Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

 

Può un film ripercorrere l’immenso turbinio di sentimenti che dà vita alle opere di un artista immenso come Van Gogh del quale tutto è stato già detto, senza inciampare nella ridondanza del già noto?
La risposta è sì se il regista si chiama Julian Schnabel, un pittore che sceglie di raccontare un altro pittore partendo dall’apparente impossibilità di ripercorrere, attraverso un documentario, la potente carica vitale alla base dell’atto del dipingere.
Si origina da questa scintilla Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità, il film prodotto da Jon Kilik e distribuito da Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment, in uscita nelle sale domani, giovedì 3 gennaio. Una storia che trascina lo spettatore in quel momento magico, viscerale e violento che sfugge ad ogni definizione cancellando il tempo, tra la fatica fisica e la dedizione assoluta che caratterizzano la vita di un artista, in particolare quella di un pittore.

Eppure questa esperienza cinematografica così caleidoscopica, che tesse un ritratto del ruolo dell’artista nel mondo, della sua vita e della sua impronta eterna, quanto della bellezza e della meraviglia che Van Gogh ci ha lasciato, nasce da un’occasione.

«Il ritratto di Van Gogh che emerge dal film deriva direttamente dalle mie reazioni ai suoi quadri, non da quello che è stato scritto su di lui» spiega Schnabel. E così il tormentato pittore di Zundert è diventato per il regista, per Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg (suoi cosceneggiatori e co-montatrice), una sorta di prisma attraverso cui riscoprire l’instancabile anelito dell’uomo a esprimersi e a comunicare. Lungi dall’essere una biografia, il film, attraverso un approccio del tutto nuovo, prova piuttosto a immaginare le scene che avrebbero potuto plausibilmente aver luogo, le situazioni nelle quali Van Gogh avrebbe potuto trovarsi, le cose che avrebbe potuto dire, ma che la storia non ha registrato. Tutto ha inizio al Musée d’Orsay dove Schnabel aveva portato il suo amico, scrittore, romanziere e attore Jean-Claude Carrière, per vedere una mostra dal titolo Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società”(ispirata all’omonimo libro dello scrittore, poeta e visionario francese Antonin Artaud).
Mentre i due si aggiravano tra i 40 dipinti del percorso – tra i quali Ritratto dell’artistaLa sedia di GauguinRitratto del dottor GachetAugustine Roulin e Un paio di scarpe – il discorso è caduto sul film, e così l’idea ha improvvisamente preso vita in modo del tutto inaspettato.

«La cosa estremamente interessante per me era l’idea di poter realizzare un film sulla pittura girato da un pittore» ricorda Carrière. È in quel pomeriggio, in quel suggestivo dedalo di capolavori, che Schnabel inizia ad intuire il tipo di struttura del film che avrebbe voluto girare. «Quando sei davanti a singole opere – spiega – ciascuna ti dice qualcosa di diverso. Ma dopo aver visto 30 quadri, l’esperienza diventa qualcosa di più. Diventa la somma di tutte quelle sensazioni messe insieme. L’effetto che volevo ottenere con il film era quello di rendere la struttura tale che ogni evento che vediamo accadere a Vincent potesse sommarsi ai precedenti, come se chi guardasse potesse vivere tutta la sua vita in un momento».

