The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde

 

Ci sono voluti più di 10 anni, prima che Rupert Everett riuscisse a portare in sala il ‘suo’ Oscar Wilde. Da lui sceneggiato, interpretato e diretto, The Happy Princesegna l’esordio alla regia di un 58enne che dopo aver fatto coming out, negli anni ’90, è andato incontro ad un clamoroso rifiuto hollywoodiano.

Una carriera compromessa (per non dire finita) a causa della sua dichiarata omosessualità, quella del divo britannico, che si è di fatto scritto su misura il ruolo di una vita, trovandosi inoltre quasi obbligato a dirigersi perché nessuno dei registi da lui interpellati aveva avallato il progetto. E il risultato, va detto, è sorprendentemente positivo.

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Everett, 25 anni fa indimenticato Dellamorte Dellamore per Michele Soavi, è un cultore di Wilde. Ha letto tutto quel che ha scritto, lettere private comprese, e l’ha più volte adattato in teatro. Questo biopic sugli ultimi tragici anni dello scrittore e poeta irlandese è un autentico e sentito omaggio nei confronti di un uomo che in pochi anni, a fine ‘800, passò dall’acclamazione popolare alla gogna pubblica solo e soltanto perché gay. L’uomo più famoso di Londra, idolatrato da una società intera, crocifisso in piazza.

Una via crucis, quella disegnata dal regista/protagonista, che ci mostra con commovente malinconia il declino di un uomo umiliato, condannato e dimenticato perché omosessuale. Sbattuto in galera per due anni, Wilde venne costretto a lavorare sei ore al giorno ad un mulino a ruota. Privato di qualsiasi diritto, conobbe fame, insonnia e malattia. Qui, in queste anguste celle e senza neanche un materasso dove dormire, scrisse il celebre De Profundis, lettera che spedì al suo amante Alfred Douglas. Attraverso un marcato uso del montaggio, che vede Wilde tra passato e presente, Everett si concentra sulla ‘resurrezione’ del suo protagonista, rinato dopo l’esperienza carceraria. Povero, senza più un soldo in tasca, una moglie che lo detesta, due figli che mai più ha visto, un pubblico che lo guarda ora con disgusto dopo averlo travolto di fiori e applausi e pochissimi amici, Oscar si barcamena tra lo storico amato Douglas (Colin Morgan), con cui fugge a Napoli, l’amico Reggie Turner (Colin Firth), il fedele Robbie Ross (Edwin Thomas), innamorato ma da lui mai esplicitamente ricambiato, e due ragazzini di strada che pendono dalle sue labbra mentre lo ascoltano raccontare fiabe. Dai teatri stracolmi del West End alle pensioni scadenti di Parigi, passando per le fatiscenti case del sud Italia.

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The Happy Prince, co-prodotto dall’italiana Palomar, poggia le proprie fondamenta sul volto sciatto, slabbrato e appesantito di un Rupert quasi irriconoscibile. Un uomo distrutto dalla vita e dall’odio altrui, stritolato dai ricordi passati, dai rimorsi e dal proprio smisurato ego. Un Wilde così mai rappresentato, perché troppo spesso dimenticato nella sua agonia finale. Cristologico nelle sue esplicite metafore, The Happy Prince trasuda amore nei confronti del suo protagonista, Wilde per l’appunto, rimarcando l’insensatezza e la pericolosità di quell’omofobia ancora oggi, 118 anni dopo la morte del poeta, all’ordine del giorno.

Dal punto di vista registico Everett dimostra eleganza e un’attenzione particolare nei confronti della messa in scena, con Giovanni Casalnuovo e Maurizio Millenotti ai costumi, Luca Mazzoccoli al trucco e Francesco Pegoretti al parrucco. Calda e avvolgente la fotografia di John Conroy, che Rupert ritroverà nella serie tv tratta da Il nome della Rosa di Umberto Eco, con Nicolas Gaster chiamato a montare di fino i tanti e a tratti impavidi salti temporali, coraggiosamente pensati in fase di scrittura.

Vero è che con il passare dei minuti la pellicola vira verso il dramma romantico, perdendo quella folgorante malinconia che inizialmente travolge lo spettatore, ma The Happy Prince non cede mai al facile compromesso, seguendo la linea dettata da un autore mai tanto ispirato e coinvolto. Chiara, e riuscita, anche la marcata differenza nella rappresentazione dell’omosessualità tra nord e sud Europa, con Napoli capitale di libertà omoerotica se paragonata a quella Londra trasgressiva nei salotti ma repressa e ipocrita nelle piazze.

