Quello che non so di lei

 

Mentre molto cinema di oggi è sempre più annodato, ingolfato, spersonalizzato, ci sono per fortuna ancora in giro i Roman Polanski, i grandi registi che non hanno bisogno di fare troppi sforzi, di ostentare capacità tecniche o incasinare copioni, per mostrare il loro valore.
No, ai Polanski di questo mondo – che sono pochissimi – viene facilissimo fare il cinema che ci piace, con la disinvolta semplicità di chi sa cosa sta facendo, conosce il suo valore e non ha nulla da dimostrare.
Se poi al talento di Polanski viene affiancato, in sceneggiatura, quello di Olivier Assayas, si può facilmente immaginare perché D’après une Histoire Vraie sia uno di quei film capaci di divertirti e d’intrigarti con quella leggerezza che rifiuta ostentazioni e intellettualismi.

In questo adattamento dell’omonimo romanzo di Delphine de Vigan ci sono sia le ossessioni di Polanski che quelle di Assayas, che si sposano nel raccontare una storia che gioca con ironia col thriller psicologico senza mai buttarla in vacca, ma anzi arrivando a conclusioni che – coerentemente con le premesse – riescono a dire cose interessanti su questioni legate all’identità, alla creazione artistica, alla finzione e alla tanto di moda autofinzione.
Perché, se la vicenda che unisce Emmanuelle Seigner (una scrittrice in crisi creativa e non solo) e Eva Green (una fan che s’introduce inesorabilmente nella sua vita, e in modo sempre più inquietante e manipolatorio) può richiamare alla memoria Misery non deve morire, qui è anche il piano simbolico e metaforico a esser diverso da quello del romanzo di Stephen King e del film di Rob Reinerche è derivato, e non solo le coordinate di genere.

Per quando venato d’assurdo fin dall’inizio, il gioco di ruoli tra la scrittrice e la sua fan (che a sua volta scrive, fa la ghostwriter: proprio come Ewan McGregor nell’omonimo film di Polanski di qualche anno fa, in qualche modo tanto simile a questo) è coerente e credibile. E lo è ancor di più quando i nodi vengono al pettine, e la natura di un rapporto dapprima sbilanciato e poi egualmente parassitario diviene chiara.
Una relazione, quella tra Seigner e Green, che in qualche modo ricorda quella tra Kristen Stewart e Juliette Binoche in Sils Maria, e quello tra la Stewart e la fantasmatica Kira di Personal Shopper, gli ultimi due film di Assayas.

Ma se la mano di Assayas è palpabile, è comunque sempre quella di Polanskiquella dominante, in D’après une Histoire Vraie.
Una mano e uno sguardo che sono facilmente riconoscibili nello stile fluido e liquido della regia, e nella capacità di giocare con facilità quasi sconcertante con la tensione, l’umorismo, e la dimensione più ambigua e allucinata di un film che ha la capacità e il coraggio di cancellare confini invece di segnarne di nuovi, di citarsi senza piaggeria, di avvolgersi lentamente su sé stesso e attorno a noi che guardiamo.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Delphine è l’autrice di un romanzo dedicato a sua madre che è diventato un best seller. La scrittrice riceve delle lettere anonime che l’accusano di avere messo in piazza storie della sua famiglia che avrebbero dovuto rimanere private. Turbata da questa situazione Delphine sembra non riuscire a ritrovare la volontà per tornare a scrivere. C’è però un’appassionata lettrice che entra nella sua vita. Sembra riuscire a comprenderla e a sostenerla in questo momento difficile con la sua capacità di intuizione e con il suo charme tanto da divenirle così necessaria da invitarla a condividere il suo appartamento. Sarà una buona scelta?

Ci sono Autori (quelli con ‘iniziale maiuscola) che tendono a ripetere i propri stilemi. Altri che cercano ogni volta di sperimentare nuovi percorsi. Altri ancora (e Polanski è uno di loro) che non abbandonano le tematiche preferite ma provano a variarne le modalità di messa in scena.

