Santiago, Italia

 

Santiago, Italia è il terzo documentario diretto da Nanni Moretti. Partendo dalla deposizione cruenta del governo Allende da parte dei militari capitanati da Pinochet il regista arriva a descrivere un’Italia perduta, popolare e solidale, che affondava ancora le sue radici nella memoria della lotta partigiana. Film di chiusura della trentaseiesima edizione del Torino Film Festival.

Hacia la libertad

Dal settembre 1973, dopo il colpo di stato del generale Pinochet, l’ambasciata italiana a Santiago ha ospitato centinaia e centinaia di richiedenti asilo. Attraverso interviste ai protagonisti, si racconta la storia di quel periodo drammatico, durante il quale alcuni diplomatici italiani hanno reso possibile la salvezza di tante vite umane. [sinossi]

Santiago, Italia ospita due irruzioni in scena di Nanni Moretti. La prima vede il regista romano osservare dall’alto Santiago del Cile, con i suoi grattacieli moderni e l’immota e bianca potenza delle Ande sullo sfondo. La seconda avviene invece durante l’intervista a uno dei militari imprigionati con l’accusa di aver ucciso e torturato oppositori politici della giunta durante gli anni della dittatura capitanata da Augusto Pinochet. Quando il militare, che si autoproclama vittima, sostiene di aver accettato di parlare con Moretti perché gli era stato promesso un punto di vista “imparziale” sugli accadimenti storici ai quali aveva preso parte, Moretti in un’inquadratura laterale che tiene in campo sia lui che l’altro uomo, risponde “ma io non sono imparziale”. È significativo, in qualche misura, che entrambe queste apparizioni di Moretti – per il resto limitato a una inevitabile presenza sonora come contrappunto alle dichiarazioni dei vari testimoni – siano tenute in alta considerazione nel trailer montato per il lancio promozionale del film, che dopo il passaggio come titolo di chiusura del Torino Film Festival approderà in sala la settimana prossima. Sembra quasi una dichiarazione di resa, a ben vedere. Un documentario sul golpe di cui fu vittima il governo Allende, socialista e democraticamente eletto dal popolo, non può essere veicolato in alcun modo se non c’è un volto noto sul quale fare affidamento. La scelta di montare nella breve clip anche i due frammenti con il regista che entra dichiaratamente in scena sta a testimoniare a sua volta l’assoluta distanza del mondo contemporaneo dai fatti che quarantacinque anni fa spazzarono via l’esperienza Allende, il sogno di un’America del Sud a trazione socialista e comunista e l’ideale occidentale del “rispetto” della volontà popolare. Dopotutto l’attuale vicepresidente del consiglio del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, un paio di anni fa – e proprio in occasione della commemorazione del colpo di Stato e dell’attacco alla Moneda – spostò Pinochet dal Cile al Venezuela, a confermare i tempi bui e ignoranti in cui è sprofondata l’Italia.
Lasciando da parte la riflessione, comunque mediaticamente tutt’altro che secondaria, sulla decisione di insistere sull’uomo-Moretti in scena per accalappiare qualche spettatore in più (a dirla tutta proprio quei due interventi in scena sembrano gli unici momenti in cui l’urgenza di Santiago, Italia viene meno, staccandosi dal suo duplice valore di memoria del passato e sguardo non riconciliabile col presente), il senso della terza incursione nel mondo documentario da parte del regista di Palombella rossa e Habemus papam è possibile rintracciarlo tutto in quel titolo, che pone uno accanto all’altro – seppur divisi da una virgola – il mondo cileno e quello italiano.

L’apparentamento potrà sembrare forzato ai più, ma è perfettamente logico e strutturato. Da principio Moretti sembra interessato a un ripasso della Storia, tornando con la memoria dei testimoni e le immagini d’epoca agli eventi che portarono Salvador Allende a essere eletto presidente, nel settembre del 1970. La Unidad Popular, che teneva insieme molte liste di sinistra e di centro-sinistra (con l’appoggio della CUT, Central Única de Trabajadores, il principale sindacato a vocazione operaista del paese), ottenne quasi il 37% dei voti, battendo di pooco l’ex presidente Jorge Alessandri Rodríguez, candidato conservatore. Quell’era che sembrava iniziare durò poco, solo un triennio. Poi arrivò il bombardamento della Moneda, l’omicidio di Allende asserragliato all’interno – anche si provasse in maniera definitiva la tesi del suicidio il suo resterebbe un omicidio -, l’arresto preventivo di comunisti, socialisti, anarchici, oppositori del regime, intellettuali. Lo stadio, Villa Grimaldi e le sue terribili torture. Attraverso le testimonianze che riesce a orchestrare sempre con una grande attenzione al ritmo del ricordo, al suo valore, al montaggio come fase dialettica del cinema, Moretti riporta nella memoria collettiva il disastro del golpe, appoggiato ideologicamente ed economicamente da Washington sia come vendetta nei confronti della politica di nazionalizzazione iniziata da Allende, sia come monito ad altre nazioni non solo sudamericane – nel film uno degli intervistati cita direttamente la Francia e l’Italia, le due realtà europee in cui i partiti comunisti e socialisti potevano contare su un consenso ampio, diffuso in tutte le classi sociali.
La prima fase di Santiago, Italia è quella della memoria, sic et simpliciter. Un marxista-leninista diventa Presidente attraverso il voto popolare – e dunque senza ricorrere alla rivoluzione, alla guerra civile o alla guerriglia, come invece accaduto in Unione Sovietica, Cina e Cuba – e basta questo per scatenare la furia belluina e omicida delle forze armate, della grande industria, della destra storica, del Capitale nella sua rappresentazione istituzionale. “La democrazia è possibile finché va bene a chi detiene davvero il potere”, è una delle frasi pronunciate nel film che accompagnano il tracciato mnemonico. La prima fase, che potrebbe essere semplificata col titolo Santiago è tutta qui, nella dolorosa e angosciante ricostruzione di un Colpo di Stato volto non solo a togliere il potere a chi lo stava legittimamente gestendo, ma anche a spazzare via una volta per tutte le persone che quella legittimità gliela avevano concessa. Un atto di barbarie che purtroppo avrà altri esempi nell’America Latina di quegli anni.

