Notti magiche

 

 

C’è un che di affascinante nell’idea di fare un nostalgia-movie sul cinema italiano classico, andandolo a raccontare nel periodo del declino, quanto tutti i grandi interpreti erano ormai anziani e tenevano in scacco l’industria più che fomentarla come avevano fatto in passato, quando ancora era istituzionalizzato il ruolo del “negro” (cioè il ghostwriter che scriveva quel che i grandi nomi firmavano). Paolo Virzì, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo hanno una evidente e comprensibile ammirazione per la classe di autori che tra gli anni ‘50 e ‘60 ha fondato l’idea moderna di cinema italiano e mostrano anche di non avere verso di loro quella soggezione piccolo borghese verso i mostri sacri che piega tutto sull’ammirazione smodata. Notti Magiche sa vedere il meglio e il peggio di quelle figure, specie in quel momento storico, mostra un atteggiamento affettuoso anche quando mette in luce le asperità. È forse lo spunto migliore possibile per realizzare un film come questo senza finire nell’imbuto stucchevole dell’ammirazione fine a se stessa.

Tuttavia Notti Magiche è troppo innamorato di sé e della nostalgia di un periodo in cui chi lo ha scritto aveva l’età dei protagonisti, decisamente troppo lungo e sbrodolato fino a perdere tutte le migliori caratteristiche del cinema di Virzì. Mentre infatti il cast di contorno è diretto come sempre bene (lo si vede in particolare con Andrea Roncato e il suo appositamente pessimo accento romano), i protagonisti non recitano a quello standard fantastico cui Virzì ci ha abituato, anzi indugiano sul loro essere stereotipi regionali o umani a oltranza, fino a sfiancare lo spettatore a furia di reiterazioni degli stessi meccanismi (il formale siciliano, la problematica ricca romana, il vitale toscano). Così che non appena entra qualcuno di vero, cioè la ragazza di Piombino, si respira tutta un’altra aria.

Tutto questo è niente però in confronto alla deriva che il film prende nella seconda metà, quando insiste con stucchevolezza galoppante su insegnamenti da Centro Sperimentale. C’è un fine didattico chiaro in Notti Magiche, la volontà di insegnare come vada fatto il cinema, ed è portato nella maniera peggiore: a parole.

Sorvolando sul finale surreale in cui il carabiniere di Paolo Sassanelli fa la morale agli sceneggiatori, anche l’insistita riproposizione del mantra “guardare fuori dalla finestra”, inteso come interessarsi alla piccola gente, osservare chi è intorno a noi per prendere ispirazione, è la maniera più semplice e meno convincente di promuovere l’aura regola del cinema italiano. Per fare un paragone The Dreamers (a cui un filo questo film guarda) non promuoveva le teorie dei Cahiers du Cinéma ma ricreava il clima culturale in cui esse prosperavano lasciandole emergere.

Un atteggiamento inspiegabile visto che poi Notti Magiche quell’insegnamento lo mette in pratica, arrivando molto più in là di qualsiasi nozione impartita con il dito alzato. A un certo punto uno dei protagonisti tornerà nella sua Piombino, passando dai fasti della Roma del cinema alla realtà piccola e operaia della sua città. È il momento migliore di un film che non trova mai un tono convincente e invece lì recupera il repertorio più tradizionale di Virzì, la tenerezza imbattibile verso gli ultimi, l’amore per gli esseri umani. Funziona anche quando è ruffiano oltre ogni dire, anche quando vuole commuovere con i buoni operai comunisti! Lì il film guarda davvero fuori dalla finestra, dimostrando che quella è la prospettiva giusta.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Notti magiche è un film del 2018 diretto da Paolo Virzì, presentato in anteprima alla Festa del  Cinema di Roma. Il film è scritto dallo stesso regista, insieme ai suoi fidati collaboratori Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, e ha per protagonisti Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere. Presenti inoltre diversi volti noti del nostro cinema come Giancarlo Giannini, Ornella Muti, Giulio Scarpati, Roberto Herlitzka, Paolo Bonacelli e Andrea Roncato.

