The Founder

 

 

Dietro il successo dei panini di McDonald’s c’è il sangue dei soci fatti fuori dalla compagnia, la spietata mattanza di azionisti e le tecniche spudorate di presa del potere che necessitano più di un contabile che di un guerriero. Come in Il Petroliere di Paul Thomas Anderson questa è una storia in cui il desiderio di possedere consuma l’umanità, solo più blanda e mainstream, senza quella magnifica e reale scarnificazione, senza l’estrema tensione muscolare che rende tutto più duro, ma anzi con una melliflua calma a normalità.
Uno dei marchi più riconoscibili d’America, tra i pochi a poter giustificare un film ed essere il selling point di una storia (“Come è nato McDonald’s”), è fondato sull’inganno e la truffa, sull’avidità e il senso perverso del successo. E sul suo fascino.È importante in questo proprio Micheal Keaton. Ha una faccia contemporaneamente rassicurante e pericolosa, ha le sopracciglia inarcate, il volto che in breve diventa un ghigno, il fisico perfetto della persona di cui non bisogna fidarsi. È lui The Founder, non tanto i veri fratelli McDonald’s che hanno avuto tutte le idee indispensabili (le ricette, la catena di montaggio, l’ordine, le regole del franchise…) quanto quest’affarista di bassa lega che ha fondato una certa maniera di fare business a certi livelli, grazie a quel marchio e a quel nome. Quello che The Founder afferma è che il peccato originale che genera la colpa subita dai fratelli è non essere stati davvero capitalisti fino in fondo, aver tentato timidamente di espandersi e massimizzare i profitti. Invece Raymond Kroc venditore di un po’ di tutto (basta che si compri) ha altre idee e lo spirito giusto per trionfare nel sistema americano.

In questo è fondamentale di nuovo il casting, perché Nick Offerman, attore di commedia formidabile noto per Parks & Recreation, con la sua recitazione minimalista, il suo grugno e il fisico duri ma bonaccioni è un perfetto corpo da vessare, onesto americano rigoroso da raggirare, taglio di capelli affidabile a cui soffiare la grande idea della vita.
In The Founder insomma ci sono tutte le figure tipiche del film di truffa in stile La Stangata ma nemmeno l’ombra di quello stile divertito. La marcia di Ray Kroc alla conquista della McDonald’s è più una serie di battaglie e scontri violenti, il mondo degli affari non è un pic-nic, non ci sono cortesie e un impero si fonda sul sangue più che sulle buone idee.

John Lee Hancock tiene il ritmo blando, si innamora di un paio di ruffianerie da script (la rivelazione finale di cosa davvero aveva intrigato Ray Kroc di tutta l’impresa McDonald’s) ma non ha mai la forza di farsi memorabile come l’altro film su un impero fondato sul sangue e il furto visto recentemente in The Social Network, per questo forse non diventa mai unico. Buon film tv di un’era in cui questa definizione non è più un insulto, ma troppo esile e convenzionale per rivaleggiare con le grandi storie reali che il cinema mette in scena, The Founder non vuole scontentare nessuno, non rischia nulla e si limita a raccontare un contenuto invece che piegarne il senso grazie alla propria forma.
Però un coraggio ce l’ha, ed è quello di opporsi alle preferenze del pubblico. Chi mai può stare dalla parte di Ray Kroc? Quello che ha la faccia malefica di Keaton, che non ha avuto nemmeno un’idea (l’unica che non viene dai McDonald’s gliela suggerisce un avvocato) e non si fa scrupoli ad appropriarsi di ciò che non è suo. Mettersi, anche solo parzialmente, ad ammirare la danza di questo squalo degli affari di una volta, tutto scarpe, telefonate e poca borsa è un atto di introspezione del male quasi doveroso.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

