L’insulto

 

 

Il presidente libanese accoglie nel suo palazzo due uomini appartenenti alle grandi comunità storicamente in lotta nello stato mediorientale: da una parte un iscritto al partito cristiano di destra, erede diretto delle Falangi di Bashir Gemayel complici degli israeliani durante la guerra civile iniziata nel 1975 e culminata con l’invasione del 1982 delle forze dello stato ebraico guidate dal ministro della difesa Ariel Sharon; dall’altra un musulmano palestinese, profugo in uno dei tanti campi. Due uomini comuni, eredi e segnati dalla guerra civile, per cui solo formalmente i combattimenti sono conclusi, ma proseguono nella vita quotidiana anche oggi: attraverso l’attenzione per l’accento, lo studio dei tratti somatici, il radicamento di tanti luoghi comuni. Il presidente cerca di conciliare un piccolo caso di litigio per una grondaia non funzionante diventato occasione dell’ennesimo scontro nazionale, come quando Beirut era divisa fra un ovest musulmano e un est cristiano (maronita). “Se me lo chiedete la parola stabilità viene prima di quella verità”, dice. Una frase che sintetizza a perfezione l’equilibrio miracoloso con cui così tante diverse comunità convivono in una delle rare democrazie di quella parte del mondo. Un castello di carte sempre in bilico e pronto a crollare sotto il peso dell’ultima crisi in ordine di tempo.

Il regista di Beirut Ziad Doueri, cresciuto durante la guerra civile e trasferitosi a 20 anni negli Stati Uniti per studiare cinema, dopo aver affrontato quegli anni centrali nel premiato West Beyrouth, racconta gli strascichi ancora incandescenti nella quotidianità di un Paese sospeso fra modernità e un passato doloroso che riaffiora. Scritto dal regista con l’ex moglie e collaboratrice abituale, anche loro divisi dalla provenienza, L’insulte è un legal drama ben consegnato, con tanto di udienze che aprono scenari inattesi nel passato dei due sfidanti, e una sorprendente sfida in famiglia fra i rispettivi avvocati, ma diventa chiaramente un ritratto del Libano che non chiude con il proprio passato, non riuscendo a elaborarne le ferite. Proprio le udienze infinite costringono i due – entrambi pieni di dignità e buona fede, oltre che convinti di trovarsi nella regione – a superare ritrosie ataviche nel mettere a nudo il proprio passato, che spesso guida le azioni del presente. Un necessario percorso di (ri)lettura dei fatti, di ascolto dell’altro e di superamento delle incomprensioni non solo attraverso una vittoria, ma anche, se non soprattutto, attraverso il superamento di una sconfitta, rendendosi conto dell’enorme valore di chiedere talvolta scusa.
 Una faida maschile in cui le donne fungono da fattore calmante, intervenendo con la ragionevolezza che i compagni sembrano aver smarrito. ‘Le parole cambiano tutto’, dice la frase di lancio del film, così come il recupero della memoria nella condivisione delle ferite, senza la pretesa del monopolio della sofferenzaL’insulte ha il merito di appassionare con una struttura di genere impeccabile e di far riflettere senza facili scorciatoie sul passato e su come lo si debba leggere per trarne lezioni per il futuro. Una seduta psicanalitica collettiva: sul lettino sia chi visse la guerra che i più giovani. Ottime le interpretazioni di tutto il cast, su tutti i due protagonisti: Adel Karam e Kamel El Basta.

Nel frattempo Doueiri si fa valere in Francia per una delle serie politiche più convincenti del vecchio continente: Baron Noir, con Kad Merad, di cui è in arrivo la seconda stagione.