Schnabel e Carrière hanno così cominciato a pensare a come sviluppare la loro intuizione. «Abbiamo iniziato scrivendo insieme e leggendo molto, ma l’idea non è mai stata quella di lavorare su una biografia o di soddisfare le solite curiosità – racconta Carrière -. Quello che ci interessava era che Van Gogh negli ultimi anni della sua vita fosse del tutto consapevole di aver acquisito una nuova visione del mondo, di non dipingere più come facevano gli altri pittori. Offriva alla gente un nuovo modo di guardare le cose, e questo modo di vedere le cose è quello che volevamo mostrare nel film».
Andando con un pittore a vedere i quadri di un altro pittore, Carrière ha avuto modo di trovarsi tra Julian e a Van Gogh.
«Ad un certo punto – racconta – una parte in cui c’erano diversi autoritratti mi ha fatto fermare davanti a quello esposto al Musée d’Orsay, ma molto, molto vicino, diciamo a venti centimetri: lui era ad un lato di Van Gogh e io all’altro, e tutti e tre occupavamo al massimo mezzo metro quadrato. Stranamente ha iniziato a parlarmi di tecnica. Era come se Van Gogh ci stesse ascoltando. Mi è sembrato di sentir battere il suo cuore, di sentirlo respirare in mezzo a noi, provando piacere ad ascoltare quello che un altro pittore diceva di lui. Avevo ottantadue anni e non avrei mai immaginato di poter provare ancora emozioni come quelle davanti ad un quadro».

Ripercorrendo i passi dell’artista e il suo cammino fisicamente faticoso, il film traccia dei percorsi tra i luoghi in cui Van Gogh ha lavorato e vissuto negli ultimi due anni della sua vita: Arles, l’istituto psichiatrico di Saint-Remy, Auvers-Sur-Oise. Ma il film, come spiega il produttore Jon Kilik, è anche «il ritratto di chiunque si sia mai messo a sedere per creare qualcosa, che si tratti di un pittore oppure no».
Partendo da una visione molto personale del regista – che ha debuttato alla regia con Basquiat, seguito da Prima che sia notteLo scafandro e la farfalla – il film diventa pian piano un’opera condivisa con gli attori, la troupe, i musicisti, e ovviamente il pubblico.
Per Willem Dafoe – premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Migliore attore – che si è completamente immerso in Van Gogh, il processo è stato quasi alchemico. «Si potrebbe dire che Willem reciti una parte, ma si potrebbe anche dire che incarna uno spirito» commenta Schnabel.

E anche nella genesi del ruolo da protagonista assegnato a Dafoe non mancano i retroscena. «È l’unico attore che volevo per questo ruolo – confessa Schnabel – e la sua interpretazione, grazie alla profondità della sua esplorazione del personaggio, alla sua fisicità e alla sua immaginazione, è andata ben oltre ciò che c’era scritto nella sceneggiatura». E lui non si è tirato certo indietro. «Una volta nel corso di un incontro, Julian mi ha detto di leggere il libro di Steven Naifeh e Gregory White Smith, Van Gogh: The Life. L’ho letto e ho annotato tutte le cose che mi erano sembrate interessanti, certe citazioni, alcuni piccoli dettagli. Ho mandato le mie note a Julian e quello ha segnato l’inizio della mia partecipazione al progetto. Da lì è partito tutto». E così anche Defoe è diventato pittore. Schnabel lo ha reso tale invitandolo a dipingere realmente nel film a misurarsi effettivamente sul piano fisico, emotivo ed istintivo con le tele, per dar vita sullo schermo a qualcosa di nuovo. Tra le personalità creative di livello, delle quali si pregia la troupe, c’è il direttore della fotografia Benoît Delhomme, il cui stile organico si combinava molto bene con la visione di Schnabel.
Dalla prima volta in cui aveva sentito parlare del progetto, Delhomme avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di farne parte. «Ho pensato che avrebbe potuto essere la mia chance di unire ciò che amo di più: il cinema e la pittura» confessa.
Delhomme ha girato alcune tra le prime riprese da solo in un campo di grano in Scozia. «Ho passato tre giorni nei campi di grano vestito come Van Gogh. Non c’era modo migliore per entrare nella mente di Vincent e prepararmi a girare questo film: con la parte superiore del mio corpo ero Benoit Delhomme e con quella inferiore ero Vincent».