Quello che appare da subito cristallino, durante la visione di Santiago, Italia, è la grande fiducia nell’essere umano che Moretti mostra. La sua scelta di dialettizzare il film ricorrendo solo a interviste statiche, frontali, può apparire facile ma in realtà è la rivendicazione di un percorso politico e sociale che aveva alle basi l’uomo, la sua natura più profonda. Per questo, anche in un lavoro che non ha alcun bisogno di un reale contraddittorio – non si può davvero essere imparziali quando si affronta una tematica simile, occorre parteggiare – trovano spazio due ex-militari, del tutto convinti del fatto che destituire un Presidente con la forza, uccidere e torturare gli oppositori politici fosse qualcosa magari di sbagliato ma di inevitabile. Inevitabile perché unico modo per evitare il marxismo. Il nemico pubblico numero uno.
Nel racconto di una generazione di giovani che si ritrovò di punto in bianco a essere perseguitata nella sua stessa patria, si apre la seconda fase di Santiago, Italia, con l’introduzione nel racconto del ruolo che svolse in quei convulsi giorni e mesi l’ambasciata italiana a Santiago. Un luogo considerato a ragione sicuro, nel quale trovarono ospitalità le persone in fuga dal regime, che vi entravano saltando – nel vero senso della parola – il basso muro di cinta. Attraverso il ricordo di quella sorta di Comune politica istituita in modo quasi casuale – e dove qualcuno venne anche simbolicamente “espulso” per essersi rifiutato di sbucciare le patate, venendo meno al patto di eguaglianza che i rifugiati si erano dati – si arriva alla seconda parola del titolo, Italia. Ed è qui che il film trova la sua definitiva compiutezza. Perché Moretti non si limita al già doveroso compito di riannodare i fili della Storia, né si ferma al pur inevitabile apparentamento tra i rifugiati che fuggivano dal Cile per trovare – ottenendola – ospitalità in Italia e i fuggiaschi di oggi dalle guerre e dalla carestia che il nostro sistema politico ed economico fa tranquillamente crepare in mezzo al mare. Moretti alza il tiro. Facendo raccontare agli esuli il modo in cui l’Italia li accolse, non solo trovandogli un impiego (chi a Milano, chi nella rossa Emilia-Romagna, chi a Roma, chi altrove) ma integrandoli nella società. Facendogli sentire tutta la vicinanza umana, e non solo politica. Allora, nell’ultima parte di Santiago, Italia, si riesce a cogliere in profondità il senso dell’intera operazione portata a termine da Moretti. Com’eravamo? Come siamo diventati? Come è stato possibile? Nell’Italia che si oppone in modo becero, violento e disseminando paure alle migrazioni acquista un valore politico enorme ricordare che un’altra Italia è esistita. Un’Italia veramente popolare, memore della lotta partigiana che aveva riscattato il Paese dopo venti anni di mostruosità fascista. Un’Italia che era pronta a rispecchiarsi nell’altro, a trovare dei punti di connessione, a credere nel valore dell’umano esistere. A credere nella politica come luogo dell’incontro, della lotta comune, dello scambio di pensieri e opinioni. Quell’Italia, che pure era a rischio golpe a sua volta (il tentativo di rovesciare lo Stato da parte di Juno Valerio Borghese era del 1970) e che viveva nel cuore degli Anni di Piombo, aveva anche nelle fasce meno protette un popolo vivo, solidale, empatico. Ora gli esuli cileni che scelsero di rimanere in Italia, dove magari si erano ricostruiti una famiglia, sono ancora lì a ricordare tanto la loro amata patria socialista sotto Allende, tanto una penisola che li accolse e li rese parte di un processo sociale in divenire. Ma dov’è quel popolo? Che fine ha fatto? Dove si nasconde? Queste sono le vere domande che pone Santiago, Italia, e che chiudono un documentario aprendone di fatto un altro, che probabilmente non verrà mai girato. Queste sono le vere domande che sarebbe necessario porsi, perché come racconta uno degli intervistati nel 1973 l’Italia sembrava una nazione che aveva in qualche modo messo in atto le politiche che ad Allende erano state negate con la forza. Anche oggi l’Italia assomiglia al Cile, ma solo negli aspetti più deteriori di quella nazione. Gli aspetti che ogni 11 settembre vengono ricordati, ricordando il sacrificio di oltre tremila morti e di quasi trentamila torturati. Nel suo ultimo e celeberrimo discorso radiofonico alla nazione Salvador Allende disse: “Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza”. Aveva ragione. Si perdono con la mancanza di memoria.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

Un tempo i paesi sapevano riconoscersi: si stabilivano legami politici più forti di ponti di ferro e la politica sapeva interpretare la società, rispondere all’umanità. Le persone al di là del titolo di studio riuscivano a capirsi, a capire emergenze che pure risultavano lontane, distanti geograficamente così tanto che potevano rimanere sconosciute, ma sconosciute non erano. Eppure erano tempi difficili: blocchi, cortine di ferro, paesi satellite e dittature da golpe militari.
E l’Italia? L’Italia aveva un’eredità preziosa, la Resistenza, una generazione che l’aveva vissuta e che nei primi anni Settanta aveva quella maturità per farne tesoro.

Non è da qui che parte Nanni Moretti, ma è da qui che questa recensione sente l’urgenza di iniziare.

Il film-documentario del pluripremiato regista romano è aderente alla storia che accadde in Cile, un paese dilaniato dalla povertà che sposò un sogno con Allende nel 1970 attraverso elezioni democratiche, spazzate via dalle bombe militari e dalla complicità americana che preferiva naturalmente appoggiare una destra feroce e meschina a partire dal famigerato 11 settembre 1973.

