Tutti i soldi del mondo

 

Ridley Scott è un mago. E con Tutti i soldi del mondo è riuscito davvero a tirare fuori il coniglio dal cilindro: il suo ultimo film è un thriller su un rapimento, sì, ma rischiava soprattutto di diventare la prima vittima in pellicola dell’era degli scandali sessuali. Tutto era pronto per il debutto in sala della versione cinematografica della storia dell’uomo più ricco del mondo, John Paul Getty, costretto a pagare il riscatto per liberare il nipote 16enne Paul. Poi, un mese prima dell’uscita, il protagonista Kevin Spacey è stato travolto da una serie di accuse a sfondo sessuale.

Incapace di gettare la spugna – o di accettare un probabile disastro commerciale – Scott ha scritturato il grande Christopher Plummer e, in solo nove giorni di riprese ($10 milioni di extra budget) ha girato una seconda versione di tutte le scene con Spacey, riuscendo allo stesso tempo a garantire l’uscita del film entro la fine dell’anno. Impossibile? No. Impossibile è quello che Scott, 80 anni e una filmografia con titoli come AlienIl Gladiatore e The Martian, mangia a colazione per avere la forza di gestire l’impresa.

Quindi, benvenuto Tutti i soldi del mondo: Plummer si è preso il ruolo di Getty ed è riuscito a mostrarci perché tutti ricordano il suo personaggio come un miliardario dal cuore di ghiaccio. Non sapremo mai come se la sarebbe cavata Spacey, ma Plummer è riuscito a dare profondità al ruolo basandosi esclusivamente sulla sceneggiatura di David Scarpa, a sua volta ispirata al romanzo di John Pearson.

I dettagli del rapimento sono raccontati con efficienza sistematica. È il 1973, e per le strade di Roma il giovane Paul Getty III (Charlie Plummer, ma non c’è nessuna parentela con Christopher) viene rapito da alcuni uomini della mafia calabrese, tra i quali spicca lo stranamente simpatico Cinquanta (l’eccellente Romain Duris). Il riscatto è fissato a $17 milioni, e tocca alla madre del ragazzo Gail – Michelle Williams, che si è battuta con valore per esprimersi nonostante un accento incerto e un ruolo scritto pigramente – convincere il miliardario a pagare. Il padre del rapito (e suo ex-marito), John Paul Getty II (Andrew Buchan), è da qualche parte in Marocco a drogarsi con Mick Jagger. E quando chiede a Getty senior il denaro, riceve solo un netto rifiuto.

L’avaro e anziano protagonista è irremovibile. Rifiuta di trattare con i criminali e sostiene che se pagasse i 17 milioni per Paul, allora tutti i suoi altri nipoti (14, per essere precisi) rischierebbero di essere sequestrati da qualche imitatore. Quello che fa, invece, è assegnare il caso a Fletcher Chase (Mark Wahlberg), un ex-agente della CIA diventato suo faccendiere. Chase sa benissimo che il giovane Getty si vantava con gli amici di poter estorcere denaro dal nonno, e, nonostante Gail cerchi in tutti i modi di convincerlo ad agire – suo figlio è sparito da cinque mesi -, non fa nulla fino a quando non riceve un incentivo: l’orecchio mozzato del ragazzo.

Ridley Scott non ha perso niente del suo talento nel girare storie ricche di suspence: l’appostamento finale è una lezione di cinema, e non c’è un momento in cui Tutti i soldi del mondonon dimostri una regia viva e viscerale.

Plummer sprofonda nel suo personaggio, un uomo che preferisce di gran lunga la compagnia della sua collezione d’opere d’arte – che poi verrà ospitata nel Getty Museum – a quella della sua famiglia: intrappolato nella sua personale prigione fatta di ricchezza e sospetto, Getty è davvero una figura pietosa e terrificante. E Plummer lo interpreta con un umorismo acido, emozioni soffocate e abilità magistrale. Nonostante Tutti i soldi del mondo sia la storia superficiale di un dramma accaduto davvero, Ridley Scott ne ha fatto un viaggio grandioso.