Ed eccolo il film, un caleidoscopio intenso e drammatico che restituisce allo spettatore la struggente bellezza di un genio. In questa produzione il pubblico di Vincent non è ancora nato, ma questo non impedisce all’artista di fare quello che sente di dover fare.
«Quando lo osservi in mezzo ad un campo, sorridente, mentre si butta addosso la terra, non è un pover’uomo. È un uomo che sente di essere al posto giusto al momento giusto, in perfetta sintonia con la vita».

Samantha De Martin, da “arte.it”

 

 

È di sole che ha bisogno la salute e l’arte di Vincent van Gogh, insofferente a Parigi e ai suoi grigi. Confortato dall’affetto e sostenuto dai fondi del fratello Theo, Vincent si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia e a contatto con la forza misteriosa della natura. Ma la permanenza è turbata dalle nevrosi incalzanti e dall’ostilità dei locali, che biasimano la sua arte e la sua passione febbrile. Bandito dalla ‘casa gialla’ e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin e le visite del fratello. A colpi di pennellate corte e nervose, arriverà bruscamente alla fine dei suoi giorni.

Pittore celebre negli anni Ottanta, Julian Schnabel si converte al cinema negli anni Novanta e realizza il suo primo film su un soggetto seducente ma cimentoso (Basquiat), evitando i rischi maggiori (agiografia melensa e glamour smaccato) e procedendo per tocchi fugaci.

Un film su un pittore è raramente realizzato da un pittore ma Schnabel ne gira addirittura due. Ventidue anni dopo trasloca in Francia per raccontare il bisogno permanente di Van Gogh di dipingere. Come fu per Basquiat, l’autore americano non cerca di penetrare l’enigma della creazione, che appare un’acquisizione indiscutibile (anche) nel personaggio di van Gogh. Ad appassionare Schnabel è quello che rivela la relazione tra il pittore olandese e Paul Gauguin, tra l’artista dei girasoli bruni e il suo tempo.

Trasportato come van Gogh dalla luce della Provenza, Schnabel coglie quel passaggio folgorante di cui non resta niente ad Arles, alcun quadro, alcun edificio a parte un modesto impasse intitolato a suo nome. Tutta la storia di van Gogh, come quella di Gauguin, è segnata dal destino, marcata dall’insuccesso, l’incomprensione e alla fine l’isolamento. Dei campi di grano, del fogliame d’autunno, dei cipressi monumentali, dei giardini selvatici, dei fiori floridi, dei fondali gialli, dell’arancio ardente dei crepuscoli, del colore rovesciato sulla tela come magma incandescente, i suoi contemporanei non sapevano che farsene. Alieno al mondo che lo circondava, l’artista esprimeva un malessere profondo, una disperazione totale e una lucidità intensa, che lo rendeva sovente odioso agli altri.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Sul grande Vincent Van Gogh sono stati creati più di 30 tra film e documentari e non poteva essere altrimenti data la statura del pittore nato a Zundert nel 1853 e morto in circostanze misteriose nel 1890, una delle figure più mastodontiche, osannate e studiate della storia dell’arte.
Ora, in questo Festival veneziano, arriva ciò che Julian Schnabel (pittore oltre che regista) vuole raccontarci del tormentato percorso esistenziale ed artistico del genio olandese, con un cast di prima grandezza che comprende Willem Dafoe, Oscar Isaac, Rupert Friend, Mads Mikkelsen, Emmanuelle Seigner e Niels Arestrup.
Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate) si candida ad essere una delle pellicole maggiormente considerate dalla Giuria di un Festival di grande qualità e originalità, dove il bellissimo e coraggioso film di Schnabel può aspirare a riconoscimenti significativi.

