni.
Da Il Venerdì di Repubblica, 25 luglio 2008

Relazioni fallimentari  
Luigi Paini Il Sole-24 Ore 

Via, verso Marrakesh. Ma non è un viaggio di piacere quello che Lorenzo e Michele intraprendono alla volta della celebre città marocchina. La casa sulle nuvole, opera prima di Claudio Giovannesi, descrive un percorso all’inizio molto doloroso:i protagonisti sono fratelli e, da un momento all’altro, si ritrovano senza casa. Il colpevole di tutto è il padre, scomparso da una vita, affetto da mal d’Africa e in (cattivi) affari da tempo. Per liberarsi da un debito, si è disfatto a prezzo di realizzo dell’unica proprietà che gli era rimasta. Dunque Lorenzo e Michele, senza averne nessuna voglia, lo cercano per capire che cosa è accaduto e, se possibile, per far tornare sui suoi passi lo scapestrato genitore. Il quale, dimentico di ogni dovere parentale, si è perso alle soglie del deserto: come si fa a volere un minimo di bene a un uomo così, debole e vuoto, perso dietro utopie inconsistenti? Ancora una volta, i figli sono più forti del loro genitore, uscito stroncato dai miti di un’intera generazione.
Ma non è detto che, di fronte a un fallimento così grande, anche loro non abbiano qualcosa da imparare.
Da Il Sole-24 Ore, 17 Maggio 2009
Due figli, un padre inaffidabile ecco una bella storia on the road  

Paolo D’Agostini La Repubblica

Ha le indecisioni, le imperfezioni e le velleità di un debutto. Ma come ogni debutto promettente annuncia anche la cosa più importante, che fa dimenticare le altre: la presenza di uno sguardo. La storia è quella di due fratelli, uno trentenne (Adriano Giannini) e l’ altro ventenne (Emanuele Bosi), uno torvo e l’ altro fiducioso, uno allevatore di cani e l’ altro musicista, che vanno a ripescare in Marocco il padre scomparso da anni (Emilio Bonucci) dopo aver scoperto che si è venduto la casa di famiglia, dove i due ragazzi abitano insieme. Più che storia è una traccia, una pista come quelle del deserto lungo le quali inseguono il padre inaffidabile. Ma, come nelle opere giovanili più audaci, conta soprattutto il tono, l’ atmosfera. Che c’ è. Suggerita evitando troppe spiegazioni, evocata da un dettaglio. Ma senza che il film si smarrisca. Con originalità.
Da La Repubblica, 8 maggio 2009
Sulle nuvole è nato un regista  
Francesco Alò Il Messaggero 

