Suburbicon

 

George Clooney diverte, scuote e incanta la 74ª Mostra del Cinema di Venezia con Suburbicon, grottesca commedia nera sospesa fra impegno sociale e il thriller alla Hitchcock, che non è difficile inserire già da adesso nella rosa dei sicuri pretendenti ai più prestigiosi premi di questa stagione cinematografica. Un cast di stelle comprendente il premio Oscar Julianne MooreMatt Damon e Oscar Isaac esalta e completa il superbo lavoro in fase di sceneggiatura dei fratelli Coen, nitidamente riconoscibili in ogni secondo di pellicola.

Suburbicon

La vita del sobborgo borghese di Suburbicon negli anni ’50 viene scombussolata dall’arrivo di una famiglia di colore, vista immediatamente di cattivo occhio dalla perversa e retrograda morale della middle class dell’epoca. Nelle immediate vicinanze, procede in maniera apparentemente tranquilla la vita della famiglia Lodge, formata dal padre Gardner (Matt Damon), il figlio Nicky (Noah Jupe), la moglie Rose e la gemella Margaret (entrambe impersonate da una formidabile Julianne Moore). L’irruzione nella loro abitazione di due malviventi farà emergere il lato oscuro e i segreti della famiglia, innescando una catena di follia e violenza.

Suburbicon: una commedia nera graffiante e tagliente sull’ipocrisia della middle class americana

Suburbicon

Il crudele nichilismo dei fratelli Coen e la critica alla società americana tipica del modo di fare cinema di George Clooney si fondono mirabilmente in un noir dei nostri giorni, attraversato da una vena di tensione e suspense che deriva dalla grande tradizione del thriller americano e continuamente scosso da una feroce satira su qualsiasi forma di pregiudizio e razzismo, di questi tempi più necessaria e attuale che mai.

Nel luogo e nell’epoca dove si consuma il più fiero, ipocrita e consumistico perbenismo americano, George Clooney mette in scena una parabola efferata e distruttiva della classe media americana, rappresentata, salvo particolari eccezioni, come un covo di serpi disposte ad annientarsi a vicenda, per poi scaricare colpe e inquietudini sul diverso, sull’emarginato, su chi non ha la posizione e le forze per difendersi autonomamente. Pur attraversando temi complessi e non banali come il razzismo, l’emarginazione, il lutto e la depravazione morale, Suburbicon è costantemente attraversato dalla migliore ironia dei Coen, che stempera e ridicolizza con un umorismo macabro e tagliente anche le sequenze più cupe e violente, facendo chiudere più che volentieri un occhio su qualche passaggio narrativo forzato all’interno della sceneggiatura dei celebri fratelli.

Suburbicon: una miscela esplosiva fra il macabro nichilismo dei Coen e l’impegno sociale di Clooney

George Clooney si volta indietro per guardare avanti, traendo ispirazione e insegnamenti dal noir americano degli anni ’40 e trovando in Julianne Moore una femme fatale postmoderna, apparentemente dimessa e rassicurante ma capace di diventare al momento giusto una sensuale e pericolosa traghettatrice infernale. Un’altra fenomenale prestazione di una delle più grandi dive del cinema contemporaneo, sdoppiata in due per l’occasione, che potrebbe tranquillamente dire la sua nella corsa all’Oscar come migliore attrice protagonista. Ad affiancarla è un sempre più maturo e convincente Matt Damon, che trova una prestazione nettamente migliore rispetto a quella già apprezzabile di Downsizing (passato proprio in questi giorni al Lido) mettendo definitivamente da parte la sua faccia da eterno bravo ragazzo per dipingere la figura di un perfido e inquietante borghese, stretto fra la voglia di arrivare a qualsiasi costo e la sua endemica mediocrità morale e intellettuale.

Pregevole anche la performance dell’esordiente Noah Jupe, unico elemento di purezza e dolcezza in mezzo a un coacervo di crescente depravazione e orrore, specchio di una società che mistifica il diverso, mortificandolo e allontanandolo dalla vita pubblica per camuffare e nascondere la propria bassezza. Un doveroso plauso anche al regista George Clooney, che si lascia alle spalle il passo falso di Monuments Men dimostrando la propria maturità artistica con una perfetta direzione di assolute eccellenze nei rispettivi campi, come il suo fedele direttore della fotografia Robert Elswit, abile a patinare al punto giusto la perfetta apparenza di Suburbicon e a esaltare il suo lato oscuro, lo scenografo Jim Bissel e la costumista Jimmy Eagan, autori di un’azzeccata finta impeccabilità nelle location e nei vestiti dei protagonisti, e il compositore Alexandre Desplat, che adatta il suo stile ormai inconfondibile al lato più torbido della storia, enfatizzandone il crescendo di tensione e violenza.

