The Square

 

 

Palma d’oro a sorpresa – benché meritata – del 70° Festival di Cannes, The Square conferma l’originalità del percorso cinematografico di Ruben Östlund, nel momento stesso in cui allarga un sistema costruito da diversi film su osservazioni ed esperienze sociologiche. Contrariamente a quel che è stato detto nel momento della sua presentazione a Cannes, The Square non si contenta di proporre una facile satira del’mondo dell’arte moderna e contemporanea. Il film ha come antieroe Christian, il conservatore danese di un museo di Stoccolma, afflitto da difficoltà di carattere personale e professionale, ma non butta in derisione né lo snobismo degli artisti e dei galleristi né le opere concettuali stesse che hanno un ruolo più o meno centrale nel corso della vicenda. Il problema non è questo. L’universo dell’arte contemporanea è considerato come una lente per osservare i difetti della nostra società occidentale. Östlund intende parlare della responsabilità comune, e ci invita a interrogarci in rapporto agli altri, alla morale e alle questioni umanitarie. Snow Therapy (Force majeure) studiava la reazione di un padre di famiglia messo di fronte al panico in una situazione di stress. The Square si interessa alle contraddizioni che intervengono tra le nostre convinzioni e il nostro comportamento allorché ci troviamo ad affrontare circostanze imprevedibili.

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Se conserva le sue virtù scientifche, si può dire che il cinema di Östlund si umanizza. Il regista abbandona lo sguardo distante con cui era solito osservare i suoi personnaggi cavia. La regia in The Square è meno sistematica, meno rinchiusa in un dogma che eliminava la prossimità e la complicità. E tuttavia non è meno profondamente sorprendente. Östlund violenta la sceneggiatura tradizionale mescolando tre intrighi distinti collegati dal personaggio del conservatore del museo: l’indagine sul furto del suo cellulare, un’avventura sessuale con una giornalista americana, il lancio di una campagna mediatica per una nuova esposizione intitolata The Square. nei tre casi, le iniziative, decisioni o negligenze di Christian innescano delle reazioni a catena dalle conseguenze disastrose.

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Queste tre storie non vengono trattate allo stesso modo. il regista gioca con i principi dello squilibrio e della ripetizione, come per meglio sottolineare le diverse trappole che scattano su Christian, e mettono in pericolo il suo posto in società. Il film procede per strati successivi, ma anche per blocchi autonomi che rappresentano dei veri e propri film nel film, come la sequenza già da antologia dell’uomo scimmia. Una performance nell’ambito di un pranzo molto chic organizzato dal museo, semina lo scompiglio tra gli invitati prima di degenerare in pugilato. Una scena kubrickiana che fa scontrare gli istinti primitivi e la vernice della civiltà. La dimostrazione di Östlund non è mai professorale, e bisogna riconoscere al regista svedese un formidabile senso dell’humour, sia visuale sia verbale. The Square è una commedia acida interpretata da attori eccellenti, che riescono a incarnare e a rendere vivo un progetto sperimentale che avrebbe potuto restare solo un tentativo teorico. Claes Bang nel ruolo di Christian, una specie di Cary Grant scandinavo afflitto da una crisi esistenziale, è la grande rivelazione del film, mentre Elisabeth Moss brilla come vedette americana in brevi ma memorabili apparizioni.

Voto: 4,5 / 5

Sergio Baldini, da “nocturno.it”

 

 

 