È lui stesso a riconoscere che in questo caso tornano temi che lo hanno appassionato fin dalle origini (Cul-de-sacRepulsion) per giungere fino a Rosemary’s Baby. Con in più l’interesse nei confronti della possibilità di utilizzare il personaggio di uno scrittore o il tramite di un libro per sviluppare una storia, come accaduto con La nona porta e L’uomo nell’ombra. Se ci aggiungiamo che il romanzo di Delhine De Vigan, a cui il film si ispira senza mai tradirlo, ha qualche debito con “Misery non deve morire” di Stephen King si potrebbe pensare di essere di fronte ad un deja vu, seppure di alta qualità. Non è così perché per la prima volta nel cinema di Polanski (questa è la variante sostanziale) il confronto è tra due donne e va subito detto che Seigner e Green sostengono il duetto/duello con grande aderenza ai personaggi.

Il film si muove costantemente sul filo del rasoio del rapporto tra finzione e realtà: chi è veramente Elle? Quanto ciò che Delphine le attribuisce è realmente accaduto? Attraverso quali percorsi si arriva al processo creativo? Chi alla fine, sempre che tutto quanto mostrato sia effettivamente accaduto, ha sfruttato e manipolato l’altra? È lo stesso Polanski a proporre questa ambiguità quando dice che, così come in Venere in pelliccia non è dato sapere quanto ci sia di reale e quanto di finzione e che proprio qui risiede il fascino della messa in scena. Che è poi la ragione per vedere un film unita al piacere che uno spettatore può provare nel ripercorrere sentieri cinematografici già battuti ma riproposti da un maestro dello stile.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Forse la versione al femminile di L’uomo nell’ombra. Due ghostwriter che diventano doppi di figure di successo. Da Ewan McGregor ad Eva Green. Passando però anche per lo scrittore di scarso successo in carrozzella (Peter Coyote) di Luna di fiele o le lettere, gli appunti di ispirazione dei romanzi di Quello che non so di lei che assumono le tracce horror del libro antico di La nona porta.

Delphine (Emmanuelle Seigner) è l’autrice di un romanzo intimo dedicato alla madre che è diventato un best-seller. Esaurita per lo stress, inizia a ricevere anche della lettere anonime che la tormentano ulteriormente. Non riesce inoltre a trovare l’ispirazione per tornare a scrivere. Un giorno conosce Elle (Eva Green), una donna intelligente e intuitiva che la capisce meglio di altri. La scrittrice ci si affida totalmente. Fino a quando Elle inizia a trasferirsi a casa sua.

Chi si nasconde dietro ogni opera? Chi è il vero autore? Il cinema di Polanski entra ancora dentro la testa dei suoi protagonisti. Con l’apparizione di Eva Green, inquietante come in Tim Burton, una creatura che sembra un fantasma di Polanski mescolata con Paul Verhoeven, che si chiama Elle, proprio come il titolo dell’ultimo film del regista olandese. L’oppressiva chiusura degli spazi (la casa di Parigi e quella in campagna), l’immobilizzazione fisica appartengono in pieno al cineasta, che con Quello che non so di lei recupera la cattiveria grottesca di Carnage con il ribaltamento dei punti di vista, e quindi delle identità di Venere in pelliccia.

eva green quello che non so di leiMa in Quello che non so di lei c’è ancora una continua illusione di una trasformazione fisica dei protagonisti. Come se possano diventare qualcun’altro, e rubare la vita dell’altro. Evidente nella scena in cui Elle si fa una pettinatura simile a quella di Delphine per partecipare a un incontro con degli studenti a una scuola di Tours al posto suo. C’è poi un ulteriore passaggio. Il film è tratto dal romanzo di Delphine de Vigan. Il nome della scrittrice corrisponde a quello della protagonista. Altro elemento quindi di totale simbiosi tra libro e film. Come se non ci fosse l’adattamento per lo schermo, ma solo una naturale continuità tra la parola scritta e l’immagine visiva. Poi entrano in gioco anche tutti gli elementi tra noir e mélo del suo cinema, dalla caduta dalle scale del condominio di Delphine all’immagine della giostra nel parco che ritorna due volte, quasi residuo di Hitchcock che ritorna da L’inquilino del terzo piano.

