Tutti lo sanno

 

 

“Qual è la verità?”. Il dilemma su cui sembra ruotare il cuore del cinema di Asghar Farhadi si amplifica in questo suo nuovo lavoro, Tutti lo sanno, film che ha inaugurato il 71º Festival di Cannes. C’è sempre un prima e un dopo. Un evento scatenante che ricambia le carte in tavola e rimette in discussione tutti i rapporti tra i personaggi. Tornano a galla segreti (Il passato), si verificano incidenti che ribaltano le situazioni (Una separazioneIl cliente). Ma forse il film più vicino a Tutti lo sanno è About Elly. Soprattutto per come cambia il clima all’improvviso. Dal chiarore della festa all’oscurità della paura.

Laura (Penélope Cruz) arriva da Buenos Aires nella sua città natale in Spagna per festeggiare il matrimonio della sorella. Ma durante i festeggiamenti dopo le nozze la figlia maggiore, Irene (Carla Campra), viene sequestrata. La donna è sconvolta. Paco (Javier Bardem), proprietario delle vigne di cui un tempo era proprietario il padre di Laura, e con cui la donna aveva avuto un’intensa relazione, è il primo che accorre in suo aiuto cercando di recuperare i soldi necessari per il riscatto. Ma nel corso della ricerca tornano a galla altri segreti del passato.

Il villaggio spagnolo come un luogo chiuso. Quasi soffocante.Malgrado l’improvvisa, fulminante corsa in moto di Irene con un ragazzo del posto in aperta campagna, quasi uno squarcio alla Dumont o di un improvvisa trasferta mentale/visiva nell’arrabbiato e intenso cinema giovanile francese d’inizio anni ’90. Uno squarcio potente, con segni di follia nascoste dietro l’apparente solarità, in un inizio decisamente faticoso. Quasi il marchio – ultimo – del cinema di Farhadi – che ha bisogno dei suoi tempi per entrare dentro il proprio film. Cosa che era meno evidente in About Elly. Anche lì un percorso simile a quello di Laura, un ritorno a casa, dalla Germania all’Iran. E poi, una frattura improvvisa. Una gita sul Mar Caspio, una sorta di ‘grande freddo’ e poi l’improvvisa sparizione. In Todos lo saben il matrimonio, la festa, il rapimento.

La scrittura di Farhadi è sempre molto visibile. A tratti se ne sente la pesantezza ma poi trova sempre il suo punto di equilibrio. Il cineasta iraniano sa come usarla per creare la tensione. Se solo fosse più pulita il film sarebbe ancora più teso. Il sequestro è solo il motore principale dell’azione. In realtà il tempo assume un’importanza determinante. Già segnato dall’orologio del campanile della chiesa. Che gestisce non solo i movimenti dell’intreccio ma diventa anche il tempo della memoria. Quello di una faida familiare soppressa, quasi con le modalità di un film di mafia. E dove il passato diventa ancora elemento da ripercorrere attraverso le tracce video, come il filmato del matrimonio. Dove gli occhi sono molteplici. Compresi quelli di un drone. E dove ognuno può essere sospettato. La reazione, anche quella più naturale, può diventare ambigua. E Farhadi, invece che cercare di comprimere, allarga e continua a seminare dubbi. Procedimento certo rischioso, ma che è pienamente coerente con il suo cinema. Gli occhi che guardano – dei rapitori che possono nascondersi con quelli delle vittime – possono essere dappertutto. Come quelli di un portentoso Bardem. Basta il momento in cui emergono dalla vigna e guardano un suo dipendente. Quasi una comparsa che lui ha la potenza di trascinare dentro. “Qual è la verità?”. 