Notti magiche: l’estate di Italia ’90 e del cinema italiano
Notti magiche Cinematographe.it

Roma, 3 luglio 1990. Mentre allo stadio San Paolo di Napoli si infrange il sogno di gloria della nazionale di calcio italiana, con una beffarda sconfitta ai rigori per mano dell’Argentina di Maradona, il celebre produttore cinematografico Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini) viene ritrovato morto nel Tevere, presumibilmente a seguito di un omicidio. I tre aspiranti sceneggiatori Antonino Scordia (Mauro Lamantia), Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano) ed Eugenia Malaspina (Irene Vetere), a contatto con la vittima nelle ore immediatamente precedenti al decesso, vengono convocati in commissariato per fornire la loro versione dei fatti. Comincia così un lungo flashback in cui i tre ragazzi ripercorrono il loro ultimo mese a Roma, fra incontri importanti e sogni infranti, con sullo sfondo del tramonto di una gloriosa stagione del cinema italiano.

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Dopo la parentesi americana di Ella & JohnPaolo Virzì torna ai luoghi che conosce di più, come la Roma in cui abita da decenni, alle atmosfere malinconiche e agli spunti autobiografici con Notti magiche, film destinato a polarizzare abbastanza nettamente critica e pubblico per l’irriverenza e lo spirito affettuosamente beffardo con cui si approccia al passato del nostro cinema e ai suoi mostri sacri.

Notti magiche: fra burla e malinconia

Il regista toscano ci riporta con la mente e con il cuore all’ultima Italia veramente rigogliosa che ci è dato ricordare, al centro del mondo e colma di speranza per un mondiale di calcio da giocare in casa (con la nostra nazionale favorita d’obbligo), ma in cui si intravedono già i primi segnali di indebolimento, come la crisi politica e morale della Prima Repubblica, la difficoltà nel rimpiazzare colonne portanti del nostro patrimonio artistico (nello specifico del cinema) e la crescente difficoltà da parte dei giovani a farsi strada nel mondo del lavoro. Un caso di omicidio diventa così un mero pretesto per rivivere glorie e miserie nostro cinema e per riflettere sulle cause del suo inesorabile declino, attraverso gli occhi sperduti ma colmi di passione di tre giovani virgulti della nostra industria cinematografica, inconsapevoli delle contraddizioni e delle storture del sistema.

Il colto e a tratti teneramente ridicolo Antonino, il guascone e irriverente Luciano e l’insicura borghese Eugenia compongono uno sguardo ironico e disincantato sul cinema dell’epoca, entrando lentamente, grazie anche alle efficaci performance di Mauro LamantiaGiovanni Toscano e Irene Vetere, nel cuore dello spettatore con le loro nevrosi, i loro difetti e la loro appassionata caccia per un posto al sole nel nostro cinema. Da abile burattinaio, Paolo Virzì gioca con i suoi personaggi e con il complesso tessuto sociale che li circonda, accompagnandoci in un caleidoscopio di emozioni, umorismo, raggiri, punzecchiature e omaggi al glorioso passato del nostro cinema.

Notti magiche mette in scena senza timore reverenziale delle vere e proprie glorie del cinema nostrano

Difficile tenere il conto di tutti i riferimenti impliciti ed espliciti di Notti magiche a colonne portanti della nostra industria cinematografica. Dallo spregiudicato e meschino produttore interpretato da Giancarlo Giannini, in cui non si fatica a scorgere più di un punto di contatto con la storia personale e lavorativa di Vittorio Cecchi Gori, al taciturno maestro dell’incomunicabilità che ricorda tanto Michelangelo Antonioni, passando per una Ornella Muti alle prese con una divertita caricatura di se stessa e un toccante omaggio a Federico Fellini e al suo ultimo film La voce della LunaPaolo Virzì mette in scena una vera e propria caccia al tesoro cinematografica, che nella sua sovrabbondanza a tratti rischia quasi di fare perdere di vista il cuore del racconto.