Stati Uniti, anni ’50. Ray Kroc, venditore di frullatori per i luoghi di ristorazione dallo scarso successo, si imbatte nei fratelli Mac e Dick McDonald che hanno avviato una redditizia vendita di hamburger a San Bernardino nel Sud della California. Kroc comprende subito che si tratta di un metodo innovativo di preparazione, cottura e vendita al minuto di un alimento molto richiesto, considerato l’alto numero di clienti che si affollano davanti al chiosco. Si dà così subito da fare per avviare un franchising. Ma non si ferma lì.
Ci sono film che valgono più di decine di saggi per spiegare come ‘funziona’ una società che consente di depredare ‘legalmente’ delle persone permettendo a chi compie l’operazione di arricchirsi a dismisura grazie all’intuito e al fiuto per gli affari di cui è dotata. Documentari e film spesso negativi sull’impero dell’hamburger cotto e mangiato ne sono stati prodotti diversi e alcuni hanno anche ottenuto un’audience di un certo rilievo. Nessuno aveva però ancora delineato con l’acutezza di sguardo di John Lee Hancock (un regista esperto in biopic) il percorso seguito dal suo fondatore. È quello che accade ora e il lancio che recita “Il genio che ha fondato l’impero del fast food” ha un’ambiguità che va letta nel profondo. Perché sicuramente Crok ha avuto la genialità di comprendere come la catena di montaggio nella preparazione degli hamburger e la qualità delle materie prime impiegate dai due fratelli avessero tutte le caratteristiche per imporsi, almeno inizialmente, su scala nazionale. Alla definizione di ‘genio’ si potrebbe però aggiungere la specifica “del Male” perché Crok non solo, grazie ad un escamotage che spostò il tiro dalla vendita di hamburger alla proprietà immobiliare delle numerose filiali progressivamente aperte, poté recidere i legami contrattuali con i due fratelli ma si impadronì del logo nonché del loro stesso cognome.
Per offrire a una personalità del genere il giusto equilibrio tra spirito imprenditoriale e voracità da liberista privo di qualsiasi remora di carattere etico occorreva l’interprete giusto. John Lee Hancock lo ha trovato in un Michael Keaton al meglio delle sue già notevoli prestazioni di attore. Nei suoi occhi e nella sua gestualità si leggono, a volte contemporaneamente, l’entusiasmo di chi sta implementando un’idea di cui altri non hanno letto le potenzialità e l’avidità di chi vede spalancarsi progressivamente davanti a sé le porte del Business con l’iniziale maiuscola. Come la M ad arco che contraddistinguerà il marchio che si apprestava ad invadere gli States e successivamente il mondo.

Voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Corre l’anno 1959, l’America è in pieno boom economico, i drive-in stracolmi di auto color crema e dalle forme sinuose regalano romanticismo e intrattenimento alle coppie, e il capitalismo è ancora “sostenibile” e parzialmente estraneo alla smodata avidità. E’ questo lo sfondo giallo-oro, beige e azzurro della straordinaria impresa di Ray Kroc, che non conosciamo come l’uomo che inventò McDonald’s, bensì come lo scaltro imprenditore che trasformò un business artigianale ma rivoluzionario in un mastodontico franchise e quindi in una sorgente inestinguibile di dollaroni sonanti.

Dell’ex venditore di frullatori originario dell’Illinois qualcuno di celebre ha già parlato, o meglio “cantato”: i Dire Straits, che al re del panino più cool del XX° secolo hanno dedicato “Boom Like That”, stuzzicando l’appetito creativo del produttore Don Hanfield, che ha ingolosito lo sceneggiatore Robert Siegel e il regista John Lee Hancock. A mo’ di chef pluristellati, questi tre signori – diciamolo subito – hanno cucinato non un prodotto da fast-food cinematografico, ma un film che offre tanti spunti di riflessione e che si modifica continuamente in corso d’opera, passando dal character-study al ritratto di un paese intero colto in un momento di grande evoluzione.

La prima particolarità di The Founder è che la gloriosa avventura dei fratelli Dick e Mac McDonald (ben interpretati da Nick Offerman e John Carroll Lynch) viene ridotta a un’unica bellissima sequenza a cena in cui i due onesti ex trasportatori svelano il semplice ma ingegnoso successo del ristorantino walk-up a cui hanno dato vita dopo ore di pianificazione con un gessetto e una volenterosa squadra di dipendenti. In altre parole, quella che avrebbe dovuto essere una origin-story dall’iconografia pop e con la funzione di celebrare la qualità degli ingredienti e il rispetto del lavoratore diventa ben presto l’atto inizialedi tutta un’altra commedia, o piuttosto di un romanzo di formazione, laddove per formazione si intende un percorso prima in direzione dell’intraprendenza e poi dell’insana ambizione e di una smania di accumulo che suona incredibilmente attuale.

Se Kroc è contemporaneo che più contemporaneo non si può nel suo rappresentare l’anima guasta e senza scrupoli di un sistema economico impietoso più interessato allo sfruttamento che alla considerazione della dignità umana, è invece “antico” in un consapevole e sfacciato passaggio al “lato oscuro” che lo avvicina a Faust e a Dorian Gray, marci e corrotti dentro, smaglianti e impeccabili fuori. Rispetto a questo ottocentesco duetto di personaggi letterari, l’uomo dei multimixer nasconde fino a un certo punto il suo ghigno satanico, e Michael Keaton si ritrova davvero quasi a ringhiare in alcune scene, come un cane per che non è intenzionato a mollare l’osso. Perché Ray è orgoglioso di non essere né Ford, né JobsEdison né tantomeno un Charles Foster Kane, ma solo un ladro di idee. E ancora più orgoglioso di lui è The Founder stesso, a cui, più che un’ottima trovata, interessa chi riesce a tramutarla in un affare d’oro. E allora è normale che qui l’eroe e il villain arrivino a coincidere, che la crudeltà sia giustificata e il narcisismo avallato, che nei milkshake le polverine sostituiscano il latte e negli affari il pragmatismo prenda il posto dell’idealismo. Sono gli States di oggi, l’abbiamo detto, e il regista di Saving Mr. Banks non li guarda con occhio critico, celebrando piuttosto gli archi gialli, i Big Mac e i Sunday, nutrimento a basso costo per migliaia di famiglie.

