Il gioco delle coppie

 

Alain è un editore inquieto che ama Selena ma la tradisce con la sua assistente, che odia l’ultimo libro di Léonard ma lo pubblica, che ama le vecchie edizioni ma ragiona sull’Espresso Book Machine. Léonard è uno scrittore ‘confidenziale’ che ama sua moglie ma la tradisce con Selena. Depresso e lunare, scrive da anni lo stesso libro ed è narcisisticamente incompatibile con la sua epoca. Tra loro fa la sponda Selena, attrice di teatro convertita alla serie televisiva. Al seno di una società upgrade e dentro un mondo divenuto virtuale, conversano, mangiano, bevono e fanno (sempre) l’amore.

Vestito da commedia il nuovo film di Olivier Assayas restituisce come un boomerang la sua reputazione di autore intellettuale. A tal punto da invitarci a tavola.

Non fiction è letteralmente un simposio di idee, dialoghi e riflessioni ad alto voltaggio. L’attenzione punta ancora una volta sulla modernità (Sils Maria) e un’etnografia di comportamenti di dipendenza che ci legano ai “motori di ricerca” dove sfilano le ultime news del mondo. Su questo punto l’autore esprime una malinconia graffiante ma affatto ostile, dispiegando un doppio movimento quasi contraddittorio.

C’è al principio un adeguamento del suo cinema a tutte quelle forme contemporanee della comunicazione, successivamente, una volta apparecchiata la scenografia, Assayas ricolloca alla giusta distanza i feticci della nostra modernità, aprendo il décor a dialoghi vivi come in uno scambio di tennis, lanciando stoccate qualche volta appassionate, sovente caustiche, contro questa nuova realtà di flussi e di schermi a cui nessuno riesce più a sfuggire.

Ma se in Sils Maria i personaggi si scrivevano per SMS, si parlavano su Skype e appena facevano la conoscenza di qualcuno si lanciavano su un computer per ‘googlizzarlo’, in Non fiction questa intermediazione permanente di schermi e di reti elettroniche si converte in situazioni conviviali e luoghi rituali (brasserie, bistrot, café, salotti, cucine, camere da letto) che aiutano a vivere e a elaborare i colpi della modernità.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Non-Fiction o Doubles vies? Il sublime scarto tra il titolo internazionale e il titolo originale del nuovo film di Olivier Assayas – quello italiano, Il gioco delle coppie, è tutt’altra dimensione… – illumina ancora una volta la miracolosa capacità del regista francese di fondere i più urgenti quesiti teorici del XXI secolo agli atemporali sentimenti umani che li trascendono. Da dove cominciare? Dai suoi cinque personaggi in cerca di autore: Alain (Guillaume Canet) dirige una prestigiosa casa editrice parigina ed è l’editore di Léonard (Vincent Macaigne), uno scrittore che non riesce ad adattare la non-fiction della sua letteratura ai tempi di post-verità prefabbricate che ossessionano la compagna Valérie (Nora Hamzawi), assistente di un famoso politico in piena campagna elettorale. Personaggi che hanno tutti una doppia vita: Léonard ha una relazione con Selena (Juliette Binoche), attrice e moglie di Alain che a sua volta ha una relazione con Laure (Christa Theret), giovane imprenditrice nel campo dei nuovi media. Questa ricca e sofisticata borghesia parigina è ossessionata dalla rimediazione dei prodotti culturali novecenteschi dai supporti analogici alle nuove interfacce digitali: argomento principe di lunghe riunioni, meeting, cene, chiacchierate prima di dormire e persino di incontri amorosi. Insomma, che valore ha l’arte nell’era della riproducibilità/programmabilità digitale? È possibile pensare con leggerezza che uno stesso romanzo possa essere scaricato e letto su un computer, su un tablet, addirittura in uno smartphone! E questa smaterializzazione dell’esperienza muta il contenuto dell’opera o l’atteggiamento dello scrittore? Un dato è certo: l’editoria è in crisi per il cartaceo, non sfonda tra gli e-book, forse va meglio negli audiolibri, ma è pur sempre orientata da algoritmi che disintermediano il mercato e ci incasellano in profili da “vendere” al miglior acquirente. Come dice Laure: “il software è il l’unico reale contemporaneo”.