Voto: 4 / 5

Peter Travers, da “rollingstone.it”

 

 

C’è un’assenza ingombrante che aleggia su Tutti i soldi del mondo e di cui scegliamo di parlare prima di entrare nel merito del film: è quella di Kevin Spacey, sottoposto ad esecuzione artistica dopo un processo sommario, in base al racconto di fatti avvenuti oltre 30 anni fa e di voci sulla sua (privata) esuberanza sessuale. A nostro avviso questo niente toglie a un attore di straordinario talento che speriamo presto di riavere tra noi, travolto suo malgrado dal ciclone che ha spazzato via il potere assoluto di Harvey WeinsteinNell’impeto moralistico che segue sempre anche le cause più nobili e giuste, Spacey è stato il pefetto capro espiatorio, immolato in nome di molti anche peggiori di lui (vedi Bryan Singer) sull’altare di molte ipocrite coscienze. Consideriamo perciò ingiusto il fatto che gli sia stato tolto un premio come l’Emmy, assegnato al suo talento artistico e non alla sua condotta morale e la damnatio memoriae che Ridley Scott e il produttore Dan Friedkin hanno di fatto legittimato, togliendolo dal loro film.

Ciò detto, dopo averlo visto, ci sorge anche un sospetto che sembra più in linea con la mentalità pratica di un anziano e scafato cineasta, arrivato al cinema 40 anni fa dopo aver diretto oltre 2000 spettacolari commercial nell’età d’oro della pubblicità: con la sostituzione del reprobo, Scott coglie i classici due piccioni con una fava. Se da un lato il suo film non verrà ricordato solo come l’ultimo interpretato da Spacey, dall’altro è anche l’occasione per mettere alla prova l’attore che è stato in lizza per il ruolo fin dal principio, Christopher Plummer e che, dopo averlo visto all’opera, appare per motivi non solo anagrafici la scelta migliore per il personaggio. Una decisione in apparenza cinica potrebbe perciò avere giovato artisticamente al film, anche se ci piace sognare di poter un giorno confrontare le due versioni.

Qualunque cosa si pensi della recente bulimia di lavoro del regista, che non sempre dà risultati ottimali, è indubbio che Scott e Plummer hanno compiuto un vero e proprio miracolo nel rigirare in 9 giorni le sequenze che vedono protagonista l’attore, e che sono molte più di quelle che immaginavamo. Con l’eccezione delle scene nel deserto, realizzate davanti a un green screen e dove l’attore è stato sovraimposto a Spacey, le sue sequenze con Michelle WilliamsMark Wahlberg e gli altri interpreti sono state rigirate ex novo nelle stesse location, tra Roma e Londra. Si tratta di un’impresa unica e straordinaria, che – se non ne fossimo a conoscenza – non lascerebbe neanche immaginare l’esistenza di un predecessore.

La cosa interessante del film è che, pur raccontando la cronaca del rapimento del sedicenne John Paul Getty III, nipote dell’uomo più ricco del mondo, in una calda estate romana, è una riflessione non banale sul denaro e sul valore degli esseri umani, a cui viene costantemente comparato. Il burbero magnate che si sente erede dell’imperatore Adriano e si circonda di opere d’arte comprate a cifre esorbitanti senza batter ciglio, è al tempo stesso il vecchio arido taccagno che gli rimprovera di essere l’uomo della CIA che lavora per lui. Per l’uomo che ha scritto un libro sull’ “essere ricco”, il denaro è un’entità scritta sulle strisce di una telescrivente, un potere assoluto che non si trasforma mai in volgari soldi di carta, ma in una quantità di potere che permette di acquistare tutto senza spendere nulla, ma che resta così evanescente e astratto da poter sparire come un sogno. Soprattutto non basta mai, ma quello che serve è sempre “di più”.