Due animali feriti. Il più piccolo (Emanuele Bosi) è jazzista di talento ma per il fratello più grande sta solo “a suonare il piffero”. Il maggiore (Adriano Giannini) è un allevatore cinofilo ma per il più piccolo sta solo “a pettinare i cani”. Brutta notizia: il padre (Emilio Bonucci) ha venduto la casa in cui vivono. Quell’orribile genitore che li abbandonò 15 anni prima. Dovranno andare in Marocco e cercare il fuggiasco. Sembrerebbe un cliché (Marrakech Express + Riusciranno i nostri eroi) e invece La casa sulle nuvole dell’esordiente Claudio Giovannesi è un gioiello di sorprese, scrittura, sottrazione (le parole spesso spariscono all’improvviso) e pura emozione senza mai sbracare nel sentimentalismo. La fragilità dei giovani perdenti di oggi incontra l’egoistica voglia di libertà della dannata Meglio gioventù (il padre ha 56 anni). In una palpitante cornice africana abitata da avventurieri e fiere marocchine, il piccolo branco può forse cominciare un nuovo viaggio insieme. Chi a terra, chi a bordo di una mongolfiera. Animali di razza nel cast: l’orso Giannini, il cucciolo Bosi e la vecchia volpe Bonucci. Semplicemente fantastici. Giovannesi è classe 1978. Diamo il benvenuto a un regista coi fiocchi e dal talento cristallino.
Da Il Messaggero, 8 maggio 2009
Una di quelle ville fredde a due passi da Roma, uno di quei rifugi di pendolari borghesi che poi vanno a lavorare a Roma. All’inizio non capisci bene di che film si possa trattare. Poi la casa è venduta a sorpresa e i due ragazzi che ci abitavano partono in cerca del padre. Perché il fabbricato con terra intorno è stato venduto a loro insaputa proprio da un genitore lontano, distratto, partito un giorno e mai tornato a spiegare come andò davvero, a concedere ai due figli almeno una parola, di spiegazione e affetto. Da tempo vive in Marocco e lì ha pensato bene di vendere la casa a un tale Franco Vitale, uno di quegli italiani all’estero che la commedia italiana di costume ci aveva un tempo descritto con gusto, realismo e precisione. Per la cronaca lo interpreta Paolo Sassanelli, caratterista italiano specializzato nel trovare ogni volta, e sempre con valida maestria, una sfumatura dialettale nuova. Stavolta si diverte con un leggero e saporito accento francese, e sempre per la cronaca il padre dei ragazzi lo incarna Emilio Bonucci, attore più che altro teatrale, professionista che si è messo a completa disposizione di questo giovane e interessante piccolo film italiano. La trama è questa: due figli senza controllori partono per il Marocco a cercare di riprendersi la casa e di regolare il conto, magari, con un padre inadeguato, incosciente e odiato, forse. Due ragazzi di ventidue e trentatre anni, con i volti di Emanuele Bosi, esordiente concentrato, ed Adriano Giannini, bravissimo, in questo film diretto con decisione dall’altrettanto esordiente Claudio Giovannesi: qualche esperienza lavorativa a Blob, qualche documentario e qualche corto di valore. Welcome Bucarest, su tutti, il racconto documentario di una complicata integrazione tra un ragazzo rumeno sul lungomare di Ostia, la scuola, gli italiani, altri rumeni ed il presente multiculturale che qualche politico pensa ancora di poter affrontare negandone l’invincibilità storica, e nascondendo la realtà sotto il tappetino, per raccontare agli elettori che a casa nostra è tutto pulito. La chitarra sempre in mano, per Giovannesi, e non solo per un falò con gli amici, ma per i locali di un certo livello a suonare per il pubblico pagante. Ed è per questo che il suo nome figura anche nella voce “Musica” del film (insieme a quello di Enrico Melozzi).  

E poi il diploma in regia al centro sperimentale di cinematografia, il luogo da cui nasce questo film, l’organismo da cui partì, nel lontano 2004, il progetto che oggi culmina in questo solido debutto, sospeso tra dramma e commedia, somigliante a molte cose ma ben attento a non imitarne nessuna. Da un po’ di tempo L’istituto Luce offre a un diplomato del Centro la possibilità di realizzare un vero e proprio film, producendone il saggio finale ed aiutandolo a incontrare la sala. Nel 2007 era toccato a Ma che ci faccio qui! di Francesco Amato, un simpatico road movie della maturità scolastica, tra litorali romani, amori estivi memorabili, motorini scassati e giovani attori meno fortunati di Nicholas Vaporidis e Carolina Crescentini. Di quel piccolo film parlò benino la critica e pure la sala non voltò le spalle a quella giovane pellicola umile. “E’ un modo per aiutare il giovane cinema italiano senza confinarlo nella gabbia delle commedie generazionali”, ha scritto Federica Lamberti Zanardi sul Venerdì di Repubblica, e chissà se ha ragione lei, ma stando alle parole di Caterina D’Amico, amministratore delegato di Rai Cinema (entrata anche lei nel progetto) la cosa è ancora più interessante. Con l’occasione offerta dal Luce, il Csc di cinematografia, la scuola nazionale di cinema, ha fatto lavorare ad un film vero tutta la sua tarda primavera scalpitante. Per La casa sulle nuvole si sono messi a far sul serio piccoli sceneggiatori in erba (Francesco Apice, Matteo Berdini, Filippo Gravino) e altrettanto giovani collaboratori, come il montatore Giuseppe Treppiccione. L’idea di fare qualcosa sul Marocco era venuta proprio a Giovannesi, all’inizio per un doc. sugli italiani che vivono là. «Ho scritto questo film dopo aver girato nel 2005 il documentario Appunti per un viaggio in Marocco, reportage sulla comunità italiana a Marrakech». Sono parole del regista, che aggiunge: «Lì ho scoperto che ci sono due tipologie di italiani: gli imprenditori in fuga, che sperano di fare in Marocco il colpaccio, e gli artisti». Poi la cosa ha preso un’altra piega, il documentario è diventato un film ma i sopralluoghi sul territorio sono rimasti, come puntelli su cui legare una sceneggiatura parlante e rispettosa del pubblico. Il lavoro di preparazione al film è stato lungo, gestito con cura e pazienza, del resto non è una caso che il regista preferito di Giovannesi sia proprio Matteo Garrone, uno che con la realtà, due conti con calma se li fa sempre prima di mettersi a riprendere.