Ora, nennemo noi critichiamo Kroc e i suoi modi da schiacciasassi, ma ci sembra che, proprio come lui, The Founder non abbia sempre grande personalità e inventiva, e che si perda, più o meno a tre quarti del racconto, in cavilli burocratici, regole e regolette, strette di mano. E’ come se a un certo punto, nel film, una scarsa capacità di padroneggiare la complessità dell’argomento finisse per affossare la passione che dovrebbe caratterizzare ogni storia che riguarda un uomo e il suo sogno. Anche la piacevole e inarrestabile ridefinizione della personalità di Ray Kroc inevitabilmente si blocca, ostacolata da un montaggio troppo rapido.

Restano una notevole prima parte e la mirabile performance di Keaton, logorroico e funambolico, sinistro e franco, piacevolmente in bilico fra antipatia e fascino.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

“Il McDonald’s sarà la nuova Chiesa americana.
E poi non è aperto solo di Domenica”

 

Si può dire che il McDonald’s, o in generale il fast-food, sia oggi diventato uno dei culti della way of life occidentale d’importazione transatlantica; uno di quei fenomeni d’abitudine che Roland Barthes avrebbe chiamato “Miti d’oggi”: elementi costitutivi della nostra quotidianità su cui si è smesso (per indolenza, per inconsapevolezza, per conformismo o per mancanza d’acume) di interrogarsi, ma che potrebbero invece svelarci, se intelligentemente interrogati, elementi cardine del nostro modo di pensare e di vivere.
E tuttavia “The Founder”, nel raccontare la nascita della più celebre catena di ristorazione al mondo, non si preoccupa soltanto di denunciare il sostrato economico-sociale che ne costituisce l’impalcatura, ma parte pretestuosamente dalla vicenda personale dell’imprenditore Ray Kroc per raccontare un universale istinto di prevaricazione che ha sede nell’uomo stesso, al di là di ogni sua possibile collocazione storico-geografica.

Perciò, nonostante gli arcinoti archi dorati su sfondo rosso siano ormai divenuti il simbolo del capitalismo e del consumismo all’americana, l’opera di John Lee Hancock non si appiattisce sulla struttura del film di denuncia politica (com’era stato ad esempio per “Capitalism – A Love Story” di Michael Moore), ma guarda oltre e si avvicina per certi versi (sì che è difficile evitarne il paragone) al capolavoro di David Fincher: “The Social Network”. Il Ray Kroc interpretato da un convincete Michael Keaton ammicca con enfasi all’eisenberghiano Mark Zuckerberg: anche lui si scontra con un’idea geniale e innovativa; anche lui è disposto a tutto per portarla avanti; anche lui si ritroverà a calpestare i corpi adirati di amici e colleghi cui non sarà concesso di condividere il podio del vincitore.

E così come il padre di Facebook, il patrigno del Cheeseburgher viene presentato allo spettatore come una personalità ambigua: esso è sì il genio visionario che ha saputo veder lontano e creare qualcosa di inesistente e fino ad allora impensabile; ma è anche il viscido manipolatore, incapace di fermarsi nel suo machiavellico piano verso l’arricchimento e la gloria.
Agli antipodi stanno invece i fratelli McDonald, le vere menti creative responsabili dell’invenzione di quel nuovo modello di ristorazione, incapaci però di estendere quel piccolo chiosco di famiglia alle dimensioni di un impero gastronomico e commerciale.
È la spietata lotta per il successo che viene qui tematizzata: una lotta universale in cui i valori morali dell’amicizia, del rispetto e del riconoscimento del merito vengono sacrificati in nome di una supremazia e di una popolarità visti come i fini supremi di ogni esistenza terrena.

Ma la sobria regia scolastica, che sceglie di non investire in innovazioni tecniche né in una ridefinizione del genere del biopic, risulta forse eccessivamente distaccata nella narrazione, sia a causa di una messa in scena che preferisce non rischiare e che si adatta di buon grado a uno stile manualistico senza infamia e senza lode; sia soprattutto nel mantenersi in una posizione neutrale (almeno apparentemente) nel giudicare la vicenda. Se da un lato infatti il film sembra cadere in una morale individualista tipicamente a stelle e strisce, in cui il raggiungimento del successo è da commemorarsi sempre e comunque come un traguardo eroico ed esemplare, tuttavia esso sembra talvolta propendere per una critica a quello stesso sistema economico personificato da Michael Keaton, senza accorgersi che l’esaltazione del personalismo difficilmente potrà andare d’amore e d’accordo con la critica al modello capitalistico senza raggiungere in breve tempo una contraddizione in termini.