Ma come fuggire al cliché? Al Deja vu? Come evitare di essere ridondanti e ripetitivi? Schnabel sceglie la strada della soggettività, di un racconto in prima persona che abbia in Van Gogh il narratore della propria tragedia umana e della propria evoluzione esistenziale ed artistica.
Lo fa grazie ad una fotografia meravigliosa di Benoît Delhomme, che valorizza ogni istante degli stupendi paesaggi, del volto di un Willem Dafoe sofferente, vivido, perfetto nel donarci l’immagine di un uomo perso dentro sé stesso, incapace di dominare i proprio sentimenti, la propria anima malata, turbolenta, sensibile oltre ogni immaginazione all’universo e ciò che era ai suoi occhi.
Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità deve però molto della sua perfetta riuscita all’ottima sceneggiatura scritta da Schnabel assieme a Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg, che rasenta la perfezione nella cura con cui costruisce ogni frase, ogni dialogo, con cui riesce a donare l’essenza dell’opera e della visione di questa strana, triste e tormentata anima che con i suoi quadri ha cambiato il mondo dell’arte.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità: il mondo con gli occhi di Van Gogh

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità Cinematographe

Ma il film di Schnabel è qualcosa di più che una serie di straordinari piani sequenza, è il tentativo riuscitissimo di guidarci dietro i suoi occhi, sotto la sua pelle, dentro la sua testa, di farci vedere anche solo per un istante il mondo come lo vedeva lui.
Più di tutto è riuscito il modo in cui viene descritto la sua relazione con il mondo circostante, il rapporto strettissimo con il fratello Theo (un ottimo Rupert Friend), l’amicizia incostante e fallimentare con un Gauguin che Oscar Isaac dipinge in modo magistrale come suo alter-ego, come tutto ciò che egli ama e ad un tempo invidia di quel mondo con il quale non sa o non vuole fino in fondo avere a che fare.
Dio, la trascendenza, il rapporto tra sé stesso e una natura che lo avvolge e compenetra fino all’ultimo brandello della sua anima, il senso della pittura e della sua esistenza in relazione ad essa, le crepe dentro una mente geniale e allo stesso tempo fragilissima. Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità è tutto questo, quasi un quadro in movimento.

Ma nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza la chiara visione, la grande maestria di Schnabel nel concepire un percorso, un iter cinematografico, perfettamente calibrato, mai ridondante od eccessivo, mai colto in fallo nel tentativo di separare l’uomo dall’artista o di limitarsi a creare un elogio della pazzia creativa.
Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità invece riesce a rendere eloquente e chiaro il precario equilibrio di Van Gogh, il suo fondersi totale con l’arte che lo porta ad esclamare con piena e sincera certezza “Io sono la pittura!“.
Il cinema ha sovente abusato della presunta “dannazione” degli artisti, presentandola come una sorta di fisima, di auto-illusione, quasi di vezzo. Il film di Schnabel invece ce ne mostra il lato oscuro, sofferente, l’isolamento sociale, la sensazione di inadeguatezza e fragilità che significò per Van Gogh vedere e sentire ciò che gli altri, i piccoli borghesi, falsi artisti, il gregge umano ignorante che lo circondava, prendevano per fantasia di un matto o uno squilibrato.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità: un film dalla forza dirompente ed immediata

Il film di Julian Schnabel riscrive completamente i canoni del cinema biografico, mette le basi per una nuova estetica e narrativa cinematografica, spezza la lunga catena del già visto e già sentito, mostra come plausibilità, universalità e capacità evocativa siano più vere della verità ufficiali, nel momento in cui riescono a farsi comprendere.
Straordinario nella forza viscerale che comunica allo spettatore, riesce a dire tutto ciò che serve senza dire tutto ciò che c’è, a farci perdere dentro il mondo di Van Gogh, anche solo per un istante a volte si pensa di poter afferrare la verità, la sua verità.

Lontano dall’essere celebrativo o narcisista, Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità vive della perfetta alternanza tra alto e basso, dentro e fuori, chiaro e scuro, con una natura che più che perfetto ambiente o sfondo, è coprotagonista del dramma dell’uomo e delle sue emozioni, motore del moto incessante della macchina da presa e dell’umana azione al suo interno.
Un film dalla forza dirompente ed immediata, veloce e deciso, ma allo stesso tempo con l’umiltà di proporre ciò che sa essere non la verità su Van Gogh ma la propria verità, una verità, una delle tante, una delle molte.

