The Rolling Stones Olè Olè Olè: a Trip Across Latin America

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Nonostante 50 anni di carriera alle spalle hanno ancora degli obiettivi da realizzare, e quello del 2016 è stato riuscire a realizzare un evento storico, ossia fare un concerto a L’Avana, Cuba. I Rolling Stones sono i protagonisti del documentario diretto da Paul Dugdale Rolling Stones Olé Olé Olé – A trip across Latin America, cioè il resoconto del tour che all’inizio di quest’anno li ha visti attraversare l’America Latina in dieci tappe.

In realtà questo film nasconde dietro i suoi fotogrammi molto, molto di più. Perché se da una parte vediamo i quattro insaziabili di musica Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts esibirsi sul palco dei concerti di questo tour, dall’altra si concedono all’occhio indiscreto della macchina da presa in momenti intimi e privati: e così entriamo nella camera d’hotel di Richards, vediamo dipingere Wood con un graffitista suo vecchio amico, oppure ascoltiamo il batterista Watts (il più lontano del gruppo dai riflettori dello star system perché “è solo una stronzata”) raccontare come ha iniziato a suonare. E naturalmente non mancano gli interventi del frontman Jagger che non risparmia aneddoti sul passato dei Rolling Stones né rifiuta di incontrare i fan.

Ma il particolare del film è che proprio il pubblico dei loro show diventa protagonista insieme al quartetto, tessendo la trama di quello che risulta essere un esperimento socio-antropologico più che riuscito. Perché forse nessuno di voi sa che in Argentina esiste la cultura rolinga, nata clandestinamente sotto la dittatura negli anni  Sessanta e resistita fino ad oggi; un movimento che raccoglie alcuni dei fan più accaniti degli Stones, tramutando la musica del gruppo in un vero e proprio stile di vita, una religione. Questo è solo uno degli incontri con la cultura locale, il film è un continuo interscambio tra le star e le popolazioni brasiliane, argentine, peruviane, colombiane, messicane, rappresentate da determinati elementi che si raccontano nel proprio contesto politico-culturale e che raccontano del loro rapporto con la musica degli Stones; un viaggio non solo di lavoro ma anche anche di conoscenza.

A ciò si alternano scene da brividi dei loro concerti e aneddoti di come alcune delle loro canzoni sono nate: Sympathy for the devil fu canticchiata all’improvviso da Jagger sul portone di casa di un compagno che lo aveva invitato a cena, inizialmente simile a una ballata di Bob Dylan per poi tramutarsi in una salsa, mentre Honky Tonk Women fu improvvisata in uno sperduto ranch fuori San Paolo, in Brasile, da Jagger e Richards (cosa fai se sei sperduto nel nulla senza tv e con due chitarre?), che tra l’altro regalano un’esibizione in acustica del pezzo.

A fare da contrappunto a ricordi, canzoni, pensieri e incontri del loro tour, c’è l’organizzazione dell’evento culminante, ossia lo storico concerto finale a Cuba: mesi di preparazione e incertezze, tra tanti forse e ostacoli dai piani alti, come la visita di Obama organizzata lo stesso giorno della tappa cubana (“Quanti anni sono che un presidente americano non va a Cuba? 80? E deve farlo proprio il giorno del nostro concerto?” dirà Jagger a telefono con la manager).

Insomma, tanti problemi all’apparenza irrisolvibili ma alla fine aggirati, per il sogno di un gruppo di signorotti che la loro età non la dimostrano proprio, più energici dei ventenni e ancora tanto determinati da riuscire a entrare nella storia, non solo musicale ma anche politica di uno dei Paesi più chiusi che ci sia stato finora. E tra la voglia di cantare in sala e ballare sulla poltrona, arriva così anche il momento della commozione, perché questo enorme concerto (gratuito) ha dato ai giovani cubani una speranza per il futuro, e agli anziani il ricordo del primo concerto rock della loro vita, e la loro riconoscenza si legge sui volti solcati dalle lacrime e dal boato che ha accolto gli Stones sul palco. “Le cose stanno cambiando, solo qualche anno fa non era possibile qui ascoltare la nostra musica”.