Fra qualche passo falso nella caratterizzazione dei tre protagonisti, con qualche digressione sentimentale e genitoriale di troppo, e il divertente ritratto della decadente nobiltà del nostro cinema, arroccata sulla sua aura quasi mitologica e incapace di creare terreno fertile per una, comunque difficile, successione, in Notti magiche emerge un toccante e disilluso tributo all’atto stesso di raccontare storie e realizzare film, che procede di pari passo allo sfortunato mondiale dell’Italia, con i sogni che lasciano progressivamente spazio allo scoramento e al rimpianto. Paolo Virzì dà così vita a quella che possiamo vedere come il suo personale e originale Midnight in Paris, in cui le celebrità amate da Allen lasciano spazio ai miti cinematografici del regista toscano e le poetiche riflessioni sull’arte vengono sostituite da veraci e pungenti riflessioni sul nostro passato e sulla necessità di “guardare dalla finestra” per raccontare storie in cui il pubblico possa immedesimarsi.

Notti magiche: un canzonatorio e caloroso omaggio al passato del nostro cinema

Non tutto il guazzabuglio di personaggi messo insieme da Virzì è sempre efficace (pensiamo soprattutto all’avvocatessa di Ludovica Modugno e al regista di origini emiliane impersonato da Andrea Roncato) e a mancare sorprendentemente dal quadro di Notti magiche è la stessa città di Roma, fotografata senza particolari guizzi da Vladan Radovic e mai veramente centrale nel racconto. Nonostante questi piccoli difetti, il regista toscano riesce sempre a controllare il nucleo emozionale del racconto, trasportandoci, grazie anche alle evocative musiche del fratello Carlo, in un caloroso e al tempo stesso canzonatorio omaggio a una rilevante parte di storia dello scorso secolo, prodromico di un finale amaro, come amara sa essere la vita nel portarci in direzioni inattese e lontane dai nostri più intimi desideri.

Notti magiche Cinematographe.it

Con Notti magichePaolo Virzì fa quindi nuovamente centro, prendendosi qualche rischio narrativo e contenutistico (dalle già citate punzecchiature a volti celebri e amati del nostro cinema a qualche eccesso di retorica nell’atto finale) in più del solito e accettando l’inevitabile conseguenza di essere molto meno unificatore che in altre sue opere. Il regista toscano riesce però a farsi perdonare con il suo ormai proverbiale tocco tenero e al contempo amaro anche qualche leggerezza di troppo, centrando l’obiettivo di burlarsi amichevolmente dei propri miti e dei propri punti di riferimento e di raccontare un delicato punto di passaggio fra un Italia unica e irripetibile e la meno splendente realtà in cui viviamo.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

3 Luglio 1990, la notte di Italia-Argentina viene ritrovato nel Tevere il cadavere del noto produttore cinematografico Leandro Saponaro. Da questa morte, apparentemente accidentale, comincia la storia di Ambrogi, Scordia e Malaspina, tre ragazzi venuti da lontano che arrivano nella Città Eterna durante il Mondiale Italia 90.

Gli aspiranti sceneggiatori, finalisti del Premio Solinas, si ritroveranno a condividere casa, gioie e dolori per un mese. Trenta giorni fatti di incontri, scontri e conoscenze illustri nel tentacolare mondo del cinema italiano, in cui non è tutto oro quel che luccica.

Paolo Virzì presenta alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma un film in cui la Città Eterna gioca un ruolo fondamentale. Notti magiche è una commedia che si tinge di giallo, in cui la Capitale torna negli anni Novanta: il regista toscano riporta tutti ai tempi di quel sogno Mondiale, sfumato ai rigori, e descrive una vicenda intricata che viaggia su più livelli. Anzitutto, il titolo non è semplicemente un omaggio all’omonima colonna sonora di quell’estate che ventotto anni fa ha tenuto chiunque col fiato sospeso. Le notti, in questo film, diventano magiche per davvero. Nel senso che cambiano la prospettiva di ogni cosa e, quando su Roma cala l’oscurità, cessa di esistere quella teatralità e quel garbo che contraddistingue l’industria cinematografica italiana: se di giorno sono tutti pronti e disponibili, ogni notte gli addetti ai lavori del mondo della celluloide si ritrovano nei salotti buoni, ristoranti, bar, discoteche e alimentano intrighi, sotterfugi, espedienti al limite del consentito per mandare avanti questa macchina da soldi che è il grande cinema italiano.

