The Post

Convinto che la guerra condotta in Vietnam dal suo Paese costituisca una sciagura per la democrazia, Daniel Ellsberg, economista e uomo del Pentagono, divulga nel 1971 una parte dei documenti di un rapporto segreto. 7000 pagine che dettagliano l’implicazione militare e politica degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Un’implicazione ostinata e contraria alla retorica ufficiale di quattro presidenti. È il New York Times il primo a rivelare l’affaire, poi impedito a proseguire la pubblicazione da un’ingiunzione della corte suprema. Il Washington Post(ri)mette mano ai documenti e rilancia grazie al coraggio del suo editore, Katharine Graham, e del suo direttore, Ben Bradlee. Prima donna al timone di un prestigioso giornale, Katharine decide di pubblicare il monumentale scandalo di stato con buona pace degli investitori (il giornale era allora in fase di ristrutturazione finanziaria) e a rischio della sua azienda, della prigione e della carriera dei suoi redattori. Fedeli al primo emendamento e all’intelligenza dei propri lettori, i giornalisti del Washington Post svelano le manovre e le menzogne della classe politica, assestando il primo duro colpo all’amministrazione Nixon.

Un presidente degli Stati Uniti che dipinge i giornalisti come bugiardi, minaccia la libertà di stampa, limita l’accesso dei media all’informazione, punteggia significativamente la sua carriera politica e personale di fallimenti d’immagine. No, Donald Trump non ha inventato niente, prima di lui c’è stato Richard Nixon.

Girato d’urgenza per non perdere niente della sua risonanza, The Post non racconta un’epoca passata ma una storia che si ripete. Per realizzarlo Steven Spielberg ha interrotto un progetto in corso (The Kidnapping of Edgardo Mortara) e ha lavorato nelle medesime condizioni dei suoi protagonisti. L’energia è quella di un reportage di guerra ma la regia agisce negli internidelle redazioni o di lussuose dimore, creando opposizioni, spazi chiusi, linee di fuga. Film indifferibile, traboccante di impeto e fervore, The Post è prossimo a Lincoln.

Lo è nel fondo e nei meccanismi, lo è nello slittamento dalla potenza delle immagini a quella della parola, lo è nell’interessamento alla procedura, ai caratteri umani pieni di intelligenza strategica, alla forza dei sentimenti, all’eroismo del cuore, alla comunione di un gruppo di persone, sovente in un ufficio, qualche volta su campo a operare in maniera ‘illegale’ nonostante l’istituzione che incarnano. Se nel 1865 era necessario acquisire abbastanza voti per far passare il Tredicesimo Emendamento, nel 1971 è indispensabile mettere le mani sui fascicoli confidenziali della Difesa per denunciarli sulle pagine del giornale. Allo stesso modo per Spielberg è importante realizzare il suo film prontamente per ‘trattare’ la perdita di controllo di un altro capo di stato e la condizione della donna. E il film aderisce all’impellenza del suo intrigo manifestando la sua urgenza (anche) nella forma e ribadendo in filigrana uno dei grandi temi della sua filmografia, la comunicazione. Quella che nasce dall’incontro tra un bambino e un alieno, tra un israeliano e un palestinese, quella che passa per lo storytelling o gli aneddoti di Lincoln.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

“Phil diceva che una notizia è la prima bozza della Storia”. Katharine Graham (Meryl Streep) aspetta la fine del film per confidare a Ben Bradlee (Tom Hanks) una frase del marito, Phil, morto suicida anni prima, dal quale ereditò il comando del Washington Post.

Prima donna alla guida del quotidiano, in una società dove di norma i ruoli di potere sono appannaggio degli uomini, Kay Graham si ritrova nel 1971 a dover prendere una difficile decisione: pubblicare o meno i “Pentagon Papers”, documenti che nascondono la copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam, tuttora in corso sotto la presidenza Nixon.

Da una parte le insistenze del direttore Bradlee, convinto senza mezzi termini che non pubblicare quella notizia comporterebbe la morte “ideale” del quotidiano stesso, dall’altra le istanze dei consiglieri e dei soci di maggioranza della testata, da pochissimo entrata in Borsa, più orientati a non divulgare quei documenti per mantenere una condotta di prudenza nei confronti tanto del Governo, quanto degli investitori.

Ogni notizia, tornando alla citazione iniziale, è la prima bozza della Storia. E il cinema di Steven Spielberg, ancora una volta, è la Storia che torna a compiersi sotto i nostri occhi: The Post, soprattutto per questo, è un film bello e necessario. Capace di raccontare un fatto noto mettendosi sul piano degli attori che in quel momento storico lo hanno vissuto, ma non per questo dimenticandosi degli spettatori (soprattutto i più giovani) che, oggi come oggi, non hanno ben chiaro quale fosse il peso e l’autorità che gli organi di stampa avessero (e dovrebbero avere tuttora) nell’(in)formare l’opinione pubblica.

“Strumento al servizio dei governati, non dei governanti”: partendo dal personaggio cruciale dell’intera vicenda (Daniel Ellsberg, interpretato da Matthew Rhys, dapprima reclutato dal ministro della Difesa Robert McNamara – Bruce Greenwood – per contribuire allo studio sull’impegno americano in Vietnam, fu lui che nel ’71 consegnò tutto il materiale al New York Times, primo quotidiano a dare il via allo scandalo dei “Pentagon Papers”, pubblicazione che portò il presidente Nixon a chiedere un’ingiunzione nei confronti del giornale) e concludendosi con lo scasso notturno che portò poi al successivo scandalo USA noto come il “Watergate” (reso celebre dal film di Alan J. Pakula, Tutti gli uomini del Presidente), The Post è boccata di grande cinema classico nell’era dell’informazione ridotta alla velocità di un tweet o di qualche improbabile fake news. Ma non solo.

Perché alla magnifica sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer, e al film di Spielberg, non interessa demonizzare quello che i media sarebbero diventati, piuttosto esaltare tutto il processo – strategico, politico, umano, fisico (che bellezza quando il cinema si sofferma sulle rotative…) – che si nasconde(va) dietro la pubblicazione di una prima pagina, e di un quotidiano tutto.

E ricordare come il Washington Post, guidato da un editore donna – e che dal New York Times riuscì abilmente a prendere il testimone di quell’inchiesta che lo Stato avrebbe voluto bloccare – oltre ai Pentagon Papers fu il primo quotidiano a portare a galla il Watergate, scandalo che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni. Lo stesso Nixon che, dopo il verdetto della Corte Suprema che scagionava i due giornali in nome della libertà di stampa, aveva ordinato che mai più un cronista del Post avrebbe potuto mettere piede dentro la Casa Bianca.

Il patto di fiducia tra i cittadini e il governo americano inizia a scricchiolare da lì. Dalla scoperta che le menzogne del potere erano il motore che spingeva centinaia di migliaia di ragazzi a sacrificare la propria vita in nome di una bandiera che il potere stesso stava infamando. I cittadini lo scoprirono grazie ad un principio, quello della libertà di stampa, in nome del quale altri uomini – e donne – erano disposti a sacrificare qualsiasi cosa.

Voto: 4 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

 

Tra tanti uomini di discreta importanza – per esempio Richard NixonRobert McNamara e altri esponenti o “ex” dell’establishment istituzionale e culturale americano – sbuca prepotente una figura femminile. Proprio allora, nel mezzo del 1971, con le donne ancora un po’ intontite e confinate nei piani bassi delle strutture di vertice. Eccola, così, Katharine Meyer Grahamprendere in mano il Washington Post (del quale è editrice da qualche anno avendolo ereditato da suo marito Philip che s’è suicidato) e portarlo allo scontro, vittorioso, contro il Potere, affermando una volta per tutte il diritto alla libertà di stampa.  Anche questo è The Post di Steven Spielberg (uscita in sala il 1° febbraio, durata 118’), che ricompone in modo magistrale il caso dei Pentagon Paperslasciando però che sia Meryl Streep a dominarlo nella parte della Graham con una presenza scenica di molte, fragorose valenze.