E allora ha ancora più senso chiudere il documentario con It’s only Rock’n Roll (but I like it) e Satisfaction: la musica non conosce frontiere.

Voto: 4 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

Ci sono molti sottogeneri nel mondo del documentario. Uno è particolarmente popolare negli ultimi anni, in epoca di crisi di vendite musicali e necessità di diversificare gli introiti: sono i dietro le quinte dei tour delle band più famose. The Rolling Stones Olé Olé Olé!: A Trip Across Latin America di Paul Dugdale, che ottiene il record di titolo più lungo e con la maggior diversificazione nei caratteri, è uno di questi. Prodotto ufficiale, ci immerge realmente dietro le quinte: bussiamo alla suite di un albergo di Buenos Aires e ci viene ad aprire Keith Richards, che pensava fosse il servizio in camera; vediamo il pubblico dalla finestra di una rockstar, non il contrario. Quello che lo rende diverso da altri, oltre al carisma iconico dei protagonisti, è l’attesa per quella che dovrebbe essere la decima e ultima tappa del loro tour sudamericano, davvero storica: L’Avana, Cuba.

Siamo nei primi mesi del 2016 in un viaggio antropologico alla scoperta di qualcosa in più sulle città in cui gli Stones si esibiscono: niente di particolare, curiosità in pillole à la Lonely Planet e qualche curioso incontro di cultura locale. Scopriamo per esempio il fenomeno dei Rolingas, vera cultura underground ispirata alla band, sviluppatasi in Argentina fin da quando, negli anni 60, la loro musica era vietata dalla dittatura. Ovviamente c’è anche molta musica in concerto firmata The Rolling Stones, alternata a momenti più intimi dei quattro moschettieri. Di Mick e Keith si sa tutto, per cui i momenti più piacevoli, a parte qualsiasi cosa dica, faccia e rida Richards – di cui scopriamo un non sempre infallibile rituale con un bastone antipioggia -, sono quelli in cui vediamo Ronnie Wood portarsi dietro il figlio Ty raccontando l’adrenalina intatta del contatto col pubblico, e soprattutto un momento con il taciturno batterista Charlie Watts. “Il mondo dello spettacolo non mi è mai piaciuto, è quasi tutto una stronzata”, dice con la sua magliettina bianca candida. Poi ricorda come la batteria sia uno strumento d’accompagnamento, non si suona da sola. “Il mio compito è semplicemente quello di permettere agli altri di suonare la canzone al meglio”.

Quando Barack Obama annuncia con la sua consueta ironia che i Rolling Stones suoneranno a Cuba, “e noi avremo qualche incontro”, ci viene in mente la sua battuta sul fatto che esiste un solo boss, il Boss. La prepotente forza della musica che diventa politica di dialogo, per un gruppo con una carriera di cinquant’anni alle spalle, ma ancora un traguardo da raggiungere. Una spianata brulla de L’Havana, accanto a uno stadio in pessime condizioni, un pubblico che da lontano sembra uguale a tutti gli altri, anche se non se ne vede la fine. Poi Mick Jagger prende il microfono e in spagnolo urla “qualche anno fa non era possibile ascoltare la nostra musica, le cose stanno cambiando, siete pronti?”; sentendo il boato irrefrenabile e gioioso di risposta del pubblico cubano è difficile non commuoversi, non ricordarsi che quella gente per decenni ha vissuto in un regime isolato dal mondo. Non tanto i giovani, cresciuti quando un ponte verso il mondo era già in costruzione, quanto gli anziani, convinti che non avrebbero mai vissuto un evento così semplice, ma potente, come un concerto a casa loro di una delle più grandi rock band della storia. Vedere la linguaccia iconica trasformata con i colori della bandiera cubana è una sintesi perfetta di come il muro per isolare l’isola dalla “corruzione” occidentale sia definitivamente crollato.
Perché il boss è il Boss, ma anche gli Stones non scherzano.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

The Rolling Stones Olè Olè Olè: a Trip Across Latin America poteva essere l’ennesimo documentario su uno degli innumerevoli tour dei Rolling Stones, ma non lo è. Se ne sarebbe potuto fare a meno, invece no. Avevamo già visto Shine a Light, diretto magistralmente da Martin Scorsese, e goduto dell’attitudine ‘cool e rock’ dei quattro ultracinquantenni che sul palco del Beacon Theater a NYC erano riusciti a stupire il pubblico esigente della Grande Mela. Poteva anche bastare? Decisamente no. Ma andiamo con ordine.

E’ il 2015 e Paul Dugdale, dopo aver documentato i live di Adele, Ed Sheraan, i Coldplay e appunto, i Rolling Stones nel 2008 da Hyde Park, decide di seguire nuovamente la band inglese nel tour che li porterà in America Latina: Argentina, Uruguay, Cile, Brasile, Perù, Colombia, Messico e poi Cuba, se mai si farà.
Quando il tour ha inizio nella terra del tango il viaggio verso la Isla di Fidel appare incerto: permessi, problemi burocratici, la visita di Obama e addirittura il Papa si interpongono all’esibizione a L’Havana. Fin dall’inizio Dugdale ha l’intuizione di marcare la narrazione con questa tensione di fondo: una corsa contro il tempo e una lotta contro la burocrazia per realizzare il sogno del concerto a Cuba. Intanto mentre si preparano le carte, si fanno telefonate, si scrivono lettere e si scomodano autorità, gli occhi e le orecchie non possono far altro che godere dello spettacolo: ovazioni da stadio, quattro animali da palcoscenico che non conoscono cosa sia il tempo, la vecchiaia, le rughe, gli acciacchi. Si muovono come dei ventenni e come dei ventenni sono i primi a godere dello show.
Mick Jagger sul palco è una fiamma che brucia l’aria attorno a sé. Incarna il ritmo, è il rock che si fa gesto e movimento. Il pubblico latino è da sempre considerato il più caldo del mondo: Olé, Olé Olé ripetono dal Brasile al Messico, come un’unica onda gigante che oltrepassa le Ande fino a Bogotà. Un immenso e caldo cuore pulsante di ritmo e sudore. Perché in Sud America tutto è musica: “Si nasce con la musica e si muore con la musica”, dice un musicista/ballerino peruviano. Il ritmo che Dugdale ha saputo dare a questo lavoro rispecchia l’anima e i colori del continente, quel battere e levare che si respira in ogni strada, dentro qualsiasi taxi, nei ristoranti, immersi nel traffico. Alla radice c’è lo stesso battito e la stessa urgenza che ha spinto i Rolling Stones, dall’altra parte del mondo, ad interpretare e a rendere nota e parole quella stessa necessità. Così il Rock, la vibrazione ancestrale, il battito primitivo, è come un samba o una salsa.

Mick, Keith, Ronnie e Charlie ritrovano terre già visitate e ne scoprono di nuove, sorpresi di trovare ovunque lo stesso calore. Del resto il Sudamerica è stato il continente delle dittature e in molti paesi era proibito sentire musica straniera. I Rolling Stones rappresentano quei diritti che per molti anni sono stati negati. Non sono solo ’il rock’ ma una forma di libertà, una filosofia, come quella che manifestano i Rolinga, subcultura argentina di fanatici dei RS che a partire dagli anni ’80 hanno basato la propria vita sullo stile e la musica di Mick Jagger e Keith Richards. Oltre al tango, alla samba e al mambo anche qui il rock si è fatto strada interpretando un messaggio di protesta e ribellione, incanalandosi fra i vicoli di Buenos Aires dove si versano lacrime al passaggio di Mick, o trasformandosi in sogno proibito pena la detenzione.