Scelta vincente invece quella dell’attore protagonista (che dopo il successo di “Birdman” è al centro di una sorprendente riscoperta), capace di convincere sia nel ruolo iniziale dell’inetto venditore di frullatori, incapace di emergere in un mondo in continuo progresso; sia nella parte del cinico visionario senza scrupoli, cui non importa tanto regalare al mondo un nuovo mito, quanto regalare a se stesso un’imperitura fama.

Voto: 6,5 / 10
Eugenio Radin, da “ondacinema.it”

Ray Kroc non ha fondato McDonald’s. È un nome che nemmeno gli appartiene. È più corretto dire che è riuscito a trasformare un chioschetto di hamburger di San Bernardino, California, in un impero dei fast food. Un lavoro di espansione figlio di perseveranza, ossessione, tenacia. E coraggio nel perseguire l’obiettivo a qualsiasi prezzo.

È l’eroe, Ray Kroc, ma anche il villain di una storia che John Lee Hancock (The Blinde Side, Saving Mr. Banks) racconta su grande schermo affidando le chiavi dello spettacolo a un Michael Keaton intenso, magnetico e controverso. La sua è una performance ipnotica sin dall’inizio, quando, nella scena di apertura, l’attore guarda fisso in camera, nei nostri occhi, mentre cerca di convincerci dell’efficienza dei suoi frullatori Multimixer (siamo negli anni ’50). È già un momento chiave perché definisce un personaggio disperatamente alla ricerca del successo, del salto di qualità che gli spetterebbe ma che non arriva mai – esemplari, in questo senso, le scene in casa con sua moglie (Laura Dern), tristi quadretti domestici di un uomo a cui il quotidiano non basta più -.

Il sogno americano, però, parte sempre da qui, da un underdog pronto ad alzare la testa dopo ripetute porte in faccia. E allora l’illuminazione arriva dopo un lungo viaggio fino a San Bernardino, da cui un chiosco di hamburger ha ordinato otto dei frullatori che nessun drive-in voleva. L’attività è dei fratelli Dick e Mac McDonald (Nic Offerman e John Carroll Lynch), due che avevano lavorato a Hollywood durante la Depressione e trovato nella ristorazione l’ambiente giusto in cui costruire il loro American Dream. Ciò che avviene dentro quella piccola cucina ha del rivoluzionario: una catena di montaggio perfetta, studiata nei minimi dettagli, curata nello svolgimento e nella qualità. Un servizio più veloce delle cameriere sui pattini dei drive-in, forse troppo persino per chi l’ha pensato. Ma non per Ray, che capisce di avere la svolta per le mani.

Per film di questo tipo, raccontare i fatti non basta. Serve insinuare, nel pubblico, interrogativi su ciò che si sta guardando. Lo hanno fatto The Social Network e Steve Jobs, e The Founder non è da meno: sfida il senso morale di ognuno di noi con un protagonista affascinante perché ricco di luci e ombre, determinato, a suo modo geniale, ma altrettanto cinico e spietato nel prendersi il sogno di altri per trasformarlo nel proprio. È sinceramente doloroso vedere andare in frantumi il progetto dei McDonald, ma «il business è guerra», come dice Kroc, e in più il denaro può comprare qualsiasi cosa, anche i romantici dal cuore buono.

E allora chi era, davvero, Ray Kroc: un genio degli affari che si è fatto da solo, o un opportunista lestofante che non ha avuto remore nell’afferrare e calpestare, pur di arrivare all’agognato successo? The Founder risponde sbattendoci in faccia un’altra domanda: “sicuri non l’avreste fatto anche voi, se ne foste stati capaci?”.

Andrea Facchin, da “bestmovie.it”

 

 

62 anni fa, era il 1954, un 52enne venditore dell’Illinois fino a quel momento decisamente poco fortunato, ebbe il colpo di genio che cambiò non solo la sua vita ma anche le abitudini alimentari di mezzo mondo. The Founder di John Lee Hancock, regista di The Blind Side e di Saving Mr. Banks, racconta infatti l’incredibile storia di come uno sfacciato, ipnotico e subdolo rappresentante riuscì letteralmente a scippare a due ingenui fratelli di San Bernardino quello che oggi è il nono marchio più famoso al Globo. McDonald’s.

