L’Affido – Una storia di violenza

 

 

Miriam (Léa Drucker, brava) e Antoine Besson (Denis Ménochet, perfetto) hanno divorziato, e lottano per la custodia del figlio minorenne, Julien (Thomas Gioria, un angelo): la donna vuole proteggerlo da un padre, asserisce davanti al giudice, violento. Viceversa, Antoine si piange addosso senza lacrime, e convince il magistrato: l’affido è congiunto. Non è, vedremo in una escalation tremenda, la soluzione migliore: il conflitto tra Miriam e Antoine fa di Julien un ostaggio, alla mercé del peggio…

E’ L’affido, in originale Jusqu’à la garde, esordio al lungometraggio del francese classe 1979 Xavier Legrand, già apprezzato e premiato internazionalmente per il corto Just Before Losing Everything.

Grandi attori, regia millimetrica, storia tosta e racconto misurato, è tra le cose migliori viste nel grande Concorso della 74esima Mostra di Venezia, da cui è uscito come meglio non avrebbe potuto: Leone d’Argento per la regia e, assegnato da un’altra giuria, Leone del Futuro, ovvero migliore opera prima. Troppa grazia? No, a meno di non essere piccini e rosiconi: introspezione psicologica, nessun manicheismo, pathos senza additivi, dolore senza placebo, è un esordio sorprendente proprio là dove gli esordi abitualmente falliscono, nel controllo della materia e nella padronanza del mezzo. Legrand, nomen omen, dimostra maestria, perizia, fin troppo: calcolato, limitato, implosivo prima ed esplosivo dopo, sicché il suo film assume qualcosa di antico, incarna qualcosa che ti fa sperare arrivino i buoni, che ti fa confidare non tutto sia perduto, che l’irreparabile non succeda. Del resto, si sta in poltrona ma, capirete vedendo, è come se fossimo anche noi in quella vasca. Prima e durante, una teoria di violenze, anzi, una violenza senza soluzione di continuità, sorda, meccanica, iterata: Jusqu’à la garde vi affonda il coltello, e ancor prima affonda la macchina da presa nelle ragioni dell’uno e dell’altro, sebbene quell’altro non ne abbia.

Tutto è senza fretta, senza enfasi né spiegoni, tutto è giocato nel binomio violenza e rappresentazione: la rappresentazione della violenza è inesorabile, impietosa, financo nichilista, viceversa, la violenza della rappresentazione violenta non è mai, bensì raffreddata, appunto calcolata, paratattica, misurata. Fino all’epilogo, in fondo, è l’anticlimax a farla da padrone drammaturgico, travasato negli occhi, le mani, le lacrime e il terrore degli attori. Sono loro a fare il film, a riflettere la storia, impreziosire il racconto: avercene. Ci possiamo davvero affidare, ché tutto è perfetto, cadenzato col metronomo dell’umano, calmierato da un’idea di cinema che non ha bisogno di esibire ed esibirsi per provarsi necessaria, urgente. Ellissi, non detti e, da noi, non uditi abbondano, eppure, capiamo tutto: il cuore non è mai leggero, la fine è solo un’alternativa, la violenza e soprattutto l’assenza di un reale antidoto fanno male. Ancora, dopo, comunque.

Non è un film facile, tantomeno consolatorio, e più di qualcuno l’ha criticato, se non denigrato, stigmatizzandone il naturalismo spiccio, l’architrave a tesi, l’esplicito intento sociologico, la tavolozza piscologica senza sfumature. Sono, in gran parte, questi nostrani detrattori gli stessi che per le opere prime, seconde, terze e ancora italiane hanno occhi prosciuttati, corsivi di velluto e stelle facili: poverini, e correi del nostro cinemino. Di più, in questo caso pure stolidi: come se la violenza, questa violenza, andasse necessariamente indagata, studiata, indi “preparata”, come se l’avvio in medias res scelto da Legrand, anche sceneggiatore in solitaria, non ne inquadrasse meglio la brutale irrazionalità, la devastante ineluttabilità, la mera evenienza, che per lungo tempo seguiamo attraverso il piccolo Julien. Come se, in definitiva, gli orchi non esistessero e, ammesso e non concesso, andassero capiti o, richiesta uguale e contraria, resi più ambigui anziché filmati e basta. Ecco, tenendo fede al titolo, prendeteli in custodia questi critici, e teneteveli.