Voto: 4 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

In prima istanza potrebbe apparire fuori luogo tirare in ballo un regista così inserito nel cinema mainstream occidentale come lo è in questo momento Denis Villeneuve per iniziare a parlare dell’ultimo film di un autore come Ziad Doueiri, per contro così distante dai meccanismi produttivi e soprattutto dalla fastosa spettacolarità del cinema hollywoodiano. Eppure, qualcuno ricorderà che prima di affrontare progetti come “Arrival” e soprattutto “Blade Runner 2049” il cineasta canadese si era rivelato agli occhi del mondo proprio con un titolo – “La donna che canta“- che, sebbene estraneo all’universo storico e culturale raccontato nel film, aveva avuto la forza di riproporre all’opinione pubblica mondiale la drammaticità della questione libanese e, in particolare, la difficile convivenza tra le varie componenti sociali poi confluite nella guerra civile del 1975 in cui le milizie cristiane facenti capo al partito falangista di Pierre Gemayel si scontrarono con la coalizione arabo palestinese rappresentativa delle altre etnie presenti all’interno del territorio. Anche nella considerazione di non poterli affrontare con piena cognizione di causa, Villeneuve opera sui fatti oggetto della contesa una sorta di astrazione che gli permette di riprenderli, inserendoli in un contesto più indeterminato di quello che si poteva pensare, a cominciare dalla scarsa presenza di nomi e cronologie solitamente utilizzate per storicizzare la narrazione. In questo modo, se nell’immediato a “La donna che canta” veniva a mancare il ritorno di interesse che di solito si accompagna alla riconoscibilità di ciò che si vede, è pur vero che in prospettiva le caratteristiche di universalità lo avrebbero portato addirittura in lizza per la vittoria dell’Oscar come miglior film straniero.

A differenza di Villeneuve, il regista de “L’insulto” tradisce la proprie origini nella scelta di raccontare la questione libanese da un punto di vista interno e attraverso personaggi immersi anima e corpo nella contemporaneità del proprio paese. Prima di conoscerli nell’aula di tribunale dove si trovano a seguito dell’offesa verbale rivolta da Yasser a Toni, i due personaggi ci vengono presentati all’interno di situazioni che ne definiscono senza alcun equivoco le rispettive posizioni. Nella prima sequenza è Toni che scorgiamo tra gli attivisti pronti ad applaudire il discorso dell’esponente del partito cristiano, mentre non passa molto tempo prima di conoscere la nazionalità palestinese di Yasser – dopo il diverbio – lesto a riparare all’interno di uno dei campi profughi presenti nella capitale libanese dove lo vediamo circondato dai suoi compagni intento a stabilire il da farsi. In questa direzione va anche la frase che trasforma il diverbio iniziale in qualcosa di più profondo e insanabile, quando Doueiri per esacerbare gli animi e impedire la rappacificazione tra Toni e Yasser mette nella bocca del primo la frase più ingiuriosa, evocando la figura di Ariel Sharon e – senza citarla in maniera esplicita – la strage di Sabra e Chatila, utilizzandole per intimidire e umiliare il suo malcapitato rivale. Quello su cui sia Doueiri che Villeneuve sono invece d’accordo è l’impossibilità, in una realtà come quella mediorientale, di poter scindere il pubblico dal privato. Non è un caso che il punto centrale de “L’insulto” sia proprio quello capace di segnare il momento in cui la contesa tra i due protagonisti passa dapprima per le parole degli avvocati e dello loro arringhe e, in seguito, attraverso quelle dell’intera comunità pronta a mobilitarsi in favore di uno o dell’altro, riportando a galla l’insofferenza delle diverse compagini sociali nei confronti di uno Stato che li costringe a una obbligata convivenza.

Forte di una sceneggiatura (scritta insieme a Joelle Touma) che gli consente di entrare e uscire a proprio piacimento dalla procedura dibattimentale e di perlustrare tanto le stanze del potere quanto l’anonimato delle strade, Doueiri è bravo a non perdersi nella retorica di una situazione tanto scontata quanto lontana da una soluzione definitiva. Alla stregua di un film di Asghar Farhadi “L’insulto” riesce non solo a farci vedere la stessa realtà da punti di vista diversi, costringendoci ogni volta a riformulare certezze che avevamo già acquisito ma, assumendo le forme di un thriller esistenziale, ricostruisce le esperienze personali di Toni e Yasser, portando alla luce un rimosso così tragico e indicibile da farne entrambi delle vittime di uno scontro fratricida, senza bisogno che il processo ne decreti innocenza o colpevolezza. Presentato in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia “L’insulto” ha vinto la Coppa Volpi per il migliore attore assegnato a Kamel El Basha (Yasser) ed è in corsa per una nomination ai prossimi Oscar come miglior film in lingua straniera.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

 

 

 

Toni e Yasser sono due brave persone. Entrambi sono molto scrupolosi nel lavoro e innamorati delle loro mogli. Sono anche entrambi inclini a perdere le staffe, a dire cose di cui poi, in circostanze normali, si pentirebbero. Quello che complica le cose è che Toni è cristiano e Yasser è palestinese, ed entrambi vivono nel Libano di oggi, un paese che stenta ancora a fare i conti con un passato sanguinoso.

