L’amore secondo Isabelle

 

Frammenti di un discorso amoroso secondo Claire Denis: la grande regista francese ha scelto di adattare il celebre saggio di Roland Barthes, uno dei testi più influenti del ventesimo secolo sul tema dell’amore, per dare vita a L’amore secondo Isabelle, pellicola di grande eleganza con protagonista Juliette Binoche.

L’attrice transalpina interpreta una donna parigina, un’artista divorziata di grande fascino, ma insicura dei propri mezzi. È una madre single di mezz’età che sta cercando l’amore, quello vero.

Muovendosi per la prima volta sul territorio della commedia, Claire Denis firma una pellicola ambiziosa e ricca di sfumature, forte di uno straordinario approfondimento sul personaggio principale e sulla psicologia femminile in generale.

Semplice solo in apparenza, L’amore secondo Isabelle è invece un lungometraggio stratificato e di gran classe, che attraverso i tanti incontri di Isabelle riesce a parlare di tematiche che spaziano dai sogni infranti alla realizzazione individuale (tra i momenti più incisivi, da segnalare il dialogo tra la protagonista e il personaggio interpretato da Gérard Depardieu).

Il risultato è un film intenso, che cresce alla distanza e che trova in Juliette Binoche l’interprete perfetta per un ruolo tanto complesso.

Voto: 3,5 / 5

Andrea Chimento, da “cinematografo.it”

“Quando non sei innamorata, cosa fai?”.

I frammenti del discorso amoroso barthesiani sono per Claire Denis anche frammenti di corpi. I corpi dei personaggi, i corpi degli attori, il corpo di un film. Per una regista abituata a mettere in scena per brani, passi bruschi, improvvise epifanie, questo film potrebbe sembrare una naturale evoluzione. E invece Claire Denis non soltanto cambia strada rispetto a un immaginario estetico ormai documentato, ma sceglie perfino il corpo dell’idioletto meno previsto, lei che è sempre ricorsa all’assenza, invece che all’abbondanza; alla sottrazione, invece che all’eccesso.

Frammenti fisici, dunque, ma questo è scontato nel cinema denisiano. Più di tutto, però, frammenti di una lingua impossibile da parlare, e forse anche da ascoltare. L’amore secondo Isabelle è fatto di brandelli di paroleche non riescono a riempire una vita come dovrebbero o potrebbero; cocci grammaticali, sintagmi sospesi, sintassi tagliate. L’espressione è qualcosa che si fa fatica a esprimere; l’espressione amorosa, per di più, è inattendibile.

Nel film più “francese” di tutti i film francesi di Claire Denis (che dalla “poetica francese” quale enunciato e grammatica cinematografici è rimasta costantemente e testardamente distante), in un film che parla d’amore e di bisogni d’amore senza mai trovare la frase corretta o il periodo più conforme, dove le persone rivelano il proprio privato ma ne restano infine imbarazzate e loro malgrado travolte, lo stile è inversamente proporzionale al caos dialettico, contrario di verso. Mai visto un film di Claire Denis così “tagliato”, così sobrio, essenziale, astratto senza in verità esserlo, in cui l’ellisse è di per sé una parola, benché una parola che manca. Un film di soli interni (e anche quando per strada, sembra di stare chiusi in una stanza), di inquadrature tutte necessarie, tutte fondamentali, non ce n’è una fuori posto o di troppo; un film di primi piani (e Juliette Binoche ne sopporta alcuni con coraggio enorme), di dettagli (quelle mani…) e di piani sequenza che non diventano mai né soggetti né verbi, cioè non determinano mai il senso della scena con perentorietà, anzi se ne allontanano, pudichi; un film in cui i tragitti in auto, come già in Les salauds (2013), sono delle subordinate meravigliose.

