Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta

 

Locandina Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta

Padre cinese musicologo e violinista, madre cantante lirica di Hong Kong, nato a Parigi nel 1955 e cresciuto a New York, il celebre violoncellista Yo-Yo Ma conosce bene, anche se non direttamente, l’oppressione dei regimi rispetto alla libera espressione artistica. Come anche diversi componenti del Silk Road Ensemble, collettivo internazionale di circa cinquanta musicisti da lui riunito nel 2000. L’ex bambino prodigio, che a 7 anni ha suonato alla Casa Bianca davanti a JFK e Jackie Kennedy, noto per le sue interpretazioni dei classici – da Bach a Beethoven, da Schumann a Dvorak -, ma anche per il suo eclettismo (nella sua discografia sterminata, anche episodiche fughe, come la collaborazione con Bobby McFerrin o l’album di cover di Morricone) è riluttante a restare ingabbiato nel repertorio.
Prima ha portato la musica fuori dalle accademie e dagli auditorium, a beneficio di chi più difficilmente ne godrebbe, poi fondato quel progetto (prima fondazione di interscambio culturale, poi ensemble musicale) dietro il quale sta l’idea di ricreare quel tessuto connettivo, ovvero di scambio non solo commerciale ma anche creativo, che caratterizzava la via della seta, antichissimo collegamento tra Cina e Mediterraneo. In poco più di 15 anni la formazione ha realizzato sette album, suonando in trentatré diversi Paesi.
Per rappresentare cinematograficamente questo suo “side project” Ma si affida a Morgan Neville, già produttore di diversi documentari musicali (su Sam Phillips, Brian Wilson, Johnny Cash, Muddy Waters, Pearl Jam) nonché premio Oscar 2014 per il documentario 20 Feet From Stardom (2013, inedito in Italia), sul ruolo di quei cantanti di seconda fila che rispetto ai divi per cui lavorano stanno “a venti passi dalla fama”. Invece di riposare sugli allori di un successo acclarato, Ma desidera uscire dal divismo della classica e interrogarsi sul compito dell’artista, che può andare molto oltre la perfezione dell’esecuzione in sé. Ovvero la ricerca di sé, citando Leonard Bernstein. In una delle prime sequenze lo si vede infatti dietro le quinte di un teatro minimizzare e canzonare l’ampollosa presentazione che precede il suo ingresso.
L’incontro tra Ma e Neville dà luogo a un film che programmaticamente e con ogni mezzo, si prefigge di celebrare il potere unificante e universale della musica, la sua straordinaria capacità di connessione tra esseri umani oltre ogni diversità etnica e religiosa (e in questo senso è più fedele il titolo originale, The Music of Strangers). Nel farlo, paradossalmente non si sofferma tanto sul suo protagonista, sugli aspetti della creazione musicale o sulle performance concertistiche, quanto sulle esperienze di quattro di loro: Wu Man, campionessa di liuto cinese, che ricorda i limiti della Rivoluzione culturale e ci fa scoprire l’ultima generazione degli Zhang, suonatori e artisti di teatro di figura; il siriano Kinan Azmeh, clarinettista, che nonostante la devastazione del suo paese vede nella musica un futuro; Cristina Pato, virtuosa della gaita, la cornamusa galiziana e fiera conservatrice delle isolate tradizioni locali; l’esiliato Kayan Kalhor, maestro di kamancheh, antico strumento a corde iraniano, sopravvissuto a traversie causate da repressioni e conflitti. Tra le loro testimonianze (curioso che tutti gli altri musicisti ed intervistati non siano citati nei credits) passano in rapida successione immagini naturali e paesaggistiche, anche vere e proprie esplosioni cromatiche, a tratti estetizzanti, con il preciso compito di interrompere con una prorompente bellezza racconti individuali spesso drammatici. Produttivamente complesso – tantissime le location, da Istanbul a Boston, da Teheran alla Spagna, anche difficili, come il capo profughi siriano o la Cina, il film restituisce un’idea liquida di “casa”, che si sovrappone in ultima analisi con il mondo intero, e con il Silk Road Ensemble, che ne è una versione in miniatura.
Piuttosto che documentario strettamente musicale, il film è saggio umanista sull’importanza di preservare musica, lingua, cultura, per scambiarle e continuamente arricchirle nell’incontro con l’Altro: un inno alla simpatia, nel senso più originale di condivisione e connessione, di corde che vibrano insieme, di atto politico e gioioso di contrasto a qualsiasi tentativo di divisione. Un film teso a tal punto all’utopia che, per l’intensità con cui la (di)mostra, in chiusura quasi rischia l’enfasi.
La portata dell’esperienza resta trascinante, come la musica meticcia del Silk Road Ensemble, e i movimenti di macchina volanti nella prima performance en plein air, così come nelle altre, danno l’illusione che un altro mondo sia veramente possibile. In concorso a Toronto nel 2015, vincitore dell’Audience Award al Biografilm Festival 2016, dove l’anno prima passò il film precedente di Neville, Il ring – Gore Vidal vs William Buckley (titolo originale: Best of Enemies).

