Il ritorno di Mary Poppins

Non vi sorprenderà scoprire che Il ritorno di Mary Poppins, un bel caramellone industriale, non è all’altezza dell’originale del 1964. Come si fa a sostituire l’immortale Julie Andrews e la sua tata londinese caduta dal cielo per dispensare un po’ di tough love? Per fortuna c’è Emily Blunt, un’attrice capace di trovare una magia tutta sua nel ruolo dell’impaziente e imperiosa tuttofare descritta come “una Joan Crawford che prova a fare la carina”.

Questo seguito, diretto con efficacia da Rob Marshall, è ambientato 25 anni dopo la fine del primo film, ma segue lo stesso ritmo, compresa la colonna sonora scritta da Marc Shaiman e Scott Wittman, perfetti nell’imitare il suono degli Sherman brothers. Gli echi del passato sono ovunque – soprattutto nel personaggio di Jack (Lin-Manuel Miranda), che vi ricorderà lo spazzacamino di Dick Van Dyke, finto accento Cockney compreso. Che ci fa in questo film il creatore di Hamilton? Semplice: si diverte un mondo. Per essere il suo debutto sul grande schermo, Miranda ha carisma da vendere e si lascia andare anche a un piccolo pezzo rap.

Ambientato nella “Grande Palude” degli anni ’30, i personaggi del film evocano Miss Poppins appena in tempo. I figli della famiglia Banks, gli stessi che aveva allevato da bambini, ora sono grandi, grossi e in piena crisi. Jane (Emily Mortimer) si occupa dei diritti della classe lavoratrice, e il fratello-vedovo Michael (Ben Whishaw, la depressione personificata) è un artista fallito che cresce da solo i suoi tre figli Annabel, John e Georgie. Saranno loro ad chiamare Mary Poppins giù dal cielo.

E sarà di nuovo questa tata paradisiaca a insegnarci che non c’è problema che una canzone allegra non possa risolvere, soprattutto con l’aiuto di un po’ di animazione, ottimismo sregolato e un amico pieno di risorse come Jack. Per quanto riguarda la trama, lo sceneggiatore David Magee pesca a piene mani dal seguito scritto nel 1935 (uno degli otto libri dedicati a Mary Poppins… prepariamoci a un altro franchise).

E insomma, prima che possiate dire “supercalifragilistichespiralidoso” Mary, i bambini e Jack si imbarcano in una serie di avventure fantastiche: un viaggio in un bagno collegato a un regno sottomarino; la visita alla cugina di Mary, Topsy (una Meryl Streep splendidamente fuori di testa), e alla sua casa sottosopra; un viaggio a cartoni animati e così via.

Per calmare i suoi giovani, Mary canta una strana ballata che spiega come lo spirito della mamma scomparsa sia nelle bambole e negli ombrelli (a che diavolo stavano pensando quelli di Disney?). E perché la tata è così perversa da dimenticare i suoi poteri magici fino all’ultimo secondo, così da far rischiare la vita a tutti quei lampionai arrampicati sul Big Ben, quando potrebbe volare e far guadagnare tempo all’indebitato Michael? Il suo è un modo per insegnarci l’autonomia economica o sta solo cazzeggiando? Chissà.

Emily Blunt, per fortuna, aggiunge un po’ di piccante a un film che esagera con gli zuccheri. Verso la fine appare anche Dick Van Dyke, ora 91enne, che ci regala un balletto e una risata – non nei panni di Bert ma in quelli di un gentile banchiere. Poi, in un cameo pensato per Julie Andrews, ecco Angela Lansbury, che ci accompagna verso i titoli di coda cantando un bel brano intitolato Nowhere to Go But Up.

Sarebbe stato splendido rivedere Andrews nel ruolo che le ha regalato l’Oscar, ma l’ultima cosa di cui ha bisogno questo film è regalarci altre ragioni per rimpiangere il suo predecessore. Tuttavia, ogni volta che Blunt e Miranda hanno la possibilità di ignorare l’overdose di glucosio del film e mostrare il loro unico e straordinario talento, Il ritorno di Mary Poppins dimostra di avere il potenziale per renderci ancora una volta incredibilmente felici.