La Settima Arte, nell’ultimo film di Virzì, viene presa di mira facendo uscire allo scoperto tutte quelle crepe su cui si è sempre sorretta l’architettura produttiva: sceneggiatori che lavorano essendo pagati sottobanco, il fenomeno del ghostwriting, la tendenza a scegliere attori suggeriti piuttosto che professionisti meritevoli, l’abominio di ottenere ruoli o progetti tramite favori sessuali. Questo avviene oggi, ma è sempre successo.

Paolo Virzì sceglie, attraverso la purezza dei suoi interpreti, di far crollare il castello di carte in toto: l’opera è un attacco, neanche troppo velato, a certe consuetudini che sarebbe ora di debellare. 

Notti magiche lo fa capire prendendo posizione, tornando indietro di quasi trent’anni. Dunque, la morte di un personaggio illustre, squattrinato e zoticone, diventa il pretesto per fare le pulci ad un sistema malato e marcio che, però, appare splendente e – per l’appunto – magico.

Virzì sceglie, attraverso la purezza dei suoi interpreti, di far crollare il castello di carte in toto: l’opera è un attacco, neanche troppo velato, a certe consuetudini che sarebbe ora di debellare. Certamente, Notti magiche sarebbe stato impossibile da realizzare qualche anno fa, quando le ombre dell’industria cinematografica erano ancora celate. Le recenti rivelazioni della cronaca, forse, hanno spinto il regista a costruire qualcosa di sferzante che lasciasse una morale al pubblico.

Una presa di coscienza su un mondo apparentemente perfetto. Molti i cammei: da Ornella Muti ad Andrea Roncato, passando per Tea Falco. Si cita Fellini, Moretti, Scola. Si intravede Mastroianni, affranto per aver rotto da poco con la Deneuve, e vengono fatti importanti cenni storici. Notti magiche è un film che illumina, apre gli occhi e, tra il serio ed il faceto, lascia intendere che non è più tempo di rimanere in silenzio davanti alle ingiustizie.

Voto: 3,5 / 5

Andrea Desideri, da “silenzioinsala.com”

 

 

Tra le critiche più frequenti al cinema italiano, spicca per intensità quella di essere pericolosamente autoreferenziale, così chiuso e ripetitivo tra stretti orizzonti di appartamenti borghesi, provincia bucolica e livide periferie. Notti magiche di Paolo Virzì,scritto insieme a Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, sfida ogni giudizio e sceglie già conosciuti panorami, dislocandoli nella formidabile estate del 1990, quella dei mondiali e quella dove il regista e i suoi colleghi hanno iniziato, a piccoli passi, la loro felice carriera nella capitale della settima arte, Roma. I

l salto a ritroso nel tempo e i tanti ricordi che si affastellano nel complesso filo narrativo sono affidati a tre giovani sceneggiatori, finalisti del premio Solinas, scaraventati nel cuore della romanità intellettuale e mondana.

Antonino (Mauro Lamantia) è un siciliano colto e ingenuo che si aggiudica il premio e la vincita di 25 milioni di lire grazie alla storia sull’artista Antonello da Messina; Luciano (Giovanni Toscano) nato a Piombino da una famiglia operaia, è vitalissimo e dagli ormoni a mille all’ora mentre la malinconica Eugenia (Irene Vetere) piena di fobie e grande consumatrice di ansiolitici, scrive per passione e in perenne conflitto con l’anafettivo padre (Giulio Scarpati), un politico influente.

Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere sono 3 sceneggiatori nel nuovo film di Paolo Virzì HDStudioLucheriniPignatelli

I tre amici si trovano loro malgrado coinvolti nel presunto omicidio del produttore Saponaro (Giancarlo Giannini) il cui cadavere viene gettato nel Tevere nel momento esatto in cui l’Italia fallisce ai rigori contro l’Argentina di Maradona. Sono tanti gli incontri che aspettano il trio di belle speranze: scrittori, registi, politici, storici sceneggiatori, macchiette e notabili della cultura italiana si danno il cambio nelle chiassose cene in trattoria o nelle feste cafone in nobili palazzi, pronti a regalare consigli di rara saggezza e, allo stesso tempo, capaci di gesti meschini e piccinerie indegne del loro ruolo.