Suburbicon punta il dito contro l’ipocrisia e il perbenismo della società americana

Suburbicon

George Clooney centra un’opera completa, complessa e con diverse chiavi di lettura, mostrando con acuto sarcasmo la ripetitività e l’ottusità di schemi di pensiero e di comportamento che dagli anni ’50 a oggi appaiono sostanzialmente immutati e pronti a scaricare sul diverso di turno le proprie frustrazioni e inadeguatezze. Con l’aiuto del proverbiale nichilismo dei Coen, il regista americano intrattiene, sconvolge e interroga lo spettatore, realizzando una delle più importanti pellicole di questa stagione cinematografica e puntando fermamente il dito contro lo squallore etico e culturale tuttora imperante nella nostra società.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

 

Benvenuti a Suburbicon, il quartiere-tipo del sogno americano dove i giardini sono perfetti ma dentro alle case sembra di essere in Fargo, dove una tranquilla famiglia di colore è malvista mentre un uomo bianco è rispettabile pure se fa una strage. Benvenuti nell’America dei fratelli Coen che porta la firma di George Clooney, che all’inizio pare una pellicola di Howard Hawks e alla fine vedi i mostri in quello che dovrebbe essere il luogo più rassicurante, soprattutto per un bambino. Negli USA dei muri contro le minoranze (oggi come allora) Suburbicon mette in scena l’iconica famiglia d’oltreoceano ma basta graffiare la superficie per vedere il brutto. Pardon, l’orrore.

Mentre tutta la comunità dell’isolato inveisce contro l’arrivo dei nuovi vicini neri, il bianchissimo Gardner Lodge (Matt “faccia d’angelo” Damon si confronta – bene – con il primo vero bad guy della sua carriera) ingaggia due delinquenti improbabili per far uccidere la moglie invalida (Julianne Moore). Obiettivo: intascare i soldi dell’assicurazione e costruirsi una nuova vita con la gemella di lei (sempre Julianne Moore, inquietante nella versione biondo platino della casalinga anni ’50 ).

Un perfetto intrigo in stile Coen, che scrissero questa sceneggiatura negli ’80, riletto però in chiave politica da Clooney insieme a Grant Heslov: il (gustoso) film di genere scorre parallelo a quello di denuncia con i soliti, inconfondibili tocchi pulp dei fratelli. Il loro cinema c’è tutto: grottesco, sadico, pieno di coincidenze e svolte comiche. Il cinismo e il tono di sberleffo però sono mediati dallo sguardo preoccupato ma ottimista di Clooney, che continua a credere nell’uomo e affida ai bambini e alle musiche di Alexander Desplat la sua fiducia nel futuro.

Voto: 3,5 / 5

Benedetta Bragadini, da “rollingstone.it”

 

 

 

Suburbicon è una cittadina-modello che nel 1959, dodicesimo anno dalla sua fondazione, ha già  60.000 abitanti i quali, come decantato nello spot pubblicitario che si vede all’inizio del film e che invita a trasferirsi in questo posto da sogno, vantano già una bella, si fa per dire, varietà etnica: provengono da New York, Ohio e Mississippi. A Suburbicon vive anche il capofamiglia Gardner Lodge (Matt Damon) la cui moglie Rose (Julianne Moore) è costretta sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente stradale. Dopo un’incursione notturna di due malviventi nella loro villetta, la donna perde la vita, ma la reazione di Gardner non è così drammatica, visto che lui ben presto sembra consolarsi tra le braccia di Margaret, sorella gemella della moglie (sempre Julianne Moore). Contemporaneamente a questa vicenda si assiste, nella città di Suburbicon, al primo insediamento di una famiglia di colore, i Meyers. A partire dalla reazione del postino, che quasi va in paralisi quando realizza che la signora Meyers, cui sta recapitando le lettere, ha la pelle nera, parte un crescendo di aggressioni da parte dell’intera popolazione bianca che, senza risparmio di colpi e con una furia cieca, assalirà i Meyers con ogni mezzo.