Il loro litigio per motivi banali diventerà quindi una questione di stato, ben più ampia della loro volontà. Loro che si sarebbero accontentati di semplici e reciproche scuse, si trovano manipolati dai media, dalla politica, dai loro stessi avvocati, per questioni che con il loro litigio hanno poco a che fare.

Parallelamente alla riesumazione della vicenda politica e storica, emergeranno pian piano anche le loro vicende personali, condizionate dalla Storia. Sarà un’occasione di crescita emotiva per entrambi, per cercare di superare i propri fantasmi, come auspicio a una riconciliazione ben più ampia.

Adel Karam nel film L’insulto (2017) - Photo: courtesy of Lucky Red
Adel Karam nel film L’insulto (2017) – Photo: courtesy of Lucky Red

L’insulto nasce da una vicenda molto simile che ha coinvolto il regista Ziad Doueiri, il quale ha pensato che, portata a estreme conseguenze, fosse del buon materiale per un film.
La credibilità della catena parossistica di eventi che si scatenano dal litigio si basa essenzialmente sulla bravura dei due interpreti Adel Karam (Toni) e Kamel El Basha (Yasser), ma l’intero cast non demerita, anzi è decisamente raro trovare un simile livello anche in ruoli “minori”.

Da una vicenda personale il film arriva al legal drama con grande abilità, con momenti di sia grande tensione che di humor intelligente. Quando il quadro si amplia, la vicenda mostra alcune scollature, alcuni passaggi enfatici che stonano con il senso della misura dei primi atti. Il finale poi rischia di cancellare tutta la soddisfazione per aver visto un film ben allestito e ben recitato.

Adel Karam e Kamel El Basha nel film L’insulto (2017) - Photo: courtesy of Lucky Red
Adel Karam e Kamel El Basha nel film L’insulto (2017) – Photo: courtesy of Lucky Red

Tuttavia la vicenda umana è ben chiara, e decisamente inopinabile. Ci sono due persone dal forte carattere, decise, anche a causa dei fantasmi del proprio passato, a non cedere di un millimetro rispetto all’altro. Due zucconi senza appello che farebbero meglio a contare fino a 10 prima di parlare o agire. Peccato che le mogli, le uniche dotate di buon senso in questa assurda vicenda, non vengano ascoltate.

L’analogia con la vicenda storica invece necessita di uno sguardo più attento se, come ricorda l’avviso all’inizio, i punti di vista del film non rappresentano alcuna posizione ufficiale.
D’altra parte, a ben guardare, non sembra affatto che Doueiri porti avanti alcuna tesi preconcetta. Piuttosto pone più domande che risposte.

Centrale è la questione che non si possa e non si debba stabilire una graduatoria della sofferenza e della persecuzione, altrimenti quelle che si rischia di combattere sono guerre tra poveri. Un’immagine che nella nostra letteratura è ben espressa dai famosi capponi di Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni.
Resa palese nel momento in cui ad alti livelli politici si cerca di manipolare i due contendenti. La loro rivolta, il loro rifiuto di farsi manipolare, preludio al momento in cui invece umanamente si avvicineranno, è un avviso a tutti noi: non è il nostro prossimo il vero nemico, bensì chi cerca in ogni modo di non farci pensare con la nostra testa.

Un film da vedere, per riflettere.

Emanuele Manco, da “masedomani.com”

 

A volte la sequenza o la parte iniziale di un film ne enunciano il contenuto, nella forma o nelle tematiche trattate, o entrambe le cose. In questo caso è soprattutto vero per tematiche o leitmotiv che costellano il film sottotraccia, ma con significati importanti se non fondamentali.

L’insulto, del regista libanese Ziad Doueiri, presentato in concorso all’ultimo festival di Venezia dove ha ottenuto il premio per la miglior interpretazione maschile, comincia con un raduno di propaganda ossessivamente patriottica e cristiana a Beirut organizzato dal partito di Bashir Gemayel, il leader politico assassinato nel 1982, esponente di una dinastia politica ancora attiva e divisa in correnti e fazioni al suo interno. Bashir Gemayel, figlio di Pierre Gemayel, fondatore delle Falangi libanesi, era particolarmente rigido, fanaticamente nazionalista.

