Una famiglia

 

 

 

 

Nietzsche disse una volta che la gravidanza è la soluzione di tutti gli enigmi insiti nella donna.
Se così fosse, si spiegherebbe l’indissolubile infelicità di Maria (Micaela Ramazzotti), schiava semi-volontaria del rude Vincenzo (Patrick Bruel). La loro relazione cela un marcescente business di vendita di neonati, concepiti dalla donna e, alla nascita, venduti con l’aiuto di un medico corrotto a coppie infertili o omosessuali.
La disumana routine logora e sfibra Maria, intenzionata da un lato a porre fine agli abusi, dall’altro ad avere un bambino tutto suo. Ma l’attività criminale, impostata in una Roma periferica, ha ormai sviluppato tentacoli troppo lunghi, portando con sé non solo degrado, ma anche abbienti e disperati nemici pronti a tutto per avere ciò che gli è stato promesso…

Una Famiglia, seconda regia del catanese Sebastiano Riso, approda a Venezia 74 portando con sé una storia dura e dolorosa, quella di una “fabbricabambini” costretta (e/o convinta) a svendere nel peggior modo immaginabile la propria identità femminile e materna, per giunta dallo stesso compagno.
Spaccato “ispirato a storie vere” che ritrae un’invisibile e poco conosciuta, quanto mai estrema, deriva del cosa non si fa pe’ campa’, il film di Riso è almeno nelle premesse una sorpresa che dribbla abilmente pietismi e mezzi-crudismi e declina i fatti nel modo in cui devono essere raccontati: con una cupezza palpabile, senza guizzi di speranza, ed una natura umana dipinta di un nero disperato.
Il dramma è realistico, le morali sulla vita e sul darla abilmente evitate.

Micaela Ramazzotti nel film Una Famiglia - Photo: courtesy of BIM Distribuzione
Micaela Ramazzotti nel film Una Famiglia – Photo: courtesy of BIM Distribuzione

Superando la facciata consistente nel buon soggetto – di RisoAndrea Cedrola e Stefano Grasso – Una Famiglia inizia tuttavia un sorprendente (ma non inspiegabile) caso di sgretolamento; emergono infatti scena dopo scena quelle magagne tanto care alla “new wave” del cinema italiano, in primis dei dialoghi superficiali e goffi che penalizzano sequenze forti e attori di spessore, come ad esempio l’incolpevole Bruel.
E a proposito di cast, è impossibile omettere (o assolvere) la protagonista femminile: Una Famiglia è un film Ramazzotti-centrico e, considerando la persistente immaturità artistica della sig.ra Virzì, l’effetto è un po’ quello di mettere me al centro del gioco del Barcellona: la manovra si intasa e il pallone inizia a rotolare in disordine, così come si accatastano gli intenti del film, che fra luci (la giovane leva) e ombre (la stereotipia omosessuale) accompagnano il progressivo cedimento e deperimento di Maria.

E’ innegabile però che Maria, nella disperata vertigine di sfruttamento e solitudine, abbia una sua certa poesia, per merito ancora una volta del già citato taglio “tranchant” scelto da Riso: è questo il fattore che si impone agli occhi, e che impone un pizzico di magnanimità nel soppesare le pecche.
Una Famiglia è un’occasione perlopiù mancata, sbilenca per lunghi tratti, ma in qualche modo originale e sincera con se stessa e la platea. Una visione non nuoce.

Luca Zanovello, da “masedomani.com”

 

 

Una cosa è certa. Sebastiano Riso non è un codardo. Non ha paura di affrontare questioni spinose, potenzialmente disturbanti. La prostituzione minorile nel suo esordio, Più buio di mezzanotte, il traffico di neonati in Una famiglia… Più buio ancora… Quasi avesse abbracciato la missione di raccontare il lato oscuro del mondo, Riso si getta nelle ombre fitte di una storia che incupisce anche la fotografia di Pietro Basso, che inquadra, sotto i ponti della tangenziale, una Roma livida, sporca, una città in cui piove a dirotto, come non mai. “Sembra Blade Runner”, diceva qualche amico fuori dalla sala, ieri. Frase che, al di là della battuta, indica l’intuizione di una stilizzazione da cinema di genere(come già in Più buio di mezzanotte), l’idea di disseminare tra gli elementi reali e cronachistici della vicenda le tracce di un thriller potenzialmente denso, nerissimo.

La storia è quella di Vincenzo e Maria. Lui viene dalla Francia, ha un passato misterioso e poca voglia di parlare. Lei è una donna fragile, legata in maniera quasi morbosa al suo uomo, ma psicologicamente e fisicamente provata dai parti ripetuti a cui lui la sottopone, con lo scopo di vendere a caro prezzo i neonati. Un mercato nero che si regge sulla resistenza fisica di Maria, che sempre meno riesce a tenere a freno il suo dolore di madre ignota, scontrandosi per questo con la totale assenza di scrupoli di Vincenzo. Sin qui siamo dalle parti di un mélo malato, tragedia di una donna ferita nel corpo e nel cuore… l’intrigo si complica quando Vincenzo entra in affari con un medico compiacente, che lo mette in contatto con una coppia di omosessuali disposta a pagare molto bene pur di aver un bambino. Da quel momento, nulla va più come previsto.