Se di soldi si parla moltissimo, l’unica volta che Scott ce li mostra concretamente nel film è quando i rapitori del ragazzo contano le banconote: capitalismo vs mafia, perfetta l’immagine di due entità, due imperi (come esplicitato in una battuta del film) ancora per poco contrapposti ma destinati a fondersi. Nel 1973 questa alleanza è ancora di là da venire, ma i semi di questa liaison sono già presenti: la Dolce Vita omaggiata dall’incipit del film viene pian piano sostituita dall’euforia superficiale e dall’apatia mortale della droga, il peace & love lascia il posto alla lotta armata e il boom economico al terrorismo e al fragore delle bombe. I ladri di polli si adeguano e in una sanguinosa escalation di barbarie diventano ladri di uomini, ragazzi, bambini. Chi all’epoca del rapimento Getty era bambino o adolescente ancora ricorda l’orrore di quell’orecchio mozzato, la minaccia di inviare altri pezzi, la lunga trattativa e la sprezzante risposta del magnate alla richiesta del riscatto per il nipote un po’ hippy, figlio di un erede tossicodipendente e destinato tragicamente a seguirne le orme, fino allo sfacelo fisico e alla morte prematura nel 2011. Nel poco che all’epoca si sapeva, dai giornali e dalla tv, l’immagine del giovane dai capelli lunghi e con l’orecchio tagliato divenne il simbolo scioccante e cruento di un inasprimento della criminalità (e di un paese) che molte vittime avrebbe fatto.

Tutti i soldi del mondo in questo senso è un buon film, perché riesce a rievocare con esattezza le atmosfere di un momento di passaggio epocale colto in una storia esemplare, senza le goffaggini e gli stereotipi tipici dei film americani ambientati in Italia (con l’eccezione della risibile sequenza delle Brigate Rosse e del rocambolesco e non veritiero inseguimento finale). Tra i protagonisti, nonostante le lodi della critica americana, non sempre all’altezza ci sono apparsi Michelle Williams Mark Walhberg, mentre tra gli attori italiani il più in parte appare Marco Leonardi. Avevamo già visto e apprezzato da bambino il giovane Charlie Plummer (nessuna parentela col nonno cinematografico) in Boardwalk Empire, dove era il secondogenito del corrotto Eli Thompson. Qua ha poco da fare, perché il suo personaggio, nella storia, è un oggetto, vittima incolpevole delle ricchezze del nonno, trattato con umanità solo da uno dei suoi carcerieri (interpretato dal sempre ottimo Romain Duris).

Il J. Paul Getty di Plummer ricorda anche Paperon de Paperoni: rivendica i legami di sangue e l’amore per il nipote proprio quando, distante anni luce nei suoi palazzi dorati dalle stamberghe in cui viene rinchiuso il ragazzo, potrebbe condannarlo a morte. E’ la sua performance a elevare al di sopra della media un film che ricorda nella struttura un dramma teatrale intriso di humor nero e potrebbe senza scandalo portargli il secondo Oscar della sua carriera. La mano esperta di Ridley Scott fa il resto, raccontando una storia complessa ed esemplare senza sacrificarla alle esigenze del box office, con un ritmo che non ne fa avvertire la durata. Per apprezzarne al meglio le performance degli attori, però, consigliamo come al solito, dove possibile, di evitare l’artificiosità del doppiaggio in favore della visione in lingua originale.

Voto: 3,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Quanti grandi film ha diretto Ridley Scott? E’ un autore o “solo” un grande regista? E se alla fine nel suo caso fosse soltanto una questione di soldi e di… immagini? La celerità con cui pochi mesi fa ha sostituito in postproduzione Kevin Spacey con Christopher Plummer rigirando in sole due settimane quasi un terzo del film ci fa propendere chiaramente per le ultime due opzioni. Lezione numero uno: mai compromettere l’esito commerciale di un film (che la presenza di Spacey avrebbe presumibilmente condizionato). Lezione numero due: ottenere il massimo con quello che si ha, garantire la dignità e la qualità del racconto per immagini, mantenendo il giusto look al prodotto. Obiettivo finale: portare a casa il miglior film possibile. Viene in mente Enrico Ghezzi quando a proposito di Blade Runner e di Scott parlava di cinema di pura scenografia. Ogni suo film sembra sempre e soprattutto un  teatro delle immagini con set improbabili, fantasiosi e corretti digitalmente che ricorrono nel tempo. Qui è la volta di Roma e del Colosseo, con tanto di neve poetica in un flashback ai Fori Imperiali. Si ritorna dalle parti de Il gladiatore, anche se la storia da raccontare non potrebbe essere più diversa. Siamo infatti nel 1973 alle prese con il caso di cronaca del rapimento di John Paul Getty III, il nipote del miliardario Paul Getty, l’uomo – ai tempi – più ricco della storia. La mafia calabrese fa pervenire alla madre Gail la richiesta iniziale di un riscatto di 17 milioni di dollari. Lei li va a chiedere al grande vecchio, che non ha alcuna intenzione di pagare. Le mette accanto un ex agente della CIA, Fletcher Chase, che accompagna la donna in Italia e inizia a collaborare con la polizia per ritrovare il ragazzo.