Stop ai ragionamenti. Che cosa resta immutato? Il cinema, chiaramente, resta l’orizzonte privilegiato di riflessione per il sesto personaggio in cerca d’autore, lo stesso regista, che mette fuori campo i display-fantasma di Personal Shopper e gli schermi-estatici di Sils Maria mantenendo una granitica coerenza autoriale persino in questa parlatissima e (auto)ironica commedia degli equivoci. Ecco che Il gioco delle coppie potrebbe essere la matrice intima di ogni suo film girato da Demonlover in poi: un film-saggio che ragiona esplicitamente sulla sempre più perturbante circolazione delle informazioni (Boarding Gate) e sulla galoppante perdita di valore referenziale delle immagini (L’heure d’été). Non a caso Assayas sceglie proprio il 16mm come supporto – la resa della pellicola, la grana e i “debiti” che manifestano le inquadrature configurano esteticamente il fiume di parole che riflette sul salto di paradigma digitale che stiamo vivendo. L’ideale remake contemporaneo di Fin août, début septembre? Anche lì un gruppo di personaggi dalle relazioni incrociate, anche lì uno scrittore in crisi, anche lì il passaggio generazionale che segna profondi scarti di vita. Ma se nel 1998 erano i destini sentimentali a reclamare indiscutibilmente il primo piano, esattamente vent’anni dopo (con la solita lucidità) Assayas orchestra un dispositivo narrativo e formale che deve pazientemente pedinare quegli stessi sentimenti negli abissi social(i) che ci ossessionano: “i tweet sono gli haiku della nostra epoca“.

Ed è qui che viene in soccorso il padre cinematografico più volte riconosciuto (e citato apertamente): in Luci d’inverno di Ingmar Bergman un prete che ha perso la fede predica in una chiesa vuota. Una metafora quanto mai attuale per i cinque protagonisti. Ma il vero problema, dice Alain/Assayas a Laure, non è certo la chiesa vuota (l’editoria come il cinema troverà sempre nuovi modi di sopravvivere) né tantomeno il prete (che come l’autore ha ancora il compito di porsi domande, giuste o sbagliate che siano). Il vero problema da porre riguarda allora il mediumche unisce queste due dimensioni: la credenza. Insomma, noi ci crediamo ancora? Al di là dell’analogico o del digitale, della carta o degli e-book, della pellicola o dei pixel, dei matrimoni o delle doppie vite… noi crediamo ancora a uno sguardo che possa unire una persona che parla, scrive, filma, canta (o ama) con un’altra persona che ascolta, legge, guarda, sente (o ama)? Perché se quella credenza riuscirà in qualche modo a sopravvivere, allora “le cose che meritano di essere dette” troveranno ancora i giusti modi o i giusti supporti per esprimersi. Questo è reale.

Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

C’è Alain (Guillaume Canet), che dirige una storica casa editrice parigina e che cerca di fare i conti con la rivoluzione digitale, e c’è Léonard (Vincent Macaigne), uno dei suoi autori, specializzato in auto-fiction in cui ricicla le sue storie sentimentali e le sue avventure per fare letteratura. Poi c’è Selena (Juliette Binoche), che è la moglie di Alain e che ha una storia con Léonard, a sua volta fidanzato con Valérie (Nora Hamzawi), assistente di un politico di sinistra. E c’è anche Laura (Christa Theret), la giovane manager rampante che deve aiutare Alain nella transizione al digitale, e che finisce con l’andarci a letto con una certa regolarità.