Voto: 4 / 5

Giulio Zappello, da “cinematographe.it”

 

 

Dopo il successo dell’anteprima internazionale a Venezia 75 e la Coppa Volpi per il Migliore Attore assegnata a Willem Dafoe, arriva al cinema dal 3 Gennaio Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità: sesto lungometraggio del pittore newyorkese Julian Schnabel.

Le incursioni di Julian Schnabel nel territorio dell’arte cinematografica presentano sempre un’idea d’immortalità. Ne 1996 Schnabel firma Basquiat, film che celebra ascesa e caduta di Jean-Michael, della Factory e una certa idea di Manhattan, che sembra morire con loro. Al centro ci sono ovviamente le complesse dinamiche d’amore e odio tra Basquiat e il suo mentore, Andy Warhol. In queso caso, il miracolo della trasfigurazione è affidato a David Bowie: gelido e impeccabile nella parte del divino Warhol. Ora, con il 2018, arriva il turno di Willem Defoe.

Certo: l’attore e l’artista presentano una somiglianza fisica al limite dell’assoluto. Ma oltre l’apparenza e l’immagine, Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità mira direttamente alle radici dell’Arte contemporanea: lontano dalla società e dagli uomini, lontano perfino dal ‘900, dove un uomo solo cambia per sempre la nostra percezione di realtà e bellezza, cambiando così il corso della Storia.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità non è il primo film dedicato al genio e al tormento di Vincent Van Gogh. Forse credevamo di sapere tutto sulla sua vita: Vincent infatti ha scritto migliaia di lettere, descrivendo nel dettaglio incubi e illuminazioni. Dalle lettere, indirizzate soprattutto all’amato fratello Théo, conoscevamo la sua visione del mondo, la vocazione mistica che l’ha condotto alla pittura, ma anche la sua condanna: parlare un linguaggio incomprensibile al suo tempo. 

Dall’ultima lettera a Théo inizia il viaggio di Loving Vincent: film di animazione del 2017, che racconta Van Gogh attraverso 100 capolavori e 65.000 fotogrammi dipinti su tela. Del 1990 è invece Vincent & Theo di Robert Altman: mentre Tim Roth incarna genio e sregolatezza del pittore, il regista di Nashville e America Oggi sembra interessato soprattutto al fratello. Ovvero: l’uomo che non sa sconfiggere la follia e la morte, ma salva i dipinti e li consegna all’eterno.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schanabel si inserisce in una tradizione di lungo corso, eppure resta un’opera irriducibile, diversa da tutte le altre . Le cure di Théo, la bellezza violenta della natura, la crudeltà degli uomini e il demone stesso dell’ispirazione: per la prima volta, vedremo tutto attraverso gli occhi di Van Gogh-Willem Dafoe.

Il riferimento agli occhi per altro è riduttivo : Van Gogh – Sulla Soglia dell’eternità non è un film costruito solo sulla soggettiva del protagonista. L’esperimento di Willem Dafoe, del regista Julian Shnabel e dello sceneggiatore Jean-Claude Carrière è decisamente più estremo.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità racconta gli ultimi anni di vita del pittore: incapace d’integrarsi a Parigi, cerca rifugio nella campagna francese, nella piccola comunità di Arles, che non saprà comunque accogliere la furia del genio. Attraverso Willem Defoe scopriremo un punto di vista alternativo alla biografia del pittore: dall’orecchio reciso al giorno della morte, che non sarebbe avvenuta per suicidio. 

La sceneggiatura del film Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità scardina e distrugge miti e leggende intorno al pittore: cerca la verità più cruda sulla sua vita, compresi gli aneddoti più oscuri, nascosti tra le pieghe della storia.