La casa sulle nuvole è un viaggio in una terra lontana e vicina, in una cultura in movimento che il giovane regista riesce a documentare senza fermarsi sulle ansie e le speranze (disilluse o meno) di una generazione italiana che si accorse (in tempo) dell’impossibilità che il nostro paese offriva alle proprie aspirazioni. Il film osserva anche un altro paese, con pudore e sguardo sicuro, senza pretendere di offrire spiegazioni o analisi definitive. Poi concede spazio all’eterno ed ultraletterario rapporto tra padri e figli, ancorato, in questo caso, ad una tipologia paterna assente ed invisibile. “Il mio film è ambientato in questo contesto, ma racconta il percorso interiore di due fratelli alla ricerca del padre e anche di una relazione profonda fra loro», continua Giovannesi, spiegando anche la particolarità di questo conflitto: «Noi trentenni dobbiamo fare i conti con padri poco cresciuti, poco autorevoli e per niente autoritari. Però in fondo molto simpatici. Ho tanti amici di cinquant’anni e hanno vissuto di più, hanno amato di più e si sono anche drogati di più». Il riferimento è a quelle figure anni ’70 che hanno scelto di non omologarsi alle convenzioni sociali e ne hanno pagato, a modo loro, il prezzo.

E’ su questo schema, infatti, che Claudio Giovannesi ha costruito il personaggio di Dario (Emilio Bonucci), che ha abbandonato da quindici anni i suoi due figli, Michele e Lorenzo, per andare nella comunità di artisti di Marrakech. Lo trovano là, perso nelle sue fragilità, nelle sue convinzioni incallite, e nei suoi fallimenti da antieroe della commedia all’italiana. Ma lì capiscono anche l’inutilità di un giudizio morale e scelgono di perdonare, cogliendo, col loro viaggio formativo, l’occasione di incontrare loro stessi, neanche loro, da buoni esseri umani, liberi dal peccato e dalla debolezza. Il road movie serve a loro per diventare uomini più forti e a noi, spettatori incuriositi dall’ equilibrio del film, per rifarci gli occhi con un paesaggio insolito e ben descritto dalla fotografia. Insomma, una storia tutto sommato leggera che, lontana da eccessive ambizioni, offre un prodotto degno di essere guardato.

Edoardo Zaccagnini, da “Schermaglie”

La casa sulle nuvole nasce da un’idea di Claudio Giovannesi quando, quattro anni fa, era un allievo della Scuola Nazionale di Cinema. Quella stessa intuizione, successivamente sviluppata, ha poi incontrato il favore di Rai Cinema e Istituto Luce, impegnati a seguire gli ex-studenti più promettenti nel loro esordio nel lungometraggio, con l’obiettivo finale della distribuzione in sala.

Non è propriamente un road movie, né un (melo)dramma familiare e nemmeno una commedia all’italiana, vecchio stile o nuovo che sia. La casa sulle nuvole è piuttosto un po’ di tutto questo, un mix che sfugge a classificazioni di genere anche e soprattutto perché non v’è traccia dell’ansia di aderirvi o confrontarvisi. L’idea originaria, dichiarata dal regista, era quella di raccontare una storia di migrazione al contrario, scoprendo i tanti italiani che vivono a Marrakech, spesso figli – oggi divenuti padri – di quel clima di contestazione tipico degli anni Sessanta e Settanta, che li ha portati ad abbracciare tipi di vite alternative, in realtà rivelatesi specchio (anche) della loro natura di disadattati e di eterni irresponsabili. Ecco allora che il film ha per protagonisti due fratelli (Adriano Giannini e Emanuele Bosi) residenti in una bella casa fuori Roma, che si vedono costretti a partire per il Marocco alla ricerca di chi quella casa, in cui abitano da tutta una vita, l’ha acquistata. Scopriranno così che, tra gli italiani residenti a Marrakech, c’è pure il padre (Emilio Bonucci) che li ha abbandonati più di dieci anni prima. Ovvio quindi che il viaggio, degno di questo nome, diventi non solo la scoperta di altri lidi, ma costituisca anche e sopratutto l’occasione per i due fratelli, così diversi eppure così simili, per conoscere se stessi, l’altro e per affrontare il rapporto irrisolto con un padre assente e irresponsabile.