Quelle scelte improvvide e suicide nel Sudest asiatico

Naturalmente in questa storia – che da un certo punto di vista sembrerebbe il prequel di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula (1976) sullo scandalo del Watergate avvenuto subito dopo i fatti narrati in The Post – gli eventi di cronaca restano centrali. E girano attorno a quell’incartamento top secret trafugato dal Pentagono e finito sulle pagine dei giornali.

Andando con ordine: durante gli anni Sessanta, quando è ancora Segretario della Difesa, Robert McNamara (lo interpreta Bruce Greenwood) realizza col suo staff un dossier di 7000 pagine sulle politiche americane nel Sud Est asiatico. Scelte improvvide, per non dire di peggio, da Truman in poi passando per EisenhowerKennedy e Johnson finendo con Nixon in carica. Occhio al Vietnam, soprattutto. E alla palmare impossibilità di vincerla, quella dannata guerra: con ogni le valutazione, implicita e tragica, sul sacrificio calcolato di migliaia di giovani soldati americani mandati inutilmente a morire nella giungla e sul delta del Mekong. Ovvio, insomma, che il dossier scotti e venga secretato.

7000 pagine top secret svelate agli americani

Così arriviamo al 1971, presente narrativo del film. Quando il New York Times viene in possesso di quelle carte (7000 pagine) dopo che Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), mente del Pentagono oramai divorato dai dubbi sull’utilità della spedizione vietnamita, le ha fotocopiate e passate al giornale con l’obiettivo di renderle pubbliche. Il botto è sonoro, anche per Ben Bradlee (Tom Hanks) direttore-caterpillar del Washington Post divorato dal dispetto per l’improvvisa fortuna del concorrente, che però dura poco visto che Nixon – tra l’altro in corsa per la sua riconferma – scatena la giustizia e impone lo stop alle pubblicazioni.

Orgoglio e riscossa nel cuore del “Washington Post”

Troppo tardi. Bradlee fiuta il colpo e come un avvoltoio piomba sul dossier chiedendo alla sua editrice di pubblicarlo, sostituendosi di fatto al NYT imbavagliato. E parte da qui il grandioso percorso di Meryl Streep, una Graham fino ad allora tenuta in scarsa considerazione in quanto donna in un mondo americano fatto d’uomini, divorata dal dilemma, condizionata da amicizie importanti (lo stesso McNamara, tra l’altro), pressata da una parte della redazione che invita alla prudenza viste la censura e le minacce già consumate sul quotidiano newyorkese, angosciata dall’esito nefasto che un okay potrebbe avere sulla vita del suo stesso giornale. Eppure.

Un raffinatissimo “salto” di generi cinematografici

Eppure arriva il “sì”. Accada quel che accada. Il diritto alla libertà di stampa non ha prezzo, l’orgoglio femminile si riscatta affiancando editrice e direttore in un atto di coraggio e di dovere che suona come elogio e celebrazione del mestiere di giornalista in cifra, per fortuna, antiretorica e non apologetica. Magari “eroica”, quello sì, certo meno grigia, uniformante e isterica di oggi. Con una donna nell’ombelico della storia (del film e della Storia tout court) che Spielberg propone spostando, di fatto, l’asse del racconto da un genere a un altro. Cioè dal giornalismo investigativo e thrilling a quello “morale” e militante approdando, poi, all’analisi del comportamento e delle sfumature psicologiche di un’editrice alle prese con la decisione più pertinente alla salute futura del suo giornale, “gioiello di famiglia” ereditato anni prima del marito Philip Graham, morto suicida, che a sua volta l’aveva ricevuto dal suocero Eugene Meyer.

Il capolavoro scenografico nella redazione anni 70

Già, il giornale. Lo stesso dell’inchiesta Watergate condotta dai due reporter del “Post” Bob Woodward e Carl Bernstein e sempre sotto la guida del carismatico Bradlee (morto quattro anni fa a 93 anni). Spielberg lo ripristina nei dettagli attraverso un capolavoro scenografico firmato dal due volte premio Oscar Rick Carter, la fotografia vintage 35mm di Janusz Kaminski (diciottesimo film con Spielberg e due Oscar con Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan) e i costumi di Ann Roth.

Un mondo perduto del quale pare di avvertire i profumi unici tra le cicche di sigarette nei posacenere, esito dei fumi flottanti a mezz’aria come si usava nelle redazioni d’una volta; il ticchettìo incessante strepitante delle macchine per scrivere nell’open space; i bossoli per la posta pneumatica da spedire in tipografia; le linotype trasudanti grasso e gocciolanti piombo fuso a comporre, riga su riga, le colonne del giornale; lo slancio grandioso della rotativa che annuncia la stampa del giornale con le rivelazioni sui Pentagon Papers facendo “ballare”, con la sua corsa, scrivanie, bicchieri colmi d’acqua, lampade, financo le pareti.

Un dramma realistico, mai romanzato e retorico

Trema la redazione e trema l’America, specie nei suoi vertici. Sussulti e squassi diversi e, per così dire, opposti nelle loro nature divergenti e centrifughe. Nella tensione narrativa che la regìa, nonostante l’epilogo già scritto nelle cronache e nella vicenda medesima, tiene sempre a livelli eccelsi e pur vigilati nelle misure di un montaggio dinamico e di una sceneggiatura elegante (di Liz Hannah e Josh Singer) capaci di configurare il dramma in una misura estremamente realistica, mai “romanzata”, oratoria o ridondante.

Merito, naturalmente, anche degli splendidi attori, su tutti la Meryl Streep di smisurate elasticità tonali nel già descritto percorso di maturazione manageriale; e il Tom Hanks che in quel percorso pare accompagnarla, spalancandole, appartato e decisivo allo stesso tempo, la strada vincente. Un’altra finezza di Spielberg, che in tutto questo non trascura certo l’estensione spettacolare dell’azione. Egli, dello spettacolo è (anche) uno specialista e sa benissimo come e dove pizzicarne le corde.

Claudio Trionfera, da “panorama.it”

 

 

 

C’è un fascino quasi esotico nelle immagini della pressa che manda in stampa i giornali di carta in The Post. Il momento in cui le notizie vengono messe finalmente sulla carta dopo tanto discutere è fatto di dettagli di viti, macchinari oliati, vasche di inchiostro e una grande massa di carta spostata, di caratteri mobili composti a mano e finalmente impressi. I film sul giornalismo sono stati tantissimi ma solo oggi ha un senso tale concentrarsi sul momento della stampa propriamente detto. Perché Spielberg mostra il giornale di carta prendere forma ma in realtà intende il cinema in pellicola. È quel mondo lì in cui i contenuti erano su un supporto analogico finito, costoso, limitato e quindi prezioso. In un film che parla d’altro, di libertà, di coraggio e soprattutto di indipendenza (di una compagnia, della stampa e delle donne), c’è questo momento di amore per i grandi macchinari dietro il quale si intravede l’amore per i materiali del cinema di ieri.
Arriva alla fine, l’atto della stampa come l’eiaculazione in un porno, il momento in cui tutta la tensione accumulata viene rilasciata tramite un atto fisico ripreso da vicinissimo. Per godere. E solo un intelletto filmico del livello di Spielberg poteva avere l’idea di mostrare tutto il palazzo che trema per l’attività delle rotative.

