My Generation

 

La gioventù non è un momento della vita, è una condizione mentale.
Michael Caine dai dialoghi del film

My Generation ci consente di riannodare un discorso, sulla trama infinita della piccola storia di uno di quei mutamenti sociali che ha rivitalizzato le strutture sociali delle nostre comunità. Dalla musica alla moda, dalle convenzioni sociali all’amore contro la guerra, la swinging London degli anni sessanta sembra davvero brillare nel ritmato film di Batty cui fa da mentore il cockney Michael Caine. Stagione indimenticabile per chi l’ha vissuta e ineludibile per chi voglia raccontare la cultura sociale del secondo novecento così come si è sviluppata in Europa. I Beatles, i Rolling Stones, Mary Quant e la minigonna e Twiggy, Biba e Carnaby street e le droghe che davano l’illusione di vivere più intensamente quella acquisita libertà. Ma anche il cinema il cui mutamento era stato annunciato dalla breve e ricca stagione del free cinema che aveva portato sullo schermo le storie dei ceti popolari e dei quartieri della Londra sconosciuta. Il regista David Batty fa un’operazione diversa da quella di Temple in London: the Modern Babylon o di Davies nel suo film documentario su Liverpool Time and the City. Qui è Michael Caine ci fa da guida in questa ricostruzione dei tempi, più che di mutamenti urbanistici della città, raccontando le sue storie e la sua visione delle cose, mettendo anche a nudo la propria anima in un’operazione che ha il sapore forte di una felice rievocazione nonostante la sua colorata essenza e il suo ritmo inarrestabile.

my generation michael caineMy Generation il cui titolo restringe, necessariamente, come per ogni manifestazione sociale, il tempo della sua vitalità più frenetica, ha il pregio di ricomporre, utilizzando lo stesso linguaggio di quei mutamenti sociali che hanno segnato gli anni ‘60 del secolo scorso, il variegato mosaico di quella indispensabile coralità culturale. Il film sembra quasi farsi da solo attraverso le musiche e le immagini sgranate tratte dai reportage televisivi e dai tanti film dell’epoca. Batty, con la complicità e l’eleganza di Caine, mette in scena il vento forte dei mutamenti, raccontando quel clima attraverso lo sguardo pieno sulla gioventù, non solo su quella gioventù, facendoci intuire quanto questo possa costituire una condizione mentale piuttosto che un tempo della vita. Tutto questo è stata quella stagione, che oggi sembra irripetibile, che ha travolto e cambiato e in modo irreversibile la percezione delle cose diventando una indelebile macchia umana sui tempi a venire.
La swinging London, la cultura beat non sono stati soltanto un fenomeno collettivo, ma hanno determinato e – piaccia o meno – continuano a determinare, attraverso i loro effetti a lento rilascio, i nostri tempi. Oggi abbiamo metabolizzato quelle conquiste, così come abbiamo fatto nostre le sonorità della musica che ha accompagnato la gioventù di chi oggi conta qualche anno in più, così come non facciamo più caso al cinema che ci racconta la vita e la storia dentro un quartiere periferico delle nostre città. Ma i mutamenti vengono sempre da un passato che pensiamo spesso più pacificato e che, invece, portava con se, come sempre, i sintomi non indolori di un mutamento di pelle. My generation racconta questo, quell’epoca e quella vivacità che si è diffusa poi in tutta Europa. E quindi non è molto rumore per nulla – come banalizzando – si è sentito da qualcuno più giovane all’uscita della proiezione e preferiamo ricordare, invece, la giovanile signora che mostrando con orgoglio la sua borsa con su stampato “LOVE” sottolineava il suo “c’ero anch’io”.

Tonino De Pace, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Da un’idea di Michael Caine, un’immersione in tre capitoli nello spirito rivoluzionario e libertario della swinging London degli anni Sessanta. Momento unico e seminale non solo in campo musicale, con la british invasion dei gruppi inglesi alla conquista dell’America, ma soprattutto per l’apertura a istanze democratiche, pacifiste, egualitarie (e sì, anche alle porte della percezione, qui rivista criticamente in chiusura). Per l’iconico protagonista di Alfie, che si presenta subito come la guida di questo viaggio, il dato più importante è stato l’improvviso, clamoroso accesso che la classe operaia ha improvvisamente avuto ad ambiti fino ad allora ad essa preclusi: oltre al cinema e alla musica, la moda, il design, l’arte, la grafica.

Figlio di una donna delle pulizie e di un venditore di pesce, Caine nasce nel 1933 come Micklewhite ma cambia nome, ispirandosi al suo idolo Humphrey Bogart in The Caine Mutiny (L’ammutinamento del Caine, 1954).

