La casa dei libri

 

 

Fine Anni ’50. Hardborough, Inghilterra. Florence Green ha perso il marito nel secondo conflitto mondiale e ha deciso di aprire una libreria (seguendo un impulso che la lega al primo incontro con quello che sarebbe divenuto suo marito) in quest’area culturalmente depressa. La sua impresa non sarà semplice perché nella cittadina c’è chi vuole utilizzare l’edificio per altre (presunte) iniziative culturali e farà di tutto per fermarla. Non sarà però del tutto sola perché troverà la collaborazione di una bambina e di un anziano appassionato lettore.

Isabel Coixet torna ancora ad occuparsi di figure femminili e questa volta fa riferimento al romanzo del 1978 di Penelope Fitzgerald.

Con simili premesse (l’origine letteraria datata e la trama) ci si aspetta un film vecchio stile ed in parte l’attesa viene suffragata dalla messa in scena. Party in cui le chiacchiere e gli sguardi sono fondamentali, porte che cigolano, pettegolezzi femminili, personaggi solitari avvolti dal mistero non mancano. Però si rivela interessante il modo in cui vengono utilizzati, a partire dalla contestualizzazione.

Quando Florence giunge in quella zona provinciale della Gran Bretagna la voce narrante (di cui scopriremo alla fine l’identità) ci fa quasi ‘sentire’ le implicazioni legate al piacere della lettura. Non si tratta solo di sensazioni tattili legate alla carta su cui sono impresse le parole ma ancor più di ciò che si prova leggendo e delle emozioni che accompagnano lo scorrere delle ultime righe di un libro che ci è piaciuto.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Chi come noi ama i libri e il potere della lettura, la capacità dei grandi classici e degli autori che hanno rivoluzionato la letteratura di aprire la mente e spingerla verso nuovi orizzonti, sarà sicuramente già predisposto a vedere un film come La casa dei libri, tratto da un romanzo di Penelope Fitzgerald pubblicato nel 1978. Ambientato nel 1959, anno che precede la grande rivoluzione degli anni Sessanta,  in una cittadina costiera dell’East Anglia, racconta un ambiente di provincia chiuso e ancorato ai “valori” del passato e la lotta di una vedova per scardinare pregiudizi e abbattere gli ostacoli e i boicottaggi dei potenti del luogo, con l’aiuto di un eccentrico bibliofilo che ha scelto una vita da recluso ed è l’unico ad accogliere con gioia il progetto della donna di aprire una libreria nella Old House, un edificio storico abbandonato che lei ristruttura a sue spese e che diventa, all’improvviso, appetibile per chi finora l’ha ignorato.

La casa dei libri non è certo il primo film che racconta la lotta di un individuo o, come un questo caso, di una donna sola e anticonformista contro un’intera società. Il paradosso è che Florence Green non dà scandalo per i suoi comportamenti sessuali (vive in assoluta castità nel ricordo dell’amato marito morto da un bel pezzo) o altre eccentricità e ha un carattere deciso ma al tempo stesso mite e idealista. Motivo del contendere sono i libri e la sua decisione di aprire un negozio che venda cultura, magari anche in grande quantità titoli scandalosi come Lolita, o gli evocativi romanzi di Ray Bradbury. È indubbiamente una storia molto bella, ispirata a fatti reali, che coinvolge anche una ragazzina che la donna assume come aiutante, un intrigante parassita, un signore colto e gentile e tutto l’ambiente gretto e provinciale che ruota intorno a una persona che non vuole altro che condividere col mondo la sua passione per la lettura.

Probabilmente, però, questa storia rendeva molto più sulle pagine del romanzo di quanto non faccia sullo schermo. Nonostante i tre premi Goya vinti da La casa dei libri, infatti – compreso quello per il miglior film spagnolo dell’anno, per un’opera che a parte la nazionalità della regista non potrebbe essere più british – non convince la scelta di Isabel Coixet di lavorare sui mezzi toni e raccontare con l’uso di mezze tinte cromatiche e narrative una storia che inizialmente sembra quasi una commedia e si trasforma in dramma e in tragedia senza che quasi ce ne accorgiamo. In questa cornice acquarellata perdono forza le stesse performance dei protagonisti – la brava Emily Mortimer, il sempre ottimo Bill Nighy e l’impareggiabile Patricia Clarkson, americana che si cala alla perfezione nella parte della nobile inglese – costretti a recitare in minore una storia in cui perfino lo scontro diretto deve sottostare alla legge non scritta delle buone maniere, e dove mancano, però, pathos e dolore.

Resta l’interessante ritratto, come dicevamo all’inizio, di un mondo che sembra lontano anni luce dalla modernità: nonostante si parli (anche) di BBC, di Londra e di scrittori americani le cui opere per la prima volta venivano messe a disposizione del pubblico inglese, La casa dei libri fa intuire nel personaggio della piccola Christine la ribellione generazionale che di lì a poco scardinerà – o almeno ci proverà – ipocrisie e convenzioni di una società da sempre classista e immobile.

Voto: 2,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Nella piovosa cittadina marittima di Hardborough, in un’Inghilterra che ancora deve essere sconvolta da quel decennio rivoluzionario che furono gli anni ’60, la vedova di guerra Florence Green, dopo sedici anni passati a rimuginare sull’agrodolce ricordo del suo defunto marito, decide di dare una svolta alla propria vita: aprire una libreria in un villaggio repellente alla cultura.