Il film-documentario di Nanni Moretti riesce come in un riflesso a guardare un’Italia del passato, capace di condividere un sogno, di offrire solidarietà concreta, di piangere davanti alla sofferenza di un popolo in cerca di accoglienza.

Un tempo si distingueva il ‘bene’ dal ‘male’ e si agiva di conseguenza. Un tempo l’Ambasciata d’Italia in un paese dilaniato poteva trasformarsi in un rifugio sicuro da cui partire.

Asciutto, senza retorica -come è nel suo stile- il regista racconta gli eventi: la camera è fissa, le interviste si rivelano su di uno sfondo leggermente quasi sempre sfumato, i documenti storici sono sapientemente calibrati.

Santiago è lì, davanti allo sguardo di chi vuol guardare: Moretti osserva con occhi non imparziali? Moretti è in grado di andare oltre, come suo solito; sa fare della macchina da presa il mezzo per esprimere quello che non si vede, quello che non viene detto. È cinema! Di quello necessario, capace di anticipare il futuro e di leggere il passato, stando con i piedi fermi sul presente.

Non cerca lusinghe (mai le ha cercate!) e non offre il fianco a facili letture del presente, richiamato solo per alcuni ‘dettagli’, ma la sensazione è esattamente di parlarci di/a noi, tutti, nessuno escluso. Come un intellettuale vero mette in luce attraverso la Storia e le storie dei singoli un’attualità dolente, senza rappresentarla direttamente.

Si è usciti dal Nuovo Sacher con l’emozione negli occhi. Un punto colpisce dritto al cuore: non si anticipa nulla, ma la scelta di un Gian Maria Volonté, splendido in un documento dell’epoca, rimane un cameo perfetto e magistrale che Nanni Moretti ha con sapienza cucito nella trama. Chapeau!

Voto: 4 / 5

Silvia Morganti, da “mescalina.it”

 

 

Il cinema di Nanni Moretti procura sempre un trasalimento, legato alla presenza ricorrente dell’autore nella sua opera. Che il film si richiami oppure no alla sua esperienza personale, lo spettatore oscilla tra finzione del personaggio e intimità della persona. Dal suo primo cortometraggio, La sconfitta, Moretti ha nutrito questa ambiguità e rilanciato le incarnazioni: Michele Apicella, alter ego collerico intorno a cui forgia il suo cinema fino a Palombella rossa, se stesso nei suoi sorprendenti diari intimi (Caro diarioAprile), personaggio a pieno titolo nelle fiction della maturità (Caos calmo), “a fianco” del suo personaggio nel lutto morale e intimo di Mia madre. Questa evoluzione identitaria ha prodotto una filmografia che è diventata coscienza artistica e politica dell’Italia.

Tre anni dopo Mia madre, Nanni Moretti gira un documentario sul ruolo che ha giocato l’Italia nel colpo di Stato di Pinochet in Cile, nel settembre del 1973.

Realizzato a partire da immagini d’archivio e da testimonianze, Santiago, Italia racconta i mesi che seguirono il golpe del dittatore che mise fine al sogno democratico di Salvador Allende. Il film mette l’accento sul ruolo encomiabile dell’ambasciata italiana basata a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime, permettendogli di raggiungere l’Italia.

Lezione di storia narrata da chi ha vissuto la caduta e la morte di Allende, presidente apertamente marxista e democraticamente eletto nel 1970, Santiago, Italia conferma l’eterno investimento personale del suo regista ma sposta la prospettiva in ‘prima persona’, singolare e libera, alla ‘seconda persona’. Persona-testimone capace di portare la novità nel mondo, di cui comprende e narra (quindi ricorda) le gesta. Documentario “partecipato” certo, Moretti interviene durante le testimonianze, le interroga, dona la replica, polemizza, registrando una lunga deposizione corale: la confidenza pubblica di una condizione intima. Lo slittamento di piani tuttavia gli consente di considerare i danni dal punto di vista delle vittime. È un cambiamento che modica e rinforza la nostra idea su ciò che è un danno. Impossibile assistere ai conflitti e alle guerre senza chiederci chi li subisce, chi li patisce. Impossibile staccarsi dalla pena altrui.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

“L’Italia degli anni Settanta era il paese dei miei sogni, girando per il paese oggi ritrovo i peggiori difetti del Cile”. È questo il momento in cui, alla fine del film, con tanto di insistito fermo immagine, un rifugiato cileno sveglia lo spettatore. Un brutale ritorno ai tormentati giorni d’oggi dopo un lungo racconto di un passato in cui gli italiani aiutarono con grande generosità il popolo cileno dopo il golpe di Pinochet; nei nostri confini, ma anche nell’ambasciata di Santiago. Nanni Morettisembra qui voler esplicitare come gli anni ’70 fossero un’epoca in cui l’ideologia e il sogno politico di un mondo nuovo portava ancora a prendersi cura degli altri. Lo si intuisce già dal titolo, Santiago, Italia, come questo particolare documentario, oggetto poco consueto nella filmografia del regista romano, sia uno sguardo che unisce la memoria degli anni dal 1970 al 1973, dalla salita al governo democraticamente di un’alleanza di sinistra che univa dai socialisti ai comunisti, fino all’orrido colpo di stato militare guidato da Pinochet e finanziato dalla CIA. Ma non solo, è anche il ritratto di un’Italia ancora unita da valori comuni che nel caso del golpe cileno furono dimostrati in pieno, coinvolgendo non solo i partiti di sinistra estrema, ma anche quelli di governo, come repubblicani o DC.

“Io non sono imparziale”, è così che Moretti rompe con la ritualità piuttosto classica fatta di interviste e materiali di repertorio con cui ha impostato il suo film, per inserire quello che appare un fuorionda, in cui uno dei due militari da lui intervistati gli dice di aver accettato di parlare perché rassicurato sulla sua presunta imparzialità. Ma come si può essere imparziali di fronte al bombardamento dell’esercito del suo stesso palazzo presidenziale, per cacciare un governo democraticamente eletto, caso unico per un partito comunista, che aveva portato avanti una politica totalmente legittima?