La fotografia di Darius Wolzski lavora sui filtri, assecondando gli andirivieni temporali a cui nella primissima parte la sceneggiatura di David Scarpa ricorre per presentare al pubblico i personaggi della famiglia Getty. Ma soprattutto sembra affascinata dal decadentismo sorrentiniano de La grande bellezza e The Young Pope, con una Roma notturna e il salotto di Getty che si rivelano gli sfondi di una tragedia greca in cui le opere d’arte e i monumenti hanno quasi la stessa importanza dei dialoghi e dei personaggi. Un cinema da inventario dove alto e basso si confondono, l’opera d’arte come il souvenir da pochi soldi, il poliziesco sposa il melodramma familiare e strizza vagamente l’occhio alle atmosfere degli anni 70 (si sente Wild Horses degli Stones ma anche Senza di te che farò de I Camaleonti).

L’umanità e la fragilità di Michelle Williams sono adattissime per andare a sbattere contro la maschera cinica di Plummer, veramente perfetto per il ruolo. Lui è la cosa migliore del film ed è stata aggiunta in fretta e furia in quello che getta davvero interessanti riflessioni sulla vera dimensione, sulle caratteristiche realizzative e sull’efficacia orizzontale di quella macchina cinematografica chiamata Ridley Scott.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Girare di nuovo Tutti i Soldi del Mondo senza Kevin Spacey? Un’impresa impossibile, ma non per Ridley Scott, che non ha pensato neanche un secondo a sostituire l’attore Premio Oscar, travolto da una pioggia di accuse di molestie sessuali, con Christopher Plummer, curiosamente sua prima scelta per il ruolo del protagonista. Archiviato Spacey, spesi ulteriori costi di produzione (ben 10 milioni di extra in nove giorni di riprese), Tutti i Soldi del Mondo è risultato funzionale?

La risposta è affermativa: il film di Ridley Scott si mantiene su un ritmo calzante e ansiogeno per circa due ore, tra dialoghi serrati, scoppiettanti, e una regia mozzafiato. Tutti i Soldi del Mondo racconta il celebre fatto di cronaca degli anni Settanta: il rapimento dell’adolescente John Paul Getty III a Roma, ad opera di alcuni membri della ‘Ndrangheta. Il riscatto fa gola a tutti: 17 milioni di dollari o il ragazzo muore. Il nonno del ragazzo, però, il noto magnate dell’industria petrolifera J. Paul Getty, si rifiuta categoricamente di pagarlo, costringendo la madre Abigail a una lotta contro il tempo per salvare la vita di suo figlio.

Tutti i Soldi del Mondo avrebbe consegnato con molta facilità il terzo Oscar a Kevin Spacey. Ma con la stessa semplicità, Christopher Plummer fa dimenticare al pubblico Kevin Spacey: la sua presenza scenica è immensa, diretta, crudele e avara, adatta alla storica figura dell’uomo più ricco del mondo. Il Paul Getty di Ridley Scott è un uomo senza scrupoli, un negoziatore spietato, una sorta di Scrooge dall’humour nero che pensa agli affari e misura ogni cosa col valore dei soldi. E sono proprio i soldi e la ricchezza i fili conduttori del film.

Tutto ha un prezzo, ogni cosa è negoziabile, anche le persone. Il giovane Getty diventa merce di valore quando il riscatto si alza e si abbassa; perfino l’addolorata ma coraggiosa Abigail (una Michelle Williams algida e calata nella parte), nel momento in cui il figlio viene rapito, smette di essere una persona e diventa un simbolo: inseguita dai riflettori e sbattuta in prima pagina sui giornali. Il Fletcher Chase di Mark Wahlbergè l’unico che vive lontano dal denaro: ex agente segreto, tratta con le persone usando i suoi mezzi e, in casi estremi, la violenza.