Solo Olivier Assayas, oggi, poteva fare una commedia parlatissima e alleniana capace di trattare al tempo stesso, e con coerenza intellettuale, della rivoluzione sconvolgente e sconcertante che stiamo vivendo per via delle tecnologie digitali, e della politica del nostro vivere quotidiano. Doubles vies, che da noi uscirà col titolo Non-fiction, parla infatti del futuro della scrittura e del romanzo ai tempi di internet, della cultura e dell’informazione gratis sul web, delle fake news, della differenza tra ciò che è reale e ciò che viene percepito, della post verità, e quindi delle opinioni. E proprio le opinioni, e la realtà e la percezione, sono i link che collegano questi ragionamenti alle cose di tutti i giorni, alla pratica quotidiana del lavoro, al modo in cui si vivono le relazioni.

Assayas non è né luddista né moralista. Non giudica e non condanna, ma nemmeno assolve o promuove. È un uomo troppo intelligente per non sapere che la verità assoluta non esiste, che esistono versioni alternative per chiunque viva una situazione o una relazione; che il digitale, e internet, non sono il male, ma di “motivi per preoccuparci,” come dice Alain, ne regalano eccome. Sa che stiamo vivendo un “momento cruciale”, che stiamo assistendo alla “fine di un mondo”, e che l’altro si sta ancora plasmando, aggiustando, sta trovando la sua strada. Una strada che dobbiamo essere noi, perfino nel nostro essere novecenteschi,  a indirizzare. Con quella mediazione soggettiva che viene ancora assegnata alla critica, che – non perché io sia qui a recensire – nel film significa ancora un po’ l’élite.

Ecco che allora torna in gioco l’equilibrio delicato tra ciò che è, e che è incontrovertibile (se ancora al mondo qualcosa di incontrovertibile è rimasto), e ciò che viene percepito e raccontato. Come i personaggi del film che sanno delle storie degli altri, ma che magari non vogliono necessariamente sentirselo dire, o parlarne, perché comunque c’è una bella differenza tra ciò che è implicito e ciò che diventa ipocrisia.

Non ci sono risposte facili né sentieri prestabiliti, in Non-Fiction. Ci sono personaggi che si muovono incerti e indecisi, ma non spaventati, nel caos del mondo e della vita, e che comunque riescono ad avanzare. L’unica ad avere delle idee e delle opinioni forti e chiare, a costo di risultare sfacciata, è Valérie, che mal tollera le insicurezze di Léonard, che pure ama, e che non accetta la visione un po’ populista e disillusa che perfino i suoi amici hanno oramai della politica.
È anche l’unica che nel film non svolge una professione intellettuale: conoscendo il cinema di Assayas, non è certo un caso.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Dice Olivier Assayas di aver cominciato a scrivere Il gioco delle coppie(demenziale titolo italiano dell’originale Double vies) prima di Personal Shopper e di non aver saputo per molto tempo quale destinazione dare al suo materiale. Un testo teatrale, forse; più probabilmente semplici scene create per se stesso e dimenticate in un cassetto; o magari un altro film, ma diverso dagli altri, «un film di idee», come poi l’ha definito e costruito, in cui manca quel legame da sempre unico nel suo cinema fra i corpi, lo spazio e la loro messinscena.

In Il gioco delle coppie c’è la parola, che arriva diretta, in media res, fin dalla prima scena: un editore e uno scrittore discutono dell’ultimo libro di quest’ultimo. Prima in ufficio, poi al ristorante, e come il resto dei personaggi del film, anch’essi parte del mondo dell’editoria e della cultura parigina, proseguono conversazioni iniziate da tempo, senza soluzione di continuità, nei luoghi canonici della condivisione sociale delle idee, case, bar, camere d’albergo, convegni, con la vita che precede sempre la finzione (e a volta anche la fantasia), ma che in qualche modo, dentro il nuovo libro di uno scrittore che da sempre ruba all’esperienza i soggetti della sua scrittura o in generale dentro il caos della cultura digitale veicolata dai suoi oggetti tecnologici e dai suoi dispositivi immateriali (un ebook, un blog, un post, un tweet), finisce sempre per esserne in qualche modo alterata, plasmata a ritroso, perdendo i lineamenti del ricordo e guadagnando quelli della bugia.