Un film paratattico, nel quale la paratassi migliore e più sorprendente giunge in fondo, improvvisa, folgorante: con l’entrata in scena geniale di Gérard Depardieu (che poi è un’uscita, come nel finale di Police di Pialat), Claire Denis interrompe un film per farne partire apparentemente un altro. Invece è la conclusione aperta, “open”, di un discorso che ovviamente non può trovare conclusione, un discorso amoroso che non ha termine perché i punti e gli a capo, come i dunque e i quindi, non riescono a sopportare la responsabilità di una vita tutto sommato – e per fortuna – ancora da scrivere. Una pagina bianca.

Voto: 4 / 5

Pier Maria Bocchi, da “cineforum.it”

 

La Claire Denis di film tosti come White MaterialBeau Travail e Les Salauds, stavolta ha girato imprevedibilmente un film sull’amore. Su una donna che l’amore non si stanca di cercarlo. Una commedia brillante, di ottimi dialoghi, che resta però nel suo fondo un film di Claire Denis, ovvero un ritratto realista. Juliette Binoche si immerge in Isabelle diventando lei (o è il contrario: è Isabelle che diventa Juliette?). 
Il film che non ci si aspettava da Claire Denis. Lei, una di quelle registe assai toste che sempre si sono tenute alla larga da ‘tematiche femminili’ e ancora di più da un cinema presunto femminile intriso di basso sentimentalismo. Eppure con questo bellissimo Un beau soleil intérieur (Un bel sole interiore: è il titolo originale, ed è una delle immaginifiche invenzioni linguistiche sciorinate da un Gérard Depardieu in formissima quale voyant con pendolino interpellato nel finale dalla protagonista) è andata a girare un film intorno a una donna di 50 anni eternamente insoddisfatta, eternamente in cerca, ebbene sì, di un uomo con cui spartire la vita. Che quando è stato annunciato in programma alla Quinzaine des Réalisateurs l’anno scorso a Cannes, e se n’è letta la sinossi, quasi non ci si credeva. Ma come, la Denis – una che ha in curriculum cose come Beau travail su un manipolo di tipacci della Legione straniera e un noir sporco e cattivo come Les Salauds – si mette a parlare d’amore? Annunciando oltretutto che l’idea di partenza, sua e della sceneggiatrice Christine Angot, era quella di mettere in cinema i mitologici Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes (poi in corso d’opera il progetto è cambiato), il Grande di Francia che sdoganò negli anni Settanta con quel libro la fenomenologia del cuore e batticuore fino ad allora ritenuta cosa da sartine e cameriere (“Solo le cameriere si innamorano” sentenziò l’avvocato Agnelli). Eppure, contro ogni incredulità mia e di chissà quanti altri, ne è uscito un film che è una miracolo di leggerezza e finezza, realizzato da una donna (due, contando la fondamentale sceneggiatrice) su una donna senza scadere né in autoindulgenze autocommiserative né in rivendicazionismi spiccioli né in lamentìi tardofemministi contro il patriarcato. Un film lieve, aereo, eppure solidissimo, in cui il tocco di Claire Denis e la sua visione di cinema intimamente realista restano assai evidenti. Mai un smanceria romanticistica, complicità sì con la protagonista Isabelle ma evitando di appiattirsi sui suoi sogni e bisogni e sulle sue paturnie. Perché, diciamolo, Isabelle è anche un filo rompiscatole, di quelle donne che molto hanno avuto dalla vita eppure infelici, di un’infelicità che si stenta a capire. Insoddisfatte anche quando affiancate da uomini fichissimi e per niente stupidi che molte e molti le invidierebbero. Claire Denis, con il suo sguardo fermo, con il suo cinema così trasparente, onesto e oggettivo, pur stando dalla parte di Isabelle non ne asseconda le fluttuazioni di pensiero e di umore, mantenendosi sempre su un piano di osservazione: partecipata, ma osservazione. Dei Frammenti (letti troppi anni fa per ricordarmeli bene) di Barthes c’è poco, niente, solo l’idea di partenza e la struttura narrativa volutamente non lineare ma rapsodica, che si costruisce e procede, quando procede, per momenti disaggregati, senza apparente continuità, isolati come monadi. Frammenti, appunto. Vediamo amori che si aprono senza che ne vediamo la fine, che intuiamo passati solo perché Isabelle è già con un altro uomo, assistiamo a effetti senza che ci sia stata mostrata la causa, e ampie ellissi, salti narrativi e temporali. Un’opzione narrativa che ci salva da troppe e inutili spieghe psicologistiche, più concentrata sulla fattualità che sull’analisi delle ragioni e di ‘quello che ci sta sotto’.
Juliette è una pittrice cinquantenne parigina con una separazione (di cui poco sappiamo e capiamo) alle spalle, una figlia di dieci anni, un amore insoddisfacente in corso con un tronfio signore della finanza globale. Il bello e anche lo strano è che Juliette resta, nonostante l’esperienza accumulata, una donna-ragazza in cerca dell’amore, che all’amore crede e agli uomini pure. O meglio: tra tanti uomini disastrosi lei è sicura di trovare quello giusto. Però sant’Iddio pure lei non si accontenta mai, basta un gesto, una parola fuori posto ed ecco che il candidato principe consorte o principe consorte temporaneamente, precariamente in carica venga da lei abbattuto. Torna l’ex marito, un tipo gentile, ma anche lì Juliette sbarra la strada a ogni possibile ricominciamento. Un attore giovane e bello la corteggia, poi si ritrae, poi riavanza, ma anche lui non supererà l’esame. Intanto penetriamo un po’ nel milieu dell’intellettualità artistico-parigina di cui Isabelle è parte, una gallerista, agenti, tutti raffinati quanto inariditi, mentre lei non si rassegna, resta indomabile e anche generosamente ingenua. Un caos ben riassunto dall’indovino con pendolino, un Gérard Depardieu da standing ovation, che le predice di ogni, tutto e il contrario di tutto, non tanto per ingannarla e truffarla ma perché, traducendola in parole e previsioni, quella è la sua vita, quella è Isabelle. Dialoghi brillantissimi, ottimo ritmo, si sorride e si ride. Anche se Claire Denis non mutua mai i modi della commedia sofisticata, che sia francese o americana. Denis resta Denis, tracciando con solido e anche rude realismo un ritratto di donna brillante e agro. E ha l’intelligenza e la sensibilità di lasciare ampia libertà a Juliette Binoche, la quale si cala nel suo personaggio in un processo identificativo-immersivo totale, o forse è Juliette Binoche a trascinare verso di sé il personaggio di Isabelle e a modellarlo su su se stessa. In molti momenti ogni barriera tra attore e personaggio sembra venire meno, il che, come sempre quando la vita extrafilmica irrompe e deflagra nella finzione, ci spiazza e disturba, sicché in certi momenti si vorrebbe una Binoche più distaccata, meno coinvolta. Più ci si pensa, e sempre più questo film appare complesso e sempre meno una semplice commedia programmata per divertire.