DENTRO 2

 Suburbicon possiede tutti gli ingredienti tipici alla Coen, specialmente di matrice “farghiana”: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter, scatti di violenza estremi ed improvvisi, elementi grotteschi. Il film piace e diverte e la combinazione degli sceneggiatori Clooney/Coen dà i suoi risultati. Contribuiscono alla sua solidità  i “giganti” scelti come protagonisti, vale a dire Matt Damon nei panni di un piccolo borghese dai tratti tragicomici, in cui alla violenza improvvisa e inaspettata  (nella sua privacy sessuale lo scopriamo anche dedito ad insospettabili giochi sadomaso) si affianca sicuramente un bel po’ di odio verso sé stesso; e  la “doppia” Julianne Moore, che nella sua versione di gemella biondo platino non può non rimandarci ad una citazione della algida donna hitchcockiana, e che sembra davvero a sua agio in un ruolo di genere, facendo l’occhiolino  al cliché della casalinga/oca  anni 50 alla quale però conferisce un nuovo spessore. La scena con Oscar Isaac nel ruolo di Roger, agente assicurativo che sembra pronto a incastrare i protagonisti smascherando i loro piani criminali, rappresenta sicuramente uno dei momenti più brillanti del film.

DENTRO 1

La vicenda dei Meyers, invece, è stata aggiunta alla sceneggiatura da Clooney, il quale si è ispirato a una storia vera di una famiglia di colore accaduta negli anni 50 a Levittown, e sicuramente non può non far pensare anche ad eventi politici attuali come la tragedia di Charlottesville, nell’agosto 2017. I Meyers, però, non vengono percepiti come esseri viventi in carne e ossa ma solo come vittime di un attacco gravissimo che viene presentato nel suo sviluppo costantemente durante lo svolgersi della vicenda “principale” nella villetta accanto, visto che i Meyers e i Gardner sono vicinissimi di casa. E questo rientra sicuramente nella volontà del regista di realizzare un lungometraggio che fosse un mix al di là dei limiti di genere: i mix, come si sa, possono essere molto pericolosi, ma è da apprezzare  il tentativo di Clooney di combinare l’impegno sociale con una nerissima vicenda privata, riuscendo a far riflettere non solo sull’accanimento razziale ma sulla cecità borghese di fronte ad efferati reati che si compiono sotto i loro occhi (Desperate Housewives docet). E nel riuscito e azzeccato finale, tanto cinico da un lato quanto utopistico dall’altro, i due livelli narrativi  del film si concilieranno alla perfezione.

Voto: 3,5 / 5

Maria Capozzi, da “nocturno.it”

 

 

“Suburbicon”, presentato in concorso alla 74esima edizione della kermesse veneziana, ha potuto far mostra sul tappeto rosso del suo cast scintillante: Matt Damon, Julianne Moore e George Clooney qui nelle vesti di produttore, sceneggiatore e regista. La sceneggiatura originale, su cui hanno lavorato anche l’autore insieme al sodale Grant Heslov, è firmata da Joel e Ethan Coen: quasi trent’anni fa, a ridosso dell’uscita di “Blood Simple”, i Coen stavano iniziando a gettare quei semi che, oggi, hanno incontrovertibilmente messo le radici nell’immaginario cinematografico. E, in effetti, la sensazione di stare vedendo una variazione sull’universo tematico generato dai fratelli di Minneapolis si avverte sin dalle battute iniziali, quando uno spot pubblicitario costruito alla maniera di un depliant, va sfogliando le attrattive di vivere a Suburbicon, villaggio residenziale sviluppatosi in una ridente cittadina di sessantamila abitanti. Ancora una volta al centro del mirino sono gli Stati Uniti tra anni ’50 e ’60, quella del decollo economico e delle villette a schiera, degli happy days e dell’American dream che si fa realtà. Ancora una volta l’avidità, il tentativo di evasione da una routine costrittiva sono i detonatori per una escalation di violenza inarrestabile e imprevedibile.