Raffaella Giancristofaro     * * * * -

, da “mymovies.it”

 

 

Fare del bene non è una cosa semplice. Portare avanti una causa umanitaria nell’era della comunicazione globale vuol dire avere un’agenda piena di numeri di telefono di governanti e persone che contano. Come George Clooney o Angelina Jolie, il violoncellista Yo Yo Ma è di casa a braccetto dei grandi del mondo, per cui ha spesso suonato in privato. Questo gli permette di mettere a frutto la sua notorietà per veicolare il potere universale della musica, capace di far comunicare in un attimo popoli di tradizioni, culture e lingue differenti.

Sono quindici anni che Yo Yo Ma ha creato il Silk Road Ensemble, ripercorrendo idealmente, sul pentagramma, le tappe della prima comunicazione fra continenti. A raccontarlo ci pensa ora con un documentario il regista premio oscar per 20 Feet from Stardom Morgan Neville, autore anche del gustoso Best of Enemies.

Yo Yo Ma e i musicisti della via della seta segue le storie personali di alcuni degli oltre 50 artisti che costituiscono il composito collettivo: cantanti, musicisti, copositori, strumentisti. Si ritrovano con scadenze periodiche, in vari posti del mondo, per aumentare l’intesa musicale, contruibendo allo stesso modo, un mattoncino per volta, al mantenimento di tradizioni secolari come l’oud arabo, la pipa cinese e il kamancheh persiano. Un film che dimostra come proprio chi ha lasciato il proprio paese, magari da giovane e per molti anni, è poi il primo a rientrare e tener vive ricchezze culturali uniche al mondo. Il ritmo è travolgente, non solo quando è la musica protagonista, ma anche quando Neville segue alcuni di loro: l’irrefrenabile Cristina Pato, che ha sfidato le convenzioni tradizionali della cornamusa galiziana, finendo nel mirino dei tradizionalisti dello strumento; il siriano Kinan Azmeh, il cui lavoro nei campi profughi che accolgono i suoi sfortunati connazionali in Libano è commovente; Kayhan Kalhor, costretto ad allontanarsi dal suo Iran per non sottostare al regime, con le speranze date dal nuovo governo vanificate presto.

Una carrellata di realtà e personaggi molto diversi, utili a farci affezionare alle loro storie, spesso provenienti dal sud del mondo. Incredibile notare come l’arte sia vista spesso come un nemico: per la sua libertà irrefrenabile e la capacità di parlare un linguaggio universale. Allo stesso tempo è la maggiore speranza per la (ri)costruzione di un governo mondiale che possa magari avere la stessa magia di questa curiosa orchestra. Vederli parlare lingue diverse, provare a capirsi a gesti, per poi intendersi in un attimo suonando ognuno il proprio strumento, spesso lontani migliaia di chilometri e di esperienze, è la toccante rivoluzione che Yo Yo Ma cerca di far partire, partendo dalla più antica e rimpianta delle vie di comunicazione.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Dopo aver vinto l’Oscar con 20 Feet from Stardom, documentario che rendeva omaggio ai coristi che si esibiscono all’ombra delle grandi star, Morgan Neville prosegue sul sentiero della musica per raccontare – sempre in forma documentaria – la nascita e lo sviluppo del Silk Road Ensemble, straordinario collettivo di musicisti internazionali – voluto dal violoncellista di fama mondiale Yo-Yo Ma – che da poco prima degli anni 2000 celebra il potere universale della musica e dello scambio culturale abbattendo i confini geografici.