Con la complicità del produttore e documentarista David Batty, My Generation è la sua occasione per rivendicare con orgoglio la fortunosa affermazione di cockney, cioè proletario londinese: la sua scrittura come ufficiale britannico in Zulu era impensabile nell’Inghilterra classista, che dichiarava illegali le radio pirata (come quella di I Love Radio Rock di Richard Curtis), ancora impregnata di moralismo e mentalità colonialista. In parallelo, l’ascesa di altri working class heroes, non solo i Beatles e i Rolling Stones, attraverso le voci di McCartneyLennonJagger e RichardsRoger DaltreyMarianne Faithfull, ma anche del fotografo David Bailey, al cui archivio il film ricorre abbondantemente, come epitome di stile ma anche per i suoi scatti simbolo della liberazione sessuale, negli anni di trionfo della pop culture.

A riproporre tale composito zeitgeist concorrono in ugual misura le dichiarazioni dei protagonisti dell’epoca sulle meravigliose, numerosissime immagini d’archivio della città e di quel boom, interventi in voce registrati oggi, e le hit del decennio. Una tracklist scelta con precisione chirurgica (ed era prevedibile, dato che il produttore Simon Fuller viene dalla discografia e si occupa oggi di talent musicali): oltre agli ovvi BeatlesStones e Kinks, My Generation dei The Who, che dà il titolo al film (l’urlo che sancisce uno strappo storico decisivo), la tensione alla fuga di We Gotta Get Out of This Place dei The Animals e di I Feel Free dei Cream, la chiamata all’azione e l’insofferenza delle più classiche Something In the Air dei Thunderclap Newman e Satisfaction degli Stones, la seduttiva Sunshine Superman di Donovan.

Voto: 3,5 / 5

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

I ruggenti Anni Sessanta vivono ancora, sul grande schermo e nei cuori dei suoi protagonisti. La rivoluzione culturale di My Generation parte dagli occhi di un Michael Caine commosso, nostalgico, che abbraccia la sua gioventù perduta per condividere il furore di quel decennio. La società classista ed elitaria ha dovuto, suo malgrado, accettare il grido di ribellione di tutti coloro che volevano rompere ogni canone, andare oltre le barriere, per sentirsi finalmente liberi. Tornare a respirare dopo decenni di clausura.

Caine ricorda Londra, i suoi colori e le avventure di un passato che ha cambiato il mondo. A otto anni voleva recitare, ma le luci della ribalta erano lontane dalla mente. Il suo vero nome era Maurice Joseph Miklewhite Jr. Troppo lungo, impronunciabile. Fu Humphrey Bogart a ispirarlo. Un giorno vide la locandina de L’ammutinamento del Caine che svettava su Leicester Square, e non ci pensò due volte ad aggiungere un Caine dopo il Michael. Era il 1954, e in poco più di due lustri si sarebbe scatenato il finimondo.

My Generation è un documentario dinamico, travolgente: ottantacinque minuti di psichedelia e fermenti. Si divide in tre atti, che descrivono la voglia di esplodere, le prime vittorie e il cambio di percezione di un’Inghilterra che vuole rovesciare ogni certezza. Non è vero che i figli degli operai non possono studiare. Le ragazze possono avere i capelli corti e i maschi delle fluenti chiome. Le gonne si accorciano, l’amore fisico vince sulla repressione e la musica sconvolge le vecchie generazioni.

“Bisognava fare rumore, alzare il volume della radio”, ci racconta il Caine di oggi. Intanto i Beatles cantano in sottofondo, per poi passare agli Who, ai Rolling Stones e a quelle “porte della percezione” di un verso di Blake che avrebbe ispirato Jim Morrison con i Doors. Il regista David Batty spinge sull’acceleratore e i filmati d’epoca scorrono veloci, le interviste si accavallano e la filmografia di Caine passa dall’accento posh di Zulu al fascino di Ipcress, fino al romantico Alfie. Il bianco e nero si colora, il montaggio diventa iperveloce, le luci abbagliano. Non c’è tempo: è la fretta di una generazione che deve scoppiare.

Il passato si mischia al presente. Caine guida una sportiva nella Piccadilly Circus di più di cinquant’anni fa e poi ci troviamo nel 2017, con l’attore ancora al volante. My Generation è un viaggio forsennato, non solo nello scorrere del calendario, ma anche nelle anime di chi scendeva in strada per far volare una colomba contro la guerra, per salvare il Vietnam mentre Strawberry Fields Forever dei Beatles risuona in lontananza.