Peter Travers, da “rollingstone.it”

 

Londra, negli anni della crisi economica tra le due guerre. Nella casa della famiglia Banks ora vive Michael, adulto, e vedovo da un anno, con tre figli a cui badare: John, Annabel e Georgie. Per loro, ha rinunciato alla passione per la pittura ed è entrato in banca, come suo padre prima di lui. Ma ora la stessa banca, inclemente, reclama la casa, i soldi per riscattarla non ci sono e Michael non sa a chi votarsi. Il tempo è maturo perché Mary Poppins cali dal cielo aggrappata al suo ombrello e torni ad occuparsi dei piccoli e dei grandi Banks, in viale dei Ciliegi numero diciassette.

Presentato come un sequel, perché si svolge cronologicamente dopo i fatti del 1906, Il ritorno di Mary Poppins è in realtà un remake e come tale va considerato per essere apprezzato al meglio.

Ci si potrà poi schierare tra chi non ritrova in esso la magia del primo, chi non ne apprezza l’estetica un po’ manierata ed enfatica (Marshall è il regista di Chicago e si vede), o chi invece guarda con compiacimento all’operazione di modernizzazione, che in termini cinematografici significa anche appartenenza ad un gruppo di film, da Paddington a Tata Matilda, con cui condivide interpreti, personaggi e ambienti, e che si distinguono per il gusto visivo e l’inventiva sopra la media.

Si potrà, infine, esaurire il confronto con l’originale constatando che il film di Stevenson era “supercalifragilistichespiralidoso” e questo nuovo capitolo è “una stupendosa idea”, con tutta la distanza semantica che passa tra l’uno e l’altro termine, ma non si potrà non riconoscere a Il ritorno di Mary Poppins la qualità dell’adattamento e la capacità di inghiottirci in un gioco lungo due ore e dieci, proprio come la vasca da bagno inghiotte tata e bambini per renderli protagonisti della prima fantasia sottomarina.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Mary Poppins è tornata! È istintivo, appena lo sentiamo ci voltiamo, ruotiamo su noi stessi, neppure fossimo posseduti da una forza oscura, e ci mettiamo a cercare spasmodicamente. Il volto giovane e sorridente di Julie Andrews a questo punto lo pretendiamo proprio. Ai nostri occhi è la tata più strampalata e perfetta di sempre, colei che ognuno di noi almeno una volta avrebbe voluto incontrare. È la figura che insieme a Dick Van Dyke ha fatto cantare e credere alle favole cinque generazioni di bambini e col suo supercalifragilistichespiralidoso ha ingarbugliato la lingua a molti ma è entrata nel cuore di tutti per non lasciarlo più.

Gli anni passano, le storie che ci fanno volare lontano cambiano, ma mai avremmo immaginato di vedere una nuova Mary Poppins su grande schermo. Un po’ perché la sua creatrice, P. L. Travers, era un tipino tutto sale e pepe, che ha saputo tenere sulla corda il signor Walt Disney per un ventennio prima di concedergli i diritti dei suoi libri (rammentate il film Saving Mr. Banks con Emma Thompson?). Un po’ perché la pellicola diretta da Robert Stevenson è entrata nell’Olimpo del cinema e credevamo fosse protetta da un’aura d’inviolabilità quasi sacra. E invece… Il Ritorno di Mary Poppins è diventato realtà. Dal 20 dicembre 2018, in occasione del Natale, il vento cambierà e nelle sale arriverà una Mary bellissima, senza una ruga, a volte severa ma con un cuore grande così.