Il film attraversa l’evoluzione dei suoi personaggi, il loro progressivo avvicinamento, e lo fa senza strattoni e forzature, merito di una sceneggiatura che seppur contrappone i due fratelli in maniera forse in parte semplicistica – l’ ultratrentenne irascibile e disincantato (Adriano Giannini) al ventenne musicista pieno di belle speranze (Emanuele Bosi) -, si dimostra capace di non abbandonare i suoi protagonisti rendendoli credibili nei confronti degli eventi che si trovano ad affrontare. Il loro spessore è solo in parte definito, ma questo, lungi dal costituire un difetto, regala a questa pellicola un sapore lontano da pretese d’approfondimento antropologico, sociale e di costume, ma che sa comunque di buono. Aspetto questo che si fa ancora più evidente nello sguardo che il regista posa sul Marocco riuscendo a schivare facilissimi esotici cliché (i cliché, voluti, sono costituiti al massimo dagli italiani che vi risiedono). La città di Marrakech che ci racconta questo film è un crocevia culturale e razziale, con una grossa spinta verso l’Occidente. È chiaro da subito, fin dalla prima scena nella discoteca dove, con un semplice movimento di macchina, il regista ci mostra tutte le età e tutte le razze che ballano al ritmo di un’ unica musica, che evoca immediatamente i locali nostrani. Del resto il velo per le donne non è obbligatorio, così Amina, compagna magrebina di Bonucci, indossa come le sue amiche minigonna e canotta e confessa, celandosi dietro una bugia, che vorrebbe andare a Roma. Chiaro allora come il Marocco sia solo una delle tante possibilità per raccontare la ricerca del proprio posto nel mondo, della fuga da ‘un paese senza opportunità’ che è in realtà l’alibi alla propria incapacità di affrontare se stessi e i propri fantasmi.

Seppur in alcune parti, soprattutto in quella che precede la parte finale, il film perde un po’ di appeal, Giovannese, forse aiutato dalla sua formazione musicale, conserva un buon ritmo, azzeccando i tempi delle svolte drammaturgiche, scrivendo dialoghi che funzionano, affidando ai personaggi qualche simpatica gag e scandendo il tutto attraverso i cambiamenti dei registri musicali della colonna sonora, curata da lui stesso. Jazz, sonorità più vicine al Medioriente e atmosfere del blues fanno della soundtrack un melting pot, specchio di un Marocco multirazziale e del turbinio di sentimenti contrastanti che ciascun personaggio si ritrova ad affrontare lungo questo viaggio.
E’ il viaggio nel viaggio a chiudere la storia : non a caso i nostri tre protagonisti affrontano insieme il deserto, che è anche un modo per dire che affrontano se stessi e i conti aperti con gli altri. Chi, incapace di assumersi le proprie responsabilità, non lascerà quel deserto, troverà la propria casa tra le nuvole.

Viviana Eramo, da “Close-Up”

 

Tre passi nel deserto

Seguire le orme nel deserto per cercare di trovare qualcuno sembra un’impresa impossibile, un tentativo senza senso, a volte però è dalla ricerca, dalla volontà d’indagare e vedere con i propri occhi la realtà che nasce la possibilità dell’incontro con l’altro. Proprio questa esperienza di ricerca segna l’esistenza di Michele, Lorenzo e Dario, i tre protagonisti de La casa sulle nuvole (2008), lungometraggio d’esordio del giovane regista romano Claudio Giovannesi, figlio del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Michele e Lorenzo sono due fratelli che vivono soli in una casa alle porte di Roma. Il padre li ha lasciati ormai da dodici anni, senza lasciare traccia, scomparso. Michele alleva i cani e Lorenzo suona e sta per partire alla volta di New York per realizzare il suo sogno. Un giorno i due fratelli scoprono che la casa è stata venduta dal legittimo proprietario, Dario Raggi, loro padre, a un uomo che vive a Marrakech e partono alla ricerca del padre per cercare di convincerlo a cambiare idea.

Il soggetto del film porta alla mente immediatamente Marrakech Express (1989) di Gabriele Salvatores e il recente Last Minute Marocco (2007) di Francesco Falaschi poiché intreccia la struttura del romanzo di formazione al tema degli italiani in fuga all’estero per lasciarsi alle spalle un paese nel quale faticano a riconoscersi e che li ha delusi. Per fortuna Giovannesi si distingue da entrambi i film citati: La casa sulle nuvole si presenta come un originale intreccio di temi, dall’incontro culturale e la scoperta dell’altro, tema già affrontato dal regista nel mediometraggio Welcome Bucarest (2008), alle difficili dinamiche familiari, ma il film compie soprattutto un passo decisivo prendendo nettamente le distanza da una visione esotica del Marocco.