Voto 8 / 10

Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

L'amore secondo Isabelle: recensione dell'ironica ricerca di Juliette Binoche dell'amore vero

Juliette Binoche è impegnata in una lunga ronde sentimental sessuale fra bar, teatri e salotti della Parigi borghese e intellettuale in L’amore secondo Isabelle, vagamente ispirato alla regista Claire Denis dai Frammenti di un discorso amoroso del semiologo Roland Barthes. Potrebbe anche essere visto come un aggiornamento, senza certo le stesse ambizioni, di quell’analisi al giorno d’oggi, non più negli anni Settanta.

Discorsi ce ne sono a bizzeffe, e tutti ruotano intorno all’amore e alla ricerca di quello giusto, vero, della cinquantenne divorziata Isabelle del titolo, una pittrice abituata a frequentare gallerie d’arte e atelier open space, frequentando il suo ambiente, composto di artisti e di fulgide, ma quasi sempre tracontanti, intelligenze. Come in altre occasioni negli ultimi tempi, ancora un film francese che ruota intorno (anche) alla parola, seppur in un terreno ben diverso, quello dell’analisi e della schermaglia sentimentale, in cui troppo spesso ci si rimpie la bocca di insostenibili flussi di parole, quando sarebbe meglio tacere, godere il silenzio e metterlo alla prova.

Difficile immaginare come potrebbe reggere in equilibrio una storia come questa senza l’ennesima maestosa performance della Binoche. Chi altro avrebbe potuto rendere con classe e fragilità questa donna in cerca, pronta a innamorarsi eppure selettiva quando i discorsi si infittiscono? Sono spiazzanti i suoi momenti giocosi come quelli in cui si sente sul baratro, in cui pensa che “è finita, ho l’impressione che la mia mia vita amorosa sia dietro di me”. Le parole e la comunicazione sono anni luce lontani dalle smancerie da commedia romantica, anzi molto più prossime alla goffaggine da primo appuntamento. Non mancano i momenti, specie nella prima parte, in cui le serate si fanno estenuanti, e la sensazione dello spettatore è quella che la buona Isabelle sia pesante, che non le vada bene niente e nessuno. Ma è il riflesso condizionato di chi ha alzato così tante barriere, si è trincerata così in profondità, dopo le ferite subite e inflitte nella vita amorosa. Con il suo ex erano ormai “due che non ce la fanno più, né insieme né da soli”.

