Un paese di Calabria

Riace: un paese da cui i giovani sono fuggiti per costruire altrove il loro futuro, lasciando dietro di sé case abbandonate e un paese di vecchi. Destinato a morire? Forse no. Perché intanto ondate i migranti in fuga dalla guerra e dalla povertà hanno iniziato ad approdare sulle coste calabresi e quegli sbarchi, che tanti vedono come un pericolo, sono diventati per Riace la speranza di una rinascita.
La storia di un’amministrazione e di una cittadinanza che hanno saputo guardare lontano, facendo dell’accoglienza e dell’integrazione una missione. Un racconto fatto di persone, di vite trapiantate e devozione popolare, impegno politico e lotta alla ‘ndrangheta. La cronaca di una trasformazione coraggiosa guidata da un principio: nessuno si salva da solo.

da “mymovies.it”

 

 

“In Italia un film sui migranti fa più paura ai distributori che agli spettatori”. Ne è convinta Serena Gramizzi, coproduttrice con la sua BoFilm di Un paese di Calabria. Documentario prodotto nel 2016, meteora cinematografica indipendente dove si racconta dell’integrazione riuscita tra chi è sbarcato dai barconi della morte e i cittadini calabresi di Riace. Film che, come nei più ripetuti luoghi comuni del settore, è stato apprezzato, visto e discusso più in Francia che in Italia. Anzi, in  Italia non l’ha visto praticamente nessuno. Un po’ come accadde a Le quattro volte di Michelangelo Frammartino che con la sua capretta finì addirittura sulla prima pagina di Le Monde. Infatti se digiti l’italianissimo titolo “un paese di calabria” nella stringa della home di Google appaiono una sfilza di recensioni da siti web francesi.

“Almeno una decina di distributori italiani ci hanno detto di no fin dall’inizio. Uno di quelli grossi mi ha detto che se fosse stato un documentario sul concerto dei Rolling Stones ci portava anche suo nipote a vederlo, ma uno sui migranti no”, spiega la Gramizzi al FQMagazine. Già perché in Un paese di Calabria, regia di due giovani francesi, Shu Aiello e Catherine Catella, i protagonisti sono i rifugiati e i richiedenti asilo, quasi 400, che hanno trovato inserimento sociale e alloggio, imparato la lingua italiana e i rudimenti di una professione, grazie alla volontà di Mimmo Lucano, sindaco cocciuto e visionario, dopo che il fato li ha fatti sbarcare feriti, emaciati e disillusi, sulle coste lì vicino alcuni anni fa.

Un “innesto” socioculturale che ha letteralmente ripopolato l’antico centro storico di Riace facendogli duplicare il numero di abitanti, da 900 a oltre 2mila. “Abbiamo voluto raccontare una ‘buona notizia’ con un tono quasi da commedia. È un messaggio positivo diverso da ciò che comunicano in continuazione i media sull’argomento. Abbiamo cambiato prospettiva sul tema e la risposta anche della Rai, con Doc3, non è stata positiva. Pensate che ora in Rai stanno per produrre una fiction su Riace e i migranti che l’hanno ripopolata con Beppe Fiorello ad interpretare Mimmo Lucano”, racconta al produttrice.

Un paese di Calabria è intessuto da una voice over di un’ipotetica migrante italiana scappata in passato dal “paese” e arrivata in Francia, come da uno sguardo rigoroso delle due autrici che sfiora protagonisti, case e pietre, senza mai invadere il proscenio; scegliendo invece spesso di evadere dal didascalismo imperante che caratterizza il democratico sbrodolamento documentario odierno, e concentrandosi su una sublimazione simbolica dell’immagine, con la macchina da presa che osserva la natura circostante, un dettaglio di mare e di terra, quando la parola del racconto si fa dura e tragica, e riemergono memoria e cadaveri della traversata della morte.

“Molti hanno detto che è facile raccontare l’episodio di Riace, un paese che si stava spopolando e che quindi l’integrazione non era complicata. Io invece penso che questa eccezionalità possa diventare regola per altri borghi di montagna o di mare abbandonati del nostro paese; e che nelle grandi città non si devono relegare migranti in un posto X, insieme ad altri non integrati per anni, ma di copiare la mescolanza attuatasi nei piccoli centri”. Il film di Aiello e Catella ha racimolato oltre 25mila spettatori nelle sale francesi e rimarrà in cartellone in diverse sale sparse sul territorio transalpino fino almeno a novembre 2017. “In Italia il film è stato proiettato in pochi capoluoghi e in modo saltuario. Tutte le volte però i cinema erano pieni. Per questo credo che la gente lo voglia vedere, che gli italiani siano più pronti su questo tema di quanto giornali, tv e politici ci vogliono far credere. Ma è inutile, i distributori italiani anche di fronte al successo francese non ne vogliono sapere. Eppure il sindaco Lucano spiega il concetto di accoglienza partecipata in modo inconfutabile: ‘Ma che vita è nell’avere paura di un altro uomo?’ ”.

Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Conoscete la storia di Davide e Golia, quella in cui il piccolo fanciullo inerme sconfigge il gigante con una sola pietra lanciata da una misera fionda?

Ebbene, tenetela a mente perché può tornare utile. Torna utile soprattutto quando si perde speranza, quando un popolo ormai ignorante e immemore del proprio passato si compatta formando un essere mostruoso, un gigante cattivo che urla frasi sconnesse contro piccoli uomini, donne e bambini inermi, senza più casa, senza più terra, senza più famiglia, senza più una lingua, un’identità, spesso senza più speranza. Piccoli esseri che scappano da guerra e miseria.

 

Se nella Dichiarazione d’indipendenza americana si fa esplicito riferimento al “diritto alla felicità” per ogni essere umano, nella nostra Costituzione (per fortuna ancora ne abbiamo una!) nell’art. 3 viene scritto che si deve perseguire con ogni mezzo il “pieno sviluppo della persona umana” e inoltre, traducendo in vita concreta per credenti e non credenti le Scritture, l’attuale Papa Francesco (che in questo momento pare essere il “politico” più lucido che abbiamo) ricorda che “Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra, perché ha creato tutte le cose perché possiamo goderne, perché tutti possano goderne”.

Quindi, riassumendo: ogni uomo e ogni donna ha diritto alla realizzazione di una vita felice.

Allora ecco che, con questo pensiero in mente, fra i miseri dagli abiti stracciati con famiglie e identità smembrate e il gigante urlante e cattivo arriva il pastorello David e si piazza lì, in mezzo a loro, con la sua fionda.

Non ci vuole molto ad abbattere il gigante, basta una scintilla di intelligenza, un battito del cuore un po’ più forte, un’intuizione geniale come quella che ha avuto il sindaco di Riace, Domenico Lucano: un giorno vede approdare sulla sua costa davanti al piccolo paesino calabrese alcune imbarcazioni disastrate dalle quali scendono persone non usuali che, parlando lingue straniere mai udite, si guardano intorno e chiedono “…ma dove siamo?”.

Domenico, giovane sindaco di sinistra, uno di quelli che non “blatera” ma “fa”, li guarda. Poi volge il suo sguardo verso il suo paese ormai abbandonato, preda del vento e del tempo che segna gli edifici, guarda i campi incolti, gli abitanti ultraottantenni che sembrano rassegnati in attesa della morte, nessun cenno di suoni di giochi infantili, nessun animale più nelle stalle o negli antichi pascoli, nell’aria solo qualche pensiero di qualcuno che medita di partire, di andarsene via da lì, da un paese senza prospettive né speranza.

“Ripopoliamo, riportiamo Riace alla vita!”. E così, questo piccolo Davide-Domenico agguanta la sua piccola fionda, prende la mira e lancia il suo sasso: il paesino riprende vita, le antiche coltivazioni rifioriscono, le pecore ricominciano a brucare, il formaggio a essere prodotto e venduto. E riapre anche la scuola! Sí, riapre per gli adulti e i ragazzi ma ci sono anche le giovani mamme, molte ragazze africane che, stuprate sulle coste libiche prima di imbarcarsi e arrivate sulla costa già incinte, hanno potuto partorire in sicurezza e adesso portano il loro bambino al battesimo aiutate dalle comari anziane del paese, ma ci sono anche le nuove mamme che si sono sposate con altri, italiani e immigrati, conosciuti nel paese.

Gli anziani ridono e vedono di nuovo scorrere la vita: il loro lavoro, i loro sacrifici, spesso sudati all’estero in condizioni miserevoli, non sono quindi andati sprecati, il paese finalmente torna a vivere.

Tutto questo mi racconta con entusiasmo, sedute a un tavolino di Marsiglia, la mia carissima amica Catherine Catella, una delle due autrici insieme a Shu Aiello, del film-documentario Un paese di Calabria, che narra, con realismo carico di poesia e grazia, questa vicenda e per la cui realizzazione sono stati necessari mesi interi di vita vissuta durante diversi anni a Riace. Il film all’epoca non era ancora finito e mi chiede se io e Giovanna Marini vogliamo intervenire per la parte musicale, una richiesta alla quale aderiamo subito senza esitare un istante.