Un universo pieno di luce e contraddizioni, che contiene il rimpianto degli antichi fasti di un cinema già scomparso che si fa fatica a lasciare andare verso il lento, invisibile disfacimento in cui l’età avanzata degli egocentrici padri riversa sulle nuove leve invidia ed empatia, senso di protezione e di possesso, tenerezza e rimpianto.

In Notti magiche Giannini è un produttore mentre Herlitzka è uno sceneggiatore HDStudioLucheriniPignatelli

Notti magiche ribolle ed esonda aneddoti gustosi, frutto di ricordi e sentimenti degli stessi autori del film, strizza l’occhio agli spettatori invitati a indovinare chi si cela dietro a personaggi eccellenti, chiamati per nome – Furio, Mario, Federico, Suso – affollando il grande schermo di citazioni e interpreti magnifici come Roberto Herlitzka e Giancarlo Giannini. I due attori, che impersonano rispettivamente uno sceneggiatore eccellente e scorbutico e un produttore affabulatore e cialtrone, pieno di debiti e con amante bionda in sottoveste (Marina Rocco), sono mirabili maschere di soggetti esistiti ed esistenti, prestigiatori di parole che creano capolavori da Oscar che non guadagnano una lira e filmacci di serie Z che incassano come non mai.

Paolo Virzì, alla presentazione del film che ha chiuso il Festival del cinema di Roma, ha parlato di un omaggio a una luminosa stagione del cinema italiano, quella dei grandi maestri che lui stesso ha avuto modo di conoscere mostrandone, senza intenti agiografici, il rapporto contorto con le nuove leve, tra sfoggio i umanità e italico cinismo. Se riusciamo a cogliere nel promettente inizio le articolate intenzioni nei fulminanti dialoghi comici corali della compatta schiera di figure grottesche, così come le tensioni generazionali, in verità mai aspre e veementi, ad un certo punto il film cambia registro e si disperde in rivoli multiformi, microstorie non coese in cui fanno capolino accenni alla filmografia del regista.

Il breve ritorno di Luciano nella sua città, Piombino, disorienta lo spettatore ma fa intravedere, in controluce, un legame con quel Piero Mansani protagonista di Ovosodo, il liceale livornese appassionato di letteratura che finisce, disilluso e rassegnato, a lavorare in fabbrica e a raccontare ai colleghi le trame di libri che non leggeranno mai. Il trait d’union non pare azzardato per alcuni particolari biografici, la presenza di attori che hanno lavorato nel film del 1997 e per la malinconica leggerezza che accoglie la stessa presa di coscienza di un sogno intellettualmente alla loro portata quanto irraggiungibile, vuoi per condizione sociale, vuoi per il rifiuto di sottostare a regole del gioco meschine e sottilmente degradanti.

Notti magiche: Giannini è un produttore senza scrupoli mentre Rocco è la sua amante nonché valletta senza talento HDStudioLucheriniPignatelli

Questo dislivello è tristemente comune anche oggi, dove la porta verso la ribalta è sempre più stretta per mancanza di soldi, di idee e di maestri. Notti magiche è apprezzabile per il sapiente gioco dei contrasti tra farsa e commedia, per i momenti di grande divertimento – forse poco comprensibili per chi non mastica la storia del cinema – e per la scelta di un poderoso cast che funziona in modo perfetto, anche i 3 giovani talenti che non sfigurano accanto a veri giganti della recitazione.

Allo stesso tempo, la pellicola spiazza chi si aspetta una ricostruzione filologica di eventi ed espressioni degli anni ’90 e chi non condivide la fotografia entusiasta di un periodo storico in cui il cinema italiano proclamava di godere ottima salute ma tra i migliori 20 incassi dell’anno c’erano sempre e solo film americani.