Il primo merito di Santiago, Italia è di ritornare su vicende sicuramente conosciute, ma che è sempre bene ricordare, specie in un periodo in cui la democrazia viene data per assodata. Particolarmente accurata è la scelta delle persone intervistate, militanti di sinistra perseguitati dal regime e rifugiati nell’ambasciata italiana. Le modalità con cui centinaia di persone arrivarono nel perimetro della sede diplomatica furono spesso carambolesche, mentre le stanze si riempivano di cileni di ogni età, molti anziani e bambini, dopo la decisione autonoma dell’ambasciatore italiano di accettarli tutti, in mancanza di una posizione chiara del ministero degli esteri di Roma.

Una passerella di volti, racconti, personalità molto diverse, dagli artigiani ai professori, dai musicisti agli educatori ai registi come Patricio Guzman. Molti di loro sono poi rimasti in Italia, “madre generosa e solidale, dopo che il patrigno Cile ci ha respinti”. È qui che i racconti si fanno commoventi, quando la memoria rievoca una bambina lanciata oltre il muro come fosse un fagotto, un cardinale pieno di umanità, o gli occhi pieni di luce e nostalgia di chi rievoca quei mesi pieni di gioia per un sogno diventato realtà, seppure per poco tempo. Un’emozione che ha ancora più reso drammatica la sua fine ingiusta, violenta, con la persecuzione di un’opposizione che di fatto non era neanche organizzata o pericolosa, dopo la decisione di Allende di non reagire innescando una guerra civile.

Santiago, Italia è universale perché mette al centro l’umanità dell’esperienza di vita di queste persone, di chi le accolse e di poi poi le accettò offrendo loro un lavoro. Il tutto facendo parlare fatti e storie, senza rabbia, solo con lo sgomento dell’emozione di queste persone che diventa l’emozione dello spettatore.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Quattro capitoli per raccontare il colpo di stato in Cile nel 1973. Prima, durante e dopo. Si inizia con il triennio di Unitad Popolar del governo Allende, poi il golpe dell’11 settembre, le persecuzioni e le torture dei militari, l’ambasciata italiana di Santiago che accoglie centinaia di rifugiati, fino al finale viaggio in Italia, verso una nuova vita e un Paese molto diverso da come è oggi. È un incedere serrato, ma mai sensazionalistico quello di Santiago, Italia di Nanni Moretti, che firma un documentario politico, certo, ma soprattutto intimista nei toni, nello stile e nelle dimensioni (85’).

Il materiale di repertorio è usato con parsimonia ed essenzialità, per lasciare ampio spazio alle interviste ai rifugiati, che raccontano la loro esperienza al regista. Ci sono i registi Patricio Guzmàn e Miguel Littìn, il traduttore Rodrigo Vergara, il diplomatico Piero De Masi, ma anche artigiani, operai, giornalisti, tutti con un’esperienza da raccontare e ricordare, un trauma da elaborare (Marcia Scantlebury con tragica ironia riporta la violenza delle torture), o un’ideologia politica da rivendicare (“In ogni posto dove ho lavorato sono sempre stato delegato sindacale dei miei colleghi italiani” ricorda l’operaio David Munoz).

Come già avvenuto nelle sue opere di fiction a cominciare da Il caimanoMoretti si fa da parte, relega la sua voce e il suo corpo in un fuori campo passivo-attivo. Lo vediamo nella prima immagine di spalle, davanti alla vastità della metropoli cilena. Quasi a cercare un punto di vista e una distanza da cui far iniziare questa sua trasferta sudamericana che alla fine si riflette in un “ritorno a casa”, in un parlare “a noi”. Il Moretti autore qua e là si concede qualche firma autoreferenziale (“Io non sono imparziale”) o il finale musicale che come sempre suggerisce tracce di un possibile “altro” film. Ma i suoi controcampi di intervistatore servono soprattutto a interagire con i personaggi per creare una connessione affettuosa, trovare il giusto accordo con cui coniugare la storia pubblica con quella privata.

Due decenni dopo quelle tracce documentaristiche raccontate in Aprile ma mai esplorate davvero, il regista romano sembra finalmente aver raggiunto la sicurezza (o forse la necessità?) per raccontare le storie degli altri. Chiaramente il suo è un film sull’accoglienza, che soprattutto nell’ultima parte parla chiaramente all’Italia e all’Europa di oggi. Ma è anche un piccolo caro diario sull’ascolto, sul valore umano della ricezione. E in questo la semplicità formale del cinema morettiano diventa preziosa nel delineare eticamente il calore della condivisione. Ne viene fuori una polifonia di voci, caratteri e ricordi che ha il sapore delle confessioni sussurrate, degli echi e dei sentimenti che arrivano da lontano e resistono all’inesorabile incedere del tempo. Del resto Santiago, Italia è un’opera anche intrinsecamente nostalgica (è soprattutto qui che alcuni detrattori potrebbero affondare il colpo), che non solo guarda a un’epoca in cui il socialismo democratico era un’alternativa politica e culturale condivisa, ma sembra ripercorrere i tracciati generazionali di una giovinezza inesorabilmente trascorsa. In fin dei conti tutti in Santiago, Italia – dal regista agli intervistati – sembrano riappropriarsi, nel breve spazio di un’intervista o nella determinazione di una convinzione politica, della gioiosa ebbrezza e dell’incoscienza dei vent’anni. L’insolito freeze frame con cui Moretti chiude il film da questo punto di vista è tanto una sottolineatura ideologica accessoria, quanto, forse, il malinconico tentativo di fermare, in qualche modo, l’incedere della vita e del mondo.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Cile, 1970. Per la prima volta nella storia del paese (se non dell’intera America Latina) l’ingresso nel Palacio de la Moneda è fatto da un presidente di dichiarata simpatia marxista. Medico, leader di Unidad Popular, amico e compañero di Pablo Neruda, il presidente in questione porta niente meno che il nome di Salvador Allende.