Di cosa parlano gli ennesimi intellettuali parigini ricchi e fedifraghi (e sì, insopportabili, ma anche incredibilmente umani) di Double vies? Di quello che hanno perso. Libri di carta che non lo sono più, ebook che non hanno conquistato il mercato come si pensava, episodi della vita reale che nel passaggio alla dimensione del romanzo – anzi no, dell’autofiction – travisano il ricordo, quote di mercato svanite in un soffio, amori finiti che continuano altrove, nel mondo delle creazioni che oggi non sono più territorio esclusivo dell’arte ma appartengono alla vita stessa, e al suo continuo racconto in differita di pochi secondi.

Se Assayas ha deciso di girare una commedia sul mondo dell’editoria, fondendo lo spirito ironico di Irma Vep con la struttura corale di Fin août, début septembre (e proseguendo un discorso sulla cultura e la narrazione contemporanee avviato da Sils Maria e Personal Shopper), è per usarne lo sguardo morale, magari perché no anche moralista, raccontando a una distanza più ampia del solito (senza primi piani, con quasi esclusivamente campi totali e piani americani) un mondo che conosce da vicino e del quale, da regista, scrittore, intellettuale, benestante parigino, è parte e osservatore. E ciò che osserva e vive, ciò che sperimenta con la sua arte figlia della tecnologia, è il caos dei discorsi, l’ampiezza del respiro della vita e l’infinitezza della sua ripresa nell’arte, l’unicità dell’esperienza e la ricchezza molteplice della sua ripetizione.

Anche in Il gioco delle coppie, dove un’attrice di serie tv convince il marito editore a pubblicare l’ennesimo romanzo semi-autobiografico di uno scrittore un po’ cialtrone, senza aggiungere che l’uomo è il suo amante ma anche ignorando che il marito ha a sua volta una relazione con l’aiutante specializzata in editoria digitale o che la fidanzata del suo amante è la scaltra assistente di un uomo politico, la rete di personaggi si allarga e sempre nuove trame infittiscono la trama… Diversamente dal solito, però, i frammenti di vita delle figure anche minori non rendono in tutta la sua vividezza la complessità della realtà, ma semplicemente allargano a dismisura le possibilità della finzione, mostrando la superficialità del continuo discorso pubblico di cui il privato di ciascuno di noi è la sostanza.

Se però qualcosa di tutto questo resta, se una morale è ancora possibile, anche e soprattutto grazie alla commedia e alla sua precisione di scrittura e di ton, è proprio nello stile, nella scelta visiva di Assayas, nella rinuncia alla macchina da presa mobile, alle ellissi narrative, alla nervosità dello sguardo, e nell’uso invece di campi e controcampi netti, parola per parola, reazione per reazione, con il montaggio che sfruttando tutte le angolazioni possibili di un dialogo, operando anche per evidenti scavallamenti di campo, va a costruire uno spazio pieno, onnicomprensivo, che definisce l’indefinibile realtà dei protagonisti.

Assayas non ha risposte alla tragedia di una società ridicola, nella quale sa ovviamente di essere come tutti coinvolto. Da regista ha la sola arma del cinema, che da sempre scompone la realtà, la uccide e la rimette in vita, sperando di non tradirne troppo l’impronta.

