L’isola dei cani

 

Volendo un po’ semplificare le cose, il cinema di Wes Anderson si è sempre mosso lungo due coordinate precise che ne hanno reso lo stile immediatamente riconoscibile: l’asse orizzontale e quello verticale. All’interno di questa precisa geometria formale, si muovevano personaggi che, a maggior ragione, risaltavano in quanto sghembi, obliqui, idiosincratici (lo cantavano anche I Cani nella canzone che per titolo ha appunto il nome del regista americano: e chissà se lo sa, Anderson, che ha diretto ora L’isola dei cani).
Ovvio, poi, che l’animazione in stop motion, già utilizzata in Fantastic Mr. Fox, è una tecnica che sembra fatta apposta per far risaltare ancora di più queste caratteristiche, ma non eravamo forse preparati a vedere, in questo suo nuovo film del regista, un lavoro sulla forma che non ha precedenti nel resto della sua filmografia.
Perché, se L’isola dei cani continua a giocare col verticale e l’orizzontale, a questi assi aggiunge in maniera inedita una stratificazione multipla che dona al film una terza dimensione (che poi spesso è anche la dimensione del tempo, con salti in avanti e all’indietro), facendolo assomigliare a una specie di cubo di Rubick cinematografico, dove ogni scatto e ogni rotazione formano sulla faccia dello schermo una combinazione inedita e sorprendente.
Se a questo aggiungiamo anche che ai suoi consueti ed eterogenei riferimenti, il regista ha sommato quelli che vengono dall’arte, dai cartoni e dal cinema giapponese, e che tra i livelli vanno anche contati quelli linguistici, con i cani che parlano in inglese e gli umani tutti, o quasi, in giapponese, e che Anderson ha trovato sempre nella forma del racconto la chiave per tradurre anche loro nella sua lingua madre, si può avere un’idea di quanto sia sorprendente e innovativo questo suo nuovo film.

E poi, però, c’è anche il resto. C’è una storia che segue la struttura lineare della fiaba, ma che si fa stratificata e tridimensionale anche lei, e quindi a suo modo labirintica e sorprendente. Che solo in apparenza sembra voler vagamente normalizzare, addestrare i personaggi andersoniani, che magari sono più squadrati del solito, ma che ricevono il calore di una grandissima umanità – e questa parola, in una storia dominata dai cani, non è qui messa casualmente – grazie all’impercettibile attrito causato dalla costante rotazione di questo film-cubo.
Ci sono i cani quindi, più umani degli umani, e ci sono gli umani che sono buoni o cattivi (positivi o negativi, giapponesi o americani, verticali e orizzontali), e ci sono i loro cambiamenti, sempre dettati dall’acquisizione di nuove consapevolezze di nuove informazioni. C’è il peso della storia, e ci sono le spinte al cambiamento, e la testarda determinazione di chi vuole portarlo avanti, questo cambiamento.
Anche se è solo un ragazzino di 12 anni che si chiama Atari Kobayashi e che cerca di ritrovare il suo cane su un isola fatta di rifiuti e ruderi industriali, dove è stato esiliato come tutti i suoi simili dal malvagio zio di Atari, sindaco di Megasaki, che ha ordito un complotto per liberare la città dalla razza animale che, da secoli, la sua famiglia vede come il più acerrimo nemico.
Inutile stare a leggere troppe metafore o troppi significati simbolici, in questo nuovo film di Wes Anderson, uno che non ha mai avuto un’agenda politica o sociale e che preferisce invece parlare di questioni più intime e immediate. Un Anderson che qui esce dal nucleo familiare in senso stretto, che per la prima volta non parla di padri e di figli (reali o putativi che siano), ma che parla di amore e tolleranza in senso allargato, ponendo – letteralmente – una domanda chiave per i tempi che stiamo vivendo: chi siamo? E cosa vogliamo essere?
Allora forse il discorso di uomini e cani è anche un discorso di uomo e Natura, chi lo sa: fatto sta che la questione al centro del film riguarda tutta il cuore, gli affetti, e l’etica. L’etica perversa di chi agisce per schemi e macchinazioni, a detrimento di qualcuno, e quella nobile di chi invece vuole la chiarezza, l’onestà, la tolleranza e l’armoniosa convivenza tra tutti.