Emily Blunt in Il Ritorno di Mary Poppins - Photo: courtesy of Walt Disney Italia

Lo ammetto, nonostante le iniziali ed inevitabili reticenze (dettate dall’anagrafe), Il Ritorno di Mary Poppins è un bel vedere. Emily Blunt ci rapisce e ci porta in mondi sommersi, a camminare a-testa-in-giù, per ricordarci di cosa sia capace la nostra fantasia. Lo fa cantando e ballando con eleganza, senza un eccesso che sia uno. E il nuovo capitolo di questa favolosa avventura, non è una spericolata operazione acchiappa-consensi, ma un racconto la cui sceneggiatura attinge dai romanzi (ben o-t-t-o) che la scrittrice australiana dedicò alla famosa governante. Un sequel possibile quindi, una volta trovata la formula corretta e il cast che evitasse paragoni impietosi.

Il Ritorno di Mary Poppins sa imboccare la giusta via e la percorre a testa alta. Il sentiero è nuovo e unico – nuovi sono i costumi, le canzoni, i piccoli protagonisti – ma profuma di antico. La struttura narrativa ci apre i cassetti della memoria (molte le situazioni che omaggiano il lungometraggio originale) e l’atmosfera è quella calda e colorata di un tempo, dove i papà son in gramaglie, i bambini scatenati e, malgrado le famiglie siano messe alla prova, l’amore abbonda.

Oggi la famiglia è ancora quella di Viale dei Ciliegi 17 ma Jane e Michael Banks (Emily Mortimer e Ben Whishaw) sono diventati grandi. Lei è un’attivista convinta. Lui vive nella vecchia casa d’infanzia, lavora nella stessa banca del padre e del nonno, e a casa ha tre bimbi che lo aspettano. Tre bimbi che hanno disperatamente bisogno di una tata con poteri magici!

Emily Mortimer, Ben Whishaw e Emily Blunt in Il Ritorno di Mary Poppins - Photo: courtesy of Walt Disney Italia

A ricreare la Londra della Grande Depressione è Rob Marshall, il regista che ci aveva già incantato coi musical Chicago, Nine e Into the Woods. Il suo passato di coreografo sicuramente ha contribuito a rendere tutto accogliente, dolce e armonioso. E la scelta di propendere per l’animazione tradizionale (quella disegnata a mano), a discapito delle prodezze del nuovo millennio, nelle sequenze fantasy aiuterà non poco il pubblico a riprovare le sensazioni del primo film.

Senza contare il tempismo perfetto. Come sottolinea lo stesso Marshall, “ci troviamo in un periodo molto delicato per tutto il mondo”. “La gente si sente insicura e vulnerabile, dunque è importante avere qualcosa che possa sollevarci dalla nostra esistenza quotidiana e ricordarci che il mondo è ancora pieno di magia e meraviglia”.

Proprio così, Il Ritorno di Mary Poppins con Emily Blunt non so se diverrà il nuovo cult delle future generazioni di spettatori in erba so però che scorre, sorprende e non inciampa come auspicato da orde nostalgiche.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

Conosciamo tutti Mary Poppins, il film di Robert Stevenson del 1964, interpretato da Julie Andrews e Dick Van Dyke e con la storia tratta dai romanzi della scrittrice P. L. Travers. 

Conosciamo tutti la storia della tata che arrivò in Viale dei Ciliegi 17.
Da piccoli abbiamo sempre visto la storia come un racconto divertente, con una tata che arriva per salvare i bambini da un padre troppo impegnato col lavoro. Solo crescendo (e con l’uscita del film Saving Mr. Banks, il film che racconta di come Walt Disney abbia convinto P.L. Travers ad ottenere i diritti dei suoi libri per farci un film, proprio quello che conosciamo), abbiamo capito che Mary Poppins non è arrivata nella famiglia Banks per salvare i bambini, bensì il padre, il che rende la storia notevolmente più intensa e malinconica.

Il ritorno di Mary Poppins

Mary Poppins è tornata e lo fa nelle vesti di Emily Blunt, con nuove canzoni, un cast (quasi) tutto nuovo, ma con la solita ambientazione che ci ha fatto sognare fin da piccoli.