Voto: 4 / 5

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

 

 

 

“Il gioco delle coppie” (mortificante titolo italiano di “Doubles vies”) porta a compimento una meditazione che Olivier Assayas aveva iniziato sin dai tempi di “Irma Vep”, imprimendovi, però, una coerente evoluzione nell’intervallo che va da “Sils Maria” a “Personal Shopper“, includendo la sceneggiatura per Roman Polanski di “Quello che non so di lei“. Con questo suo diciassettesimo lungometraggio, Assayas pare momentaneamente chiudere un capitolo della sua filmografia per aprirne uno nuovo, ancor più complesso e sfidante. In “Personal Shopper” la ricerca di Maureen la metteva in conflitto con le plurime possibilità di un’identità da ricostruire, con un corpo della realtà sempre più immateriale e sfuggente. Adesso, entro il perimetro di una realtà fantasma, si muovono protagonisti di “Doubles vies”, editori, scrittori e attori del milieu alto-borghese e intellettuale che il regista deve ben conoscere. Con un occhio analitico, sebbene non freddo, il regista studia come costoro, gli appartenenti alla cosiddetta élite, reagiscano di fronte a una società che, mutando rapidamente, stravolge il loro modo di rapportarsi alla realtà esterna.

Esempio sibillino della potenza del cinema di parola, con “Doubles vies” Assayas riparte dall’elemento che, più di ogni altro, contribuisce a forgiare la nostra percezione di quello spazio che definiamo realtà. Le parole, organizzate in discorsi contenuti in lunghissime scene di dialogo, sono il fulcro che muove la narrazione del regista che si confronta, ancora una volta, con Ingmar Bergman, uno dei suoi maestri conclamati, ma soprattutto con la tradizione che proviene dall’opera rohmeriana. Assayas si concentra sull’angolo di ripresa, usando il ritmo dialogico quale metronomo per cadenzare il montaggio tra campi e controcampi continui che insistono sui volti e sulle espressioni degli attori, perfetti nel riflettere sui loro volti la temperatura emotiva del film. Non si tratta di un solenne dramma da camera, quanto più evidentemente di una commedia umana, durante la quale Assayas riesce più volte a far ridere sfruttando le doti brillanti dei propri interpreti (su cui spiccano, in tal senso, Vincent Macaigne e Juliette Binoche).

Alain (Guillame Canet), direttore di un’antica e prestigiosa casa editrice, si trova nella posizione di dover rifiutare per la prima volta un romanzo del suo amico scrittore Léonard (Macaigne). Un’altra questione angustia Alain, ossia il destino dell’editoria e, a tal proposito, ha assunto la giovane e agguerrita Laura (Christa Theret), sviluppatrice delle risorse digitali con la quale ha iniziato una relazione extraconiugale. Il privato dei personaggi emerge per mezzo delle loro interazioni, ma i discorsi vertono quasi sempre su questioni teoriche o pragmatiche sulle quali lungamente si è dibattuto negli ultimi anni, in termini spesso oppositivi.
La sapienza dell’Assayas-scrittore si palesa nell’efficacia con cui tiene le fila dei vari discorsi non chiudendoli asfitticamente all’interno delle singole sequenze, ma lasciandoli tracimare in quelle successive, ampliandosi di ulteriori elementi e punti di vista. Come l’autore, partiamo da un quesito basilare: la trasformazione digitale inaridirà la cultura o migliorerà la possibilità della sua fruizione? Per il personaggio di Laura non vi è dubbio che sia in atto un progresso, poiché la rivoluzione tecnologica e digitale lede le certezze, rimettendo in discussioni le fondamenta (e i dogmi) delle nostre società. Inevitabilmente tale macro-tema determina una serie di ulteriori linee speculative che si scontrano in battaglie dialettiche fino ad arrivare al cuore di una disputa assai contemporanea, ossia cosa vi sia di autentico, di reale nel mondo della post-verità.
Se tutti si abbeverano alle fonti dell’informazione che più li soddisfa fabbricando da sé la loro visione del mondo, di vero e di verificabile rimane poco: e in questo processo di delegittimazione internet ha giocato un ruolo determinante. Nell’irrisolvibile controversia tra analogico e digitale ci si domanda se la digitalizzazione eliminerà definitivamente l’editoria tradizionale e se il supporto cartaceo scomparirà. Ma se il dado è – ormai – tratto, perché la vendita degli e-book non ha già cancellato il libro tradizionale?