Quanto peso ha il politically correct nelle tanto decantate virtù di uguaglianza, inclusione e correttezza di cui narra una società come la nostra, che ha scelto di secolarizzare, senza risolverlo, il conflitto di classe? Sono davvero queste le qualità sociali, culturali e politiche che regolano i rapporti umani odierni? Oppure sono solo altri brand, buffe parole appiccicate dai sociologi della condivisione forzata sopra un discorso-barattolo vuoto di senso; e la verità è che invece viviamo dentro una società di singolarità in competizione, e ci azzuffiamo ogni giorno con le clave dei nostri egoismi contrapposti?
“The Square” di Ruben Östlund, premiato con la Palma d’Oro quest’anno al festival di Cannes, ragiona su molte cose, suddivide il suo discorso in alcune scene memorabili con i tempi della commedia surreale, ma alla fine dei conti affronta gli spettatori – complice un’installazione mostrata a metà film – con una domanda molto precisa: avete fiducia negli altri?
Un tema già indagato dal regista svedese nel riuscito “Forza maggiore“, lì drammaticamente elaborato in forma di vissuto privato, e in “The Square” allargato invece a un pamphlet satirico scagliato come un sasso dentro lo stagno perbenista di un mondo, il nostro, dove accade persino che uno dei suoi migliori esempi (o forse dovremmo dire prodotti?), cioè Christian (l’ottimo Claes Bang), l’affabile, prestante e istruito curatore del museo di arte contemporanea di Stoccolma, venga derubato di smartphone e portafogli mentre cerca di evitare una lite tra una coppia, vittima di un “trucco” che accade probabilmente tutti i giorni in qualunque città europea, in un’epoca in cui anche il classico furto con destrezza è stato globalizzato.
Interdetto di fronte all’accaduto, forse travolto lui stesso dalle conseguenze di tanto altruismo, Christian elabora uno stratagemma pari e contrario per riprendersi il maltolto, che lo porta ad accusare direttamente del furto un’intera classe sociale – immigrati, disoccupati, piccoli delinquenti – rappresentata da un palazzo dormitorio dove dovrebbe trovarsi la refurtiva e abitare, quindi, i presunti ladri.
L’escamotage funzionerà alla grande, anzi, funzionerà persino troppo; terrà Christian talmente occupato da fargli perdere di vista il surreale lancio pubblicitario della nuova installazione del museo: The Squareappunto, un quadrato di luci quattro metri per quattro all’interno del quale tutti noi cittadini saremo finalmente liberi dalla paura, di nuovo fiduciosi gli uni degli altri; un’opera reale, per così dire, che lo stesso Östlund aveva installato nel 2014 nella cittadina di Värnamo.
Ma a chi, dunque, e a quali emozioni parla questo quadrato magico, e con esso, l’arte contemporanea tutta? Alzi la mano chi non ha mai provato un po’ di smarrimento di fronte agli oggetti artistici della cosiddetta modernità, che a prima vista sembrano aver ben poco a che fare con i concetti classici di bellezza, di irriproducibilità dell’opera, di maestria realizzativa. A che cosa puntano, infatti, dei mucchietti di pietre con la scritta al neon You have nothing, una delle opere esposte nel museo curato da Christian? Dovremmo abbozzare consenso, sconcerto, indifferenza, compiacimento – sempre in maniera politicamente corretta, beninteso – verso cotanta rappresentazione, e scattare addirittura una foto ricordo ai sassetti? In un certo senso sì, perché siamo forse di fronte all’espressione più aderente alla nostra società democratica, distruttrice del concetto di unicità, che ha sottratto al manufatto artistico la sua concezione elitaria; un’operazione, però, che ha reso necessario lo svuotamento di senso dell’oggetto stesso. Esattamente ciò che spiega Christian alla giornalista Anne (l’attrice statunitense Elisabeth Moss) durante un’intervista: anche la sua borsetta potrebbe diventare arte, se esposta all’interno del museo; è più importante, dunque il luogo, il nome, il contesto – in una parola, la trovata – che ruotano intorno al prodotto, che il prodotto stesso.  Vi ricorda qualcosa?
Già; che fare, quindi? L’alternativa propone di abbandonare questo atto di fiducia, e dare dell’idiota all’artista, come accade al povero Julian (Dominic West di “The Wire“) e a chi permette l’esposizione di scempi simili; dovremmo cioè saltare fuori dal quadrato, lontani da ogni discorso sociale sensato (come accade nel film a un uomo affetto da disturbi mentali), etichettare l’arte contemporanea come degenerata e diventare cioè estremi, asociali, antidemocratici: è quello che i media odierni hanno ribattezzato con il nome di deriva populista. Ma attenzione, perché persino la cosiddetta arte contemporanea potrebbe diventare in ogni momento reazionaria e impazzire, come il performer-scimpanzé (magistralmente interpretato dal coreografo Terry Notary del “Pianeta delle Scimmie“), che infatti “esce dal quadro” e giustamente aggredisce i commensali a una cena di gala del museo.
A ben vedere, dunque, “The Square” è un film politico, perché ci svela che viviamo in una società paradossale che ha imparato a declinare persino il paradosso; proprio come fa un’altra delle narrazioni sociali a cui siamo abituati: la tolleranza, che si batte anche per permettere la presenza degli stessi intolleranti. Ma è, forse, l’unica maniera che la nostra società conosce per continuare a conservarsi; e la libertà d’espressione, artistica e non, persino quella becera e smaccatamente sensazionalistica, per riprodursi all’infinito senza trovare ostacoli.
Voto: 8,5 / 10
Domenico Ippolito, da “ondacinema.it”