“Messa in scena anti naturalistica e scrittura mimetica”, questi sono gli obiettivi dichiarati da Riso, che vuole quindi muoversi nello spazio potenzialmente infinito che va dal realismo all’astrazione, tra la precisione nella verosimiglianza della narrazione e il desiderio di un tratto che scontorni le figure, fino ad aprirle a un’immagine più personale, libera dai vincoli della storia, della cronaca, dell’impegno (come è metaforicamente evidente nell’ultima inquadratura dedicata a Maria, che letteralmente si scioglie nella luce).

una famiglia micaela ramazzotti patrick bruelDel resto Riso da un lato mostra tutta la carnalità della sua sensibilità, un bisogno del corpo, della pelle, della concretezza dei gesti e degli amplessi, che sono la traduzione più immediata e pura delle emozioni e dei sentimenti. E in questo senso, più che nell’interpretazione di Micaela Ramazzotti, un po’ a disagio rispetto al solito, il film ha un punto di forza nella presenza mastodontica di Patrick Bruel… Ma al tempo stesso, dall’altro canto, si lavora in sottrazione nei momenti potenzialmente più estremi e drammatici, come nella panoramica a 360° che tiene fuoricampo l’ira di Vincenzo. Scelte condivisibili, che però non tolgono il fatto che il film abbia le sue forzature. Di sceneggiatura, innanzitutto. E certo, annunciare “i fatti reali” che ispirano la storia costituisce una specie di sfida incosciente nei confronti dello spettatore, che da subito si dispone a far le pulci a ogni minima licenza poetica (come nel caso del parto). Ma non è questo il problema, almeno per noi. Anzi, avremmo preferito a questo punto ancor più libertà, ancor più forzature, ancor più oscurità, ancor più mélo… Il punto, forse, è che per l’estrema cura formale, il film perde un po’ dell’immediatezza emotiva di Più buio di mezzanotte. Un’immediatezza alle volte persino brutale, incontrollata, ma che era il segno di un’urgenza più viva e netta. Qui Riso sembra aver usato più la testa che il cuore. Com’è evidente in alcune scene programmatiche, specie quella del dialogo tra Fantastichini e Bruel… Non è detto che sia un difetto. Ma di sicuro, facciamo più fatica a coprire la distanza…

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Se il cinema italiano emergente gioca sulla spontaneità, il naturalismo, il pedinamento e tutta una serie di derivazioni neorealistiche, Sebastiano Riso punta consapevole al mélo, alla tensione fosca, alla cupezza costruita di immagini, luoghi, personaggi e sentimenti. Se ci si passa il paragone, punta al cinema di Fassbinder (con le dovute differenze e distanze). E lo conferma anche il suo secondo film, Una famiglia, in concorso a Venezia.

Il film racconta di una coppia – lui francese, lei romana, lui borghese, lei donna dal passato tormentato – che vivono mettendo al mondo figli che poi vendono a ricchi che non possono (o vogliono) averne. Ma questo rapporto borderline oltre il limite dell’abuso si comincia a incrinare quando lei vorrebbe tenersi il nuovo feto che ha in grembo. Scritto dal regista con Andrea Cedrola e Stefano Grasso, Una famiglia reinventa storie reali e atti processuali sul tema dell’utero in affitto e sul macro-tema della maternità attraverso un melodramma dal sapore ottocentesco.

Come una sorta di Primo amore di Garrone con la gravidanza al posto dell’anoressia, Una famiglia sceglie di concentrarsi sul rapporto intimo ed estremo tra i due, partendo dai loro corpi e ampliandosi ai loro passati, al mondo che li circonda o li ha circondati: per farlo, Riso cerca soprattutto il lavoro di regia, la costruzione del ritmo ossessivo con cui far muovere la macchina da presa attorno ai due protagonisti (brava Micaela Ramazzotti, molto bravo Patrick Bruel), del rapporto viscerale tra personaggi e fisicità degli attori.

È un film sempre sul filo del cattivo gusto, perché estreme e sporche sono le vite e le miserie che racconta, ma che è pensato e realizzato attraverso un uso forte e sfacciato dell’emozione, che punta alla discussione e alla divisione, un film che sembra ricattatorio per via del tema, ma che invece prova a ricercare una via stilistica diversa al cinema delle periferie e delle borgate romane in cui la rinascita dei nostri autori rischia di arenarsi. Non è detto che ci riesca del tutto, gli inciampi di scrittura non mancano, ma come sguardo e presa sul film Riso ha fatto un passo avanti rispetto al claudicante esordio Più buio di mezzanotte.

Voto: 3 / 5

Mirko Granata, da “cinematografo.it”
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