Il rinvio al destino della Settima arte e della pellicola non è una questione da derubricare a feticismo cinefilo, poiché, come accennato, il regista francese prosegue la sua indomita ricerca di un corpo dell’immagine che non può che transustanziarsi in un’idea/un’immagine che si fa corpo. L’indagine di “Personal Shopper” metteva al centro il tentativo di comunicazione tra Maureen e l’Aldilà dei fantasmi, mentre in “Doubles vies” i messaggi restano nell’aldiqua giungendo a persone in carne e ossa; è però il valore della comunicazione a deprezzarsi, divenendo vacuo significante in cerca di un significato.
Da notare come la regia di Assayas si muova specularmente rispetto all’opera precedente: se in “Personal Shopper” si filmava la presenza corporea di Maureen inserita in una composizione dell’immagine controbilanciata dal vuoto e dall’assenza, qui la regia non si stanca di mettere in scena l’irrefrenabile loquacità dei protagonisti. Personaggi dalla doppia vita, in cerca di una verità del mondo e di un’autenticità (anche sentimentale) che non pare loro appartenere, che amano raccontarsi, pur celando sempre tracce di sé che, segretamente, penetrano sotto la superficie della realtà, veicolate dai nuovi dispositivi tecnologici.

“Non-fiction”, il titolo internazionale, rimanda a un ulteriore livello di riflessione sullo storytelling, rifacendosi allo status di alcuni romanzi di grande successo che riscrivono fatti e vicende accaduti realmente. Léonard si premura di avvertire che i suoi romanzi non sono veramente autobiografici, benché lo siano: uno dei motivi per cui Alain non vuole pubblicare l’ultimo lavoro dell’amico riguarda la sua peculiarità di scendere nei dettagli intimi e sessuali delle relazioni che ha avuto, facendo ben poco per camuffare le identità delle partner femminili. In quanto narratore, Léonard è un egoista ladro di vite, perché sottrae agli altri l’eventualità di raccontare quella storia, ottenendo da essa la primogenitura letteraria; non diversamente la macchina da presa sostituisce il mondo con la proiezione della sua messa in scena. Chi darà, allora, voce a coloro i quali sono raccontati, sono filmati, sono, in tal senso, espropriati della loro realtà dalla creazione artistica? La democrazia digitale e la libertà del web potrebbero essere delle valide risposte, senonché siamo – come accennato – in piena era di post-verità e discernere il grado di purezza in una storia individuale potrebbe rivelarsi una pratica sciamanica.

“Doubles vies” si attesta quale sopraffino documento che prova a fornire un sommario delle questioni ancora aperte sulla società contemporanea, grazie a uno sguardo d’insieme ironico e critico, ma mai unidirezionale. Forse l’uomo di oggi non può affidarsi a nessuno, perché in una società liquida anche i rapporti e le sessualità scorrono fluidi. Rimane, come ultima àncora di salvataggio, il nostro corpo e il corpo di chi amiamo. Il cinema di Assayas, assorbita la riflessione sul doppio, sull’identità, sulle ambiguità del reale, cartografa lo spazio anonimo e informe del mondo contemporaneo: un mondo che ha già un duplicato di sé che ci scorre a fianco (o sotto, o sopra) finché, forse, non si sostituirà a esso. Non c’è rancore né terrore, solo un po’ di nostalgia: Alain, in una scena, cita il bergmaniano “Luci d’inverno” dando voce ai pensieri del regista. Parafrasando la prospettiva sulla fede in Dio, Assayas pare affermare che, sebbene la logica dovrebbe farci propendere per l’accettazione del tramonto definitivo della civiltà del libro (e dei supporti fisici), egli si aggrappa alla fede in essi. La fede che vi sia, da una parte, un corpo che contenga ancora un messaggio da trasmettere e, dall’altra, qualcuno che lo attenda.