I piccoli Banks, Micheal e Jane (Ben Whishaw ed Emily Mortimer), sono ormai cresciuti: Jane ha seguito le orme della madre ed è una sindacalista, mentre Michael lavora in banca, ma in realtà è un pittore, ha tre figli ed ha perso da poco sua moglie. I tre piccoli Banks sono autonomi, hanno imparato a cavarsela da soli, nonostante la loro giovane età, dopo aver perso la madre.

Ma è la Grande Depressione e la crisi economica mette in difficoltà tutti i cittadini, compresi i Banks, che si vedono pignorare la casa, se il debito non verrà estinto in soli cinque giorni.
Micheal e Jane si ricordano di alcune azioni bancarie lasciate dal padre, ma non trovano il documento che certifichi ciò.

Il ritorno di Mary Poppins

Mentre i due fratelli sono intenti a rovistare tra le scartoffie per salvare la casa di una vita, i tre bambini sono lasciati da soli ed è qui che ritorna Mary Poppins (Emily Blunt), sempre impeccabile.
Nonostante Jane e Micheal pensino di essersi inventate tutte le avventure vissute con lei, Mary Poppins non si preoccupa ed inizia ad occuparsi dei bambini, facendogli vivere delle magiche avventure, nella vasca da bagno o in un vaso di ceramica, in perfetto stile Poppins.

Il cast di Mary Poppins Returns è molto ricco di attori di serie A. Prima di tutto parliamo delle new entry: i due piccoli Banks ormai cresciuti sono la reincarnazione dei loro genitori, soprattutto Jane, mentre Micheal è un padre più presente rispetto al signor Banks.
I tre bambini sono la perfetta spalla per Mary Poppins: inizialmente restii alla novità della tata e più adulti di quando realmente siano, ma poi, grazie a Mary Poppins, riescono ad apprezzare un mondo popolato di fantasia e felicità, forse dimenticato da un po’.

Il ritorno di Mary Poppins

Arriviamo finalmente alla protagonista di questa nuova avventura: Mary Poppins, alias Emily Blunt. In molti erano spaventati per quest’interpretazione, ma non per il talento della Blunt, ormai indiscusso, ma solo per l’inarrivabile perfezione di Julie Andrews.
Invece la Blunt ce la fa, sdogana il concetto del “nessuno può essere come l’originale” e riesce ad interpretare una perfetta Mary Poppins, più moderna e più pop (come si potrà vedere nella scena del vaso di ceramica), ma sempre mantenendo la linea del personaggio originale: una tata classica e perfetta.

A farle da spalla abbiamo Jack (Lin-Manuel Miranda), che va a coprire il posto mancante di Dick Van Dyke. Stavolta, l’amico di Mary Poppins, non è più uno spazzacamini, bensì un lampionaio. Anche Miranda riesce ad interpretare bene un ruolo che è praticamente quello che è stato di Dick Van Dyke: l’attore sorprende, soprattutto perché il paragone viene naturale, anche se si tratta di due personaggi diversi tra loro. Miranda canta, balla e diverte.

Il ritorno di Mary Poppins

Come abbiamo detto, il cast è ricco di interpreti ed ecco vedere Colin Firth, nei panni del bancario che, solo all’apparenza, vuole aiutare Micheal Banks; Meryl Streep, strepitosa anche solo in un piccolo ruolo, la cugina di Mary Poppins, colei che aggiusta di tutto, tranne il secondo mercoledì del mese ed, infine, Angela Lansbury, la donna dei palloncini.

Tornano anche vecchi personaggi, interpretati, ovviamente, da altri attori, come la governante Ellen, che continua a lamentarsi (interpretata da una strepitosa Julie Walters) e l’ammiraglio Bloom, sempre pronto a tenere il tempo col cannone (interpretato da David Warner).