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

A volte i festival fanno male ai film. Ricordo di aver letto da Cannes 2018 recensioni tiepide, anzi parecchio negative, del tipo “giallo deludente”, a proposito di “Tutti lo sanno”, il nuovo film dell’iraniano Ashhar Farhadi che esce l’8 novembre con Lucky Red (coproduce Andrea Occhipinti). Ogni parere è lecito, ci mancherebbe, e tuttavia a me pare una riuscita.
Di nuovo lontano dal suo Iran, dove ha girato due anni fa “Il cliente”, il regista si immerge nel verdeggiante paesaggio spagnolo per raccontare una storia che sembra venire, anche se lui non lo sa, dalla tradizione verista italiana. Sì, il nostro Verga. Risuonano involontari echi di “La roba” e di “Mastro Don Gesualdo” nella cupa vicenda che il cineasta di “About Elly” ambienta in un paesino agricolo castigliano, usando il tirante criminale come alibi per far deflagrare rancori antichi e nuove avidità.
Nessuno o quasi si salva dopo i 130 minuti di “Tutti lo sanno”, un titolo che evoca molto ma spiega giustamente poco, almeno fino a quando non si precisano i fatti. Che sono questi, riassunti all’osso, per non guastare la sorpresa.
La quarantenne Laura, sposata da anni in Argentina con un imprenditore facoltoso, torna al paesello con i due figli per il matrimonio della sorella minore. La famiglia è in subbuglio per l’evento: baci, abbracci, sorrisi, il vecchio padre brontolone che prova a camminare senza grucce, il parentado pronto a festeggiare alla caliente maniera spagnola, tra balli, canti, battute grevi e grandi bevute. Ma sul finire della cena, mentre comincia a piovere di brutto, va via la luce; parrebbe un incidente, invece qualcuno ha tranciato un filo, e soprattutto Irene, la bella figlia adolescente di Laura, non si trova più. Un sms conferma i timori: è stata rapita, o la famiglia paga 300 mila euro o la ragazza morirà.
Può darsi che nell’incipit romantico dentro il campanile Farhadi si diverta a citare “La donna che visse due volte”, ma il cuore del film mi pare stia altrove: nel sentimento angosciato e asprigno sollevato dal rapimento, forse opera di professionisti (tornano i ritagli stampa di un precedente caso finito malissimo) o forse no. E intanto l’unico che davvero sembra impegnato ad aiutare la devastata Laura, mentre il religiosissimo marito Alejandro è in arrivo dall’Argentina, è Paco: un bravo imprenditore vitivinicolo, in gioventù fidanzato con la donna, al quale però non tutti in quella famiglia, a ben vedere per nulla coesa e felice, sono disposti a perdonare l’acquisto di una vigna anni prima…
Il cinema di Farhadi è complesso e semplice al tempo stesso: individua un’incrinatura all’insegna dell’ambiguità, la evidenzia attraverso dettagli e retro pensieri in un crescendo minaccioso, infine lascia che gli atti dei personaggi facciano scoppiare il dilemma morale, di solito lasciando il giudizio morale sui personaggi al parere del pubblico.
Da questo punto di vista mi pare esemplare il fiuto con il quale il regista persiano si cala in quel contesto spagnolo, con piglio, ripeto, quasi “verista”, lasciando affiorare lentamente il marcio che si annida dietro i riti della festa nuziale, il senso appunto della “roba”, insieme s’intende a un segreto che tanto segreto non è. Perché “todos lo saben”.
Fotografato con sapienza dal 78enne José Luis Alcaine, “Tutti lo sanno” andrebbe visto in spagnolo, per la ricchezza degli accenti e la precisione dei dialoghi; e certo contribuiscono al buon risultato le prove di tutti gli interpreti coinvolti, scelti con cura, anche se i ruoli principali sono ricoperti dalle due star in cartellone Penélope Cruz e Javier Bardem, rispettivamente Laura e Paco, e dal sempre misurato Ricardo Darín, che incarna il marito argentino da tutti in paese creduto ricco.
Occhio, anzi orecchie, alla struggente canzone sui titoli di coda: si intitola “Una de Esas Noches Sin Final” di Javier Limón e Inma Cuesta.
PS. Non per gusto della polemica, ma vedendo l’arrivo degli ospiti al paesino per il matrimonio viene da pensare a come l’avrebbe girato un regista italiano. Anche per questo Farhadi ha una marcia in più.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

Il cinema di Asghar Farhadi ha sempre avuto nelle tematiche affrontate un respiro che travalicava i confini del proprio paese. Pur essendo legato alla cultura del proprio paese, Farhadi ha rappresentato le dinamiche sociali dell’Iran contemporaneo nei suoi film con ossessioni ricorrenti: l’approfondimento della psicologia dei personaggi; la famiglia che diviene luogo di conflitto e di scontro/confronto tra maschile/femminino, dove la rottura del rapporto tra marito/moglie nel matrimonio, sia come istituzione sia come legame di anime, porta a drammi e tragedie sotterranee.