Non poteva che essere un libro di scrittura, oltre che di parole, come quelle di Christine Angot, autrice della sceneggiatura e maestra del romanzo autobiografico (la sempre più in voga oltralpe autofiction), della disamina dei sentimenti all’interno della famiglia. L’amore secondo Isabelle è uno sguardo dolce amaro sulle relazioni umane, senza dogmi o pretese di coerenza, tremolante come la luce della luna in una lunga notte d’estate, leggera o malinconica, in ogni caso senza troppe mezze misure, ebbrezza che solo l’amore sa indurre nei nostri organi interni mortali. Certo, quando appare un gigantesco Depardieu, appena pochi minuti, a ridimensionare ogni pretesa razionale nelle cose amorose, armato di un pendolo e una faccia da schiaffi, la reazione non può essere che un sorriso beffardo come quello di Isabelle, pronta a svegliarsi il giorno dopo e ricominciare la giostra, fino a che il risveglio non sarà più solitario, ma in fondo anche oltre.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Claire Denis, classe 1946, è rappresentante di un cinema fieramente autoriale, nonché personale, e raramente è fuoriuscita dal circuito d’essai. “L’amore secondo Isabelle”, volgarizzazione dell’originale “Un beau soleil intérieur”, rappresenta una deviazione dal percorso della regista francese oppure l’inizio di una nuova fase, considerando che la prossima pellicola da lei firmata sarà “High Life”, sci-fi con protagonisti Robert Pattinson e – nuovamente – Juliette Binoche. La Denis non è di certo nuova a opere difformi o spiazzanti; è sufficiente ricordarsi di “Cannibal Love – Mangiata viva” (Trouble Every Day, 2001), quasi una sortita nei territori della New French Extremity, in cui Vincent Gallo e Béatrice Dalle, affetti da una malattia neurologica, ripudiavano o inseguivano il sesso per poter tradurre la libido e l’amplesso in una forma di antropofagia, addentando brandelli di carne e bevendo il sangue dell’amante. Questo suo nuovo lavoro, però, è per tono, registro e stile qualcosa che pare continuare un discorso, riguardante il desiderio, la sessualità, la femminilità, all’interno di un contesto inedito per l’autrice di “Beau travail”.
Isabelle è un’artista di mezz’età divorziata, con una figlia di dieci anni. Figlia che, peraltro, vediamo soltanto in un’occasione, poco prima che l’ex marito la porti via per il weekend: infatti, la protagonista è sempre da sola a casa. Possiamo utilizzare questo dettaglio per farne sintomo di una narrazione, quella imbastita dalla Denis, solo in apparenza lineare, bensì ellittica e frammentaria: d’altronde, il pre-testo letterario è stato indicato dall’autrice come il celeberrimo saggio di Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”. Frammenti, dunque, di un discorso amoroso che ruota intorno a Isabelle, di cui facciamo conoscenza per la prima volta quando sta facendo l’amore con Vincent, il banchiere interpretato dal regista Xavier Beauvois, il quale si rivelerà presto essere arrogante e anaffettivo. Fotografia dalle luci morbide, inquadrature che ritagliano l’amplesso nello spazio del letto, cercando il volto della donna, la sua ricerca del piacere, interrotta da uno sprezzante commento del banchiere ci introducono in questa perlustrazione dei sentimenti e degli affanni di una donna in crisi perenne e in perenne attesa di (ri)trovare l’amore. Juliette Binoche, che non ha mai temuto la macchina da presa, sfodera una superba interpretazione in cui rimette in gioco la propria sensualità, il suo corpo di donna matura, i sorrisi e anche le lacrime di un’espressività umorale che la Denis è sempre pronta a sollecitare. La regia non lavora solo sul corpo attoriale ma anche sullo spazio occupato. Esemplari, a tal proposito, alcune sequenze della prima parte dell’opera, quando Isabelle va a trovare Vincent a casa per rinfacciargli di non averla chiamata: nell’inquadratura totale del salone, i due personaggi si muovono andandosi a spostare continuamente dal