La tensione in questione è quella di una trama nota, lo scandalo Pentagon Papers, in cui segreti di stato che screditarono più di un’amministrazione, mostrando come il governo avesse mentito ai cittadini (e non solo), fuoriuscirono grazie ad una talpa e furono pubblicati dai giornali. Il New York Times fu fermato dal tribunale, il Washington Post (attraverso il suo direttore e la sua editrice) dovette scegliere se astenersi o subire la stessa sorte senza avere le medesime spalle. Questa dunque non è una storia di giornalismo investigativo (l’indagine è poca cosa), non è la storia di un giornale che lotta contro l’esterno per arrivare alla verità ma per la maggior parte è quella di un giornale che lotta al suo interno per decidere cosa fare, se pubblicare e rischiare oppure no.

Tutto questo da solo basta già per fare un gran bel film, ottimo per Spielberg per Tom Hanks e per Meryl Streep, molto classico e ben inserito nella tradizione del cinema americano: il dialogo e la recitazione, in una messa in scena che nasconde se stessa, finalizzati alla trasfigurazione dei personaggi in simboli di virtù in contrasto.

Questo è un film sul passato che fa rimbalzare il presente, uno che usa una storia di giornalismo per raccontare la storia di una donnaThe Post però è anche qualcos’altro. Con una punta di opportunismo (visti i tempi) ma soprattutto una gran capacità di prendere una storia che è nota e trovarcene un’altra al suo interno, questo è un film sul passato che fa rimbalzare il presente, uno che usa una storia di giornalismo per raccontare la storia di una donna, la padrona del giornale, che lotta in un mondo di uomini per qualcosa di normale: la propria opinione su ciò che le appartiene. Chiunque altro probabilmente non solo ne avrebbe fatto un aspetto marginale, un condimento gustoso, ma non avrebbe resistito alla tentazione di dare a Meryl Streep (che oltre ad essere Meryl Streep è anche una paladina dei diritti delle donne ad Hollywood) un dialogo importante, una frase fulminante, una maniera di “dire” qualcosa a riguardo. Il motivo per il quale Spielberg, ancora oggi, è Spielberg è come invece affronti il problema dal punto di vista delle immagini, enfatizzando il contributo che può dare il cinema alla comprensione del mondo.

Nessuno per tutto il film dice una parola sul fatto che Kay Graham sia palesemente tenuta ai margini delle riunioni, scarsamente considerata dai sottoposti, sfiduciata (quello sì anche a parole) e sostanzialmente ritenuta una cattiva manager perché donna, è tutto lasciato alle immagini. Spielberg enfatizza il suo essere l’unica donna al tavolo, il suo stare in seconda linea continuamente, il fatto che quando si reca alla borsa per il suo discorso tutte le donne rimangano fuori e via dicendo. Mette in scena il fatto che l’emarginazione della donna nella società non è qualcosa che avviene a parole ma è più sottile, è una questione di sguardi, di toni della voce, di posizione delle persone nella stanza, di linguaggio del corpo e quindi di immagini. Solo così riesce ad arrivare al mostruoso risultato per il quale, in un film di giornalismo, che racconta la lotta per pubblicare delle notizie, la spaccatura tra stampa e potere e il coraggio dell’essere fedeli al proprio dovere (con un occhio al business), il momento più commovente è una camminata dell’editrice tra una folla di sole donne, in silenzio. Un’immagine struggente di spielberghiano ottimismo e rinvigorente fiducia nella razza umana, di forza e di tranquillità così palesi e sommesse che commuove.

Ci vuole un film intero che parli d’altro, fatto di scene accuratamente composte e interpretate con grandissima misura, per arrivarci, per arrivare a quella scena e alla comprensione di un punto di vista che nessuno dei molti altri film sull’argomento è riuscito a mostrare: che la posizione della donna nella società non si cambia a parole ma con gli atteggiamenti.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Ad un certo punto viene fuori una domanda: perché restare in Vietnam pur sapendo di non poter vincere? Come spesso accade, una sola domanda, posta in un certo modo peraltro, non esaurisce questioni molto complesse. Le risposte però ci vanno vicino. In quel caso pare andò così: il 10% credeva di aiutare i sud-vietnamiti; il 20% per tenere lontano i comunisti; il 70% per evitare l’umiliazione di una sconfitta americana. Che ci sia parecchio della cultura statunitense dell’epoca in questo piccolo sondaggio può essere dibattuto, ma in nessun caso negato.

Spielberg infila questo dato in uno dei passaggi più delicati di The Post, ovvero quando colui che ha sottratto la scottante documentazione sul coinvolgimento degli USA nella Guerra in Vietnam – facente parte di uno studio cui diede vita il Segretario McNamara, passato alla cronaca sotto la dicitura di Pentagon Papers – sta consegnando parte di essa ad un giornalista del Washington Post. Ci troviamo in una normalissima stanza di un motel, come tante se ne sono viste; pile di carte dovunque, per terra, sui letti, sul tavolo. Qualcosa di così apparentemente innocuo, ingombrante finanche, è in procinto di cambiare le sorti di una presidenza, dunque la storia del Paese.

Non passa ancora una volta inosservato l’interesse di Spielberg verso le meccaniche di una vicenda, il suo prendere corpo in maniera per l’appunto visibile. Prima si discute, si litiga, a conti fatti si contratta: non appena però la macchina si mette in moto è tutto un battere delle dita su macchine da scrivere, squilli del telefono, passi a velocità sostenuta; e poi ancora il colosso tipografico che macina lettere, parole, frasi e poi una pagina, due, tre, un intero giornale, migliaia di giornali. Un processo che fa luce su una componente, quella che più di tutte è affare del cinema, ossia il tempo; Spielberg ci lavora, lo scompone, ora lo dilata, ora lo velocizza, senza ricorrere ad escamotage di natura tecnica bensì attraverso i codici della narrazione.

Parliamo di un cineasta che oramai, anche a costo di risultare banali per quanto ripetitivi, ha un controllo sul mezzo come pochissimi altri, ed in più a modo suo. Si direbbe quasi che The Post sia un film piccolo, ed in fondo, a dispetto della tematica, che invece è enorme, lo è. Sembra un lavoro su commissione, che però il regista porta a termine con nonchalance, gli bastano quelle due/tre indicazioni per poi procedere senza alcun intoppo, individuando tutto il resto da sé.

Come altri, sì, pure questo è un film a vocazione propagandistica, non meno, per citarne uno recente, che Il ponte delle spie; e non c’è nulla di così scandaloso in questo. È sin troppo palese il richiamo ad una vicenda risalente a qualche decennio fa per sottoporre analogie, vere o presunte, con l’attuale presidente, ovvero Trump, alcune delle quali inquietanti, come il bando che Nixon pretese proprio rispetto al Post, affinché non entrasse più alcuno dei suoi giornalisti alla Casa Bianca, il che ricalca il provvedimento analogo preso proprio da Trump ai danni, per citarne due, di CNN e New York Times, risalente al febbraio scorso.

Tuttavia si tratta di un riferimento troppo diretto, sottoposto peraltro mediante una foga che quasi cozza la generale eleganza attraverso cui Spielberg ci porta in quelle stanze dove proprietario (Meryl Streep) e capo-redattore (Tom Hanks) s’incontrano e si scontrano mentre sono tenuti a prendere decisioni oltremodo delicate. Finendo ahimè leggermente con l’offuscare il dramma umano di queste persone che subiscono una pressione incredibile, a tutto vantaggio di quel messaggio che si vuole percepibile, forte, senza che lo diventi per puro caso o per imperizia. Non esiste infatti che uno Spielberg così sicuro e padrone della materia, ottenga qualcosa di diverso rispetto a ciò che intende raccontare o mostrare; inutile anche solo supporlo.