Mary Poppins Returns ricalca lo stesso schema del film originale, con episodi quasi simili: l’incontro con un parente strambo, il viaggio nel mondo animato, l’avversità dei banchieri. Ma tutto questo, non disturba. Il film, nonostante riprenda la struttura del primo film, non è scontato, ma viene rappresentato come tributo al film che ci ha fatto sognare da piccoli.

Il ritorno di Mary Poppins

I piccoli richiami, come la coreografia dei lampionai, le animazioni vecchio stile, le musiche ed una sorpresa (che non riveleremo, pericolo grosso spoiler) ci riportano a quando eravamo bambini, per un film, sì d’intrattenimento, ma che appare come un vero e proprio tributo al capolavoro Disney, non facendoci rimpiangere Julie Andrews Dick Van Dyke.

Se dobbiamo, però, indicare un difetto è il doppiaggio italiano di questo film: molte voci non risultano azzeccate coi personaggi, certe pronunce sono molto fastidiose all’ascolto e le canzoni non vengono apprezzate totalmente, dati adattamenti non troppo buoni.

In generale, Mary Poppins Returns è un ottimo sequel del film originale, che non ci ha fatto troppo rimpiangere i vecchi interpreti.
Non possiamo promettervi che non piangerete, questo sequel ha un perenne velo di malinconia, che i bambini non colgono, ma noi che siamo cresciuti col vecchio film Disney ce ne accorgiamo, anche troppo.

Voto: 4 / 5

di Martina, da “madmass.it”

 

 

55 anni dopo l’uscita in sala, Mary Poppins è ancora oggi uno dei più iconici film di tutti i tempi. Talmente celebre dall’essersi meritato un dietro le quinte ad hoc con Tom Hanks ed Emma Thompson mattatori (Saving Mr. Banks), fino all’arrivo di questo temuto e atteso sequel, apparentemente folle e impossibile.

Diretto da Rob Marshall, regista di musical come Chicago, Il ritorno di Mary Poppins prende a piene mani dai sette ‘sequel’ cartacei scritti da P.L. Traverscon la leggendaria governante protagonista, affidando ad Emily Blunt, lanciata da Il Diavolo Veste Prada e già apprezzata cantante in Into the Woods, gli abiti che Julie Andrews rese immortali nel lontano 1964. Un compito arduo, se non suicida, per la 35enne attrice inglese, qui affiancata dal 38enne lanciatissimo Lin-Manuel Miranda, chiamato ad interpretare un lampionaio ballerino e canterino, sulla falsariga dello spazzacamino Dick Van Dyke del titolo originale.

Il Ritorno di Mary Poppins è ambientato nella Londra della Grande Depressione. Michael Banks, interpretato da un intenso e bravo Ben Whishaw, è un uomo adulto che ha accettato un impiego temporaneo presso la Banca in cui lavoravano suo padre e suo nonno. Michael ha da poco perso l’amata moglie, è in crisi finanziaria ed è costretto a crescere i suoi tre figli Annabel (Pixie Davies), John (Nathanael Saleh) e Georgie (Joel Dawson) al numero 17 di Viale dei Ciliegi. Ad aiutarlo la volenterosa domestica Ellen (Julie Walters) e la sorella Jane (Emily Mortimer), come sua madre sindacalista al fianco dei lavoratori. La sua stessa banca, a cui aveva chiesto un prestito, ha avviato le procedure per il pignoramento della casa di famiglia, per volere del direttore Wilkins (Colin Firth), dando al povero Michael pochi giorni di tempo per risolvere l’ingarbugliata soluzione. Ma il vento, fortunatamente per lui, inizia a cambiare con Mary Poppins, che torna a planare su Londra, tra avventure stravaganti, magie abbaglianti e nuovi stravaganti personaggi.