Twiggy, David Bailey, Mary Quant, i Rolling Stones, David Hockney e altre celebrità intrattengono interviste impossibili con il Caine – narratore, che risponde anche se loro non possono sentirlo. È la loro generazione, la nostra generazione, quella di chi è nato a fine Anni Novanta e di chi è ormai un Millenials. È la generazione dei telefonini, dei social, perché senza i mitici Anni Sessanta forse tutto questo non esisterebbe. Ma lo sguardo è all’orizzonte, non al passato, perché loro sono ancora qui, che cavalcano al nostro fianco verso l’alba.

Voto: 3,5 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

 

My Generation non è un film cosi scontato come si potrebbe pensare leggendone qualche sintetica sinossi. C’è tutto quello che ti aspetti in un film di montaggio su quell’età indimenticata e indimenticabile che fu la swinging London: anni esplosivi che segnarono per sempre la storia del costume, della musica, del cinema ma anche, più in generale, il corso della Storia.

David Batty è un documentarista per lo più televisivo e da qui forse arriva il taglio divulgativo del film; ma non è un difetto. La capacità di affabulazione è affidata al volto sornione di Michael Caine (anche produttore), al suo accento irresistibile, al suo charme che resiste al tempo e che si insinua, inquadrato come è all’interno di un camerino come stesse sul punto di entrare in scena, tra straordinari spezzoni di film, frammenti di casting, materiali di archivio più o meno noti. E poi ci sono le interviste che si srotolano come un tappeto sulle o sotto le immagini. Caine dialoga infatti con i maggiori protagonisti di quel periodo (quelli vivi) restando però sempre fuori dall’inquadratura; raccontano aneddotistorie, fanno osservazionibattute, si scambiano ricordi, ridono come vecchi amici davanti a una tazza di the o con un bicchiere di wiskey in mano mentre lo spettatore si gode un viaggio nel tempo e nell’energia di quell’epoca. Non si vedono mai oggi, Marianne FaithfullPaul McCartneyMary QuantTwiggy, i Rolling Stonesma si sentono parlare e le testimonianze si fanno graffiate e vissute come lo sono diventati i timbri delle loro voci mentre i loro corpi si muovo giovani e “sovversivi” sullo schermo.

C’è il cinema, ovviamente: la carriera di Caine e attraverso di lui anche la storia dell’Inghilterra di quegli anni, l’inurbamento dei provinciali, il sollevarsi della working class, il classismo della società britannica, le piccole grandi rivoluzioni della società attraverso il teatro e il cinema.

C’è la moda e attraverso i racconti dei designer, delle modelle e dei fotografi il cambiamento epocale, l’emancipazione, la sensualità, le droghe ma anche la politica e il sovvertimento di una società conservatrice come poche.

E poi, naturalmente, c’è la musica (oltre a Caine tra i produttori Simon Fuller leggendario produttore discografico e televisivo inglese) che si iscrive sulle immagini, che le scrive in prima persona, e che le persone, quelle che l’hanno fatta, ascoltata, ballata raccontano allora e oggi. Molti i pezzi di footage conosciuti, come i celebri arrivi dei Beatles in America, ma anche meno prevedibili, come le immagini dei quattro di Leverpool in condizione estatica – e confusa – mentre si aggirano all’aeroporto di ritorno dall’India.
Un film denso e intelligente, un continuum di colori, emozioni e vitalità che diventa puro godimento e dal quale si esce nostalgici e galvanizzati, divertiti e anche un po’ commossi.

Chiara Borroni, da “cineforum.it”

 

 

Forse non l’hanno ancora brevettata, ma di certo gli inglesi la macchina del tempo l’hanno davvero inventata. Del resto era un suddito di Sua Maestà Britannica H. G. Wells, così come lo sono i creatori di Dottor Who col loro Tardis e i registi dei film in costume più accurati mai fatti, soprattutto quando si parla del loro passato. Ne è ulteriore conferma un documentario brillante come My Generation, che ci riporta indietro nel tempo, nell’epoca incredibilmente vitale e creativa della Swinging London, con un pizzico di sorridente nostalgia ma soprattutto con tanta contagiosa vitalità. Costruito con un’impressionante mole di preziosi reperti d’archivio, è un inno al potere rivoluzionario della gioventù e sarebbe un film da mostrare nelle scuole per dare una speranza ai nostri apatici ragazzi, smarriti in un mondo senza più valori e modelli, e far loro capire che bisogna sempre sognare in grande, come fecero i loro coetanei che a metà anni Sessanta dettero il via a una rivoluzione culturale ancora ineguagliata in Europa.