“In questa città non accadeva mai niente, finché non sono arrivati loro…” dice alle telecamere una signora, la classica vicina anziana sempre pronta a scoccare un dardo avvelenato; e “loro” sono i Meyer, una famiglia di colore che si trasferisce nella casa accanto ai Lodge, sotto gli occhi incuriositi delle sorelle Rose e Maggie (interpretate dalla Moore). I nuovi arrivati provocano un’ondata di malumore tra gli abitanti storici di Suburbicon, che mostrano tutti i segni del rabbioso razzismo che impregnava quegli anni istigandoli a una serie di azioni via via più belluine a discapito della dignitosa famiglia black – la quale opporrà una silenziosa ma ostinata resistenza a ogni vile violenza. Verosimilmente è questo subplot sulla mancata integrazione razziale a essere farina del sacco di Clooney ed Heslov che, agganciandosi all’attualità, si innesta alla trama principale, più spiccatamente coeniana. I protagonisti sono i sopracitati Lodge, tra i pochi peraltro a non avere alcuna animosità contro i vicini di casa tanto da far giocare il figlio Nicky con il coetaneo del giardinetto a fianco.

Poco dopo l’arrivo dei Meyer accade che, a casa dei Lodge, una coppia di rapinatori irrompa in casa, leghi tutti i componenti e li addormenti col cloroformio causando una tragedia inaspettata. Senza volerci addentrare necessariamente negli sviluppi della trama, è divertente notare alcune caratteristiche dirimenti della pellicola: ossia come le indagini, i piani calcolati al millimetro (sebbene sempre in balia del caso) e la natura reversibile dei personaggi (si veda il trattamento riservato a Matt Damon) seguano in maniera cristallina il linguaggio ormai codificato dei Coen. “Suburbicon” si presenta pertanto come un lavoro apparentabile alla sorprendente espansione del pianeta-Fargo firmata da Noah Hawley nell’omonima serie televisiva. È probabilmente per questo che in fin dei conti il sesto film da regista di George Clooney non riesce mai a veramente a spiazzare, confinato in quella che, per i frequentatori di un certo cinema, è un’altra comfort zone determinata dalla nera ironia e dal freddo distacco col quale anche brutalità efferate vengono messe in scena. In questa direzione va letto anche lo stile di Clooney, per lo più asciutto e classicheggiante, concedendosi alcuni lunghi carrelli piazzati significativamente solo in determinati momenti: una sobrietà che contrasta col contenuto della narrazione, parodia nella parodia di quell’America di provincia, placida e tranquilla, che nasconde un doppio volto di ferocia e follia, proprio sotto l’erba tagliata di fresco o dietro le porte chiuse.
Sebbene il cinema di Clooney non sia avaro di omaggi, la cinefilia degli autori dello script originale non può che palesarsi in tutta la sua evidenza quando le due sorelle, interpretate dalla Moore, si presentano in versione sia platino che castana, come sarebbe piaciuto a Hitchcock; oppure quando appare il sospettoso ispettore delle assicurazioni, interpretato da un ottimo Oscar Isaac che guarda ai classici del noir, a partire da “La fiamma del peccato” di Billy Wilder.

Per concludere, non è vero –  al contrario di quanto asseriscono i detrattori dei due fratelli – che l’opera coeniana sia solo chiusa nel suo mondo, incapace di parlare alla e della realtà. La stessa scelta del copione da parte di Clooney, alfiere di un cinema liberal e impegnato, è la controprova che l’attore-regista vi abbia trovato ciò che cercava. Si tratta dello studio in vitro di un’America chiusa dentro i confini di un paese-laboratorio, la Suburbicon del titolo, che mette le staccionate intorno alla casa dei poveri Meyer venuti a macchiare una città all white (o meglio, white only). I cittadini si dicono a favore dell’integrazione, purché portata avanti attraverso l’istruzione che, all’epoca, era spesso negata alla gente di colore e non intrufolandosi di soppiatto in ambienti che non appartengono loro. C’è inoltre un gustoso paradosso, poiché i vicini, intenti ad alzare barricate contro gli odiati neri, li stanno inconsapevolmente difendendo dall’orrore celato dentro le loro case. Sebbene sia un lavoro troppo derivativo per possedere una carica dirompente di novità, “Suburbicon” conferma l’intelligenza del divo americano, il quale, rispolverando una sceneggiatura dei suoi amici, realizzare un ritratto dark dell’America degli anni 50 che si fa metafora di quella di oggi, ancora pronta a costruire muri e incapace di affrontare le conseguenze della questione razziale.