Il comizio del prologo manda con chiarezza questo messaggio. Quanto urlato e detto dal politico sul palco rimarca il nazionalismo abbinato alla religione: “Il partito cristiano è come la Bibbia. Nella Bibbia, sapete, c’è l’Antico testamento e il Nuovo testamento. In passato cosa si diceva? Solo il Partito cristiano protegge Beirut. Oggi, cosa si dice? Il Partito cristiano sostiene lo stato!”.

Soprattutto è evidente che idealmente il presidente è ancora Bashir Gemayel del quale è ben visibile una gigantografia alle spalle dell’oratore. Nel filmare il raduno la regia mette in evidenza uno dei due protagonisti maschili di questo film in realtà corale, il quale, tornato a casa allegro sull’onda briosa della marcetta del comizio, tesse ancora le lodi del politico in questione immortalato in una grande fotografia incorniciata nel salotto.

Il regista, che aveva esordito nel 1998 a Cannes con West Beyrouth e che qui è al quarto lungometraggio, tornato da Venezia con il premio è stato arrestato, processato e prosciolto da un tribunale militare, accusato di collaborazionismo con il nemico israeliano. Un chiaro segno che L’insulto tocca un nervo scoperto, anche se il film non è manicheo e non traccia della politica un ritratto totalmente negativo. Uno dei messaggi è anzi quello dei cambiamenti che devono partire dal basso, da una volontà comune della popolazione di venirsi incontro, anche nel rapportarsi nel quotidiano, nelle cose più banali, e che non tutto dipende dalla sola politica.

La reazione appare quindi sproporzionata, forse dovuta anche al forte nervosismo della politica, dato che il primo ministro libanese Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni lo scorso 4 novembre per poi tornare in patria annunciando al presidente Michel Aoun di averle ritirate dopo un incontro con il presidente francese Macron.

Gigantografia dell’ego
È proprio da un atto del quotidiano dei più banali che parte una faida che coinvolge i mezzi d’informazione, scatena le passioni nel paese e preoccupa la politica. Un anziano capocantiere palestinese fa riparare la grondaia irregolare del terrazzino di un’altra abitazione da dove poco prima era colata l’acqua dell’innaffiatura.

Il proprietario esce come un fulmine sul terrazzo e con un martello distrugge la riparazione. Al capocantiere, indignato e sconvolto, sfugge un epiteto. L’insulto del titolo. La pallina di neve diventa valanga e il cristiano manda sotto processo il palestinese malgrado i tentativi di mediazione del volenteroso direttore dell’impresa.

Le donne sono nettamente più equilibrate e ragionevoli in questo mondo dominato da una sorta di gigantografia dell’ego e soprattutto dell’orgoglio maschile, di cui il Dio monoteista, assoluto, sembra il paradigma, la metafora, la proiezione. Non manicheo, nel film non manca qualche personaggio secondario, magari anziano, dissonante rispetto a questo orgoglio ossessivo e perentorio, dove l’insulto all’autorità patriarcale pare un insulto a Dio stesso, forse addirittura a quello dell’Antico testamento.

Questo film parla anche di noi, di quanto sia inutile fare i superbi, gli orgogliosi, i superiori

L’insulto gioca infatti con finezza sul rovesciamento del manicheismo e più in generale degli schemi, della rigidità. Non è facile, perché il fantasma elettronico di Gemayel – i filmati di repertorio infestano il film come la vita dei personaggi – continua a sputare veleno sulla minoranza palestinese. E va detto che il tono delle sue dichiarazioni ricorda certi personaggi che appestano la politica europea di oggi, a cominciare dall’Italia, il paese che ha dato il via al fascismo in Europa.

Questo film parla anche a noi, anche di noi, inutile fare a nostra volta i superbi, gli orgogliosi, i superiori. Parla della rigidità dei meccanismi mentali umani in generale e di quelli maschili in particolare, e di come questi si riflettano nella meccanica sociale.

Scontro che poi diviene incontro, prima intergenerazionale e infine interetnico, se non interreligioso, tra le fazioni durante il dibattimento processuale. L’anziano avvocato Wajdi difende il cristiano, sua figlia, intrisa di modernità, il palestinese.