Silvia Levandi, da “foxlife.it”

 

 

E’ in una sorta di girone dantesco, quello dei cinematografari della fine del secolo scorso, che vengono catapultati i tre giovani protagonisti del nuovo film di Paolo VirzìNotti magiche [+], presentato come Evento speciale di chiusura della 13ma Festa del Cinema di Roma. Un film in cui il regista livornese rievoca con umorismo e spregiudicatezza l’ultima stagione gloriosa del cinema italiano (quella degli ormai anziani Monicelli, Risi, Scola, Scarpelli…) che lui stesso conobbe trent’anni fa quando, alle prime armi, si trasferì a Roma per inseguire il sogno del cinema. Ma Virzì, con i suoi co-sceneggiatori Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, ci mette anche una punta di giallo: non si limita infatti al ritratto di un’epoca perduta e innesta nella trama un enigma da risolvere, quello che circonda la misteriosa morte di un noto produttore cinematografico, la notte di una bruciante sconfitta calcistica.

Siamo nel 1990, è l’estate dei Mondiali di calcio in Italia (“Notti magiche” è il titolo del celebre inno di quell’edizione) e a Roma, in riva al Tevere, sono tutti concentrati a guardare la semifinale. Nel momento in cui l’italiano Aldo Serena sbaglia il rigore, consegnando la vittoria agli argentini, una Maserati nera precipita nel fiume: nessuno ovviamente se ne accorge, essendo tutti in preda alla disperazione per la finale sfumata. Un incipit esplosivo e paradossale, come sarà buona parte del film che andremo a vedere. Sull’auto viaggiava il produttore Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini). Tre insospettabili ventenni vengono convocati in commissariato per vuotare il sacco: sono tre aspiranti sceneggiatori e sono gli ultimi ad aver visto il produttore vivo, quella sera.

Parte un lungo flashback: il siciliano cinefilo ed erudito Antonino (Mauro Lamantia), l’esuberante toscano di origini operaie Luciano (Giovanni Toscano) e la fragile e insicura alto-borghese romana Eugenia (Irene Vetere) si sono conosciuti qualche tempo prima al prestigioso Premio Solinas, dove erano i tre finalisti. Da allora, non si sono più lasciati, alla ricerca tutti e tre di un posto al sole nel mondo del cinema. E’ un universo vitale, travolgente quello in cui penetrano i giovani protagonisti, popolato da grandi maestri e tanti cialtroni, in una Roma bellissima e caotica, dove si salta da un set all’altro (Federico Fellini sta ultimando le riprese di La voce della Luna), dove squadre di giovani scrittori battono incessantemente sulle loro macchine da scrivere per sfornare sceneggiature che qualcun altro firmerà, una Roma del cinema fatta di chiassose cene in osteria e feste lascive con politici e soubrette, e poi ancora, dive che non indossano la biancheria intima, venerati attori francesi che approfittano sessualmente di chiunque capiti loro sotto mano e produttori truffaldini.

L’idea di questo film venne a Virzì durante il funerale di Ettore Scola, due anni fa. “Mi resi conto che era andato via l’ultimo dei grandi”, ha raccontato il regista presentando il film in anteprima mondiale alla Festa, “allora mi venne in mente che volevo dire grazie a questi mitici personaggi e farlo anche in modo irriverente, sfottendoli un po’, come loro stessi mi avevano insegnato”. I momenti divertenti non mancano (come quando il produttore arruffone Saponaro discute con l’appassionato Antonino di un biopic su Antonello da Messina), peccato si sia scelto di dare un carattere un po’ troppo caricaturale ai tre personaggi principali che per contrasto, visti gli eccessi in cui sono immersi, forse avrebbero funzionato meglio in sottrazione. Ci si chiede anche, visti tutti i riferimenti diretti o indiretti a figure realmente esistite, se il divertimento sia uguale per chi non c’era o non è in grado di collegare nomi e persone. Un racconto dissacrante, malinconico, che resta un po’ in superficie a favore del ritrattino e dell’aneddoto, ma sicuramente autentico e godibile.

Vittoria Scarpa, da “cineuropa.org”

 

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