È una favola, quella di L’isola dei cani, e come tale va trattata. Una favola che alla sua apparente semplicità associa sfumature complesse e profonde, e che Anderson si è divertito un mondo a raccontare, tanto da condirla abbondantemente con un umorismo che non è mai gratuito o ovvio, che gioca coi dettagli, le espressioni, il controtempo e le estrose bizzarrie cui il regista ci ha abituato da tempo.
Si è divertito lui, mi sono divertito io, e vi divertirete anche voi, di fronte a questo cubo di Rubick cangiante e multiforme, che è tanto bello da vedere quando affascinante da scoprire e decifrare.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Possedere uno stile molto riconoscibile porta inevitabilmente a ripetersi, ad indugiare su ciò che già piace al pubblico e in cui questo riconosce facilmente il proprio piacere. Wes Anderson è oggi il cineasta in assoluto più riconoscibile di tutti, capace di lasciare la sua impronta su ogni elemento della messa in scena, eppure non si ripete. Realizza film superficialmente simili tra loro ma sempre diversi, perché invece che sedersi sul proprio stile lo ha continuamente evoluto e reso più complesso. Di film in film ha declinato il suo gusto in diverse intuizioni formali, invece di proporre sempre le stesse, per raccontare persone assurde ed eccezionali mosse da sentimenti banali come quelli dei bambini.

Già Fantastic Mr. Fox aveva dimostrato come l’animazione fosse la forma di produzione che meglio calzi l’esigenza di Wes Anderson di controllare ogni dettaglio per raggiungere armonie impossibili ad altri (tanto che pure i suoi film dal vero somigliano effettivamente a cartoni animati), ora L’Isola Dei Cani è una conferma che proprio la stop motion e la sua particolare maniera di essere ferma e rigida è il campo in cui si esprime meglio. Chi ricorda il momento più bello di Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou (quando Bill Murray sott’acqua chiama per la prima volta suo figlio come tale) sa che la commozione forte lì è data dal fatto che Owen Wilson non reagisca come ci aspetteremmo ma rimanga fermo, innaturalmente fisso.

L’Isola Dei Cani è una conferma che proprio la stop motion e la sua particolare maniera di essere ferma e rigida è il campo in cui si esprime meglio. In questo film su un futuro in cui una prefettura del Giappone segretamente fedele ai gatti prima ammala i cani per renderli invisi alla popolazione e poi li esilia tutti su un’isola di rifiuti, in cui i protagonisti che contano, quelli che parlano la nostra lingua, sono tutti cani (gli altri parlano giapponese e solo occasionalmente sono tradotti), Anderson utilizza molto la possibilità di tenere fermi i personaggi in modo che questo abbia un significato (non muoversi quando ci aspettiamo che lo facciano, creando la tensione di una mancata risposta o reazione emotiva) e di farli recitare come un umano non potrebbe.

E pare una liberazione. Wes Anderson adora affidare nei suoi film tutti i ruoli, anche i più piccoli, a delle star e qui la lista dei doppiatori è lunghissima (va da Bryan Cranston a Jeff Goldblum a Scarlett Johansson passando per piccoli ruoli di Bill Murray, Harvey Keitel, Frances McDormand, Greta Gerwig, Edward Norton e Liev Schreiber), eppure sembra che proprio non avere attori ma pupazzi ne esalti il controllo. Sembra che finalmente possa lavorare come vuole anche nella recitazione, alle volte riuscendo a cambiare le sorti di tutto un dialogo a seconda di quanto un personaggio rimanga fermo con il corpo alzando solo di pochissimo un sopracciglio.

L’Isola Dei Cani è anche il film che più cita l’umorismo classico dei corti animati per la tv Warner o Disney e in questo molto dell’umorismo arriva dall’attribuzione a dei cani delle caratteristiche dei personaggi andersoniani, come la compostezza che non è mai rigidezza morale (l’abbinamento più banale del cinema: chi è flemmatico è anche schematico) o la sofisticazione dei gusti e la ricercatezza delle opinioni. Eppure c’è in questa storia di ribellione, come in fondo sono quasi tutte le sue, un tema sottile e penetrante: l’idea che ci sia in tutti una battaglia per controllare l’istinto tramite la ragione e che qualcuno (il vero protagonista che emerge come tale solo dopo un po’) che nel suo passato non c’è riuscito nonostante sarebbe normale per un cane, rimanga ossessionato dal non riuscire a spiegarsene il perché. L’impossibilità di essere composti, razionali e andersoniani come si vorrebbe per colpa di sentimenti irrazionali che scappano da tutte le parti.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un’influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l’aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

Wes Anderson, film dopo film, sta affinando una caratteristica del tutto peculiare che lo colloca ormai, a buon diritto, tra i Maestri del cinema contemporaneo.