Da un semplice hamburgher, infatti, Ray Kroc ha dato vita ad uno dei più grandi imperi economici mondiali dal punto di vista imprenditoriale. Nel 1954 venditore ‘porta a porta’, il 52enne rimane incuriosito dall’insolita richiesta di 8 multi-frullatori da sei da parte di un piccolo chiosco californiano portato avanti da Richard e Maurice McDonald, fratelli che dopo anni di ‘studio’ intuiscono le potenzialità di un menù semplificato: solo hamburger, patatine, frappè, frullati e bibite. Niente camerieri, solo self-service. Nasce così il primo storico fast food. Per riuscire nell’impresa i due realizzano una cucina ad hoc pensata come se fosse una ‘catena di montaggio’, in modo da poter servire il cliente con un pasto caldo nel giro di 30/60 secondi. Mai nulla di simile era stato realizzato prima e Croc, fulminato dall’idea, ne intuisce le gigantesche potenzialità. Dopo un lungo corteggiamento Ray riesce a convincere i due McDonald della bontà di un franchising, in modo da portare la loro creatura in tutte le città d’America. Ray acquista i diritti del nome in cambio di una percentuale nelle vendite, con i due fratelli decisivi nell’avallare o bocciare qualsiasi novità legata al menù e agli ingredienti utilizzati, ma non è con una minuscola percentuale su un hamburger dal costo esiguo che ci si arricchisce. Bensì con i terreni su cui i McDonald d’America prendono vita, da Ray affittati con contratti decennali. Squalo imprenditoriale nonché volto del capitalismo più sfrenato, Croc fa a questo punto fuori i due fratelli comprando loro le quote rimaste per 2.7 milioni di dollari, dando così ufficialmente vita al marchio McDonald’s, impresa che ad oggi conta oltre 35.000 ristoranti in tutto il mondo.

E’ una storia da ‘sogno’ tutta americana, quella raccontata da John Lee Hancock e sceneggiata da Robert D. Siegel. D’altronde negli anni ’50 McDonald’s divenne la nuova ‘chiesa d’America’, ritrovo per famiglie in cui mangiare ‘sano’ spendendo poco ben presto esportata in tutto il mondo. Persino Mark Knoplfler, nel brano ‘Boom, like That’, si interessò a questo uomo venuto dal nulla che prese un’idea altrui, quella della ‘catena di montaggio’ in una cucina, per trasformarla in un Impero. Michael Keaton, meravigliosamente rilanciato da Inarritu con Birdman, rende quasi magnetico questo detestabile personaggio dalla lingua biforcuta e dalla sfacciata perseveranza. Un uomo che dopo decenni di insuccessi è davvero pronto a tutto pur di capitalizzare al massimo una scoperta tanto rivoluzionaria, a tal punto da stritolare i due legittimi proprietari.

La curiosità di The Founder, infatti, sta proprio sul punto di vista scelto da Hancock, che lascia i due fratelli McDonald sullo sfondo, concentrando tutta la propria attenzione su colui che sfruttò quel nome creando il marchio. Senza Ray Kroc, probabilmente, non avremmo mai avuto McDonald’s e lo stesso concetto di fast food, incredibile ma vero, avrebbe seriamente rischiato di rimanere legato ad un minuscolo chiosco di San Bernardino. Un film sul capitalismo moderno, in cui qualità e dipendenti vengono sempre e solo dopo il Dio profitto, qui plasticamente rappresentato da un Keaton in grande spolvero, emblema del successo da agguantare attraverso la propria determinazione. Costi quel che costi. Un vero e proprio guru dell’imprenditoria che tra inciampi e colpi di fortuna, colpi di fulmine e inganni, ha segnato un’epoca.

Didascalico nella sua rappresentazione e registicamente ‘piatto’, The Founder vive grazie alla prova d’attore di un Keaton assoluto mattatore e alla cinica e dettagliata sceneggiatura di Robert Siegel, riuscito a ricostruire pezzo dopo pezzo una storia ai più sconosciuta e proprio per questo dannatamente intrigante. A pesare sul racconto la mano troppo poco incisiva di un regista probabilmente telecomandato da Harvey Weinstein nel soppesare con il bilancino qualsiasi possibile eccesso, con il resto del cast tenuto al guinzaglio e all’ombra dell’indiscusso protagonista Michael. A pagarne più di tutti le conseguenze l’immensa Laura Dern, prima moglie di Croc a cui Hancock e Siegel affidano pochi minuti di imbarazzato, depressivo ma dirompente silenzio.

Voto: 6,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Nel 1954 Ray Kroc, venditore di frullatori dell’Illinois in crisi, incappa nel ristorante dei fratelli Dick e Mac McDonald a San Bernardino. La loro idea di ristorazione è innovativa e interessante: un luogo dove mangiare solo hamburger e patatine e bere Coca-Cola, preparando il tutto con estrema rapidità, senza attese e senza tavoli o sedie dove dover obbligatoriamente fermarsi a consumare il proprio pasto. Kroc intuisce il forte potenziale di questo nuovo modello di ristorante e riesce a convincere i fratelli McDonald ad affidarsi a lui per trasformare la loro idea da un singolo locale a una catena di filiali in tutti gli Stati Uniti. Prende così il via l’avventura di McDonald’s, colosso del fast food che detta le leggi del mercato ancora oggi. Per riuscire nella sua impresa, però, Kroc ha portato avanti idee e strategie guidate solo da ambizione e spirito capitalista, dimenticandosi ben presto di valori come umanità e rispetto.

Un biopic lucido e diretto questo The Founder. A dirigerlo, John Lee Hancock, già regista di pellicole biografiche come Saving Mr. Banks e The Blind Side.