Un fiume carsico di emozioni che arrivano in superficie quando entrano in gioco elementi disturbanti o esterni o innestati nella cerchia dei rapporti parentali. Sono elementi universali del suo cinema: pensiamo, ad esempio, a “Una separazione” – suo capolavoro del 2011 – dove, appunto, la rottura tra marito e moglie, porta il primo a una presa di coscienza delle ipocrisie individuali; oppure a “Il passato” in cui ormai l’allontanamento della coppia è avvenuta e il confronto tra culture diverse (francese e persiana) viene rappresentata sia dal punto di vista emotivo oltre che spaziale; o persino ne “Il cliente” che racconta metaforicamente una messa in scena duale tra realtà sociale e culturale, con l’ibridazione tra Occidente e Oriente, attraverso il conflitto morale ed etico in una giovane coppia messa in crisi dal tentativo di violenza subito dalla moglie e dalla ricerca di vendetta da parte del marito. E quindi non stupisce che la “rottura” del legame familiare ritorna puntualmente anche in “Tutti lo sanno”, ultima opera del regista iraniano, allargando il discorso all’intera struttura parentale.

Farhadi non ha bisogno in questo caso di ambientare la storia in Iran, ma decide di traslarla in Andalusia con un cast internazionale ispanico, riaffermando la capacità autoriale di affrontare temi legati all’individuo e al suo contesto tribale che si ripetono – sia che ciò accada in Iran, in Spagna o in qualsiasi altro luogo del pianeta – e rafforzando ancora di più la focalizzazione indipendente del suo cinema.

Laura (Penélope Cruz), il suo ex fidanzato spagnolo Paco (Javier Bardem) e il marito argentino Alejandro (Ricardo Darín) sono i vertici di un triangolo equilatero all’interno di una struttura geometrica più ampia in cui si collegano i legami tra le sorelle di Laura, i cognati, i nipoti, i figli, i cugini, i conoscenti, gli amici e gli stessi abitanti del villaggio natio della donna, in un reticolo complesso di relazioni emotive che compongono una cattedrale antica, piena di crepe, meccanismi delicati, amori, odi, gelosie, rivendicazioni personalistiche. Il tutto ben rappresentato fin dalla prima inquadratura di “Tutti lo sanno” in cui vediamo in azione il meccanismo dell’orologio della torre campanaria della chiesa del villaggio. Un vecchio orologio crepato e con una frattura sulle cinque, come a ricordare che a las cinco de la tarde (Federico Garcia Lorca, dixit) accadono le tragedie conosciute in silenzio da tutti.

Il ritorno in famiglia di Laura, con i suoi figli, per il matrimonio della sorella minore, se in un primo momento appare come un momento di riunione felice, si trasforma ben presto in dramma: il rapimento della figlia adolescente di Laura fa emergere fratture mai sanate all’interno dei rapporti familiari e personali che hanno radici nel passato e che si trascinano fino al presente, senza soluzione di continuità, oltre il tempo e lo spazio. Le apparenze sono tutto: così Laura se, in un primo momento, appare ricca (sposata  all’imprenditore argentino Alejandro che ha fatto restaurare la facciata della chiesa) in realtà deve fare i contri con il fallimento economico della famiglia; Paco è un imprenditore vinicolo di successo, ma alla fine è considerato dalla famiglia di lei come un approfittatore, avendo comprando per pochi soldi il terreno appartenente al padre; la sorella più vecchia, insieme al marito, ha un’avviata attività alberghiera che però non frutta come può sembrare e a malapena la coppia riesce a sopravvivere con una figlia a carico, la piccola nipote e il genero scappato in Germania, per trovare un lavoro a causa della crisi economica.

Il rapimento della figlia manda letteralmente in frantumi tutti i rapporti familiari, in cui nessuno si fida più dell’altro, dove il sospetto alligna, nel momento in cui si realizza che il responsabile del dramma è all’interno della cerchia parentale e, ancor di più, il dramma raggiunge il calor bianco quando l’evento traumatico avviene all’interno di un momento massimo di festa come può essere il matrimonio dell’amata sorella minore. La felicità e la tragedia convivono una nell’altra, in una matrioska emotiva che, a mano a mano segreti inconfessabili della famiglia sono disvelati, portano allo strappo del velo di ipocrita apparenza mostrando le macerie dei rapporti umani.