Ridley Scott dipinge una famiglia in lenta distruzione, ne esalta il rapporto nonno/nipote – nella realtà ben diverso da quello illusorio del film – e quasi martirizza la figura di J. Paul Getty. Come accadde con Exodus, Scott si prende delle libertà e in alcune parti si discosta dalla verità dei fatti in una sequenza finale che deifica in maniera poetica il magnate del petrolio. L’Italia gioca una buona parte del film: nelle vicende si intrecciano capitalismo, Brigate Rosse, l’omertà del Sud e tanti altri luoghi comuni di quei terribili anni di piombo.

Non sapremo mai come sarebbe stato Tutti i Soldi del Mondo con Kevin Spacey, ma una cosa è certa: “Essere un Getty è una cosa straordinaria” ed è altrettanto straordinario il lavoro svolto da Scott per far funzionare un film che rischiava di passare inosservato nella prossima stagione cinematografica.

Verdiana Paolucci, da “optimaitalia.com”

 

 

 

Luglio 1973. John Paul Getty III, nipote sedicenne del magnate del petrolio Jean Paul Getty, viene rapito a Roma da una banda di criminali calabresi che chiede alla famiglia un riscatto di 17 milioni di dollari. Gail, la madre del ragazzo, si rivolge a nonno Jean Paul, il quale rifiuta categoricamente di pagare. Da quel momento inizia una triangolazione fra Gail che insiste per portare in salvo suo figlio, il miliardario che non cede alle richieste dei rapitori, e un ex agente della CIA, Fletcher Chase, negoziatore esperto nel recuperare uomini e cose. Ridley Scott si ispira alla storia vera del rapimento di John Paul Getty III prendendosi enormi libertà narrative per spostare la narrazione dal realistico al metaforico e costruire un racconto morale per il Ventunesimo secolo che vede protagonisti non gli uomini, ridotti a pedine della Storia, ma il denaro, esplorando in particolare il rapporto fra il denaro e il sangue inteso come legame famigliare ma anche come linfa vitale di quell’umanità subordinata al (dis)valore del dollaro.

Al centro di questa favola nera lugubremente ammonitrice c’è “l’uomo più ricco non solo del mondo, ma della Storia”, che è un avaro archetipale: l’Arpagone di Moliére, o lo Scrooge di Dickens.

La vicenda dietro le quinte della lavorazione del film secondo la quale Christopher Plummer, prima scelta di Scott per il ruolo del “vecchio caprone”, è stato rimpiazzato da Kevin Spaceye poi recuperato dopo lo scandalo che ha coinvolto Spacey, ha qualche cosa di karmico, tantopiù che Plummer aveva appena magistralmente interpretato il ruolo di Scrooge in Dickens – L’uomo che inventò il Natale. L’attore ha agilmente travasato in Getty quella caratterizzazione, compresa la radice profonda dell’avarizia del miliardario, ovvero la percezione della propria vulnerabilità, prima di tutto fisica.

Come in Casinò e Rapina a mano armata, in Tutti i soldi del mondo conta solo passaggio febbrile del denaro fra gli uomini, perché il denaro deve continuamente muoversi sia in valigette chiuse che attraverso mercati finanziari che fra le dita veloci delle contabili della ‘ndrangheta. Un denaro che, per contro, cattura e immobilizza gli uomini, tenendo testa allo strapotere di chi ne possiede così tanto da non poterlo più contare. Ma Gail è una donna che non compra e non (si) vende, e preferisce barattare, con pragmatismo femminile, in nome di una devozione che Getty Senior non capisce ma in qualche modo rispetta.

Voto: 3 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

In una terra nata e cresciuta come una democrazia, una dinastia può nascere solamente da un elemento concreto, materiale, non dal sangue o dall’investitura divina. Jean Paul Getty I è l’imperatore di un mondo costruito con il suo denaro, e che dal denaro discende. Suo figlio John Paul Getty II, esiliato a San Francisco a condurre una vita borghese, diventa erede nel momento in cui comincia a lavorare per la compagnia petrolifera di famiglia (a Roma, nei primi anni Settanta), mentre suo nipote Paul Getty III smette di essere un membro della famiglia quando, per liberarlo dagli uomini che lo hanno rapito, è necessario il pagamento di un riscatto: uno scambio di denaro estraneo ad alcun sistema d’affari, uno scambio che non è un investimento.