divano alla poltrona, quasi inseguendosi ma sempre a distanza in quella che è una vera danza seduttiva. Poco dopo sono davanti al bancone di un bar e la Denis sceglie un sinuoso long take per muoversi intorno ai personaggi, facendo avanti e indietro tra l’uomo e la donna, in un flusso di parole continuo e senza interruzioni: in questo caso è lo sguardo della macchina da presa ad avvicinare ciò che le parole progressivamente allontaneranno. La Denis sembra riflettere in questo suo film, sempre in bilico tra dramma e commedia sentimentale, sugli effetti delle parole, dei discorsi, delle autoanalisi amorose sui rapporti veri e propri. Isabelle ha un costante e insopprimibile bisogno di esprimersi, di verbalizzare anche vanamente ciò che prova; in tal senso la sua pittura che, dalle poche immagini pare essere una forma di espressionismo astratto, è lo sfogo creativo della sua instabilità emotiva. Notiamo che, nel rivolgersi agli uomini con cui flirta, spesso li metta alla prova celando tranelli, come quando dice all’attore che, a casa sua, c’è la figlia (in realtà dal padre), oppure quando lo saluta aspettando di essere fermata. Ma le mani, che la Denis inquadra rapidamente, spasimano per un contatto, ribadendo così la succitata distanza affettiva.
C’è una scena, a metà film, durante la quale Isabelle parla con un’amica degli aspetti più intimi dei suoi rapporti con gli uomini e della sua sessualità, confessando che il pensiero della viscida meschinità del banchiere le agevolasse il raggiungimento dell’orgasmo. Questa ammissione non avviene al tavolino del bar, ma in bagno dove Isabelle raggiunge l’amica per continuare il discorso, quasi non potesse aspettare un minuto di più. Quando, però, la protagonista chiede all’amica di ricambiare, lei taglia corto dicendo che va sempre meglio, in tutti i sensi, deludendo Isabelle. Ancora una volta, la regista traccia una distanza, non solo tra parole e gesti, ma tra parole e intimità (seppure nell’intimità appartata di un bagno). Se, oltre a Barthes, un altro motivo ispiratore è dato dalle chiacchierate tra Claire Denis e la scrittrice Christine Angot (co-sceneggiatrice del film), è palese come “L’amore secondo Isabelle” non voglia essere solo un’attenta analisi della frastagliata emotività femminile nel contraddittorio rapporto con l’altro sesso, ma anche una disamina autoironica nella quale Isabelle viene descritta con le lacune caratteriali e la cecità per i propri difetti di un personaggio realistico. La Denis, che non firma qui il suo capolavoro, realizza un intelligente e appassionato contraltare femminile alle numerosissime neurotic comedy in cui il protagonista è un maschio bianco di mezz’età, in crisi a causa di rapporti sentimentalmente difficili o infelici ma di cui lui non è semplice vittima, bensì artefice a causa di una serie autoinganni nevrotici che lo portano spesso in un cul-de-sac. In tal senso due sono le sequenze cardine: la prima è quella in cui Isabelle, stufa del chiacchiericcio dei suoi amici, si lascia trasportare dalla musica iniziando a ballare da sola, finché la Denis non trasforma questa danza in una scena di seduzione, pervasa da anche da un certo erotismo, la quale, tutt’altro che catartica, innesca un nuovo turbinio di passione e inquietudine; la seconda, avviene sul finale, quando Gérard Depardieu fa la sua apparizione e, poco dopo, inizia un fluviale monologo vaticinante durante il quale scorrono anche i titoli di coda. Ancora parole, ancora frammenti di un discorso infinito che scorre fuori dai margini delle inquadrature e che la Denis è bravissima a circoscrivere: nel tentativo di immaginare il futuro, gli occhi sbarrati di Isabelle, la sua espressione spaesata, ubriacata dal discorso sembrano cercare di comprendere quale incontro le serbi il futuro, senza concentrarsi sul presente, senza far entrare dentro di sé la luce di un bel sole interiore.
Voto: 7 / 10
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