Tra questi, c’è anche un giovane e spietato Paul Gauguin (Oscar Isaac): in lui Van Gogh cercherà inutilmente un alleato e un amico, capace di rompere il muro della solitudine, trasformare la miseria dell’esistenza in un incanto continuo, fatto solo di ispirazione e pittura.

Julian Schnabel costruisce il film su studi, scoperte e interpretazioni recenti, eppure conserva un riferimento imprescindibile: il saggio di Antonin Artaud del 1947, “Van Gogh, il suicidato della società”.

Willem Defoe diventa così il corpo, lo sguardo e il volto di una ferita insanabile: quella di un uomo rifiutato da tutti, assediato da violenza e disperazione, eppure consapevole del suo destino.

Quel destino crudele che all’odio dei contemporanei risponderà con la devozione dei posteri.

Il Van Gogh di Willem Dafoe vive isolato, scacciato dai compaesani e bersagliato dai bambini; provvede in prima persona a tormentare sé stesso, abusando di alcool e assenzio. Eppure, lo stesso uomo ha scoperto un’inesauribile fonte di pace: immergersi nel panorama e nella pittura.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità porta lo spettatore a contatto diretto con entrambe le dimensioni: la brutalità del reale, il miracolo di una bellezza bizzarra e straniante. Il regista sceglie l’uso massiccio della camera a mano, deforma inquadrature e prospettiva con ogni mezzo, lecito e illecito: perde il fuoco, abusa del grandangolo e della sovraesposizione.

Fino al tragico epilogo, Defoe resta il cuore pulsante del film. Come nel caso di Requiem for a dream, il protagonista supera il limite estremo, e prende fisicamente in carico la steady-cam. 

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità si rivela così un’esperienza totalizzante, dove il corpo dell’attore domina l’inquadratura, costruisce il racconto e conduce lo spettatore in un dramma senza tregua.

Speranza e delirio, sublime e sconfitta: questi e infiniti altri conflitti si agitano nei primi piani di Willem Defoe.

In attesa dei Golden Globes 2019, il suo Van Gogh resterà comunque un’interpretazione epocale: una sfida anche all’ipocrisia del presente.

Marta Zoe Poretti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

At Eternity’s gate di Julian Schnabel presentato in concorso a Venezia 75 non è solo un film sugli ultimi giorni di Vincent Van Gogh (interpretato da uno splendido Willem Dafoe) ma una riflessione sul senso più profondo dell’arte e della vita stessa.

L’arte viva di Vincent Van Gogh

Dopo il successo di Loving Vincent e del documentario Van Gogh. Tra il grano e il cielo tocca al regista e pittore newyorkese Julian Schnabel affrontare il genio di Vincent Van Gogh. Nel frattempo c’era stato anche il film evento di Pappi Corsicato L’arte viva di Julian Schnabel dedicato proprio al regista di Brooklyn, e il cerchio si chiude con At Eternity’s Gate, omaggio dell’artista Schnabel all’artista Van Gogh, dopo il film dedicato all’altro genio newyorkese Basquiat nel 1996 a cui aveva partecipato anche Dafoe (con David Bowie nel ruolo di Andy Warhol, tra gli altri). Questa non è una biografia, sono già stati fatti fin troppi film e documentari su Van Gogh, ma il lavoro di Schnabel ha un approccio più emozionale e sensoriale alla pittura del genio olandese, quasi materico, e ci mostra l’atto del dipingere nel suo svolgersi, i colori che si mischiano e si impastano sulla tela, l’arte viva di Van Gogh.