Voto: 6,5 / 10

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

 

 

Negli anni 50, subito dopo la Seconda guerra mondiale, iniziarono a sorgere, negli Stati Uniti, dei bei quartieri periferici tutti rose e fiori. Il cosiddetto sogno americano si realizzava anche così: attraverso la possibilità di avere una bella casa, un bel giardino, una moglie adorabile e dei figli obbedienti. La ciliegina sulla torta era rappresentata dall’inserimento della propria famiglia in una piccola comunità felice della propria certezza di vivere nella corretta interpretazione dei principi morali dettati dallo stato a stelle e strisce.

In questo profumato contesto c’è qualcosa però che emana uno strano odore nauseabondo che non tutti riescono a percepire. “Suburbicon” racconta di questo effluvio che contamina il quartiere e si nasconde dietro le mura domestiche.

Suburbicon: una piacevole black comedy in salsa “Coen”

Commedia nera dai risvolti sociali, “Suburbicon” di George Clooney, forte della sceneggiatura dei fratelli Coen, si fa spazio nella critica all’America ben pensante con modi alla “Fargo” dove, simpatici mascalzoni, prendono decisioni pessime.

Le strade percorse sono due: quella principale è “indoor” e narra le vicende della famiglia Lodge alle prese con un strano omicidio mentre quella secondaria è “outdoor” e dipinge la triste intolleranza nei confronti dei neri, i nuovi arrivati a “Suburbicon” e vicini di casa dei Lodge. L’intreccio dei due casi anima la pellicola con piccoli e macabri colpi di scena dal retrogusto ironico.

Cupo e leggero, tetro e dissacrante, nello suo svolgersi, il film forse risente un po’ dell’età della sceneggiatura, scritta nel ‘99: molte dinamiche Coeniane le abbiamo già apprezzate e giustamente lodate in altri lavori. Ma, come si dice in questi casi: ce ne fossero di plot così; “Suburbicon” è una piacevole black comedy che ammicca al thriller ma affonda sul piano sociale. Si fa beffa della patina coprente la stupidità umana e irride quei sorrisi al sapor di plastica dietro i quali si nasconde sempre qualcosa di pericoloso.

Riccardo Muzi, da “ecodelcinema.com”

 

 

Dimenticare Monuments Men. Archiviato il fallimento del 2014, George Clooney si è affidato ad una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen per riuscire nell’impresa. Suburbicon, che riporta il divo in concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia dopo il boom di Good Night, and Good Luck. (premio Osella e Coppa Volpi a David Strathairn) e Le idi di marzo (una nomination agli Oscar), vede l’ex Uomo Pipistrello alla regia di uno script ideato dagli amati Joel ed Ethan dopo Blood Simple – Sangue facile ma in 30 anni mai realizzato. Fino ad oggi.

Una metafora sugli Stati Uniti d’America quanto mai attuale, anche se ambientata negli anni ’50, nella ‘perfetta’ e completamente ‘bianca’ cittadina di Suburbicon, liberamente ispirata alla reale Levittown, centro urbano creato da William Levitt dopo la Seconda Guerra Mondiale pensato solo e soltanto per le persone caucasiche. A stravolgere la pacifica vita di quartiere i Meyers, prima famiglia afroamericana della città che sconvolge l’intera comunità, così come una terribile rapina che si tramuta in dramma per la famiglia Lodge. Padre, figlio, moglie paralizzata e gemella di quest’ultima, con due balordi che irrompono in casa scatenando inimmaginabili conseguenze.

Una commedia dark, in perfetto stile Coen, che si tramuta presto in grottesco thriller. Suburbicon gode da subito dell’inconfondibile scrittura dei due fratelli, qui rivista da Clooney con fare meno cinico e più esplicito. A pochi mesi dai fatti di Charlottesville, che hanno visto i suprematisti, i neonazisti e il KKK sconvolgere l’America, Suburbicon ribadisce il problema della questione razziale sul suolo a stelle e strisce, attraverso due binari che il regista percorre in parallelo, in un crescendo di violenza che oscilla tra il surreale estremo e quella contraddizione politica oggi come oggi perfettamente rappresentata dall’ambiguità dell’amministrazione Trump.