Isabelle è una pittrice divorziata, con un figlia di dieci anni. Aspetta che la sua vita venga riempita da un amore. C’è un banchiere, un tipo eccentrico, che prima la seduce e poi le assicura che non lascerà mai la moglie. C’è un attore, forse. O forse un uomo conosciuto per caso, lontano dall’ambiente delle sue solite frequentazioni. Cosa fa, Isabelle, quando non è innamorata? “Niente”, dice lei, ma in realtà soffre, s’illude, spera, dubita, desidera, balbetta, piange.

Claire Denis è partita da una voce dei frammenti di Barthes, “Agonia”, per inscenare il discorso amoroso di Isabelle.

Doveva esser parte di un progetto di adattamento completo del testo, ad opera di diversi autori, ma il suo contributo si è allontanato dalla fonte, si è liberato, senza rinunciare però alla formula del frammento. Esitante, incompleto, timoroso, l’innamorato non è capace di parlare dell’amato in maniera compiuta, non sa quanto l’esperienza del desiderio sia soltanto sua o condivisa. La Denis porta sullo schermo questo torturarsi mentalmente, alle soglie del sentimento che promette maggior felicità, dentro l’azione quotidiana, piccola, scomposta in parti, ridotta, appunto, a frammento. Deve scendere dall’auto o restare? Cosa vuole l’altro? Quello che vuole lei? Perché non parla, l’altro? O perché non tace, non agisce? Come la vede? In questo quadro, di volute ripetizioni, il personaggio dell’attore è quello che porta la nevrosi d’amore al livello più esplicito: è angosciato dall’idea della fine, la riscontra all’indomani dell’inizio, la anticipa parlando di morte, impedendo che il sentimento sperimenti una vita.

Juliette Binoche offre pezzi di sé (è una delle poche grandi attrici della sua età che non si è mai sposata) e del suo corpo all’obiettivo della regista e dà il meglio di sé (il meglio di sempre?) nei panni di questa donna che si sente sola e invece è tutte le donne, e non solo le donne. I suoi cambi recitativi di registro non sono mai stati così rapidi ed estremi e servono a dovere un film che è tutto scritto, quasi una pièce teatrale, nel quale nemmeno una passeggiata nel verde offre una boccata d’aria.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

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