Un sequel chiaramente nostalgico e autocitazionista, come già avvenuto negli ultimi anni con Star Wars VII e Jurassic World, perché ad Hollywood c’è sempre più bisogno di rilanciare acclamati e amati titoli mai dimenticati, omaggiandoli senza andarci troppo sul sottile. Sceneggiato da David Magee, nominato agli Oscar per Neverland – Un sogno per la vita e Vita di Pi, Mary Poppins 2 torna ad aprire il portone di fantasia e meraviglie che Walt Disney spalancò non senza fatica nel 1964, dopo aver combattuto a lungo con la Travers sul set della pellicola di Stevenson.

Sostituire Julie Andrews, 55 anni or sono premio Oscar, sembrava onestamente impossibile, eppure la Blunt incanta, sin dai primissimi minuti, replicandone la dolcezza, la vanità, la spigolosità, l’eleganza, il portamento, la forza, la credibilità. Emily canta e balla, tenendo meravigliosamente la scena per oltre due ore, tra tuffi in oceaniche vasche da bagno con delfini e galeoni, animati vasi di ceramica e sfrenate coreografie tra le nebbiose strade di Londra. Al suo fianco un Lin-Manuel Miranda che fa il suo, dopo aver vinto un Pulitzer, 3 Grammy, un Emmy Award e 3 Tony Awards, senza però mai dare l’impressione di reggere il confronto con il memorabile Dick Van Dyke. Non a caso quando il 93enne compare sullo schermo, ballando sulla scrivania negli abiti dell’anziano sig. Dawes Jr, il paragone si fa spietato, ai danni ovviamente del 38enne portoricano. Onde evitare una simile spiacevole situazione, l’83enne Andrews ha rifiutato la proposta di un cameo celebrativo, proprio per non togliere spazio alla nuova Mary Poppins.

In un Regno Unito grigio e depresso, con migliaia di famiglie sul lastrico e banchieri/avvoltoi a volteggiare sulle case ricoperte di debiti, Marshall dipinge un quadro di dolore e difficoltà. C’è un grave lutto da elaborare, nella famiglia Banks, oltre ad un pesante debito da saldare. L’arrivo della tata Poppins, rigorosamente piovuta dal cielo e con ombrello parlante, torna ad accendere quella fantasia che gli adulti tendono puntualmente a spegnere una volta archiviata l’infanzia. Ed è così che i lampioni di Londra si fanno nuovamente luminosi, catapultando i piccoli figli dell’ormai adulto Michael in mondi incantati, chiaramente accompagnati da musiche e canzoni. Perché come in Mary Poppins, anche nel suo sequel si canta e si danza, ma la colonna sonora di Marc Shaiman e Scott Wittman, va detto, non è neanche lontanamente paragonabile ai capolavori scritti da Richard M. Sherman e Robert B. Sherman, nel 1965 due volte premi Oscar. Solo la dolce ninna nanna “The Place Where Lost Things Go“, probabilmente, si può considerare un ‘classico’, perché per il resto della soundtrack fatica ad imporsi, a rimanere impressa. Il doppiaggio in italiano, inesorabilmente, non aiuta affatto (brava Serena Rossi).

Dovendo/volendo ricalcare quando visto 55 anni fa, Marshall si concede una lunga scena con animazione tradizionale, che vede la Blunt, Miranda e i tre bimbi catapultati tra i disegni di un vecchio vaso, per poi bissare l’epocale balletto sopra i tetti di Londra del film originale, ma questa volta in strada, tra lampioni e lampionari. Autore delle coreografie lo stesso regista, ricco e abbagliante nei costumi e nelle scenografie, chiaramente intenzionato a far risorgere quel sentimentalismo old style tipicamente hollywoodiano, perfetto sia per grandi che per piccini. La nostalgia canaglia abbraccia sapientemente l’intera operazione, pedagogica e immaginifica, ma indubbiamente tutt’altro che originale. Rivoluzionario nel 1964, questo Mary Poppins compie quasi l’operazione inversa, guardando ad un cinema d’altri tempi, malinconicamente dimenticato e faticosamente replicato. La magia di allóra si è fatta meno dirompente, perché prevedibile, ma è comunque tornata a brillare al numero 17 di Viale dei Ciliegi. Ciò che manca rispetto al passato, e non è affatto un problema da poco, è la potenza musicale, soprattutto in quei testi che ancora oggi, dopo quasi 55 anni, continuiamo ad intonare. In questo nuovo Mary Poppins tutto ciò non avviene, appesantendo una narrazione che fatica a decollare con i suoi 16 brani inediti appositamente realizzati.

