Il prigioniero coreano

 

Kim Ki-duk torna al Lido di Venezia con Il prigioniero coreano, dramma dagli echi kafkiani sulle insanabili fratture tra nord e sud Corea, e sul concetto di “libertà”. Nel 2016 presentato a Venezia durante la Mostra all’interno della sezione Cinema nel giardino, e ora in sala grazie alla sempre meritevole Tucker Film.

Il compagno Nam

A un pescatore della Corea del Nord si rompe il motore della barca e va alla deriva verso la Corea del Sud. Dopo aver subito brutali interrogatori, viene rispedito indietro. Prima di lasciare la Corea del Sud, ha modo di meditare sul lato oscuro di quella società che contrasta con la sua immagine “sviluppata“. Si rende conto che lo sviluppo economico non si traduce in felicità per tutti. Quando riesce a tornare a casa, è sottoposto a interrogatori simili a quelli del Sud. Preso da profonda pena, si sente intrappolato contro la sua volontà nell’ideologia che divide le due nazioni… [sinossi]

“Indipendentemente dalla volontà, gli esseri umani sono bloccati nell’ideologia politica dei luoghi in cui sono nati”. Queste sono le parole con cui Kim Ki-duk “spiega” il suo nuovo film, Il prigioniero coreano (il titolo internazionale, The Net, è invece latraduzione letterale dell’originale coreano Geumul), presentato alla settantatreesima edizione della Mostra di Venezia nella neonata sezione “Cinema nel Giardino”, inaugurata proprio dal film di Kim – che ha avuto anche l’onore di essere il primo titolo proiettato nella Sala Giardino, un cubo rosso eretto sopra la vergognosa buca che aveva segnato l’immaginario visivo del festival negli ultimi anni. Indipendentemente dalla volontà. Non c’è nulla di volontario nella disavventura che vede protagonista Nam Chul-woo, un pescatore della Corea del Nord che si trova costretto a espatriare in direzione del sud per via di un’avaria a bordo della sua piccola imbarcazione. Non è volontario lo sconfinamento, così come non è volontario il messaggio in codice che a Seul trasmetterà a una compagna/spia, pensando di aver solo riportato alla ragazza le ultime parole del padre moribondo. Una poesia, come la definirà lo stesso Nam agli agenti che lo stanno trattenendo nel Sud, con la speranza di poterlo additare come spia, per poi costringerlo a redimersi e a tradire il Nord, per poterlo quindi utilizzare come arma di propaganda. La stessa propaganda, ça va sans dire, che ha già messo in atto il Nord, accusando di barbarie il governo di Seul e proclamando Nam come eroe del popolo.
In questo bailamme tra il tragico e il ridicolo il pescatore vorrebbe solo essere rilasciato, per potersene tornare con la sua barca a casa, dove lo aspettano la moglie e la figlioletta. Sopra il letto di Nam giganteggia un’immagine raffigurante i leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Il-sung e Kim Jong-il, a cui il pescatore ha giurato eterna fedeltà. Una fedeltà non priva di naturale sfiducia, la stessa che sembra muovere la regia di Kim Ki-duk, impegnato in una narrazione strutturata in due parti, tra loro speculari e complementari.

A una prima parte (la più lunga e consistente, anche da un punto di vista di senso) che vede Nam catturato come “potenziale spia” nel Sud, interrogato e trattenuto con la violenza – l’unico a mostrarsi compassionevole nei confronti del prigioniero è Oh Jin-woo, la guardia incaricata di non perderlo mai di vista, neanche quando è da solo nella stanza che gli è stata assegnata – fa seguito una seconda parte, dopo il ritorno dell’uomo nella madrepatria, dove l’accoglienza in pompa magna dura meno di un battito di ciglia, sostituita da una nuova prigionia, altrettanto barbarica e insensata.
Il gioco di Kim si fa fin troppo scoperto, con le due Coree messe a confronto evidenziando differenze talmente grandi da provocare le medesime storture. Due sistemi corrotti, in cui non si nutre la minima fiducia verso un popolo sfruttato a proprio uso e consumo, senza più alcuna morale a sorreggere le azioni. Due nazioni che non si reggono più su un’idea, ma solo su un’ideologia difesa con tanta protervia da essere ottusa, idiota, incapace di leggere la verità perché già in partenza detentrice di quella stessa verità. In questa guerra condotta a colpi di propaganda Nam non può che finire schiacciato dall’ingranaggio, pedina sconfitta fin da subito.
Quando un pesce finisce nella rete, dopotutto, non ha alcuna speranza di salvarsi, ed è lo stesso Nam ad ammetterlo, conscio del cul-de-sac in cui è andato a infilarsi. Il prigioniero coreano, che Kim mette in scena come se stesse maneggiando un materiale kafkiano, è un film d’idea prima ancora che di contenuto, in cui la forma non può che cedere di fronte alla sostanza. Tutto si fa forse fin troppo semplice, con le sfaccettature della questione ridotte al minimo indispensabile, ma è innegabile la forza della sincerità del regista, così come convincono le interpretazioni di Lee Wong-gun e soprattutto del protagonista, uno splendido Ryoo Seung-bum (gli appassionati di cinema coreano lo ricorderanno in The Berlin FileArahan e Crying Fist del fratello maggiore Ryoo Seung-wan, ma lo si può ammirare tra gli altri anche in Sympathy for Mr. Vengeance di Park Chan-wook, Doomsday Book di Kim Jee-woon e Yim Pil-sung, e New World di Park Hoon-jun), che dà corpo e voce a Nam, uomo che non si è lasciato obnubilare dall’ideologia nordcoreana ma è riuscito a conservare un’idea. Un’idea socialista, egalitaria, fraterna. Per non lasciarsi corrompere – ma anche per non avere problemi al ritorno in patria – non vuole vedere Seul, la città tentatrice, la città capitalista, la città del benessere apparente. Eppure sarà proprio un giocattolo, un dono per la figlioletta, a contribuire a metterlo nei guai.
Al di là delle “ovvietà” pacifiste (perché un popolo deve essere diviso in due, lacerato fino allo stremo?), Il prigioniero coreano coglie nel segno in maniera profonda quando tocca la tematica meno abusata: cosa significa davvero essere “liberi”? Si può chiamare libertà quella di una donna costretta a prostituirsi per non far morire di fame la propria famiglia? Allo stesso modo, come può essere libero un uomo che non ha il permesso neanche di desiderare il possesso? In questo interrogativo si cela il valore reale di The Net, dramma che da un punto di vista estetico si inserisce altrimenti nella fase recente del cinema di Kim, quella che ha fatto seguito al film spartiacque Arirang. Lo sguardo di Kim è tutto in quella frase, in quel “indipendentemente dalla volontà”. Non basta il coraggio o l’idea, in un mondo così martoriato e mostruoso in cui è sufficiente un motore in avaria per distruggere una vita.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

«Fai attenzione: oggi la corrente va verso Sud», lo avvisa una sentinella, ma a fare sempre molta attenzione, il pescatore Nam Chul-woo (Ryoo Seung – bum) ci è abituato. Non puoi permetterti distrazioni quando abiti in un villaggio della Corea del Nord e ti muovi ogni giorno sulla linea di confine, all’altezza del 38° parallelo. Confine d’acqua, nel caso di Nam, ed è proprio l’acqua a tradirlo: una delle reti si aggroviglia attorno all’elica della sua piccola barca, il motore si blocca e la corrente che «va verso Sud» trascina lentamente e inesorabilmente il pescatore in zona nemica: la Corea del Sud. Nam si ritroverà letteralmente imprigionato tra le due ideologie.

Il prigioniero coreano, presentato al 73° Mostra del Cinema Di Venezia nel 2016 e in uscita in Italia il 12 aprile, grazie alla distribuzione della Tucker Film, è il nuovo film del sudcoreano Kim Ki-duk. L’osannato regista di Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera (2003), Ferro 3 – La casa vuota (2003) con cui vinse il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia, e Pietà, Leone d’oro nel 2012, torna alle origini, presentando un thriller dell’anima.

Riuscirà Nam, dopo pressanti interrogatori, a convincere le forze di sicurezza sudcoreane di non essere una spia? Ma soprattutto: riuscirà Nam, dopo il proprio faticoso rilascio, a convincere il potere nordcoreano della propria integrità? È rimasto un bravo cittadino devoto al regime o l’infezione del capitalismo lo ha contaminato per sempre?

Kim Ki-duk presenta una narrazione politica, utilizzando il tema del doppio, così com’è doppia la Corea e raccontando una grande storia collettiva attraverso la vicenda e di un singolo individuo innocente. Kim Ki-duk parla di una nazione divisa ed in perenne stato di guerra, utilizzando, a modo suo, la grammatica del thriller. Un racconto a specchio per descrivere due facce della stessa medaglia dove le reti da pesca assumono un significato quasi allegorico, diventando rappresentazione di due reti ideologiche contrapposte che, in qualche modo, si bilanciano per perpetuare il controllo del potere. La Corea del Nord e quella del Sud divengono simbolo delle differenze fra l’occidente ed il comunismo. L’odissea di Nam Chul-woo ha il compito di ritrarre, con drammatica lucidità, le divergenze tra i due sistemi: cultura, ideologie, quotidiano.

Dimenticate il cinema filosofico e metafisico di Ki-duk. Il prigioniero coreano è fortemente ancorato alla realtà contemporanea, alla politica, alla condizione umana, fisica e materiale. Niente slanci autoriali o particolari raffinatezze cinematografiche. Anzi, per dirla tutta, a tratti il film appare scolastico e colonizzato da figure stereotipate. Non è la forma che interessa al regista, questo è evidente, piuttosto è la sostanza che è in grado di trasmette allo spettatore senso di oppressione e claustrofobia. Kim Ki-duk non ha nessuna intenzione di essere frainteso e sceglie un linguaggio crudo, diretto e fisico, escludendo giudizi definitivi e raccontando la dignità di un uomo che sa di essere in un vicolo cieco e non vuole piegarsi. Un uomo che non si arrende e che vuole, semplicemente, tornare a casa dalla sua famiglia. Un povero Cristo costretto a scontrarsi prima con le insostenibili diffidenze del regime che opprime la sua terra e poi con la disillusione di un sistema di vita e di pensiero che, tutto sommato, non avrebbe mai voluto conoscere. Un uomo che incarna nello stesso corpo le due coree.

Il prigioniero coreano è un film che non piacerà né al di qua né al di là del 38° parallelo. Il messaggio è decisamente scomodo per entrambe le parti in causa. La popolazione della Corea del Nord molto probabilmente non lo vedrà mai e di sicuro anche al Sud non avrà vita facile. Da un lato e dall’altro della frontiera, che separa le due Coree, brutture e ingiustizie speculari e ugualmente deleterie, schiacciano l’individuo. L’intera opera diviene metafora del concetto di yin e yang.

Lo yin e yang sono opposti: qualunque cosa ha un suo opposto, non assoluto, ma in termini comparativi. Nessuna cosa può essere completamente yin o completamente yang; essa contiene il seme per il proprio opposto. Lo yin e lo yang, così come le due coree, hanno radice uno nell’altro: sono interdipendenti, hanno origine reciproca, l’uno non può esistere senza l’altro.

Forte di questo concetto, Kim Ki – duk non fa sconti a nessuno, non salva nessuno, non indora la pillola e utilizza l’unico modo possibile per descrivere onestamente una realtà che conosce bene: suo padre ha combattuto la Guerra di Corea. Per i coreani la divisione è una ferita che sanguina da 70 anni. Con quest’opera vuole mostrare un paradosso e farci vedere come sono simili Nord e Sud.

Si avverte in Kim Ki-duk il dolore per una separazione che consente di mantenere un regime di terrore da una parte e dall’altra concede la giustificazione per costruire una società basata sul sospetto, per cui ogni persona può essere considerata infida e spia. Il Sud che racconta non sembra felice e non sembra “libero”. Al Sud incontra uomini dotati di un’arroganza di segno uguale e contrario a quella dei potenti del Nord. Certo, si vive meglio che al Nord, non c’è dubbio, ma poi, non è tutto oro quel che luccica. Là c’è la dittatura, qui la violenza ideologica. Là c’è la propaganda del duro regime, qui l’inferno capitalistico, provocante come il canto delle Sirene per Ulisse, dinanzi al quale bisogna chiudere gli occhi, per non correre il rischio di esserne tentati. Le scene più toccanti sono proprio quelle “ad occhi chiusi”. Come l’eroe dell’Odissea di Omero ed i suoi compagni, che tentarono di tapparsi le orecchie con la cera per non sentire il canto delle ammaliatrici Sirene, il nostro si costringe in un pellegrinaggio “ad occhi chiusi” per non subire il fascino del consumismo, tra le vie tentatrici di Seul. Non mancheranno segni degradati della società capitalistica che indurranno Num a chiedersi in cosa consista la democrazia. La risposta sarà potentissima ed emblematica: “Dove c’è una forte luce c’è sempre anche una grande ombra”. Un’epifania.

Il prigioniero coreano è una parabola, un po’ come quelle di Gesù raccontate nei Vangeli,  che risulta più efficace e chiara di tanti documentari, approfondimenti, reportage fotografici della carta stampata e della televisione. È un dono che l’arte cinematografica fa alla storia contemporanea. La visione critica e dolorosa del mondo fa parte della vocazione di Kim Ki-duk: grande autore e voce profetica che non dovrebbe mai passare inosservata e inascoltata. Maestro di parabole necessarie.

Ilaria Berlingeri, da “darksidecinema.it”

 

Guardando la locandina del nuovo film di Kim Ki-Duk vengono subito in mente tutti i temi che da qui associamo al cinema orientale, soprattutto quello del regista di Ferro 3, Soffio e Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera: racconti surreali e sospesi di umanità modeste, regia essenziale, grandi silenzi. Il prigioniero coreano, invece, è una spy story claustrofobica e traboccante di dialoghi, racconto di come una costruzione sociale – il governo comunista/capitalista, la famiglia – possa umiliare i desideri fino a renderli irriconoscibili a chi li ha sognati per tutta la vita.

Nam Chul-woo è un pescatore della Corea del Nord che una mattina, quando la sua rete si incastra nel motore della sua barca, si ritrova alla deriva e trasportato dalla corrente verso sud. Qui subirà gli interrogatori della polizia: prima la sua innocenza è scambiata per la strategia di una spia, poi è costretta osservare la ricchezza capitalista del Sud, come se liberarsi dal regime comunista non sia una scelta ma un dovere morale.

Chul-Woo si chiude sempre più in se stesso ma non si arrende: vuole rivedere la sua famiglia, tornare all’appartamento squallido dove si è svegliato tutte le mattine della sua vita. Quando ci riuscirà, subirà le stesse umiliazioni all’inverso e la sua semplicità d’animo ne uscirà talmente mutilata da impedirgli di fare l’amore con la moglie, in una sequenza a specchio straziante. Il prigioniero coreano è cinema delle rovine, il conflitto coreano è solo lo scenario di un’umanità corrotta che è ovunque, anche in occidente, anche qui.

Voto: 4 / 5

Andrea Coclite, da “rollingstone.it”

 

 

Nam Chul-woo, una moglie e una bimba, è un pescatore della Corea del Nord. A causa di un guasto accidentale al motore della sua barca, va alla deriva e sconfina in Corea del Sud. Subito preso in custodia, viene sottoposto ad una serie di brutali indagini. E’ una spia? Forse. Appurato il contrario, il pescatore potrà tornare a casa? Difficile, visto che lo scopo della democratica Seoul è quello di “liberare” i cittadini dalla dittatura di Kim Jong-un. Ma Nam Chul-woo non ne vuole sapere di “disertare”: alla questione ideologica il pescatore antepone quella degli affetti, visto che rimanere lì significherebbe non rivedere mai più la sua famiglia. E nemmeno l’immersione forzata nelle “tentazioni capitaliste”, tra le superfici riflettenti e luccicanti della grande metropoli, sembra convincerlo del contrario…

Il ritorno di Kim Ki-duk (al Festival di Venezia 2016, nella sezione Cinema nel Giardino) è segnato da un film che, senza troppi giri di parole, mette a confronto le contraddizioni e le similitudini di un paese (la Corea tutta) ancora troppo lontano dal miraggio della riunificazione.

Il regista de L’isolaAddress UnknownBad GuyFerro 3 ha ormai affievolito la potenza dei suoi anni migliori ma non per questo ha smesso di interrogarsi sugli aspetti più crudeli (nonché inverosimili) dei nostri tempi.

Torna alla mente, seppure in chiave chiaramente differente, Il ponte delle spie di Steven Spielberg: lì c’era un muro a dividere un mondo dall’altro, qui un povero pescatore finisce invece nella rete (The Net il titolo internazionale del film) che inceppa il motore (anche della barca, sì) delle logiche umane. Innescando un incubo kafkiano dal quale sarà impossibile uscire.

La libertà, quella vera, è nel poter tornare sulla barchetta e garantire la minima sussistenza ai propri cari. Ma nel terribile ping-pong delle ideologie resterà un sogno destinato a finire… in rete.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Di tradimento è accusato il pescatore (interpretato da un formidabile Ryoo Seung-bum) nordcoreano del potentissimo e sorprendente Il prigioniero coreano, di Kim Ki- Duk. Che gioca/ opera nell’unico vero “confine” politico/culturale ancora rimasto, quello tra le due Coree, i due poli opposti, la nazione più “buia”, e quella più “illuminata” e veloce di questi tempi.

Per un imprevedibile guasto al motore si ritrova a superare il confine e rimane prigioniero degli addetti alla sicurezze e all’antispionaggio della Corea del Sud. Inutilmente cerca di spiegare che ha superato il confine a causa del guasto alla barca, i funzionari e poliziotti sudcoreani sono convinti che lui sia una spia e lo costringono ad un lungo interrogatorio, a tratti anche violento, mitigato solo dai continui interventi dell’addetto alla sua sicurezza, che di fatto ne diviene il suo unico ma accanito difensore.

Siamo in un abisso politico/culturale: da un lato il pescatore che, letteralmente, si rifiuta di vedere, chiudendo gli occhi nel suo viaggio in macchina fino a Seoul, perché, novello Ulisse, vedere equivale a desiderare, quindi altri sogni, altri bisogni, come essere catturato dalla civiltà dei consumi. Dall’altro abbiamo dei funzionari fin troppo zelanti, che si rifiutano di accettare che davvero quell’uomo voglia ritornare nella nazione governata da una terribile dittatura, per cui o è una spia oppure deve diventare un traditore e accettare le lusinghe e le ricchezze del mondo capitalista. Ma il nostro pescatore fa resistenza (analogica) e la sequenza in cui viene lasciato da solo nel pieno di un grande centro commerciale, dove a lungo cercherà di rimanere “con gli occhi chiusi” per non farsi coinvolgere da questo “nuovo mondo” è tra le più incredibili e forti di questo film, che conferma una rinascita di un cineasta che non ha mai mancato di stupire e colpire duro…

Poi, inevitabilmente, il mo(n)do “occidentale” di vivere lo coinvolge. Salva una prostituta dalle violenze dei suoi “datori di lavoro”, ingenuamente porta il messaggio di una spia alla finta figlia trasformandosi in veicolo di spionaggio vero e proprio, fino a scegliere di ritornare dal suo amico e protettore che, unico, può aiutarlo a ritornare al suo Paese e alla sua famiglia.  E qui il film devia verso una guerra “mediatica”: i funzionari del Sud mostrano in tv le immagini del pescatore del Nord sorpreso tra le vetrine dei negozi, mentre quelli del Nord rispondono rilanciando in tv la moglie e la figlia in lacrime che reclamano il marito e padre al proprio nucleo familiare.  Improvvisamente il pescatore diventa un oggetto televisivo, una specie di star, e, nell’imbarazzo dei soldati e funzionari del Sud riesce, trionfalmente, a tornare al suo Paese, fiero ed orgoglioso di non aver tradito. Ma al ritorno lo aspetterà un analogo “servizio”, con interrogatori violenze ecc….

Alla fine vorrà e dovrà ritornare a fare il pescatore, con tutti i rischi di mettersi contro lo Stato.

Senza paura di spoilerare troppo, va raccontato che il pescatore, al suo ritorno in Patria, si spoglia di tutti i beni e vestiti che gli avevano donato gli “amici” del Sud. Con l’eccezione di un orsacchiotto regalatogli dal suo amico della sicurezza, che aveva nascosto nella barca per donarlo alla figlia, il cui vecchio giocattolo era ormai logoro e pieno di continue ricuciture.

Non vi sveliamo il finale, ma Kim Ki-Duk, nell’epilogo post-finale, lascia spazio a questo meraviglioso primo piano della piccola bambina del pescatore, che, dopo un po’, lascia il giocattolo “che parla e si muove” nuovo e morbido per abbracciare, con l’intensità che solo un bambino può avere, il suo vecchio orsacchiotto rappezzato.

Ecco, quello di Kim Ki-Duk, classe 1960, è un abbraccio al cinema, vero e sincero perché vissuto totalmente nel percorso di trasformazione di questi anni.  L’orsacchiotto è il cinema, il vecchio cinema, che ancora vorremmo abbracciare, e che vorremmo che i nostri figli abbracciassero.

Ma probabilmente la generazione di La La Land, che era a Venezia nella stessa edizione de Il prigioniero coreano,  preferisce abbracciare virtualmente un Pokemon digitale…(e come possiamo biasimarli, per questo?).

Federico Chiacchiari, da “sentieriselvaggi.it”

 

Nam Chul-woo è un povero pescatore nordcoreano che nella sua barca ha l’unica proprietà e l’unico mezzo per dare da mangiare a sua moglie e alla loro bambina. Un giorno gli si blocca il motore mentre sta occupandosi delle reti in prossimità del confine tra le due Coree e la corrente del fiume lo trascina verso la Corea del Sud. Qui viene preso sotto controllo delle forze di sicurezza e trattato come una spia. C’è però chi non rinuncia all’idea di poterlo convertire al capitalismo lasciandogli l’opportunità di girare, controllato a distanza, per le strade di Seoul.

Kim Ki-Duk torna al suo cinema delle origini, quello che lo fece conoscere al pubblico di tutto il mondo per l’attenzione che prestava agli emarginati dalla società e per la durezza di alcune situazioni portate sullo schermo.

Lo fa con il suo film forse più esplicitamente politico, destinato a non piacere né al di qua né al di là del 38° parallelo. Si può essere certi che al Nord non lo vedranno mai ma di sicuro anche al Sud non avrà vita facile. Perché il regista ha la consapevolezza di proporre una lettura decisamente scomoda per entrambe le parti in causa.

Il povero pescatore, colpevole solo di non aver voluto perdere, salvandosi a nuoto, la propria barca raggiunge quello che per la propaganda del duro regime di Kim Jong il è l’inferno capitalistico dinanzi al quale bisogna chiudere gli occhi per non correre il rischio di esserne tentati. Nam Chul-woo crede nel regime e i funzionari sudcoreani, seppur divisi sul da farsi, non fanno molto per confutare le sue credenze. C’è chi è dotato di un’arroganza di segno uguale e contrario a quella dei potenti del Nord e non mancano anche segni deteriori della società (ad esempio la prostituzione) che inducono quest’uomo semplice a chiedersi in cosa consista la democrazia. Gli verrà risposto con una frase emblematica: “Dove c’è una forte luce c’è sempre anche una grande ombra”.

Voto: 3 / 5

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

 

 

Non si salva nessuno, o quasi, nel nuovo film di Kim Ki-Duk. Perché da un lato e dall’altro della frontiera che separa le due Coree (quella dittatoriale e repressiva di Kim Jong-un e quella capitalista del Sud) mali e storture speculari ma ugualmente nocive schiacciano l’individuo. O almeno, schiacciano il povero pescatore che vive nei pressi del confine e che, per una banale avaria del fuoribordo della sua barchetta, scivola verso una democrazia che non ha mai bramato e che lo accoglie come una spia.

Il prigioniero coreano non ha nulla del cinema più filosofico e metafisico del suo autore, ma è tutto ancorato alla realtà, alla politica, alla condizione umana più immediata, fisica e materiale. Non ci sono tocchi autoriali, né particolari raffinatezze cinematografiche o psicologiche, nel film di Kim. C’è però, forte, il senso di oppressione e claustrofobia legato a questo sventurato pescatore che a Seoul vogliono per forza incasellare come spia nel migliore dei casi (per loro), costringere alla diserzione nel peggiore (sempre per loro).
C’è il racconto della dignità di un uomo che sa di essere in un vicolo cieco ma che non vuole piegarsi, cercando disperatamente una via d’uscita, un ritorno a casa e alla famiglia che lo farà scontrare con le aggressive diffidenze del regime prima e con la disillusione di tutto un sistema di vita e di pensiero poi.

Un po’ scolastico, a tratti eccessivamente sottolineato, popolato di figure un po’ stereotipate, Il prigioniero coreano riesce a essere fortemente anti-comunista da un lato e velenosamente critico col sistema liberale e capitalista dall’altro, pur riconoscendo l’imprescindibilità della libertà e della possibilità del benessere. Ma allo stesso tempo, individua nei bisogni e negli affetti primari del suo protagonista l’unica forma di umanesimo e di umanità comprensibile e possibile.
Destinata però, schiacciata dalle forze che lo contrastano. Fino a una conclusione drammatica e fatale.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

La barca è l’unica proprietà di Nam Chul-woo, un povero pescatore nordcoreano che utilizza il natante per dar da mangiare a sua moglie e a sua figlia piccola. Il motore, un giorno, imbrigliato dalle reti che sta recuperando, si blocca nei pressi del confine tra le due Coree e la corrente del fiume lo spinge verso la Corea del Sud. Preso in custodia dalle forze di sicurezza, Nam Chul-woo viene interrogato e trattato come una spia, ma ha una via di scampo: convertirsi al capitalismo. Percorrere le strade di Seoul, potrebbe esser un metodo per facilitare la conversione.

Quanto si deve essere pazzi per dividere un popolo? Quanto la follia umana può influire sul destino di una nazione? Nell’attesa di una risposta definitiva, si erigono muri e si segnano i confini, in nome di un razionalità malata che affligge il mondo e chi lo abita. Nord, sud. Capitalismo, comunismo. Bene e male. Un conflitto che, nel 2018 va ancora avanti senza che nessuno, apparentemente, possa farci nulla.

La Corea spezzata in due, è la vittima esemplare di antitetiche logiche che hanno espresso il loro vigore politico tracciando una linea e separando un popolo da se stesso.

Il prigioniero coreano: la vita di un uomo qualunque per raccontare una realtà paradossale

il prigioniero coreano scena

Il sudcoreano Kim ki-duk, racconta questa ferita, attraverso le vicende di un pescatore che, per un caso fortuito, si trova al di là del segno tracciato. L’errore del malcapitato funge da metafora per una minuziosa descrizione di una realtà paradossale. Le vetrine scintillanti del sud ammaliano il malcapitato, mentre il regime del nord lo richiama al dovere e al rispetto dell’ideologia. Ma tra l’ideologia e l’idiozia, il passo è breve e, quest’ultima, non attiene solo a chi decise di tracciare un solco, ma anche al popolo che, il solco, lo eresse a simbolo. Chi sta di qua e chi sta di là riproduce, senza nemmeno accorgersene, identiche dinamiche così che, le due fazioni, convinte delle proprie ragioni, mantengono in vita un’assurdità che dura da più di 70 anni.

“Il prigioniero coreano” è il popolo delle due Coree, incarnato da un umile pescatore impigliato nella sua stessa rete, con la quale lotta senza riuscire a districarsi; non riuscendo a capire, preso com’è dal panico, che più si agita e più le maglie della rete lo imbrigliano, fino a renderlo inerme. Kim ki-duk, per non essere frainteso, sceglie un linguaggio crudo, diretto e fisico; ma il suo narrare non contiene giudizi definitivi e non pretende di fornirli. Il regista sudcoreano elabora un racconto a specchio per descrivere le fatidiche due facce della stessa medaglia. Ma chi può dire cosa sia meglio fra testa e croce?

Riccardo Muzi, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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