J. Paul Getty I concepisce la ricchezza come un continuo movimento, una continua conquista: vede il denaro dove gli altri vedono il deserto, usa i milioni che non spende per il nipote per acquistare pezzi d’arte, passa le giornate a farsi scorrere fra le dita le strisce di carta che registrano l’andamento del prezzo del petrolio. E quella carta, dalla villa inglese in cui si è autorecluso, è l’unica cosa che J. Paul Getty I tocca.

L’uomo più ricco del mondo osserva, delega, usa come scudo i suoi avvocati, comanda a distanza un mondo che cronologicamente viene prima degli anni Ottanta di Wall Strett, della finanza creativa e dei giochi a “somma zero” di Gordon Gekko, e che dunque, in un’era remota del capitalismo, del denaro contante, e degli oggetti che col denaro contante si possono comprare, ha ancora bisogno. Chiunque al di sotto di Getty tiene fra le mani i suoi soldi o le sue opere d’arte, vere o fasulle che siano: le banconote del riscatto, toccate dai commessi di banca per trasformare i dollari in lira e poi contate una per una dalle donne dell’ndrangheta, sono la forma concreta e svilita del suo potere. Così come i pezzi della sua collezione sono opere d’arte private di bellezza, ridotte a mero investimento: pezzi da non mostrare in pubblico, pezzi che fanno scattare l’allarme anche quando li si stacca dalle proprie pareti. A contare non l’oggetto in sé, fosse anche la vita di un nipote: a contare è la transazione, la reificazione dell’oggetto attraverso il denaro.

Per questo il rapimento di Paul Getty III, fatto di cronaca dell’Italia dei primi anni Settanta, è l’evento che sfugge alla catena d’affari di Paul Getty I e alla logica del capitalismo. La vita del ragazzo ha un valore puramente affettivo, non effettivo, e dunque non può essere inserita in alcuna contrattazione. I 17 milioni di dollari richiesti dai rapitori non sono troppi. Sono semplicemente 17 milioni di dollari di troppo. L’invio a un giornale dell’orecchio mozzato del ragazzo fu per davvero il fatto che spinse la famiglia Getty a pagare il riscatto, ma nel film è qualcos’altro a portare alla decisione: è l’ammissione da parte di Paul Getty I di non possedere il nipote, di non disporre della sua carne. «Suo figlio è sua proprietà», dice riferendosi all’ex nuora nel momento in cui cede alla richiesta di denaro. E prima ancora, quando i fogli del giornale che reca in prima prima pagina la foto del nipote lo colpiscono spinti dal vento, è la stessa carta di cui sono fatti i soldi e i nastri della telescrivente a rivoltarglisi contro…

È strano, di fronte a Tutti i soldi del mondo e ai problemi seguiti alla decisione di eliminare dal cast Kevin Spacey e di rigirare ex novo intere scene, accorgersi che la sola cosa interessante del film è proprio la presenza di Christopher Plummer, la sua figura elegante e feroce trasformata in una statua impassibile della mostruosità del capitalismo. Il suo Paul Getty I è un imperatore dal cuore livido come la luce del film, è il capostipite di una dinastia per la quale il denaro è condizione d’esistenza e condanna. Nella vita vera i Getty, che John Pearson, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, definisce painfully rich, “dolorosamente ricchi”, ebbero un destino molto più amaro di quello che il film fa intuire o tace del tutto. Nella logica del racconto, però, l’eredità di centinaia di opere d’arte da registrare e poi riunire in un museo rappresentano in forma concreta il peso ingombrante di una discendenza subita e non richiesta, per quanto sfruttata. Invece di un pezzo mancante, viene sottolineata la paradossale presenza di un pezzo in più: la statua senza valore dello stesso J. Paul Getty I, trasformato dall’ossessione di perdere la propria ricchezza in un oggetto fra gli oggetti, nella pacchiana e stupida vittoria della materia sul nulla non quantificabile della morte.