Ci si barcamena perciò tra l’innegabile bravura – non solo sua, ma anche della Streep, per esempio, così come di altri dipartimenti, in primis la fotografia, intrisa il giusto di quell’alone retrò – e lo scendere a patti con l’urgenza politica di The Post, a cui viene concesso un po’ più di quello che le spetterebbe. Una licenza che, sia chiaro, da parte di chi scrive non può oscurare la scioltezza, quasi la naturalezza con cui questa storia si sviluppa sotto i nostri occhi, con il solito piglio affabulatorio forse del più grande storyteller vivente; vi è però che certa parzialità non ci aiuta ad inquadrare un fenomeno su cui invece c’è parecchio da chiarire, in un periodo in cui all’espressione «fake news» ricorre chiunque per descrivere tutto e il contrario di tutto.

the_post.png

C’è un momento, forse il più lucido in tutto The Post, in cui McNamara e Katharine Graham, il personaggio della Streep, discutono proprio su questo, ovvero in merito all’utilità di pubblicare un dossier del genere mentre si è ancora nella bagarre, sociale, politica e mediatica, con la ferita del Vietnam che non si è ancora cicatrizzata. Si tratta di un’osservazione fondata, che è facile per noi cassare come opportunistica e tendenziosa, ma che al contempo vale anche per quanto sta accadendo in relazione all’attrito tra i cosiddetti media ufficiali e Donald Trump. Sollevare dubbi a tal proposito non significa parteggiare per il McNamara di turno, ma non pare assurdo domandarsi se sia anzitutto utile, prima ancora che possibile, elargire sentenze quando si è così immersi nel corso degli eventi. Alla luce peraltro di una diatriba viziata a tutti livelli da un atteggiamento particolare, in non pochi casi avulso da qualsivoglia buon senso.

Da un lato, perciò, il puro piacere per come il dispositivo cinematografico viene maneggiato, il gusto per il racconto attraverso le immagini; cose semplici, tipo il personaggio di Bob Odenkirk (tanto bravo pure lui) che, sul finire, avverte una scossa mentre è seduto davanti alla sua scrivania, un terremoto finto, che sta in luogo di qualcos’altro, innescato dai macchinari al piano di sotto mentre cominciano a stampare le tanto attese pagine rivelatrici; oppure l’umorismo appena accennato in relazione allo spostamento di tutto quel malloppo di carta, stipato in delle scatole di cartone per le quali bisogna occupare un posto passeggero sull’aereo ed infine necessitano di più persone per essere trasportate, procedura speculare a quella dello Snowden di Oliver Stone, che fa tutto da solo e senza fatica (fisica, non certo psicologica). Menzione peraltro opportuna, dato che i vizi di The Post, seppur di segno diverso, sono analoghi a quelli di cui risente l’ultimo lavoro di Stone.

Dall’altro, il contenuto politico, di certo non fine a sé stesso, ma che non lascia alcuno spazio di manovra allo spettatore, il quale se lo vede un po’ cadere addosso, sulla nuca. Il Nixon girato di spalle, con la musichetta mefitica, da villain d’altri tempi; si tratta di misure la cui portata è fin troppo sproporzionata rispetto alla generale tenuta del film, che su quasi tutti gli altri versanti s’industria molto bene nel veicolare gli eventi, il cui sviluppo procede lungo un’immaginaria linea retta che non viene mai meno, dallo schermo nero iniziale fino ai titoli di testa. Hollywood chiaramente coltiva la sua di posizione rispetto a quanto sta avvenendo negli USA dell’era Trump, tanto più che i prossimi Oscar non faranno che reiterare il discorso anche tramite il trattamento che presumibilmente verrà riservato a questo film; nondimeno ci si aspetta che certe posizioni, lungi dall’essere taciute, vengano altresì filtrate in maniera più equilibrata, mentre questo «o noi o loro» non contribuisce ad alcunché. Anzi, finisce quasi per depotenziare lavori seppur notevoli come questo The Post.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

The Post, racconto dei fatti noti come Pentagon Papers, permette a Steven Spielberg di proseguire nel suo racconto sui fondamenti costituzionali degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo di riallacciare la propria poetica alla messa in crisi del sistema (di potere e di immagine) promossa negli anni Settanta dalla New Hollywood. La guerra tra potere mediatico e potere governativo vede in prima linea le eccellenti interpretazioni di Meryl Streep e Tom Hanks.

Tutte le donne e gli uomini del Primo Emendamento

1971: Katharine Graham è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni… [sinossi]

L’arco temporale durante il quale si svolge l’azione di The Post dice molto, ma non tutto, su ciò che si agita nel corpo del trentesimo lungometraggio diretto da Steven Spielberg [1]. Il film si apre nell’agone bellico del fango e della pioggia del Vietnam, con le truppe statunitensi massacrate dal fuoco nemico mentre nell’aria riecheggia Green River dei Creedence Clearwater Revival, dolce anacronismo – una didascalia informa lo spettatore che l’azione si sta svolgendo nel 1966, ma il singolo venne dato alle stampe solo nel 1969. “Well, take me back down where cool water flow, yeh / Let me remember things I love”, canta John Fogerty; ma se il Vietnam è una distesa di fango, l’acqua scorre forse fresca oltreoceano, nell’amata patria che ha mandato a morire la sua gioventù vendendogli la guerra come la necessaria punta dell’iceberg per combattere il pericolo comunista, l’espansione dell’influenza sovietica e cinese nell’Asia, ecc.? Forse le cose che più si amano si possono solo ricordare, e forse era così già nel 1971, quando Neil Sheehan del New York Times pubblicò i dossier segreti in cui il Ministero della Difesa discettava dell’inutilità del conflitto, e dell’ineluttabile sconfitta degli Stati Uniti d’America. La prima guerra persa.
Viene naturale leggere The Post nell’ottica della riflessione sul tempo, e sulla sua macerazione destinata a trasformarsi in distillati di nostalgia. Da un lato prettamente umorale, The Post è un film strutturalmente nostalgico: lo dimostrano quelle inquadrature sulla magnificenza di un gesto meccanico – la costruzione reale di un quotidiano nell’epoca delle rotative – che oramai la concezione digitale dell’editoria ha ampiamente superato. Ma sotto il profilo strettamente politico Spielberg rinnega qualsiasi ricorso alla nostalgia, ed è in questo contrasto (emotività e lucidità nella lettura di un tempo oramai andato e storicizzato) che il film sviluppa una parte consistente della propria dialettica.