Una commossa e decadente celebrazione di un’artista ‘perdonato’ dal Regno Unito solo nel 2017, quando la Regina Elisabetta II ha ‘graziato’ gli oltre 75.000 omosessuali condannati fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, tra i quali proprio Wilde e Alan Turing. Fare di più, considerando l’assoluta inesperienza registica, era forse impossibile da chiedere, al rinato Rupert, come l’alter-ego Oscar resuscitato al termine di una ‘passione’ troppo a lungo, e ignobilmente, durata.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

La dicotomia tra il titolo The Happy Prince (Il Principe Felice) e la parte finale della vita di Oscar Wilde è evidente, al netto della scelta di voler riprendere il titolo di una sua opera. Di felice c’è stato ben poco n quegli ultimi e drammatici attimi della vita di uno dei più grandi scrittori della storia. Un’esteta in tutto e per tutto, soggiogato dalle sue tentazioni, l’unica cosa alla quale non sapeva resistere. Tentazioni che l’hanno portato ad una morte in una quasi completa povertà economica ma mai d’animo. La sua testa era sempre alta, anche in punto di morte. Ed il testamento che ci ha lasciato, descrive a pieno la sua sensibilità verso il mondo e la sua bellezza. Con questo film, diretto ed interpretato da Rupert Everett, l’attore-regista inglese vuole darci un ritratto dell’uomo ancor prima dell’artista. E in cui sacro e profano si mescolano tra loro.

Umanizzare senza iconizzare chi non ha bisogno nemmeno di presentazioni. Mostrarlo per ciò che è, per quello che la sua vita ha da raccontare. Che durante gli ultimi sospiri ha ben poco di bello. La condanna per la sua omosessualità, l’esilio voluto e quasi forzato dall’ipocrita buoncostume britannico. La sua decadenza verso un baratro fatto di amicizie rinnegate ed insulti, di abbandoni. Le spalle di Wilde erano grandi e sapeva sopportare tutto con la stessa consapevolezza di chi era conscio del progressivo avvicinamento alla fine. A lui non importava, non era la morte a spaventarlo. Non aveva paura del naturale corso degli eventi. Tra feste orgiastiche nella soleggiata Napoli, con questo suo The Happy Prince, Everett ricalca alla perfezione e con una grandissima umanità la vita di Oscar Wilde.

The Happy Prince

Ciò che colpisce nell’immediato è lo stile di ripresa che ha scelto Everett per questo film. Uno stile che, come ci dice durante la conferenza stampa, “è fortemente influenzato dai fratelli Dardenne ma anche da un’estetica CCTV“. Si va a creare un rapporto ben delineato tra l’attore inquadrato e la telecamera che quindi lo insegue per tutta la sequenza. Osserva le vicende, mai da lontano, concedendosi qualche ripresa da dietro, come faceva Visconti nel suo Morte a Venezia. Non a caso, prosegue Everett, quel film ha dato moltissimo per la scrittura del personaggio di Bosie, l’egoista amante di Wilde.

La forte presenza di un cast tecnico italiano è anche dovuta alla forte influenza che il cinema italiano ha avuto su Everett, un cinema che “è molto attento al design, più di qualunque altro cinema“. L’impatto visivo dunque è fortissimo grazie alla sua accuratezza in ogni minimo dettaglio. Anche e soprattutto grazie all’uso di continui flashback che uniscono presente e passato, la gioia con il dolore.

Oltre allo stile di ripresa, colpiscono anche moltissime inquadrature in questo The Happy Prince. Frame che sembrano dipinti impressionisti, prestati da un qualche museo. Anche qui, Everett afferma che Toulouse Lautrec è stata fonte di ispirazione così come le fotografie di Brassai. Strumenti utili per rendere Parigi il più reale possibile, sotto ogni aspetto. Il gioco di luci e ombre restituisce allo spettatore quel senso di bellezza di cui voleva circondarsi Wilde. Cosa che di fatto finirà ad ucciderlo lentamente. Il ritratto che viene fuori, ci mostra dunque un Oscar Wilde molto più maliconico di quanto si immagini.