Problema simile si riscontra con i personaggi ‘nuovi’, qui presentati. Se il cinico e infame Colin Firth rientra in un quadro quanto mai banale, non giganteggia neanche la pazza Topsy interpretata da Meryl Streep, cugina alla lontana della governante Poppins. Un’unica scena danzata e cantata, per la diva tre volte premio Oscar, come al suo solito ineccepibile ma presto dimenticata. A non aiutare, anche in questo caso, un brano assai poco graffiante. Se Julie Walters, anziana domestica di casa Banks, strappa flebili sorrisi, Van Dyke sbalordisce e commuove, dall’alto dei suoi 93 anni, così come la coetanea Angela Lansbury, meravigliosa strega in un altro cult Disney di Stevenson, Pomi d’ottone e manici di scopa, qui vagamente omaggiato tra animali animati parlanti e balli sottomarini.

Siate nuovamente bambini, urlano a noi spettatori Marshall e lo sceneggiatore Magee, appendendoci a dei colorati palloncini pregni di fantasia, di malinconica commemorazione nei confronti di un capolavoro irripetibile e ineguagliabile, qui riprodotto con fare imperfetto ma garbato, pur di mandar giù quell’immancabile pillola fedelmente zuccherata.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Il ritorno di Mary Poppins in casa di Michael e Jane Banks, oramai cresciuti e a loro volta incapaci di cogliere il supercalifragilistichespiralidoso della vita. Un film di restaurazione, che propone un immaginario oramai sperduto, cosa che però lo rende affascinante.

La buona azione

1930, Londra è nel pieno della Grande Depressione. Michael, cresciuto e rimasto vedovo con tre figli (due maschi e una bambina), deve fronteggiare con la sorella Jane il rischio della perdita per pignoramento della casa in cui sono nati e cresciuti. È proprio allora che Mary Poppins, la magica bambinaia che li aveva cresciuti, fa ritorno nelle loro vite… [sinossi]

In qualche modo le oltre due ore lungo le quali si dipana Il ritorno di Mary Poppins, attesa rentrée sul grande schermo della bambinaia più famosa di tutti i tempi, sembra ruotare attorno al dualismo che i mirabili Blonde Redhead un ventennio fa ridussero nel titolo Futurism vs Passeism. Da un lato la prorompente devastazione avantgarde spacciata per norma“fantastica” che la storia scritta da Travers ma ri-scritta da Disney porta con sé; dall’altro il sentore di un tempo oramai fuori tempo, se non propriamente fuori senso comune. Se la Londra del 1910 dare del tu a quella del 1964 e lo spazio temporale si riduceva, grazie anche alla capacità tecnica di una Disney forse mai così folgorante, la Londra del 1930 oggi appare preistorica, lontanissima, del tutto impossibilitata a parlare all’oggi. E sì che gli sceneggiatori si sono dati anche da fare in tal senso, cercando nel minimo comun denominatore della crisi economica quell’aggancio alla contemporaneità che sembra comunque fuggevole, quasi estemporaneo. La verità è che l’accelerazione del moderno, la sua distruzione sistemica e sistematica del pregresso, ha creato un vuoto, uno spazio liminare che aumenta le distanze tra il Novecento e il nuovo millennio. Mary Poppins fa ritorno nella casa dei Banks e cerca di fare lo stesso anche con gli spettatori, ma mentre in sceneggiatura appare naturale che il primo rientro avvenga, la realtà dei fatti parla di un film che potrebbe trovare non poche resistenze nel pubblico dei più piccoli. Così come la bambinaia che scende dal cielo trasportata dal vento dell’est e dal suo fedele ombrello-pappagallo avverte l’urlo di preoccupazione dei fratelli – oramai cresciuti – Jane e Michael più che quello dei figlioletti di quest’ultimo (rimasti senza madre), così la Disney guarda più dalle parti dei genitori che ad altezza bimbo.