Il documentario di Nanni Moretti parte proprio da qui, da Santiago, dagli anni in cui la via cilena al socialismo sembrava lastricata di grandi speranze e nobili propositi. Dagli anni in cui il sogno «umanista e democratico» di Allende sembrava una realtà possibile. Ma approda poi in Italia, fra le case e le testimonianze di quei rifugiati che, all’indomani del golpe del ’73, qui trovarono asilo.

È un post-11 settembre particolare quello che racconta Moretti, molto meno conosciuto di quello del 2001, ma altrettanto determinante per quanto riguarda le sorti politico-sociali di un paese. È il brusco arrestarsi di un processo di democratizzazione sotto i colpi del regime autoritario di Pinochet – rilegato sempre (intelligentemente) fuori campo. È la straziante odissea dei prigionieri politici, ora stipati nello stadio nazionale, ora torturati tra le mura di Villa Grimaldi. Ma è anche la felice storia di un’ambasciata italiana solidale, aperta, volenterosa, che ha davvero salvato la vita a milioni di loro.

Nanni Moretti con Eduardo Iturriaga, ex golpista, nel carcere di Punta Peuco - Photo: courtesy of Academy Two

Nanni Moretti con Eduardo Iturriaga, ex golpista, nel carcere di Punta Peuco – Photo: courtesy of Academy Two

Santiago, Italia è la ricostruzione di tutto ciò attraverso le parole di quei diplomatici, registi, artigiani, militari, dottori che davvero vissero la condizione di asilados sulla propria pelle. E’ la ricostruzione in 80 minuti di quello che significa avere un’identità divisa fra una terra madre e una terra matrigna, dove non è ben chiaro quale delle due sia cosa. Ed è, infine, un documentario sui cileni di oggi nell’Italia solidale di ieri; eppure, allo stesso tempo, un documentario sui cileni di ieri nell’Italia populista di oggi.

Tra i sorrisi e le lacrime si ripercorre una storia d’accoglienza e integrazione che ha dell’incredibile. E che solo apparentemente sembra riecheggiare la famosa formula del «ni perdón ni olvido». Perchè invece di perdono ce n’è eccome. C’è verso i delatori che hanno rivelato il nome di un compagno sotto tortura. E c’è, in fondo, anche per quella generazione di ex militari, ora incarcerati, che potrebbero essere i nostri nonni. Ma non c’è oblio, quello no. Santiago, Italia è un piccolo monumento della memoria. E come tale andrebbe visto e maneggiato.

Moretti con la sua prospettiva indiretta, avvolgente, forte di una ricca carica emotiva, dà origine a un film intelligente e sensibile. Classico nell’impostazione e tagliente nei contenuti. A completare il corredo qualche gemma di repertorio e un montaggio equilibrato delle interviste. Il risultato è la lucida fotografia di un’epoca che guarda al passato ma parla inevitabilmente (e drammaticamente) al presente – e lo fa con quattro semplici parole: «Io non sono imparziale». Per tutti coloro che già lo amavano dal cinema di fiction, ecce… documentario! Dal 6 dicembre nelle sale!

Alessandra del Forno, da “masedomani.com”

 

 

Fin dai suoi primi lungometraggi risalenti alla fine degli anni settanta, Nanni Moretti, pur partendo dalla dimensione intima, ha registrato con costanza i mutamenti della società italiana nel contesto della politica e della collettività. Luogo-metafora ne erano “il partito”, come era chiamato familiarmente il Partito comunista italiano (Pci), o le istituzioni collettive, come la chiesa cattolica. Le due grandi chiese italiche del secondo dopoguerra.

Tutti i suoi film fino a Palombella rossa (1989), che chiude un ciclo, sono la registrazione sottile e insieme caustica, comica e drammatica, dell’inizio della deriva regressiva di quello che fu presto definito il riflusso, cominciato tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, presagio della fine delle ideologie (fine di cui ci si è forse approfittati per creare anche un’artificiosa fine degli ideali).

La registrazione, insomma, di una vacuità crescente, pervasiva in ogni interstizio della società italiana, e forse non solo italiana, sebbene da noi abbia preso proporzioni spaventosamente ampie per ragioni varie e complesse. Perché il berlusconismo è stato preceduto dal craxismo con la sua volgarità arrogante e pacchiana, prima ancora nello stile e nei metodi che nelle politiche stesse, di cui troviamo il riflesso in particolare in Sogni d’oro (1981). Così come La messa è finita(1985) è la registrazione definitiva della crisi, tutta anni ottanta, non tanto delle vocazioni religiose quanto della vocazione all’esplorazione dell’interiorità destinata a risolvere i conflitti interiori, a sua volta strumento basilare per risolvere i conflitti del mondo esterno.

Il sismografo di un mondo
Quando si crede che la vita si risolva in una Milano da bere, per riprendere il celebre slogan pubblicitario divenuto un po’ il simbolo di quegli anni, se questo perdura (come è stato purtroppo il caso) è facile allora che un paese, per continuare con la metafora, diventi alcolizzato e rischi di morire di cirrosi epatica. Oppure di amnesia cronica, come il protagonista di Palombella rossa.

Dopo Palombella rossa, opera di grande bellezza formale che registra dall’interno di una comunità chiusa in una piscina il tramonto del mondo diviso in due blocchi e delle ideologie – oltre alla conseguente crisi del partito di riferimento – il suo cinema passa a esplorare la dimensione intima lasciando quella collettiva, da La stanza del figlio (2001) a Mia madre (2015), mentre la dimensione politica confluisce nella pura denuncia satirica con Il caimano (2006), un film dal finale di rara cupezza, oppure nel presagire il grande vuoto della politica, del potere e dei punti di riferimento (anche sul piano globale) con Habemus Papam (2011), film più sottile e profondo di quanto si possa credere a prima vista.