Lungo il dibattito affiora il passato del palestinese, non sempre trasparente. Ma quello che pare asserito per chiudere il processo, viene rovesciato in favore del capocantiere. E così sarà pure per il cristiano. È una lezione di memoria e di storia che si profila gradualmente, sugli eccidi noti e quelli dimenticati, che lasciamo scoprire allo spettatore, poiché questi sono il momentum del film.

Il quale esce qui dallo psicodramma cinematografico per assurgere con potenza e semplicità al dramma umano della storia. Non ci può essere perdono e quindi riconciliazione senza assunzione di responsabilità reciproca – perché tutti hanno colpe e giustificazioni – e senza conoscenza storica e comprensione piena del dolore immenso che fa covare questa rabbia insensata e perenne dell’orgoglio, della frustrazione.

Alla fine della guerra, l’amnistia diventò amnesia, dice il regista, e qui sta il nodo da affrontare e sciogliere per uscire dall’eterna e perenne grande faida, dal grande campo di prigionia interiore del passato, per una nuova alba dei rapporti interrazziali, religiosi, politici e più semplicemente umani. Non un insulto ma un messaggio di pace.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

 

Dopo lo splendido E ora dove andiamo? di Nadine Labaki, anche Ziad Doueiri affronta la difficile divisione interna che sta attraversando il Libano.

L’insulto è un film sull’onore, l’impulso, il credo, la rabbia e la giustizia. Tutto un agitarsi di animi che emerge da una questione molto semplice, peraltro ispirata ad un episodio capitato allo stesso regista, destinata a diventare qualcosa di più grande.

Quando il carpentiere Yasser, un anziano profugo palestinese di fede musulmana, inizia i lavori sotto un ridente condominio il caso vuole che si imbatta in Toni, un rozzo meccanico libanese di fede cristiana e sprezzante verso il popolo “invasore”.

Una banale disputa sorta per una questione di tubature dà però ai due l’occasione di scontrarsi, di mancarsi di rispetto. Gli animi si surriscaldano e Toni finisce con l’insultare Yasser che a sua volta reagisce con l’aggressione fisica. Quello che doveva essere l’episodio isolato di un giorno si traduce in un caso giudiziario che farà emergere il vero volto della nazione libanese.

Al di là della sua importanza sociale, L’insulto non rinuncia ad avere una sua tensione narrativa. Le buone idee di regia di Doueiri sembrano in parte influenzate dal cinema di Costa-Gavras, soprattutto per quanto riguarda l’aggressione da parte dei media subita dalla vicenda centrale. Come spesso accade nei film del regista greco (ma naturalizzato francese), l’analisi della storia diventa ne L’insulto il pretesto per un’importante riflessione sul presente.

Il battibecco ordinario dà infatti a Doueiri l’occasione per immergersi nel profondo dell’animo di due popoli con un passato ancora presente fino a maturare una coscienza politica che guarda ad un futuro speranzoso.

C’è qualcosa di atemporale persino nei personaggi di Toni e Yasser e di questo il regista sembra esserne consapevole: da un lato l’odio di Toni verso il popolo palestinese, dall’altro lo spirito patriottico che porta il mite Yasser a compiere un gesto estremo.

Pur specchio di una nazione ben precisa, la rivalità che si instaura tra i due uomini potrebbe benissimo rappresentare il mondo e la nostra incapacità di convivere con il prossimo.

Una scena emblematica nel film sembra rappresentare bene questo aspetto: usciti dal tribunale, Toni e Yasser cercano si salire sulle rispettive macchine. Ma le due auto sono talmente vicine che i due non riescono ad aprire la propria portiera senza rischiare di danneggiare l’auto dell’altro e sono così, loro malgrado, costretti a cedere il passo. Ma si tratta appunto di una “falsa cortesia”, frutto di un arcaico istinto di sopravvivenza piuttosto che un vero gesto di convivenza. In una situazione come questa gli animi possono improvvisamente esplodere e non c’è da stupirsi quindi di quello che accade nel corso del film.

Con L’insulto Doueiri rinnova il dramma giudiziario dandogli una formula nuova e scegliendo un argomento difficile da trattare. Ma va oltre la storia centrale e al discorso politico inserendo diversi indizi che potrebbero dar vita ad un discorso di carattere ancor più generale.

Una piacevole sorpresa.