È praticamente uno dei pochissimi registi, ma sicuramente quello con gli esiti più produttivi di senso, in grado di saturare le inquadrature con una miriade di elementi senza però perdersi in un barocchismo o in un compiacimento fini a se stessi. Salvo poi, nell’inquadratura successiva, svuotare lo schermo per affidarlo a un singolo elemento in un ampio spazio. Nel suo cinema la messa in scena conta infinitamente di più della storia che però comunque non si limita a fare da tappeto narrativo per le immagini. Come in questo caso, dove si racconta di non di un ‘muro’ ma di qualcosa di analogo: un’isola dove poter allontanare gli indesiderabili.Partendo da un pretesto reale (l’influenza canina) ma fingendo che non sia possibile alcun rimedio in proposito e che quindi l’unica soluzione per ‘proteggersi’ sia il respingimento.

Il contestualizzare tutto ciò in ambito nipponico non significa voler evitare un attacco diretto alla politica del proprio Paese da parte di Anderson. Così come è disceso negli abissi marini con Steve Zissou o ha viaggiato nel Darjeeling con i fratelli Whitman per poi addentarsi nei corridoi e nelle stanze del Grand Budapest Hotel, ora vuole nuovamente sperimentare facendosi accompagnare dal piccolo Atari.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Con il grande film di animazione di Wes Anderson, Isle of Dogs, ha aperto con una saga canina la Berlinale 68. E perché no? Rendere omaggio ai migliori amici dell’uomo con il film di apertura di un festival tra i più importanti al mondo è oggi una scelta quasi d’avanguardia. Anche perché, almeno sul grande schermo, gli amici a quattro zampe sono la versione migliore dell’uomo.

Wes Anderson la difficile impresa di realizzare una storia d’animazione con animali l’aveva già iniziata nel 2009 con il bel Il Fantastico Mr. Fox. Questa volta i protagonisti si chiamano Rex, Boss, King e Duke e accompagnano il giovane Atari alla ricerca del’adorato cagnolino del ragazzino Spots tra le lande sperdute e fredde di un’ immensa isola nel Giappone del futuro, dove i cani sono stati messi in quarantena in seguito a un’influenza canina.

Cane, bambino, stop motion: ci ricorda qualcosa? Ma certo, Frankenweenie. Il primo poetico film d’animazione di Tim Burton, una saga sull’amicizia con protagonisti un nerd bambino e il suo piccolo cagnolino non del tutto morto, né del tutto vivo, Sparky.

Quel pitbull ricucito insieme come il Dr Frankenstein è forse, ad oggi, il mostro più dolce della storia del cinema. Anderson aggiunge un capitolo, declina a modo suo, la realtà metaforica di questa complicità tra Canide e Homo sapiens. Quello che per Kindmann Wallace era il suo Gromit, per  Charlie Brown il suo Snoopy, per Dorothy del Mago di Oz il terrier Toto, sono i quattro cagnoloni arruffati di Anderson per il piccolo Atari. E Lassie! Da non dimenticare, perché assai presente nel film del cineasta americano. Il collie amico di una Liz Taylor bambina è stato per intere generazioni l’ideale sovrumano di altruismo e  amore disinteressato, la metafora di compassione assoluta.  Un po’ come gli eroi a quattro zampe di Anderson.

L’industria dell’intrattenimento dominata da Disney e Pixar sull’antropomorfizazzione (da Bambi a Nemo) ha costruito un impero. Un film come questo di Anderson, invece, è costruito su una storia che potrebbe benissimo essere fatta con gli esseri umani. Se solo l’umanità fosse all’altezza della pietà canina.

Simone Porrovecchio, da “cinematografo.it”

 

 

Tornando all’animazione in stop-motion che ha reso Fantastic Mr. Fox del 2009 un successo tanto amato, l’ultima fatica di Wes Anderson è una vera delizia per gli amanti dei cani e del cinema più in generale. Summa del suo stile, L’isola dei Cani (Isle of Dogs) è quel tipo di film che solo un regista come lui poteva realizzare. Pellicola d’apertura della Berlinale 2018, sta facendo ulteriormente parlare di sé per essersi aggiudicata il prezioso Orso d’argento.