A emergere con energia e incisività è la brillante performance di Michael Keaton: l’attore conferma la sua nota bravura mostrandosi capace di donare magnetismo misto a follia allo sguardo azzurro di Ray Kroc. Uno sguardo che, per due volte, viene rivolto direttamente verso la macchina da presa: forse un tentativo, posto significativamente a inizio e a fine film, di chiamare in causa lo spettatore per un’immedesimazione con il protagonista che, però, risulta quasi impossibile. Quello sguardo in macchina sembra in realtà una ferrea presa di posizione, un riaffermare con decisione natura e dinamiche della storia mostrata, raccontate con una neutralità quasi spinta all’estremo da regista e sceneggiatore.

La vicenda di Ray Kroc e della fondazione del suo impero rappresentano la realizzazione del tipico sogno americano: il raggiungimento del successo economico, spinti da ambizione e sete di potere, è l’obiettivo che muove l’intera pellicola. L’incontro – che diverrà scontro – tra Kroc e i fratelli McDonald costituisce in nuce la costante dicotomia tra leggi di mercato e umanità: non può esserci davvero dialogo tra il capitalista Kroc, in cerca di un riscatto economico e innamorato del suo stesso ego, e Dick e Mac, mossi dalla passione per il loro lavoro ma anche da ideali di rispetto verso il prossimo. E in questa lotta, i “buoni” ispirano quasi tenerezza, immersi come sono in principi che la voracità liberista del nemico fa apparire come ingenue convinzioni.

The Founder diviene così quasi manuale di economia, sorta di spiegazione per immagini di come funziona il mondo del business e delle norme che lo regolano. Un film che unisce didascalicità a narrativa in un connubio riuscito che però lascia da parte lo spettatore: simpatizzare per Kroc o anche solo gioire per le sue vittorie (è pur sempre il protagonista) è quasi impossibile. Ma forse, alla fine dei conti, questo non è poi un problema.

Voto: 3,5 / 5

Lucia Mancini, da “filmforlife.org”

 

 

 

John Lee Hancock non è nuovo nel compito di maneggiare dei biopic su dei famosi affabulatori. Il suo ritratto di Walt Disney in Saving Mr. Banks occultava abilmente quel lato oscuro che ha fatto la fortuna dei resoconti complottisti. La sua versione tratteggiava uno scaltro uomo d’affari che si era completamente dedicato alla missione di correggere il suo passato e quello del suo pubblico attraverso il cinema. I suoi sforzi di convincere la bisbetica Pamela Travers a cedergli il personaggio di Mary Poppins si trasformavano per estensione in una captatio benevolentiae verso lo spettatore. L’operazione di The Founder è analoga e si rivolge verso un altro dei simboli più invadenti e controversi della cultura americana. Walt Disney ha costruito una parte consistente dell’immaginario occidentale mentre Ray Kroc ha cambiato le sue abitudini alimentari e ha fondato un nuovo modello industriale. L’impostazione del film è molto più audace rispetto a quella univoca con cui altri titoli hanno trattato il tema del grande satana di McDonald’s. La sua tesi è che l’assenza di limiti del sistema americano ha un potere attrattivo tale da travolgere anche le buone intenzioni e lo spirito d’iniziativa dell’azienda familiare. La metamorfosi di Ray Kroc da sfortunato commesso viaggiatore ad avido speculatore è anche il rito di passaggio dalla piccola economia dei fifties a quella senza identità delle corporation.

John Lee Hancock non sceglie la strada della condanna ma preferisce essere complice della sana ambizione e delle meschinità del suo eroe. Il discorso con lo sguardo in macchina con cui l’uomo prova a piazzare i suoi multimixer non è rivolto soltanto ad una pletora di scettici ristoratori ma anche a tutta la platea. I suoi tentativi frustrati di inseguire il sogno americano in attesa dell’idea vincente ispirano la sintonia empatica con gli outsider. Il momento più simbolico di The Founder è quello in cui Ray Kroc tocca il suolo dove sorgerà il suo primo locale affiliato e cerca di indovinare la sorte dell’impresa su cui ha messo a rischio tutto quello che ha. La consapevolezza acquisita che quel fast-food del Midwest diventerà un impero non impedisce di condividere la sua speranza di successo. John Lee Hancock sposa completamente il punto di vista di un uomo senza talento ma ossessionato da una visione. L’irrefrenabile volontà di potenza della terra delle opportunità travolge i due fratelli ingenui che avevano inventato la formula e avevano dato il nome al primo McDonald’s di San Bernardino. Ray Kroc rubò l’idea a due simpatici signori che volevano proteggerla dal mostro del profitto ma il loro ruolo nella vicenda non va oltre quello delle vittime sacrificali. Il loro dramma di essere stati ingannati e di aver perso tutto non è interessante come la personalità di chi li truffa lentamente. Anzi, è molto più significativo considerare come la coppia si lasci convincere ogni volta dalla retorica di chi non meriterebbe fiducia.