L’insulto ha vinto alla Mostra del cinema di Venezia 2017 la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ed è il candidato libanese alla corsa agli Oscar 2018.

Claudio Rugiero, da “darksidecinema.it”

 

 

Beirut, oggi. Yasser è un profugo palestinese e un capocantiere scrupoloso, Toni un meccanico militante nella destra cristiana. Un tubo rotto, un battibecco e un insulto sproporzionato, pronunciato da Toni in un momento di rabbia, innescano una spirale di azioni e reazioni che si riflette sulle vite private di entrambi con conseguenze drammatiche, e si rivela tutt’altro che una questione privata.
In West Beirut, il film che ci ha fatto conoscere Ziad Doueiri, la guerra passava dall’apparire un’avventura personale al divenire una tragedia nazionale. Nella contemporaneità de L’Insulto la guerra civile libanese appartiene al passato, militarmente è finita nel 1990, ma basta una miccia piccola come una mezza grondaia che sgocciola per dare nuovamente fuoco alle polveri e trasformare un banale incidente in un processo mediaticamente incandescente, che spacca subito la nazione in due.

Douieri e Joelle Touma, sua compagna e cosceneggiatrice, sono partiti da un’occasione reale, un’uscita verbale infelice del regista in un momento di nervosismo, per andare all’origine del sentimento che sta sotto certe frasi, che non vengono mai pronunciate per caso.

Un’opera di immersione in profondità, dunque, tra lapsus e impulso, raccontata però in verticale, perché il conflitto, come la rabbia, come l’umiliazione, è qualcosa che monta. Raccontata in maniera diritta, appunto, attraverso tappe che si potrebbero dire prevedibili, eppure, non solo l’avverarsi del prevedibile è parte integrante del discorso, ma soprattutto è sfumato, colorato, drammatizzato da un ottimo copione, che si muove abilmente tra la sfera pubblica (e il film processuale) e il momento privato (dunque il dramma psicologico). Con il colpo di genio di fare dei due avvocati rivali un padre e una figlia, che non possono non portarsi in aula dell’altro: qualcosa che va al di là degli “atti”, esattamente come il confronto tra Toni e Yasser va al di là dell’insulto pronunciato sul momento e affonda in una sofferenza, privata e collettiva, che ancora tormenta e fomenta.

Se il film ha un limite, nel suo essere quasi didattico sull’argomento, in quel limite c’è anche la sua forza comunicativa e la sua principale ragione d’interesse, al di là della bella scrittura e delle prove attoriali di Adel Karam e Kamel El Basha. Perché parlare del peso simbolico delle parole e delle sue conseguenze reali, vuole anche dire parlare della responsabilità di chi si esprime attraverso un mezzo che è megafono e dunque del ruolo del regista. Doueiri porta davanti ad una corte di giustizia le due parti, perché giustizia dev’essere e non rimozione, ma non auspica né vittime né colpevoli, solo di affrontare fino in fondo le cose, per poter finalmente voltare pagina.

Voto: 3,5 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Doueiri è un cineasta che per raccontare tensioni e criticità del suo Libano ha l’abitudine di divertirsi a giocare con le formule del cinema spettacolare – vista la sua gavetta ad Hollywood, e soprattutto un certo successo popolare delle sue regie come West BeyrouthLila diceThe Attack.
Qui il regista affronta il canone del genere legal, procedurale, per portare alle estreme conseguenze l’apologo sulla difficile convivenza tra palestinesi e libanesi tra le vie di Beirut: basta una scaramuccia tra un capomastro palestinese e un convinto sostenitore locale del Partito Cristiano, per una grondaia che sporge da un balcone, a scatenare una battaglia a suon di querele, processi, e corti d’appello – le fazioni diventano sempre più nutrite e accese, si attiva l’interesse della politica e dei media, fino a sfiorare il ritorno ad una tensione da vera e propria guerra civile, con le “armate” schierate da un lato e dall’altro, prime intimidazioni, la paura e il pericolo che si insinuano nelle vite familiari dei due contendenti.