The Happy Prince

Umano prima che icona, come detto prima, costretto a nascondersi dietro un anonimato forzato e fragile, per scappare dalla vergogna che aveva afflitto anche la moglie (EmilyWatson) e i due figli. Solamente i suoi unici e cari amici Reggie Turner (Colin Firth) e Robbie Ross (Edwin Thomas) gli sono rimasti accanto, fino alla fine dei suoi giorni. Le strade tra Everett e Wilde si sono incrociate parecchie volte ma mai in maniera così diretta. Evidente che il regista sia quasi ossessionato da questa imponente e maestosa figura. Non a caso, Wilde è sempre stato un punto di riferimento per Everett, una fonte di pura ispirazione. E nella quale si identifica abbastanza, soprattutto nella sua parabola discendente post coming out. Non a caso, quando l’attore britannico dichiarò la sua omosessualità trovò “un muro contro il quale era necessario scontrarsi, in un mondo dove regna un’aggressiva eterosessualità“.

Non manca ovviamente una stoccata ai paesi dove l’omosessualità rimane ancora fuorilegge così come altri paesi dove l’omofobia è culturalmente ben radicata, tra cui la sua Inghilterra e la nostra Italia. Citando l’UKIP e la Lega, Everett ci ricorda di come Wilde potrebbe essere ugualmente discriminato anche dopo secoli di distanza. Risulta difficile dargli torto. Senza divagare in discorsi politici, The Happy Prince è film che andrebbe assolutamente visto. Per la regia ricercata di Everett, per osservare da vicino un Oscar Wilde che non tutti conoscono, per riflettere sull’esilio di uno dei maggiori esponenti della letteratura mondiale.

Lorenzo Pietroletti, da “lascimmiapensa.com”

 

Dopo il periodo di successi letterari e teatrali Oscar Wilde è caduto in disgrazia. Processato per la sua esplicita omosessualità e condannato a due anni di lavori forzati è uscito dal carcere minato nella salute e nell’animo. Esiliatosi a Parigi, dopo un tentativo di ricostruire il rapporto con la moglie, torna ad unirsi al giovane Lord Douglas e precipita sempre più nel disastro totale. Gli restano solo le sue fiabe con le quali si conquista l’affetto di due ragazzi di strada.

Rupert Everett accarezzava da tempo il progetto di portare sullo schermo gli ultimi giorni di vita del suo autore preferito, Oscar Wilde. Ci è finalmente riuscito grazie a una coproduzione internazionale che ha visto in gioco numerosi soggetti che gli hanno consentito di dirigere e interpretare nel ruolo del protagonista il film.

Si sente in ogni inquadratura l’amore che Everett prova per questo grande autore colto ed accompagnato sulla strada dell’autodissoluzione costruita bicchiere su bicchiere di assenzio nella ricerca di un piacere che, di giorno in giorno, perde qualsiasi valenza estetica per tradursi in un disperato tentativo di confrontarsi con la morte in arrivo. Quella morte che aveva descritto magistralmente sotto aspetti diversi, da “Salomè” a “Il gigante egoista” e il cui arrivo ora centellina raccontando a due ragazzi di strada la fiaba della statua del principe felice che progressivamente si spoglia di ciò che ha e che viene abbattuta assieme alla morte della rondine che ha portato l’oro e le pietre preziose che lo rivestivano a chi ne aveva bisogno. Dio però chiede ad un angelo di portargli le due cose più preziose della città: il cuore di piombo del principe e la rondine stessa.

Everett utilizza la metafora per mettere in scena il suo Wilde. Un uomo ormai fiaccato nel corpo così come la statua del principe diviene priva di ornamenti. Oscar ha ormai perduto il suo appeal, quello che riempiva i teatri e faceva inneggiare all’autore. Ora canta, se richiesto, in locali di pessimo ordine e le sue tasche sono perennemente vuote. La malattia che lo porterà alla fine progredisce di giorno in giorno mentre passa dalla Francia all’Italia per poi fare ritorno in terra francese dove verrà sepolto con una scritta sulla lapide tratta dal libero di Giobbe: “Nulla osavano aggiungere alle mie parole, e su di loro stillava goccia a goccia il mio discorso”. Solo di recente la Gran Bretagna ha fatto ammenda per la condanna inflitta allo scrittore. Questo film, senza fare sconti a nessuno (Wilde compreso) ci spinge a riflettere.

Voto: 2,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Nella stanza di una modesta pensione di Parigi, Oscar Wilde (Rupert Everett)trascorre gli ultimi giorni della sua vita: un momento terminale in cui tutto ciò che è stato riaffiora senza soluzione di continuità, anche se Oscar non è più l’uomo più celebrato di Londra, l’artista amato e beatificato, ma un individuo dimesso e quasi disperato, ormai crocifisso per le accuse di omosessualità che l’hanno travolto.