Tuttavia la nuova iniziativa di Florence non tarda presto ad attirare l’attenzione, sia che si tratti dei suoi concittadini o della borghesia spicciola di Hardborough, dominata dalla signora Violet Gramar; una donna potente e manipolatrice, che vedendosi portare via l’antica Old House, una residenza per la quale aveva in serbo ben altri progetti, non esiterà a ricorrere a tutti i mezzi in suo possesso per ostacolare la coraggiosa ascesa di Florence. L’apparentemente fragile e disarmata signora Green, però,dimostrerà presto a chi vuole vederla fallire di saper resistere bene ai colpi bassi.

La casa dei libri: un film coraggioso quasi quanto la sua protagonista

La casa dei libri: foto del filmCon “La casa dei libri”, la regista spagnola Isabel Coixet avanza un film coraggioso quasi quanto la sua protagonista, che come lei non potrà fare a meno di attirare l’attenzione del pubblico e della critica, ma che francamente non riscuoterà il pieno consenso di tutti.

Non perché la pellicola sia senza meriti, bensì tutt altro, l’originalità di vedere comparire sui grandi schermi un soggetto nuovo e interessante come una donna con il dono di trasformare le fragilità umane in forze, rincuorerà gli spettatori più giudiziosi, ma deluderà il grande pubblico che sembra ormai interessat1o solo a effetti speciali e adolescenti innamorati.

Abbiamo quindi a che fare con un proposta da non sottovalutare, a volte i tempi potrebbero risultare un po’ lenti, ma coloro che ancora non sono schiavi della diffusa filosofia del “tutto e subito”, non troveranno difficoltà ad emozionarsi con il significato potente che porta in grembo questo progetto.

Nonostante la sfera psicologica dei personaggi sarebbe potuta essere più accurata e indagata, il film ritrae con successo i differenti volti della realtà umana, dall’amabile Florence, al ferito Mr Brundish, per passare poi alla ingegnosa Christine, fino alle ingabbiate menti dei paesani e degli avidi possidenti.

Il più grande merito della riuscita del film sta però nel non essere caduti nel clichè: la Coixet infatti non ha proposto l’ennesima favoletta incentrata sul “vissero tutti felici e contenti”, ha preferito raccontare invece quello che è il movimento ondoso della vita, capace di spingerti in alto per poi trascinarti sul fondo. “La casa dei libri” è un film perciò che non si omologa agli altri, e che non ha come suo unico obiettivo soddisfare le pretese del pubblico, ma che esige di raccontare una storia, vera, emozionante.

Aurora Mocci, da “ecodelcinema.com”

 

 

L’importanza del linguaggio, la passione per la lettura. Ad Hardborough, un paesino sulla costa inglese, i libri non sono visti di buon occhio. Siamo alla fine degli anni Cinquanta, la guerra è finita da poco, e gli uomini sembrano non avere tempo per le storie di fantasia. Alcuni pensano che i romanzi abbiano uno spirito troppo progressista, che mette in pericolo la tradizione, le regole a cui il mondo intero dovrebbe attenersi.

Il pescatore non legge: si addormenta dopo poche righe. Chi è di buona famiglia preferisce che il “popolo” sia ignorante, per dominarlo con le proprie idee. In pochi amano davvero le avventure, le raccolte di poesie e i saggi. Soltanto un “eremita” che vive sulla collina va controcorrente. Divora volumi dall’alba al crepuscolo, e sostiene che tutte quelle opere non possono avere un autore, perché vengono da un’altra dimensione. Brucia le copertine con i ritratti di Hemingway o Wilde: vuole conservare l’essenza di ogni pagina, senza associarla a volti o persone.

In La casa dei libri, la rivoluzione si fa con la cultura, aprendo una libreria nel centro del paese. A sconvolgere è la forza dei capolavori che vende. In vetrina troneggia Lolita di Nabokov, che i benpensanti non possono accettare. E Fahrenheit 451 di Ray Bradburyspaventa per il suo animo sovversivo. Il bookshop a cui fa riferimento il titolo originale è la porta per una nuova epoca. Il conflitto mondiale è alle spalle, ora è tempo di rialzarsi, di dimenticare i bombardamenti e tornare padroni delle proprie esistenze.

In mezzo a quegli scaffali polverosi nascono nuovi amori, come in Strange Birds, con un grande Jean Sorel, che nel film corteggiava una giovane Lolita Chammah. Anche tra i manuali di filosofia i sentimenti possono trionfare, parola di Fred Astaire e Audrey Hepburn, che in Cenerentola a Parigi (1957) flirtavano nei panni di un fotografo e di una commessa/mannequin per la regia di Stanley Donen.

Qui il vero protagonista è il fascino dell’inchiostro, il profumo della carta stampata, un piacere che dovremmo riscoprire anche noi, in una società che preferisce gli e-book, disponibili su smartphone o tablet. La casa dei libri è un dramma in costume, che alcune volte sfiora anche la commedia. La macchina da presa segue la vicenda di una donna forte, carismatica, pronta a sfidare l’intera comunità pur di inseguire il suo sogno.

La regista Isabel Coixet torna a occuparsi di personaggi femminili. In Nobody Wants the Night, film di apertura alla Berlinale di tre anni fa, aveva messo in scena la solitudine di una moglie, abbandonata da un marito ambizioso alla costante ricerca del successo. In La mia vita senza me e Lezioni d’amore aveva narrato la malattia che distrugge il rapporto di coppia, il sentimento che viene spento da un destino beffardo. Qui i toni sono più leggeri, e a vincere è il coraggio di chi sembra più fragile, l’agnello che si trasforma in un leone.

Gian Luca Pisacane, da “film.it”

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