Voto: 4,5 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia e del premio Opera Prima Luigi de Laurentiis alla 74esima edizione della Mostra dell’Arte Cinematografica di VeneziaJusqu’à la garde (che in Italia è diventato L’affido) del regista Xavier Legrand è un film che trae la sua forza da una storia tanto potente quanto tristemente comune. Narrata attraverso una regia che raramente si vede così incisiva e forte.

Miriam (Lea Druker), dopo anni lunghi e difficili, decide di divorziare dal violento Antoine (Denis Menochét) e di richiedere la custodia esclusiva del figlio Julien (Thomas Gioria). Incapaci di provare effettivamente gli abusi dell’uomo, madre e figlio devono accettare la decisione del giudice per la custodia congiunta. Le tensioni tra i due coniugi continuano ad aumentare e la capacità di Antoine di sopportare la situazione è sempre più labile.

Jusqu’à la garde racconta una storia che tutti abbiamo già sentito almeno una volta di sfuggita al telegiornale e che alcuni forse si sono trovati a vivere. La violenza domestica è forse una delle realtà più dolorose che la società si trova ad affrontare perché avviene proprio all’interno di quel nido che dovrebbe rappresentare invece protezione e sicurezza contro le avversità del mondo.

Ancora peggio è quando ci si scontra con la difficoltà di denunciarla, mossi dalla paura, ma anche dall’incapacità di riuscire a dare dei confini netti tra quello che è considerabile come “mero incidente” e quello che è abuso di potere (fisico e psicologico), che spesso sfocia nel disturbo mentale e nell’incapacità, anche di chi lo esercita, di riconoscerne la natura e la pericolosità.

Il piccolo Julien è il grido silenzioso di tutti quei bambini la cui voce viene sentita ma mai creduta fino in fondo, le cui parole sono sempre da misurare e pesare “perché potrebbero essere state suggerite da un adulto”. Un dubbio umano, legittimo, che nutriamo inizialmente anche noi spettatori e che sta alla base del dramma di una famiglia di persone spezzate e disperate. Di una madre pentita di non aver agito prima, divenuta un muro d’intransigenza che non trova più spazio (giustamente) per il compromesso e il cui nuovo atteggiamento spinge il marito, ormai solo e disperato nella sua incapacità di comprendere il proprio problema, a compire scelte sempre più pericolose e al limite, fino a perdere completamente la testa e sfociare in una violenza che non sente ragioni.

Xavier Legrand si rivela un maestro nel raccontare i suoi personaggi e lo fa creando le condizioni migliori perché lo spettatore arrivi ad immedesimarsi quasi completamente, a rotazione, in ognuno di loro. Un uso sistematico e intelligente della soggettiva ci fa trovare involontariamente coinvolti nella vicenda, nelle emozioni e nei sentimenti dei protagonisti e in particolare di Julien e della sua paura crescente.

Un film dove lunghi sguardi e silenzi non pesano, perché in un certo senso è come se fossero i nostri, dove nessuno ha fretta di scoprire cosa c’è alla fine da quel tunnel di tensione che sembra destinato inevitabilmente a sfociare in qualcosa di terribile.

La sequenza finale è spaventosa, degna dei migliori film horror, terribile nel suo realismo. Siamo lì con le mani sul viso e il sudore che scivola sulla fronte, sperando che tutto vada per il meglio, perché in quella casa tra quelle mura ci siamo anche noi.

Jusqu’à la garde è un film che fa paura, perché il mostro è proprio lì vicino a te e, a volte, dentro di te.

Susanna Norbiato, da “darksidecinema.it”

 

Il divorzio dal marito Antoine, preserva un altro doloroso capitolo per Myriam che cerca di ottenere l’affido esclusivo di Julien, il figlio undicenne. Il giudice assegnato al caso, però, decide per l’affido congiunto dando vita ad un tormentato iter familiare: Julien finisce per diventare ostaggio di un uomo che non percepisce più come padre e che, a sua volta, tenta, con ogni mezzo, di riavvicinarsi alla ex-moglie.

“L’affido” è un storia diritta, senza curve; colpisce con forza il centro della questione e non si ferma lì: continua il suo viaggio verso il dramma, conficcandosi nelle pieghe del tessuto narrativo con una semplicità disarmante.

La storia è quella vissuta da un numero enorme (ma sempre sottostimato) di donne alle prese con mariti violenti e possessivi. Xavier Legrand sceglie questo tema per la sua opera prima e si accaparra l’acclamazione della critica internazionale con il Leone d’Argento per la Miglior Regia e con il Leone del Futuro, premio Luigi De Laurentiis per un’opera prima, al Festival di Venezia 2017.