Fin dal suo splendido poster, con le figure di Meryl Streep/Kay Graham e Tom Hanks/Ben Bradlee che si inerpicano lungo un’infinita scalinata, The Post ha marcato la sua appartenenza a un tempo passato, e a quella schiatta di titoli che hanno messo in dubbio la rettitudine dell’apparato governativo a stelle e strisce attraverso la nobile professione giornalistica. Al di là dell’ovvio apparentamento con Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, del quale può apparire quasi come un prequel – anche in virtù della sua conclusione proprio nel bel mezzo dell’effrazione al Watergate – The Post si siede a una tavola rotonda che vede tra gli astanti Salvador di Oliver Stone, Barriera invisibile di Elia Kazan, Good Night, and Good Luck. di George Clooney, Sotto tiro di Roger Spottiswoode, Sindrome cinese di James Bridges, o State of Play di Kevin Macdonald, solo per citare alcuni titoli. Anche gli esempi più recenti (Clooney e Macdonald) sono di film che si guardano alle spalle, se non sotto il profilo dell’ambientazione della storia sicuramente nel riferimento a un’epoca produttiva, quella della New Hollywood, nella quale svelare il marcio nel reame era considerato dovere dell’informazione, e punto di stabilità di una democrazia che già aveva ampiamente vestito i panni dell’oligarchia di palazzo.
Spielberg non dirige, come Pakula, il suo film come si trattasse di un instant-movie (Tutti gli uomini del presidentenarra avvenimenti accaduti quattro anni prima, non quaranta), ma allo stesso tempo The Post non ha alcuna necessità di ricorrere a stratagemmi puramente “di genere”. Là dove era il thriller a fare breccia nella narrazione di Pakula, soprattutto nelle sequenze in cui i due giornalisti devono incontrare il loro informatore – notturne e angosciose come prevede la regola aurea del noir –, nel film diretto da Spielberg tutto si sviluppa in maniera più piana, e anche il momento di massima tensione (riuscirà il reporter Ben Bagdikian a mettere le mani sulle migliaia di pagine dei dossier?) viene risolto con una naturalezza a suo modo quasi spiazzante. Insomma, sono trascorsi quarant’anni, e The Post non è un film in diretta su qualcosa che sta sconvolgendo in quel momento la nazione: tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 le preoccupazioni degli statunitensi non si muovono certo in direzione delle menzogne riferite dalla Casa Bianca nel corso di decenni sulla situazione in Indocina, né sul modo in cui Richard Nixon gestì il potere assoluto – per citare un film di Clint Eastwood che in qualche modo si interessa dell’argomento – o sulla pronuncia della Suprema Corte degli Stati Uniti riguardo le pubblicazioni di materiale segreto da parte prima del New York Times e subito dopo del Washington Post.

Proprio per questo The Post assume una forma ancor più politica, per quanto questo dettaglio rischi di passare in secondo piano. Non si tratta tanto delle supposte letture dell’oggi fatte attraverso la lente deformante di ciò che avvenne in passato: le prese di posizione contro la presidenza Trump da parte sia del regista che dei due protagonisti del film (Streep e Hanks, entrambi al massimo del loro splendore attoriale) fanno parte di una militanza dem e liberal che viene da molto prima della messa in piedi del progetto in questione. E allo stesso tempo, in un’epoca in cui si battaglia a colpi di fake news e di contro-fake news, non è solo il governo a essere messo sotto accusa, ma l’intera concezione di democrazia. Per questo The Post assume contorni ben più vasti del singolo scontro in campo aperto tra Casa Bianca e libertà di stampa – cosa che inevitabilmente a Tutti gli uomini del presidente, concentrato su un evento ‘fresco’, non poteva che sfuggire. The Post si accomoda nella stanza che Spielberg riserva alle sue messe in scena delle basi portanti del sistema statunitense, e delle falle che possono minare il percorso: l’apparentamento più diretto questo film ce l’ha dunque con Amistad (1997), Lincoln (2012) e Il ponte delle spie (2015), non a caso tutte narrazioni che prendono in esame il concetto di giustizia, ponendolo su più livelli e stratificandone il senso.
Il Times e il Post, è la Storia a ricordarlo, ottennero giustizia contro l’intervento censorio della presidenza della nazione, ma la stessa Casa Bianca era ricorsa ai tribunali per cercare quello che a suo modo di dire era comunque un atto di giustizia. Dov’è il discrimine reale tra giustizia del potere e giustizia per il potere? Risiede unicamente nell’atto morale di divulgare e difendere il vero. Il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, perno centrale dell’intero discorso affrontato in The Post, afferma “Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances”, vale a dire “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

La libertà di parola e di espressione, questo mette in atto Daniel Ellsberg impadronendosi dei dossier top secret del Ministero della Difesa, fotocopiandoli e inviandoli a Neil Sheehan del New York Times. Null’altro che questo. La libertà di esprimere una contestazione nei confronti del governo basandosi su dati inoppugnabili perché redatti dal governo stesso (ma poi per l’appunto ritenuti segreti e quindi banditi alla diffusione pubblica). Spielberg però non si accontenta di sbandierare la libertà di stampa contro i soprusi di chi tiene in mani le redini della Federazione di Stati. Nel contrapporre un potere a un altro, nel descrivere la piramide famigliare che sorregge l’impero della carta stampata, nel sottolineare la sudditanza anche di quest’ultimo all’altro enorme gruppo di potere – insieme a quello legiferante e massmediatico –, il potere finanziario (proprio nei giorni nei quali si svolge la vicenda il Post sta per essere quotato in borsa, e questo potrebbe influire anche sulle scelte di ciò che può o non può essere pubblicato), il regista de Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo sta anche disegnando una costituzione reale dello Stato incestuosa e incancrenita.
Kay Graham, proprietaria del giornale, è amica intima di Robert McNamara, segretario della difesa sotto Kennedy e Lyndon Johnson; l’irreprensibile Ben Bredlee, dal canto suo, era invitato a cena ogni settimana alla Casa Bianca durante la presidenza di JFK. Dove si interrompe il legame tra forze che si credono – o fingono di credersi – autonome e indipendenti? Dov’è, direbbe Totò, la libertà? The Post, contrariamente a quanto si sarebbe probabilmente fatto nel corso degli anni Settanta, infilza di spine dolorose anche il corpo pur sano della stampa, rimproverandole l’inedia con cui si è occupata di quei presidenti che considerava amici.

Per farlo, Spielberg disegna un’opera incalzante come una commedia d’antan ma allo stesso tempo austera, rigorosa, nella quale il blu e il grigio non possono che essere i colori dominanti, come il nero dell’inchiostro di stampa. Un film che si adagia sui ritmi di una stampa più frenetica nella ricerca di notizie – quando le agenzie di stampa erano meno attive e internet era ancora una sperimentazione a uso e consumo militare – ma anche costretta a tempistiche più lunghe, attese sfribranti. Una lentezza che conduceva forse a una maggiore riflessione (o forse no), che i tempi odierni hanno dimenticato.
Questa scelta attendista, con l’azione che si svolge come un tempo morto d’attesa (come si pronuncerà la Suprema Corte? Cosa deciderà di fare Kay Graham?), la si riscontra in effetti fin dalla scelta operata dal soggetto lavorato prima dalla sola Liz Hannah e quindi anche da Josh Singer, scelto in qualità di esperto di descrizione del mondo redazionale grazie al suo lavoro su Spotlight di Tom McCarthy – ma anche per le sceneggiature di West Wing e Law and Order, probabilmente. The Post non racconta la storia ponendo al centro della stessa quelli che furono considerati all’epoca gli eroi, vale a dire i già citati Ellsberg e Sheehan e ovviamente il New York Times che per primo lanciò in prima pagina i “Pentagon Papers”. In The Post si parla di chi è arrivato subito “dopo”, e ha dovuto decidere se e come proseguire una battaglia. La scelta di Graham (e di Bradlee, che però viene descritto privo di reali dubbi sulla questione) non è “solo” quella di dare o non dare seguito alla notizia lanciata in esclusiva da un altro quotidiano, ma è anche quella di mettere a rischio un’impresa, e di conseguenza anche molti posti di lavoro, perché esiste una linea di demarcazione tra profitto e giustizia che non deve e non può essere confuso.