l insulto doueiriL’adesione alla struttura del genere, con i colpi di scena e i rovesciamenti sul favorito agli occhi dei giudici, le prove presentate a sorpresa e le arringhe ad effetto degli avvocati, permette a Doueiri di alzare al livello di ebollizione la quantità di rivoli narrativi e testacoda morali a cui viene sottoposto il giudizio dello spettatore: è così che la contesa tra i due uomini diventa una maniera per indagare non solo il presente libanese ma tutto un Passato recente che difficilmente viene a galla anche nella memoria comune.
Per funzionare, un impianto così sovraccarico ha bisogno di poggiarsi sull’efficacia degli interpreti, e come sempre il regista è in grado di costruire figure pazzescamente verosimili ed empatiche, anche nelle loro scelte meno istintivamente condivisibili: qui non sono soltanto le due coppie in opposizione a restituire la luce dell’umanità (oltre ai due protagonisti maschili, le rispettive clamorose controparti femminili), ma tutto l’apparato di amici, fratelli e genitori, fino ai due avvocati – padre e figlia – che si sfidano in tribunale.
Doueiri è attento alla costruzione di ognuna di queste figure, i primi piani mantengono la stessa importanza delle scene aeree, quelle di massa in giro per la città, queste ultime malauguratamente fasciate da musiche davvero troppo ingombranti.

l insulto adel karam diamand bou abboudNonostante gli scontri in aula contribuiscano a mantenere alto il ritmo del racconto anche nelle svolte fuori misura, dispiace un po’ perdere la grande capacità di Doueiri di girare nel quartiere, di infilarsi per le vie di Beirut ad inseguire l’esplosivo affastellarsi del caos quotidiano: la sequenza iniziale con la radiosa Rita Hayek che raggiunge a piedi l’officina del marito è un istante pulviscolare da contrapporre poi al buio che sembra calare sulle case e sulle vite dei protagonisti, una volta dato il via al duello a distanza e al faticoso percorso per una riconciliazione che sembra preferire i gesti minimi, silenziosi, simbolici alle fanfare elettorali delle messinscene istituzionali.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Beirut, oggi: una grondaia fuorilegge, una riparazione non richiesta, un insulto (“Brutto stronzo”), e le vite del cristiano libanese, un meccanico, Toni (Adel Karam, già visto in Caramel) e del rifugiato palestinese, un capomastro, Yasser (Kamel El Basha) non saranno più le stesse. L’escalation è violenta, invasiva: Toni ha due costole rotte, e le ripercussioni toccheranno perfino la moglie incinta e la nascitura, mentre il datore di lavoro di Yasser cerca di mediare. Nulla da fare, esplode un altro insulto (“Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi”, profferito contro Yasser), il caso finisce in tribunale, anzi, in corte d’appello, dove si affrontano due avvocati padre e figlia, e il circo mediatico ci va a nozze: non è più una cosa tra Toni e Yasser, ma affare di un intero paese, che non ha saputo fare i conti con il passato, e leccarsi le ferire.

Coppa Volpi per Kamel El Basha a Venezia74, è L’insulto di Ziad Doueiri, che fa di conflitto religioso, politico, etnico court drama, portando alla sbarra crimini d’odio, memorie urticanti, passato che non passa e presente che non chiede scusa.
Troppo lungo, e con troppi finali, troppo melodrammatico e accaldato – fino al semplicismo -, ma non è privo di interesse: gli attori sono egregi – menzione speciale all’avvocato padre Camille Salamé – e la carne al fuoco tanta e al sangue.

E poi, la cornice giudiziaria non deve ingannare, perché non realmente risolutiva per una tenzone tanto singolare quanto allargata, tanto privata quanto pubblica: dove finisce il torto dell’uno e dove inizia quello dell’altro? Certo, lo spettatore deve fare i conti con i canoni emozionali e gli stilemi non smagati del cinema mediorientale, e segnatamente libanese, ma L’insulte ha un buon ritmo, offre un facile coinvolgimento e un approdo coraggioso: e se la soluzione fosse la cara, vecchia legge del taglione? Occhio per occhio, dente per dente, costola per costola?

Voto: 3 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Cane.
Nasce tutto da qui.
Nasce tutto da questa parola detta con rabbia.
Dalla parola cane si scatena una serie di eventi che porta una piccola e stupida lite fra due uomini a diventare un caso nazionale, e non solo.
Ma dietro quella parola c’è qualcosa di molto più grande, ci sono significati ben più importanti di un semplice insulto.