Christian è il curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma. Una mattina, sulla strada per il lavoro, soccorre una donna in pericolo e si scopre derubato del telefono e del portafoglio. Al museo, intanto, lui e la sua squadra stanno lavorando all’inaugurazione di una mostra, che prevedere l’installazione dell’opera “The Square”: un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un “santuario di fiducia e altruismo”. Su suggerimento di un collaboratore, Christian scrive una lettera in cui reclama i suoi averi rubati, innescando una serie di conseguenze che spingono la sua rispettabile ed elegante esistenza in una vertigine di caos.

Östlund riprende la riflessione, già presente in Forza maggiore, sulla difficoltà di agire realmente secondo i propri valori, ma la astrae da una condizione di emergenza, portandola nel quotidiano di un individuo di condizione privilegiata, che tende a rimandare i conti con chi non appartiene al suo milieu.

Ma si potrebbe anche dire, altrimenti, che il regista amplia l’emergenza fino a farle inglobare la condizione sociale contemporane in generale, anche e soprattutto là dove, per contrasto, assume maggior visibilità, vale a dire nella solidale e storicamente egualitaria Svezia. La crisi della responsabilità individuale, che Östlund illustra con toni “dogmatici” nella feroce scena della cena di gala – durante la quale nessuno si alza per aiutare i malcapitati di turno e tutti si chiudono in se stessi sperando che “non capiti a loro” – è un seme tematico che, piantato all’inizio del film, germoglia a più riprese, fino a sfociare nel disperato discorso di scuse di Christian a un ragazzino, che diventa sproloquio autoassolutorio, elegia del senso di colpa collettivo.
The Square non si può dire un film equilibrato: sfora nella lunghezza, sembra aprire sentieri e argomenti che non porta in fondo, però lo squilibrio è anche l’oggetto del discorso. Come l’arte che diviene arte anche in virtù della sua collocazione (si pensi al ready-made, l’oggetto comune traslato rispetto al suo contesto funzionale), così la vicenda di Christian è fatta di interruzioni imprevedibili del fuori contesto dentro il perimetro (che credeva chiuso e quadrato) della sua vita. Tic da sindrome di Tourette, che portano dentro l’inquadratura cinematografica di un film volutamente patinato, e di un mondo che fa della bellezza il suo credo, le immagini di mendicanti e povera gente, e mandano in cortocircuito eccesso e difetto, idealismo e cinismo, polpa e scheletro del film stesso.
Come l’oggetto dell’arte contemporanea, The Square è anche un film aperto all’interpretazione che il pubblico vorrà dare di lui, e questa, forse, è la sua caratteristica più preziosa.

Voto: 3,5 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

 

 

«Il quadrato è un santuario». Così viene presentata in un museo d’arte contemporanea di Stoccolma l’installazione di un’artista argentina. Ruben Ostlund si colloca nell’alveo di una tradizione precisa, intrisa di quello humor scandinavo, così freddo eppure così incisivo. Protagonista è Christian, il curatore di questo museo, a cui un giorno vengono rubati telefono e portafoglio in maniera alquanto ingegnosa: una donna gli corre incontro, spaventata a morte per via di un uomo che la insegue e che, a suo dire, la vuole uccidere. Mente Christian si prepara a prendere le difese della povera sciagurata, il piano viene messo in atto e l’inseguitore gli si para davanti di colpo, arrestando la propria corsa: «non ce l’ho con te, ciao». Dopo lo stupore iniziale, Christian appare rinvigorito, soddisfatto: finalmente ha sperimentato qualcosa d’insolito.

The Square è una parabola esistenzialista tipicamente nordica, come già evidenziato, che riesce a toccare i tasti giusti, dando esposizione a quelle zone su cui ci si sta giocando l’equilibrio della nostra epoca. Qualcuno mette la pulce nell’orecchio a Christian, il quale si lascia convincere a recuperare il telefono dopo averlo individuato grazie a un’app specifica; trovato l’edificio si pone il problema di capire chi dei tanti abitanti potrebbe essere stato ed allora si opta per una lettera minacciosa lasciata nella casella di ciascun inquilino, con le istruzioni relative alla restituzione del maltolto. S’innesca qui giusto una delle sottotrame di cui è costellato il film, sebbene non ve ne sia una che s’imponga rispetto alle altre.