Torna dunque la scelta morale, ultimo appiglio possibile là dove la struttura di una nazione mostra i propri segni di cedimento più evidenti: la stessa scelta morale che era il vero centro del discorso sia per Abraham Lincoln nella sua lotta per l’abolizione della schiavitù che per l’avvocato James Donovan nella difesa della spia sovietica Rudolf Abel. Lo stile di Spielberg si fa una volta di più netto, quasi cristallino: gioca sullo spazio scenico sfruttando le fughe prospettiche e nella sua moderna classicità si affida a una ripresa dall’alto per sottolineare i dubbi e la volontà di emancipazione di Kay Graham. Perché il film racconta anche – e non è affatto secondario come discorso – il passaggio per Graham da una socialità passiva a una socialità attiva: nel suo prendere finalmente le redini di un giornale che è suo di diritto ma che essendo donna ha ereditato non da suo padre (che lo aveva lasciato al genero) ma da suo marito, morto suicida alcuni anni prima, si avverte di nuovo quella spinta a voler sfruttare l’escamotage temporale per raccontare le distonie di una quotidianità sempre più mediocre e retrograda.
L’assunzione di responsabilità di Graham, che riesce in un lento apprendistato a sganciarsi dalle zavorre maschili per rivendicare il proprio diritto alla parola, e all’espressione, è un elemento che non dovrebbe passare in primo piano. Graham, molto più del libertario Bradlee e anche di quel Bagdikian che nel mezzo della tormenta riesce ad ammettere emozionato “ho sempre sognato di far parte di una piccola ribellione”, è l’esempio da seguire. Graham è il paradigma di un mondo soffocante e soffocato che può ancora alzare la testa, scardinare i concetti usurati e aprire gli occhi sulla propria condizione. In quel sublime movimento di macchina – atto della retorica che mai fu più sanosincero e doveroso– che segue Graham mentre scende i gradini della corte di giustizia seguita dallo sguardo attonito e ammirato di centinaia di donne più o meno giovani che sono lì a contestare una cancrena dello Stato, c’è tutta la vis poetica e politica di un’opera a suo modo capitale. Sulla questione il modo migliore di concludere questa analisi è quello di affidarsi alle parole che Steven Spielberg ha pronunciato a Milano durante la conferenza stampa del film: “Non sono un sociologo o un esperto che possa parlare con competenza di un tema tanto arcaico quanto quello della battaglie dei sessi, ma quello che posso dire è che le donne in tutta la storia hanno cercato e talvolta sono riuscite a trovare il loro posto, come è accaduto durante la seconda guerra mondiale in cui con gli uomini al fronte le donne si sono ritrovate a guidare l’industria bellica e navale. Finita la guerra però non hanno avuto la possibilità di capitalizzare la propria esperienza, e non è stato loro riconosciuto il ruolo svolto: gli uomini sono tornati a casa e le donne in cucina. Il problema è principalmente un problema maschile, di uomini che non sono in grado di comportarsi correttamente e finché i maschi non sapranno accettare il “no” come una risposta questa guerra dei sessi continuerà. Io spero che il nostro film possa essere di ispirazione per quelle donne che non hanno ancora trovato la propria voce e che invece, dopo averlo visto, pensino: “Al diavolo, ora facciamo come dico io”.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

 

In un momento storico in cui, negli Stati Uniti, la battaglia dei sessi è a un punto critico e la libertà di stampa è minacciata dai vertici del governo, arriva in sala The Post, il trentesimo film di Steven Spielberg, mai più attuale di oggi.

LA STORIA NASCOSTA DIETRO ALLA PUBBLICAZIONE DEI PENTAGON PAPERS

Il film racconta la storia nascosta dietro alla pubblicazione dei Pentagon Papers,  i Quaderni del Pentagono, avvenuta nel 1971 sul Washington Post. L’occultamento dei documenti top secret sulle strategie e i rapporti del governo degli Stati Uniti con il Vietnam tra gli anni quaranta e sessanta è la scintilla che innesca una battaglia tra il Post e la Casa Bianca, una guerra in nome della trasparenza e della libertà di stampa.

In particolare, il film racconta la battaglia del direttore del giornale, Ben Bradlee (Tom Hanks), e della proprietaria dello stesso, Kay Graham (Meryl Streep), che hanno unito le forze per rivendicare il loro dovere di dire la verità alla nazione, in quanto giornalisti e in quanto tali il loro diritto di parola e di stampa, in base al primo Emendamento.

The Post racconta anche la presa di coscienza di una donna che ha ereditato, in quanto donna non dal padre ma dal marito, la proprietà di un giornale e che accetta finalmente di tenerne le redini, con tutti i rischi che questa responsabilità comporta.

Steven Spielberg sceglie una storia che narra eventi che sono ormai storia (sono passati quarant’anni dai fatti) e la sviluppa con il tono di un thriller pur mantenendo uno stile del racconto piano e allo stesso tempo incalzante. Il film fa parte dello stesso filone di Tutti gli uomini del Presidente, ma si distanzia dall’opera di Alan J. Pakula che invece narrava i fatti del Watergate a pochi anni di distanza. Pakula non aveva quindi la lucidità che ha avuto Spielberg e il regista di Cincinnati sfrutta questa distanza temporale come un punto di forza.

the postAll’interno della filmografia di Spielberg, The Post si colloca nella stessa casella di Lincoln e de Il Ponte delle Spie, in quanto ogni dilemma messo in campo si risolve poi nella scelta morale del personaggio chiamato in causa. È l’avvocato che si trova a difendere la presunta spia, il Presidente Lincoln che trova la sua strada non convenzionale per raggiungere il suo nobile scopo, Kay Graham che decide di rischiare tutto, la vita, il giornale, l’azienda e i suoi dipendenti, per fare ciò che è giusto: non solo rivendicare il diritto di dire la verità, ma il dovere, sopra ogni cosa, di farlo.

Spielberg racconta con le sue inquadrature dall’alto la Kay di Meryl Streep, riservandole un trattamento visivo che aveva già regalato al Daniel Day-Lewis in Lincoln e che sottolinea la statura morale del personaggio, appunto, in una situazione che renderebbe molto più “comoda” l’amoralità, la mancanza di voce e di presa di coscienza.

The Post punta il dito anche contro il giornalismo, quello che a suo modo ha offerto alla politica la mano dell’amicizia, chiudendo un occhio su come venivano raccontati proprio dalla stampa quei personaggi. L’integerrimo Bradlee amico della Casa Bianca e di JFK, la stessa signora Graham in rapporti di amicizia intima proprio con Robert McNamara(protagonista del magnifico The Fog of War, sullo stesso tema), entrambi gli eroi della storia sono stati “morbidi” con chi avrebbero dovuto raccontare con più onestà intellettuale.

EROI CHE HANNO LOTTATO PER IL DOVERE DI PAROLA

Il film, infine, è un’ode alle macchine da scrivere, all’inchiostro e alla pressa, ma anche al tempo per fare il buon giornalismo, al tempo necessario a trovare la notizia, a verificare le fonti, pur con l’ansia di dover arrivare primi, emozioni, regole e tempi che il giornalismo di oggi non conosce più. The Post racconta di come, in quell’epoca e in quell’occasione, arrivare secondi (i primi a pubblicare parte dei fascicoli furono i giornalisti del New York Times) permise alla redazione di Ben Bradlee di combattere con i giusti mezzi una battaglia contro lo stesso Presidente Nixon, che voleva imbavagliare i giornali e che di lì a poco avrebbe dovuto fronteggiare il Watergate, che portò alle sue dimissioni.

The Post racconta di eroi, di professionisti, di donne e uomini che hanno temuto e lottato non solo per il diritto, ma per il dovere di parola.