Giovannesi mantiene uno sguardo onesto ed equilibrato nel mostrare la realtà complessa del paese maghrebino nel quale ha trascorso molto tempo, documentando e incontrando gli italiani che ci vivono, intervistandoli per un progetto che è diventato un documentario, Appunti per un film in Marocco. Una ricerca che mostra i suoi frutti sin dalla prima scena ambientata in Marocco: l’incontro sul pullman tra i due fratelli e il giovane Rachid che lavora in Italia in una fabbrica tessile e che ascolta musica rap araba a tutto volume. La musica è elemento fondante del film, curata dallo stesso regista che è anche musicista e che lavora per una commistione tra i ritmi del jazz, le sonorità tradizionali marocchine e quelle moderne, del rap e del pop e dei video che guardano tutti i giovani marocchini, a casa come nei fastfood dei centri commerciali dove si ritrovano.

L’anima contraddittoria e complessa del Marocco emerge in poche significative sequenze che basterebbero da sole a definire il quadro nel quale si svolge l’azione. Il film non si concentra sula ricerca del padre che i due ragazzi incontrano già durante il loro primo giorno a Marrakech, La casa sulle nuvole si concentra infatti sulla lenta scoperta dei personaggi che imparano a conoscersi straniati da una realtà diversa e distante dalla loro. La casa sulle nuvole pecca di ridondanza, di qualche ingenuità nei dialoghi nel tentativo di non tralasciare elementi fondamentali finisce a volte per esagerare, per dire e mostrare elementi non proprio necessari. Giovannesi si distingue per uno stile basato sui contrasti come la mongolfiera che spunta lentamente da dietro una duna nel mezzo del deserto assolato, altra idea folle di Dario Raggi e la prima sequenza nella discoteca dove, in un ambiente squallido peno di stranieri in cerca di amori esotici, emergono le differenze e i caratteri dei tre protagonisti interpretati da Adriano Giannini, Emanuele Bosi, Emilio Bonucci.

La casa sulle nuvole, dall’8 maggio nelle sale italiane, si presenta come un esordio interessante e ricco di spunti di riflessione di un giovane regista che proverà a lottare e resistere tra Fast and Furious e X Men – Le origini: Wolverine.

Alice Casalini, da “Cinemafrica”

 

Diplomatosi in Regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nel 2005, Claudio Giovannesi è qui al suo primo lungometraggio. Rai Cinema e Istituto Luce, produttori del film insieme alla Shooting Stars, hanno creduto nel suo potenziale e in quello del suo gruppo di lavoro, parte del quale è alla prima esperienza cinematografica. Il regista racconta una storia d’evasione al contrario, una fuga che si attua verso il Sud. Michele e Lorenzo sono due fratelli che vivono tranquillamente la loro vita abitando nella casa di famiglia. Un giorno si trovano in casa un perito venuto a stimare la proprietà e scoprono così che l’immobile è stato acquistato da Franco Vitale che vive a Marrakech dal legittimo proprietario Dario Raggi, il padre dei due giovani.
Michele va su tutte le furie, vuole recarsi in Marocco per farsi ridare la casa e fare i conti con il padre che li ha abbandonati dodici anni prima, scomparendo definitivamente dalle loro vite. Arrivati a Marrakech Michele e Lorenzo avranno la possibilità di conoscere il padre e comprendere ciò che lo ha spinto alla fuga.
L’idea base del film nasce nel 2004, il regista voleva raccontare la storia di quegli italiani figli degli anni ’60 fuggiti dal proprio paese e sparsi nel resto del mondo. Ha voluto mostrare quegli individui che, non riuscendo ad emergere nella loro realtà piccolo-borghese e sentendosi estraniati da ciò che li circondava, sono fuggiti dalle loro responsabilità e abbandonato i loro affetti. Per farsi una vita in un luogo dove fosse più semplice vivere ed essere se stessi, un luogo come il Marocco o comunque posti esotici e attraenti. L’ambientazione del film in Marocco è parte integrante della storia non è solo una location. Si è voluto raccontare il contatto di culture e modi di vivere diversi e la loro possibile integrazione. Il regista ha voluto far conoscere il mondo islamico e far vedere anche una società aperta e disponibile. Il ragazzo che Michele e Lorenzo conoscono sull’autobus li aiuta nella loro ricerca e in seguito porta Michele a casa sua e tutti i suoi parenti lo accolgono con gioia. Molti personaggi raffigurano la realtà della propria vita. L’interesse principale del regista è stato quello di mostrare i costumi, i valori e gli affetti su cui si fondano le vite di queste semplici persone.
La musica ricopre un ruolo fondamentale perché racconta il viaggio di crescita che i due giovani intraprendono, il film inizia con la musica jazz che man mano si colora di tonalità etniche.
Un altro tema sul quale si è posto l’accento è il rapporto conflittuale eterno tra un padre e un figlio.
I due giovani si comportano in modo diametralmente opposto. Lorenzo ha sempre desiderato avere accanto la figura paterna e fin dal primo momento sviluppa la voglia di scoprire il padre, fare la sua conoscenza più profonda. Michele, caratterialmente istintivo e facilmente irascibile, è rancoroso nei confronti del padre, che da parte sua non dà spiegazioni. Il salto in avanti viene fatto nel momento in cui entrambi, con posizioni diverse, smettono di giudicare il padre, accettandolo come individuo con i suoi pregi e soprattutto i suoi difetti. Il regista vuol sottolineare che la figura paterna va accettata a priori. Giovannesi ha tracciato un percorso per i suoi personaggi che li porta alla conoscenza dell’altro e di conseguenza alla ridefinizione della propria individualità.
Nella figura di Amina si è voluto incarnare un tentativo di rivalsa di una ragazza madre che ha abbandonato il suo villaggio e la sua povertà, per accedere al benessere dell’occidente, anelato e invidiato.
In ultima analisi La casa sulle nuvole è un film ricco e stratificato di temi sempre attuali, raccontati con la leggerezza della commedia ma che fanno riflettere.