Mentre questi quattro avanzano alla volta de la Isla de Fidel, la musica oltre al sudore, alle urla e ai salti regala emozioni: un racconto dimenticato, un duetto nel camerino, un ricordo lontano. A differenza di Shine a Light il documentario di Dugdale è carico di pathos, di momenti che schivando scivolate sdolcinate, riescono ad andare oltre il palco e oltre la musica, per comprendere cosa ha tenuto insieme per 54 anni una band, e cosa gli ha resi fin dal primo giorno dei giganti. Nonostante l’età anagrafica, sono eternamente giovani e infinitamente rock. La voglia di conoscere e di mescolarsi, di mettersi in gioco e di reinventarsi. Nuove culture e nuove sfide, come arrivare laddove nessuno era mai stato prima. Con lo spirito di Cristoforo Colombo, partire alla volta di terre inesplorate che non hanno mai visto un concerto rock. Espugnare Cuba significa realizzare qualcosa che i cubani non avevano mai neanche avuto l’ardore di immaginare. Lentamente il countdown per il concerto sta per scadere, e superate le complicazioni burocratiche, ecco che il carrozzone approda nella terra delle Indie, Cuba, la Estrella Solitaria.
L’isola ha riallacciato i rapporti con il resto del mondo, e questa nuova fase viene sancita con la visita del presidente Obama e con il concerto della più grand band rock di sempre. Non è solo un concerto, è un evento storico al quale tutti i cubani sono tenuti a partecipare. Quando esplode (I can’t get no) Satisfation i 500 mila spettatori cubani impazziscono. Per raccontare questo show Paul Dugdale ha realizzato anche un altro documentario: Havana Moon. Ma, intanto sotto la luna brillante di Cuba le immagini del Live emanano un’energia contagiosa ed emozionante: per quanto tempo questo popolo ha sperato di poter finalmente respirare aria di libertà? La revolucion è anche questo.

Shaila Risolo, da “pointblank.it”

 

 

 

Uno degli aspetti più interessanti del cinema documentaristico contemporaneo, spesso vittima dell’incapacità di staccarsi da una narrazione che, in quanto documentaristica, a volte si sente legittimata solamente a documentare e a tralasciare in questo modo il racconto di ciò che viene ripreso, è l’esplorazione di fenomeni o icone pop. Dalla moda al cinema stesso. Dal teatro alla musica. Quest’ultima in particolare è ultimamente fulcro di una ricerca dei suoi aspetti più nascosti e che trascendono la semplice esibizione sul palco del cantante o la sua statura leggendaria per fan e critici.
Molti registi hanno voluto avvicinarsi all’inavvicinabile. Umanizzare e raccontare il mito attraverso l’analisi biografica e aneddotica di star il cui carisma si smarca dal semplice talento vocale per sviscerare il dietro le quinte di chi, con i suoi testi e le sue innovazioni, ha segnato un’epoca.
Sui Rolling Stones sono stati fatti diversi documentari ma quello proposto alla Festa del Cinema di Roma da Paul Dugdale, con un titolo che più lungo non si può – The Rolling Stones Olé Olé Olé!: A Trip Across Latin America – si sofferma sui primi mesi del 2016, in un viaggio a braccetto con Mick Jagger e soci nel loro ultimo tour in Sudamerica, uno dei continenti dove gli Stones sono più apprezzati. Dall’Argentina dei Rolingas al Messico, fino all’inedito concerto a Montevideo e allo storico approdo a Cuba, che palesemente trascende i confini della musica per diventare simbolo di una ritrovata libertà politica e soprattutto culturale, tanto da far pronunciare a Obama, nella storica visita a L’Avana di qualche giorno prima, le parole:”So che state aspettando i Rolling Stones.” Ciò che affascina del lavoro di Dugdale è la delicatezza con la quale entra nel vorticoso mondo di una delle rock band più famose della storia, malinconicamente segnata dal tempo ma ringiovanita ad ogni esibizione sul palco e soprattutto assolutamente connessa alle culture con le quali viene a contatto. Ecco allora Keith Richards che apre le finestre della sua lussuosa stanza d’albergo per ricevere la sveglia al grido:”Richards! Richards!”. Jagger che si avventura nei violetti brasiliani e si unisce a canti e balli locali, così come Wood che si ricongiunge a un vecchio amico cileno col quale parla poco ma dipinge ogni volta che incrocia il suo cammino.  Gli Stones abbracciano il loro popolo e rifuggono le luci di un mondo dello spettacolo ipocrita e perbenista, definito dallo stesso Charlie Watts:”Tutto una stronzata!” E allora è inevitabile farsi trasportare dall’eccentricità di Keith Richards, dall’esuberanza carismatica di Mick Jagger, dalla classe british di Charlie Watts e dall’amore per la pittura di Ron Wood in un tour on the road che concludiamo emozionati davanti a migliaia di cubani in lacrime sulle note di Satisfaction.

Davide Sica, da “cinemamente.com”

 

 

La musica dei Rolling Stones. I loro riff di chitarra, il rock e il roll (letteralmente), il funky e quel ritmo inconfondibile che ha inebriato, per oltre cinquant’anni, appassionati in ogni angolo del globo. Quel ritmo che, ancora oggi, anche se Mick, Keith, Ronnie e Charlie hanno (quasi) tutti passato i settant’anni, suona come una sorta di ipnotico ed arcaico incantesimo sciamanico capace di liberare i popoli, perché la ribellione passa anche attraverso la musica stessa.

The Rolling Stones Olé Olé Olé: A Trip Across Latin America, diretto da Paul Dugdale è la conferma definitiva che nel mondo ci sono ancora troppi paesi che cercano di liberarsi da anni di oppressione, repressione, dittature e libertà mancate (e negate), ma soprattutto che I Rolling Stones possono ancora ricoprire il loro ruolo di “sciamani onorari del Rock’ n’ Roll” con la loro carica sovversiva, eccessiva, dirompente e sfacciata.

Attingendo a piene mani da una grammatica visiva tipica delle avanguardie anni ’60-’70, Dugdale segue ufficialmente gli Stones durante il loro ultimo tour attraverso l’inesplorato – e pioneristico – Sudamerica: dieci tappe, le più importanti capitali passando dal Cile all’Argentina, dall’Uruguay al Messico e il Perù fino alla meta definitiva: quel concerto gratuito tenutosi il 25 Marzo 2016 a Cuba e che ha segnato uno spartiacque nella storia del paese, segnando la sua definitiva apertura verso nuovi orizzonti dopo 80 anni di embarghi, repressioni, chiusure, divieti e privazioni.

La scelta di Dugdale di utilizzare uno stile grezzo, scarno, poco patinato, anarchico nel gusto delle inquadrature e del punto di vista adottato, non fa altro che confermare la tesi fondamentale sottesa all’intero documentario: il potere anarchico e sovversivo del puro Rock ‘n Roll è ancora capace di inquietare i governi repressivi e dittatoriali, e continuerà a farlo finché quest’ultimi avranno una ragion d’essere. Non è un caso se proprio questo genere musicale è il primo ad essere vietato: l’anarchia insita in parole, testi ma soprattutto atteggiamenti è un pericolo sovversivo per lo status quo delle cose.

E chi meglio dei Rolling Stones, la band più longeva, la più irreprensibile e scandalosa, può incarnare tale minaccia? Dietro il ghigno mefistofelico di Keith Richards e Mick Jagger si nasconde la possibilità – e la speranza – per tante persone di potersi finalmente emancipare dai poteri forti, affermando il “proprio” stile di vita e la propria indipendenza. La macchina da presa di Dugdale durante questo selvaggio on the road che è The Rolling Stones Olé Olé Olé: A Trip Across Latin America scruta volti, espressioni, entusiasmi e lacrime dei fan, che oltre al fanatismo nascondono speranze e desideri che, in una realtà contraddittoria come il Sudamerica, spesso sono stati affidati alla musica e al ritmo.

Ludovica Ottaviani, da “cinefilos.it”

 

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