Il profilo del protagonista è molto simile a quello di altri controversi magnati dell’industria americana che hanno fatto fruttare l’ingegno di qualcun altro. Ray Kroc vuole diventare un capitano d’industria per ribaltare la sua storia personale di comparsa e finisce per rivendicare lo status di padre fondatore. McDonald’s non doveva essere soltanto una catena di ristoranti di successo ma doveva diventare un pilastro della società e un’icona riconoscibile ovunque. Una presenza capillare che proponeva un punto d’incontro tra la ricchezza sfrenata con i sani valori familiari della provincia americana. L’instancabile frenesia di realizzare questo progetto titanico lo porta a fare di tutto pur di rimuovere gli ostacoli tra la situazione reale e la sua percezione ideale. The Founder conserva un occhio benevolo e volontariamente ambiguo su tutte le scappatoie e le trame che è capace di costruire.
Michael Keaton ha il carisma sufficiente ad affrontare la sfida di rendere piacevole un uomo senza scrupoli e regge con disinvoltura il peso del film. La sua capacità di sfiancare a chiacchiere un interlocutore onesto ricorda quella con cui convinceva il timido Henry Winkler a diventare un pappone di Night Shift di Ron Howard. Il regista dimostra di non poter fare a meno di una forte prestazione del cast ma anche di saperla valorizzare. John Lee Hancock portò all’Oscar Sandra Bullock con The Blind Side e anche questa volta regala alla sua star la sensazione di avere un ruolo cucito su misura.

Emanuele Di Porto, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Ray Kroc (Michael Keaton) è un venditore di frullatori dell’Illinois, costretto a viaggiare quotidianamente per tutto il Midwest nella speranza di venderne qualcuno. Un giorno riceve una telefonata inaspettata: un ristorante di San Bernardino, in California, ne ordina ben sei. Colpito, Ray decide di effettuare personalmente la consegna; qui incontrerà i fratelli Mac e Dick McDonald (interpretati da John Carrol Lynch e Nick Offerman), proprietari dell’omonimo chiosco di hamburger. Da fuori, gli appare una delle tante tavole calde che la provincia americana offre ai commessi viaggiatori come lui, e in generale a tutti gli automobilisti in cerca di un pasto economico e veloce. Ma dall’altra parte del bancone, nelle cucine, i due fratelli hanno messo a punto un metodo innovativo per preparare il cibo. Gli hamburger vengono cucinati e assemblati come in una catena di montaggio, così il cliente può essere servito in pochissimo tempo, con costi ridotti, senza che ne risenta la qualità del prodotto. Ray rimane folgorato da quali potrebbero essere i margini di profitto di questo modello se replicato su vasta scala e convince i McDonald a realizzare un franchising in società con lui. Il primo mattone del più grande marchio della ristorazione mondiale è stato posato; ma su di esso restano ancora le reticenze dei due fratelli, decisi a preservare il loro nome e a contenere l’egocentrismo di Kroc. Keaton propone un’altra performance convincente dopo Birdman. Il suo personaggio ha lo stesso spirito rapace dei pionieri nel mito fondativo del vecchio West. L’epopea del sogno americano ha canoni standard che anche qui vengono riproposti: il protagonista è sempre un outsider, un uomo qualunque che non può contare su alcuna ricchezza o patrimonio personale. Non solo di natura economica, ma anche culturale: l’idea che da uomo della strada lo trasforma in milionario non è sua, e in fondo non è neanche del tutto dei fratelli McDonald, ma è perlomeno di terza mano, trattandosi dei rudimenti dell’industria fordista applicati alla ristorazione. In sintesi, come i cercatori d’oro, non ha altre qualità se non la sua ambizione, e la spietatezza che lo spingerà a realizzare la più grande catena di fast food del mondo. Nella sceneggiatura di Robert Siegel trama e personaggi sono modellati in modo da tratteggiare la nascita di questo colosso senza cedere alla retorica o a rappresentazioni bibliche. In coerenza con l’attitudine pragmatica del protagonista del film, il ritmo è quello della commedia, a tratti del documentario, e la narrazione, anche quando rappresenta situazioni problematiche, concede davvero poco al dramma. Ma ciò è in buona parte dovuto alla coloratissima fotografia di Robert Schwartzman: anche dietro al packaging dorato dei due archi possono nascondersi tradimenti e cattiverie. Le musiche di Carter Burwell sono incalzanti quanto basta ad innalzare il pathos delle scene chiave e a trasmettere emotivamente quello che i nostri occhi, ingannati dal marketing, non sempre riescono a vedere. “The Founder” è una messa in scena del sogno americano in tutta la sua grandezza, senza per questo nascondere come esso produca tanto dei vincitori quanto dei vinti. Dal punto di vista dei primi, McDonald’s, come sostenuto più volte da Kroc, rappresenta dagli anni ’50 “la nuova chiesa d’America”, il punto di riferimento per tutte le famiglie americane (e non solo). Dal punto di vista degli ultimi, è l’emblema di un’economia che pone il profitto come valore assoluto, subordinando a esso valori e dignità delle persone.