Voto: 8 / 10

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

Penna dietro alcuni dei migliori film francesi degli ultimi anni, pionere dei più diversi generi cinematografici, Assayas torna ora sul grande schermo con gioiellino che non potrà non far parlar di sè. Il Gioco delle coppie – titolo (ingrato) del francese Doubles Vies (Non fiction) – è l’ultimo film da lui diretto e sceneggiato. E porta a estrema maturità modi e temi già sondati in precedenza sui terreni di Slis MariaDemonlover e, soprattutto, Irma Vep. Proprio con Irma Vep Il gioco delle coppie condivide il suo essere sostanzialmente un «film di idee», ossia un film d’impianto cerebrale camuffato (in questo caso) da commediola.

Ambientato in una Parigi intellettuale, dove le relazioni sentimentali sembrano sfibrarsi (o consolidarsi?) sotto i colpi impietosi della tecnologia, il nostro film insegue le vite di cinque protagonisti. Quella di Alain (Guillaume Canet), editore di successo, e di sua moglie Selena (Juliette Binoche), attrice di serie tv. Quella di Léonard (Vincent Macaigne), autore in declino, e di Valérie (Nora Hamzawi), sua giovane compagna militante. E infine quella di Laure (Christa Thèret), avanguardia dell’editoria multimediale e segreta amante di Alain, suo capo. A fare il paio con questo triangolo, anche quello fra Selena e Léonard, amanti di lunga data ormai sopraffatti dalla noia.

Lo sguardo ironico, beffardo, eppure spietatamente neutrale di Assayas segue per 108 minuti questi personaggi in una gustosissima commedia dell’equivoco. Una commedia in cui si agitano liberi gli spiritelli rosa del tradimento, dell’infedeltà e della menzogna per parlare in realtà di tutt’altro. Di relazioni, di cultura, di multimedialità, di cosa ne sarà dell’editoria quando il digitale avrà preso il sopravvento. Quale futuro per la carta stampata? E per quegli autori che attingono solo e unicamente dal proprio vissuto?

Il gioco delle coppie è una splendida istantanea sui retroscena dell’industria culturale al giorno d’oggi. Una brillantissima commedia sui goffi modi che hanno i nostri cuori di reagire all’avanzata del digital marketing nella quotidianità. La scrittura, rientrata da Venezia (ingiustamente) a mani vuote, conferma in Assayas una roccaforte del pensiero tagliente e fluido, un maestro della composizione. E il risultato è una lucida storia di dubbi universali, inebriante quanto i calici di vino che continuamente sorseggiano i suoi protagonisti.

Tra letti e simposi, sono infatti i dialoghi i veri signori della scena. La parola trionfa su tutto, sviscera le ombre delle relazioni, del mondo editoriale, e con altrettanta leggerezza se ne beffa. Cavalca l’onda della più virtuosa linguistica dei media per riportarci poi quasi inaspettatamente al punto di partenza. L’effetto finale è quel misto di amarezza e fascinazione che solo certa cinematografia francese riesce a dare. Se già avete amato Assayas e la Binoche dai tempi di Slis Maria, non potrete che iniziare bene il nuovo anno!

Alessandra del Forno, da “masedomani.com”

 

 

In Il Gioco delle Coppie (titolo originale Doubles Vies, internazionale Non Fiction) torna ad esserci la tecnologia sotto la lente del francese Olivier Assayas, che ha scritto e diretto una commedia acuta e intelligente, infarcita di gag divertenti e soprattutto capace di parlare del presente in modo sensazionale.

Guardando la filmografia di Assayas si rimane sbalorditi dalla quantità di generi e di epoche storiche che il francese ha raccontato nel corso della sua lunga carriera. Ha girato degli splendidi film di genere come Demonlover, dei lavori politici come Qualcosa nell’aria (legato al ’68) o un musical sul mondo punk come Clean – Quando il rock ti scorre nelle vene.