Un coraggioso esperimento, fatto di passione, talento e sacrificio, che il lavoro di Neville esalta grazie al racconto delle storie individuali di alcuni di loro, dalla galiziana Cristina Pato (suonatrice di gaita) alla cinese Wu Man (suonatrice di pipa), dal siriano Kinan Azmeh (clarinetto) all’iraniano Kayhan Kalhor (kamancheh): interviste e immagini di repertorio, ricordi commoventi e difficili situazioni sociopolitiche si intersecano, il trait d’union è naturalmente la musica, linguaggio universale che non dimentica però le radici e le tradizioni di ogni luogo da dove trae origine. Un inno alla pace, dei popoli, tra i popoli. Da vedere. E da ascoltare.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

 

Raccontare al cinema la multiforme arte musicale e i suoi protagonisti non è mai un lavoro semplice. Ma quando la rappresentazione si lascia trascinare dal ritmo che pulsa nelle vene creative di chi la musica lasente e la fa, il risultato non può che aprirci spiragli di autentica condivisione di un’energia universale.
Questo è quello che accade nel docu-film di Morgan Neville (Oscar 2014 per il documentario 20 Feet from Stardom), Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della Seta – The Music of Strangers, che ripercorre le tappe della nascita e dell’essenza dietro al complesso internazionale Silk Road Ensemble, composto da oltre 50 elementi tra strumentisti, cantanti, compositori e arrangiatori.

cristinapatoNato da un’idea del violoncellista di fama mondiale Yo-Yo Ma, il collettivo musicale ha mosso i suoi primi passi dalla riunione in Massachusetts del 2000, che ha visto incontrarsi per la prima volta tra i migliori musicisti provenienti dalle terre che una volta formavano la celebre Via della Seta. Da quei primi impulsi creativi, nel corso di 15 anni l’ensemble ha creato una sua identità e un suo nucleo, arricchitosi via via di nuove partecipazioni, riunendosi periodicamente e portando avanti il progetto di creare una musica che rappresentasse le interconnessioni culturali tra sconosciuti dal diverso retroterra tradizionale. Il film cerca di esplorare e raccontare le diverse anime di questo affascinante progetto dalle ambizioni universalistiche e la connotazione fortemente pacifista (non a caso il decisivo impulso a iniziare un lavoro comune viene nel post 11 settembre), attraverso le parole, le storie e le note di cinque dei suoi più interessanti membri: Yo-Yo Ma – ex bambino prodigio prolifico e pluripremiato –, la galiziana Cristina Pato, definita “la Jimi Hendrix della cornamusa”, Wu Man, riconosciuta in tutto il mondo come prima virtuosa dello strumento della pipa (appartenente alla tradizione cinese), il clarinettista siriano Kinan Azmeh, e infine l’acclamato artista del kamancheh Kayhan Kalhor, fondamentale nel tramandare la musica tradizionale persiana nel mondo.

music-of-strangers2Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della Seta – The Music of Strangers è un viaggio morbido e coinvolgente che ci racconta la passione dentro la musica, l’abbraccio totalizzante di un amore che tutto permea, e la ricerca alla base della creatività, che si interroga anche sulla (spesso problematica) questione su cosa sia l’arte, quale possa essere la sua utilità, come possa contribuire a rendere il mondo un posto migliore. E in questo viaggio ci mostra un variegato, allegro e istintivo laboratorio dove la commistione di approcci, conoscenze, attitudini e culture diverse si aggrovigliano tanto da perdersi e creare una nuova miscela di tonalità, tutte da scoprire e ascoltare.

Nicoletta Scatolini, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Presentato al Biografilm Festival nel focus Biografilm Music il documentario Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della seta, sul grande violoncellista e la sua ensemble multietnica di musicisti, che si pone l’obiettivo programmatico di ponte tra le culture anche in chiave pacifista e di trovare dei ritmi ancestrali che fanno parte dell’umanità intera. Un soggetto trascinante raccontato con dovizia di materiali e interviste.

Give peace a chance

Il potere universale della musica unisce i popoli oltre i limiti geografici, come una moderna Via della Seta, e il Silk Road Ensemble, il collettivo di musicisti fondato dal leggendario violoncellista Yo-Yo Ma, nasce proprio per dare voce a questo potere, realizzando un esperimento di collaborazione artistica rivoluzionario. In questo film, il regista Morgan Neville racconta il progetto attraverso alcuni dei suoi protagonisti: dalla cinese Wu Man che suona un bizzarro strumento chiamato “pipa” a Cristina Pato, artista della cornamusa detta “la Jimi Hendrix della Galizia”. [sinossi]