Chiara Guida, da “cinefilos.it”

 

 

 

È la stampa bellezza, la stampa. E tu non ci puoi far niente, niente”: la leggendaria battuta di Humphrey Bogart nell’opera di Richard Brooks del 1952 L’Ultima Minaccia sintetizza l’importanza del giornalismo nella cultura statunitense. Da Quarto Potere di Orson Welles a Tutti Gli Uomini del Presidente, il cinema americano ha sempre analizzato con grande attenzione il mondo della carta stampata (un esempio recente è Il Caso Spotlight, pellicola che due anni fa ha vinto l’Oscar come Miglior Film) e The Post, il nuovo film di Steven Spielberg in uscita nelle sale italiane il 1° febbraio, è un degno rappresentante di questo prestigioso filone.

LA STORIA VERA DEI PENTAGON PAPERS E IL RUOLO-CHIAVE DEL WASHINGTON POST

Inizio anni Settanta: il Washington Post, nonostante le grandi professionalità all’interno della redazione, non è un quotidiano rilevante a livello nazionale (come, ad esempio, il New York Times). Alla guida del giornale troviamo Katharine Graham (Meryl Streep), prima donna al comando del Post, mentre il direttore della testata è l’inflessibile Ben Bradlee (Tom Hanks). Nonostante i due siano molto diversi il loro rapporto professionale è sempre stato eccellente, ma una fuga di notizie epocale rischia di compromettere la loro carriera: il Post infatti ha in mano i documenti top-secret di uno studio sulla guerra del Vietnam che getta ombre inquietanti sull’operato del governo federale. La Graham si trova quindi di fronte ad un bivio: il destino del giornale e della libertà di stampa in America dipendono dalla sua decisione di pubblicare o meno lo scoop.

SPIELBERG METTE IN SCENA UN CAPITOLO IMPORTANTE DELL’INFORMAZIONE AMERICANA

Il regista di Cincinnati, dopo il non memorabile Il Grande Gigante Gentile, con il suo ultimo film torna alla ribalta giocando sul sicuro: prende infatti due attori iconici come Meryl Streep e Tom Hanks e racconta una nota vicenda del passato per sensibilizzare il grande pubblico sul ruolo primario che ricopre la stampa nella tutela dell’assetto democratico di uno Stato. Nell’era di Internet e delle fake news l’informazione è molto cambiata e Spielberg, con sguardo nostalgico, ci riporta ai tempi in cui i grandi giornali autorevoli non avevano paura di sfidare apertamente il potere, incarnato in quel periodo storico da un personaggio controverso come Richard Nixon. Per certi versi, i metodi non ortodossi di Nixon ricordano molto quelli di Donald Trump: The Post attacca infatti indirettamente (in maniera neanche troppo velata) l’attuale inquilino della Casa Bianca, la minaccia numero uno secondo Spielberg della libertà di stampa negli States. Ma il vero tema centrale della pellicola è un altro.

IL CORAGGIO DI UNA DONNA IN UN AMBIENTE DOMINATO DAGLI UOMINI

A rendere The Post un film interessante e ben riuscito è la rappresentazione di una figura femminile estremamente sfaccettata: la Katharine Graham interpretata da Meryl Streep (personaggio che regala alla grande attrice la sua ventunesima nomination agli Oscar, un record) non è un’eroina senza macchia e senza paura ma una donna che teme per le sorti del giornale di famiglia. Tuttavia la voglia di dimostrare il suo valore in un settore controllato dagli uomini e la consapevolezza di far parte di una battaglia in difesa di un principio cardine della democrazia le permetteranno di prendere una decisione che trasformerà il Washington Post in uno dei quotidiani americani più autorevoli.

Steven Spielberg confeziona un lavoro che a prima vista sembra avere un’impostazione molto classica ma, se analizziamo attentamente i movimenti di macchina e la gestione del ritmo, ha in realtà un taglio moderno che tiene incollato lo spettatore per tutta la durata di The Post, a dimostrazione della maestria di uno degli autori cinematografici più influenti degli ultimi quarant’anni.

Anche nella scelta degli attori il regista ha fatto centro: oltre a Meryl Streep e Tom Hanks (per la prima volta insieme in un lungometraggio), è importante sottolineare le prove del supporting cast. Da Bob Odenkirk a Matthew Rhys, passando per Alison BrieSarah PaulsonCarrie Coon e Jesse Plemons, il cineasta prende alcuni dei migliori interpreti del panorama televisivo e li dirige in maniera assolutamente impeccabile (da segnalare anche la presenza di Michael Stuhlbarg). Certo, The Post è pur sempre un film di Spielberg e, soprattutto nella parte finale, tende ad essere eccessivamente enfatico nelle scene madri però questa volta la scelta è funzionale a livello narrativo, considerando la natura quasi didattica dell’opera.

The Post è una pellicola concepita per essere universalmente apprezzata, è inutile negarlo: Steven Spielberg non si prende alcun rischio e, alla luce anche della nomination all’Oscar come Miglior Film, dimostra di aver avuto ancora una volta ragione. Il suo cinema sarà anche retorico e poco coraggioso ma è in grado di parlare a tutti e di trasmettere emozioni uniche. Solo i grandi maestri ci riescono.

Giuseppe Sallustio, da “anonimacinefili.it”

 

 

È il 1971 e la guerra del Vietnam infuria portandosi dietro un numero sempre più imprecisato di morti e una rabbia popolare che monta di giorno in giorno. Daniel Ellsberg, economista e uomo del Pentagono, si rende conto che la guerra sta minando la democrazia del proprio Paese, decide di divulgare alcuni documenti segreti riguardanti un rapporto che non deve essere reso noto: 7000 pagine che scandagliano l’implicazione militare e politica degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Il New York Times è il primo a rivelare lo scoop, ma viene ostracizzato da un’ingiunzione della corte suprema e costretto a sospendere le pubblicazioni. Così entra in gioco il Washington Post grazie alla tenacia del suo editore, Katharine Graham (Meryl Streep), e del suo direttore, Ben Bradlee (Tom Hanks), disposti a tutto pur di mettere nero su bianco il caso scottante che vede coinvolto in prima persona il presidente Nixon. Katharine, contro il parere dei suoi investitori, deciderà di pubblicare i dettagli dello scandalo andando contro l’amministrazione Nixon, mettendo a rischio la sua carriera e la vita stessa del suo giornale ed entrando di diritto nella storia del giornalismo mondiale.

Prequel ideale di Tutti gli uomini del presidente, pellicola del 1976 vincitrice di 4 premi Oscar diretta da Alan J. Pakula, con Dustin Hoffman e Robert Redford nei panni di Carl Bernstein e Bob Woodward, i due cronisti del Washington Post che con la loro inchiesta portarono all’attenzione dell’opinione pubblica lo scandalo Watergate e contribuirono alle conseguenti dimissioni del presidente Richard NixonThe Post, film più attuale che mai in questo momento storico in cui intercettazioni giornaliere rischiano di far tremare la poltrona di Trump, un presidente che di certo non gode della simpatia della maggioranza degli americani, e in cui il recente scandalo delle molestie sessuali ha provocato un moto di orgoglio femminile che non si vedeva da decenni, arriva nelle sale a rivendicare l’importanza della libertà di stampa e del ruolo della donna nella società occidentale contemporanea, e lo fa attraverso la sapiente regia di uno degli uomini più influenti del nostro tempo, capace, ancora oggi dopo oltre quarant’anni di carriera, di reinventarsi pellicola dopo pellicola passando in maniera disinvolta dalla fantascienza al thriller politico senza mai perdere quel tocco magico che lo ha caratterizzato sin dagli inizi adolescenziali dietro la macchina da presa.