Rupert Everett, sceneggiatore, regista e interprete del film, passa dietro la macchina da presa per incarnare Oscar Wilde e lo fa in un biopic dall’atmosfera cupa e angosciosa, tutt’altro, per fortuna, che un film biografico dalla culla alla tomba. Restituire la densità complessiva e il peso culturale di un personaggio come Wilde è impresa proibitiva per chiunque, ma Everett, saggiamente, si sofferma su una sola porzione della sua vita: una crepa attraverso la quale far filtrare, dietro l’idolatria e l’amore dello stesso Everett nei riguardi del totem Wilde, gli aspetti più curiosi e spiazzanti, sgradevoli e riflessivi.

The Happy Prince, lo si capisce fin da subito, è un titolo paradossale, che vuole fare volontariamente a pugni col contenuto dell’opera e della ricostruzione d’epoca. Di quell’antica felicità sono infatti rimasti solo degli strascichi di malinconica e funerea tenerezza e il film somiglia anch’esso a una vorticosa spirale all’indietro, dove le esperienze biografiche più dolorose sono ridotte a spettri indistinti, che si rincorrono e convivono fatalmente: la relazione senza ritorno con Lord Alfred Douglas, detto Bosie (Colin Morgan), cui seguiranno la carcerazione e il capolavoro De Profundis, si appaia al rimorso per la moglie Costance (Emily Watson), per aver catapultato lei e i suoi figli nello scandalo dopo la condanna dovuta alla sua condotta sessuale. Al suo fianco, tuttavia, anche il devoto Robbie Ross (Edwin Thomas) e l’amico Reggie (Colin Firth).

L’opera di Wilde rimane, saggiamente, sullo sfondo, perché a Everett interessa in maniera esclusiva l’enigma tutto fisico di Wilde, il suo disfacimento, lo scolorire dell’icona dietro la quale fanno capolino la consistenza e i contorni, per quanto deformati, dell’uomo. La regia, manco a dirlo, va di pari passo: divisa tra le bettole il ricordo delle ribalte, nella luce oscura delle immagini di The Happy Prince quasi tutto somiglia a un girone infernale, perfino i boulevard parigini, e Wilde a un lebbroso disilluso, quasi mai pomposo e aforistico come potremmo immaginarcelo, ma fosco e barocco, di quel barocco che fa rima esclusivamente col sublime e col terrore.

Attraverso una confezione uniforme e livellata ma non piatta, dati gli scossoni che l’attraversano, The Happy Prince trova una compattezza narrativa ed estetica che gli consentono di catturare Wilde come un organismo complesso più che come un santino letterario: il Wilde di Rupert Everett, che lo incarna con un mimetismo assai calcolato, è bloccato in un eterno presente dal sapore molto contemporaneo, rimanda e rinnega all’infinito il desiderio perché non sa, probabilmente, quando potrà di nuovo permetterselo. In questa irresolutezza, in questa tragica idea di mancanza che non rinuncia al potere salvifico delle passioni, c’è una dose di immortale fascino propria del personaggio che, a conti fatti, continua a rimare più con l’amore che con la morte.

Davide Stanzione, da “bestmovie.it”

 

 

Con “The Happy Prince” Rupert Everett è destinato a convincere tutti sulle sue abilità registiche al debutto dietro la macchina da presa e a confermare le sue capacità recitative di fronte ad essa.

Sapere che sono serviti dieci anni per trovare i fondi per realizzare il capolavoro del debutto alla regia di Rupert Everett ci lascia perplessi. La sceneggiatura da lui scritta c’era già tutta, con il suo fascino e con l’onestà di un racconto che coglie con lucidità i molteplici aspetti di una esistenza umana, dimostrando l’intenzione di volerli tutti mostrare. Parliamo di Oscar Wilde, genio letterario indiscusso, di cui il film racconta soltanto il periodo finale della sua vita, dalla scarcerazione in poi, con l’inserimento di brevi e fulminei flashback che ci ricordano un percorso esistenziale di cui tutti sappiamo tutto, ma di cui si possono trovare ancora innumerevoli chiavi di lettura.