Liliana Pistorio, da “cinema4stelle.it”

 

 

La storia di come nacque la più famosa catena di fast food al mondo non può che essere un racconto su un cacciatore. Un cacciatore che si presenta come un cane affamato e finisce per diven quasi senza accorgersene un lupo insaziabile.
Se oggi McDonald’s è più di un luogo dove mangiare, una sorta di religione lo si deve a Ray Kroc, l’imprenditore americano che trasformò l’idea, il concetto semplice ed efficace dei fratelli McDonald’s, Dic e Mac, in un’impresa di successo.

È il 1954, Ray Croc dall’Illinois gira tavole calde e drive-in cercando di vendere frullatori per milkshake; la sua attività di venditore fin ad allora è stata altalenante ma gli ha permesso di costruirsi una vita rispettabile, Ray però dicevamo è affamato ed è sempre alla ricerca di quella scintilla che possa anche a 52 anni far svoltare la sua esistenza.
La scintilla è rappresentata da un ordine di 6 frullatori effettuato dal McDonald’s di San Bernardino, in California. Ray è incredulo che un locale abbia bisogno di così tanti frullatori e così decide di vedere di persona di che cosa si tratta.
Stupefatto dall’organizzazione e dalla produttività del locale convince Dick ad affidargli la responsabilità per le affiliazioni di McDonald’s nel resto del paese. Motivato e pieno di energia riesce a trovare nuovi finanziatori e a garantire che gli standard qualitativi conformi al modello “espresso” siano gli stessi ovunque.
L’uomo interpretato da un viscerale Micheal Keaton è incontenibile, una scheggia sempre in movimento, talmente preso dalla nuova attività da non rendersi conto, inizialmente, nonostante il successo delle filiali, ed in base agli accordi contrattuali pattuiti, che le sue finanze non ricevevano giovamento rispetto alla sua operosità.

Il regista John Lee Hancock (The Blind Side, Saving Mr. Banks) costruisce il ritratto di un personaggio ambiguo, contradditorio ma estremamente tenace, non il più brillante e sagace, ma una creatura capace di cogliere un’opportunità e di elevare a profitto la buona concezione del sogno dignitoso e per nulla avido dei fratelli McDonald’s tanto da piegarli alla propria ostinazione e perseveranza.
The Founder è una partita a scacchi su due modi di intendere la vita e l’ambizione, sulla condivisione di un sentimento di grandezza che risiede in pochi, è una narrazione di tappe, una sfida mentale priva di enfasi capace di non suscitare compassione nei confronti degli sconfitti né ammirazione verso il mite ottimista divenuto cannibale.
Ciò che vuol dire e mostrare The Founder lo fa affidandosi alle pieghe e alla faccia indistruttibile di Michael Keaton, attore che come Ray Croc ha saputo perseverare ricevendo (non che c’è ne fosse bisogno) quel riconoscimento unanime mancato per molto tempo ai veri creatori del McDonald’s.

Alessandro Faralla, da “fattodiritto.it”

 

 

Ti lascia con una strana sensazione la proiezione di ‘The Founder’, tra la rassegnazione e il rimpianto, come quella di un eroe che poi non si è rivelato all’altezza dei nostri sogni (non dei suoi, attenzione), ma non come il Jeremy Fox di langhiana memoria, il cui cinismo era propedeutico e pedagogico alla crudeltà della vita. No, il Ray Kroc che Michael Keaton interpreta con malinconica partecipazione, quasi controvoglia, eppure con un’energia contagiosa, non è l’ammodernamento di un personaggio del Covo dei contrabbandieri. E nemmeno solo il ritratto di un’America trionfante, coi suoi sogni e i suoi successi. La messa in scena di John Lee Hancock e soprattutto la sceneggiatura di Robert Siegel finiscono per tratteggiare un personaggio che forse nemmeno si accorge di aver tradito le proprie ambizioni ed è proprio su questo crinale di ambiguità e di contraddizioni che il film prende vita e colpisce. Perché dà l’impressione di non sapere bene che posizione avere su uno dei pilastri del capitalismo americano, né cosa fare di una delle icone pop più conosciute nel mondo e di quei sogni dove la realtà ha superato l’immaginazione. (…) i momenti più deboli del film (e della sceneggiatura) sono (…) quelli in cui Ray Kroc si lascia andare e intreccia spirito degli affari e filosofia ‘all american’, voglia di successo e sociologie egemoniche, quando anche il film sembra credere alla versione autorizzata della storia del «genio»: è vero che l’hamburger di McDonald’s e i suoi archi dorati sono diventati uno dei simboli più popolari del mondo, ma le sue tirate patriottico-alimentare sanno di recita. Mentre prende vita quando abbandona l’agiografia e ci fa capire un po’ meglio cosa si nasconde dietro il luccichio del sogno americano.

Paolo Mereghetti, dal “Corriere della Sera”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog