Capri-Revolution

 

Doveva intitolarsi Capri-Batterie il nuovo film di Mario Martone, in omaggio a un’opera di Joseph Beuys composta da una lampadina che ricava da un limone l’energia elettrica per accendersi. E invece, nonostante l’artista tedesco riviva nel pittore filosofo Seybu, che in realtà si identifica con Wilhelm Diefenbach, è stato cambiato in Capri revolution. E a ragione, perché la storia della capraia Luciache scopre la condivisione, la lettura e la cucina vegetariana chiude una trilogia sulla ribellione, che in Noi credevamo era quella dei giovani che fecero il Risorgimento, ne Il giovane favoloso quella delle parole di Leopardi, mentre qui coincide ­(grazie alla danza, la poesia e la letteratura) con l’emancipazione di una donna da una famiglia e una società patriarcali. Il regista napoletano le donne le ha già raccontate, ma nessuna ha la forza della ragazza dai capelli scuri interpretata da Marianna Fontana, eroina di un film libero come l’amore che il regista racconta, ancestrale come le montagne “precipitate” in mare che formano l’isola eppure contemporaneo.

Contemporaneo Capri revolution lo è perché l’utopia primonovecentesca di cui narra, e che si intreccia all’idea di una guerra intesa come cambiamento e “igiene”, rimanda al desiderio, ora più che mai irrealizzabile, di compassione e di accoglienza del diverso. Questo messaggio arriva a visione conclusa, dopo una scena finale maestosa e bellissima. E arriva in seguito a una fusione totale fra la macchina da presa di un regista che ama filmare gli interni o le vie delle città e la natura, scrigno corpi nudi che, ballando, ricordano “La città futura” di Matisse. La natura, nel Martone #MeToo va a braccetto con la Storia: con gli ideali socialisti del medico del paese e con i primi flussi migratori, con un mondo devastato dai colpi di fucile che il pacifismo forse non salverà, ma che la lingua del cinema di un artista fiducioso nell’umano ingegno di certo renderà meno brutto.

Voto: 4 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

1914. Un gruppo di giovani del nord Europa si unisce in una comunità sull’isola di Capri avendovi trovato il luogo ideale in cui sperimentare una ricerca sulla vita e sull’espressione artistica. Sull’isola abita con la sua famiglia Lucia, una capraia la cui attenzione viene attratta da questi ‘strani’ individui a cui inizia ad avvicinarsi. Al contempo sull’isola è arrivato un giovane medico condotto portatore di idee che mettono la scienza e l’interventismo al primo posto.

Mario Martone completa l’ideale trilogia che si è venuta componendo dopo Noi credevamo e Il giovane favoloso con un film che si muove tra la luce diurna del sole e i fuochi delle danze della notte trovando al proprio centro l’efficacissima interpretazione di Marianna Fontana.

È sua quella che si potrebbe definire l’anima divisa in tre attorno alla quale si colloca tutta la vicenda. Il passato, con tutto ciò che ha di positivo rappresentato dalla spesso silente figura materna, si concentra nella casa in cui al padre malato si sostituiscono i fratelli portatori della difesa di una tradizione che si fa abito sempre più pesante da indossare per la giovane donna. In quegli uomini e donne che scorge per la prima volta nudi su una scogliera vede aprirsi un mondo di opportunità diverse rispetto all’orizzonte chiuso di un mare forse prima di allora mai guardato con occhi nuovi.

Martone fa esplicito riferimento alla comune che il pittore Karl Diefenbach costituì a Capri agli inizi del Novecento avendo come omologa quella del Monte Verità a Locarno (dove tutt’oggi viene tenuta viva una forte memoria di quell’esperienza). Il vivere insieme immersi nella Natura, da vegetariani ante-litteram impegnati in una ricerca in cui il corpo stesso si faceva forma d’arte vivente non impedisce al regista di mettere in luce il nascere di forti contraddizioni all’ interno della comunità.

Voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

A inizio Novecento, e per qualche decennio, Capri non è la possibilità di un’isola, ma la possibilità del mondo. Ci sono tutti, tutti quelli che un altro mondo possibile lo vogliono: poeti, artisti, profeti, socialisti, futuristi, anarchici. In breve, tutti quelli che nell’arte, la politica o la società anelano e preparano la rivoluzione.

E’ Capri, dove si pianifica quella russa; Capri, dove Bogdanov, Lunacˇarskij e Gor’kij mettono in piedi la prima scuola superiore di propaganda e agitazione per operai; Capri, dove la dolomia copula col mare; Capri, dove il non-luogo aspira a essere il luogo, l’unico.

Capri Mario Martone appone Revolution, e ci fa un film, in Concorso a Venezia 75. Un film che la storia la tiene presente ma non vi aderisce supino, e nemmeno insegue nomi e nomenclatura, tenendo sullo sfondo e implicito: Martone cerca il paradigma umano, e sembra portare a sintesi le sue ultime prove, dal risorgimentale Noi credevamo, qui distillato in un medico socialista (Antonio Folletto) che parte volontario per la Grande Guerra, al pessimismo cosmico leopardiano de Il giovane favoloso, che ne circoscrive la poetica, e al radicamento sessuale de L’odore del sangue.
A differenza di qualche precedente, però, non gli interessa la carta bensì il territorio: uomo, fauna, flora, affidati a un andamento arcaico, danzante, estatico, scientifico come se fossero le stagioni.

Il moto di rivoluzione, almeno quello centrale e quello prediletto dal regista e sceneggiatore con la moglie Ippolita di Majo, spetta a Lucia (Marianna Fontana), una capraia non disposta a negoziare la propria libertà: il padre muore, la madre (Donatella Finocchiaro) osserva, i fratelli intimano, lei porta fuori il gregge e si porta fuori dal gregge, prima spiando e poi avvicinando i giovani nudi e danzanti di una comune, ovvero l’artista-profeta Seybu (Reinout Scholten van Aschat). Medico, artista e capraia sono tre poli senza, da qui il pessimismo, reale osmosi, possibilità di scambio, condivisione: dice Martone, siamo quel che siamo, e manco abbiamo troppa voce in capitolo.

Il mondo è in guerra, c’è chi si strugge per i fratelli che l’hanno ripudiata, chi – “Egli danza”, diceva Welles di Fellini ne La ricotta – danza comunque e chi parte, e sono tre destini che si toccano, al più, perché corpi, perché carne e sesso, ma che non si uniscono, e come potrebbero? Lucia impara l’italiano, l’inglese, e dispensa consigli d’orticultura ai comunardi, ma – l’ironia di Martone è ghiotta – tornata da mamma ha un unico lascito: “Bevi tanta acqua, è importante”.

Fotografia estatica senza fronzoli di Michele D’Attanasio, montaggio osservante di Jacopo Quadri e Natalie Cristiani, musiche in campo di Sascha Ring e Philipp Thimm, Capri Batterie – titolo provvisorio – desume energia elettrica dai limoni, arte dall’incomunicabilità e futuro dall’impossibilità: se nemmeno l’isola ha una possibilità, non resta che il mare. E, forse, un nuovo mondo.

Voto: 3,5 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Mario Martone con il suo nuovo film Capri-Revolution porta in scena un’epoca di cambiamenti, personali e sociali, seguendo l’evoluzione compiuta da una ragazza, Lucia, che si ritrova al centro di conflitti personali e sociali.

Gli eventi si svolgono nel 1914, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. La tranquillità dell’isola viene scossa dall’imminente conflitto e dalla presenza di un gruppo di spiriti liberi e artisti provenienti dal Nord Europa, guidato da Seybu (Reimout Scholten van Aschat). Lucia (Marianna Fontana) si ritroverà quindi alle prese con delle novità, rappresentate anche dalla presenza del giovane dottore della città, Carlo (Antonio Folletto), e dall’arrivo dell’elettricità, in grado di cambiarle per sempre la vita, spingendola a trovare la propria identità e il percorso da seguire.

Martone si è ispirato alla vera storia del pittore Karl Diefenbach, vissuto a Capri tra il 1900 e il 1913, per creare dei contrasti tra la libertà e i limiti imposti dalla società, tra il desiderio di apprendere e la sicurezza di rimanere fermi sulle proprie convinzioni e posizioni, tra il rapporto con la natura e l’evoluzione tecnologica tra il desiderio di essere indipendente e l’abitudine di rispettare le aspettative della società e, soprattutto, tra arte e scienza, come emerge in modo evidente da un dialogo tra Carlo e Seybu, uno dei passaggi più riusciti del lungometraggio.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso filmmaker insieme a Ippolita di Majo, sviluppa bene l’evoluzione e la crescita di Lucia che, pascolando le capre si imbatte in un gruppo di persone così profondamente diverse dai membri della sua stessa famiglia e della comunità in cui è cresciuta, all’insegna del controllo, delle tradizioni e della riservatezza. La protagonista, dopo essere entrata in contatto con questa presenza quasi aliena sull’isola, inizia una trasformazione profonda che, come prevedibile, ha dei legami con gli eventi storici e sociali al centro della trama. Lo script, tuttavia, alterna ottimi passaggi a dialoghi non necessari e, in alcuni casi, al limite dell’assurdo, smorzando in più momenti l’intensità emotiva che poteva emergere dalle interazioni tra i vari personaggi.

Marianna Fontana, star due anni fa di Indivisibili, ritorna sul grande schermo e infonde a Lucia una buona dose di naturalezza e determinazione, interpretando bene le varie tappe della sua crescita, risultando una conferma positiva nel panorama delle nuove generazioni di attrici italiane. I due protagonisti maschili, al contrario, appaiono più limitati all’interno di ruoli piuttosto stereotipati e delineati senza le sfumature necessarie a renderli figure meno strumentali, utili a far progredire il percorso della protagonista, e maggiormente affascinanti dal punto di vista narrativo.

Uno dei punti deboli del lungometraggio è inoltre il montaggio che, in più passaggi, avrebbe potuto essere più attento a non appesantire il racconto con sequenze ripetute in più passaggi, come nel caso dei “riti” e delle abitudini di vita della comune, e alcuni salti tematici e temporali poco brillanti. La regia di Martone appare attenta e con alcuni spunti visivi originali, alternati però anche a elementi meno brillanti affrontati con un approccio piuttosto convenzionale, ma efficace, per quanto riguarda gli intenti del progetto.

La fotografia di Michele D’Attanasio valorizza molto le splendide location in cui è stato girato il lungometraggio, pur avendo in alcune scene un effetto fin troppo irrealistico e innaturale. Capri-Revolution, nonostante i difetti e una parte conclusiva eccessivamente retorica, convince grazie alla storia della protagonista, ben costruita dagli sceneggiatori e interpretata con bravura, elemento che rende la visione interessante grazie al suo legame con delle realtà storiche e sociali tuttora attuali e presenti nella quotidianità italiana.

Beatrice Pagan, da “badtaste.it”

 

 

“Capri-Revolution”, presentato nella selezione ufficiale della 75ª Mostra del Cinema di Venezia, parla di libertà, ne parla facendo un discorso filosofico complesso, per nulla scontato, senza perdersi nello sfoggio auto-compiaciuto delle propria cultura, ma argomentando in maniera chiara e diretta, rimanendo sempre comprensibile e senza mai dimenticarsi del pubblico.

La storia è semplice: siamo nel 1914, alle soglie della Prima Guerra Mondiale. Una comune di giovani artisti si è insediata nell’isola di Capri, alla ricerca di un’utopia, fondando un micro-mondo ideale, basato sulla libertà di espressione e sul ritorno alla natura. Lucia (Marianna Fontana), la protagonista, è invece una capraia che vive in una realtà patriarcale radicata e chiusa al cambiamento. Quando la giovane incontra casualmente Seybu (Reinout Scholten van Aschat), il leader della comune, mette in dubbio tutte le proprie convinzioni e, spinta dapprima dalla curiosità, poi da una crescente sete di libertà e ricerca di se stessa, decide di unirsi al gruppo, finendo per scontrarsi con la sua stessa famiglia.

Capri-Revolution: piccolo capolavoro di profondità

Capri-Revolution protagonista

La sceneggiatura di Mario Martone e Ippolita Di Majo brilla. “Capri-Revolution” è una di quelle rare opere capaci di coniugare un discorso complesso, profondo e filosofico a una grande semplicità espressiva. I dialoghi, seppur estremamente colti, sono diretti, vanno dritti al punto. L’incontro-scontro fra il dottore (Antonio Folletto) e Seybu è un capolavoro di scrittura. È il conflitto universale tra pragmatismo e arte, tra scienza e filosofia. Alla fine nessuno dei due prevale: entrambi i personaggi, pur rimanendo della loro opinione, escono arricchiti dallo scontro. Ed è proprio questo il senso profondo del film: mai smettere di porsi delle domande, di mettere in discussione le proprie certezze. Finché c’è movimento, c’è vita. E come Seybu dice al dottore: “Avere tutte queste certezze, ti rilassa o ti stanca?”

Il film mette anche in guardia dai pericoli di questa ricerca: ovviamente non tutto quello che viene dalla comune è oro colato, e anche la ricerca della libertà nasconde insidie e pericoli. Lo stesso Seybu non è un santone onnisciente, ma commette errori, ha dubbi ed incertezze.

La fotografia esaltata Capri in tutta la sua bellezza selvaggia. I corpi nudi durante le “danze” e le arti performative, seppur esposti integralmente, non risultano mai volgari. Le coreografie di Raffaella Giordano sono ricercate, così come le musiche di Sascha Ring e Philipp Thimm. Si nota chiaramente che è stato fatto un lungo e profondo lavoro di preparazione e ricerca dietro alla loro realizzazione.

Gli attori sono tutti molto bravi e in parte, ad iniziare da Donatella Finocchiaro, che ha un ruolo apparentemente secondario e silenzioso, ma la cui scena finale rimane impressa nella memoria più di ogni altra. La pellicola è quasi completamente sottotitolata, essendo recitata parte in dialetto napoletano, parte in inglese e parte in francese. Il passaggio fra le varie lingue e dialetti non risulta mai forzato, e la scelta è perfettamente giustificata dalla comunità poliedrica rappresentata.

Certo, il film richiede una certa cultura di base per poter essere apprezzato nelle sue sfumature, e potrebbe risultare respingente per lo spettatore occasionale alla ricerca di un facile intrattenimento, ma ripaga appieno, e con gli interessi, chiunque voglia dedicargli due ore di attenzione. Assolutamente consigliato agli assetati di conoscenza e libertà.

Nicola De Santis, da “ecodelcinema.com”

 

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