Ora il film è finito, c’è, è reale e racconta una storia vera di un piccolo David, il nostro coraggioso sindaco Domenico Lucano, che continua a lottare contro il gigante che non è, ahimé, solo fatto di popolo urlante ma anche di grossi interessi intaccati, di mafia locale e nazionale, di ingranaggi che sono messi a dura prova da questa soluzione così semplice: ripopolare i nostri borghi abbandonati con i migranti, soprattutto al Sud, dove di paesi fantasma è pieno…

Dobbiamo quindi sostenerlo, questo piccolo David- Domenico Lucano. Così ha detto anche il presidente Grasso presentando il film alla biblioteca del Senato. Dobbiamo però far sí che alle parole di ammirazione ed esortazione da parte delle istituzioni non segua il vuoto, quindi questo film-documento va visto e fatto vedere: bisogna sapere e far sapere che una soluzione c’è, è semplice ed è l’unica possibile. Ed è portatrice di umanità e vita, per tutti.

Francesca Breschi, da “perunaltracitta.org”

 

 

Un mare di voci

Il pluripremiato Fuocammare di Gianfranco Rosi è solo l’ultimo dei documentari made in Italy ad aver affrontato tecnicamente il tema della migrazione; un tema, questo, che negli ultimi anni ha via via conquistato l’interesse di registi e produttori nostrani e non solo per la sua stretta connessione all’attualità. Di conseguenza, la proliferazione di opere audiovisive su di esso incentrate, con tutti i pro e i contro del caso, era inevitabile. Se da una parte la crescita esponenziale ha richiamato l’attenzione delle platee e dell’opinione pubblica sulla gravità della situazione, dall’altra si è arrivati a un livello di saturazione che non consente al fruitore di turno di distinguere quale sia l’effettivo punto di vista restituito sullo schermo, a favore di un approccio che ha portato e sta portando sempre di più verso l’omologazione e la generalizzazione.
Fatto sta che si fa davvero fatica a scovare in questo sterminato corpus di opere prodotte nell’ultimo decennio, nel quale figurano titoli come La nave dolce o Anija, una in grado di offrire una chiave diversa, o quantomeno capace di consegnare allo sguardo del pubblico un controcampo possibile sul tema in questione. Il merito di un documentario come Un paese di Calabria, presentato nel fuori concorso della prima tappa della 15esima edizione del Sa.Fi.Terdopo un lungo e fortunato percorso nel circuito festivaliero internazionale, è proprio quello di esserci riuscito. Basterebbe questo a giustificare il voto al di sopra della sufficienza attribuito alla pellicola co-diretta da Shue Aiello e Catherine Catella.
Quello firmato dalle cineaste italo-francesi è un film che parla di accoglienza prima che di migrazione. Nello specifico di un esempio più unico che raro di processo di integrazione andato a buon fine, che non poteva non essere raccontato. Siamo in una terra un tempo abbandonata, in Calabria, dove un’utopia è diventata una meravigliosa realtà. Sfidando la fatalità, Riace ha scelto di rivivere accogliendo gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane. Oggi le case un tempo abbandonate sono di nuovo abitate e nel paese è tornata la vita.
Per dare forma e sostanza al documentario, le autrici mettono da parte il registro dell’inchiesta scegliendo un taglio più intimo e poetico. Un paese di Calabria rinnega il sensazionalismo e la spettacolarizzazione del dolore, ma anche la falsa e ipocrita benevolenza nei confronti dell’altro. La coppia Aiello-Catella parla di migrazione, ma mostrandoci i due lati possibili della medaglia: quello di colui viene accolto e quello di chi accoglie. Il più delle volte si assiste, infatti, a uno solo dei due lati, che non può che essere quello di chi arriva. Davanti ai nostri occhi si materializza un racconto per immagini e parole, dove il presente dei migranti venuti da lontano a bordo di fatiscenti barconi si fonde con il passato di noi italiani che un tempo fummo migranti. Ciò permette di cancellare in parte un enorme rimosso. Per farlo, il modus operandi passa attraverso un mix senza soluzione di continuità e ben equilibrato di frammenti di poesia, lucida osservazione sul campo della quotidianità e interviste.
Ma non è tutto oro ciò che luccica. Un paese di Calabria presenta, infatti, dei limiti strutturali, legati in particolare alla durata eccessivamente dilatata rispetto alle reali esigenze di racconto e alla presenza sulla timeline di una manciata di momenti che appaiono, a differenza degli altri, un po’ troppo forzati, quanto basta per privare il tutto della naturalezza e del realismo che fin lì aveva prevalso (vedi i giovani migranti invitati a cantare l’inno d’Italia o “Bella ciao”). Senza di essi probabilmente, anzi sicuramente, il livello di gradimento sarebbe stato più alto. Limit che, però, non vanno a sminuirne il valore sociale e a cancellarne i meriti riconosciuti e acquisiti sul campo.

Voto: 7 / 10

Francesco Del Grosso, da “cineclandestino.it”

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