Wes Anderson inizia il film con una sorta di ‘mito della creazione’, raccontando attraverso un arazzo il grande scontro avvenuto tra i cani e le autorità amanti dei gatti, e dell’unico ragazzo che ha lottato per salvare i migliori amici dell’uomo. Una narrazione veloce e arguta, che lascia intuire come potrebbe apparire una storia delle origini di un supereroe affidata al regista di Houston. Saltiamo quindi 20 anni nel futuro, dove tutti i cani sono gravemente malati, una situazione che spinge il demagogo Sindaco Kobayashi (Kunichi Nomura) della città di Megasaki a bandirli dall’area metropolitana e segregarli in un’isola desolata, chiamata Trash Island. Tuttavia, suo nipote, un ragazzino di nome Atari (Koyu Rankin), è determinato a riprendersi il suo adorato cane, Spots (Liev Schreiber), e – sfidando la legge – sorvola l’isola, finendo per schiantarcisi. Lì, si imbatte in un variegato gruppo di cani malconci – Chief (Bryan Cranston), Rex (Edward Norton), Boss (Bill Murray), Duke (Jeff Goldblum) e King (Bob Balaban) – che decidono di aiutarlo nel suo viaggio alla ricerca dell’amico.

La tecnica a passo uno è perfetta per Anderson, in quanto gli consente di controllare ogni aspetto della sua creazione. Come facile intuire, non c’è una sola inquadratura sprecata qui– ciascuna è utilizzata per far avanzare la trama, mostrare qualcosa di nuovo, o sviluppare un personaggio. Distribuendo le sue consuete panoramiche rapide, le carrellate e la composizioni accuratissime, il filmmakerriafferma – prendere o lasciare – il suo status di artista americano tra i più riconoscibili e raffinati. I cani stessi sono resi in modo sorprendentemente tattile, sembrando vivi mentre il loro pelo si muove col vento. E sono ideali per lo stile del regista, perché i loro volti sono completamente simmetrici, caratteristica che gli permette di fissare dritto il fuoco della macchina da presa. Come i precedenti film di Anderson, L’Isola dei Cani è intriso di storia cinematografica ed è stato realizzato come un sentito omaggio al cinema giapponese, anche se il primo paragone potrebbe essere coi lavori della Laika o della Aardman Animations. Sebbene ci siano alcuni primi piani alla Yasujirō Ozu e alcuni temi musicali composti da Alexandre Desplat (con gli iconici taiko) – e i poster promozionali -rimandino direttamente ai classici di Akira Kurosawa (come palesato candidamente da Anderson stesso), il rimando forse più nascosto in bella vista è quello ad Hayao Miyazaki. Come nei migliori titoli del maestro dell’animazione nipponica, qui trovano spazio il silenzio e la contemplazione, brevi spaccati che vengono costantemente utilizzati per rendere questo mondo davvero unico. Con il precedente lavoro, Grand Budapest Hotel (2014), Anderson aveva già dimostrato di essere un esperto nella creazione di mondi fantastici, e con L’Isola dei Cani è riuscito sicuramente a immaginare uno degli universi animati più affascinanti dai tempi di Il Castello Errante di Howl (2004). Dopo aver ambientato film in luoghi così diversi come l’India, l’Europa centrale e il Giappone, nessuno potrà immaginare ora dove si potrà spingere nei prossimi anni, magari sulla Luna!