L’insulto. E’ proprio questo il titolo del film libanese del regista Ziad Doueiri che è stato presentato in anteprima all’ultima Mostra cinematografica del cinema di Venezia e che proprio in questi giorni è sbarcato nelle nostre sale.
Tony Hanna (Adel Karam) ripara auto e vive con sua moglie Shirine (Rita Hayek) che è in dolce attesa.
Yasser (Kamel El Basha) è un ottimo capocantiere e vive con sua moglie Manel sempre a Beirut.

Una delle sequenze all’interno del tribunale

Nulla di strano fin qui.
Se non fosse che Tony è un cristiano maronita, Yasser un palestinese, e che siamo, per l’appunto, in Libano.
Un piccolo screzio che si espande a macchia d’olio e che vedrà dapprima protagonisti i due uomini e poi coinvolgerà inesorabilmente tutto il paese, fino ad arrivare anche al Presidente, in una lotta tutti contro tutti fatta di vendetta, orgoglio, e un odio razziale che ha radice ben più profonde di un insulto volato tra due uomini.

La pellicola del regista Doueiri tocca in maniera impeccabile il più grande nervo scoperto della storia e della terra libanese. Un territorio martoriato per più di vent anni da una guerra civile tra cristiani e musulmani, tra rifugiati palestinesi e forze filo israeliane/occidentali, e che ricorda ancora oggi alcuni dei pià grandi massacri della nostra storia recente (quello di Sabra e Shatila e la strage di Damur, menzionata anche nel film).
Il regista prende due uomini, così diversi apparentemente , ma così accomunati da una rabbia che cova loro dentro, da un orgoglio che sembra vincere su tutto, anche sulla pacifica convivenza.
Da li fa nascere un escalation di tensione, scontro, rabbia e odio che sembra non avere fine.

La macchia d’olio si espande

Sono diversi i punti a favore della pellicola.
Perfetti sono i due protagonisti, interpretati da Karam ed El Basha, che accecati dall’odio e dalle loro esperienze passate non sembrano proprio riuscire a trovare un accordo per sistemare una faccenda stupida e insignificante, almeno all’inizio.
Ottimo è il percorso che il regista da alla storia, che da una lotta tra vicini di casa si trasforma prima in una lotta tra famiglie, per poi divenire una lotta di quartiere, passando per l’aula di un tribunale che diventerà il ring principale della contesa per poi arrivare anche sulle televisioni nazionali.

Sarà possibile trovare un punto d’incontro?

Ma il cerchio si chiude poi, e da dove tutto è nato, tutto avrà il suo epilogo.
Lo scontro non si limita ad essere solo quello tra i due uomini ma è molto più ampio.
C’è tensione all’interno delle due famiglie, all’interno del quartiere, tra i due avvocati che difendono i due uomini, tra le due fazioni che abitano questa terra che proprio non riesce a trovare un equilibrio tra le sue varie etnie.
Lo scontro in tribunale è orchestrato alla grande da Doueiri.
I due avvocati interpretati da Camille Salameh e Diamand Bou Abboud non sbagliano un colpo, ed  il processo porta a gaklla un dibattito che potrebbe non aver mai fine.
Si può essere entrambi colpevoli, chi più e chi meno? Sbaglia solo chi istiga o anche chi reagisce in malo modo dopo essere stato offeso?
Ed un gesto violento, se scaturito da una pessima esperienza passata che ha fatto di colui che lo compie una vittima, può essere giustificato?
L’odio porta con sè solo odio?

Sono tante le domande che ci lascia L’insulto, anche se molte sono le risposte che la pellicola di Doueiri riserva allo spettatore.
E sullo sfondo di tutta la vicenda, il Libano. quel piccolo stato che contiene al suo interno uno dei carichi più esplosivi di tutto il medio Oriente.
Quel paese in cui in pochi minuti si passa da un paradisiaco paesaggio costiero alle affollate costruzioni della parte centrale, e della capitale Beirut.
Il paese medio orientale è un altro dei protagonisti della pellicola, nonostante la maggior parte delle vicende si svolgono in ambienti chiusi.

Scelto per rappresentare il Libano ai prossimi Oscar 2018 come miglior film straniero, L’insulto è sicuramente uno dei candidati per l’ingresso nella cinquina finale.
Perchè in queste condizioni, anche un piccolo diverbio tra uomini può diventare, a suo modo, da Oscar.

NON PERDETEVELO

da “jamovie.it”

 

 

 

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