Francesca Caruso, da “Cinemainvisibile”

 

La casa sulle nuvole
Due fratelli, Michele e Lorenzo, riportati alla realtà da un evento improvviso partono alla volta del Marocco per cercare il padre fuggito undici anni prima. Opera prima di Claudio Giovannesi, La casa sulle nuvole si colloca in maniera evidente nel filone della letteratura e del cinema di viaggio, inteso come doppio percorso parallelo, nello spazio e nella mente, per la ricerca e la comprensione di sé e del mondo che ci circonda. Si capisce ben presto che “La casa sotto le nuvole” non ha l’ambizione di essere innovativo a tutti i costi o di sperimentare nuovi linguaggi, magari a scapito della pazienza degli spettatori (come purtroppo spesso accade). Claudio Giovannesi, in tutta onestà, vuole raccontare una storia, basata sul rapporto tra padri e figli, sul distacco e la lontananza, sul perdersi e sul ritrovarsi, secondo il ritmo di quelle esperienze che sono patrimonio comune di tutti gli esseri umani.

I due fratelli sono interpretati da Adriano Giannini (il maggiore) ed Emanuele Bosi (il minore). E’ davvero rinfrescante vedere due attori italiani che si mettono al servizio dei rispettivi ruoli con sensibilità e umiltà, senza avere smania di primeggiare, senza strafare e permettendo ai loro personaggi delle minuscole trasformazioni, quasi impercettibili. In questo modo il percorso interiore di Michele e Lorenzo passa quasi sotto pelle, il cammino di vita dei due fratelli traspare appena lungo i risvolti delle loro indoli, così diverse eppure così affascinanti. Il secondo protagonista di questa pellicola è senz’altro il Marocco, già noto peraltro nella sua declinazione itinerante nel film di Salvatores Marrakech express, qui evocato in una breve scena di gioco nel deserto in cui al pallone viene sostituito il frisbee. Così viene nuovamente esplorato il rapporto tra oriente e occidente, anch’esso tipicamente ottocentesco come il tema del viaggio, presentato in forma di contrasto senza possibilità di risoluzione.

La casa sotto le nuvole è dunque una pellicola che lascia ben sperare sulle doti di questo regista esordiente. La sequenza della mongolfiera, che si leva da dietro una duna per poi scomparire “idealmente” sopra la testa degli spettatori è di grande bellezza e di grande forza immaginativa.

La frase: “…e tu stai lì a mangiare come se fosse il pranzo di Natale!”.

Mauro Corso, da “Filmup”

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One comment to La casa sulle nuvole

  • dario casalini  says:

    […] dei servizi segreti americani. Almeno quattro infine … Mail (will not be published) (required) …La casa sulle nuvole | Cinema e Teatro Gabbiano di SenigalliaFederica Lamberti Zanardi_ (Il Venerd_ di Repubblica) Una casa venduta a sorpresa e due ragazzi in […]

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