Registicamente classico, Clooney filma un’America nerissima, puntando il dito contro quella ‘supremazia bianca’ che negli ultimi mesi è andata incontro ad un insostenibile rinascita neonazista. Satira feroce che diverte, tra criminalità improvvisata e immancabile idiozia, filtrata dagli occhi di un bimbo fagocitato da una spirale di violenza che coinvolge prima i nuovi vicini di casa, incredibilmente black, e a seguire la propria stessa famiglia. Completamente tagliato in fase di montaggio Josh Brolin, il film si concede comunque nomi di primissimo grado. Non solo un imbolsito e senza scrupoli Matt Damon, al Lido con il suo 2° film in Concorso dopo Downsizing di Alexander Payne, ma anche una duplice Julianne Moore dalla candida bellezza, chiamata ad intepretare due gemelle, e un ottimo Oscar Isaac, assicuratore investigativo che in pochi minuti sbaraglia la concorrenza sul set.

Muri che si innalzano e minoranze recintate, umiliate, provocate, tanto da coprire le tracce di crimini di sangue che prendono forma a pochi metri di distanza. La Suburbicon di Clooney ancora una volta musicata da Alexandre Desplat (alla sua 3° collaborazione con il regista) nasconde odio, paura e diffamanti menzogne dietro quei vialetti apparentemente perfetti, mentre radio e televisioni diffondono messaggi di sfacciata intolleranza. Una dark comedy dal retrogusto chiaramente politico che il regista, qui anche co-sceneggiatore, prova a far sua riuscendo solo parzialmente nell’impresa. L’impronta dei Coen è troppo marcata per poter sparire sotto il tappeto, anche se annacquata da una regia che punta ad essere meno corrosiva rispetto alle potenziali pennellate originali, comunque visibili. Stilisticamente impeccabile, il film paga l’inevitabile paragone con i suoi due autori, inciampando su un quesito tanto ingombrante quanto inesorabile: scritto nel 1986, perché i Coen hanno sempre tenuto Suburnicon in un cassetto? Perché 10 anni dopo hanno dato vita a quel capolavoro di Fargo, probabilmente.

Voto: 6,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L’apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell’età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L’intera comunità di Suburbicon s’infiamma e si adopra per ricacciare indietro “i negri” con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell’abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Comincia con una scena madre, dunque, il film di Clooney che innesta uno script di parecchi anni fa dei fratelli Coen con la storia vera dell’ondata di violenza che scatenarono, in quegli anni, le prime installazioni di famiglie di colore nei centri residenziali della middle class bianca e xenofoba.

Una scena che parrebbe uscire da “A sangue freddo”, il romanzo-reportage di Capote sul quadruplice omicidio della famiglia Clutter nella provincia del Kansas, ma che diventa immediatamente altro quando l’obiettivo si ferma sullo sguardo terrorizzato di Nicky, mentre assiste impotente all’omicidio della madre. Quello sguardo di bambino, e tutti gli altri momenti di questo tipo che punteggiano il film da lì in poi (sguardi di Nicky dal ballatoio, da sotto il letto, da dentro l’armadio), ci dicono subito che anche, sotto la patina di una dark comedy in cui il primo termine pesa più del secondo, l’ultimo lavoro di Clooney è ancora una volta un moral play.

Istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) l’America non si avvede che la violenza più bieca, la minaccia più agghiacciante, è dentro le proprie case, nutrita dall’avidità e dall’invidia. Ma è una cecità tutt’altro che involontaria (vengono eretti dei pali per negare la visione dei Meyers che celano opportunamente anche la vista sull’altro lato del muro di legno), mentre coraggiosamente volontaria dev’essere invece quella dei due ragazzini (“Fai finta che non esistano”), per salvarsi la vita.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

I maligni sostengono che le nozze con Amal Alamuddin e la nascita dei gemelli siano parte di un percorso di avvicinamento di George Clooney a una carriera politica che ha come obiettivo nientepopodimeno che la Presidenza degli Stati Uniti. Gli stessi maligni vedono nelle scelte di carriera dell’attore e regista americano esattamente la stessa cosa: e, perlomeno da questo punto di vista, quello professionale, sembra difficile dar loro torto.
D’altronde, non è che Clooney nasconda dietro una quinta quel che è evidente a tutti: ovvero che questo suo Suburbicon, nato da un vecchio copione dei fratelli Coen che lui stesso ha riscritto con Grant Heslov, per renderlo più cupo e contemporaneo, sia una commedia nera nerissima che prende pesantemente di mira la realtà sociale e politica dell’America di Trump, pur essendo ambientata nel 1959.