Ostlund pare essere più interessato a battere dove il dente duole, a sottoporci situazioni grottesche, al limite col surreale, in cui certe sfumature vengono sì esasperate ma non senza ragione. E in fondo ci si fa ridere con cose semplici, come l’intervista ad un artista continuamente interrotta da una persona affetta da sindrome di Tourette. L’intuizione stessa di partire dall’arte contemporanea peraltro è indicativa circa le intenzioni: qual è il confine tra quanto c’è di buono e la fuffa? Ed è la prima domanda. Secondo: su quanta di questa fuffa si sta reggendo la nostra Civiltà, quella che, almeno a parole, diciamo di voler difendere ad ogni costo? Una delle installazioni è rappresentata da una serie di dune appuntite composte da un materiale simile al calcestruzzo. Ostlund inserisce le sortite di alcuni visitatori a mo’ d’inserti: chi dà un’occhiata e scappa, chi prova a fare una foto ma non può e scappa, chi cerca di capire ma non ce la fa… e scappa. Finché il ragazzo delle pulizie non ne risucchia una piccola parte con l’aspirapolvere ed allora è un problema, l’opera compromessa.

Non è mai troppo sottile The Square, il cui titolo è già piuttosto eloquente: il riferimento è infatti ad un quadrato dai lati illuminati posto per terra. Ma square è anche la piazza-mondo, quella, come recita la descrizione dell’installazione, «dalle responsabilità condivise». La critica portata avanti è aspra e in alcuni casi sopra le righe, in cui certa variegata cultura di oggi viene evocata in lungo e in largo. I tizi che curano la campagna di comunicazione se ne escono, per esempio, con un video di pochi secondi in cui fanno esplodere un bambino di due/tre anni per incrementare visualizzazioni su YouTube; ci riescono, ma questo crea più problemi di quelli che risolve. I giornalisti intervenuti alla conferenza stampa da un lato chiedono la testa del responsabile, dall’altro temono sia stato raggiunto il limite oltre il quale la cosiddetta libertà d’espressione non può più spingersi.

Come si vede, l’ultimo lavoro di Ostlund è molto ambizioso in questo suo intraprendere una missione pressoché impossibile, ossia dare contezza delle contrarietà di un’intera generazione, succube dell’inflazionato politicamente corretto, i cui contorni sono sempre meno definiti, smarrita perché i punti di riferimento li ha in larga parte rigettati. Un discorso che alcuni tenderanno a tacciare come sospettosamente reazionario, il che è a sua volta indicativo del livello a cui siamo, incastrati nelle stesse trappole che abbiamo costruito e che contribuiamo a non disinnescare. Ma il meglio The Square lo dà evidentemente quando si tratta di spingere sull’assurdo, come l’inserimento della scimmia, una chicca mica male e che genera una genuina ilarità, lì sul divano che disegna mentre nell’altra stanza Christian si prepara a una nottata di sesso che non dimenticherà; non tanto perché di qualità, anzi, per come viene girata la scena si evince la meccanicità del gesto. No, è quello che avviene dopo, un passaggio che ci limitiamo a titolare «la scena del preservativo usato».

Peccato che Ostlund non riesca a far convogliare il tutto verso un unico punto, il che in parte è implicito nella premessa. E poi anche perché, dopo aver sorriso per buona parte del film, il corollario ha da essere terribile, come di fatto è l’epilogo, nel quale Christian si ritrova a fare i conti con una serie di errori dapprima banali. Una delle scene più forti la troviamo proprio in questa fase, un’inquadratura sulle figlie in macchina col papà, le quali, dopo aver fatto le pestifere per tutto il film, vengono rapite da uno stato di consapevolezza che colpisce e ci dice qualcosa anche in merito alle intenzioni di Ostlund. Attraverso Christian, il regista svedese a questo punto si domanda infatti quale mondo lui e la sua generazione sta lasciando a coloro che per il momento si limitano ad osservare e perciò apprendere, ossia i bambini. E a dispetto della durezza del finale, quanto lo precede sembra quasi lasciare uno spiraglio di fiducia. Il problema sta semmai nel fatto che The Square sia meno risolto rispetto a Force Majeure, e l’impressione è ahinoi che non potesse essere altrimenti.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

C’è arte e bellezza ovunque. È esibita. È li, apposta, su un piedistallo, per essere ammirata, anelata e non toccata. Siamo in un importante museo di Stoccolma, di quelli che fanno della provocazione il proprio punto di forza. Curatore dell’istituto è un signore di nome Christian sicuro di sé, cosciente del suo magnetismo (e del fascino che esercita sulle donne).