Cos’ha di speciale questo film? Racconta il dolore di vicende troppo spesso sottaciute o nascoste e lo fa in maniera semplice ma attenta, con un linguaggio asciutto e mai banale. Evitando di deragliare verso il sentimentalismo o il pietismo nei confronti dei personaggi, Legrand trasforma la sua macchina da presa in un treno che viaggia su binari ben definiti e ben saldi, in un crescendo di tensione che avrà il suo epilogo solamente quando si approssimerà la destinazione finale.

Una paura serpeggiante avvelena le vite di Myriam, dei suoi figli e dei suoi familiari: può accadere qualsiasi cosa e all’improvviso. Non serve a nulla cambiare casa, numero di telefono, e a quanto pare, non vale nemmeno cercare conforto fra le maglie della legge.

L’animale ferito è incontrollabile e sempre in agguato: aspetta solo il momento più propizio per rimpossessarsi di ciò che ritiene gli sia stato ingiustamente tolto. La grande capacità recitativa di tutto il cast conferisce al film la giusta dimensione tragica: probabilmente Legrand è anche un ottimo timoniere che sa sfruttare al massimo il materiale artistico che ha a disposizione. Già lo aspettiamo, con trepidazione, alla sua seconda prova.

Riccardo Muzi, da “ecodelcinema.com”

 

 