Farhadi, così come ne “Il cliente” s’ispirava a “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, cita una serie di fonti cinematografiche occidentali che vanno da Alfred Hitchcock (la scala della torre che ricorda “Vertigo“) a Francis Ford Coppola (le scene del matrimonio che ricordano molti film dell’autore italoamericano fin da “Il padrino”, ma non solo) in una dimostrazione della propria cultura e dell’ampio respiro del suo cinema, fino ad arrivare ad “Anatomia di un rapimento” di Akira Kurosawa, forse la più intima contaminazione compiuta dal regista iraniano in “Tutti lo sanno”.

Ma, al di là del gioco citazionistico fine a se stesso, Asgar Farhadi inserisce questo immaginario collettivo all’interno di una struttura filmica tipica del suo cinema: la sceneggiatura solidamente scritta nei minimi dettagli, il cesello psicologico dei personaggi, la grande bravura di direttore di attori – riesce a far recitare insieme Penélope Cruz Javier Bardem (moglie e marito nella vita) controllandone il loro istrionismo e utilizzandone al massimo le capacità attoriali per la riuscita dello sviluppo drammaturgico. Inoltre, il regista iraniano compie un passo in più e agli interni e i primi piani prediletti del suo cinema, alterna scene di gruppo ed esterni dove il paesaggio diviene elemento visivo che indica l’antico isolamento dei personaggi causato da rapporti interrotti e controversi.

Farhadi si conferma un autore dal respiro internazionale, capace di affrontare nuovi generi (come il thriller) per parlare dei temi a lui cari, in un’opera come “Tutti lo sanno” che riesce a mantenere la tensione drammaturgica per tutta la durata filmica e rimanendo fedele al suo stile riconoscibile, fino al finale (aperto), fatto di qualità visive, controllo della messa in scena e di una scrittura cinematografica con pochi eguali.

Voto: 7.5
Antonio Pettierre, da “ondacinema.com”

I migliori registi hanno una sola lingua, quella della settima arte, che apre loro le porte del tempo e dello spazio, abolendo i confini delle culture locali per toccare gli spettatori nell’universalità delle loro emozioni. È il caso del regista iraniano Asghar Farhadi che ha saputo affermarsi nel mondo con storie radicate nel suo paese natale (About EllyUna separazioneIl cliente [+]), ma che è anche in grado di esercitare il suo consumato talento di narratore in altri territori di cui non parla né capisce una parola, come aveva fatto in Francia con Il passato [+] nel 2013, e questa volta in Spagna con Tutti lo sanno [+], proiettato in apertura e in competizione al 71° Festival di Cannes. Un’incredibile facilità di immergersi altrove, senza scivolare verso la cartolina turistica, accompagnata qui da una moltiplicazione del numero di personaggi principali e secondari che il cineasta intreccia abilmente nel cuore di un intrigo sviluppato nella modalità del thriller familiare in ambiente rurale.

Sceneggiatore eccezionale, Asghar Farhadi tesse la sua tela in modo molto metodico, mostrando fin da subito la sua propensione verso il genere e la minaccia che aleggia prima di presentare abilmente il suo gran numero di protagonisti. Ma al di là della suspense tesa e degli indizi e di altre rivelazioni che stimolano lo spettatore a chiedersi chi possa essere il colpevole, ciò che interessa in particolare il regista sono gli ingranaggi innescati dall’evento traumatico, che attivano le molle del passato e smascherano una famiglia e una piccola comunità dove tutti sapevano molte cose… Interpretato in modo molto solido (specialmente dal suo trio di attori Cruz/Bardem/Darín) e filmato con serena padronanza, Everybody Knows è un brillante esercizio di stile e un film che potrà piacere al grande pubblico, anche se gli si potrebbero preferire le opere iraniane del regista che hanno una maggiore profondità psicologica.