L’uomo e l’ambiente dimostrano una meravigliosa alchimia foriera di continuo successo. In questo microcosmo i poli uguali si attraggono, la stravaganza genera ricchezza, la provocazione attira gli sguardi e moltiplica, di nuovo, la ricchezza, chiudendo un cerchio quasi abbagliante. Ma una mattina, sulla via del lavoro, Christian subisce un raggiro, viene derubato e come nelle migliori favole l’incantesimo si spezza.

Distratto dall’evento e scosso nell’ego, il protagonista permette all’istinto, all’irrazionale, di prendere il sopravvento. Inizia a inanellare una serie di comportamenti poco nobili, quasi adolescenziali, dalle conseguenza inaspettate sulla sua persona, sulla sua carriera e su The Square, la nuova istallazione a cui si stava dedicando, colei che ha l’onore di dare il titolo alla pellicola in sala da qualche giorno.

Una scena del film The Square - Photo: courtesy of Teodora Film

The Square ha debuttato in Concorso all’ultimo Festival de Cannes ed è rincasato dalla Croisette con il premio più ambito: ha vinto la Palma d’Oro. Una Palma su cui in pochi avevano puntato; una Palma che dirazza dai temi caldi di quest’ultimo lustro; una Palma che va a colpire uno ad uno i difetti che accomunano una parte di noi.

Con pungente ironia, il film diretto da Ruben Ostlund (Forza Maggiore) fa risplendere l’acutissimo spirito di osservazione del suo autore e la finezza di una mente che senza chiasso, ma senza sconti, confeziona una spiazzante critica dell’attuale società “culturalmente impegnata”, da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Nessuno escluso.

Dalle eleganti vesti indossate da Christian (un irresistibile Claes Bang), dagli spazi che ostentano benessere, dalla gente che gravita in quel mondo “colto”, emerge l’assurdità di una bolla che ci siamo costruiti da soli per compiacere e illudere noi stessi, anestetizzandoci dal degrado culturale, morale e sostanziale di cui siamo vittime e carnefici.

Una scena del film The Square - Photo: courtesy of Teodora Film

Tutto stride. È il regno dell’effimero sgradevole, dell’arte-non-arte che per essere tale deve valicare il limite. Tutto ha perso un senso e, forse, il balordo tentativo di Christian di risolvere da solo il torto subito, è la cosa più umana e normale che vediamo nei 140 minuti di durata di The Square. Peccato che i dettagli ci riconducano sempre al nostro reale.

Ostlund ci porge uno specchio e poi, con rigore, inizia a demolire la nostra illusione, le nostre certezze, le nostre sicurezze. Ne usciamo malconci. Nulla è lasciato al caso – nessuna inquadratura del regista, nessun gesto del cast, nessuna risata del pubblico. Si ride per non vergognarsi, perché in ogni imperfezione, debolezza o eccesso di quei poveri manichini sullo schermo, possiamo riconoscere qualcosa di familiare.

The Square probabilmente è troppo sottile per riuscire ad attirare le folle del sabato sera, e sicuramente non è lo spettacolo che ci si attendeva. La vena ironico-tagliente che pervade ogni testo e sotto-testo, ogni sguardo stranito e ogni azione sballata, disorienta ed eventualmente tramortisce. Un intontimento inevitabile che però ci permette di sopravvivere a quella stroncatura tanto dolorosa quanto affascinante. Perché The Square è proprio così: non ci fa respirare ma è ammaliante, inebriante, indimenticabile.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

 

 

Quella del nuovo film di Ruben Östlund non è una piazza. No, The Square è proprio un quadrato.
O meglio: è il nome di un’opera che il protagonista del film – Christian, curatore di un museo d’arte moderna e contemporanea di Stoccolma – acquista grazie a i soldi di una donazione.
Un’opera che poi non è altro che il perimetro di un quadrato piazzato a terra, con una targa che recita: “Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti dividiamo gli stessi diritti e doveri.”