Dietro il tono anche leggero, dissacrante, ci sono anche le tracce mai rimosse di un tormento autobiografico.Innanzitutto le lettere anonime che riceve la protagonista possono essere state parte delle esperienze vissute dalla vita stessa dello stesso Polanski. E il vuoto dal terrazzo dell’abitazione parigina da cui si affaccia la scrittrice richiama quello di Il pianista, soprattutto la scena dell’uomo invalido gettato nel vuoto dai nazisti.

emmanuelle seigner quello che non so di leiUn film d’alta classe ma non solo, ma tormentato e pieno di detour improvvisi. Che suggerisce soluzioni poi si dirige improvvisamente da un’altra parte. Come la botola della casa di campagna dove Delphine potrebbe essere intrappolata. E invece non accade. Ma anche la presenza di Olivier Assayas come sceneggiatore segna in maniera significativa il film. Dal tema del doppio che ricorre insistentemente nelle sue ultime opere, come nello straordinario Personal Shopper, alla forme di comunicazione dove è ricorrente la presenza degli iPhone anche come contenitore di memoria (gli appunti vocali di Delphine) o della pagina bianca dello schermo del computer. Fino all’ambiguità tra realtà è visione. Delphine vede davvero il frullatore abbattuto fino alla bevanda al cioccolato che la donna non vuole bere e che viene gettato via con rabbia. Qual è l’immagine giusta che stiamo vedendo? Con in più un momento thriller indimenticabile, come quello di Delphine che fugge dalla casa con le stampelle sotto la pioggia e viene ritrovata la mattina dopo. È accaduto tutto questo? Non è successo niente e la storia faceva parte della gestazione del nuovo romanzo della scrittrice?

Tra Assayas e Polanski non c’è stato nessun conflitto. Anzi, un reciproco arricchimento. Quello che non so di lei non può fare a meno di entrambi. E rendono il film di una ricchezza e un’ambiguità di un cinema post-moderno che si poteva fare anche 50 anni fa. Che ha bisogno del suo passato. Ma che può anche ricominciare da zero.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Abbandonato il palcoscenico – i suoi due ultimi film si basavano su altrettante pièce teatrali dall’indiscusso fascino claustrofobico – Roman Polanski torna alla comodità stilistica del romanzo, senza tuttavia rinunciare a quell’enfasi da palcoscenico che contraddistingueva Venere in pelliccia (2013) e Carnage (2011). Il testo di partenza è Da una storia vera, scritto da Delphine de Vigan e pubblicato nel 2015, a cinque anni di distanza dal successo di Niente si oppone alla notte, biografia romanzata della vita e del suicidio della madre, libro più venduto in Francia di quell’anno (2011). È un film di doppi che si rincorrono e si intrecciano mantenendo un legame strettissimo ma senza arrivare mai a intrecciarsi, a strozzarsi l’uno nell’altro. Questo perché Quello che non so di lei è tanto la continuazione di un discorso di specchi che riflettono la realtà attuale che il regista polacco aveva lasciato in sospeso da L’uomo nell’ombra (2010), quanto la prosecuzione naturale di un’analoga analisi della realtà attraverso il filtro dell’era digitale cominciata da Olivier Assayas – co-sceneggiatore del film – prima in Sils Maria (2014) e successivamente in Personal Shopper(2016).