Di tutto questo potremmo dire che Moretti è stato quasi il sismografo, impresa non facile in una cinematografia come quella italiana del secondo dopoguerra che ha abbondato di registi capaci, di primo piano anche in ambito internazionale, in grado di registrare con precisione, o acutezza di sguardo se si preferisce, tutti gli aspetti della società italiana contemporanea – da Rossellini a Fellini, da Antonioni a De Sica, da Pasolini a Visconti – e distinguendosi per i livelli eccelsi, quantomeno nell’ambito del cinema d’autore europeo.

Con il suo documentario che esce ora nelle sale dopo l’anteprima al Torino film festival, Santiago, Italia, Nanni Moretti si disloca per la prima volta altrove. Ma solo in apparenza. Perché l’immagine d’apertura del film, con Moretti che guarda dall’interno di un muretto la città di Santiago più in basso, è in realtà l’enunciato di uno sguardo sull’Italia di ieri e di oggi, usando come specchietto retrovisore la tragedia del golpe dell’11 settembre 1973 che cancellò la democrazia in Cile per tanti anni a venire e con essa l’esperimento di un socialismo popolare e radicale ma democratico (in contrasto con i regimi totalitari di quell’epoca), oltre a comportare la morte del suo ispiratore, il presidente Salvador Allende.

Una scelta che può sembrare insolita anche se non è certo la prima volta per il regista, autore di cortometraggi e documentari di cui ricordiamo La cosa (1990), sul mutamento incerto e un po’ informe del Pci.

Una vicenda poco nota
Questo sguardo diagonale sull’Italia di oggi e di ieri, in appena un’ora e venti ricostruisce il riparo offerto dalla nostra ambasciata in Cile ai tanti che volevano sfuggire alla repressione del regime golpista offrendo poi loro un salvacondotto per l’Italia. Una vicenda, quella degli esuli di Allende in Italia, poco nota da noi, soprattutto tra le giovani generazioni nate e cresciute durante e dopo il berlusconismo, quindi spesso in una situazione di amnesia ormai consolidata, anche se non sempre per colpa loro, anzi.

Moretti intervista i funzionari dell’ambasciata italiana in Cile e ovviamente tanti cileni, ex rifugiati e testimoni, residenti oggi in Italia oppure in Cile. Saltavano il basso muretto di cinta – quello dell’inquadratura iniziale – dell’ambasciata e chiedevano protezione. Oggi sono registi, come Patricio Guzmán e Miguel Littín, oppure traduttori come Rodrigo Vergara, o ancora artigiani, operai, giornalisti, imprenditori, professori. Si sentono anche le parole di Salvador Allende alla radio, le sue ultime parole: “Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano”.

Il documentario compie un miracolo laico coniugando la gravità con la leggerezza

Come anche quelle del cardinale Raúl Silva Henriquez che salvò e aiutò molte persone in un paese dove le chiese, a dire degli intervistati, erano diventate veri rifugi per molti: “Io non so contro chi lotta questo governo. Contro il popolo del Cile. È una cosa stranissima: un esercito che lotta contro il popolo della sua patria per imporre una situazione con la forza”. Un cardinale ricordato con vera commozione da uno degli intervistati, ateo dichiarato, perché fece molto, ma poi è caduto nell’oblio a causa di Wojtyla e della sua cieca guerra alla teologia della liberazione.

Questo uno dei miracoli del film – dopotutto miracolo è forse la parola giusta per un film laicamente portatore di empatia cristiana – che nella sua brevità (malgrado le circa quaranta ore di materiale girato), distilla con vera sapienza nel montaggio frammenti d’interviste riuscendo a coniugare la gravità con la leggerezza, senza risultare superficiale oppure offensivo della memoria di quello che si vuole ricordare e celebrare. Perché ci sono commozione ma anche gioia, senso dell’umorismo e ironia, insomma molta umanità e molta vita che il regista restituisce pienamente nel comporre il suo mosaico.

Un mondo frammentato
Praticamente ognuno di questi frammenti offre a latere, fuori campo, molti temi, come del resto è evidente anche dalle interviste e dichiarazioni dello stesso Moretti, anche se è possibile svilupparne altri ancora talmente il film è ricco. Il più evidente, che ci porta alla situazione attuale, è ovviamente quello del muro. Il muro di Trump con il Messico. E più in generale tutti gli altri muri, anche quelli non fisici, che avviliscono i rapporti umani e la dignità umana prima ancora di mietere vittime tra gli stessi esseri umani, come dimostra la guerra del nostro governo alla nave Aquarius e alle ong.

Questa guerra ha tra i suoi obiettivi quello di creare una percezione distorta del volontariato nell’opinione pubblica spingendola a richiudersi nella diffidenza, nell’egoismo se non nel cinismo più crudele e selvaggio, altro tema messo fuori campo ma rivendicato dallo stesso Moretti. Un’impresa non da poco conto anche sul piano simbolico, nel paese che ospita lo stato della chiesa cattolica.

È un retaggio di dolore e repressioni spaventose che pesa ancora fortemente in America Latina

Al contrario, il muro di ieri, quello del film, è un muro al contrario. È basso invece che alto, accoglie e riunisce invece di allontanare e separare. È il nostro piccolo cortile che non si chiude nel gretto provincialismo ma si fa ampio nella visione del panorama del genere umano, che si fa alto nella considerazione della dignità umana.
L’Italia di ieri era solidale, lo stato ma anche il popolo. E il documentario di Moretti ricostruisce bene il clima di solidarietà popolare che, nel suo complesso, avvolse questi esuli. Per loro stessa ammissione. Ma quello italiano era anche un popolo – operai, contadini e studenti a cui oggi aggiungeremmo i lavoratori del terziario – che non si sentiva ancora abbandonato dallo stato o dalla sinistra, in Italia come altrove.

Non ancora In guerra, come recita il titolo del film di Stéphane Brizé sul mondo operaio francese che la Academy Two tra i vari titoli in listino ha scelto di portare nelle sale subito prima di distribuire il documentario di Moretti, oltretutto proiettandolo nella capitale proprio al Nuovo Sacher, la sala di proprietà del regista. Siamo nella radicalizzazione del mondo frammentato, se non spappolato, nel quale nuota sempre più a fatica Michele Apicella in Palombella rossa. Fuori campo c’è anche questo.

Le interferenze degli Stati Uniti
In campo ci sono ovviamente anche le questioni specifiche alla memoria storica del Cile – paese dai grandi ritardi nelle conquiste sociali primarie come la riforma agraria – e le interferenze degli Stati Uniti che ne hanno accentuato non poco i ritardi. Il contesto è il sostegno che quasi tutte le amministrazioni degli Stati Uniti avrebbero dato a feroci dittature con la cosiddetta operazione Condor in non pochi paesi dell’America Latina durante la guerra fredda: sono stati declassificati nell’ultimo decennio proprio i documenti relativi al sostegno di vari tentativi di golpe contro Allende da parte dell’amministrazione Nixon con la regia di Henry Kissinger.

Quel Kissinger che esorterà poi i golpisti argentini a fare presto perché Gerald Ford, succeduto a Nixon dopo lo scandalo Watergate, non era certo di vincere le elezioni, come dimostrano altri documenti resi pubblici negli ultimi anni (ha vinto poi Jimmy Carter che, azzerando quasi tutte le operazioni clandestine della Cia in America Latina, ha messo al primo posto la questione dei diritti umani).

È un retaggio di dolore e repressioni spaventose che pesa ancora fortemente in America Latina, che va ben oltre il Cile, ma di cui il golpe contro Allende è forse il momento simbolicamente più forte. Se il golpe poi effettivamente messo in atto probabilmente non fu finanziato direttamente dalla Cia, certamente però i cospiratori sentivano come minimo la benevolenza degli Stati Uniti: “Gli archivi desecretati della Cia, il rapporto Church del senato degli Stati Uniti, documentano in modo certo l’intervento statunitense per impedire l’elezione di Salvador Allende, finanziando importanti quotidiani come El Mercurio e altri settori della destra cilena, per impedire prima di tutto che Salvador Allende venisse eletto. Una volta eletto, è dimostrato dagli stessi documenti americani il ruolo fondamentale dei soldi americani nella cospirazione e nella sedizione in Cile”, ricorda nel film l’avvocata Carmen Herz.

Il regista in campo
In questo senso vanno anche le interviste a due anziani militari argentini, uno rimasto libero perché non implicato negli abusi criminali di tanti suoi colleghi, e un altro intervistato nella prigione dove sta scontando la sua pena per omicidio e sequestro di persona. Colpiscono l’ottusità e le formule vuote usate dal primo, che non sembra avere realmente cognizione di causa di quello che dice, e l’assenza di onestà intellettuale nell’assumersi le proprie responsabilità del secondo.

Anche se lontano da opere complesse e monumentali di altri registi riconosciuti del documentario d’autore come per esempio Frederick Wiseman, quello di Moretti è un documentario d’autore, con un suo punto di vista, quindi non giornalistico. E quando dà la parola agli aguzzini e ai loro simpatizzanti resta comunque “uno di parte”, come dice esplicitamente lui stesso nel film. Di conseguenza non fornisce quella sorta di assoluzione che il carnefice sembra cercare, come Moretti ha il coraggio e l’onestà di dirgli in faccia. Queste due interviste sono uno dei pochi momenti dove la voce del regista è udibile fuori campo e l’unico momento dove il suo volto è in campo. Non a caso.

In questo documentario ci sono naturalmente molte altre voci, tutte da scoprire e ascoltare con attenzione, si ricostruisce il clima di gioia intensa nel paese, di felicità popolare, senza entrare nel dettaglio degli iniziali successi e delle successive difficoltà del governo di Allende, facendo così assurgere questi frammenti di intervista a esili ma preziosissimi frammenti di una memoria perduta, una memoria collettiva, duplice, binaria, una memoria su “noi e “l’altro”. Anzi, sul fatto che “noi” siamo “l’altro” e viceversa. Lo stile filmico leggero accentua la forza del messaggio, perché le questioni qui affrontate sono tanto gravi quanto è delicato il tocco con cui sono trattate.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

Con Santiago, Italia Nanni Moretti torna sul terreno più squisitamente politico, abbandonando i toni intimisti ed introspettivi dei suoi ultimi lavori. Nel parlare di un passato apparentemente lontano, egli si riallaccia – come di consueto – all’attualità politica, fornendo il suo punto di vista sul presente italiano.

La Moneda. Santiago, ItaliaSantiago, Italia ripercorre le vicende degli anni di presidenza di Salvador Allende, e quelle drammatiche del golpe militare che ne rovesciarono il governo democraticamente eletto, attraverso i ricordi di coloro che vissero quegli anni. In un’ora e poco più di girato, Nanni Moretti segue una parabola emotiva ascendente e discendente. Le memorie legate all’avvento di Salvador Allende sono piene di pathos, e gli occhi dei protagonisti vibrano di un civismo a tratti commosso. La via cilena al socialismo si prospettava come un’epoca di generale ottimismo e speranza. Al culmine dell’entusiasmo, con stadi colmi di giovani speranzosi, ecco il golpe militare di Augusto Pinochet: i bombardamenti sul  palazzo presidenziale La Moneda, il dramma dei desaparecidos, lo stadio nazionale che si trasforma in un gigantesco centro di detenzione e di tortura degli oppositori, sede di sevizie e violazioni di ogni genere.

È proprio nel momento della più cupa disperazione dei protagonisti che Santiago, Italia pare riaccendere la speranza, parlando del ruolo che ebbe a svolgere l’ambasciata italiana. Questa si trovò infatti ad essere il rifugio di tanti uomini e donne che vi trovarono asilo, gli stessi che poi, grazie ai salvacondotti, trovarono nell’Italia una seconda casa. Questo, per Moretti, il fil rouge che lega Italia e Cile, paesi “gemellati” grazie alla capacità mostrata dagli italiani di accogliere ed integrare gli esuli. È palese che Moretti parli all’Italia di oggi attraverso il più classico degli espedienti narrativi: quello del “come eravamo”. Il punto di vista del regista emerge con la consueta nettezza e precisione, senza alcuna pretesa di essere accondiscendente né imparziale (come lo stesso Moretti, del resto, si premura di sottolineare nel corso di un intervista ad un militare condannato per le violenze commesse nelle fasi del golpe).