Certo, alla fine le droghe, anche quelle psichedeliche, quelle che aprivano le famose “porte della percezione” secondo Aldous Huxley, usate per stimolare la creatività da artisti e musicisti, finirono col mietere moltissime vittime anche tra chi queste capacità non le aveva e questa coloratissima rivoluzione – che si opponeva a un establishment grigio, imbalsamato, autoritario e triste come in un romanzo di Orwell, arroccato in una obsoleta mentalità imperialista –  finì per spegnersi e venne riassorbita, mutando in altre forme non più pacifiche. Ma finché durò, oh boy, se fu grandiosa!

Sir Michael Caine, al secolo Maurice Joseph Micklewhite, uno dei più grandi attori della storia del cinema britannico, ci fa da guida in questo emozionante viaggio partendo dalla propria storia, fascinoso Virgilio dalla pronuncia perfetta ma dalle origini – mai rinnegate – working class e cockney. E ci dice, attraverso la sua esperienza e quella dei suoi coetanei e di quelli più giovani di lui, che è nato nel 1933 e aveva “già” 20 anni, che la ribellione dei giovani inglesi negli anni Sessanta fu innanzitutto una rivolta di classe.

Rivediamo Caine giovane e bellissimo agli inizi della sua carriera, mentre firma autografi per le fan, con la madre,  nella vita quotidiana e in film mitici come Alfie, ed è significativo il punto in cui ci racconta che sarebbe stato impossibile per un giovane attore di umili origini come lui interpretare un ufficiale britannico al cinema: se poté farlo fu un puro caso, ed è solo perché il regista che gli affidò quel ruolo in Zulu nel 1963 era americano (Cy Endfield). E cambiò tutto: il modo di girare, di vestire, di parlare, di cantare, di suonare, di fare arte e di fare l’amore. Le modelle divennero star, così come i fotografi, per non parlare dell’esplosione di gruppi come i Beatles, i Rolling Stones, i Who (autori della canzone/ inno del tiolo), gli Animals, i Pink Floyd, i Kinks, i Cream di Eric ClaptonJimi Hendrixnel suo periodo londinese, Donovan e gli innumerevoli altri che nacquero subito dopo.

Si resta a bocca aperta nel vedere Vidal Sassoon creare tagli di capelli entrati nella leggenda, o sentire Mary Quant che spiega la filosofia delle sue scandalose minigonne. Si respira un’aria di libertà e gioia alla quale non siamo più abituati. Nel film, saggiamente, si sceglie di mostrare i protagonisti da giovani e di intervistarli oggi senza farli vedere: le voci di Roger DaltreyDavid BaileyTwiggyPaul McCartneyMarianne Faithfull e molti altri protagonisti di quella grande stagione la raccontano come l’hanno vissuta, mentre la vediamo sullo schermo, così come personaggi purtroppo scomparsi, in un insieme fluido e dinamico che resta concentrato sul tema e sul messaggio che vuole trasmettere.

Un messaggio che, anche grazie a una colonna sonora insuperabile, arriva direttamente al cuore non solo di chi quegli anni li ha vissuti ma anche di chi avrebbe voluto viverli e spera che tra i lugubri ricorsi storici di questi ultimi tempi si affacci all’orizzonte una New Generation, capace di creare una gioiosa esplosione di libertà e colore che spazzi via per sempre il grigiore di quei maledetti Biechi Blu.

Voto: 3,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Gli anni ’60, i Beatles, i Rolling Stone, le minigonne, la pop art, i club, le feste.
Tutto questo e molto altro è la Londra del Dopoguerra. La città con gli occhi del mondo puntati addosso perché è qui che stavano nascendo le tendenze che si ritagliavano sempre più spazio sulle copertine dei giornali. Questa è la mitica Swinging London e questo è il racconto che ce ne fa Michael Cane, anzi, Sir Micheal Cane, ovvero l’attore britannico di maggior successo dell’ultimo mezzo secolo.

Il “Sir” in tal caso è d’obbligo, non solo per correttezza di riferimento ma, soprattutto, perché quello che ci viene presentato non è un nostalgico viaggio nel tempo bensì una testimonianza di quanto quegli anni sorprendenti ed irripetibili siano stati il risultato della voglia di vita e di libertà dei giovani della classe operaia – coloro che avrebbero dovuto portare avanti il lavoro dei propri genitori tenendo ben presenti i propri limiti, a livello di ambizione sociale.