Questa cosa un po’ ovvia (perché, e il punto è quello, il Quadrato dovrebbe comprendere ogni luogo), unita al ritratto di Christian – che da subito viene raccontato come un bambinone vanesio e donnaiolo, capace di riempirsi la bocca di tante parole astruse e vuote – potrebbe far pensare che il bersaglio di Östlundsiano le tante piccole e grandi contraddizioni e ipocrisie del mondo dell’arte.
Ma lo svedese mira in realtà molto più in alto, partendo da lì per raccontare coi toni della commedia ovattata e satirica sì contraddizioni e ipocrisie, ma quelle della società tutta.

Christian presenta con orgoglio la sua opera, ma per strada, come tutti, scansa i mendicanti, e fa fatica a voltarsi quando gli pare di udire una richiesta di aiuto. Però, quando la richiesta è più chiara e pressante, forse non evitabile, magari dona, magari si volta. Aiuta.
E proprio per aiutare, un mattino, si ritrova derubato di telefono e portafogli: e da qui, dal tentativo di recuperali andato a buon fine, parte un effetto domino che cambierà la sua vita per sempre.
Per riavere le sue cose, il protagonista di The Square giocherà la carta di un’aggressività incosciente e classista, rifiutandosi poi di offrire le sue scuse a chi, innocente, si è sentito offeso e discriminato dalle sue accuse.

In questo personaggio che si muove in Tesla, che è sempre elegante, che non esita a portarsi a letto una giornalista tv rivendicando poi la legittimità dell’orgoglio per il trofeo ottenuto,  generoso solo quando ha tornaconto o quando gli gira bene, che predica bene e razzola male, ci sono tutte le ingiustizie e le contraddizioni del nostro mondo. C’è la forbice socio-economica che taglia in due le nostre società, c’è la cialtroneria e l’immaturità della classe dirigente.
Ma Christian non agisce mai in malafede, o con arroganza. Non è cattivo: è che lo disegnano così, come siamo disegnati noi. È umano. Per questo, in lui, ci si può specchiare.

Inquadratura dopo inquadratura, situazione paradossale dopo situazione paradossale, Östlund sgretola a colpi d’ironia e assurdo tutte le sovrastrutture sociali, mettendo a nudo l’inadeguatezza e il ridicolo insito tanto in esse quanto nella letteralità nuda dei fatti e delle intenzioni, provocando lo spettatore e mettendolo in posizioni scomode e disturbanti (a volte anche troppo, come quando fa il Von Trier più scanzonato).
Spinge a farci domane che di solito preferiamo non farci, come lui inquadra spesso quel che quel che sarebbe spontaneo inquadrare. E la risposta non sempre è gradevole.

Tutto preso però dal suo ampio respiro e dallo stile disteso e ovattato che è proprio del suo autore, The Square non trova sempre l’efficacia cercata per via di un’eccessiva auto-indulgenza (la stessa di Christian?) e per la voglia di dare una conclusione troppo ovvia, spiegata e pacificata al caos interiore del suo protagonista.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

C’è del marcio in Danimarca, e pure in Svezia non se la passano bene. Almeno a giudicare dagli intrighi che dominano il campo dell’arte contemporanea.

Ruben Ostlund, già autore dell’apprezzato Forza maggiore, con The Square si è buttato a capofitto nel regno dominato da curatori mercanti e collezionisti per squadernare un apologo irritante sui meccanismi che regolano un’enclave oggettivamente chiusa.

Un universo di privilegiati che si spostano di mostra in mostra attratti più dal lavoro di marketing dei direttori che dalla vera grandezza delle opere.

Difficile provare empatia per il curatore del museo, e personaggio principe della vicenda, che dovrebbe dirigere il teatrino di corte ma non ne azzecca una. Ma con lui non se ne salva uno. L’artista chiamato a illuminare uno dei tanti eventi  svela una natura di vanesio di prim’ordine; la giornalista si rivela più esperta di frustrazione affettiva che di correnti e movimenti; il performer maschera tendenze psicopatiche dietro il gioco della provocazione.

Sguardo lucido nel riprendere e penna intinta nel sarcasmo, ma occhio meno attento al montaggio che avrebbe avuto bisogno di qualche taglio in più, Ostlund denuncia un ambiente fintamente provocatorio pronto a esplodere davvero alla prima vera sfida.

La critica non si ferma è ovvio al mondo dell’arte, evidente specchio di una società sovraesposta dominata dall’immagine, dallo scandalo, dalla presenza in rete, da Twitter e Instagram. Una fotografia del mondo contemporaneo cruda e per nulla confortante.

Voto: 3,5 / 5

Angela Prudenzi, da “cinematografo.it”

 

 

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