Basterebbe il canovaccio farlo capire: in un distretto residenziale di quelli dove tutto sembra bello e perfetto, i prati sono verdi, le bandiere sventolano, i mariti lavorano per tornare a casa dove mogliettine impeccabili li attendono con un drink e una cenetta sana, l’ipocrisia sociale di frantuma di fronte all’arrivo nella comunità di una nuova famiglia, che ha commesso l’imperdonabile errore di nascere con la pelle nera.
E, mentre i compassati borghesi svestono completi e cravatte per rivelarsi i rozzi, ignoranti e razzisti bifolchi che sono sempre stati, assediando la casa dei nuovi arrivati, nella villetta a fianco si consuma – ignorato da tutti – un massacro familiare coeniano tutto bianco, tutto wasp, tutto dettato da egoismi e avidità.

Come e perché la storia di Suburbicon riecheggi inquietante la situazione socio-politica americana attuale, non c’è nemmeno bisogno di starlo a spiegare; e va da sé che da questo punto di vista l’operazione di Clooney è decisamente meritoria, che gli serva da trampolino elettorale o meno.
Così come è interessante, sebbene un po’ naif, che ad assistere alle follie raccontate nel film, e suo vero protagonista, sia un bambino: che non impara però da tutto questo l’odio, quanto invece la tolleranza e l’accoglienza.
Di fronte alla turpitudine della folla, e della sua stessa famiglia, il piccolo Nicky imparerà la lezione più importante dal coetaneo nero dal quale è spedito dalla mamma all’inizio del film per giocarci a baseball assieme: la lezione della resilienza. Mai mostrarsi spaventati, mai fare passi indietro, non reagire ma andare avanti, forti dei propri valori.

Che poi tutto questo Clooney lo racconti divertendosi e divertendo, ma con uno stile volutamente lineare, ma che è comunque troppo debitore di quello dei Coen– in particolare dei Coen prima maniera – e con una mano registica non sempre lucidissima, e che spesso ricorda di più quella di Monuments Men o In amore niente regole, che non quella di Good Night, and Good Luck o dell Idi di marzo, in fondo importa un po’ poco.
Perché, e l’abbiamo già stabilito, in fondo oramai per Clooney viene prima la politica, e solo dopo il cinema. Ci piaccia o meno.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Uno spot fatto di immagini pubblicitarie parla di Suburbicon come di una fiorente cittadina degli Stati Uniti del sud. Si può vivere tranquilli a Suburbicon, crescere la propria famiglia e coltivare il sogno americano come in un perfetto manuale degli anni 50. E infatti qui siamo proprio in quel decennio, per la precisione nel biennio 59-60, ovvero alla vigilia dell’elezione del presidente John F. Kennedy e della traumatica lotta per i diritti civili che avrebbe provato a cambiare l’America, almeno fino al recente ritorno reazionario targato Trump. Una famiglia di colore – i Meyers – si trasferisce in città scatenando le isteriche reazioni della comunità bianca. I “civili” si ribellano, tormentano la famiglia giorno e notte e non si accorgono che nella casa adiacente, all’interno di una apparentemente normale famiglia “bianca”, si consuma un perverso intrigo sentimentale e omicida in perfetto stile Coen. Gli autori di Fargo – di cui Suburbicon è davvero una sorta di rielaborazione in chiave politica e quindi clooneiana – sono infatti gli ideatori di una sceneggiatura sfornata molti anni fa e successivamente ritoccata dall’attore americano e dal suo fido collaboratore Grant Heslov. Il film si trasforma presto in un noir con venature pulp sorretto dall’ambiguità sottrattiva del capofamiglia Matt Damon – il nome del personaggio è Garden Lodge – che architetta un improbabile piano per uccidere la moglie invalida Julianne Moore, intascare i soldi dell’assicurazione e costruirsi una nuova vita con la sorella di lei, che è sempre Julianne Moore. Una parabola acidissima su una certa America del passato e del presente, un po’ cinema di denuncia e molto cinema di genere. In questo affresco rabbioso e didascalico l’unica ancora di salvezza rimangono i figli, con il solo Nicky Lodge che è l’unico a dire sempre la verità e a rimanere amico con il figlio nero dei vicini.