Il valore di un film come “Jusqu’à la Garde” non riguarda solo il fatto di affrontare il tema delle separazioni famigliari e della guerra che si scatena allorquando uno dei due genitori fatica ad accettare le conseguenze di questa realtà. Ciò che colpisce, e che deve aver convinto i giurati della Mostra del cinema ad assegnare al film il Leone d’argento per la miglior regia, è la maniera con la quale Xavier Legrand riesce a evitare la retorica che di solito scandisce le discussioni riguardo al problema. Niente di tutto questo ritroviamo in “Jusqu’à la Garde” perché nel film il luogo della riflessione rimane fuori campo, assegnato allo spettatore quando le luci si accendono ed è tempo di lasciare la sala. Prima di allora c’è spazio solo per la tensione che procura il succedersi degli avvenimenti e l’incalzare della violenza – prima psicologica e poi materiale – messa in circolazione da Antoine (il minaccioso Denis Ménochet) nei confronti di Miriam, la ex moglie, e di Julien, il figlio minorenne, di cui la sentenza del giudice deve decidere i termini dell’affidamento.
L’inizio del film è a dir poco geniale, poiché il regista si diverte a confondere le acque con una lunga sequenza dibattimentale in cui la burocrazia del giudice e la dialettica tra le parti sembra aprire “Jusqu’à la Garde” a due possibili sviluppi. Il primo, proprio del legal drama, volto ad approfondire le ragioni dell’uno e dell’altro, filtrandole attraverso i parametri legislativi, il secondo, invece, inteso a scoprire, con le forme del thriller, se le accuse (di violenza) della moglie nei confronti del marito siano vere oppure no. Quindi, da una parte a ragionare in termini giuridici, analizzando se l’apparato normativo sia ancora aderente alle evoluzioni dell’istituto familiare, dall’altra a portare la storia dalle parti di un intrattenimento avvincente e popolare, legato alla capacità di tenere sospesa fino all’ultimo la reale personalità dell’accusato.
La scelta di Legrand ricade invece su una terza via, avulsa da mediazioni esterne e, al contrario, concentrata sulla storia con un’istintualità che gli consente di evitare le derive a cui un’operazione del genere si prestava. La controprova di quello che diciamo si misura a più livelli: da quello narrativo, riempito in toto dal meccanismo di azione-reazione che scaturisce dall’ossessione del genitore nei confronti della propria famiglia, a quello dei contenuti, privati di un sottotesto che ragioni sul tema degli abusi famigliari, qui sostituito dalla pragmatica evidenza con la quale il film mette in scena i fatti; e finanche dal punto di vista teorico, dove, tolte di mezzo le forme di genere, è il controllo del dispositivo drammaturgico a permettere all’opera di risultare appassionante e tesa senza bisogno di ricorre a spettacolarizzazioni che svilirebbero la serietà con cui viene affrontata la faccenda. Concentrandosi esclusivamente sulle emozioni dei personaggi, “Jusqu’à la Garde” non fa mistero – rispetto alle incertezze iniziali – sulla reale natura dei personaggi e, anzi, è proprio l’esasperazione delle rispettive posizioni, da quella di carnefice assunta dal padre, a quella di vittime incarnata dalla moglie e dal figlio, a fare precipitare la situazione, trasformando la disputa in un incubo ad occhi aperti. In questo senso, uno dei punti di forza del film è la capacità degli attori di far vivere sulle proprie facce la follia e la paura che li attanaglia, con una menzione speciale per Thomas Gioria, il quale, nei panni di Julien dà vita a un’interpretazione da brivido, sicuramente una delle più meritevoli della Mostra. Ispirato a una storia vera e sviluppato da un precedente cortometraggio girato dallo stesso Legrand, “Jusqu’à la Garde” ha vinto anche il premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” assegnato dalla Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia alla migliore opera prima, ed è ancora in attesa di una distribuzione italiana.
Voto: 7 / 10
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”
La famiglia, con le sue dinamiche e i suoi segreti resta protagonista, direttamente o meno, volente o nolente, degli interessi degli autori e come al solito anche questa edizione di Venezia lo sta dimostrando. Non smentisce l’assunto L’affido – Leone d’argento per la miglior regia al 74° Festival di Venezia – il film del quasi esordiente Xavier Legrand che porta in concorso un’opera di tutto rispetto nel quale, a prescindere da ogni indagine puramente sentimentale, quello che sembra essere il suo maggiore interesse, è costituito dai comportamenti, conseguenze di una separazione, sui due contendenti e sui figli.
I Besson divorziano, hanno due figli, ma il minore da proteggere è Julien. Il Tribunale decide per l’affido condiviso. Ma Julien non vuole stare con il padre e solo a malincuore accetta di trascorrere i fine settimana alternati decisi dal giudice. Dopo un tentativo di riavvicinamento, il padre ripete i comportamenti che hanno portato la donna a decidere per la separazione. Nessuna riconciliazione nell’escalation di piccole e grandi violenze che separano definitivamente i due coniugi.
Lo sguardo di Legrand, non è affettivo, ma nello stesso tempo mantiene una parzialità mai fastidiosa, mai invadente. Il padre, protagonista maschile, è naturalmente, diremmo ontologicamente, dalla parte del torto e questo sulle prime infastidisce. Ma questa volta è il regista ad essere onnisciente e non lo spettatore, come accade in altre occasioni, e sembra dirci, abbiate pazienza e vi spiego perché. In breve saremo dalla sua parte.
Su una tutto sommato semplice partitura Legrand imbastisce la sua storia per dimostrare, senza darlo troppo a vedere, il suo punto di vista. Sotto le spoglie della narrazione di una storia che in sé non ha nulla di eccezionale, ma è soltanto una fra le tante, l’autore dimostra il suo teorema senza farne un film a tesi. In questo sta il pregio del film. Legrand utilizza uno sguardo asciutto, a suo modo puro o comunque purificato da una onestà di fondo e di intenti e soprattutto mai conciliatorio. Il regista svela il suo desiderio di raccontare, come si diceva, i comportamenti istintivi che destabilizzano gli equilibri, raccontando quindi l’incapacità di un amore senza possesso assolutoL’affido, nonostante tutto non mantiene alcun tono predicatorio, anzi il suo distacco dalla materia perpetua in qualche modo una tradizione d’oltralpe nella quale abbiamo sempre riconosciuto la capacità di rapportarsi con il distacco necessario dalla materia narrata.
Legrand non ingigantisce i fatti e, per così dire, vola basso, dentro una conclamata normalità quotidiana, la sua messa in scena è attenta, curata, mai eccessiva ma il suo non è solo un compito bene eseguito, perché, ancora una volta, il film riesce a spiazzarci e lo fa attraverso i silenzi del ragazzino che sa assumersi le responsabilità che gli spettano, dimostrando una maturità superiore a quella del padre.
Legrand non è interessato ai sentimenti che mai assumono la parte dominante del film, ci sembra piuttosto che preferisca lavorare su quel terreno fertile e poco esplorato che si forma nella caparbia solitudine, anche autopunitiva, che segue alla frattura di un rapporto. Qui il personaggio maschile prende spessore e nel suo desiderio inconscio di isolamento il costante ritorno dei cattivi rapporti con i figli e con i propri genitori. Queste frustrazioni alle quali si aggiunge quella principale della distruzione del rapporto con la moglie, si riversano sul piccolo Julien che è sovraccaricato dal peso di questa fatica psicologica.
I discorsi restano aperti, il film di Legrand si incarica di suggerirli e la sua mano sicura non ha timore di assumere la ricercata e misurata parzialità di cui dicevamo, confermando, ancora una volta che non è importante quasi mai cosa si racconta, quanto, piuttosto il punto d’osservazione che si sceglie che, a sua volta diventa modalità narrativa e poi oggetto di giudizio.
Tonino De Pace, da “sentieriselvaggi.it”