In definitiva, la raffigurazione che fa questo lungometraggio della cultura e del cinema nipponici è rispettosa e amorevole (merito anche dei production designer Adam Stockhausen e Paul Harrod), ricorrendo alla fantasia della stop-motion per rendere freschi e divertenti cliché spesso abusati come quelli degli incontri di Sumo. La storia poi aggira i possibili ostacoli dovuti alla traduzione dei dialoghi in un modo unico (almeno nella versione originale), mettendo subito lo spettatore a conoscenza che la trama generale sarà tradotta attraverso gli interpreti, mentre i latrati dei cani stessi saranno doppiati in inglese, con la voce di Atari che invece rimane non doppiata e incomprensibile. Di conseguenza, L’Isola dei Cani dovrebbe avere un forte appeal incrociato e trovare una buona accoglienza anche nei mercati dell’Estremo Oriente. Come sappiamo, specialmente gli ultimi film di Wes Anderson erano stati caratterizzati soprattutto da una grande attenzione per la trama, a volte più preoccupati delle meccaniche narrative che della costruzione dei protagonisti. Anche questa volta, essendoci sul campo parecchi giocatori, alcuni spunti restano in sospeso – tra cui le sottotrame romantiche – e forse avrebbero potutiti essere costruiti un po’ di più. Le attrici femminili di supporto come Scarlett Johansson (Nutmeg) e Tilda Swinton (L’Oracolo) sono piuttosto sottoutilizzate, rendendo il coming of age una sorta di avventura per soli maschi. Nondimeno però, Greta Gerwig (Tracy) spicca nei panni della bionda studentessa gaijin fervente attivista e Frances McDormand fa un brillante lavoro come traduttrice delle conferenze stampa ufficiali del sindaco, prestandosi a divertenti digressioni davanti alla telecamera. Facilmente, l’arco migliore del film appartiene a  Chief, un randagio che non è mai stato bravo nel fare ciò che gli veniva detto. Dimostra che i cani sono violenti soltanto quando non sono trattati benevolmente, e che la loro reazione avversa è in genere una risposta diretta alla paura. Quando si tratta un cane nel modo giusto, questo diventa infinitamente adorabile, rendendolo specchio dell’umanità. Attraverso la parabola di Chief, L’Isola dei Cani trova il suo amorevole cuore e il film offre la sua scena migliore e più straziante.

Naturalmente, a un livello meno fanciullesco, nella raffigurazione di un’intera specie (razza?) emarginata e spedita senza fronzoli su un’isola lontana e inospitale, questa pellicola si apre a svariate e non troppo celate letture allegoriche. Senza contare i riferimenti a totalitarismo, anti-intellettualismo e (non) libertà di stampa. Ciò che non fa è legarle a un qualsiasi – ovvio – evento politico attuale, mantenendo così la sua aria di assolutezza e atemporalità. Il messaggio più urgente è semplice, e piacerà a grandi e piccini: trattate gli animali con gentilezza e difendete ciò in cui credete, anche quando siete soli contro tutti. Niente di rivoluzionario, ma che funziona bene grazie alla sua presentazione idiosincratica. Nonostante la facciata, che molti detrattori più o meno giustamente attaccano, Wes Anderson è un cineasta molto umano. Sempre alla ricerca del Bene nelle persone – o nei cani in questo caso (non è chiaro invece cosa pensi dei gatti …) -, le sue opere si scagliano contro la crudeltà dell’uomo, rendendolo una delle voci più importanti del panorama hollywoodiano contemporaneo.

William Maga, da “ilcineocchio.it”

 

 

A quasi dieci anni dal bellissimo Fantastic Mr Fox (2009) Wes Anderson torna a giocare con una delle sue tecniche cinematografiche predilette, ovvero l’animazione stop-motion, regalandoci L’Isola dei Cani, un film tanto originale, quanto perfetto, che tocca nel profondo tutte le corde emotive, commuovendo, strabiliando, tenendo con il fiato sospeso e soprattutto facendo rimanere lo spettatore attaccato allo schermo per tutta la durata della storia.

Ambientato in un futuro non troppo lontano e tutt’altro che improbabile, L’Isola dei Caniracconta la fantastica avventura  di Atari Kobayashi, un ragazzo di 12 anni, figlio adottivo dello spietato e cinico sindaco di una città del Giappone, Megasaki City. Il politico odia i cani, anche in conseguenza di un antica tradizione e decide di emanare un decreto di espulsione per tutti i cani della città. Una terribile malattia che sembra aver colpito tutti questi animali convince anche l’opinione pubblica che non ci possa essere altra scelta.

Così, uno ad uno, tutti i cani vengono deportati su un isola discarica, trasformata in una vera e propria terra di nessuno, dove le tante bestiole sopravvissute all’esilio si riorganizzano in bande disperate. I cani sono alla continua ricerca di cibo, di speranza e di un barlume di sopravvivenza.

Atari fugge di casa e pilotando maldestramente un mini aereo si schianta sulla discarica. Vuole ritrovare Spot, il suo amato cane da guardia. Ferito, privo di un rene, azzoppato e con un pezzo di elica conficcato nella testa, il ragazzo stringe amicizia con un branco di cani ribelli e con loro intraprende un epico viaggio nella misteriosa e pericolosa isola dei cani.