Non è un caso che una delle due protagoniste del film – la Leila di una Eva Green quasi archetipica nella sua dimensione demoniaca – ricopra la figura di ghost writer (come il personaggio senza nome di Ewan McGregor nella pellicola del 2010), e non è certo una ricaduta il fatto di trovarsi davanti per l’ennesima volta nel cinema di Polanski a un universo femminile sfaccettato e carico di profondità tanto narrative quanto sensoriali. Il gioco delle parti tra i personaggi in campo – sublimato magnificamente in metafora sessuale in Venere in pelliccia – qui ha i contorni della ghost story(ancora Personal Shopper) e del thriller psicologico, dove una figura compirà un vero e proprio stupro della mente altrui, inteso nella sua funzione più moderna possibile e con annesso anche l’esplicito rimando al cyber-bullismo. Delphine, all’indomani del clamoroso successo del suo ultimo romanzo biografico, cade vittima del famoso “blocco dello scrittore” e contemporaneamente un anonimo la condanna per aver sfruttato la tragica storia della propria famiglia per tornaconto personale. A salvarla da questa improvvisa impasse e minaccia sembra arrivare dal nulla Leila, accanitissima ammiratrice, il cui attaccamento alla sua persona assume ben presto connotati decisamente morbosi.

Se pensate che l’inganno ordito dall’inedita coppia Polanski-Assayas sia palese e sbandierato fin dalle battute iniziali di questa macabra storia di sussurri (e grida), allora siete appena caduti nella doppia ragnatela degli autori, i quali hanno sempre cercato di tessere una doppia narrazione che procedesse uguale e contraria, trasparente e mascherata insieme, sbandierata e abilmente taciuta fino al meraviglioso finale. Dal canto suo, la mano di Polanski – che a 84 anni conserva una giovinezza artistica inesauribile – si avverte in ogni sequenza, ad ogni millimetrico e studiato stacco di montaggio; nella perfetta direzione delle due attrici protagoniste – con Emmanuelle Seigner che comprime quel suo irresistibile fascino a metà tra l’angelico e il demoniaco per farlo poi esplodere nelle ultime battute; nella critica ai modelli comportamentali della società contemporanea, i quali seppur un po’ troppo espliciti non appaiono mai fallaci o forzati; nel sotto-testo metanarrativo che assimila la figura dello scrittore (e quindi del regista) a un vampiro disposto a divorare ogni respiro umano per il pubblico ludibrio; nelle sequenze oniriche che strizzano l’occhio a Dalì; negli insistiti primi piani sui volti delle due muse del film, che nel corso della narrazione compiranno più di una trasformazione (non solo fisica).

In questa danza tra penne e sguardi (la storia della de Vigan, più le visioni di Assayas e Polanski), i due registi donano un ritmo e uno stile pienamente riconoscibile a Quello che non so di lei, cui forse manca proprio un pizzico di coraggio in più che avrebbe garantito un notevole sconfinamento nel genere puro (un po’ come accadeva a Venere in pelliccia o – per andare più indietro nel tempo – a L’inquilino del terzo piano). Quello che sappiamo, invece, è che Polanski (e per estensione Assayas) sta vivendo un periodo d’ispirazione invidiabile e che dovrebbe far gola a molte giovani generazioni di cineasti.

Davide Cantire, da “sentireascoltare.com”

 

 

 

Il film gemello di L’uomo nell’ombra, che Roman Polanski aveva tratto nel 2010 dal romanzo di Thomas Harris, dove si mescolavano le vite, le fisionomie, le finzioni, gli amori e gli inganni di un premier britannico molto simile a Tony Blair e dello scrittore da lui ingaggiato per scrivere la sua biografia. Ma al femminile: una scrittrice di successo, molto amata dalle donne e che racconta storie di donne (compresa quella tragica di sua madre) e una sua ammiratrice, molto determinata e intrigante, che di mestiere fa, appunto, la ghostwriter, l’autrice nascosta delle “autobiografie” di celebrità varie.

Quindi, Quello che non so di lei diventa anche il film, se non gemello, comunque analogo a Sils Maria e a Personal Shopper di Olivier Assayas, che infatti firma la sceneggiatura insieme al regista. Due donne che si specchiano l’una nell’altra, che si affascinano vicendevolmente ma si scrutano con cautela, che si “prendono le misure” e si usano, senza troppi scrupoli (nessuna delle due). D’altra parte, uno scrittore (come un regista) non può non essere un po’ “vampiro”; e per di più Delphine (Emmanuelle Seigner, la scrittrice) è in crisi creativa e anche un po’ colpevolizzata dall’uso che ha fatto delle sue vicende familiari, mentre El, diminutivo di Elizabeth (Eva Green), è inevitabilmente frustrata dall’oscurità nella quale è costretta a lavorare.