Una grande trepidazione pervade vari personaggi nell’attesa di assistere a un concerto del grande violoncellista, americano di origine cinese, Yo-Yo Ma, evento imminente in una città del Canada. È quello che la figura del grande musicista ha ispirato ad Atom Egoyan nel suo episodio, dal titolo Sarabande, della serie di film Yo-Yo Ma Inspired by Bach, avvolgendolo in un’aurea mitica. Qualche anno dopo essere stato oggetto di quei lavori cinematografici, il violoncellista si cimenta in un’impresa folle, quella di radunare musicisti tradizionali da tutto il mondo con cui esibirsi in tour, la Silk Road Ensemble. Impresa che è stata seguita dal documentarista Morgan Neville, che si ricorda per 20 Feet from Stardom, a sua volta su soggetto musicale, con il quale si aggiudicò il Premio Oscar come miglior documentario nel 2014.

Ricchissimo di materiali, di riprese in giro per il mondo, di documenti filmati, tanto da assumere la consistenza visiva di un pastiche di immagini a colori, definizioni e grane diversi, Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della seta, presentato al Biografilm Festival, ci mostra tutta l’umanità di quella che Egoyan vedeva come una figura mitica. Si presenta subito il curriculum straordinario dell’artista: bambino prodigio che si esibisce davanti al Presidente Kennedy e alla first lady Jacqueline, Yo-Yo Ma diventa allievo di Leonard Bernstein e finisce anche, ‘cartoonizzato’, in una puntata dei Simpson. Attraverso i ritratti di tutti i componenti dell’ensemble, il film percorre le loro memorie di zone di guerra, catastrofi, rivoluzioni. C’è Kinan Azmeh, originario di Damasco, che vive il dramma della sua patria martoriata, e che troveremo insegnare musica ai bambini di un campo profughi siriano in Giordania; c’è l’iraniano Kayhan Kalhor, che suona uno strumento tradizionale persiano, il kamancheh, e che ripercorre le vicende storiche del suo paese e che soffre quando il suo concerto previsto nel 2015, che avrebbe segnato il suo ritorno a esibirsi in patria, viene cancellato dalle autorità; c’è la cinese Wu Man che porta avanti l’antica tradizione della pipa, sorta di liuto, che venne abolita con la Rivoluzione Culturale di Mao. Lo stesso Mao è ora ridotto a statuetta stilizzata da portare sul cruscotto della macchina, come si vede nel taxi a Pechino. C’è Cristina Pato che suona la gaita, la cornamusa tipica della depressa Galizia. E i musicisti vivono il dramma di New York dell’11 settembre.

L’intento del gruppo, e del documentario, è evidente. La musica, l’arte e la cultura come antidoti a guerre, rivoluzioni e dittature, come un qualcosa da tramandare e da difendere strenuamente dai cataclismi culturali. Il recupero delle tradizioni a rischio. L’esaltazione di un sentimento apolide, incarnato da tutti i musicisti sia per la loro stessa biografia, sia per il fatto di riunirsi, sia per la loro stessa professione che li vede sempre in giro nei teatri di tutto il mondo a fare concerti. Il figlio di Yo-Yo Ma racconta come da piccolo pensasse che il padre fosse un dipendente dell’aeroporto visto che ci andava tutti i giorni. E infine l’idea è anche quella di cercare delle radici comuni nei linguaggi musicali, una sorta di melodia ancestrale comune a tutti i popoli quando nell’antichità hanno cominciato a esprimersi con la musica. La concezione che persegue anche Peter Brook in ambito teatrale. In questo senso va visto il viaggio tra i boscimani del Kalahari, per studiare le loro danze tarantolate. Un patrimonio dell’umanità da contrapporre alla brutalità che pure l’umanità sa esprimere.

Per forza di cose il documentario non può che restituire che una parvenza della straordinaria energia che si sprigiona in quei concerti dal vivo. E trasmette in definitiva la frustrazione per lo spettatore di non essere sotto il palco ad applaudire i musicisti. Morgan Neville riesce comunque a cogliere un brioso Yo-Yo Ma, a catturarne lo sguardo estatico e gioioso, sia quando suona ma anche quando è impegnato in conferenze. Siamo molto lontano dalla totalità dei musicisti classici, dall’atteggiamento severo e compassato. Ed è divertentissimo quando usa metafore ‘meteoristiche’ per spiegare ai musicisti l’effetto da perseguire.

Giampiero Raganelli, da “quinlan.it”

 

 

 

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