Santiago, Italia è in un certo senso un documentario anomalo, che non si preoccupa più di tanto di ricostruire le verità storiche del Cile di allora con la precisione di un’accurata indagine giornalistica; che non snocciola dati sul numero di morti; che non si addentra nell’analisi di trend economici e non guarda al microscopio risultati elettorali. Nanni Moretti filma l’emozione nel senso più ampio del termine: dalla speranza alla disperazione, dalla gioia alla violenza. La macchina da presa è immobile, incollata ai volti dei protagonisti. È anche impietosa, pronta a coglierne senza alcun taglio di montaggio le emozioni più autentiche degli intervistati, lacrime comprese.

Piero De Masi in Santiago, ItaliaMoretti non rinuncia a far sentire la sua voce, e rimane autenticamente Autore: si (auto)inquadra solo in due circostanze, e fa sentire pochissime volte la sua voce. Eppure si avverte quando è strettamente necessario, soltanto quando intende veicolare allo spettatore la strada che ha inteso seguire. Si percepisce tra le righe, tra sprazzi di sarcasmo e la solita inflessibilità, discreta ma granitica: quella di chi non ha mai nascosto le proprie opinioni politiche, di chi non reputa “rossi e neri tutti uguali”, come ebbe a dire in Ecce bombo.

Certamente non mancheranno i detrattori di Santiago, Italia. Ad esempio, coloro i quali vedranno nel documentario una visione troppo manichea, figlia di un genere molto vicino alla memorialistica faziosa. O, ancora, coloro i quali accuseranno Moretti di un sostanziale elitarismo(problema, quest’ultimo, che ha segnato tutta la carriera cinematografica di Nanni Moretti), se non altro in merito alle fonti citate: registi, scrittori, giornalisti, imprenditori, diplomatici, quasi tutti componenti della medio-alta società cilena. O, infine, coloro che storceranno il naso di fronte al tentativo pedagogico nei confronti dell’Italia odierna, molto diversa da un punto di vista socio-economico rispetto a quella della metà degli anni ’70. In ogni caso, Santiago, Italia rappresenta una visione netta e precisa, autorevole, a suo modo, di un regista che non ha mai rinunciato ad esporsi: più o meno direttamente, ma sempre con coraggio e convinzione.

Voto: 6,5 / 10

Vito Piazza, da “intrattenimento.eu”

 

 

“Era un Paese innamorato di Allende ed di ciò che stava succedendo. Era fantastico, era giusto, era bello.”

Santiago, Italia – La recensione in anteprima del nuovo film di Nanni Moretti. – Nanni Moretti torna al cinema con un nuovo documentario, presentato in anteprima mondiale al 36° Torino Film Festival come film di chiusura. Un film dal titolo emblematico, che racconta la storia di centinaia di cileni che, dopo il golpe di Pinochet, trovarono rifugio nell’ambasciata italiana. Un ultimo baluardo che portò in salvo in Italia molte persone ricercate dalla polizia.

Santiago, Italia si apre presentando i fatti. Salvador Allende, leader del partito comunista, vince le elezioni del 1970, diventando il primo marxista ad assere eletto democraticamente. Il popolo ne è entusiasta, Allende è l’uomo giusto, ma è anche dannatamente pericoloso. Rappresenta infatti un potenziale simbolo per i partiti comunisti di molti paesi occidentali, sudamericani ed europei. Gli Stati Uniti, come certificato dai loro stessi dossier oggi desecretati, intervennero prima finanziando la stampa contraria al governo ed infine supportarono direttamente il golpe dei militari che instaurò il regime di Pinochet.

Moretti tratteggia velocemente gli antefatti ben conosciuti per arrivare al nucleo del suo film. Fa parlare direttamente i protagonisti di quei giorni, dai semplici lavoratori che da un giorno all’altro si trovarono nella condizione di ricercati ai giornalisti, registi e diplomatici che vissero quei giorni concitati.  L’ambasciata italiana fu infatti l’ultima a continuare ad ospitare i rifugiati, per poi portarli in salvo in Italia. Si affida totalmente ai suoi testimoni, evitando la voce fuori campo. Il regista italiano mostra anche come negli anni questi uomini e donne abbiano saputo integrarsi perfettamente e di come gli italiani furono solidali con loro.

Le testimonianze che Moretti raccoglie spesso commuovono, sia lo spettatore che l’intervistato, spaziando dalle esperienze personali al racconto di figure simbolo di quei giorni concitati.

Emblematiche sono poi due interviste, rispettivamente ad un generale cileno ed uno dei carcerieri condannati negli anni successivi. Il generale, imboccato da Moretti, tenta di giustificare, ancora oggi, la presa del potere, adducendo a motivazioni poco chiare. Il regista non esita a metterle in risalto per mostrare le contraddizioni ancora oggi forti.

Del resto Santiago, Italia è un film militante, che non punta per scelta all’imparzialità. Moretti non vuole raccontare asetticamente, ma vuole portarci una storia di essere umani qualunque che da un giorno all’altro si ritrovarono a fuggire dal loro Paese senza un vero motivo. Lo stesso regista, durante l’intervista con il carceriere, dichiara di non essere imparziale in un breve dialogo fra i due. Non rinuncia certo ad far trasparire il suo punto di vista, ma del resto non ci saremmo aspettati altrimenti.

In conclusione Santiago, Italia è il film che ci si aspetta da Nanni Moretti. Un film che non ha paura di prendere una posizione forte, che racconta una storia che tocca l’animo a tratti ma che ci invita anche a riflettere sul mondo (e l’Italia) di oggi, lasciando tracce qua e là per ricordarci di non perdere l’umanità.

Fabio Menel, da “lascimmiapensa.com”

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