Intorno a queste due figure, una un po’ rattrappita su se stessa,  nervosamente disponibile a lasciarsi adulare e alla ricerca di linfa vitale, l’altra misteriosa, insinuante e altera (finché ha i capelli neri Eva Green sembra una moderna riproduzione della regina Grimilde della Biancaneve disneyana o di uno dei personaggi che le ha cucito addosso Tim Burton), Polanski tesse un thriller psicologico tutto sussurri, intuizioni, suggestioni, sospetti, fughe indietro o in avanti.

Avvolgente, come la colonna sonora di Alexandre Desplat (che aveva già firmato le musiche di L’uomo nell’ombra e Venere in pelliccia), fatto di molti primi piani e di volti e corpi che, nonostante la differenza d’età, finiscono per somigliarsi, di sogni finalmente costruiti con il tocco surreale, alla Dalì, del sogno, di sotterranee notazioni ironiche che sottolineano il gioco dell’assurdo nel quale ci stiamo inoltrando, Quello che non so di lei è pazientemente costruito come una ragnatela, talmente ovvia all’inizio che non può non celare qualche ulteriore inganno.

Infatti, i ragni sono due, analoghi e diversi, in cerca entrambi di creazione, di affermazione di sé, di materia viva. «La gente se ne frega della finzione, delle invenzioni. La gente vuole la realtà», dice all’inizio della loro conoscenza El a Delphine (fotografando, tra l’altro, lo stato cannibalesco della cultura contemporanea): e la realtà si presenta imprevista nei panni dell’altra, da incarnare o da spolpare. Un gioco al tempo stesso ambiguo e molto scoperto, dove le apparenze non ingannano, purché si sia capaci di leggere sotto gli strati più superficiali (ed elementari) di un volto, un gesto, uno sguardo.

Classico cinema polanskiano, costruito con una semplicità e una pulizia ormai rare, al quale, a voler essere esigenti, manca solo una sequenza mozzafiato come quella delle pagine che si sfogliavano lungo il marciapiede che chiudeva L’uomo nell’ombra.

Voto: 3 / 5

Emanuela Martini, da “cineforum.it”

 

 

 

Solido ed elegante noir su furti di idee e di personalità, Quello che non so di lei di Roman Polanski è anche un rivoluzionario elogio della finzione, in un’epoca oberata di realtà. Fuori concorso a Cannes 2017.

Le retour à la fiction

Delphine è l’autrice di un romanzo intimo e dedicato a sua madre che è diventato un bestseller. In piena crisi creativa, la donna è tormentata da lettere anonime che la accusano di aver diffamato la sua famiglia. A darle sollievo è l’amicizia con Elle, ghost writer delle star. La giovane donna è attraente, intelligente, intuitiva e comprende Delphine meglio di chiunque altro. Lei si lascia sedurre, si fida. Quando Elle si trasferisce a vivere da Delphine, la loro amicizia prende una piega inquietante… [sinossi]

Reality tv, film tratti da storie vere, romanzi real-fiction, in quest’epoca oberata dalla realtà e dalle sue multiformi (e multipiattaforma) manifestazioni, promulgare un ritorno alla finzione ha qualcosa di rivoluzionario. A sollevare la questione è Roman Polanski un autore che non ha mai smesso certo di interrogarsi e che della “finzione” ha sempre fatto un utilizzo ottimale. Presentato fuori concorso a Cannes 2017, il suo nuovo film Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie) è un’arguta riflessione sul doppio e la scrittura, due temi certo piuttosto frequentati dal cinema, ma che nelle mani di Polanski e del suo co-sceneggiatore d’eccezione Olivier Assayas, diventano i McGuffin per inanellare una serie di prove di arguzia in grado di solleticare costantemente lo spettatore.