Negli ultimi anni il regista parigino si è invece concentrato sul mondo degli spiriti e del fantasmatico, portando in concorso a Cannes Sils Maria (nel quale un’attrice era tormentata dai fantasmi del passato) e soprattutto Personal Shopper (qui la nostra recensione) pellicola nella quale Kristen Stewart veniva contattata da una presenza attraverso degli sms sul telefonino.

IL GIOCO DELLE COPPIE È UNA RIFLESSIONE IMPARZIALE SUL MONDO DIGITALE, DAGLI E-BOOK A NETFLIX

Il Gioco delle Coppie è la storia di Alain (Guillame Canet), il direttore di una storica e famosissima casa editrice parigina e di sua moglie Selena (Juliette Binoche), affermata attrice teatrale impegnata in una serie televisiva di successo. I due coniugi hanno un amico in comune, Leonard ( interpretato splendidamente da Vincent Macaigne), un autore di romanzi autobiografici. Il suo ultimo manoscritto, tuttavia, non viene apprezzato da Alain, mentre Selena è convinta sia un grande libro.

Come nelle commedie Newyorkesi di Woody Allen, attorno ai due protagonisti orbita un nucleo di artisti e intellettuali altoborghesi che Assayas non manca mai di prendere in giro attraverso i loro vestiti (un campionario di sciarpe e di giacche stravaganti, per esempio) e il loro modo di parlare forbito. Questa cerchia è popolata da idealisti, ovvero uomini e donne che non ragionano in termini di guadagno ma si limitano a pensare alla salvaguardia dell’arte, la quale, secondo loro, non può essere trasmessa nei secoli attraverso strumenti diversi.

UN MESSAGGIO PER THIERRY FRÉMAUX E CANNES?

A tal proposito, durante un bellissimo dialogo, un blogger  pone un domanda: «È diverso leggere Adorno su una pergamena o leggerlo su un e-book? No, perché il contenuto è il medesimo». A voler essere maliziosi si può leggere, nei dialoghi di Il Gioco delle Coppie, una critica a Thierry Frémaux (direttore del Festival di Cannes) e alla sua scellerata decisione di non portare sulla croisette dei film che non usciranno in sala. E non è forse un caso che la pellicola sia stata portata in concorso a Venezia75, dove Netflix è presente eccome, e con titoli importantissimi (da The Ballad of Buster Scruggs Roma). Per molti versi lo streaming è l’equivalente, in termini di distribuzione cinematografica, degli e-book per l’editoria. Nel film di Assayas i protagonisti sono ben divisi fra i già citati idealisti (gli editori, lo scrittore comunista Leonard, i giornalisti cartacei) e fra le personalità che invece ruotano attorno al mondo dell’arte, come i social media manager e gli addetti allo sviluppo digitale.

La discrepanza fra questi due gruppi, che potremmo dividere facilmente fra vecchi e giovani, è talmente forte e ben scritta che riesce ad animare tutto Il Gioco delle Coppie, una commedia nella quale Olivier Assayas analizza i pro e i contro di ogni aspetto della rivoluzione digitale, dai luoghi comuni come «con gli e-book nessuno uscirà più di casa» fino a questioni commerciali ( «Gli e-book costano la metà delle edizioni tascabili»).

Il Gioco delle Coppie è l’ennesima dimostrazione del talento da sceneggiatore di Oliver Assayas, un artista che non ha mai smesso di studiare e di assorbire tutto ciò che gli stava intorno. Forse soltanto lui (che probabilmente ha frequentato quegli ambienti intellettuali parigini) poteva produrre un lavoro così preciso nella scenografia e nei costumi e così credibile dal punto di vista dei dialoghi. Il risultato è infatti una commedia divertente, dall’alto potenziale commerciale e perfettamente attuale.

Giorgio Catalani, da “anonimacinefili.it”

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