 

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l’affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l’ex coniuge le infligge. Invano, perché l’ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Quattro anni dopo Avant que de tout perdre, storia di una violenza coniugale che rivela compiutamente il talento del regista, Xavier Legrand rimette mano al suo corto, lo sviluppa e gli dona il respiro di un thriller sociale.

Lèa Drucker è di nuovo la moglie di un uomo violento e invasato che ha deciso di renderle la vita un inferno. Ma questa volta Legrand registra ad altezza di bambino, scoprendo progressivamente la miseria del vuoto intorno a lui. Vuoto di sensibilità, di intelligenza, di amore che gli soffoca il domani, la possibilità di respirare e crescere. Julien diventa il testimone sensibile e tenace di un matrimonio terminale che si contende la sua felicità.

Alla maniera del suo corto, pluripremiato al festival di Clermont-Ferrand nel 2013, L’affido affronta senza compiacenza l’abuso domestico e i comportamenti coercitivi esercitati da un padre (e un marito) per controllare emotivamente il nucleo familiare da cui è stato estromesso. Agito nella verde Borgogna, il film, mai apertamente violento, monta minuto dopo minuto attorno al corpo minuto di Julien e a quello patito della sua mamma, determinata a proteggere la sua famiglia e l’intimità negata.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Una giudice; una donna piccola, determinata, eppure vagamente dimessa. La sua assistente la raggiunge nell’ufficio. La causa al centro dell’udienza che stanno per affrontare è di ordinaria amministrazione, ne capiteranno una ventina ogni giorno, eppure ognuna di queste è delicatissima: si dovrà stabilire a quale dei due ex-coniugi Besson, Miriam o Antoine, affidare il piccolo Julien, di anni 11; l’altra figlia dei Besson, Josephine, sarà tra poco maggiorenne, per lei il problema non si pone. L’esposizione della giudice, l’audizione delle due parti, avvengono in sostanza in tempo reale, nell’incipit di L’affido; due litiganti che, ascoltata la dichiarazione registrata del piccolo Julien, si presentano entrambi, per voce di due giovani avvocate, come bianchi, innocenti, lesi e offesi dalla controparte; e la giudice ricorda loro come in realtà i fatti non sono mai da interpretare secondo un criterio manicheo, binario, bianchi o neri, che la realtà è complessa, sfumata. Lo spettatore, coinvolto in questo gioco delle parti, comincia a difendere alternativamente l’una e l’altra, a sospettare, quasi auspicare, che il film possa prendere una piega squisitamente processuale, a porte chiuse: le tensioni, il linguaggio, gli sguardi degli ex-coniugi potrebbero forse anche reggerlo. Ma questa sorta di dibattimenti si risolve, nella realtà quotidiana, in meno di venti minuti, e così avviene anche sullo schermo, proprio, come dice il titolo, fino all’affidamento congiunto.

Xavier Legrand riprende, per il proprio esordio nel lungometraggio, i personaggi del suo fortunato e premiatissimo corto Avant que de tout perdre (2013, vinse il César ricevette anche una candidatura all’Oscar), che in qualche modo può essere interpretato come il prologo del segmento narrativo raccontato in L’affido, che ne riprende in buona parte il cast degli adulti, a partire da Denis Ménochet e Léa Drucker, entrambi, nella prima sequenza, sigillati in un silenzio a orologeria, un silenzio che coinvolge anche i figli, soprattutto, Julien (Thomas Gioria): chi conosce il lavoro del 2013 sa quali lividi covano sotto quel tacere e quelle reticenze, e cosa potrebbe esplodere, ed esploderà. Il pubblico “vergine” lo sospetta solo, depistato, come d’altronde la giustizia, proprio dall’udienza iniziale.