Tratto dall’omonimo romanzo di Delphine De Vigane, Quello che non so di lei è un noir al femminile teso ed elegante, che vede protagonista una scrittrice, incarnata da Emmanuelle Seigner, colpevole di abuso di realtà. Il suo ultimo romanzo è stato un grande successo, ma in esso la donna raccontava principalmente la storia di sua madre, morta suicida. Da qualche tempo Delphine, questo è il nome della romanziera (lo stesso dell’autrice dal libro da cui il film è tratto), riceve poi delle lettere minatorie che la accusano di aver cannibalizzato la storia vera materna e offeso il buon nome della famiglia. Non le resta che scagionarsi con un “ritorno alla finzione” magari con quel “libro segreto” che ha dichiarato alla stampa di avere in serbo.
In verità, però, Delphine ha solo degli appunti sparsi sui suoi preziosi quattro quadernetti, e una crisi della pagina bianca che non accenna a diradarsi. Unica consolazione, per lei, è l’amicizia con una collega ghost writer (Eva Green), autrice per conto terzi di autobiografie di varie celebrità. Soltanto lei sembra capire i tormenti di Delphine, in una maniera che si fa via via più contorta e inquietante. Si innesta ben presto infatti tra le due un gioco di rispecchiamenti e furto della personalità, sadismo e masochismo.

Come è evidente già dalla trama, fanno bella mostra di sé in Quello che non so di lei molti dei topoi classici di Polanski: c’è la dissociazione dell’individuo e il doppio (Repulsion, L’inquilino del terzo piano, Rosemary’s Baby), ci sono i libri e i ghost writer (La nona porta, The Ghost Writer), tornano le inquadrature deformate dagli obiettivi grandangolari e quel piacere di stordire e sorprendere lo spettatore con sequenze oniriche apertamente orrorifiche.
Interessante è poi l’utilizzo che il regista fa del telefonino, che diventa uno schermo nello schermo capace di mostrare due inquadrature in una, per un montaggio interno innovativo, che chissà, magari è mutuato dalla brillante riflessione sul mezzo (lo smartphone) già proposta da Assayas in Personal Shopper. Di certo la collaborazione tra i due registi e sceneggiatori risulta in D’après une histoire vraie assai fruttuosa e foriera di numerose sorprese, nonostante l’assunto e lo sviluppo narrativo piuttosto classico del film.

A galvanizzare lo spettatore, oltre alle sequenze horror-gotiche, ci sono poi le stoccate di ironia tipiche di Polanski, che accompagna costantemente la sua riflessione teorica su scrittura e doppelganger con trovate e smentite, genialità assortite e auto-demistificazione.
Si sente vuota, trasparente, la protagonista di Quello che non so di lei, esita a prendere il controllo, preferisce forse delegarlo al suo “doppio”, afferma di “non avere scelta”, ma, soprattutto, mal tollera la responsabilità che l’amore non proprio corrisposto dei suoi fan le pone sulle spalle. Ecco allora che in quelle soggettive deformanti del personaggio sugli adepti in fila per farsi autografare le copie del suo libro, in quelle creature quasi grottesche che dichiarano l’autrice “responsabile dell’amore che suscita”, ritroviamo Polanski stesso, in un faccia a faccia con lo spettatore che non lascia scampo, a nessuno dei due.
Polanski di certo tra gli autori contemporanei, vanta una delle biografie più lunghe e complesse, per non dire controverse e in questo suo nuovo lavoro ci tiene a metterci in guardia: non c’è nulla di più falso di un’autobiografia, a scriverla d’altronde è sempre un ghost writer (e che sia Ewan McGregor o Eva Green cambia poco). Per sapere tutto ciò che c’è da sapere su un regista, è molto meglio rivolgersi alla sua filmografia. La verità è tra le pieghe della finzione, inutile cercare altrove.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

 

 

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