Voto: 3 / 5

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

 

 

Se foste l’uomo più ricco al mondo, paghereste il riscatto di vostro nipote? Se per molti la risposta è affermativa e scontata, non sempre è stato così.

Era il 1973 quando al petroliere J. Paul Getty venne comunicato dall’ex nuora Abigail il sequestro di suo nipote Paul Getty III con relativa richiesta di riscatto: 17 milioni di dollari. Nulla in confronto al suo patrimonio, considerato che è stato il più ricco del mondo e fra i primi ad aver superato il miliardo. Eppure, all’epoca, Getty disse no, perché “Ho 14 nipoti. Se tirassi fuori un centesimo avrei 14 nipoti rapiti”. Solo quando l’orecchio destro del ragazzo venne inviato alla redazione de Il Messaggero il riscatto (di quasi 2 miliardi di lire) venne pagato e Paul rilasciato.

Una storia vera, come viene specificato all’inizio e alla fine di Tutti i soldi del mondo, pur sottolineando come alcuni fatti siano stati però modificati per scopi cinematografici. Ecco, questo dettaglio è fondamentale da sapere prima di andare al cinema, perché chi pensa di assistere alla proiezione di un film d’inchiesta, che ripercorre i passi di quella triste tragedia, ne rimarrebbe deluso. Sono infatti molti i dettagli di fantasia inseriti nella storia, che snaturano la realtà dei fatti. Emblematico in questo senso il finale, che sembra voler redimere il tirchio nonno, dopo aver pensato al bene della famiglia, concedendogli una fine solitaria, circondato solo da beni e opere d’arte, quando invece bisogna ricordare che la sua morte avvenne ben due anni dopo il rilascio di Paul, al quale venne chiesta la restituzione dei soldi prestati per pagare il riscatto, con tanto di interessi.

Nonostante questo, Tutti i soldi del mondo è un buon film, che ben rielabora i fatti accaduti intrecciandoli con nuovi eventi totalmente inventati, e creando quindi una nuova storia che riesce sempre e chiaramente a porre al centro del discorso la tematica dei soldi, come vera protagonista. Si discute su cosa sia inestimabile o no e si riflette su quanto davvero valga la vita umana, lasciando da parte ogni forma di sentimentalismo, ma sempre oscillando tra dramma e tensione, con una suspense che anche nel finale non manca.

I soldi non hanno mezze misure: da una parte non ce ne sono, dall’altra sono così tanti da non poter essere contati. Soldi in ogni dove, in ogni discorso; i soldi diventano questione di vita o di morte. E le due misure prendono il volto di due protagonisti, da una parte Abigail, madre di Paul, che darebbe anche l’anima per salvare il figlio, dall’altra il nonno, che non si accontenta di ciò che ha e preferisce spendere i suoi soldi in opere d’arte o in investimenti che possano essere scaricati. Michelle Williams è una madre che non vuol arrendersi, testarda e determinata, Romain Duris un rapitore mai pentito, ma piuttosto affezionato e intenerito, Marco Leonardi un credibilissimo capo mafioso (e solo uno dei tanti italiani chiamati a ricoprire ruoli minori nel film); i tre sono molto più in parte di altri tra cui Mark Walberg, un po’ sottotono nel ruolo di un ex agente incaricato di indagare sul sequestro.

Due parole a parte, invece, vanno spese per Christopher Plummer. L’attore è stato chiamato a film finito e pronto per la distribuzione per sostituire Kevin Spacey, travolto dalle accuse di molestie. Il regista Ridley Scott ha reputato inopportuno non lasciare così le cose e ha deciso di rigirare tutte le sue scene sostituendolo, in soli 9 giorni. L’interpretazione di Plummer è perfetta e alza decisamente il valore del film, per il quale ha già ottenuto un candidatura ai Golden Globe, e probabilmente non mancherà neanche quella agli Oscar. Insomma, è riuscito in un miracolo, in una “mission impossible” che potrebbe aver salvato il film da quello che Scott ha probabilmente pensato sarebbe stato un suicidio mediatico. Anche se rimarrà sempre il dubbio del confronto, e speriamo che in futuro, in qualche modo, sarà possibile vedere l’ultima interpretazione di Spacey (ma sarà davvero l’ultima?).

Alessandro Carpana, da “cineavatar.it”

 

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