Il cast

Oltre a Willem Dafoe nel ruolo di Vincent Van Gogh troviamo Rupert Friend in quello del fratello Theo Van Gogh, Oscar Isaac nei panni dell’amico e collega Paul Gauguin, poi Mads Mikkelsen che è un prete che non capisce il valore dell’arte di Van Gogh e la considera “sgradevole” (come gran parte dei suoi contemporanei, sarà rivalutato solo dopo la sua morte). Mathieu Amalric è il Dottor Gachet, la bellissima Emmanuelle Seigner è Madame Ginoux (che sarà il soggetto di molti ritratti), Anne Consigny è l’insegnante, Amira Casar è Joanna Van Gogh (moglie di Theo), mentre Vladimir Consigny è il dottor Felix Rey e la figlia del regista Stella Schnabel è Gaby. C’è anche una ragazza che compare sulla strada all’inizio e alla fine del film interpretata da Lolita Chammah.

At Eternity's gate
Willem Dafoe è Van Gogh

La genesi del film al Museo D’Orsay

Scritto da Schnabel con Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg (anche editrice con Schnabel) e prodotto da Jon Kilik, il film è nato al Museo d’Orsay di Parigi dove Julian Schnabel era andato con l’amico sceneggiatore Carrière a vedere una mostra dal titolo “Van Gogh/Artaud: l’uomo suicidato dalla società“. Il ritratto di Van Gogh che viene fuori dal film è il risultato della personale reazione di Schnabel alla visione dei suoi quadri, non di quello che è stato scritto su di lui. Dopo aver ammirato circa 30 opere tra cui “Ritratto dell’Artista”, “La sedia a dondolo di Gauguin”, “Il dottor Paul Gachet”, “Augustine Roulin” e “Paio di scarpe”, comincia a prendere forma l’idea di fare un film sulla vita di un pittore vista da un altro pittore. Quello che interessa a Schnabel e Carrière è far vedere come Van Gogh negli ultimi anni della sua vita fosse totalmente lucido e consapevole di stare facendo qualcosa di nuovo e di rivoluzionario per la storia dell’arte, che avrebbe lasciato il segno.

Van Gogh-Dafoe tra Gesù e Pasolini

L’interpretazione molto intensa di Willem Dafoe (che era stato sia Gesù in L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese presentato proprio a Venezia nel 1988 che Pasolini nel discusso film omonimo di Abel Ferrara sempre in concorso alla Mostra nel 2014) conferisce ulteriore forza a questa visione ascetica e quasi profetica dell’artista olandese. Van Gogh vuole entrare in rapporto con l’eternità (da qui il titolo del film), andare oltre il pensiero comune, essere unico, entrare nella storia dalla porta principale. Viene quindi messo in discussione il luogo comune dell’artista pazzo e incosciente che non si rende conto dell’importanza di quello che sta facendo e che non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe diventato famoso. Il Vincent di Schnabel è un pazzo lucido, visionario, profetico: la sua morte violenta e improvvisa diventa un sacrificio per tentare di salvare l’umanità e redimerla, proprio come fecero Gesù e Pasolini, la cui opera è sopravvissuta alla morte.

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità
Julian Schnabel e Willem Dafoe a Venezia 75

La misteriosa morte di Van Gogh

I due punti controversi su cui si basa il film sono gli appunti di Van Gogh (non riconosciuti come attendibili dal museo di Amsterdam) e la morte del pittore, che secondo la versione comune si sarebbe suicidato. Schnabel cerca di contrastare questa tesi e di smentire la leggenda di un Van Gogh triste e cupo, sostenendo che stava lavorando fino alla fine dei suoi giorni a ritmi forsennati e che sarebbe stato ucciso da alcuni ragazzi che volevano rubargli i quadri e di cui non avrebbe fatto il nome neppure in punto di morte.

La musica del film

Supervisionata dallo stesso Schnabel, la musica del film è affidata alla musicista ucraina Tatiana Lisovskaja, che suona il violino ma qui ha scritto il tema di Van Gogh insieme a Paul Cantelon e Julian Schnabel e ha interpretato anche tutti gli altri brani al pianoforte.

Alessandro Sgritta, da “spettacolo.eu”

 

 

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