SUBURBICONAppare presto chiaro come l’operazione si configuri principalmente sotto l’impronta fortissima dei fratelli Coen, con tutto il campionario di asfissia drammaturgica e visiva che il loro cinema spesso contiene. Clooney, la cui opera da regista è a sua volta frequentemente contraddistinta anche nei suoi risultati migliori (Le idi di marzo) da una sospetta programmaticità, cerca di “personalizzare” il testo, facendo di Suburbiconmetafora impietosa sul razzismo e sull’ipocrisia della middle class. Ne viene fuori però un’opera bipolare e pensata, con due anime che provano a dialogare tra loro come fanno i due ragazzini del film, senza riuscire a ottenere un autentico sentimento, né uno sguardo particolarmente nuovo.

Qui a scavare in profondità non resta che un marchingegno fatto di regole precise e ingombranti, con i colpi di scena che alternano stupore a scoppi di risa e personaggi che entrano ed escono dallo schermo, e dalla narrazione, come fossero manovrati da un cinico burattinaio che conosce tutti i trucchi del mestiere e del discorso da fare. Strana ma colpevolmente poco destabilizzante, questa operazione alchemica cerca il pezzo di bravura ma rischia molto meno di quanto voglia dare a vedere.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

C’è un dolce inizio nello stile della commedia di Howard Hawks inSuburbicon, la quiete di una cittadina con villette a schiera, il postino che saluta tutti, mogli ben vestite, bambini in bici e una specie di carrello che funziona anche da establishing shot. La forza sta nella maniera in cui quest’inizio da commedia anni ‘30 (stile resto vivo soprattutto dalla musica di Alexandre Desplat) sfoci in qualcosa impossibile per l’epoca: un bug nel sistema. La nuova famiglia arrivata a Suburbicon non è bianca!

In realtà proprio questa quiete, proprio quest’ordine e questo mondo ideale sono l’obiettivo nel mirino del film. Il mito dell’America di una volta svelato per la truffa che è. Non il momento migliore del paese ma uno in cui sotto il tappeto bruciava la peggior intolleranza possibile.

Infatti in questo paesino che ha la mostruosa adesione alla perfezione, alla pulizia e al conformismo della cittadina di Edward Mani Di Forbice e lo stile architettonico del sobborgo di A Serious Man, nessuno vuole tenere questa famiglia di colore che, secondo i residenti, porterà scompiglio e crimine.

Il sesto film di George Clooney si apre quindi con un lento svelamento, cioè che la trama della famiglia di colore nel sobborgo urbano americano degli anni ‘50 è solo una metà del film. C’è in realtà un altro interno che interessa di più a questa sceneggiatura dei fratelli Coen, quello della famiglia Lodge, famiglia perfetta che svelerà lentamente la mostruosità che si cela dietro il benessere e il desiderio di conformismo. I crismi del racconto coeniano ci sono tutti, dal crimine, all’intreccio pieno di casualità, dal grottesco alla stupidità dei protagonisti, fino alle svolte comiche che vengono dalla peculiare sequenza con cui vediamo gli eventi. Lo script originale risale agli anni ‘80, ripescato ora daClooney per farne un film attuale, ma non sembra passato un giorno.

Tuttavia George Clooney non ha né vuole avere il nichilismo dei Coen, la loro crudezza e il loro sguardo sadico e scettico. Clooney crede così tanto negli uomini da essere abbattuto quando ne ritrae esempi così pessimi. Così i medesimi intrecci e le medesime situazioni che in un film dei due fratelli avrebbero avuto toni di sbeffeggio e sarebbero stati una grande irrisione della pretesa degli esseri umani di dominare la propria vita, qui invece sono una triste parabola di mostruosità domestica, mentre intanto il resto del paese invece che guardare cosa fanno i propri simili insegue odi settari e se la prende con una pacifica famiglia nera. Si ha l’impressione di assistere ad una versione semplificata di un film dei Coen in cui ogni contrasto è esposto a chiare lettere, ogni svolta comica serve uno scopo diretto, ogni senso è esposto e gridato invece di essere contrabbandato come sono soliti fare.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

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