Genio letterario, individuo trasgressivo dalla sessualità ambigua, marito e padre con vocazione tradizionalista, osservatore dell’onestà nella condotta sociale, snob, narcisista, egocentrico, amante del lusso e degli usi lascivi, dal sesso all’alcool, dall’abuso di droghe e assenzio, per finire con l’abituale frequentazioni di mercenari del sesso, da lui scoperti o da lui iniziati. Tutto questo era Oscar Wilde, coi suoi pregi e i suoi difetti e tutto questo Rupert Everett ha voluto rappresentare, senza indolcirci la pillola fornendoci un icona letteraria adamantina o propinandoci un veleno descrivendo un demoniaco approfittatore di altri esseri umani. Un’onesta descrizione fedele, realistica ma soprattutto ben documentata che ci consegna un individuo a tutto tondo nell’epilogo della sua esistenza, il cui animo minato da eventi traumatici, come il carcere e la separazione dalla sua famiglia rendono fragile, minano le sue straordinarie capacità creative, generano derive autodistruttive, senza alterare quei tratti fondamentali del suo carattere che ce lo rappresentano al meglio.

Dopo la scarcerazione Wilde si trasferisce in Francia, sulla costa nord al principio e poi a Parigi. Ci troviamo verso la fine del diciannovesimo secolo, la Belle Epoque e le atmosfere francesi fin de siècle incorniciano egregiamente le naturali tendenze alla trasgressione e ai piaceri edonistici che l’artista non aveva mai negato di possedere. Quello che l’Inghilterra gli aveva rimproverato la Francia sembra concederglielo con indulgenza. Il continente diremmo, visto che Wilde si avventura anche con l’amico Bosie, ossia Lord Alfred Douglas, in quel di Napoli, dove con non eccessiva difficoltà raccoglie una numerosa accolita di giovani partenopei da coinvolgere nei festini orgiastici.

Il regista riesce a riprodurre le ambientazioni dell’epoca, restituendo loro un fascino fedele all’originario, vicoli, cimiteri, stazioni ferroviarie, case private, teatri e caffè concerto sono ricreati con uno charme d’antan ammirabile. In questo periodo l’artista porta a compimento la sua decadenza: l’abuso di alcool, cocaina ed assenzio, la scarsa alimentazione dovuta a ristrettezze economiche, l’aver contratto la sifilide portano in fretta il corpo ad un deperimento organico, al quale si aggiunge una infezione seria a un orecchio e non da ultimo le sofferenze psicologiche per la separazione da moglie e figli.

L’amore, l’amare e l’essere amati rappresenta il filo conduttore del film seppur con modalità eterodosse.

Wilde non fa fatica a definirsi un ricercatore dell’amore, originale e trasgressivo. Riesce a essere indulgente verso se stesso quando ferisce qualcuno nella sua ricerca di nuove situazioni in cui amare ed essere amato. La sua personalità narcisistica è ben delineata nel personaggio, il suo fascino intellettuale non poteva non attrarre molteplici individui, disposti ad adorarlo e a seguirlo anche dopo la sua debacle giudiziaria, purtroppo tutti destinati ad essere fagocitati in qualche maniera dal preponderante ego dell’artista.

The Happy Prince: un cast notevole di attori noti e capaci per rendere al meglio tutti i personaggi

Ogni ruolo principale in “TheHappy Prince” è coperto da un attore di fama e abilità indiscussa. Colin Firth veste degnamente i panni dell’amico di Wilde Reggie Turner e così Edwin Tomas quelli di Robert Ross. Ma molta della nostra ammirazione va a Colin Morgan, che interpreta Alfred Bosie Douglas, il giovane aristocratico amante di Wilde, efebico, con tratti dandy aristocratici, movenze eleganti e smaccatamente omosessuali con quelle esternazioni isteriche e snob, incarna una delle derive amorose di Wilde con una precisione esemplare.

Concludiamo con Everett, che oltre a donarci una regia esemplare, interpreta Wilde negli anni della sua decadenza con capacità eccezionali. La fisionomia British dell’attore, con l’inserimento di cotoni labio-gengivali donano quella paffutezza al volto che c’è lo rendono fedele alle foto che ricordiamo dell’artista. Recita con toni perfetti, sia quando continua a dispensare i suoi aforismi o le sue boutade, sia quando è in preda ai fumi dell’alcool o agli obnubilamenti delle droghe, muove le labbra in maniera asimmetrica e le arriccia mostrando denti e gengive, sgrana gli occhi con lo stupore di un bambino o di un matto che ha appena riconosciuto il valore delle follie che ha pronunciato.

Attore, sceneggiatore, regista, il talento di Rupert Everett ci sembra indiscusso. Non ci resta che sperare che continui a trovare ruoli e produzioni che abbiamo il coraggio di coinvolgerlo in numerosi progetti cinematografici negli anni a venire.

Marco Marchetti, da “ecodelcinema.com”

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