Sir Michael Caine in My Generation, Raymi Hero Productions 2017, foto di Jeff Spicer

Come si può non pensare, infatti, alla rigida divisione in classi di cui il Regno Unito è stato, per decenni, il maggior rappresentante?
Ecco, grazie proprio al racconto dell’attore, il cui vero nome è Maurice Joseph Micklewhite Jr, fiero prodotto della classe cockney, questo documentario pone l’attenzione proprio sullo sconvolgimento sociale che investe la capitale inglese grazie all’energia dei ventenni e trentenni dell’epoca. Ragazzi che non si sono adeguati ad un modo di vivere che era segnato e che hanno prodotto una delle rivoluzioni collettive, il cui mito arriva ancora forte ai giorni nostri.

Il regista David Batty per questo film, che ha richiesto sei anni di ricerche e riprese, ha messo mano ad un archivio vastissimo di immagini datate e inedite della città, puntando l’attenzione su tutto quanto potesse far trasparire il fermento culturale che arrivava dalla strada, dai club, dai negozi e dagli studi di registrazione. La scelta autoriale di utilizzare la pellicola dell’epoca, con tutte le sue sgranature, i suoi salti, i bagliori dovuti alle sovrapposizioni, insieme alla musica ascoltata dai vinili, dà un senso di coinvolgimento ed autenticità che fa di My Generation una vera macchina del tempo in grado di catapultarci nel centro del ciclone creativo, in cui i giovani artisti si sono ritrovati a vivere.

David Batty (regista) e Sir Michael Caine in My Generarion, Raymi Hero Productions 2017, foto di Jeff Spicer
David Batty (regista) e Sir Michael Caine in My Generation

Le redini del racconto sono tenute dall’attore che, non solo si presta ad accompagnarci in una Londra contemporanea alla scoperta dei luoghi culto, come il leggendario club Ad Lib di Leicester Square, ma con la sua voce narrante è protagonista anche delle numerose interviste ai personaggi chiave dell’epoca, che ci offrono un punto di vista diretto e magico e ci fan capire quanto quei tempi siano stati unici ed irripetibili.

Ci ritroveremo quindi a dialogare con artisti del calibro di Paul McCartney, i Rolling Stones ed il fotografo David Bailey, attorno a cui si creò un via vai di modelle e di vita al limite che fu anche di ispirazione per Blow Up di Michelangelo Antonioni (girato anch’esso a Londra nella metà degli anni ’60), Marianne Faithful, la modella icona del tempo TwiggyMary Quant (l’inventrice della minigonna), Joan Collins… insomma, tutti i rappresentanti di un decennio che è stato tanto veloce quanto potente.

Michael Caine, Punch, Getty Images 1966

Oltre alle persone, però, il documentario si concentra anche sulla strada, sui luoghi diventati simbolo del bel vivere come antidoto e contrapposizione ai grigi “vecchi tempi” degli anni post Seconda Guerra Mondiale a cui facevano orgogliosamente riferimento i rigidi genitori di questa gioventù ribelle e libertina. Luoghi che hanno portato il colore sui muri, la pop art negli angoli di vie anonime, i negozi di abbigliamento che diventavano mete turistiche al pari di Buckingham Palace e Carnaby street. E ancora la cultura mod, i club fumosi dove si suonava e si ballava sino alle ore piccole, fino alle case private dove si consumavano le droghe che, per la prima volta, si prendevano spudoratamente il loro spazio nella vita dei sudditi di Sua Maestà.

Il susseguirsi delle immagine di una Piccadilly Circus attuale magistralmente alternate a quelle storiche, non solo ci regalano uno scorcio unico su una generazione che ha lasciato il segno, ma ci fa anche realizzare  quanto sarebbe impossibile ricreare lo stesso mix di energia e spudoratezza in un’epoca come la nostra, dove tutto corre veloce sul filo di internet e dei social network, dove chiunque si sente artista e dove ciò che viene creato, nella maggior parte dei casi, è destinato a durare non più di un battito d’ali.

Sir Michael Caine in My Generation, Raymi Hero Productions 2017

Quello che rimane di My Generation, oltre all’immenso lavoro di raccolta di immagini inedite e di musica iconica, è proprio la sensazione di respirare un’atmosfera che non tornerà più, di una gioia di vivere mischiata alla consapevolezza di stare lottando per qualcosa di più grande di quanto non si potesse pensare e di cui, forse, neanche ci si rendeva pienamente conto.

L’insieme di tutti questi elementi, attentamente dosati e riportati in vita con una passione quasi maniacale, rendono il film un lavoro emozionante e sincero che non mancherà di farci sospirare e pensare, almeno ogni 10 minuti, che sì, non ci dispiacerebbe per niente poter vivere proprio lì, nella leggendaria Londra degli anni ’60.

Anna Falciasecca, da “masedomani.com”

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