Lo sottolinea un linguaggio più forbito di quello generalmente utilizzato per i film “per famiglie”, con i testi delle canzoni – tradizionalmente tradotti in italiano, e non sottotitolati: dopotutto “basta un poco di zucchero e la pillola va giù” avrebbe avuto meno successo se si fosse scelto di lasciare l’originale “A Spoonful of sugar helps the medicine go down” – che svolazzano in direzione di citazioni che difficilmente l’età scolare attuale permette di cogliere (ma occorre rimanere ottimisti per credere che l’effetto sui genitori possa essere molto diverso), ma in generale lo si respira in un mood d’antan che non cerca in nessun modo di attualizzare a forza gli anni Trenta del secolo scorso. Non ammicca mai, Il ritorno di Mary Poppins, ed è questa sua cocciutaggine a dare l’impressione di un coraggio, di una sfrontatezza che potrebbe perfino ritorcersi contro la produzione se il film non dovesse sfondare al box office. Un rigore del tutto inatteso, anche nella scelta dell’animazione: se nel 1964 Mary Poppins faceva entrare i piccoli Banks in uno dei disegni di Bert, nel 2018 la magia si ripete con una porcellana sbeccata. Un rigore che ha anche il valore di “resistenza” contro la velocità e la facilità contemporanee.

Il limite dell’operazione però risiede allo stesso tempo proprio in questa dichiarata voglia di tenersi a distanza dall’oggi. Nel riprendere le redini di un discorso interrotto più di cinquant’anni fa la Disney non riesce ad andare molto al di là del ricalco, forse spaventata dal confronto con uno dei capisaldi del fantasy e della storia della Casa del Topo. Ecco dunque viale dei ciliegi, intatto. Ecco l’ammiraglio Boom, sempre intento a sparare col cannone per segnalare l’ora giusta. Ecco Jack, nipote di Bert (acciarino, mentre l’anziano parente era spazzacamino), che si unisce alle avventure della tata e dei piccoli Banks. Ecco i balletti, le canzoni, le case sottosopra. Nella scena sottomarina il veterano del musical d’oggi Rob Marshall (ChicagoNineInto the Woods) sembra strizzare l’occhiolino a un altro classico Disney a metà tra live action e animazione, Pomi d’ottone e manici di scopa, e non a caso nel finale fa la sua apparizione per un cameo Angela Lansbury, che di quel film era sublime protagonista. Nonostante l’impeccabile tecnica Il ritorno di Mary Poppins gioca sempre sul sicuro, riciclando un immaginario già fruito e peccando d’ispirazione. Di nuovo, futurism o passeism?
Se c’è un altro appunto possibile da fare riguarda il racconto della società. Il ritorno di Mary Poppins così come Mary Poppins prende una posizione nettamente progressista: Jane, cresciuta, è una sindacalista e prosegue il percorso iniziato da sua madre, suffragetta. Eppure, nel cuore della crisi economica, il film di Marshall – a scriverlo è David Magee, già al lavoro su Neverland di Marc Forster e Vita di Pi di Ang Lee – al contrario di quello di Robert Stevenson sceglie di riprendere con meno chiaroscuri il sistema bancario. Se nel 1964 si cantava in coro Fidelity Fiduciary Bank (Due penny in banca nella traduzione italiana), oggi l’unico a uscirne con le ossa rotte è il personaggio interpretato da Colin Firth. È lui, in quanto cattivo, a far andare male le cose. Non è il sistema, è il singolo ad avere responsabilità. Un dettaglio da poco, forse, ma che nel complesso sposta di qualche metro il fulcro del discorso. In direzione della contemporaneità.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog