Corpo e anima

 

Fra cervi e mattatoi, silenzi e saliere, commedia e strazio, la cineasta ungherese Ildikó Enyedi mette in scena con straordinarie sensibilità e poetica il bisogno disperato d’amore di fronte alle difficoltà nel dichiararlo. Orso d’Oro alla 67esima Berlinale, Corpo e anima è un film umanissimo e di devastante tenerezza sui corpi, sul sangue, sui sogni, sul desiderio e sulle emozioni.

The Deer Lovers

Non appena Mária iniziare a lavorare al controllo qualità, un macello a Budapest diventa il luogo di una strana storia d’amore. A pranzo la giovane donna sceglie sempre un tavolo da sola in mensa, dove si siede in silenzio. Il suo è un mondo che si compone di figure e dati che si sono impressi sulla sua memoria fin dalla prima infanzia. Endre, il direttore finanziario dello stesso macello, è un tipo tranquillo ormai di mezza età. Timidamente cominciano a conoscersi l’un l’altro, fino a scoprire che ogni notte si incontrano da oltre due anni nello stesso sogno. Con cautela, tentano di farlo diventare realtà… [sinossi]

Diciotto anni. Tanto tempo ci è voluto alla cineasta ungherese Ildikó Enyedi, fra problemi personali e cecità produttive, per tornare a fare un film per il grande schermo. Diciotto anni, nei quali l’umanità e lo straordinario apporto emotivo di My 20th Century, inserito nel frattempo fra i dodici film più importanti della storia cinematografica d’Ungheria, e di Tamàs and Juli, storia di un amore che non riesce mai a darsi appuntamento, non si sono mai affievoliti, ma hanno semplicemente maturato nuove forme.
Sospeso fra i toni di una commedia dai tocchi romantico-surreali e la tragicità melodrammatica di un sentimento che già brucia ma non riesce a emergere se non in sogno, Corpo e anima, è un film di timidezze e di appuntamenti onirici, di eleganza nella messa in scena e di raffinata scrittura, di poetica e di pura sensibilità, di silenzi e di impercettibili passi uno verso l’altro, elegia dell’amore e del bisogno fondamentale dell’uomo di immergercisi.

Orso d’Oro alla Berlinale 2017, il nuovo lavoro di Ildikó Enyedi è l’ennesimo tassello di una mappatura dei sentimenti e del cuore lunga una filmografia e una vita, è l’ennesima ricerca di umanità in un mondo ormai sempre più freddo, è un film di piccoli gesti e di riflessi sui vetri, una storia semplice e universale di corteggiamenti, inadeguatezze e blocchi emotivi sottilmente dolorosi, pronta a giocare con la sensibilità del pubblico per riportarlo alle radici della propria più intima umanità. Chiede di stare al gioco, Ildikó Enyedi. Chiede di lasciarsi andare, di emozionarsi, di perdersi in una poetica che, più che dal centro-Europa, sembra quasi venire dal profondo oriente, figlia emotiva di Imamura e del primo Kim Ki-duk, basata sulla messa in scena di gesti apparentemente insignificanti, a volte assurdi, eppure così pregni di empatia, di sincerità, di trepidazioni, di turbamenti quotidiani, di possibili stratificazioni di senso. Chiede partecipazione, Ildikó Enyedi, e ripaga in infinita tenerezza anche a costo di respingere chi non riesce a entrare nel meccanismo, proprio come accaduto nelle prime proiezioni alla Berlinale nelle quali, accanto ai tanti plaudenti sostenitori commossi, hanno trovato spazio non pochissimi detrattori, che attaccano Corpo e anima proprio per la sua (solo) apparente semplicità.

Quello di Ildikó Enyedi è un film emozionale di corpi, i corpi degli animali e quelli degli uomini, i corpi che si attraggono e quelli che si respingono, i corpi nudi e quelli irrigiditi, i corpi squartati delle vacche nel mattatoio e quelli eleganti dei cervi che si incontrano nella neve eterna dei sogni, i corpi che sprizzano sangue e quelli che ormai non sentono più il dolore, come un braccio paralizzato, oppure come una vena tagliata all’apice della disperazione e poi tamponata in fretta e furia perché, nel frattempo, è giunta una telefonata che nemmeno si osava più sognare.
Non è certo casuale che Corpo e anima sia ambientato in un mattatoio, dove sgorga il sangue più caldo e rosso che si contrappone al candore dei sentimenti e della neve, dove i corpi cadono e, con il macello, vengono modificati, dove, per poter lavorare senza impazzire, è assolutamente necessario “provare pena per le bestie”, bisogna lasciar scorrere l’empatia, bisogna imparare ad amare giorno dopo giorno. Mária, bionda e algida, rigida nei suoi schemi mentali che le fanno declassare la carne per un millimetro in più di grasso e probabilmente affetta da una lieve forma d’autismo che la porta a essere timida e asociale, ma dotata di una memoria prodigiosa che le ha permesso di registrare ogni istante della sua vita come fosse un freddo dato informatico, è la nuova assunta al controllo qualità. È una persona sola, fragile, incapace di qualsiasi contatto fisico, talmente imbarazzata che, persino quando un raggio di sole le illumina una gamba, finisce per fare un passo indietro e ritirarsi ulteriormente nell’ombra. Dalla finestra la osserva Endre, di qualche anno meno giovane di lei, un altro uomo solo, tranquillo, convinto di avere ormai chiuso le porte ai sentimenti, da molti anni impiegato nel mattatoio come direttore finanziario, ma ancora adesso incapace di razionalizzare la fabbrica di morte nella quale lavora tanto da non essere mai sceso dal suo ufficio verso i macelli veri e propri.
Con il suo braccio sinistro paralizzato, quasi come fosse una risposta di speranza a Bela Tarr e al suo Il cavallo di Torino, Endre incontra la neoassunta a mensa, parla del nulla pur di attaccare bottone, scientemente la provoca in base all’unica cosa che già sa di lei, la sua allergia ai vezzeggiativi, chiamandola Marika.
C’è fra di loro una sintonia apparentemente impossibile, un’attrazione reciproca che dovrà vincere le resistenze e le timidezze, un’affinità elettiva che sarà destinata a emergere nel rendersi conto, in seguito alla valutazione psicologica di una smaliziata e pettoruta terapeuta imposta a tutta l’azienda per tentare di capire chi fosse l’autore di un qualcosa che resta intelligentemente fuori campo – forse è un furto, forse un’aggressione, ma non è questo ciò che conta –, che da oltre due anni i due si incontrano nello stesso sogno: sono cervi nella neve immersi in una natura dove non ci sono occhi altrui, dove cadono le barriere fisiche e morali, dove ognuno può scoprire e vivere la sua più intima essenza. Ogni notte si danno appuntamento, si sfiorano, si corteggiano e si amano, finalmente liberi, mentre di giorno si chiudono, si sforzano di starsi antipatici, si evitano a mensa ma si pensano a casa, rimettendo in scena i propri dialoghi con saliere e omini del lego e magari aggiungendo ad alta voce anche i pensieri che ripassano le regole del gioco delle parti. Ildikó Enyedi innesta il melodramma nella commedia, sfrutta l’assurdo e l’incredibile per dimostrare come non possa né debba esistere razionalità nell’amore, si immerge nella sfera onirica e la meticcia sagacemente con la realtà viva e pulsante di ogni innamoramento. Il suo sguardo è capace al contempo di uno strazio e di una tenerezza ai limiti dell’insostenibile, penetra nelle vite dei suoi personaggi e le sconvolge di sfumature, guarda all’amore con amore, mettendo al centro l’uomo e i suoi stravolgimenti.

Corpo e anima, scritto con tratto sottile e lieve, è la costruzione di un amore dal sogno alla realtà, dal corpo animale a quello umano, dal sangue come segno di morte al sangue che sprizza la vitalità dei sentimenti. È il bisogno di tenerezza di tutti noi, è il desiderio, è l’emergere di un’affinità che nessuno può decidere o comandare, ma che si può solo scoprire giorno dopo giorno.
I due protagonisti, sfiorandosi d’amore nei sogni ma essendo incapaci di farlo nella realtà, si cercano, si trovano, si nascondono, mentre il film mette in scena la nascita del loro affetto tappa dopo tappa, sospiro dopo sospiro, tentennamento dopo tentennamento, fra sguardi, azioni e reazioni destinati a ripresentarsi in ogni possibile sfumatura.
È una costante deriva dei sensi, che Ildikó Enyedi mette in scena in una poetica umanissima di piccoli gesti e in uno stile di straordinaria eleganza nelle inquadrature da sotto il letto o a ricordare il “Cristo Morto” di Mantegna, nel sublime candore del bosco innevato oppure nella mediocrità asettica dell’interno del mattatoio, incorniciando i suoi personaggi in un turbinio di vetri, specchi, porte e rifrazioni al contempo asfittiche e romantiche.
È un film che parte dall’iniziale aridità per far pompare sempre più il sangue verso il cuore, disvelando progressivamente i sensi della sua metafora e la sua poesia della quotidianità nei raccordi sul bianco, nella continua sovrapposizione fra onirico e realistico, nella contrapposizione fra il mattatoio come luogo di morte e come luogo d’amore, nell’educazione sentimentale degli amanti contro le resistenze. E nel frattempo, nei personaggi che gravitano intorno agli amanti, dal nuovo assunto che a pelle non piace ma al quale bisognerà prima o poi chiedere scusa fino al vecchio e insospettabile amico che confesserà di essere il colpevole del misterioso evento, costruisce un intero microcosmo che si pone come parabola del mondo di oggi.

I due protagonisti si bramano ripetutamente, si corteggiano fra notte e giorno, iniziano a trovarsi con l’acquisto di un telefono cellulare che saprà salvare la vita, si danno appuntamento per dormire insieme e potersi trovare almeno nel sonno, ma nel frattempo sono incapaci di sfiorarsi, di dichiararsi, di portare i loro corpi menomati – uno dalla paresi, l’altro dall’incapacità di contatti umani – alle conclusioni a cui erano arrivate, ben prima, le loro anime. Corpo e anima è un fermento di emozioni, una danza fra amore e morte fatta di piccoli avvicinamenti e di ritrosie, di invidie e di disperazioni, di tentati suicidi nei quali lo strazio vira in tenerezza e di incapacità di addormentarsi quando si sta vicini.
Serve il passo ulteriore, serve che le insensibilità non si pongano più come ostacolo, serve prendere il braccio senza vita e stringerselo al petto, serve che su quel volto frigido e inespressivo si dipinga, anche se solo per un attimo, un vagito di soddisfazione, gioia, tenerezza, sentimento, reale emozione. Serve che gli uomini possano vivere ciò che è nel loro cuore senza l’intermediazione dei cervi e del sogno, serve vincere una paura atavica e un arto insensibile, serve vivere finalmente la realtà di un amore surreale e disperatissimo. Serve che nel sogno, che poi è il cinema, possa rimanere solo il paesaggio, la natura spoglia, tranquilla e silenziosa, in attesa che la coltre di candida neve si sciolga e che, ancora una volta, torni la primavera a colorare le vite di sempre nuovi profumi.

Marco Romagna, da “quinlan.it”

 

 

 

I limiti del corpo. I confini della mente. Lo spauracchio dell’amore, e le meravigliose praterie di possibilità che è in grado di aprire. Di questo parla il film dell’ungherese Ildiko Enyedi.
Non è un caso né un vezzo, allora, che Corpo e anima s’intitoli così, perché quel titolo è una dichiarazione programmatica e d’intenti, che non ha mai il carattere definitivo e dogmatico dell’enunciazione, ma che rappresenta un’inclinazione, un modo di raccontare le cose, di mettere in piedi in qualche modo una love story sbilenca e strampalata, o di raccontare la vita.

Un mattatoio, un direttore finanziario solitario con un braccio che da un po’ è un’appendice  senza vita, una nuova responsabile della qualità con una qualche forma d’autismo funzionale: i due scoprono di fare gli stessi sogni, ma non simili, proprio gli stessi. Sognano di essere due cervi che si corteggiano nei boschi, di tornare – lo diciamo noi per loro – a quello stato di natura che li libererebbe delle convenzioni arrugginite e delle barriere dei loro corpi e delle loro menti. Appunto.

Un po’ commedia bizzarra e surreale, un po’ dramma tanto simbolista da risultare psicanalitico per struttura e connessioni, Corpo e anima trova un equilibrio di toni morbido e avvolgente proprio lavorando sui tanti contrasti e le tante opposizioni che mette in scena nel racconto, tessendo attorno a questi due protagonisti così idiosincratici, e così bene interpretati, un universo fatto di tessere e figure secondarie solo in apparenza.

Ildiko Enyedi gioca a ridurre la complessità dei temi e a amplificare senso e rilevanza delle piccole cose e dei piccoli gesti, aprendo porte di vetro attraverso le quali osservare le psicologie dei suoi due personaggi principali, come degli altri, affrescando con un formalismo sempre elegante, e sempre più di passo indietro rispetto al manierismo stucchevole, un mondo dove le debolezze umane sono il colore e il sapore delle cose.

Il corpo e la mente. L’uomo e la donna. Il giorno e la notte. Il sole e l’ombra, Il lavoro e il riposo. La carne viva e quella morta. La pulsione e la paura. Tutto il film di Enyedi vibra tra queste polarità, vibra di un’elettricità dolce che intorpidisce gradevolmente senza addormentare, e che occasionalmente sale di tensione e di frequenza. Come il cuore che, a tratti, batte più forte, come il respiro che si fa più intenso, come quel desiderio che non riesci a mettere a tacere.

Tutto giusto, tutto bilanciato: forse pure troppo.
Ma tutto in grado di funzionare benissimo, come funziona la scelta di “What he wrote” di Laura Marling come brano sul quale appoggiare sviluppi importanti della trama e dei personaggi, e in grado di rispecchiare il tono più dolce e malinconico di un film capace di strappare più di una risata.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

 

In un macello di Budapest viene assunta una nuova ispettrice della qualità, la giovane Maria. Il direttore finanziario è subito incuriosito dal suo atteggiamento assolutamente riservato e dedito al lavoro con una rigida applicazione delle regole. A seguito di un test psicologico a cui vengono sottoposti tutti i dipendenti, emerge che entrambi sognano regolarmente di trovarsi in un bosco mentre nevica, lui nel ruolo di un cervo e lei nel ruolo della femmina. Messi a conoscenza di questo fatto i due iniziano un problematico avvicinamento.

Solo la sensibilità di una regista come Ildikó Enyedi poteva portare sullo schermo una vicenda come questa senza cadere da un lato nel romanticismo più vieto e dall’altro in un onirismo divorante la realtà del quotidiano.

Il mondo animale fa da contrappunto a questa vicenda di esseri umani. Da un lato i due cervi collocati nell’incanto di un bosco innevato e dall’altro i corpi dei bovini macellati mostrati con abbondanza di particolari. È tra questi due poli che i due protagonisti tentano, passo dopo passo, un complesso avvicinamento.

Entrambi sono deprivati di qualcosa: lui ha il braccio sinistro paralizzato, lei ha congelato tutto quanto riguarda la relazione con gli altri bloccandosi a uno stadio infantile (va ancora da uno psicologo per minori). Mentre i sogni restano comuni le sensazioni e le parole si sforzano di trovare una sintonia che si rivela difficile da conseguire. Perché tutti vogliamo che gli altri ci vedano come vorremmo e non come siamo di fatto e, quando decidiamo di accettare la realtà, i parametri debbono necessariamente collocarsi su un livello diverso. Occorre comprendere l’altro e farsi comprendere. Il problema che Enyedi si pone affronta però anche, come faceva Louis Malle in Les Amants , un’ulteriore problematica. È bene che i sogni (leggi: i desideri) si traducano in realtà? La regista ha una sua idea in proposito e non la nasconde anche se poi la risposta finale viene lasciata allo spettatore.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Due cervi nella neve. Il bianco del terreno e dello sfondo che contrastano con il sangue del mattatoio. La visione onirica e la realtà sembrano incrociarsi in un mondo che sembra essersi fermato. Qui si incrociano le vite di Endre e Mária. Lui è il direttore finanziario, lei la responsabile alla qualità. Gli sguardi si incrociano, a pranzo ogni tanto siedono allo stesso tavolo della mensa e scambiano qualche parola. Tutto sotto traccia. Dove sembrano avere però gli sguardi addosso degli altri.

La cineasta ungherese Ildikó Enyedi sta addosso ai due protagonisti mettendoli però in continua relazione con l’ambiente che li circonda. Attraverso un montaggio rapido, come se ci fossero attrazioni/disfunzioni tra il corpo e la mente, ne cattura anche impercettibili variazioni. Soffermandosi sui dettagli dei corpi e degli oggetti. Un cinema per certi versi cerebrale, ma anche vivo quello di On Body and Soul. Il corpo e l’anima. Come parti separate. Ed è nella parte onirica che il film riesce a entrare paradossalmente nella vita di Endre e Mária, l’unico luogo dove non si avvertono le loro difficoltà di movimento. Lui ha un problema a un braccio, lei invece è incerta ad ogni passo. Parla poco, ha una memoria incredibile e poi da sola ricrea quello che ha vissuto durante il giorno.

on body and soulIldikó Enyedi ripercorrere le forme del sentimento e la difficoltà a manifestarlo. Come nel suo ottimo Tamas et Juli del 1997 che vedeva protagonisti un minatore e una maestra d’asilo che non riuscivano a comunicare quello che provavano. Il mattatoio è l’unità d’azione, Budapest è solo in qualche scorcio. In una telefonata inaspettata, tra i pochi squarci esterni in un film chiuso che però riesce a non essere ossessivo. La Enyedi, il cui My 20th Century è stato scelto tra i 12 film ungheresi più importanti di tutti i tempi, lavora abilmente di sottrazione. Con un’esperienza consumata, con qualche verbosità soprattutto quando il film sembra dover sfociare verso una deriva di commedia come nelle domande della psicologa. Ma che poi rientrano efficacemente. Perchè sa filmare i silenzi, la crescente intesa in un’opera che la Berlinale 2017 ha premiato con l’Orso d’oro. Dove c’è da segnalare anche la prova, non affatto facile, dei due protagonisti, Alexandra Borbély e Géza Morcsányi.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Il film vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale 2017 è ambientato per lo più in un mattatoio e in tale insolito contesto racconta una storia d’amore sospesa tra sogno e realtà. Inizialmente, il film mostra il lavoro quotidiano in un luogo che ultimamente si è visto spesse volte al cinema – un cinema che però resta confinato ai festival – si pensi a Fi-rassi di Hassen Ferhani,  a Tikkun di Avishai Sivan o al documentario Les saigneurs di Vincent Gaullier e Raphaël Girardot. Forse quest’attenzione deriva dalla consapevolezza per cui, storicamente, il mattatoio è la matrice di tutte le catene di montaggio che annichiliscono la vita trasformando l’umano in robot. Di conseguenza è lì che il cinema torna per ragionare sulle continuità e le fratture tra animale, umano e macchina.

Ildiko Enyedi

Il mattatoio di Corpo e anima (On Body and Soul) è fatto di corpi e anime un po’ animali e un po’ umane che si incrociano, collidono, si intrecciano, provano indifferenza o empatia reciproca. Lo sguardo registico umanizza le bestie, tinge il loro sguardo liquido di un chiaro di luna, e svela il lato meccanico, puramente numerico e funzionale che può assumere l’umano al lavoro (soprattutto in certi lavori).

In questo ambiente, un giorno arriva Maria, incaricata del controllo qualità dall’atteggiamento gelido e distaccato. Solo Endre, l’amministratore generale del macello, non si lascia intimidire dalla freddezza della ragazza e cerca di entrare in contatto con lei, un po’ per dovere un po’ per attrazione, incuriosito da quella che sembra una specie di distanza aliena che la separa da tutti e da tutto e infine commosso dall’isolamento a cui la ragazza è (auto)confinata. Anche lui, a modo suo, è un diverso, non solo per via di un handicap fisico, con cui peraltro convive agilmente, ma per la compassione (compassata) del suo sguardo che investe anche il macello: “se non provi pietà per gli animali qui non puoi sopravvivere”, dice a un operaio un po’ esaltato. Non a caso il capo del personale ne fa il proprio confidente (personale, appunto).

Il film di Ildikó Enyedi racconta il progressivo assottigliarsi della membrana protettiva che separa Maria dal resto del mondo grazie all’incontro con Endre, un uomo vissuto che con lei riscopre l’emozione della sorpresa. Il contatto tra i due è infatti reso possibile da una coincidenza bizzarra, un’intuizione di sceneggiatura, che tinge di magia onirica un film sempre sospeso tra realismo poetico, surrealismo tragico e ironia a denti stretti.

Silvia Nugara, da “cultframe.com”

 

 

 

Corpo e anima, il film della regista ungherese Ildikò Enyedi Orso d’oro all’ultimo festival del cinema di Berlino, nelle sale dal 4 gennaio, racconta una storia d’amore – incantevole e anticonformista – attraverso la nostra relazione psichica con gli animali. L’ipotesi che il regista orchestra con delicatezza senza scadere in alcun tipo di retorica estetica o scenica (la scenografia è tanto minimalista quanto la fotografia) è se il posto degli animali (le foreste tropicali, le savane, i boschi, gli spazi ancora selvaggi insomma) non sia anche il posto dell’amore e di quanto noi esseri umani abbiamo di più intimo.

Da subito lo spettatore si accorge che questo è un film di non facile digestione per chiunque abbia attenzione per la vita animale. La storia prende avvio in un mattatoio vicino Budapest e le scene sono state girate per davvero all’interno di un macello: i bovini in attesa della morte, forse ignari o forse rassegnati, sono il primo contatto che i due protagonisti, Maria ed Endre, stabiliscono con qualcuno che umano non è. Lui è il direttore del mattatoio, e non scende mai “in basso”, dove i bovini sono immobilizzati e poi abbattuti, decapitati e infine tagliati a pezzi per i supermercati; lei è la nuova direttrice del controllo qualità, una giovane donna piuttosto riservata e introversa. Fino ad ora gli animali sono bestie da allevamento, domate e disgraziatamente sottomesse alla produzione industriale di cibo proteico. Fantasmi ancora vivi, indispensabili in un sistema di sfruttamento ormai biopolitico dell’esistenza animale, ma lontanissimi da noi. Enyedi è bravissima ad escludere il compatimento dalle scene più cruente, e anche la tenerezza o la compassione; filma e basta, ottenendo una pulizia di immagini onesta, che rende la disconnessione emotiva fra gli animali macellati e gli esseri umani. Il primo livello di incontro con gli animali è asettico, e non ha niente a che spartire né con l’anima (per chi ci crede) né con l’inconscio (per chi lo ritiene plausibile). Ma poi un inatteso furto di medicinali per uso veterinario obbliga Endre a chiamare la polizia, che non ci capisce nulla e gli suggerisce quindi di disporre una perizia psicologica di tutto il personale, lui compreso. È così che, non senza l’ironia intrinseca ad ogni colloquio con uno specialista della mente, Endre e Maria scoprono di sognare la stessa cosa: sono due cervi, maschio e femmina, che si incontrano in una innevata foresta del nord. Si erano già presentati in mensa, avevano già provato a conoscerci un po’ meglio, ma è adesso che i due si accorgono che qualcosa di grande tra loro è già successo e indietro non si torna. A questo punto la relazione con gli animali passa al secondo livello, perché sono stati gli animali a entrare nel territorio ghiacciato degli esseri umani e a parlare una lingua nuova.

“Gli animali gravitano attorno ai luoghi oscuri in noi (…) sono fessure attraverso cui facciamo cambiare posizione alla nostra coscienza”, ha scritto lo psicoanalista Neil Russack che si è molto occupato del significato simbolico degli animali che compaiono nei sogni, “le ferite, menomanti nel nostro mondo umano, in realtà ci aprono al regno degli animali, poiché il mondo animale è diverso dal nostro”. Ma il merito indiscutibile di Corpo e Anima è di non essere un elogio banale dell’esegesi psicoanalitica. La storia dimostra invece quanto ciò che avviene nella psiche sia concreto. L’immaginazione e le funzioni cognitive sono un territorio sconfinato, integro – una wilderness – dove i cervi non solo dicono ciò che questo uomo e questa donna desiderano, ma anche perché lo vogliono.

Ognuno di noi, in quanto Homo sapiens, ha uno home range, e cioè un territorio che gli è proprio, in senso emotivo e psichico; è possibile che ciò dipenda dal percorso evolutivo che in due milioni e mezzo di anni ci ha portati dalle proto-scimmie ai primati e poi agli ominidi. Il film di Enyedi riesce però a rendere tutto questo su di un piano narrativo, mostrando come l’avvicinamento intimo di due persone che si sono innamorate consista nell’attraversare il proprio home range per entrare in quello dell’altro. I cervi sono dunque animali-guida di un viaggio dentro territori sconosciuti. Il sentimento di sé stessi, suggerisce la vicenda di Maria ed Endre, è spazio, è wilderness, è una geografia. Ma mentre nella wilderness gli animali sanno muoversi liberamente e facilmente, noi umani, condizionati dai vincoli della cultura, abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio – di amore, di avventura, di vita vissuta – si è evoluto insieme alla nostra intelligenza.

 

Qualche anno fa il poeta Gary Snyder si chiese se “ci saranno ancora nella nostra psiche immagini interiori di animali, dopo la loro estinzione?”. Enyedi ha vinto l’Orso d’Orso mentre usciva Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, un film in cui degli animali sul Pianeta non rimangono che piccole statuette in legno considerate reliquie sacre. Non è un caso che, in fondo, anche il capolavoro di Villeneuve sia una storia di amore. In Corpo e Anima la risposta a questi interrogativi globali è di una carnalità assoluta: è dove stanno le specie animali che sta anche la nostra umanità, e il rischio dell’amore.

Elisabetta Corrà, da “lastampa.it”

 

 

Ildiko Enyedi é una delle autrici Ungheresi piú importanti. Attiva dal 1989 ottiene subito la Camera D’Or con il suo debutto, il notissimo “My Twentieth Century“. A partire da quel film non ha mai abbandonato le suggestioni di un certo realismo magico, estremizzandole con una delle sue opere piú controverse, “Simon Magus“, strano film sospeso in una dimensione magica e allo stesso tempo totalmente immerso nel contesto urbano della Budapest fine novanta. L’impossibilitá di comunicare a causa delle differenze linguistiche e culturali (Simon Magus) oppure per la collisione tra realtá, desiderio e i dadi del caso (Tamás és Juli), ma anche l’incapacitá della psicoterapia di codificare la complessitá della vita interiore (la serie televisiva Terapia, uno dei suoi lavori piú recenti) sono elementi ricorrenti che tornano in una forma piú contratta ed ellittica nel nuovo “Corpo e Anima“. Ambientato in un mattatoio tra il personale addetto alla macellazione ed un gruppo di dirigenti incaricati di controllare l’accuratezza dei processi di lavorazione, “On Body and Soul” identifica da subito nello sfondo della vicenda una cornice che é allo stesso tempo simbolica e duramente legata alla scoperta della morte. Mentre il sangue imbratta le pareti e i pavimenti, le membra delle bestie macellate vengono stroncate dagli strumenti d’acciaio, la Enyedi si sofferma sullo sguardo degli animali, quasi esprimessero una tale consapevolezza sulla fine della libertá e sul loro destino, da provocare commozione e spavento allo stesso tempo. Endre (Morcsányi Géza), responsabile del personale, scruta a distanza i movimenti della neoassunta Mária (Alexandra Borbély), ispettore di qualitá. La giovane donna, il cui biancore contrasta con i colori accesi e marci del mattatoio, tiene a distanza tutti quanti e manifesta un’attenzione maniacale per i dettagli. Endre prova attrazione e curiositá, ma i suoi tentativi sono scoraggiati dal comportamento ai limiti dell’autismo di Maria. L’impossibilitá di toccarsi e di entrare in una relazione empatica tra persone, ma anche con oggetti, epifanie e sensazioni attraversa tutti i personaggi che gravitano intorno al mattatoio, inclusa la psicoterapeuta incaricata di indagare su un episodio di contraffazione avvenuto internamente all’azienda. É in questo contesto che la dimensione onirica si manifesta come occasione per incontrarsi, uscire dal mondo per comprenderlo meglio. Endre e Maria fanno lo stesso sogno e in mezzo ad una foresta innevata si scrutano attraverso lo sguardo di due cervi. La regista ungherese si dimostra interessata alla rappresentazione naturalistica del sentire, soffermandosi sulla masticazione dei cervi, sul rumore della neve scossa al loro passaggio, sul respiro. Da corpo inerte, quello di Maria, torna ad essere un soggetto a contatto con la meraviglia. Se ostinatamente continua a frequentare uno psicologo per bambini, questo accade perché la sua scelta assume a poco a poco il senso di una rinascita.  La realtá nel film della Enyedi sembra interpretata attraverso un apparato simbolico a tratti davvero  ingombrante, ma é necessario riconoscerle una capacitá sorprendente di lavorare per contrasti tanto da far scomparire la presenza della cornice. Piú che per sottrazione, il suo cinema, da sempre, documenta l´irruzione di una sur-realtá che a poco a poco sostituisce norme e volontá percettiva.  I sentimenti allora, come la misteriosa coabitazione dello stesso sogno, non possono essere verificati con i consueti strumenti cognitivi, ma solamente con un atto di fede, lo stesso che salva Maria da una fine quasi certa. Ed é qui che il cinema della Enyedi diventa profondamente umano: un atto estremo della volontá azzera la necessitá di sognare, tutte le immagini scompaiono, la foresta rimane vuota, il sangue smette di scorrere. Ma é tutto davvero cosí lineare, o al contrario, la profonda ironia che attraversa l’intero film, ci suggerisce che la felicitá puó esistere solo nell’azzeramento di ogni spazio immaginale, un orizzonte piatto senza piú sorprese né dolore. Corpo o anima, sangue o spirito?

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

 

Animale. Maschio. Femmina. Corpo. Anima. Cinque parole e un film che le mette insieme. La risultante: una commedia. Una commedia che è, letteralmente, la costruzione di un amore pezzo dopo pezzo. L’ungherese Ildikó Enyedi – autrice anni fa di un’altra splendida storia d’amore, Tamás és Juli – ha scritto il suo film come una spirale concentrica, partendo da lontano e accostando dimensioni oniriche e rappresentazioni realistiche e rivelando un po’ alla volta il senso palese del racconto. Corpo e anima, vincitore lo scorso febbraio dell’Orso d’oro alla Berlinale, è fatto di sogni e di segni; è ovviamente un film psicanalitico, non troppo concentrato, però, sui meccanismi simbolici che mette in scena. È un film che ha l’intelligenza di trasformare il mondo che racconta nell’effetto finale, esplicito eppure mai banale, della convergenza di molteplici azioni e reazioni.

Centro del film è un mattatoio: ai piani superiori dell’edificio, i dirigenti osservano gli operai; ai piani inferiori, gli operai macellano mucche dallo sguardo vacuo. Tutti si guardano, si studiano e desiderano, nessuno si tocca. Insieme, dirigenti e operai, si incontrano nella mensa aziendale. Due personaggi, il direttore finanziario e la nuova responsabile della qualità, lui cinquantenne con un braccio paralizzato, lei trentenne apatica e vagamente autistica, si conoscono durante un pranzo dopo essersi osservati a distanza. La storia d’amore racconta dal film è ovviamente la loro, ma prima di arrivarci, immersi in un’atmosfera grigiastra da mediocrità esistenziale che un po’ alla volta si apre a un umorismo e una dolcezza inattesi, bisogna assistere al progressivo e complesso avvicinamento dei due soggetti amorosi, come se ogni passaggio fosse la tappa di un processo onirico.

Lui e lei si incontrano prima di tutto nei sogni che fanno quotidianamente e, almeno inizialmente, a insaputa l’uno dell’altro: sono due cervi, una maschio e una femmina, che si annusano e si toccano, bevono nell’acqua dei ruscelli e cercano cibo in una foresta innevata. A farli incontrare veramente, oltre lo sguardo e la vicinanza fisica, è altrettanto ovviamente una sorta di terzo incomodo da commedia hollywoodiana, l’altro che fa da terzo vertice di una relazione che ha il terrore del numero due, del confronto, e dunque dell’amore vero. Tocca perciò a una psicologia avvenente e sessualmente disinibita, chiamata a fare perizie sugli impiegati del mattatoio, scoprire il mistero dei sogni in comune dei due futuri innamorati e dare il via alla relazione amorosa. E mentre i due si avvicinano fra mille tentennamenti, il resto dei personaggi del film, e con loro gli animali, gli oggetti, la musica e gli ambienti che ne fanno parte (con la macchina da presa che sta quasi sempre dietro vetri, porte e finestre per inquadrare e ingabbiare le figure) partecipano a una sinfonia di segni pronti a ripresentarsi e a scambiarsi di senso.

«Il linguaggio è una pelle», diceva Roland Barthes, «io sfrego il mio linguaggio contro l’altro». Corpo e anima sta racchiuso in una frase come questa, racconta l’amore parlando soprattutto di corpi (corpi di animali squartati, corpi di altri animali che si amano toccandosi, corpi di uomini e di donne che non sanno toccarsi ma un po’ alla volta imparano a farlo…). Nel corso del corteggiamento amoroso a distanza fra i due protagonisti, le azioni ritornano, tutto diventa numero, ripetizione, oggetto mummificato. Le frasi dette sono memorizzate e trasformate in ricordo vuoto, al limite del patologico; il sangue fa prima orrore, poi diventa il segno di un cuore che comincia finalmente a battere; un braccio insensibile è un oggetto ingombrante che non è da ostacolo durante il sesso. Oltre la vacuità del reale, per fortuna, c’è l’incontro di due anime, non solo una combinazione di presenze.

«È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole», scrive ancora Barthes, e la regia e la scrittura di Enyedi, in questo film intelligentissimo e buffo, in linea con una certa tendenza del cinema da festival (CorpiVi presento Toni ErdmannIl cittadino illustre) che sta rivitalizzando la commedia a partire da una rappresentazione surreale della malattia fisica e mentale, ha la grazia di un discorso amoroso in punta di parola, complesso, ragionato, sottilmente doloroso, ma per una volta in stato di grazia sognante e indulgente verso il genere umano.

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

 

 

Più anima che corpo nel settimo film – dal 1987 ad oggi – dell’ungherese Ildikó Enyedi. Cineasta appartata, spesso invisibile ma sorridente con discrezione, nel mettere in scena, far interagire e di conseguenza vivere i suoi personaggi può ricordare l’impassibile ironia di alcuni antieroi del cinema di Aki Kaurismäki; ed è curioso evidenziare la vittoria di “Corpo e anima” a Berlino 2017, dove ha avuto la meglio proprio sul favorito (e pregevole) “L’altro volto della speranza“. Ma giungendo la regista dai comunque freddi inverni di Budapest è contrassegnata da una cifra stilistica che presenta significative differenze con il collega finnico.

L’anima che prevale sul corpo è quella che prende forma fin dai primi minuti dei duplici/identici sogni di Endre e Mária. I sogni fatti di repliche con sembianze di cervo si innestano nella quotidianità dei due nel più sottile tra i possibili modi, attraverso un montaggio che non prevede bruschi stacchi né sottolineature. Nemmeno il passaggio tra ore diurne e notturne è sempre evidenziato. Ottenendo di conseguenza una continuità che avvalora lo status dell’anima di cui sopra. Con queste anime che si vogliono soavi e che di volta in volta passano da umano a cervo, dalla vita al sogno. Quel che accade in “Corpo e anima” si manifesta in modo lento, quasi impercettibile. I cervi che abitano i sogni dei protagonisti si scrutano e vagano in deserti e suggestivi paesaggi innevati e fanno poco altro. I protagonisti interagiscono partendo da distanze emotivamente significative giungendo man mano, con passo lentissimo, ad una inevitabile unione, dell’anima prima che del corpo.

Endre Mária sono due entità che, soprattutto in principio, paiono se non inconciliabili comunque diversi: per età, ruoli in ambito lavorativo, dialettica, esteriorità. Entrambi taciturni, il passato dei due resta da decifrare. Se l’uomo (Géza Morcsányi, funzionale non-attore ed ex numero 1 di una importante casa editrice) è stato certamente vittima di cocenti delusioni, più sfuggente e aliena è la donna (la bravissima e bellissima Alexandra Borbély), vera linea di confine tra la vita terrena e quella del sogno. La fisionomia stessa della donna ha tratti caratteristici di immaginari fiabeschi, ma è la sfera comportamentale che induce a più domande fino a quando, al momento delle prove generali di interazione, adopera pupazzetti per dissimulare eventuali insicurezze. Stranezze, disturbi o soltanto metodi curiosi? Alla fine poco importa perché la poesia del quotidiano della Enyedi elude la morbosità giustificazionista, mettendo invece in risalto il risultato dell’emozione e del sentimento, al di là di corredi accessori.

Lo spunto del sogno condiviso, in unione con il ritmo romanticamente rarefatto produce una fatalità d’insieme e si avvicina ad un ideale concezione di realismo magico dell’era contemporanea. Dove i macelli ed il sangue di un pur moderno mattatoio, luogo quotidianamente scenario della loro sfera lavorativa, sono capovolti nel sogno: l’animale massacrato è leggiadria e, pur non essendo una metafora puramente animalista, la frontiera tra uomo e cervo viene a suo modo annullata in una tipica ricomposizione della disumanizzazione asettica di violente metodologie  moderne.

Restano i personaggi, la forza delle scelte ma soprattutto la poesia che pervade il percorso del vitale raggiungimento della condivisione, unica arma per combattere con gentilezza le brutture della piatta e avida vita che ci vede attori non protagonisti. La Enyedi dice di aver tratto ispirazione dai versi della poetessa connazionale Ágnes Nemes Nagy e riesce a rendere i suoi personaggi amabili più che vivi. Per una composizione poetica capace di elevarsi oltre la soglia manca probabilmente uno scarto capace di rendere un colpo d’ala ad un percorso piano. Si può rintracciare ciò nell’abbozzo drammatico del pre-finale, futile stonatura (perché poi smorzata) verso l’inevitabile ma corretto epilogo.
In un cinema che pretende mirabolanti acrobazie per disegnare mondi ed immaginari fantastici, la gentilezza del tocco della Enyedi favorisce l’affetto guadagnato dal suo film.

Voto: 6,5 / 10

Diego Capuano, da “ondacinema.it”

 

 

 

 

 

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