Fabien Lemercier, da “cineuropa.org”

 

Il film Tutti lo sanno, di Asghar Farhadi, con Penélope Cruz, Javier Bardem e Ricardo Darín tra giallo e dramma familiare, esplora come i segreti, i pettegolezzi e le incomprensioni non possano rimanere sepolti, ma che prima o poi, vadano affrontati e rivelati.

Occasione per ritrovarsi

Il film Tutti lo sanno di Asghar Farhadi, racconta la storia di Laura (Penélope Cruz) che ritorna nel paese della sua infanzia per partecipare al matrimonio della sorella. Lasciata anni prima la Spagna per l’Argentina, è ora sposata con Alejandro (Ricardo Darín) e ha due figli che ama più di ogni altra cosa. Nella provincia della Rioja tra gli affetti più cari ritrova Paco (Javier Bardem), amico della giovinezza e compagno di vita per molti anni. L’accoglienza è calorosa, il matrimonio da favola, i festeggiamenti esultanti, tutti bevono, ridono e si divertono, ma la gioia di un’unione lascia improvvisamente il posto alla disperazione e all’assenza. Quando Irene (Carla Campra), la figlia adolescente di Laura viene rapita, tutti i non detti, i problemi irrisolti, le delusioni, la rabbia e gli amori mai svaniti riprendono a tormentare la famiglia e una cittadina dove, appunto, tutti sanno.

Un equilibrio di generi

Il film di Asghar Farhadi mescola, a tratti abilmente, a volte scadendo, il genere del dramma famigliare e del giallo. Sembra voler utilizzare una tragedia, una scomparsa, il rapimento di Irene, per far cadere le maschere che tutti i componenti di questa comunità indossano. Ma i veri segreti, o meglio il segreto, quello più grande è percepibile sin da subito, anche se spesso allontanato da alcune reazioni dei personaggi principali. Una verità sepolta, tanto grave quanto prevedibile, sembra però destabilizzare solo i diretti interessati, quando la motivazione per nasconderla sembrava quella di mettere a tacere le voci e i pettegolezzi.

Tutti lo sanno - cast
I festeggiamenti del matrimonio di Ana (Inma Cuesta), la sorella di Laura (Penélope Cruz)

Paranoie

Dal titolo ai minimi sguardi degli abitanti della cittadina, alle persone alla finestra che osservano ogni cosa che succede, queste orecchie e occhi indiscreti non vengono assolutamente percepiti come un pericolo. Tutti lo sanno, appunto, ma è così importante? Ciò che la scomparsa di Irene scatena sembra lasciare il tempo che trova: il film non esplora le reazioni della comunità che tanto spaventavano Laura, Alejandro e l’intera famiglia, né vengono mostrate; la vergogna, l’indignazione, i pettegolezzi fanno paura e sembrano centrali nel film, ma alla fine lo sono soltanto nella mente dei personaggi.

Se stessi al primo posto

Tutti lo sanno ha dei punti di forza, dalla buona interpretazione degli attori, anche se non sfruttata al massimo, agli scorci della campagna spagnola, dall’animo festoso e gioioso durante il matrimonio, alla fotografia minimale, pulita e dalle tinte vivaci. La storia raccontata è interessante e tiene viva l’attenzione: una ragazza scomparsa, un amore tormentato, ma ancora forte, una famiglia che per egoismo è pronta ad autodistruggersi. La struttura del film è abbastanza solida, a parte la prevedibilità mascherata con colpi di scena e delle preoccupazioni del film fini a se stesse.

Tutti lo sanno - Cruz e Bardem
Laura (Penélope Cruz) e Paco (Javier Bardem) durante il loro primo incontro dopo molti anni

Un’amara verità

Oltre al dramma familiare e al mistero del rapimento e della scomparsa, il regista Asghar Farhadi sembra voler trasmettere un senso di angoscia, colpa, resistenza e soprattutto quanto si preferisca mentire, anche a costo di far soffrire, piuttosto che rivelare una verità scomoda. Il messaggio è chiaro: non ci si può fidare neanche della propria famiglia, agire per il bene di qualcuno rischia di far male a qualcun altro. Tutti lo sanno dichiara che, per quanto ci si sforzi, prima o poi, i nodi vengono al pettine, la verità si fa strada, nella mente e nell’animo delle persone, finendo poi per essere svelata.

Giorgia Terranova, da “spettacolo.eu”

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