Però, se nella dichiarazione di Julien e, proseguendo il film, nelle sue conversazioni con la madre, con la sorella, coi nonni materni, il padre Antoine non viene mai nominato direttamente, diventando l’Autre, non sfugge all’orecchio allenato e allo sguardo dello spettatore l’assonanza tra questo nomignolo e uno dei babau delle fiabe par excellence, l’Ogre, l’Orco, e l’esposizione dei fatti diventa, a tutti gli effetti, manichea. Perché nella sua robusta ma assai prevedibile progressione verso l’esplosione della violenza famigliare, Legrand ridistingue buoni e cattivi, e sembra scomodare più Vladimir Propp che Sigmund Freud o Jacques Lacan; e si concede la libertà, proprio sul finale, di spalancare il frame al primo piano, didascalico come nemmeno in una pubblicità progresso, del poliziotto buono del call center, e di far aprire la porta di casa alla dirimpettaia, la signora Bouhaddi, ex-machina provvidenzialema anche giudice ambigua, di fronte alla quale Miriam richiude l’uscio ferito del proprio appartamento, perché certi fatti sono strettamente personali, e il silenzio rende le vittime complici.

Voto: 3 / 5

Alessandro Uccelli, da “cineforum.it”

 

 

Nella conferenza stampa di presentazione della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il direttore del festival Alberto Barbera ha dichiarato che il film Jusqu’à La Garde, l’unica opera prima in concorso quest’anno nella selezione ufficiale, è stato uno dei primi ad essere invitato, alzando in questo modo a dismisura le aspettative nei confronti dell’opera del regista esordiente francese Xavier Legrand.

Jusqu’à La Garde mostra il dramma di un bambino conteso tra i due genitori.

Una coppia di coniugi francesi, Miriam (Léa Drucker) e Antoine Besson (Denis Ménochet), sta divorziando; la donna chiede la custodia esclusiva del figlio Julien (Thomas Gioria), accusando il marito di comportamenti violenti. La giudice per i diritti familiari non è però dello stesso avviso e opta per la custodia condivisa: è una vera e propria vittoria per Antoine perché in questo modo continua a mantenere saldo il legame con la moglie ed il figlio. Ostaggio di un uomo violento e usato come scudo da una donna braccata, Julien si troverà ad essere vittima degli eventi.

Xavier Legrand dimostra che Barbera non si sbagliava nella scelta di inserire la sua pellicola nel concorso principale.

Il giovane regista francese, in questa opera di 90 minuti, ci porta all’interno di una vicenda di stalking e violenza che colpisce una comune famiglia piccolo borghese. Rispondendo ad una domanda in conferenza stampa, Legrand, nel commentare Jusqu’à La Garde, ha dichiarato: “nell’ambiente familiare, nella casa, ci si sente sicuri ma a volte è il  luogo più pericoloso”. Il film comincia come un normale dramma che mostra una diatriba legale come ce ne sono tante in giro per la Francia (e non solo) ma già intuiamo che la situazione è più inquietante di ciò che sembra. La pellicola, man mano che andiamo avanti, si evolverà sempre di più in un thriller (con venature quasi horror) che non lascia scampo allo spettatore per tensione ed intensità. Con Jusqu’a La Garde il cineasta critica le falle di un sistema giudiziario che non riesce a fermare in maniera efficace gli stalker violenti, liberi di fare del male all’oggetto della propria ossessione (del resto basta leggere la cronaca nera per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno). Dal punto di vista squisitamente tecnico, Legrand è un regista dalla mano sicura che utilizza, alternando il tutto in maniera perfetta, le carrellate, i piani-sequenza e le riprese fisse con grande naturalezza, facendoci dimenticare il fatto di essere un debuttante. Se vogliamo fare una piccola critica, nel finale il giovane filmmaker smorza un pò il colpo che vuole dare al pubblico ma non per questo possiamo parlare di mancanza di coraggio da parte sua (proprio le sequenze finali sono un chiaro omaggio a Shining di Stanley Kubrick). Uno dei grandi punti di forza di Jusqu’a La Garde sono le performance degli attori, con un Denis Ménochet che, per bravura e stazza fisica, semplicemente ruba la scena ma anche gli altri interpreti (compreso il giovanissimo Thomas Gioria) offrono delle prove estremamente convincenti.
Il cinema francese gode di ottima salute (basta vedere le opere presentate a Venezia quest’anno), così tanto che ogni anno esce fuori sempre un nuovo talento; per quello che ha fatto vedere Xavier Legrand nella sua opera prima, possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un potenziale grande autore.

Giuseppe Sallustio, da “anonimacinefili.it”

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