L’Isola dei Cani è una storia che regala poesia, umorismo e azione. È un racconto sull’ amicizia, sulla lealtà, sulla difesa dei propri ideali. È una moderna fiaba animalista e ambientalista, che non diviene mai stucchevole e non cade mai in luoghi comuni e facili sentimentalismi, alternando momenti struggenti a sequenze molto violente, assai rare nel cinema di animazione.

L’Isola dei Cani erede del cinema di Kurosawa

Wes Anderson con il suo inconfondibile stile raffinato, colorato, simile ad un bellissimo libro illustrato, rende omaggio alla portata epica e alla bellezza del cinema giapponese e all’eredità narrativa di Akira Kurosawa, alla nobile lealtà dei compagni canini, qui ridotti a pulciosi samurai  pronti alla morte per la difesa di un ideale.

Anderson dipinge in punta di pennello, emulo delle raffinatezze di Hokusai,  una serie di meravigliose illustrazioni animate a passo uno, per raccontare il caparbio eroismo pieno di speranze del piccolo Atari, il suo rifiuto totale per l’ingiustizia e l’intolleranza,  la sua difesa spasmodica dei  sentimenti che lo legano dall’infanzia al suo amico a quattro zampe.

L’idea del film è iniziata con un improbabile, ma potente mix di fascinazioni condivise da Anderson e dai suoi collaboratori Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura, ovvero i cani, il futuro, le discariche, le avventure d’infanzia, i film giapponesi.  Dice Anderson:  “Volevo fare qualcosa di futuristico. Volevo un branco di cani alfa che fossero tutti i leader contemporaneamente. E volevo far vivere questa storia in una terra sconfinata fatta di spazzatura. Amo il Giappone e  il cinema giapponese  e volevo fare qualcosa che fosse davvero ispirato ai film giapponesi, ma che si mescolasse ai film che hanno i cani come protagonisti.”

L’Isola dei Cani è un film raro, di difficile catalogazione, fuori da qualsiasi schema e assolutamente non paragonabile ad altre pellicole. E’ un’opera piena zeppa di invenzioni visive e anche linguistiche (per questo motivo sarà difficile che il doppiaggio possa rendergli giustizia). Si tratta di un film talmente originale che potrebbe anche spiazzare lo spettatore, confondendolo con una struttura narrativa complessa, divisa in capitoli come fosse un libro e con continui salti avanti e indietro nel tempo, oltretutto sottolineati da un alternanza stilistica per differenziare visivamente le raffinate stratificazioni della storia.

L’Isola dei Cani è la conferma felice dell’estro espressivo smisurato di Wes Anderson, uno dei più grandi autori contemporanei, che riesce con questo nuovo meraviglioso tassello della sua filmografia a traghettare l’animazione stop-motion in un isola felice, dove allontanata dallo stereotipo del cinema per famiglie, dimostra tutte le peculiarità espressive di una tecnica magica, che permette di dare vita a mondi strabilianti, tangibili ( cosa che l’animazione 2D e 3D non riescono a fare) e proprio per questo  a volte appare perturbante.

Stefano Bessoni, da “cinefilos.it”

 

 

Titolo d’apertura della Berlinale 2018, selezionato in concorso, L’isola dei cani (Isle of Dogs) rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l’animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi. Un divertente, distopico, avventuroso e commovente omaggio ad Akira Kurosawa e alla Rankin/Bass Productions.

野良犬

Giappone, 2037. In seguito a una virulenta influenza canina, tutti i quadrupedi abbaianti, domestici e randagi, vengono messi in quarantena su un’isola di rifiuti. Cinque cani – Chief, Rex, Boss, Duke, e King – stufi della loro difficile esistenza incontrano un ragazzino, Atari Kobayashi, che ha coraggiosamente raggiunto l’isola per ritrovare il suo cane Spots. Atari viene aiutato dai cinque cani, che decideranno di proteggerlo dalle autorità giapponesi che lo vogliono riportare indietro… [sinossi]

La miracolosa passione di Wes Anderson per l’animazione. Stop motion, budget elevati, sontuosi cast di doppiatori, totale libertà creativa, elevatissima visibilità e distribuzione capillare. Insomma, un argine allo strapotere e all’omologazione dell’animazione in computer grafica a stelle e strisce. Non il solo, per fortuna: la fulminea scalata della Laika (Kubo e la spada magicaBoxtrolls – Le scatole magicheParaNormanCoraline e la porta magica), qualche scintillio di Tim Burton (La sposa cadavereFrankenweenie) e la cara vecchia Aardman (Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaroPirati! Briganti da strapazzo) continuano a mostrare le potenzialità del passo uno, di una tecnica che richiede tempo e maniacale precisione, ma che in cambio restituisce un’irriproducibile alchimia tra personaggi e scenari. Piccoli e reali, tridimensionali per natura, attori ideali per la profondità di campo. Come le volpi di Fantastic Mr. Fox, come i cani de L’isola dei cani (Isle of Dogs).

Titolo d’apertura della Berlinale 2018, selezionato in concorso, L’isola dei cani rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l’animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi. Come non notare, ad esempio, l’estrema vitalità delle volpi e dei cani delle due pellicole in stop motion? Vitalità che non viene incasellata o soffocata dalla geometrica messa in scena, ma che è anzi enfatizzata dai movimenti limitati, dalla direttrici schematiche, da una costruzione dell’inquadratura come sempre pittorica, prossima ai tableaux vivants. I primi e primissimi piani, programmaticamente statici e contrapposti alle esplosioni ed implosioni delle furibonde baruffe, risolte con sagaci soluzioni cartoonesche, creano cortocircuiti emotivi, veicolando di pari passo commedia e dramma. Un meccanismo visivo/narrativo che contraddistingue evidentemente anche la messa in scena live action andersoniana, ma che se nel cinema dal vivo rischia di ingabbiare i suoi attori, nell’animazione libera il potenziale espressivo dei suoi (piccoli) personaggi.

La messa in scena andersoniana si rivela alquanto funzionale per una tecnica come la stop motion. In tal senso, le scelte estetiche di Anderson riportano alla mente il concetto originale di animazione limitata, quantomeno nella declinazione delle prime produzioni di Hanna-Barbera o nella reinterpretazione della Filmation di Lou Scheimer. Il lavoro di sottrazione (del movimento) di Anderson è ovviamente frutto della sua consueta messa in scena, ma nel campo del passo uno si traduce con un notevole risparmio di pose. Stile e geometrie che si sposano perfettamente con il contesto narrativo (il Giappone) e con la miriade di riferimenti cinematografici e pittorici: Anderson ha più volte dichiarato la sua fonte d’ispirazione, Akira Kurosawa, e ha costellato L’isola dei cani di omaggi, citazioni, ironiche riletture – irresistibili le versioni canine dei paesaggi di Hokusai, in primis il celeberrimo e immancabile La grande onda di Kanagawa.

L’altra fonte d’ispirazione ampiamente dichiarata è la Rankin/Bass Productions, casa di produzione a stelle e strisce fondata negli anni Sessanta da Arthur Rankin e Jules Bass e defunta nel 2001, molto attiva tra piccolo e grande schermo. Della ricca filmografia, che spaziava dal live action all’animazione tradizionale e al passo uno, si ricordano soprattutto le produzioni in stop motion, in particolar modo gli holiday specials. Se li ricorda molto bene anche Anderson, che della Rankin/Bass plasma e rimodella alcune caratteristiche del character design, aggiorna la ridotta fluidità dei movimenti, inserisce a più riprese anche l’animazione tradizionale. La distanza tra titoli come The Easter Bunny Is Comin’ to Town (1975) o The Life and Adventures of Santa Claus (1985) e L’isola dei cani è ovviamente abissale, ma riferimenti e omaggio alla Rankin/Bass sono evidenti e anche commoventi.

Una delle parole chiave di Isle of Dogs è commozione. Puntualmente ironico, percorso da dialoghi calibratissimi e densissimi, come era Fantastic Mr. Fox (il campo lungo, il pugno chiuso…), L’isola dei cani è un’avventura di cani e ragazzini. Sfiora a più riprese il tragico The Plague Dogs, ma arretra sempre al momento giusto, suggerendo possibili derive drammatiche, evocando gli occhi umidi, questa benedetta commozione. Sentimento che scaturisce anche grazie alle geometrie della messa in scena, dal contrasto tra il meticoloso controllo e le pulsanti eruzioni – ancora un campo lungo, con il randagio che si tiene distante, ma mai realmente lontano. Un percorso di formazione e di (ri)scoperta, di speranze ritrovate, di fedeltà e sacrificio. Insomma, cani e ragazzini, praticamente calamite.
Ma c’è di più. C’è la storia del Giappone, delle proteste studentesche, delle derive destrorse e autoritarie. Ci sono l’incomunicabilità e il suo superamento; la distanza linguistica, la traduzione e l’adattamento. Le sfumature. L’isola dei cani evoca campi di sterminio, corpi meccanici, mutazioni. Come Fantastic Mr. Fox, è un po’ sovversivo e un po’ rivoluzionario. Una favola che indossa diversi costumi. Un’avventura di cani e ragazzini, da soli contro il mondo.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

 

Wes Anderson ha inaugurato la Berlinale 2018 col sorriso. La sua Isle of Dogs (nei nostri cinema il prossimo maggio), per una volta tradotta con fedeltà ne L’Isola dei Cani, è una favola ambientata a Megasaki City, nel Giappone del futuro prossimo. Sulla vicina isola di rifiuti vengono esiliati gli ex-migliori amici dell’uomo, i cani, a causa della sovrappopolazione e di un’influenza canina tanto epidemica quanto sospetta, che si scopre presto sia stata creata in laboratorio per subdoli fini politici. Sarà un bambino, il dodicenne Atari Kobayashi, alla ricerca della sua guardia del corpo a quattro zampe, a dare una svolta a quello che appare uno stermino annunciato.

Il ragazzino prima spicca il volo su un mini-aereo catorcio, quindi si schianta sull’Isola. Poi, guidato da un branco di cani alfa, spelacchiati e nostalgici, soprattutto dal cuore di marzapane, attraversa l’arcipelago sulle tracce del suo amato Spots.

Un’immagine del film Isle of Dogs (L’isola dei Cani) © 2018 Twentieth Century Fox

Per il suo nono lungometraggio, e secondo in stop-motion, il regista texano ha convocato alla sua corte autori e voci favolose, molte delle quali presenti a Berlino (Jason Schwartzman, Roman Coppola, Bob Balaban, Bill Murray, Greta Gerwig, Bryan Cranston, Wes Anderson, Koyu Rankin, Liev Schreiber, Jeff Goldblum, Tilda Swinton e Kunichi Nomura hanno preso la parola in conferenza stampa), e ha confezionato una nuova favola che, forse più dei precedenti lavori, riesce ad affascinare sia i giovani sia gli adulti.

La trama ruota intorno ad un pilastro della sua cinematografia: la famiglia, la ricerca degli affetti, che oggi si allarga al concetto di comunità e coinvolge un’altra specie, gli amati amici pelosi. Interessante è stato quindi scoprire che tutto fosse nato anni fa come un racconto sui cani, un’animazione ispirata a quella nipponica, ambientata in una città futuristica inesistente, e soltanto nelle fasi finali si siano resi conto che l’opera sarebbe uscita al momento giusto.

Un’immagine del film Isle of Dogs (L’isola dei Cani) © 2018 Twentieth Century Fox

Come ci insegna la storia dalla notte dei tempi, il potere inebria e fa perdere il senso della misura all’homo sapiens e Isle of Dogs non prescinde da tale assunto. A prima vista quindi, il film potrebbe apparire con un fine politico che invece non ha. È un’avventura sprovvista di CGI (al suo posto sono stati usati dei simpatici pupazzetti) che ci tiene in sospeso tra una nota (scritta da Alexandre Desplait) e una battuta arguta (sin dai titoli di testa s’inizia a ridere). Il mix di attesa e ilarità, di gesti di speranza e cospirazioni, di zuffe e di biscottini per cani, ci coinvolge atto dopo atto così tanto da illuderci che la visione duri molto meno dei suoi 101 minuti complessivi.

Ammetto che nei corridoi del Palast aleggiasse apprezzamento ma non si sia urlato al capolavoro. Forse, l’attesa era troppo alta o, ancor più probabile, la meticolosità di Anderson ci ha viziato a lungo e ora pretendiamo superi se stesso. Qui afferma le sue qualità e lo fa con ammirevole equilibrio. Nella sua Isola dei Cani c’è, nel bene e nel male, un po’ di tutti noi e molto della nostra epoca. È lecito (e auspicabile) subirne il fascino e godersi l’avventura, tornando, perché no, un po’ anche bambini.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

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