Nonostante la natura politica dell’operazione, l’opera di Spielberg tralascia i tecnicismi tipici dei film d’inchiesta in favore di una messa in scena dei sentimenti: ogni sequenza è infatti costruita appositamente per entrare in contatto con il pubblico e farlo patteggiare per i protagonisti. Ad avvolgere l’intera pellicola è una tenace voglia di giustizia e di rivendicazione del ruolo della donna nella società di cui Tom Hanks e Meryl Streep si fanno portavoce con le loro superbe interpretazioni. È proprio la Streep a troneggiare su tutti con una padronanza del personaggio di cui sembra vestire i panni in modo naturale e senza particolare sforzo. L’attrice, che detiene il record di candidature all’Oscar, ben 21, avendone vinti 3, può essere considerata un esempio della donna che, in un mondo dettato dalla legge maschile, è riuscita a farsi strada ottenendo successi dopo successi solo grazie alla forza della propria volontà. Chi meglio di lei, dunque, poteva interpretare il ruolo di Katharine Graham, la donna che sfidò l’autorità governativa pur di rendere nota a tutti la verità di una guerra scomoda e sanguinosa? The Post è forse uno dei film più riusciti di Spielberg. Acuto, divertente e ritmato nonostante sia ambientato tutto in interni, è l’ennesimo esempio di grande regia che il regista di alcuni tra i più famosi blockbuster mondiali di tutti i tempi è riuscito a regalarci.

Gabriele di Grazia, da “cinemamente.com”

 

 

 

La parola, la carta, il lavoro. Il cinema, la scrittura, l’etica. The Post sta racchiuso nella chiarezza dei suo elementi fondanti, nell’evidenza del suo stile. È una storia di giornalismo americano, del suo lato più nobile, quello che resiste al potere politico, che ne diventa il guardiano, che per etica professionale ne rende pubblici i retroscena arrivando a mettere in pericolo la sua stessa libertà d’espressione. Spielberg usa una lingua così sciolta e sicura da essere invisibile; la sua regia si fa strumento di una lezione propedeutica all’uso corretto della democrazia.

L’importanza delle rivelazioni contenute nei Pentagon Papers, l’insieme di documenti prodotti dall’amministrazione americana nel corso di vent’anni d’impegno in Vietnam (1945-1967), trafugati nel 1969 dall’analista Daniel Ellsberg e passati nel 1971 al «New York Times» e poi al «Washington Post», all’interno dei quali c’erano le prove delle menzogne di tre presidenti, per Spielberg è indissolubilmente legata alla pratica del lavoro giornalistico, prima ancora che alla sua etica. Da qui l’insistenza, nel film, sulla difficoltà di riordinare il materiale trafugato da Ellsberg: la fotocopiatura, la disposizione in una camera d’albergo o in un salotto, la fatica nel dargli un ordine e nel redazionarlo. Il compito riconosciuto ai giornalisti del «Washington Post» è quello, fondamentale, di trasformare la storia in documento comprensibile, tramandabile; quello di costruire un’eredità duratura.

Viene in mente ciò che scrive Andrew O’Hagan in La vita segreta – Tre storie vere dell’èra digitale, in cui lo scrittore inglese racconta la figura di Julian Assange e l’impatto dei cablo diplomatici resi pubblici da Wikileaks nel 2011: «Dopo la loro diffusione ho sempre coltivato la speranza che qualcuno facesse un serio lavoro di redazione, ordinandoli per paese, contestualizzando ciascuno di essi, fornendogli un’adeguata introduzione, elencando nel dettaglio ogni ingiustizia e ogni violazione, ma Julian pensava soltanto allo scoop successivo e, più ancora, a far baruffa con ogni detrattore che trovava su internet». E prima ancora: «A tutt’oggi, a distanza di anni, i cablo non hanno ancora ricevuto l’attenzione esclusiva che meritano. Hanno fatto il botto e sono stati lasciati marcire».

Ecco, Spielberg, in tempi di giornalismo digitale, di eccesso di informazioni, di notizie non verificate o non filtrate, usa il cinema per ribadire il compito portato a termine quasi cinquant’anni fa dai giornalisti del «Post»: quello di aver impedito alla Storia di marcire, confusa nella palude di parole dette, scritte, registrate, ma non stampate, non ordinate. Questa è la lezione più giusta e contemporanea del film (altrettanto giusta e contemporanea di quella sul ruolo della donna, certo, che però viene affrontata con un pizzico di malizia in più, meno evidente e per questo più insinuante, con quel carrello a seguire l’editrice del «Post» Katharine Graham fra due ali di donne all’uscita dal tribunale dopo la sentenza della Corte suprema a favore della libertà di stampa, o le riprese dal basso verso l’alto quando la donna entra per la prima volta, come un’intrusa o una paladina, nella borsa di New York). L’insistenza sulle macchine rotative, sui processi di stampa, sui rotoli di carta che scorrono, su una concretezza del prodotto e del lavoro giornalistico oggi quasi persa, è figlia di una retorica tipicamente hollywoodiana, e più ancora della fede di Spielberg nella supremazia del discorso pubblico su quello privato.

La scelta di Graham e del direttore del «Post» Ben Bradlee diventa vincente non tanto dopo la sofferta decisione di pubblicare i Papers o la battaglia vinta contro l’amministrazione Nixon (che per quanto non coinvolta per limiti temporali nei Papers fece di tutto per impedirne la pubblicazione): il sigillo arriva con la diffusione su altri giornali dei documenti top secret. Intervistato a un certo punto alla tv, Ellsberg ammette il proprio stupore per la reazione dell’ex presidente Johnson alla rivelazione dei documenti, piccato come se si trattasse di tradimento, di un danno a un’amministrazione o a un singolo individuo. «Which is very close», dice Ellsberg, «to saying, “I am the State”».

È quell’io dello Stato che la stampa annulla, e che Bradlee e Graham, con la loro condotta inappugnabile, contribuiscono ad abbattere. Il primo assumendo la responsabilità del proprio ruolo e pentendosi di aver in passato anteposto l’amicizia per i Kennedy all’obbligo di tenere desta l’attenzione sul suo operato; la seconda, da figlia, madre, nonna, figura pubblica e donna potente, sacrificando l’amicizia con Robert McNamara, l’ex Segretario della difesa sotto Kennedy e Johnson che aveva commissionato lo studio poi trafugato da Ellseberg. È tutto fin troppo evidente nello stile di Spielberg e nella scrittura di Liz Hannah e Josh Singer, ma è la chiarezza di un discorso collettivo che tutti devono comprendere.

The Post celebra la stampa esaltando la pluralità di voci di cui è espressione. Pluralità che significa ascolto (con quelle telefonate fra più persone, dai membri del consiglio d’amministrazione del «Post» ai giornalisti della redazione), condivisione del lavoro, della lettura, delle riflessioni. In un grande film sul giornalismo a cui Spielberg si è probabilmete ispirato, Park Row di Samuel Fuller, le riprese della stampatrice linotype, di cui si racconta l’invenzione nella seconda metà dell’Ottocento, sono effettuate con lunghi piani sequenza che hanno lo scopo di restituire l’apertura e la trasparenza del giornalismo americano. È ancora una volta una questione di chiarezza, e in questo caso di regia: Spielberg riprende l’ampiezza di movimenti di Fuller e i suoi spazi ingombri di persone con l’intento di trasmettere la stessa idea di partecipazione, di costruzione della Storia. La sua è la voce della democrazia, la messinscena di un’idea di giornalismo e di un popolo chiamato a trovare le propri parole per esprimersi.

Voto: 4 / 5

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog