Tito e gli alieni

 

Chi lo dice che il cinema richiede complessità, quando riesce a specchiarsi nella vita, nella sua semplicità e nel suo eterno ritornare sempre sulle medesime dinamiche. Certo, bisogna rispettarlo, il cinema, ricordarsi come sia un’arte eminentemente visiva e lasciar perdere gli spiegonii, le scene madri o le parole affastellate una sopra l’altra in infiniti e dimenticabili film didascalici. Paola Randi, a otto anni dall’esordio Into Paradiso, totalmente diverso, dimostra come la fantasia possa salvare il mondo, almeno quello del (nostro) cinema, partendo da un’immagine molto personale per disegnare un ritratto dallo schema semplice semplice: un uomo deve superare, a distanza di molti anni, la morte della moglie, che l’ha portato a rinchiudersi in se stesso e nel passato.

In Tito e gli alieni lo fa utilizzando la fantascienza, e il suo frenetico sovrapporsi di passato, presente, di morte e vita, con l’infinito che neanche si accorge di noi. Il professore, un magistrale Valerio Mastandrea, scandaglia da anni lo spazio profondo alla ricerca della voce della moglie scomparsa, nel mezzo del deserto del Nevada. La staticità della sua depressione esplode in un improvviso moto di energia quando arrivano i due nipoti, a cui è appena morto il padre, fratello del professore.

La situazione genererà una reazione chimica fra le due perdite, e le due generazioni, in grado di iniettare la purezza di un bambino, convinto di poter ancora parlare al telefono col padre morto, nella passività dell’adulto. Il risultato sarà un viaggio pieno di trovate visive e profondità, mai ricattatorio o didascalico, sempre misurato ma ambizioso, capace di farci guardare in alto con speranza, in un’epoca in cui siamo sempre con gli occhi a terra o sullo schermo del telefonino. Ci porta nel regno della fantasia e in uno spazio che somiglia a uno sconfinato e laico luogo depositario della memoria. Sorprendente e coraggioso, Tito e gli alieni regala qualcosa di molto diverso con cui avere a che fare, prima divertendoci per l’eccentricità di luoghi e personaggi, poi coinvolgendoci sempre più emotivamente, commossi senza quasi rendercene conto.

Parlando di memoria, il film della Randi rievoca molti immaginari di cui tutti siamo nutriti, da quello cinematografico fantascientifico, fra Spielberg e la tecnologia vintage di WALL-E, a quello del deserto, con la sua spiritualità irrituale e l’Area 51, diventata una porta di comunicazione – sognata e utopistica – sugli alieni e quindi sul sogno di un universo meno solitario e più affollato. Nato dal coraggio e dall’incoscienza della regista e della giovane produttrice Matilde BarbagalloTito e gli alieni è un piccolo film a cui voler bene, capace di conquistare per la sua universalità, che dimostra come le idee, la creatività e la passione valgano molto più di un budget sostanzioso. Se l’elegante e un po’ folle presenza di Clémence Poésy convince, come di consueto, una bella sorpresa sono i due esordienti, due talenti grezzi e promettenti: l’adolscente Chiara Stella Riccio e il piccolo Tito, Luca Esposito.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

C’è un professore napoletano nel deserto del Nevada che spende la vita ad ascoltare il suono dello Spazio alla ricerca di una voce. La voce cara della consorte morta diversi anni prima. Scienziato mesto a un passo dall’Area 51, segue un progetto, o almeno dovrebbe, per conto del governo degli Stati Uniti. Il suo torpore esistenziale è interrotto quotidianamente da Stella, giovane wedding planner per turisti che credono ancora agli alieni. Un pacco postale e una registrazione video gli annunciano un giorno l’arrivo di Anita e Tito, preziosa eredità del fratello morto a Napoli. Introverso e laconico, il professore si attrezza, letteralmente, per accogliere i nipoti. Anita ha sedici anni e sogna un tuffo in piscina con Lady Gaga, Tito ne ha sette e desidera sopra a ogni cosa parlare ancora col suo papà. Sorgenti formidabili di nuova energia, Anita e Tito riavvieranno il programma e il cuore dello zio.

Commedia lunare che si ingegna a passare in contrabbando la fine della vita, la solitudine e la morte, Tito e gli alieni racconta il lavoro del lutto.

E lo fa senza negarsi la gioia e senza svilire la fatica del dolore, con un’esuberanza e una libertà formale che mantengono il cinema in uno stato di giovinezza permanente. Nel deserto del Nevada, abbandonato da uomini e alieni, Paola Randi trasloca un professore muto e senza nome, fedele a un amore di cui chiede ragione alle stelle. La risposta è sempre la stessa e si centra sull’impossibilità di dimenticare chi non c’è più. La rielaborazione del lutto esige tempo e lo scienziato di Valerio Mastandrea ha deciso di prenderselo tutto, cronicizzando il dolore fino allo spegnimento del sentimento vitale. Aspettare ogni maledetto giorno un segnale dall’universo dona il senso della durata del lutto, ascoltare ogni notte in laboratorio la stessa traccia registrata sulla segreteria telefonica misura la forza della fissazione mortale. Fermo sulla scomparsa, provato dall’assenza e avido di nutrire la pena, il professore è un sopravvissuto che nel mondo vede solo un pretesto a una nuova variazione sul tema unico e inestinguibile del dolore.

Ma poi qualcosa accade, qualcuno arriva ad ‘allargare il quadro’ e a interrompere la solitudine eterna di un uomo sepolto in un nulla eletto a domicilio. Perché il racconto e la (sua) vita riprendano il loro corso è necessario un nuovo personaggio, anzi due. La rimessa in movimento si traduce con l’allunaggio di Anita e Tito, orfani che custodiscono il mistero del mondo, una vita che coincide con l’avvenire. Distillando il dolore dell’assenza nel genere (la fantascienza), Paola Randi gonfia una bolla nel deserto e avvia un percorso iniziatico che lega uno zio ai nipoti fino ad adottarli e adottarne lo stupore.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

Ricerca degli alieni, deserto, Las Vegas, Area 51, un “professore” vedovo e due nipotini orfani che lo riportano alla vita… eccetera, eccetera. Sono premesse che pescano a mani basse dall’immaginario popolare americano quelle che Paola Randimette insieme nel suo secondo lungometraggio (dopo Into Paradiso). Ed è un film molto interessante questo Tito e gli alieni, sia dal punto di vista strettamente cinematografico sia dal punto di vista meramente produttivo. Sì perché il cinema italiano ha estremo bisogno di film “ufo” che ribaltino le attese e le prospettive, i pregiudizi e i generi, le storie e i “set”: chi se lo poteva immaginare Valerio Mastandrea scienziato napoletano nel deserto del Nevada, inventore di un super-computer in grado di interagire (dolcemente) con gli esseri umani, in cerca di tracce di vita nello spazio e in lotta con un colonnello “cattivo” dell’esercito? Sino a quando… arrivano dall’Italia Tito e la sua grintosa sorellina e tutto cambia.

Paola Randi non tenta mai il confronto diretto con i suoi altissimi referenti, ma li omaggia in maniera intelligente manifestando un profondo affetto per quegli umori cinematografici. Il suo film parte con atmosfere alla Wes Anderson (genitori atipici venuti a mancare, bambini intelligenti e un po’ folli che devono superare il dolore), prosegue con accensioni naif alla Michel Gondry (arrivato in Nevada dallo zio “professore” la fantasia del piccolo Tito partorisce sequenze oniriche a ripetizione che elaborano il lutto della morte del padre), per poi arrivare al cuore lucasian/spielberghiano di questo cinema (tra i segni di Star Wars e Incontri ravvicinati si gioca il rapporto con il passato, con le persone scomparse, con i nuovi amori). Un’ingenuità esibita ma mai fasulla, che riesce anche a fare un discorso non banale sull’umanizzazione dei dispositivi e sulla fantasia (del cinema) come unico grimaldello per aprire ancora la sfera dei sogni.

Certo: il film non sempre riesce ad amalgamare questi umori nelle giuste dosi, a volte si avverte una certa meccanicità negli snodi narrativi, eccedendo anche in tipiche ridondanze da indie americano anni ’00. Ma è questo il punto: il piccolo Tito rischia e attraversa territori alieni per il cinema italiano degli ultimi vent’anni, trovando la sua forza nell’amore incondizionato che manifesta  per i generi, i set, i caratteri hollywoodiani che incontrano la commedia all’italiana. E allora al netto di qualche incertezza registica o di qualche caduta di tono negli effetti visivi, noi spettatori crediamo nel dolore del professore e nella ricerca d’affetto del piccolo Tito. Crediamo in quei sentimenti e li seguiamo sino al The End… questo è ciò che conta.

Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Negli ultimi anni l’industria audiovisiva italiana ha dimostrato che un nuovo cinema commerciale di qualità è possibileVeloce Come Il VentoLo Chiamavano Jeeg Robot, la trilogia di Smetto Quando Voglio Perfetti Sconosciuti sono solo alcuni esempi di pellicole che, pur rivolgendosi ad una platea mainstream, hanno alla base una forte componente autoriale. All’interno di un filone sempre più rilevante della nostra cinematografia contemporanea si inserisce Tito E Gli Alieni, secondo film della regista Paola Randi che mescola in maniera convincente commedia e fantascienza. Dopo aver fatto parlare di sé al Torino Film Festival e al Bif&st, il lungometraggio prodotto da Bibi Film, Rai Cinema e Timvision esce al cinema il 7 giugno distribuito da Lucky Red.

UNO SCIENZIATO DEPRESSO DIVENTA IL TUTORE DEI SUOI NIPOTI

Un professore (Valerio Mastandrea) si trova nel deserto del Nevada, accanto all’Area 51, per lavorare ad un progetto segreto per conto del governo degli Stati Uniti ma, dopo aver perso la moglie, si isola dal resto del mondo: il suo unico contatto umano è Stella (Clémence Poésy), una ragazza che organizza per i turisti matrimoni a tema spaziale. Un giorno riceve un messaggio dalla sua città natale, Napoli: il fratello Fidel (Gianfelice Imparato), che sta per morire, gli chiede di prendersi cura dei due figli, Anita (Chiara Stella Riccio) e Tito (Luca Esposito). I due raggiungono lo zio in America aspettandosi le luci di Las Vegas ma dovranno fare i conti con un uomo stralunato e un territorio in cui gli abitanti credono nell’esistenza degli alieni.

UN FILM DI GENERE PER TUTTA LA FAMIGLIA

A sette anni di distanza dall’opera prima Into Paradiso (candidata a quattro David di Donatello), Paola Randi torna dietro alla macchina da presa con una pellicola rivolta ad un pubblico eterogeneo che affronta la fantascienza con una logica diversa da quella dei blockbuster. Tito E Gli Alieni, pur avendo come ispirazione grandi classici (come Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo di Steven Spielberg), non punta a scimmiottare il cinema d’oltreoceano (anche perché le risorse finanziarie sono ben diverse) ma rilegge il genere grazie ad un ingrediente, quello della commedia (anche in chiave rom-com), che regala al lungometraggio una forte personalità.

Il film della regista milanese, attraverso lo stratagemma narrativo della connessione con entità extraterrestri, racconta in realtà le vicende di persone comuni che devono voltare pagina a seguito di un doloroso lutto: il personaggio di Valerio Mastandrea si rende conto che, dopo la prematura scomparsa di sua moglie, l’unico rimedio per andare avanti è quello di evitare l’isolamento e dedicare la sua vita ai propri cari.

Lo stile registico di Paola Randi è molto ricercato, con trovate visive davvero suggestive che vengono esaltate dalle oculate scelte delle location (Tito E Gli Alieni è stato girato in Spagna, Italia e Stati Uniti); inoltre è interessante l’utilizzo, da parte della cineasta, di una buona combinazione tra effetti speciali analogici e digitali capace di produrre risultati pregevoli.

IL MIGLIOR CINEMA COMMERCIALE DA ESPORTARE ALL’ESTERO

Spesso ci lamentiamo che l’Italia, a differenza di altre importanti realtà, raramente offra prodotti in grado di avere un respiro internazionale (come tematiche e come appeal). Ecco, Tito E Gli Alieni si smarca da questa concezione e, mantenendo intatto il suo spirito italiano, racconta una storia universale che può essere apprezzata ovunque (non casuale la scelta, da parte di Paola Randi, di inserire molti dialoghi in inglese). Il film ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult anche all’estero: buon ritmo, comparto tecnico curato (considerando anche i limiti di un budget da 3 milioni di euro) e un cast affiatato.

Oltre ad un fenomenale Valerio Mastandrea, che nel ruolo dello scienziato napoletano offre un’interpretazione comica e drammatica di grande spessore (cavandosela bene anche con l’inglese), brillano Clémence Poésy (In Bruges127 ore e Harry Potter) e i due giovani attori (Chiara Stella Riccio eLuca Esposito) che danno vita ai personaggi di Anita e Tito, autentiche forze della natura.

Certo, la trama lineare di Tito E Gli Alieni, agli occhi di uno spettatore più smaliziato, potrebbe risultare semplice e prevedibile ma la nostra industria ha estremamente bisogno di un cinema popolare che possa intrattenere e far sognare il pubblico di tutte le età.

Giuseppe Sallustio, da “anonimacinefili.it”

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